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Return to Earth

titolo: Return to Earth –  [Ritorno alla Terra]

autore: Buzz Aldrin e Wayne Warga

editore: Random House (1973, prima edizione), Open Road Media (2015, edizione digitale)

ISBN: non disponibile





“When I began this book I had two intensions. I wanted it to be as honest as possible and to present the reality of my life and carreer not as mere fact but as I perceived the truth to be. The second and more important intention was that I wanted to stand up and be counted”.

[Quando ho cominciato a scrivere questo libro avevo due intenzioni. Volevo essere il più onesto possibile e presentare la realtà della mia vita e della mia carriera non come neri fatti ma come percepivo fosse la realtà. La seconda e più importante intenzione era che volevo stare in piedi ed essere contato].

La Terra vista dallo spazio. Occorre mettere piede sulla Luna per comprendere quanto sia unico il nostro pianeta e, come nel caso di Buzz Aldrin, quanto sia difficile tornarci dopo aver desiderato e lavorato tanto per lasciarlo – momentaneamente, s’intende –  a beneficio del suo satellite.

Due propositi che Aldrin ha dichiarato all’interno del suo libro e che ha puntualmente mantenuto, in maniera chiara e particolareggiata.

Sto per parlare di un’opera estremamente interessante, avvincente, coinvolgente al punto che, dopo aver letto l’ultima pagina, si ha l’impressione di aver vissuto con gli astronauti ogni giorno delle loro avventure.

Sulla copertina frontale del libro, almeno nella versione per kobo, campeggia una frase a supporto del titolo:

“A candid story of achievement and challenge: Buzz Aldrin’s journey to the historic first moon landing and the personal struggle that followed”.

[Una storia candida di realizzazione e sfida: Il viaggio di Buzz Aldrin verso il primo storico allunaggio e le tribolazioni che ne sono seguite].

Ed è esattamente questo il contenuto del libro.

Una di quelle copertine che non si possono dimenticare: sono semplicemente storia

Mentre Armstrong, Aldrin e Collins si trovavano nell’orbita lunare, in attesa di separare i due veicoli affinché il LM (Lunar Module) potesse scendere sulla superficie della Luna, molti erano i controlli da espletare e le procedure da seguire con maniacale diligenza con il supporto del Centro di Controllo sulla Terra.

Le comunicazioni si susseguivano ed i dati venivano sottoposti ad un controllo continuo. I computer di bordo e quelli di terra dovevano essere in sintonia.

Ma cosa sarebbe successo se d’improvviso le comunicazioni si fossero interrotte, lasciando i tre astronauti da soli nello spazio profondo, all’interno di un veicolo spaziale che era poco più grande della cabina di un’auto station wagon, a circa cinquecentomila chilometri da casa?

Avrebbero avuto semplicemente una chance: cavarsela da soli.

Per tornare indietro, abortendo la missione, avrebbero avuto il solo supporto della loro dotazione tecnologica di bordo. Check list complesse e computer. Ma su quest’ultimo c’era un pulsante contrassegnato da una scritta: Retourn to Heart [Ritorno sulla Terra]. Spingendolo avrebbero attivato un programma che li avrebbe guidati attraverso la grande mole di operazioni e calcoli da compiere per lasciare l’orbita lunare e immettersi sulla traiettoria di rientro.

Il titolo del libro prende spunto da quella scritta.

l logo della missione Apollo 11, probabilmete la missione spaziale più memorabile nella storia dell’umanità (per il momento), forse eguagliabile solo da una pari missone su Marte di là da venire. Sicuramente non ci saranno a bordo Aldrin, Collins e Armstrong ma di certo i loro emuli.

Tuttavia, visto che la vita personale di Aldrin ha risentito moltissimo degli effetti della missione, tanto da rendergli difficile il riadattamento alla vita normale di ogni giorno, queste tre parole assumono anche il significato di tornare con i piedi per terra. Sembrano richiamare l’immagine di qualcuno che, dopo essere stato sulla Luna, ricade miseramente sulla Terra. Come dire, svegliarsi bruscamente da un sogno. E questo è proprio quello che è successo a quasi tutti gli astronauti. Che lo abbiano ammesso oppure no.

Ma perché mai si dovrebbero avere problemi di riadattamento, sia pure dopo un’impresa così grande?

Aldrin spiega questo argomento come meglio può.

Una cosa accaduta a lui, ma poi si scopre che era accaduta anche ad altri, sebbene nessuno le avesse attribuito importanza e ne avesse parlato, riguarda alcuni piccoli flash che durante le ore di riposo, nel buio assoluto, aveva visto occasionalmente, sebbene avesse anche gli occhi chiusi.

Investigata a terra, la faccenda era stata spiegata. Alcune piccole particelle di qualche genere erano capaci di attraversare la capsula spaziale, attraversando il corpo degli astronauti. Potevano attraversare anche la testa e il cervello, indipendentemente dalla presenza del casco. Si era scoperto che questi attraversamenti potevano produrre danni piuttosto ingenti e di natura ancora sconosciuta.

La foto che è stata utilizzata dall’editore quale copertina del libro di Buzz Aldrin

Questa sembrava essere una spiegazione, ma non la sola.

Un’altra spiegazione risiedeva nel lungo e durissimo addestramento al quale erano sottoposti continuamente, senza avere, a volte, neppure il tempo di rilassarsi. La loro formazione richiedeva l’uso di simulatori che spesso si trovavano in stati diversi, presso le case costruttrici. Ne conseguiva la necessità di spostarsi, di solito usando un jet militare biposto che avevano a disposizione. Ne avevano diversi e su questi effettuavano anche le ore per il mantenimento delle licenze di volo.

In uno di questi spostamenti era avvenuto un incidente ed erano morti due astronauti.

Un altro incidente era avvenuto sulla rampa di lancio, quando una delle navicelle si era incendiata e i tre astronauti che in quel momento erano a bordo per delle prove non riuscirono ad aprire il portello e ad uscire. Morirono bruciati all’interno.

Episodi di questo genere rendono ancora più difficile lo svolgimento dei durissimi ritmi ai quali erano sottoposti. Ritmi che, tra l’altro, portavano ad un esagerato senso di competitività.

L’ennesima foto di rito che ritrae i tre membri della missione Apollo 11 con, sullo sfondo, il modulo lunare gemello usato nei laboratori della NASA a scopo addestrativo

Quando tornavano a casa, quelli che avevano una famiglia, non avevano più energie neanche per parlare. Spesso andavano a dormire e basta, solo per alzarsi il giorno dopo all’alba e tornare al lavoro.

Compiuta la missione, specialmente una missione che li aveva portati a camminare su un altro corpo celeste, in altre parole, dopo aver portato a termine un compito così importante, si trovavano a cercare qualche altro obiettivo di pari livello, o addirittura superiore.

Ma non ce n’erano affatto.

Il libro nella sua prima edizione. La copertina ha una grafica scarna, una foto di ridotte dimensioni è una scarnezza “lunare”, Fortunatamente nel 2015, grazie alla tecnologia degli e-book, ne è stata pubblicata una versione digitale

Dopo, cominciava una serie di viaggi di rappresentanza in giro per il mondo, perché ogni stato richiedeva la loro presenza, con audizioni, visite ufficiali, pranzi e conferenze. Ancora una volta senza respiro, senza vita privata, anche se le famiglie degli astronauti partecipavano sempre.

Alla lunga, pochi matrimoni resistevano. Prima o poi si arrivava al divorzio e allo sfacelo delle relazioni familiari.

Aldrin non ha fatto eccezione. Ad un certo punto si è reso conto che stava cadendo in depressione. Con l’aggiunta di problemi di alcool. E in un periodo in cui l’alcolismo e la depressione non erano molto conosciuti. Non si sapeva con precisione neppure quale fosse la causa, se genetica o dipendente da altri motivi.

Oltre tutto, per un militare, un ufficiale superiore, un pilota e addirittura un astronauta, dichiarare di avere certi problemi nuoceva immancabilmente alla carriera.

Ma nascondere certi disagi avrebbe portato a danni peggiori nel tempo.

