Archivi categoria: Racconti tra le nuvole – VIII edizione

Alan Mc Carthy


Avete mai letto un libro di Emilio Salgari?

Al di la della pronuncia (non si sa mai se quella corretta sia Sàlgari o Salgàri ma parrebbe buona la seconda), siamo certi che in età infantile o al massimo adolescenziale abbiate letto almeno un libro del ciclo dei pirati della Malesi o del ciclo dei pirati delle Antille. E corretto? Confessate!

Il Britten -Norman Trislander è il velivolo protagonista delle avventure di sir MC Carthy. Evoluzione migliorativa del più convenzionale Britten-Norman BN-2 Islander, è stato costruito complessivamente in 85 esemplari a partire dal 1971 ma la sua produzione è cessata dopo che l’azienda è stata assorbita dalla Pilatus negli anni ’80. Da diversi anni è in programma una seconda generazione di Trislander ma, al momento, rimane probabilmente solo un bel progetto in attesa di tempi migliori . O di cieli migliori? – foto proveniente da www.flickr.com –

Chi vi scrive non ha invece alcun timore ad ammettere che rispolvera volentieri le imprese di Sandokan, di Tremal-Naik o del Corsaro Nero e che, non più tardi di alcuni mesi orsono, ha scovato addirittura un audiolibro tratto da un romanzo di Emilio Salgari. Il titolo? Semplice: “Le meraviglie del 2000”. Un ascolto molto illuminante, specie se consumato in pieno lock down.

Ma torniamo al nostro autore veronese, universalmente riconosciuto come il re della narrativa d’avventura, ingiustamente definita “per ragazzi”. Ebbene occorre ricordare a chi non ne conosce i tratti biografici, che il nostro Salgari non visitò mai i luoghi così magistralmente descritti né partecipò mai alle traversate o alle scorribande per i quattro angoli del pianeta che sono spesso presenti nei suoi romanzi. Egli visse tutto con la fantasia, chino sullo scrittoio della sua modestissima abitazione e nelle austere sale delle biblioteche che frequentò quasi quotidianamente.

Affermare che il Trislander sia alquanto singolare come velivolo è oltremodo eufemistico. Anche perchè, fatto salvo per alcuni i grandi velivoli commerciali che sono dotati di un terzo motore alla base della deriva (leggasi: il Dassault 900, il Lockeed L1110 Tristar, il Mc Donnell Douglas MD 11, il DC10,  ecc ecc), l’architettura del Trislander non è proprio così ortodossa tanto che non conosce uguali nel settore degl executive dotati di motori alternativi a combustione interna. Praricamente è unico nel suo genere … – foto proveniente da www.flickr.com – 

Non viaggiò mai in luoghi esotici e non incontrò mai qualcuno che potesse somigliare – anche lontanamente – ai personaggi che così vividamente ritratti troviamo nei suoi scritti. Salgari inventò tutto da fermo, lui statico e il suo mondo di eroi che gli turbinava tutto attorno.

Questa è la vista di cui  sarebbe possibile godere dalla cabina di pilotaggio di un Trislander in procedura di avvicinamento ad Alderney, una delle Isole del Canale della Manica così chiamata dai britannici mentre i francesi la chiamano Aurigny. Si tratta di una piccola isola di circa 15 chilometri quadrati vicina più alla costa francese che a quella britannca. Ha circa 2500 abitanti. Un’isoletta sperduta – penserete – e invece si tratta di un paradiso fiscale inserito a pieno titolo nella lista nera dei luoghi deputati alle frodi fiscali. Dunque frequentata, eccome, da uomini d’affari o sedicenti tali. Da qui la necessità di una linea aerea con voli regolari. Chissà se dispongono di un vano speciale per il trasporto delle valigette!? – foto proveniente da www.flickr.com –

Qualcosa del genere deve essere capitato anche a Bruno Bolognesi che, seduto nella sua abitazione di Esanatoglia e con l’ausilio del suo fido pc, ha creato quel turbinio di avventure che hanno per protagonista il suo comandante Alan Mc Carthy.

Il Trislander è considerato un velivolo da trasporto commerciale per uso regionale. I suoi tre motori gli consentono infatti il decollo e l’atterraggio in circa 500 metri e un’autonomia di circa 1600 km. E’ in grado di trasportare 18 persone a bordo mentre il suo carrello fisso assai robusto gli consente di operare anche da superfici semipreparate. E’ maneggevole a bassa velocità, robusto e con un buon carico utile unito ad un livello di rumorosità ragionevole. Non ultimo un certa economicità di gestione. – foto proveniente da www.flickr.com –

Ovviamente tutto in chiave moderna.

Dunque non lo troveremo sulla tolda di un praho (tipica nave usata dai pescatori e dai pirati malesi) bensì ai comandi del suo Brittan-Norman Trislander (singolare trimotore britannico), non con indosso il turbante degli uomini del Borneo bensì con i Ray-Ban Aviator che gli proteggono gli occhi. E non ci sarà neppure il muscoloso malese seminudo dalla pelle olivastra che si muove con fare flessuoso tra la fitta vegetazione della jungla, no. Qui troverete un flemmatico pilota dal tipico aplomb britannico eppure capace di decisioni fulminanti e con un fegataccio che nulla avrebbe da invidiare allo Yanez de Gomera di salgariana memoria.