La foto ufficiale di Buzz Aldrin diffusa dalla NASA alla vigilia della missione Apollo 11. Naturalmente indossa la sua divisa da lavoro (la tuta spaziale) completa di casco e guanti.

Dopo un lungo e travagliato periodo di riflessione, Aldrin decise di mettere in primo piano la salute. Non solo per sé stesso, ma anche per gli altri che si fossero trovati nella sua stessa situazione.

“It is my devout wish to bring emotional depression into the open and so treat it as one does a physical infirmity. I want my children to know so that if they too become ill they will see the symptoms and seek help. It doesn’t truly matter whether or not the cause is genetic or environmental. The point is that it must be treated, and the sooner the better”.

[E’ mio profondo desiderio portare in evidenza la mia depressione emozionale e trattarla come si tratta una malattia del fisico. Voglio che i miei figli sappiano, così che se dovessero ammalarsi possano riconoscere i sintomi e chiedere aiuto. Non importa davvero se la causa è genetica o ambientale. Il punto è che deve essere curata, meglio se il prima possibile].

Nel corso degli anni emerse che la causa genetica della depressione, nel suo caso era da escludere. Molto probabilmente, l’assenza di stimoli che seguiva la conclusione e il raggiungimento di compiti simili, lasciava un vuoto enorme, impossibile da colmare, se non impegnandosi in un altro compito altrettanto importante. Infatti, la vita normale, la routine quotidiana, ormai non erano più soddisfacenti.

“I spent hours each day in tought… Few men, particularly those who are motivated toward success, ever pause to reflect on their lives. They hurry forward with great energy, never pausing to look over their shoulders to see where they have been. If a man does this at all, it is usually near the end of his life, and it happens only because there is little else for him to do. My depression forced me, at the age of forty-one, to stop and, for the first time, examine my life”.

[Ho passato ore ogni giorno immerso nei pensieri… Pochi uomini, specialmente quelli motivati dal desiderio di successo, si soffermano a riflettere sulla propria vita. Si affrettano con grande energia, senza mai voltarsi indietro per vedere dove sono stati. Se mai qualcuno lo fa, di solito è vicino alla fine della sua vita, e succede solo perché non ha più altro da fare. La mia depressione mi ha costretto, all’età di 41 anni, a fare una pausa e, per la prima volta, esaminare la mia vita]

Buz Aldrin mentre, durante una delle infinite sessioni di addestramento, acquisisce dimistichezza con una videocamera … perchè le immagini sono il migliori mezzo di propaganda delle missioni lunari. Hollywood insegna!

Mettere a rischio la carriera, ma per cercare aiuto e guarire da quella che era chiaramente una malattia, offrendosi come esempio da seguire per coloro che ne avessero altrettanta necessità, è una decisione che Aldrin stesso valuta come una delle migliori della sua vita.

La cura, tuttavia, è lunga e difficile.

Il percorso di guarigione, incerto e tortuoso, passa attraverso anni di alti e bassi. Niente più voli spaziali, niente più voli normali.

Il racconto passa attraverso vicende scabrose, con tradimenti e traumi matrimoniali, trasferimenti, ricadute nella depressione e infine divorzio.

Intanto Aldrin decide di lasciare l’USAF, l’Aeronautica militare statunitense.

Da civile le cose non vanno meglio. Seguono anni di difficoltà e pochi veri successi.

Alla fine le cose, un po’ si stabilizzano.

La retrocopertina del libro di Aldrin nella sua prima edizione

Il libro si conclude con alcune pagine di foto che rappresentano le pietre miliari del percorso di vita di Aldrin. Una vita certamente parecchio sopra le righe. Un mondo, il suo, davvero molto interessante. Mi è sembrato di leggere l’autobiografia di un dio dell’Olimpo, piuttosto che quella di un essere umano. In fondo si tratta pur sempre di un uomo che è sceso sulla superficie della Luna e ci ha camminato sopra, anche se è stato il secondo ad imprimere la sua orma sulla polvere lunare.

Eppure, quando descrive le sensazioni che ha provato nel lasciare l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, mi sono ritrovato a leggere qualcosa che conoscevo bene. Anch’io, un giorno lontano, dopo nove anni di vita militare, ho lasciato l’Aeronautica Italiana. Sono emozioni travolgenti che non si dimenticano facilmente nel corso della successiva vita civile.

Parecchie delle sensazioni che Aldrin descrive sono praticamente le stesse.

Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)



Nota della Redazione

Tutte le fotografie presenti in questa recensione sono state prelevate gratuitamente dallo splendido sito web Apollo archive che vi invitiamo a visitare in lungo e largo. Troverete centinaia di scatti a colori e in bianco e nero che ripercorrono le missioni Apollo nonchè le pre e post Apollo. Ricco di didascalie e di ulteriore materiale collaterale, è un sito divulgativo cui non smetteremmo mai ti attingere. Perchè se è vero che la storia, per essere viva,  deve essere vissuta, ebbene siamo certi che questa è la migliore opportunità offerta a coloro che vogliano farlo davvero


No dream is too high

Mission to Mars

Magnificient desolation



 

Magnificient desolation

titolo: Magnificient desolation. The long journey home from the moon – [Magnifica desolazione. Il lungo viaggio di ritorno dalla Luna]

autore: Buzz Aldrin e Ken Abraham

editore: Harmony Books

ISBN: 978-1-40880-710-1





Un altro libro di Buzz Aldrin, interessantissimo come gli altri. Qui l’autore narra sempre la stessa sua parte di vita ma, secondo la mia impressione, ha voluto condividere tanti elementi nuovi, per rendere ancora più chiaro il percorso difficilissimo che lo ha portato, dapprima fin sulla superficie della Luna, poi in fondo ad una sorta di abisso e, finalmente, ad una accettabile esistenza sulla Terra.

La copertina è prossechè la medesima sebbene il titolo del volume sia collocato in verticale anzichè in orizzontale … ma il volume è sempre a firma di Buzz Aldrin.

Non dimentichiamo l’intento che ha avuto sin dall’inizio: far conoscere il proprio disagio, sapendo che era anche lo stesso provato dai suoi colleghi astronauti, o piloti comuni. Ha messo a rischio la propria carriera, che infatti ne ha risentito, per  avventurarsi in un terreno sconosciuto e ancora tutto da esplorare, quello che lo avrebbe condotto, come sperava, verso la guarigione. In questo modo avrebbe indicato a tutti gli altri nella sua stessa condizione, la strada da seguire, sebbene questa fosse ardua quanto quella attraverso lo spazio fino alla Luna e ritorno.

La dedica recita: “To my fellow astronauts from the Mercury, Gemini, Apollo, and Skylab eras. Each one of these men possessed special talents that contributed to the success of human space exploration. I am proud that I had the privilege of joining these space pionneers who ventured outward to expand mankind’s presence beyond our planet Earth.

To my partner and great love in life, Lois, who sustained my efforts to chart future pathways to the stars”.

[Ai miei colleghi astronauti dell’era delle Mercury, Gemini, Apollo, e Skylab. Ognuno di questi uomini possedeva talenti speciali che hanno contribuito al successo dell’esplorazione umana della spazio. Sono orgoglioso di aver avuto il privilegio di aver fatto parte di questi pionieri dello spazio che si sono avventurati avanti per espandere la presenza umana al di là del pianeta Terra. Alla mia compagna e grande amore della mia vita, Lois, che ha sostenuto i miei sforzi per pianificare il percorso verso le stelle].

Già dalla dedica si capisce che il divorzio dalla storica moglie, Joan, con la quale aveva tre figli, lo ha condotto a un’altra donna.

Un’intensa foto di Buzz Aldrin che, alla vigilia della missione Apollo 11, è ritratto di profilo con lo sfondo della Luna. Uno scatto ad uso e consumo dei media dell’epoca – è vero – ma che oggi, a distanza di tanti anni, è divenuto memoria storica di un astronauta unico nel suo genere

Aldrin aveva messo in evidenza come la vita impegnatissima, fino all’esasperazione, alla quale gli astronauti erano costretti, e che li portava spesso a compiere parecchi viaggi in giro per i vari stati dell’America, richiedeva di poter trovare un po’ di relax, quando possibile. Del resto, come dice lui stesso, la loro condizione di astronauti li poneva in tale evidenza da avere intorno, nei vari party che si organizzavano qua e là, un gran numero di ragazze desiderose di conoscerli e di intraprendere qualche tipo di relazione con loro.