Non c’è immagine migliore di quella dal basso per apprezzare la bontà di forme del Britten Norman Trislander – foto proveniente da www.flickr.com –

Ma andiamo con ordine.

Il racconto ha due livelli narrativi: il presente con i due personaggi protagonisti e il variegato passato avventuroso di Mr MC Carthy. Alla staticità di un tavolo di un bar di una tranquilla cittadina britannica si alternano le avventure di questo pensionato sui generis. E’ il racconto di un’intera notte perché sono le confessioni di un settantenne alla fine della sua carriera di pilota militare e civile che ne ha viste e ne ha fatte in vita sua. Il suo interlocutore è un giovane giornalista di una rivista specializzata di aviazione curioso quanto basta. E ne sentiremo delle belle.

Ancora una bella immagine di un Trislander in rullaggio verso l’area di parcheggio di un aeroporto toccato dalla linea aerea che collega diverse città della Gran Bretagna con Aurigny. In risalto la notevole apertura alare che consente a questo velivolo non certo “smilzo” di decollare e atterrare in spazi relativamente brevi. – foto proveniente da www.flickr.com –

Di più non possiamo aggiungere – altrimenti finirebbe la sorpresa – ma possiamo certamente anticiparvi che non mancheranno le invenzioni folgoranti, seducenti personaggi femminili, gesti di altruismo e atti di bontà come li trovereste nei romanzi di Salgari.

L’autore così sintetizza il contenuto del suo racconto:

Volare, librarsi nel cielo con un artifizio meccanico a tre eliche, rimbalzando tra l’emisfero Boreale e quello Australe, rincorrendo o anticipando albe e tramonti, come ha fatto il Comandante Alan Mc Carthy nella sua lunga e rocambolesca carriera, non è cosa da tutti.

Robert Sinclair, con una sua intervista al Comandante, ha raccolto il succo dolce-amaro della sua storia, sospesa ad un’altezza intermedia, dove è ancora possibile riconoscere i dettagli delle case e quasi, quasi gli umori di coloro che le abitano.

Noi aggiungiamo che, come Salgari, il buon Bolognesi ha inventato luoghi, situazioni, personaggi e riferimenti verosimili dando vita ad un racconto piacevole e, per alcuni versi, avvincente.

Qualora ce ne fosse stata necessità, l’occhio impietoso del fotografo, ha esaltato un particolare che non passa certo inosservato: la coda e la deriva motorizzata di questi tre Trislander al parcheggio nell’aeroporto di Manila. – foto proveniente da www.flickr.com –

Certo al nostro servizio di intelligence non è sfuggito il dettaglio che il Trislander non ha mai fatto parte delle British Armed Forces (l’equivalente delle nostre Forze Armate) o che nel mondo aeronautico piace ricordare che un motore Lycoming O-540 ha 260 roboanti cavalli e non degli asettici 195 chilowatt di potenza. Ma non per questo gliene vogliamo, anzi … siamo sinceramente dispiaciuti che il racconto non abbia raggiunto la fase finale del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, forse tradito dalla sua lunghezza (di una notte) o dalla minuziosa ricostruzione ambientale che ha distratto la giuria del Premio.

Se nel 1974 vi foste affacciati dalla terrazza dell’aerostazione dell’aeroporto di Glasgow, area passeggeri, ebbene avreste visto questo Trislander muoversi nel parcheggio. Poco dopo, per i soliti motivi di sicurezza, la terrazza fu chiusa e così, ad oggi, ci rimane solo questo scatto. – proveniente da www.flickr.com – 

Certo non ci spiacerebbe indossare i panni del giornalista e intervistare noi il sedicente pilota Bruno Bolognesi, magari seduti ai tavoli di una graziosa pasticceria italiana posta lungo le vie del suo stupendo borgo medievale marchigiano. Magari ci potrebbe svelare quanto c’è di fantasioso nel suo personaggio, a chi si è ispirato, come è scattata la molla della storia che ci ha regalato … Emilio Salgari? No, davvero?

Ma, fatto salvo per questa nostra insana curiosità, dobbiamo ammettere che troviamo questo racconto come assolutamente godibile sebbene la formula del lungo monologo del protagonista rischi facilmente di risultare banale … ma non tra le sapienti dita dell’autore che l’ha felicemente amministrata e dunque ha digitato una vicenda che mantiene sempre alta la curiosità del lettore. In questo testo la noia non trova appiglio.

Certamente il racconto è relativamente lungo ma è scritto con dovizia di particolari, reali o inventati che siano ma comunque credibili mentre i personaggi sono tratteggiati in modo encomiabile.

In definitiva un racconto da leggere e apprezzare tanto che, al termine, sognerete di diventare anche voi un po’ Alan MC Carthy … magari nella prossima vita, eh?



Narrativa / Lungo

Inedito

Ha partecipato alla VIII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2020


1933, LA CONQUISTA DI UN RECORD


– RAV

– 709,202

– AS6

–23/10/34

– M.C. 72

– 3000

Vi dicono qualcosa questi numeri e lettere apparentemente casuali? No?