Aldrin dice che tra gli astronauti c’erano quelli che resistevano alle tentazioni e quelli che cedevano. E ammette senza mezzi termini di far parte della seconda categoria.

Aveva intrapreso una sorta di relazione con una certa Marianne, una ragazza di New York, che però aveva anche un altro uomo che insisteva per sposarla. Aldrin, dopo aver chiesto il divorzio a Joan, era andato a New York per sposare Marianne, ma lei lo aveva rifiutato e si era sposata con l’altro.

Questo aveva lasciato Aldrin, come la stessa Joan gli aveva augurato, con il sedere per terra.

E nello stesso periodo aveva anche fatto domanda di congedo dall’Aeronautica. Come dire due volte con il sedere per terra.

E’ possibile, come si intuisce, che queste decisioni siano state il frutto di un comportamento patologico dovuto alla depressione dalla quale non era affatto guarito come credeva.

In questo libro conosciamo anche la parte successiva. E scopriamo che ciò che segue non è facile per nulla.

Nel secondo capitolo troviamo la spiegazione del titolo del libro.

Aldrin scese dalla scaletta del LM (lunar module) per secondo. Guardandosi intorno, un pensiero attraversò la sua mente, di fronte al meraviglioso nulla, al grigio uniforme del suolo lunare: “magnificient desolation” – [“magnifica desolazione”]!

Che la Luna, agli occhi degli astronauti della missione Apollo 11, apparve desolata eppure magnifica, beh … non stentiamo a crederlo. Anche a noi, di fronte a questa immagine, seppure non così ravvicinata, la Luna ci appare magnifica e soprattutto desolata. Ma immaginiamo, solo per un istante, se il pianeta Terra non avesse mai goduto dell’esistenza del suo satellite … ne avrebbero risentito le maree – certamente – i licantropi (volgarmente detti “lupi mannari”) e le produzioni orticole (almeno a detta degli orticolltori); di sicuro avrebbe nuociuto ai poeti e ai cantori romantici che hanno sempre visto in questo pallido sasso  desolato un confidente silente delle proprie passioni o dei propri tormenti; non ultimo, dovre avremmo inviato gli astronauti delle missioni Apollo?  Su Marte, direttamente? … no! Mettiamola così: teniamoci ‘sta Luna, per quanto desolata eppure magnifica.

 

Nel luglio del 1969, l’immagine in bianconero di Aldrin che scendeva la scaletta, dopo essere arrivata all’ultimo scalino, fece una pausa. Neil Armstrong era già sceso. Non c’era motivo di diffidare della consistenza del suolo. Ormai si sapeva che lo spessore dello strato di polvere era contenuto. Allora perché quell’attimo di titubanza?

Perché, spiega l’autore, si era fermato per espletare una funzione corporale che non aveva potuto fare prima: la pipì. Gli astronauti avevano una specie di tubo che portava l’orina ad un sacchetto collocato un poco più in basso della vita, all’interno della tuta. Un sistema ben collaudato.

Molti piloti di aeroplano hanno l’abitudine di fare la pipì dietro la coda dell’aereo, prima di andare in volo. Forse oggi questo rito non è più seguito come nel passato, anche piuttosto recente. Ma parliamo del 1969. Era una specie di rito scaramantico. E anche una necessità, perché una volta in volo…

Ma c’è un’altra ragione, che Aldrin riporta spesso nei suoi libri come nelle sue conferenze e si trovano anche su YouTube, nelle interviste video pubblicate: se non poteva essere il primo a mettere piede sulla luna, poteva essere il primo a farci la pipì. Una maniera molto elevata di marcare il territorio.

Il terzo capitolo si intitola: Homeward bound – [Verso casa]. Il ritorno a casa.

E dal quarto in poi ritorna l’argomento più duro, quello del riadattamento alla vita comune.

Infatti il quarto capitolo si intitola subito: After the moon, what next – [Dopo la Luna, che altro c’è?] Un titolo molto illuminante.

Buzz Aldrin nella foto che, complice anche questa copertina del National Geographic”  (Vol. 136, No. 6 ) del dicembre  1969,  lo ha reso pressochè immortale e nella quale si scorge uno scorcio della sua Luna desolata

Passiamo attraverso capitoli come: Realignment, Flying high, flying low, duty and dilemma, uman side of hero, controlled alcoholic, turning point, reawakening – [Riallineamento, volando alto, volando basso, dovere e dilemma, lato umano di un eroe, controllo alcolico, giro di boa, risveglio], etc etc…

Molto viene dedicato al nuovo amore della sua vita: Lois. La biondissima Lois, che possiamo vedere insieme a Aldrin in molti filmati di YouTube.

Il libro prosegue il racconto di tutti gli anni a seguire, fino ai giorni nostri, o quasi, visto che l’edizione è del 2009.

Per comprendere l’entità delle dimensioni del Saturn V, il razzo vettore utilizzato per le missioni Apollo, è sufficiente confrontare i tre operatori ripresi sul lato sinistro del fotogramma rispetto ad uno degli stadi del colosso in attesa di essere trasferito dall’hangar alla piattaforma di lancio della NASA. Questo anche a dimostrare l’enormità di mezzi mesis in campo dall’amministrazione statunitense per raggiungere la superficie lunare.

E’ un racconto molto interessante, non si riesce davvero a staccare gli occhi dallo scritto, per vedere cosa succede dopo. Gli insegnamenti che si ricavano da questa lettura sono immensi e di immenso valore. Si ha l’impressione di vivere in America, ci si immerge in un ambiente e in una mentalità diversa dalla nostra, ma che sembra di conoscere già e qui la riscopriamo ad ogni pagina, consolidandone la conoscenza.

Non penso di rovinare nessuna sorpresa se anticipo che, come nelle migliori storie, anche quella con Lois finirà per andare in pezzi, con divorzio e controversie legali.

Oggi Buzz Aldrin è ancora in piedi. Più forte e determinato che mai, spinge con grande energia la corsa alle esplorazioni spaziali e alla colonizzazione di Marte.

Ha ideato un progetto per rendere possibile tutto questo. Un’idea complessa, che si condensa in una frase emblematica che troviamo dappertutto intorno a lui, come nelle magliette che il suo sito vende per e-commerce etc: Get your ass to Mars – [letteralmente: porta il tuo culo su Marte].

Buzz Aldrin oggi.

Anche questo si trova su internet, su Youtube e Facebook.

L’argomento è tutt’altro che esaurito e avremo modo di riparlarne.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)



Nota della Redazione

Tutte le fotografie presenti in questa recensione sono state prelevate gratuitamente dallo splendido sito web Apollo archive che vi invitiamo a visitare in lungo e largo. Troverete centinaia di scatti a colori e in bianco e nero che ripercorrono le missioni Apollo nonchè le pre e post Apollo. Ricco di didascalie e di ulteriore materiale collaterale, è un sito divulgativo cui non smetteremmo mai ti attingere. Perchè se è vero che la storia, per essere viva,  deve essere vissuta, ebbene siamo certi che questa è la migliore opportunità offerta a coloro che vogliano farlo davvero




No dream is too high

Mission to Mars

Return to Earth



The last man on the moon

titolo: The last man on the moon – [L’ultimo uomo sulla Luna]

autore: Eugene Cernan e Don Davis

editore: St. Martin’s Griffin – New York

ISBN: 978-0-312-19906-7 e 0-312-19906-6





Se Neil Armstrong è stato il primo a mettere il piede sulla Luna, Eugene Cernan è stato l’ultimo. L’ultima orma impressa sulla polvere del suolo lunare è stata la sua, un attimo prima di salire la scaletta del LM (Lunar Module – modulo lunare). Da quel momento nulla più ha turbato la millenaria desolazione del nostro satellite per decenni e solamente adesso si torna a parlare di nuovi progetti per nuove spedizioni. Ma queste dovrebbero essere finalizzate a fare della Luna una sorta di base, di stazione di servizio per viaggi più lunghi. Anzi, per uno in particolare: quello verso Marte.