Se aggiungessimo alcune nomi di luoghi o persone e termini tecnici?

– Desenzano del Garda

– rosso corsa

– alberi coassiali

– Lago di Bracciano

– Francesco Agello

– FIAT

– idroscalo

– record

– museo

Ancora non vi sovviene niente?

E allora se vi svelassimo queste altre informazioni?

– Castoldi

– idrocorsa

– Vigna di Valle

– Italo Balbo

– eliche controrotanti

– Mario Bernasconi

– Lago di Garda

– idrovolante

in tandem

– Tranquillo Zerbi

– Coppa Schneider.

Desistete? Buio totale? Beh … allora vi confesseremo che, in questo guazzabuglio di dati che ha le sembianze di un groviglio insignificante piuttosto che di una vera e propria guida sinottica, vi assicuriamo che una logica c’è, eccome.

Lo stesso senso logico che sta alla base del racconto di Roberto Ferri, apparentemente sconclusionato, in alcuni punti misterioso ma in realtà, a ben leggerlo, articolato e addirittura sorprendente per alcune trovate a effetto.

Il vero protagonista diel racconto di Roberto Ferri è questo mitico Macchi Castoldi M.C.72, matricola militare MM181, ritratto in uno scatto del 1999 presso il Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana di Vigna di Valle. In effetti sappiamo che, purtroppo, due esemplari furono perduti in incidenti di volo in cui persero la vita il capitano Giovanni Monti e il tenente Stanislao Bellini, il terzo con matricole militari MM177 fu quello che raggiunse per la prima volta nel 1933 il record di velocità con Agello – proprio quello citato nel racconto – e poi un quinto con matricole MM181 che è il detentore del record assoluto di 709 Km/h sempre conseguito da Agello nel 1934. – Foto proveniente da www.flickr.com

Ma procediamo con ordine nello svelare il mistero dei dati disordinati.

Il 23 ottobre 1934 venne scritta una delle pagine più gloriose della storia della Regia Aeronautica, l’Aeronautica Militare italiana dell’allora Regno d’Italia. Venne stabilito – ed è a tutt’oggi imbattuto – un record di velocità per la categoria di velivoli in grado di decollare e atterrare da superfici marine o lacustri, detti tecnicamente idrovolanti. In effetti si trattava di idrovolanti da competizione, da cui il termine più corretto idrocorsa.

Lungo le rive del Lago di Garda, nello specchio di lago antistante la radiosa cittadina di Desenzano del Garda, per volere di Italo Balbo, allora Sottosegretario della Regia Aeronautica e suo grande promotore in seno al regime fascista, aveva preso sede da alcuni anni un reparto di volo assai particolare. Si trattava del Reparto Alta Velocità – da cui l’acronimo RAV – che utilizzava l’esistente idroscalo di Desenzano per addestrare i suoi piloti in quello che, fondamentalmente, costituiva il tentativo italiano di aggiudicarsi un trofeo internazionale assai prestigioso quale la Coppa Schneider.

Il record è raggiunto: velivolo e pilota meritano lo scatto che, a beneficio dei posteri, ne incorona i meriti e le indubbie capacità. Agello verrà promosso sul campo (anzi sull’idroscalo) al grado di sottotenente e, dopo qualche anno, di tenente. Gli verrà inoltre conferita la MOVA (medaglia d’oro al valore aeronautico) mentre L’M.C.72 verrà posto in naftalina e conservato come una reliquia sacra nel santuario della storia dell’Aeronautica Militare Italiana che prende il nome di Museo Storico di Vigna di Valle. Purtroppo, tenuto conto dell’unicità delle soluzioni ingegneristiche adottate, questo velivolo non ebbe seguito o comunque non ebbe alcuna ricaduta tecnologica sui velivoli di serie, militari e non, e dunque si aggiunge alla lunga lista di velivoli da record che l’industria aeronautica italiana produsse a ridosso della II Guerra Mondiale senza alcun ritorno in termini di impiego bellico. Ma ci pensate ad un caccia (tipo il Macchi 205 Veltro) con un motore sviluppato da un motorone del genere? Altro che Rolls-Royce Merlin, altro che Daimler Benz DB 605! – Foto proveniente da www.flickr.com

Il reparto era affidato all’allora tenente colonnello Mario Bernasconi, un ingegnere-pilota- collaudatore già comandante del Gruppo sperimentale di Montecelio-Guidonia.

Nel tentativo di raggiungere il record di velocità alcuni piloti erano già periti in incidenti di volo sicché la sua scelta cadde quasi inevitabilmente sul talentuoso maresciallo pilota Francesco Agello. Anche perché, in termini antropometrici, egli aveva la taglia ideale per entrare nell’abitacolo assai angusto dell’idrovolante allora disponibile. Si trattava del M.C.72, costruito appositamente dall’industria aeronautica Macchi e progettato con italica genialità dall’ingegner Mario Castoldi.