A mò di annuario scolastico (che tanto adorano gli statunitensi), ecco la solita, canonica foto di missione diramata dalla NASA che ritrae Eugene, detto “Gene”, Cernan. L’astronauta, a tutt’oggi, è stato l’ultimo esponente dell’umanità ad aver lasciato il suolo lunare. Erano le ore 05:40 UTC del 14 dicembre 1972. Con periodica puntualità si parla di far tornare astronauti sulla Luna … vedremo!

Questo libro, ancor più degli altri che ho letto sull’argomento delle missioni spaziali, mi ha coinvolto e tenuto letteralmente appiccicato al kobo per lunghe ore, del giorno e della notte.

Le prime pagine riguardano un incidente occorso a tre astronauti il 27 gennaio 1967. Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee, l’equipaggio di quella che avrebbe dovuto chiamarsi la missione Apollo 1, schedulata per partire un mese più tardi, si stavano addestrando all’interno della navicella sulla rampa di lancio quando un incendio invase la loro cabina. Provarono ad uscire, ma il portellone si rifiutò di aprirsi e in una manciata di minuti la tragedia era compiuta. Dopo, il problema fu studiato e risolto, anche quello che aveva riguardato il portellone, ma intanto l’era delle missioni Apollo aveva avuto un pessimo inizio.

La missione Apollo 17, più di tutte le altre missioni, ebbe un contenuto ad alto tasso scientifico. Qui è ritratto l’intero equipaggio a bordo del LRV con sullo sfondo il “solito” razzo vettore Saturno V e il logo della missione.

Il primo capitolo del libro di Cernan si intitola: Fire on the pad – [Fuoco sulla rampa di lancio].

Il lancio dell’enorme razzo Saturno V con a bordo l’equipaggio e i materiali della missione Apollo 17 avvenne dalla piattaforma di lancio 39a del KSC, acronimo del Kennedy Space Center. Era la notte del 7 dicembre 1972, alle 05:33:00 UTC. Si trattò del primo lancio notturno effettuato durante tutte le missioni del programma Apollo. Ne giovarono molto le fotografie

Il resto del racconto in prima persona di Cernan si snoda in tanti capitoli e ripercorre tutta la storia che altri astronauti hanno raccontato nei loro libri, solo che qui il punto di vista è quello estremamente interessante di un uomo diverso.

Diverso in cosa?

Diverso in molteplici aspetti.

Senz’altro Cernan ha un carattere più espansivo e comunicativo. Infatti coglie aspetti che altri non avevano espresso, sebbene anch’egli usi una terminologia parecchio tecnica.

Un elemento molto importante e che costituisce una notevole differenza dagli altri, a mio avviso, è che Gene Cernan, pur essendo americano, con mentalità tipica americana e addestrato come pilota militare, con uno standard duro e rigido, la sua origine è europea. Lui ha radici cecoslovacche, proviene da quella che oggi è la repubblica slovacca.

Conosco bene quella nazione. Ho visto il suo paese, parlo un poco anche la sua lingua e conosco il paese di nascita di sua madre: Tàbor. La gente è semplice e meravigliosa, ha una cultura notevole ed una storia altrettanto importante.

Nel libro, spesso si ritrova traccia di una impostazione mentale più rivolta all’aspetto umanistico che a quello troppo tecnico, nella narrazione di fatti che altrimenti non riuscirebbero a passare i concetti complessi che l’autore vuole condividere.

Che cosa vorrebbe trovare il lettore in un libro del genere?

Vorrebbe sapere cosa ha provato un astronauta nello svolgere il suo lavoro.

Vorrebbe essere con lui idealmente e vivere le avventure proprio come se ci fosse stato lui stesso.

Durante le fasi del lungo addestramento necessario per le faticose attività EVA (extra veicolary activity – attività extra veicolari, ossia effettuate fuori dal LM) previste durante la missione Apollo 17, il comandante Gene Cernan ricevette la visita della sua famiglia e di un’amichetta della figlia. I fotografi ufficiali della NASA avrebbero mai potuto farsi sfuggire una simile opportunità ? … certo che no! E noi siamo loro infinitamente grati perchè ci hanno consegnato questa posa di famiglia astronautica. Ora, mentre la moglie Barbara è facilmente individuabile, la famosa figlia Tracy (Teresa) è la ragazzina che indossa la maglietta rossa. All’epoca di questo scatto aveva solo 9 anni.

Vorrebbe sapere, vivere i fatti senza aver dovuto passare prima attraverso il durissimo e lungo studio e il contemporaneo addestramento.

Vorrebbe percorrere l’infinito e pericoloso viaggio verso la Luna e ritorno, senza però correre alcun rischio.

Gene Cernan riesce a comunicare tutto questo. Ci sono certi passaggi che, seppure scritti in inglese, raggiungono la mente ed il cuore del lettore fino a farlo commuovere e a fargli, a volte, accapponare la pelle.

Per noi piloti, che possiamo leggere e comprendere meglio i racconti perché possiamo confrontarli con molti aspetti aeronautici ben conosciuti per averli provati noi stessi, questo libro è qualcosa di formidabile.

Come al solito non voglio rivelare troppo, per non privare il lettore del piacere di “ascoltare” di persona le parole di Cernan, ma alcune perle della sua narrazione sono troppo belle per non parlarne qui.

Una di queste riguarda il primo incontro con la moglie Barbara, tanto bella da lasciarlo senza fiato la prima volta che l’ha vista.

Per poterla conoscere ricorre ad uno stratagemma, ma di lì a poco erano sposati.

Barbara resterà la sua migliore sostenitrice. Il loro matrimonio resisterà agli attacchi furiosi delle vicende che, invece, travolgevano senza scampo la vita matrimoniale di tanti altri colleghi.

Dopo poco nasce la figlia Tracy.

Gene Cernan ritratto mentre effettua il test-driving – [test di guida] del LRV, il Lunar Rover Vehicle – [veicolo di ricognizione lunare]. Per guidarla, chissà che patente avrà conseguito!?

E a questo riguardo voglio rivelare subito qualcosa di unico che riguarda questa ragazza. Prima di risalire la scaletta del LM per ripartire dalla Luna, nel predisporre le apparecchiature che dovevano essere lasciate sul suolo lunare, Cernan trova il tempo di scrivere il nome della figlia sulla polvere. Il nome è ancora lì, dove resterà per secoli e millenni, perché nessun evento fisico o meteorologico lo potrebbe cancellare.

Interessantissimi sono i resoconti delle prime prove di aggancio in orbita tra una navetta Gemini e un altro veicolo che veniva lanciato allo scopo qualche ora prima. I cosiddetti rendez-vous, dei quali era un esperto Buzz Aldrin, ma che dovevano essere provati da tutti gli altri, perché le missioni Apollo dipendevano da questa tecnica piuttosto complessa.

E le prime esperienze di attività extra veicolari? Cernan, in una di queste, scoprì quanto fossero stressanti. Si stancò moltissimo, perché ogni movimento degli arti doveva vincere la resistenza della tuta pressurizzata che si opponeva ad ogni movimento. E al momento di rientrare a bordo della navetta, proprio la tuta pressurizzata così espansa per essere stata esposta alla diretta radiazione solare e a temperature elevatissime, non entrava bene attraverso lo spazio strettissimo della porta. Anche questo problema, emerso durante le prime prove, fu risolto nelle successive.

La missione Apollo17 stabilì diversi record di: – permanenza degli astronauti sulla superficie lunare; – tempo totale di attività extraveicolare (EVA); – durata complessiva (ben 3 giorni e 3 ore partendo dal lancio all’ammaraggio); – quantità di campioni raccolti e riportati sulla Terra. Purtroppo sarà anche l’ultima missione dell’ambizioso programma che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe consentito agli Stati Uniti di recuperare il divario tecnologico nel settore aerospaziale rispetto all’allora Unione Sovietica. Questo è uno dei fotogrammi tra i più famosi che hanno immortalato Eugene Cernan sporco e impolverato sulla Luna. La frase con la quale la salutò non è famosa tanto quanto quella del suo famoso collega Neil Armstrong, tuttavia merita di essere ricordata: “Ce ne andiamo come siamo venuti e, se Dio vuole, come ritorneremo, con pace e speranza per tutto il genere umano”. Amen

C’era stato un commento fatto da un astronauta, al rientro da un volo sub orbitale. Aveva detto, in preda a commozione, che nel vedere la Terra da quell’altezza aveva pensato che avrebbe potuto, idealmente, tirare fuori un braccio e accarezzare il volto di Dio. Certamente un’espressione efficace, che rende l’idea.

Cernan, da parte sua, in rotta verso la Luna, dopo aver lasciato l’orbita terrestre ed essersi addentrato nella spazio profondo, nel vuoto assoluto e buio, dice che questa solitudine non gli comunicava nulla di tetro o spaventoso.

Io vedevo solo bellezza, una bellezza infinita e una perfezione assoluta”. Dice.

La missione Apollo 17, a differenza di tutte le altre, non aveva per equipaggio solo piloti.

A Cernan, comandante della missione, capita di avere con sé uno scienziato. Un geologo, uno che poteva osservare e comprendere meglio la natura delle rocce e la consistenza del suolo lunare.

Inizialmente era rimasto sconcertato da una simile scelta. Un pilota è un pilota. Ci si intende meglio fra due persone che hanno la stessa professionalità, specialmente nel caso in cui qualcosa dovesse andare storto. Un pilota comprende e reagisce in tempi brevissimi e a volte questo può fare la differenza.

Ma un geologo?

Il geologo era stato addestrato in maniera mirata alla missione ed aveva anche fatto un certo numero di ore di volo. La diffidenza, pian piano, lascia spazio alla fiducia. Infatti, è storia, tutto finirà per andare bene.

Ma c’è un’altra cosa che Gene Cernan mette in evidenza nel suo libro.

Tutti gli astronauti erano concordi nel dire quanto fosse difficile, se non impossibile, comunicare attraverso la parola o attraverso qualunque altro mezzo, ciò che avevano provato durante le missioni. Perfino le persone più intime, che ogni giorno ed ogni ora condividevano con loro la vita, erano impossibilitate a capire. E a nulla serviva spiegare. Alla fine, l’unica risoluzione era quella di lasciar perdere.

Chi vola, con qualunque mezzo, può capire questa impotenza a comunicare. Un semplice pilota di aliante, che vola nella poesia del cielo, nel silenzio, tra le nubi, non riesce a comunicare ad altri realmente cosa prova.

Il 19 dicembre 1972 alle ore 19:24 UTC, avvenne l’ammaraggio del modulo di comando dell’Apollo 17 nelle acque dell’Oceano Pacifico. Questa è la splendida immagine (scattata da un elicottero di appoggio) che ritrae il cosiddetto spash down – [ammaraggio]. L’equipaggio venne recuperato dalla portaerei USS Ticonderoga che, già in occasione della precedente missione Apollo 16, si era prestata quale nave di recupero. Nel momento in cui il modulo toccò l’acqua dell’Oceano terminò ufficialmente il programma lunare statunitense.

Lo sappiamo anche noi tutti, semplici piloti di Aeroclub. Inutile spiegare. Le persone più vicine a noi, sebbene a volte ci accompagnino perfino nei nostri voli, arrivano a capire fino ad un certo punto. L’essenza più profonda della mente di un pilota responsabile, che percepisce e decide, con le mani sui comandi, le invisibili traiettorie attraverso l’etere, resta incomunicabile.

E oltremodo personale.

Anche questo libro, così come gli altri, non si limita a parlare delle missioni. Parla abbondantemente del prima e del dopo. Ed anche la storia che segue l’ultimo allunaggio del 1972 è di grande interesse. Quella di Cernan è leggermente diversa.

Alla missione Apollo 17 dobbiamo concedere anche il merito di aver regalato all’umanità questa immagine strepitosa del nostro pianeta. Risale al lontano 7 dicembre 1972 e fu scattata ad una distanza di circa 29.000 km dalla Terra.

Tuttavia, per la cronaca, anche il suo matrimonio con Barbara, sebbene durato più a lungo, finisce per cedere. E per lasciare il posto ad un’altra storia, con una donna diversa.

L’unica cosa stabile resta il nome della figlia Tracy, incisa nella polvere lunare, a quasi 500.000 km dalla Terra.

 

Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

Didascalie a cura della Redazione






Nota della Redazione

Tutte le fotografie presenti in questa recensione sono state prelevate gratuitamente dallo splendido sito web Apollo archive che vi invitiamo a visitare in lungo e largo. Troverete centinaia di scatti a colori e in bianco e nero che ripercorrono le missioni Apollo nonchè le pre e post Apollo. Ricco di didascalie e di ulteriore materiale collaterale, è un sito divulgativo cui non smetteremmo mai ti attingere. Perchè se è vero che la storia, per essere viva,  deve essere vissuta, ebbene siamo certi che questa è la migliore opportunità offerta a coloro che vogliano farlo davvero


The last man on the moon



Neil Armstrong – The success of Apollo 11 and the first man on the moon

titolo: NEIL ARMSTRONG – The success of Apollo 11 and the first man on the moon – [Neil Armstrong – Il successo dell’Apollo 11 e il primo uomo sulla Luna]

autore: Roman Parmentier in collaborazione con Romain Prevalet

traduzione dal francese di: Carly Probert

editore: 50minutes.com

ISBN e-book: 978-2-8062-7609-4





Neil Armstrong è stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna. Insieme a Buzz Aldrin è sceso con il modulo lunare (LM, Lunar Module) denominato “Eagle” ed è arrivato sulla superficie polverosa del nostro satellite nel luglio del 1969. Intanto, nel modulo di comando, denominato “Columbia”, dal quale l’LM si era separato e che era rimasto ad orbitare intorno alla Luna, Mike Collins effettuava da solo una gran mole di calcoli e controlli e teneva aggiornati i dati della missione in costante contatto con la Terra.

Neil Armstrong è universalmente conosciuto come il primo uomo a mettere piede sulla superficie lunare – è vero – ma a mantenere scolpita la sua notorietà nella memoria universale è più che altro la famosa frase che pronunciò mentre scendeva dalla scaletta del LM: “Questo è un piccolo passo per [un] uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”-. La storia ufficiale vuole che la frase fosse coniata dallo stesso Neil nel corso del lancio e nelle ore successive all’allunaggio mentre recenti indiscrezioni giornalistiche riportano una dichiarazione del fratello di Neil secondo le quali il futuro eroe della missione Apollo 11 gliela anticipò una sera, scritta sopra un bigliettino di carta, mentre giocavano a Risiko. E questo ben prima del fatidico lancio. Un dato è certo: l’affermazione del comandante della missione Apollo 11 fu tutt’altro che estemporanea. Non dateci dei visionari o dei complottisti ma … non stentiamo a credere che alla NASA occorresse un’affermazione memorabile, un’aforisma indelebile che rimasse nel tempo a suggellare un’impresa che era certamente memorabile ma che, inevitabilmente, avrebbe rischiato di cadere comunque nell’oblio. E’ dunque molto probabile che la frase sia stata studiata, limata, masticata e digerita dai un vero e proprio comitato editoriale fino a giungere alla versione che, effettivamente, è rimasta indenne al trascorrere del tempo. Suggestioni? Congetture? Sì, probabilmente, ma non dimenticate che la missione Apollo 11, mai come prima era accaduto, ebbe una copertura mediatica in perfetto stile hollywooddiano. Tenete conto che, con l’esclusione delle nazioni facenti parte del blocco sovietico, ¾ della popolazione mondiale seguì l’allunaggio in diretta, via radio e via televisione, senza parlare poi delle tonnellate di carta che furono stampate dai giornali e dalle riviste a proposito dell’evento. Per quanto poi riguarda la diatriba pluriennale che riguarda la pronuncia o meno dell’articolo “un” uomo da parte di Neil Armstrong stendiamo un velo pietoso: lui fu sicuramente il primo uomo a stampare il suo bel piedone sulla Luna e che abbia compiuto il gesto da semplice uomo o da rappresentante dell’intera umanità … beh, poco cambia. Questo in barba a perizie fonetiche, elaborazione audio digitali e ricerche linguistiche sul dialetto del Midwest.