L’idrocorsa era un portento di ingegneria meccanica e di aerodinamica votata alla velocità. Il suo motore, anzi i suoi motori, erano stati appositamente allestiti dall’ingegnere Tranquillo Zerbi della FIAT che, di fatto, aveva messo in fila due motori (tecnicamente si dice in tandem). Aveva creato così il supermotore denominato AS6. Sviluppava complessivamente 3000 cv di potenza. Un mostro!

Ancora una bella immagine che mette in risalto le linee affilatissime disegnate dall’ing. Castoldi. L’ala assomiglia a una lametta, la fusoliera è sagomata letteralmente attorno al motore AS6 e gli scarponi sono dimensionati quanto basta per assicurare il galleggiamente dell’idrocorsa, niente di più, giacchè costituiscono una fonte notevole di resistenza di avanzamento all’aria (oltre che all’acqua). Sia l’ala che gli scarponi sono coperti da lastre in ottone che recano tubetti delo stesso materiale utilizzati a mò di radiatori per il raffreddamento dell’acqua e dell’olio del calorosissimo motore FIAT. – Foto proveniente da www.flickr.com

Ma l’intuizione più fantasiosa era stata quella di dotare ciascun motore di una propria elica bipala collegata ad esso tramite un proprio albero, uno esterno e l’altro interno – coassiali, appunto – . Le eliche ruotavano una in un senso e una nell’altra; per questo motivo vengono usualmente chiamate controrotanti.

L’idrocorsa era un vero missile verniciato di uno splendido rosso, rosso corsa, appunto.

Qui giunti, dovreste avere un quadro abbastanza chiaro di tutte le informazioni misteriose di cui all’inizio … rimangono solo … ah, ecco … il record fu stabilito e poi migliorato ulteriormente, eccome, fino a raggiungere la spaventevole velocità di 709, 202 km/h!

Questa è una di quelle foto che, quando di parla di record di velocità per idrovolanti, di M.C. 72 e di Francesco Agello non può mancare. Il pilota di Castelpusterlengo, classe 1902, perì nel novembre del ’42 a seguito di una collisione in volo nei cieli dell’aeroporto di Milano-Bresso. Era ai comandi di un Macchi M.C.202 che stava collaudando. Il destino volle che si scontrasse con un velivolo dello stesso tipo pilotato dal colonnello Guido Masiero, ex asso della I Guerra Mondiale, divenuto famoso per aver partecipato nel 1920 al raid aereo Roma-Tokyo assieme ad Arturo Ferrarin. Le malelingue non potranno fare a meno di notare come, rispetto all’idrovolante, Agello risulti piuttosto piccino … e non a causa delle dimensioni immense della macchina volante che immensa non era davvero. In verità, le cronache dell’epoca riportano l’immagine di un pilota minuto, di statura di poco superiore al metro e sessanta, quasi tascabile … giusto appunto a misura perfetta di M.C.72! – Foto proveniente da www.flickr.com

E il velivolo?… dopo quel fatidico giorno fu religiosamente custodito negli anni a venire e oggi fa bella mostra di sé nella sezione degli idrocorsa presenti all’interno del Museo storico dell’Aeronautica Militare italiana che ha sede sulle rive del Lago di Bracciano, presso l’ex idroscalo di Vigna di Valle.

Svelato il mistero, spiegati tutti i dati elencati all’inizio! Sì, d’accordo, ma che c’azzecca il racconto di Roberto Ferri?

E allora ecco delle informazioni utili:

– studenti

– sorriso

– gita scolastica

– amore

– Lago di Bracciano

– esami di maturità

Niente? Ancora buio totale? Alzate le mani?

D’accordo … e allora ve ne anticipiamo i dati salienti.

Un dettaglio delle eliche bipala metalliche che l’ing. Castoldi decise di adottare per il suo idrocorsa. Girando sullo stesso asse ma in senso inverso una rispetto all’altra, le eliche eliminavano completamente la terribile “coppia di reazione” che si innesca quando il velivolo è dotato di elica singola. In effetti, in un aeroplano (con carrello che appoggia sulla pista) l’elica tende a caricare in misura maggiore una gamba rispetto all’altra ma in un idrovolante vuole significare che un galleggiante è talmente caricato da affondare quasi completamente nell’acqua. In queste condizione diventa difficile flottare, difficilissimo prendere velocità e involarsi con una traiettoria diritta. Sul M.C.72 il problema non sussisteva proprio e, almeno in questo, Agello l’ebbe facile. All’impresa di Agello sono dedicati alcuni volumi lodevoli e un testo giornalistico che troviamo illuminante nonchè piacevolissimo da leggere:  “Agello, il fantino del cielo”. Lo potrete apprezzare all’indirizzo:  https://www.squadratlantica.it/si-chiamava-francesco-agello/ – Foto proveniente da www.flickr.com

Alla vigilia degli esami di maturità, un variegato gruppo di studenti fa tappa al Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle con una parte dei ragazzi intenti a godersi i preziosi cimeli della storia dell’aviazione mentre le ragazze, più verosimilmente, sono interessate al bagno nelle fresche acque del lago di Bracciano; tutti assieme nello stesso luogo prima che il passaggio definitivo alla vita adulta li separi inesorabilmente.