Neil Armstrong era nato il 5 Agosto 1930 in Ohio. Appassionato di aeronautica, aveva conseguito il brevetto di pilota prima ancora della patente per l’automobile.

Si era laureato in ingegneria aeronautica all’Università Purdue. Dopo essersi arruolato come pilota militare della Marina era andato a combattere nella guerra di Korea.

Neil Armstrong ritratto accanto al musetto dell’aereo-razzo X-15. Anche i trascorsi scolastici di Neil sono a dir poco singolari. Dopo aver frequentato la Blume High School di Wapakoneta (suo paese natale) in Ohio, si iscrisse nel ’47 alla facoltà d’ingegneria aeronautica della Purdue University, anonimo college con sede nella sconosciuta cittadina di West Lafayette, nello stato dell’Indiana. E questo benchè avesse ottenuto l’ammissione al ben più blasonato MIT, acronimo del celeberrimo Massachusetts Institute of Technology, già allora vera eccellenza tra le più prestigiose università statuntensi. Pare che Neil maturò questa scelta dopo essersi confidato con l’unico ingenere di sua conoscenza (forse un amico di famiglia) il quale lo convinse che non sarebbe stato necessario trasferirsi a MIT giacchè, anche frequetando una onesta università di uno stato di confine, sarebbe riuscito a conseguire un’ottima preparazione ingegneristica. Molto più verosimilmente è probabile che la sua scelta fu dettata da questioni di natura squisitamente economica, in quanto, benchè il padre di Neil fosse uno stimato revisore dei conti impiegato presso il governo dello Stato dell’Ohio, non poteva disporre certo di grandi somme di denaro da mettere a disposizione del figliolo (ricordiamo che, negli USA, l’istruzione di livello superiore è piuttosto costosa). Neil però, per nulla affranto e comunque desideroso di coronare il suo progetto, riuscì a pagarsi la retta universitaria approfittando dell’opportunità offertagli dal “Piano Halloway” che consentiva di frequentare gli studi universitari proprio a quei giovani intellettualmente promettenti seppure incapaci della necessaria disponibilità economica. Affinchè costoro si potessero laureare a costo praticamene zero, Il piano prevedeva due anni di studio, tre anni di servizio militare e ancora due anni di studio. Detto fatto: il nostro Neil si iscrisse nel 1947 alla Purdue University ottenendo voti nella media nel corso dei primi due anni; nel 1949 fu arruolato dalla Marina e, al ritorno dalla Guerra di Corea, frequentò il campus universitario con profitto i due anni successivi tanto che nel 1955, a 22 anni, conseguì la laurea di primo livello nel corso di ingegneria aeronautica. Ma la passione per lo studio e il modo accademico non lo abbandoneranno mai giacchè nel 1970 la University of Southern California gli riconobbe un Master of Science in ingegneria aerospaziale mentre, conclusasi definitivamente la sua esperienza astronautica, decise di accettare l’incarico di docente di ingegneria aerospaziale presso il minuscolo Dipartimento di ingegneria aerospaziale dell’Università di Cincinnati dove rimase per otto anni dopodichè, senza apparenti motivazioni, rassegnò le dimissioni. Ad ogni modo, durante la sua vita ricevette vari riconoscimenti accademici onorari da numerose università e dunque, a torto o a ragione, Neil Armstrong è ricordato come l’astronauta-ingegnere o il pilota-professore. Per inciso, presso la Purdue University si sono laureati, oltre al nostro Neil Armstrong, ventitré astronauti americani tra i quali Eugene Cernan, l’ultimo uomo a camminare sulla Luna. Per tale motivo la Purdue University è soprannominata “Cradle of Astronauts”, ovvero la “culla di astronauti”. Non male per un’anonima università di confine.

Al suo ritorno divenne pilota sperimentale (test pilot), operando insieme ad un altro leggendario pilota, Chuck Yeager, il primo uomo ad aver superato il muro del suono.

Nel 1962 passò alla NASA, nel 1965 partecipò alla missione Gemini 8. Dunque Armstrong, a differenza degli altri suoi colleghi, tutti militari, era civile. Anche se era stato in servizio nell’Aviazione della Marina ed aveva le stesse origini militari degli altri.

Poi venne selezionato come comandante della famosa missione Apollo 11, quella che effettivamente compì il primo allunaggio. 

Neil Armstrong compì il suo primo volo (in qualità di passeggero, s’intende) alla tenerissima età di soli sei anni, a bordo di in Ford Trimotor ma la sua passione aviatoria era tanta e tale che conseguì il brevetto di volo a soli 15 anni prendendo lezioni di volo nell’aeroporto della contea di Wakaponeta (dove era nato), ossia prima ancora di raggiungere l’età legale prevista per la patente di guida per le automobili. Ovviamente il legame con questo figlio divenuto illustre è oggi ben manifesto nel territorio che gli diede i natali. A Neil è infatti dedicato  il “Neil Armstrong Air and Space Museum” che ha sede proprio nel cuore della città di Wakaponeta nonchè un aeroporto civile, l'”Airport Auglaize County Neil Armstrong” situato a circa 15 km da Wakaponeta, nella contea di Auglaize, stato dell’Ohio

Molti astronauti, dopo il ritorno da queste complesse e stressanti missioni spaziali, ebbero conseguenze che influenzarono la loro vita successiva. Molti cercarono di continuare e si impegnarono in altri compiti nello stesso settore, altri faticarono per lunghi anni a riadattarsi alla vita normale.

Armstrong decise di non ritornare nello spazio. Con la fama che derivava dall’essere stato il primo conquistatore della Luna avrebbe potuto avere accesso a professioni importanti, con alte retribuzioni. Invece si limitò ad essere un semplice professore all’Università di Cincinnati.

Anche il suo matrimonio finì con un divorzio, come era accaduto agli altri suoi colleghi.

Morì il 25 Agosto 2012 a Cincinnati.

Durante la sua carriera ha pilotato innumerevoli tipi di macchine volanti, aerei, elicotteri, prototipi dell’ LM e alianti.

Neil Armstrong e l’equipaggio dell’Apollo 11 salgono a bordo del veicolo che li condurrà alla rampa di lancio del gigantesco razzo vettore Satuno 5. La missione con destinazione “Luna” sta per avere inizio. Il resto è storia.

Era appassionato di volo a vela, tanto che ha continuato a volare in aliante per molti anni.

Sebbene si sia guadagnato un’eterna fama per essere stato un pioniere delle imprese spaziali e primo uomo sulla Luna, Armstrong ha condotto una vita piuttosto ritirata. Evidentemente timido e riservato per natura, ha sofferto il gran numero di viaggi di rappresentanza e di conferenze che ha dovuto tenere insieme ad Aldrin e Collins, in tutti i paesi del mondo, subito dopo il ritorno dal viaggio sulla Luna.

Non sono a conoscenza di libri scritti da lui stesso. Sicuramente non ne ha mai scritti.

Altri autori hanno invece scritto libri su di lui, utilizzando il materiale ufficiale esistente, spesso di provenienza militare.