L’ideatore dell’insolita gita scolastica è la voce narrante del racconto e sarà proprio lui che, complice un contatto folgorante con l’M.C.72, si troverà catapultato nel luogo, nel momento e nei panni esatti del maresciallo Agello che sta per salire a bordo dell’idrocorsa … e il resto è storia!

L’invenzione del salto spazio-temporale non è certo nuova nell’ambito letterario e/o cinematografico, tuttavia l’autore la spende in modo oculato ed equilibrato in quanto, anzitutto, consente al lettore completamente digiuno di storia aeronautica, di apprendere dell’esistenza di un primato di velocità per idrocorsa; viceversa, al lettore più ferrato di questioni aeronautiche, concede dei dettagli a proposito di quell’impresa, innegabilmente “succosi”.

Lode dunque a Roberto Ferri per aver assurto all’attenzione di noi tutti questa pagina memorabile – quanto dimenticata – della storia del nostro paese. E bravo!

Purtroppo, differentemente da noi, devono aver pensato i giurati di RACCONTI TRA LE NUVOLE che hanno ritenuto questo racconto non meritevole di accedere alla fase finale del premio letterario. Peccato!

Il color rosso corsa dona enormemente a questo purosangue dell’aria (e dell’acqua) che è il Macchi M.C. 72. Lo scatto (recente) lo mostra adorno di cartelloni esplicativi  nonchè di un esemplare di motore FIAT AS6 “nudo”, ossia privo delle cappottature motore, che era a bordo di uno dei cinque esemplari di M.C. 72 costruiti dalla Macchi. – Foto proveniente da www.flickr.com

E dire che l’autore, partecipando per la prima volta alla scorsa edizione e classificandosi in XIXma posizione, lasciava ben sperare con questo racconto … vorrà dire che sarà per la prossima! Intanto siamo lieti di concedergli un angolo “liquido” del nostro hangar … sì, avete letto bene: “liquido”, in quanto il suo racconto non può rimanere all’asciutto come tutti gli altri, ne convenite?

A parte gli scherzi, inutile sottolineare che a noi il racconto è piaciuto sebbene il suo prologo sia un poco lento e occorra aspettare qualche riga per intuirne la componente aeronautica. Ad ogni modo, la trama trova poi il suo sviluppo veloce e sicuro fino all’epilogo finale che suona come un vero e proprio messaggio rivolto alle giovani generazioni anziché del protagonista verso sé stesso.

La prosa è piacevole, ben architettati i dialoghi nonché i profili caratteriali dei personaggi.

Accanto al MC72 è posizionato il cuore pulsante dell’idrocorsa: il motore Fiat AS6, acronimo di: “Aviazione Spinto” nr 6. Nell’impossibilità di un ulteriore sviluppo del suo predecessore AS5, l’ingegner Tranqullo Zerbi del Reparto Progetti Speciali della Fiat Aviazione ebbe un’intuizione folgorante: mettere uno contro l’altro, in tandem due motori AS5. Così facendo avrebbe realizzato un motore a 24 cilindri a V in linea raffreddato a liquido con cilindrata di circa 50 litri e una potenza di 2300 cv aumentabile per brevi periodi a 2800 cv. Niente di più facile, in linea teorica ma assai complicato in termini pratici. La messa a punto dell’AS6 fu infatti lunga e perigliosa: le terribili vibrazioni che puntualmente si innescavano provocarono l’interruzione di diversi tentativi di volo record, la carburazione assai problematica abbinata a difficoltà di fornire un’adeguata alimentazione di carburante fu motivo di grandi preoccupazioni giacchè erano pressochè continui i ritorni di fiamma con conseguente rischio d’incendio della cellula. Non ultimo occorreva smaltire il notevolissimo calore assorbito dal refrigerante e dall’olio motore senza ricorrere a ingombranti radiatori. Infine il motore doveva necessariamente rientrare nelle specifiche di peso e consumi stabiliti dal Ministero dell’Aeronautica giacchè la cellula era proporzionata a un motore di non più 900-950 chili di peso e i serbatoi (collocati negli scarponi di flottaggio) non avrebbero potuto alimentare un motore troppo assetato o comunque per un periodo di tempo superiore a quello necessario a percorrere il circuito di gara.Tutte questi gravi problemi furono superati non senza difficoltà (e lutti) tanto che il motore AS6 conseguì il suo esclusivissimo record a bordo di un idrocosa da record: ancora oggi è il motore a pistoni italiano più potente mai costruito e installato a bordo di un velivolo. – Foto fornite dall’autore del racconto

Da buon ingegnere, l’autore non si lascia andare a descrizioni inutili, a sentimentalismi gratuiti, a una facile retorica. Il testo risulta equilibrato: non succinto, non prolisso. L’episodio di Agello viene narrato senza trionfalismi, senza faziosità. È solo un uomo, un pilota, un militare, non è un esaltato ma neanche un pavido.

Un racconto che innesca la voglia, qualora non l’abbiate mai soddisfatta, di correre al Museo di Vigna di Valle che, per inciso, l’autore conosce bene se è vero – a detta del nostro servizio di intelligence – che ha risieduto per qualche anno presso Anguillara Sabazia, ridente cittadina poco distante dal Museo.

Il racconto, ovviamente, non è uno spot gratuito a favore del Museo – anche perché non ne ha bisogno -, semmai permette di visualizzare degli scorci di un luogo magico in cui taluni amanti dell’aviazione vorrebbero prendere domicilio fisso mentre i più ragionevoli preferirebbero  trascorrere periodicamente una giornata intera – salvo essere allontanati cortesemente dal personale di sorveglianza in occasione dello scadere dell’orario di chiusura – . Facciamo almeno una volta all’anno?!

Leggendo il racconto “1933, la conquista di un primato” troveremo un passo che è il manifesto del Museo Storico di Vigna di Valle. Eccolo: ” Ho visitato almeno cento volte il museo […]. È sempre una novità perché è un luogo in continuo cambiamento. Non ricordo due visite uguali, c’è sempre qualcosa di diverso.” Sottoscriviamo in pieno quanto sostiene la voce narrante/protagonista. – Foto proveniente da www.flickr.com

Che poi i velivoli lì custoditi abbiano qualcosa di magico è innegabile … dunque ammetterete che, in fin dei conti, non avrà nulla di sovrannaturale quanto accadrà al nostro protagonista. Cosicché non vi stupirete se, all’ultima sillaba del racconto esclamerete: “Accidenti! … perché a me non è mai capitato?”

Ovvio, ci viene da rispondere: se a Vigna di Valle non ci siete mai andati …



Narrativa / Medio – Lungo

Inedito

Ha partecipato alla VIII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2020


Un messaggio nel cielo


Forse non tutti sanno che anche gli aeroplani possono essere dotati di gancio da traino. Ovviamente non per trainare roulotte o carelli appendice bensì alianti e/o striscioni.

Mentre il traino aliante comporta dei voli relativamente brevi, giusto appunto necessari per portare in quota l’aliante in una zona abbastanza vicina all’aeroporto di decollo (in cui sono auspicabili delle ascendenze), il traino striscioni comporta ugualmente brevi voli finalizzati a raggiungere un’area ove sia presente una elevato densità di pubblico cui mostrare lo striscione pubblicitario con lunghe permanenze presso quest’area (quasi al limite dell’autonomia).

Negli Stati Uniti l’aerostriscione è generalmente visibile in occasioni di grandi eventi sportivi, manifestazioni aeree, automobilistiche, elezioni, campagne pubblicitarie varie, ecc ecc. mentre nel nostro paese è d’uopo durante il periodo estivo, nello spazio di cielo antistante le spiagge. Purtroppo in tutta Italia ben poche sono le società che si occupano di traino striscioni, pochi i velivoli impiegati, pressochè inesistente il manipolo di piloti professionisti che ne hanno fatto un lavoro a tempo pieno.

Viene da domandarsi come un velivolo così piccino abbia potuto portarsi appresso uno striscione così enorme. Misteri dell’aerodinamica! – Foto proveniente da www.Flickr.com

Anche perchè trainare uno striscione lungo la costa in un monotono andirivieni non è certo il massimo delle aspirazioni del pilota trainatore, consapevole che, nel frattempo, una moltitudine di gente è in vacanza e si sta godendo un bagno ristoratore o socializza giocosamente in spiaggia. Lui è invece è da solo, spesso a bordo di un velivolo rumoroso, quasi sempre assai spartano; è accaldato, infastidito dalla brezza perennemente al traverso, generalmente malpagato e con la certezza che quel lavoro stagionale non gli consentirà di sopravvivere ma solo di accumulare esperienza e ore di volo, nella speranza di diventare un pilota commerciale.

Contrariamente a quanto si possa pensare, il velivolo trainatore non decolla mai con lo striscione agganciato (si deteriorerebbe in modo irreparabile strisciando sulla pista), viceversa il pilota ghermisce con una sorta di ancorotto un cavo che penzola tra due paletti alti un paio di metri sopra il terreno. A un capo del cavo penzolante è legato appunto lo striscione … e il gioco è fatto. Foto proveniente da www.Flickr.com

Questo nella realtà; nella finzione letteraria il nostro pilota si chiama Moreno ed è il pilota di un piccolo aereo pubblicitario che vola sopra le spiagge della Versilia da giugno a settembre per reclamizzare bibite o gelati. Il suo amore per il volo si incrocia con quello per l’amica Marina, ancora inespresso, con la voglia di veicolare messaggi più intimi e importanti di un semplice slogan. E’ proprio questo che gli suggerisce un modo originale per dichiararsi alla donna dei suoi sogni. Ma qualcosa va storto e, complice il tipografo che realizza gli striscioni, accadrà l’imponderabile.

Ancora uno splendido racconto di Cristina Giuntini, ancora un racconto ritenuto non meritevole di accedere alla rosa dei venti racconti finalisti della VIII edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, ancora una ghiotta opportunità per il nostro hangar di poter ospitare un racconto di notevole caratura letteraria. Questo, in estrema sintesi, il racconto intitolato: “Un segno nel cielo”.