Vi siete mai domandati come e perchè Neil Armstrong divenne il primo uomo a mettere piede sulla Luna? Perchè proprio lui? Perchè un ingegnere, perchè un civile? Secondo la versione storicamente più accreditata Neil Armstrong fu scelto per una serie di combinazioni del tutto fortunose.  L’ex pilota della Marina statunitense era stato schedulato dalla NASA addirittura quale equipaggio di riserva per l’Apollo 8, dunque lontanissimo dalla missione lunare. Si verificarono però degli imprevedibili ritardi nella progettazione e nella realizzazione del modulo lunare LM  (in questo scatto d’epoca si può vedere Armstrong proprio davanti al clone di modulo lunare utilizzato per l’addestramento) che obbligarono l’ente spaziale a rivedere i programmi e le tempistiche già stabilite: l’ottava e la nona missione del programma Apollo, causa di forza maggiore, dovettero necessariamente essere invertite.  Accadde così che,  in virtù dello schema di rotazione degli astronauti adottato dalla NASA per le missioni Apollo, il nostro Neil si trovò catapultato improvvisamente al comando della missione Apollo 11. E’ pur vero che, egli superò brillantemente i feroci test psico-attitudinali cui gli tutti astronauti furono sottoposti e che anzi dimostrarono il suo carattere riflessivo, ponderato, non incline a facili entusiasmi né a demoralizzarsi facilmente. Insomma Neil apparve da subito il candidato migliore da porre al comando di una missione tanto delicata. Occorreva un pilota – sì -, ma anche un ingegnere che conoscesse a fondo il modulo di comando e il modulo lunare – certamente -, soprattutto occorreva un uomo che mantenesse la necessaria freddezza e il giusto equilibrio psico-fisico … requisiti che fecero di Neil il candidato perfetto a svolgere il gravoso incarico di capo missione. Peraltro la storia vuole che fosse l’allora direttore “Flight Crew Operations” della NASA, Donald “Deke” Slayton, in accordo con Robert R. Gilruth, all’epoca direttore del Manned Spacecraft Center (ora Johnson Space Center ) della NASA a stabilire che il comandante della missione sarebbe stato anche il primo a sfiorare il suolo lunare. E questo con grande pace di Buzz Aldrin, secondo membro dell’equipaggio del LM e di Michael Collins, relegato a bordo del modulo di comando, in orbita lunare.

Questo libro è stato scritto da due autori francesi e tradotto in lingua inglese. In pratica si tratta di una stringata biografia della sua vita. Riporta i fatti principali della carriera militare e di quella di pilota sperimentale, proseguendo con il susseguirsi degli eventi da lui vissuti presso la NASA, culminati con l’allunaggio dell’Apollo 11.

La retrocopertina del volume che ha come protagonista Neil Armstrong

Uno dei capitoli, ad esempio, si intitola: After the moon landing (dopo l’allunaggio). E riporta il ritiro dalle missioni spaziali per divenire un professore universitario. E non solo, in verità. Armstrong ha fatto anche parte delle commissioni di inchiesta per la NASA ed ha investigato sugli incidenti dell’Apollo 13 del 1970 e dello Space Shuttle Challenger nel 1986.

Il libro prosegue con una trattazione analitica della situazione internazionale degli anni successivi, la Guerra Fredda, con riferimento allo sviluppo delle altre imprese spaziali di Stati Uniti e Russia in questa nuova realtà politico-economica.

Segue un’altra panoramica sull’Apollo 11 ed il racconto particolareggiato di tutta la missione. Evidentemente gli autori hanno utilizzato resoconti disponibili in grande abbondanza, ma che non aggiungono nulla di nuovo sul nostro distaccato e riservato astronauta.

Prove sperimentali di discesa sulla Luna. Sembra facile ma immaginate solo per un istante di scendere voi sulla Luna percorrendo la minuscola scaletta a pioli del LM e, soprattutto, con quel catafalco addosso. Mica un scherzo!?

Il libro infatti finisce così.

Nel complesso è un documento interessante. Sta bene nel kobo. Magari insieme ad altre biografie di Armstrong, scritte da altri autori. Giusto per comparazione.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

Didascalie a cura della Redazione






Nota della Redazione

Tutte le fotografie presenti in questa recensione sono state prelevate gratuitamente dallo splendido sito web Apollo archive che vi invitiamo a visitare in lungo e largo. Troverete centinaia di scatti a colori e in bianco e nero che ripercorrono le missioni Apollo nonchè le pre e post Apollo. Ricco di didascalie e di ulteriore materiale collaterale, è un sito divulgativo cui non smetteremmo mai ti attingere. Perchè se è vero che la storia, per essere viva,  deve essere vissuta, ebbene siamo certi che questa è la migliore opportunità offerta a coloro che vogliano farlo davvero



Mission to Mars

titolo: Mission to Mars. My vision for Space Exploration – [Missione verso Marte. La mia visione dell’esplorazione dello Spazio]

autore: Buzz Aldrin e Leonard David

prefazione di: Andrew Aldrin (figlio di Buzz)

editore: National Geographic Society

ISBN: 978-1-4262-1018-1





Questo libro di Buzz Aldrin è l’ultimo che ho letto in ordine di tempo. E forse è anche l’ultimo che ha scritto. Aldrin è nato nel 1930. Nonostante la veneranda età ha ancora molto entusiasmo e un inesauribile interesse per lo Spazio, per i viaggi spaziali in generale e per la conquista del pianeta Marte in particolare. Infatti non perde occasione per promuovere iniziative in tal senso. Partecipa a conferenze, incontri, manifestazioni, gestisce un apposito sito Internet e scrive libri.

Questo libro, in particolare, è diverso dagli altri scritti precedentemente. Gli altri erano autobiografie, resoconti di missioni nello spazio e del primo allunaggio.

Qui, sin dalle prime pagine, si comprende che l’argomento non riguarda il passato, ma il futuro.

Sono otto capitoli densi di tecnica, scienza, finanza, politica, progetti veri e propri di conquista, utilizzo, sfruttamento delle risorse energetiche di Luna, asteroidi e del pianeta rosso.

Non si tratta di studi dell’ultima ora, ma di un resoconto finale del lavoro costante e certosino di un’intera esistenza.

Quel satanasso di Buzz Aldrin, alla sua venerabile età (è un classe 1930!), non si risparmia un solo istante e non perde neanche un’occasione nel promuovere le sue convinzioni circa la necessità di un insediamento umano permanente sul pianeta rosso. Anche la maglietta che indossa immancabilmente in tutte le occasioni pubbliche cui partecipa non viene meno al suo spirito guasconesco. A tradurla esattamente vuole dire: “Porta il tuo culo su Marte!”. Più chiaro di cosi?!

Già da studente si era laureato in scienze aerospaziali al famoso MIT, la prestigiosa università con sede a Boston. Al Massachusetts Institute of Technology aveva discusso una tesi sulle tecniche di aggancio e sgancio di due navicelle spaziali fuori dall’atmosfera terrestre. Un argomento che gli si rivelò oltremodo utile per essere assunto alla NASA. Quest’ultima aveva iniziato a reclutare piloti militari, ponendo come requisito essenziale che fossero tutti piloti collaudatori (test pilots).

Il primo gruppo, infatti, proveniva dalla base dell’aeronautica di Edwards, dove era la sede del reparto sperimentale. Erano tutti esperti test pilots.

Aldrin non lo era. Al primo tentativo fu rifiutato, proprio per questo motivo. Ma ripresentò la domanda, mettendo in risalto l’argomento della sua tesi di laurea e stavolta lo accettarono.

Come tutti gli autori che si rispettino, anche Buzz Aldrin si è impegnato in un’intensiva campagna promozionale del suo libro: “Missione su Marte. La mia visione dell’esplorazione dello spazio”. Era presente anche a Milano, in occasione dell’ultima giornata del Wired Next Fest, non più tardi del 28 maggio 2017. Nella città meneghina il “lunatico” Buzz è stato letteralmente sommerso dagli applausi dai numerosi presenti. Naturalmente il buon Buzz ha preso la parola e ha proclamato: “Marte andrebbe occupato con missioni continue che si possono succedere a distanza di anni per sostituire i coloni: dobbiamo andare e restare, non solo lasciare impronte e bandiere.” Inoltre ha aggiunto: gli Stati Uniti devono guidare una coalizione di nazioni: in 8 anni potremmo tornare sulla Luna per assemblare gli habitat e i lander riutilizzabili e da lì andare su Marte.” Poi, un poco melanconico ha concluso: “Ai nostri tempi non avevamo davvero un piano, stavamo rincorrendo la tecnologia”. E i sovietici – aggiungiamo noi -.

Come ben si sa, la tecnica di rendezvous è stata l’elemento chiave di tutte le missioni Apollo.