Chi l’ha mai detto che il traino striscione è appannaggio solo degli aeroplani? Anche gli elicotteri possono! Provare per credere. – Foto proveniente da www.Flickr.com

Più estesamente aggiungiamo che lo abbiamo letto con sommo piacere giacché si tratta di una composizione che ha una solida dinamica narrativa, peraltro sottolineata da dialoghi veloci che si alternano in modo strategico con riflessioni intime e narrazione in terza persona.

Un racconto dunque scritto ad arte con un’ambientazione probabilmente non proprio vicina alla quotidianità dell’autrice, fatto salvo che non abbia goduto della consulenza di qualche amico trainatore o che sia stata lei medesima la sedicente Marina del racconto. Chissa? Mai dire mai … solo lei potrebbe confessarlo, magari con la lampada negli occhi e una nuvola di fumo che le annebbia il respiro, resa insonne e incalzata per giorni dalle medesime domande perentorie. Confessa Cristina!

Benché la Giuntini abbia partecipato più volte a RACCONTI TRA LE NUVOLE i risultati conseguiti sono stati alterni; purtroppo anche questo racconto non ha riscontrato il gradimento della giuria – e non sappiamo spiegarci perché – recandoci il privilegio di poterlo smontare e rimontare per ispezionarlo nei suoi più profondi recessi cosicché possa farne bella mostra di sé in uno degli angoli più ariosi del nostro hangar.

Questa è la visuale che avrebbe Moreno, il pilota del racconto “Un segno del cielo”, da bordo del suo aeroplano intento a svolgere il compito di traino striscioni. In verità la spiaggia non quella della Versilia bensì quella statunitense di Miami tuttavia il tipo di volo rimane il medesimo. – Foto proveniente da www.Flickr.com

Per la cronaca, VOCI DI HANGAR si fregia di ospitare due racconti a firma della scrittrice fiorentina di nascita ma pratese di residenza; si tratta del fantasmagorico “Catrame” e l’originale  “Avevo paura di volare”. Ora si aggiunge il terzo “Un segno nel cielo” a dimostrazione che la nostra Cristina è capace di scrivere di tutto e su tutto: dalla crescita in ambiente idroponico del prezzemolo riccio fino alla caducità del genere umano passando per la brillantezza dei zirconi industriali.  Diciamolo chiaro: siamo di fronte a un vero fenomeno della natura in attesa di essere svelato, a un talento innato che, se da una parte ci onora di conoscere da presso, dall’altro ci reca un’indicibile invidia per la leggerezza e la facilità di scrittura che la contraddistinguono.

Ma veniamo al racconto.

Uno scatto sublime che merita sicuramente la copertina di questa recensione. Quella del traino striscione è una vera e propria arte aviatoria. Per comprendere meglio come avviene l’aggancio dello striscione  vi rimandiamo ad un bel video all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=TkVgZ9tVkA8 – Foto proveniente da www.Flickr.com

In effetti, a giudicare dalla morigeratezza con cui l’autrice ha utilizzato il punto a capo, ci è apparso subito chiaro il desiderio di Cristina di risparmiare spazio: il racconto in origine ci è apparso “ammucchiato”, forzatamente compresso, i dialoghi sovrapposti recando talvolta il lettore in errore riguardo chi dicesse cosa. Che si tratti di una nuova tecnica letteraria? Bah … in qualità di editori (nostro malgrado) abbiamo preferito srotolarlo e conferirgli quell’estetica dattilografica convenzionale che prevede – forse banalmente – di andare a capo ogni qualvolta si alterna il soggetto dialogante o di dividere i periodi secondo la logica del cambio di ambientazione o di pensiero dei vari personaggi. Speriamo che Cristina non ce ne vorrà!

Che l’autrice abbia ritenuto troppo lunga la sua composizione? No, replichiamo: è ampiamente entro i canonici 32 mila caratteri consentiti. Che il racconto acquisisca più ritmo? Che il lettore faccia meno fatica a saltare riga? … non lo sapremo mai!

Ciò nonostante il racconto è godibile e mantiene una buona dose di curiosità nel lettore fino all’epilogo con sorpresa.

Uno striscione che riporta una frase utilizzata spessissimo nell’ambiente aeronautico e che suona più che mai singolare se collocata su un aerostriscione. Che sia un messaggio subliminale rivolto ai piloti? – Foto proveniente da www.Flickr.com

A Cristina va riconosciuta la capacità di farci vedere la vista dall’alto delle infuocate spiagge della Versilia o il susseguirsi regolare degli ombrelloni, il formicolare della moltitudine dei bagnanti. In un’estate – quella 2020 – che ha negato a molto di noi le vacanze, la Giuntini ci mostra idealmente i chioschi degli stabilimenti balneari assediati da un nugolo di belle ragazze semi ignude attorniate dagli immancabili ammiratori che scorrazzano tutti amabilmente sulla sabbia rovente. Riusciamo anche a vedere il giovane pilota solitario con il suo drappo pubblicitario al seguito, a suo agio a bordo del suo velivolo da lavoro ma non a terra con i suoi simili, specie di sesso femminile.