Dopo l’Apollo 11, quello del primo sbarco sulla Luna nel 1969, per Aldrin cominciò una vita difficile (curiosamente, prima di congedarsi dall’Aeronautica fece in tempo a prestare servizio come comandante della USA Test Pilot school Air Force base di Edwards, California), ma nel corso dei decenni successivi, pur con tutti i problemi di vita personale, non ha mai cessato di cercare un progetto in ambito spaziale al quale dedicarsi con impegno. Sembra che tutti gli astronauti avessero un bisogno psicologico di sostituire lo scopo elevatissimo appena raggiunto con uno altrettanto elevato, se non addirittura superiore.

Aldrin ha scelto la conquista di Marte.

Dopo il 1972, anno dell’ultima missione sulla Luna, l’Apollo 17, sono seguiti decenni di relativamente basso profilo, in ambito spaziale. Ci si è limitati a restare poco fuori dall’atmosfera, alcune centinaia di chilometri appena. Si è costruita la ISS (International Space Station), la Stazione Spaziale Internazionale e si è sviluppato lo Shuttle per i collegamenti con essa.

Niente più viaggi nello Spazio profondo.

Una cartolina da Marte

Andrew Aldrin, il figlio di Buzz, così scrive nella prefazione di questo libro:

This book represents a journey of its own. It began the moment my father set foot back on Earth. Since that time he has been constantly thinking about how people from Earth will inhabit another planet – [“Questo libro rappresenta un viaggio esso stesso. Cominciò nel momento in cui mio padre tornò sulla Terra. Da allora non ha fatto altro che pensare a come i terrestri avrebbero potuto colonizzare un altro pianeta]”.

Andare su Marte richiede mesi di viaggio. Dai sei agli otto, con la tecnologia attuale. Ma secondo Aldrin non ha molto senso andarci giusto per piantare una bandiera e tornare indietro con un fagotto di pietre, come è stato per la Luna. La sua idea non è una corsa tra nazioni, per stabilire chi ci arriva prima. Lui pensa che questo modo di fare sia ormai retaggio del passato, andava bene giusto all’epoca della Guerra Fredda. Oggi si deve pensare ad una collaborazione tra nazioni, al contributo che ognuna può apportare allo sforzo economico richiesto da un’impresa simile, allo sfruttamento congiunto delle risorse energetiche contenute nel sottosuolo degli asteroidi, delle cosiddette lune di Marte e nel sottosuolo e nell’atmosfera di Marte stesso. E bisogna abbandonare l’antica idea del coinvolgimento unico dei governi dei paesi partecipanti, lasciando campo aperto alle iniziative delle imprese private, comprese quelle turistiche. I viaggi intorno alla Luna possono essere organizzati per scopi turistici, come quelli verso la Stazione Spaziale Internazionale o addirittura verso una serie di Hotels spaziali costruiti allo scopo. In questo modo viene coinvolta l’intera umanità.

E se si va su Marte, ci si deve andare per restare. Lo scopo deve essere quello di colonizzarlo.

I tempi sono maturi, secondo Aldrin, per pensare alla specie umana che vive su più pianeti.

Questo libro, comunque, non è un libro di teorie più o meno ardite.

La retrocopertina dell’audace ex astronauta Buzz Aldrin

Aldrin presenta in queste pagine lo studio di tecniche perfettamente attuabili adesso, come lo studio dell’Aldrin Cycler.

Di cosa si tratta?

Spiegarlo in poche parole sarebbe troppo riduttivo. In estrema sintesi, si tratta di un veicolo spaziale, assemblato nello Spazio come la ISS, di ampie proporzioni per essere vivibile e confortevole. Una volta pronto, questo Cycler viene accelerato ed inserito in un tipo di traiettoria perenne che si snoda attraverso il sistema solare, tra la Terra e Marte. Per mantenere velocità e traiettoria viene sfruttata l’energia gravitazionale dei pianeti e per le necessarie e periodiche correzioni richiede l’impiego di poco carburante.

Quando il veicolo si trova a fare il giro intorno alla Terra può essere raggiunto da un altro veicolo apposito che può trasportare merce, carburante e persone e si può agganciare al primo con la tecnica del rendezvous.

La stessa cosa avviene nell’orbita marziana. Un veicolo che si sgancia e scende sulla superficie porta rifornimenti e persone. Ma un altro veicolo può partire da Marte e andare ad agganciarsi al Cycler per tornare verso la Terra. Dove scenderà mentre un altro salirà, e così continuativamente.

Geniale.

Sul libro tutto quello che ho ristretto in poche frasi è invece descritto nei minimi particolari. Ma la genialità non finisce qui. Aldrin non pensa ad un semplice spostamento di uomini e cose verso Marte. Piuttosto considera questo come la meta finale di un viaggio più lungo.

La Luna, per esempio.

Tornarci ha senso?

No, se ci si torna solo per passeggiarci sopra per ore o giorni.

Si, se si considera invece la costruzione di insediamenti definitivi allo scopo di sfruttarne le risorse del sottosuolo o altri tipi di opportunità, non ultimi, come ho detto, quello turistico.

Copertina e II di copertina di  Mission To Mars firmata dall’autore

Ormai si sa che sulla Luna c’è acqua, sebbene sia depositata, sotto forma di ghiaccio, all’interno di alcuni crateri, tanto profondi da essere sempre al riparo dei raggi solari in qualunque periodo dell’anno e in qualunque punto della sua traiettoria. Una risorsa praticamente inesauribile.

E’ necessario collocare alcuni satelliti stazionari che orbitino intorno alla Luna per consentire le comunicazioni costanti con la Terra e magari con altri veicoli spaziali.

Si, perché secondo Aldrin è possibile collocare veicoli spaziali opportunamente concepiti in ben determinati punti dello Spazio dove restano in equilibrio gravitazionale (sempre con minima richiesta di energia per correggere la propria posizione, quando serve).

E alcuni appositi veicoli spaziali potrebbero portare materiali ed equipaggi sulle lune di Marte, specialmente su Phobos, quella più vicina al pianeta, ma anche l’altra, Deimos, non è meno interessante e sfruttabile. Aldrin spiega in questo libro che per costruire gli insediamenti sul pianeta rosso si dovrebbero impiegare dei robot.

Da Phobos sarebbe possibile telecomandare le operazioni dei robot, in tempo reale ed immediato, senza dover fare i conti con il ritardo temporale del comando inviato dalla Terra. Nel caso di Marte, sia pure alla velocità della luce, un comando impiega una ventina di minuti per raggiungere il robot che opera sul suolo marziano. Troppo.

Il pluriottantenne Buzz Aldrin mentre firma una copia del libro oggetto di questa recensione. Da notare che, sul giubetto che indossa, fa bella mostra di sé la patch della missione Apollo 11 di cui fu membro. Immancabile, inoltre, la t-shirt un pochino scurrile – non c’è che dire – che invita a recarsi su Marte. E senza indugio alcuno – aggiungiamo -.

Solamente dopo aver realizzato questi insediamenti preliminari sulle lune di Marte, si potrà procedere alla colonizzazione permanente del pianeta rosso. Perché allora tutte le infrastrutture saranno pronte ad accogliere i primi occupanti.

Ho detto che l’idea di Aldrin è quella di un coinvolgimento globale di tutti gli stati e delle imprese private. Tuttavia, considerato che la Luna è stata conquistata dall’America, deve essere questa ad avere, di diritto, la leadership di tutte le operazioni spaziali. E questa idea, secondo me, potrebbe divenire quella meno condivisa…

Il libro contiene foto, schemi, disegni, che nel kobo non rendono al meglio.

Tuttavia, dal momento che questa carenza si può integrare con Internet e poiché su Youtube ci sono innumerevoli video di Aldrin e delle sue vicende, molte delle quali ricalcano proprio il contenuto dei suoi scritti, non esito ad esortare chiunque abbia un kobo o un altro tipo di ebook reader e una minima conoscenza della lingua inglese ad acquistare e leggere questo ebook.

E’ veramente illuminante.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)


No dream is too high

Magnificient desolation

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