Un visione controcorrente, non c’è che dire, che rompe lo stereotipo del pilota disinvolto e rubacuori, emulo aereo dei suoi colleghi bagnini anfibi. Eppure credibile. E in questo l’autrice è originale sebbene raggiunga il grado massimo di originalità facendo trainare idealmente al protagonista un tipo di striscione che nessun pilota si sognerebbe mai di portarsi al seguito in aria. Un messaggio inequivocabile in cielo – occorre ammetterlo … peccato che si strapperebbe appena agganciato al velivolo trainatore. Ma si sa: alla fantasia e all’amore non c’è limite.



Narrativa / Medio – Lungo

Inedito

Ha partecipato alla VIII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2020


Un messaggio nel cielo


“Insomma!”

Mauro battè il pugno sulla scrivania, come se l’interlocutore all’altro capo del filo avesse potuto vederlo ed essere quantomeno intidimidito dal gesto.

“Come sarebbe, un ritardo di mezz’ora? Abbiamo delle tabelle di marcia, ve ne rendete conto?”

La risposta gli arrivò come un ronzio vago e lontano, mentre si detergeva la fronte sudata e rifletteva che no, non conveniva farsi alzare la pressione in pieno agosto, nel caldo afoso di quel casottino di lamiera.

Ascoltò distrattamente discorsi confusi sulle difficoltà di stampa e sul corriere partito in ritardo, premurandosi di afferrare con la mano libera una bottiglia di acqua e di versarsene un generoso bicchiere, che trangugiò aspettando che il tipografo la finisse con le scuse.

“Va bene, va bene” disse infine, “ma che sia qui entro mezz’ora, non più tardi. E non voglio più sapere di simili disguidi!”

Senza attendere risposta, buttò giù il telefono con gesto impaziente e si passò una mano fra i capelli.

“Buongiorno! Tutto bene?”

Mauro sobbalzò, al rumore della porta e alla voce squillante di Moreno, che, come ogni mattina, esibiva un sorriso a trentadue denti. Ma come accidenti faceva, si chiese, a essere sempre così entusiasta e positivo? Lo squadrò dalla testa ai piedi, prima di alzare le spalle.

“Mah!” rispose. “Tutto bene non direi, lo striscione è in ritardo di mezz’ora.”

Moreno non smise di sorridere.

“Poco male, vuol dire che, nell’attesa, ci prendiamo un caffè. Avanti, metti sù quella macchinetta!”

Mauro, non del tutto convinto, accese il fornello elettrico e iniziò a riempire la moka, mentre Moreno si accomodava tranquillamente su di una sedia. Mauro lo guardò di sghimbescio.

“Sicuro che lo vuoi, questo caffè?” chiese.

Moreno rise. “Se ti fa fatica, faccio io.”

“No, no… E’ che mi chiedo come tu faccia a non essere nervoso, all’idea di decollare. Io tremerei come una foglia dalla paura.”

“E infatti tu non voli, organizzi.” Mauro fece una leggera risata. “E sono nervoso lo stesso, con tutti i casini che vengono fuori.”

“Vedi?” sorrise Moreno. “Io me ne frego, dei casini. Mi basta salire sull’aereo, farlo partire, ed ecco che sono libero nel cielo, senza pensieri e senza altra preoccupazione se non quella di mantenere la rotta! Anzi” sospirò, “ti dirò che a volte questo lavoro mi sembra fin troppo tranquillo. Sempre lo stesso volo, avanti e indietro davanti alla spiaggia, un giro e via da capo, sempre con quella coda svolazzante dietro. Ma non importa: sempre meglio delle scartoffie di un ufficio” concluse, con aria canzonatoria.

“Saranno anche scartoffie, ma quantomeno sono sicure” sottolineò Mauro.

“Mi fai sorridere, con la tua assurda paura di volare. Nemmeno fossi un bambino! Anzi, i bambini sono più coraggiosi. E poi non sai cosa ti perdi! Non hai mai provato la sensazione di fendere il vento, fiaccarne la resistenza, fluttuare nell’aria come senza peso…”

“E neppure ci tengo a provare!”

“Bah! Sei proprio un coniglio!” Mauro fece per ribattere, ma il gorgoglio del caffè lo trattenne. “Pronto!” sospirò, tirando fuori da un mobiletto due tazzine.

Sorseggiarono in silenzio per alcuni minuti.

“Che cosa pubblicizziamo oggi?” chiese poi Moreno. “Gelati? Un amaro? Passata di pomodoro?”

“Il solito analcolico” alzò le spalle Mauro.

“Ma come?” si stupì l’altro. “E a cosa serve lo striscione nuovo, quindi?”

“Cambio di slogan, ma il prodotto è sempre quello.”

“Che pizza” sbuffò Moreno. “Ma non hanno paura che il pubblico si stufi e finisca per averlo in antipatia?”

Mauro scosse la testa. “Evidentemente non è così, visto che hanno prenotato il nostro servizio per le prossime due settimane.”

“Sarà. Io, personalmente, ho smesso di berlo.”

Mauro allungò le gambe, pensieroso.

“Eppure mi piacerebbe fare di meglio… Spesso mi chiedo se non sarebbe possibile gettare alle ortiche gli striscioni pubblicitari e far volare nel cielo qualche messaggio più importante. Che so, una poesia, una frase celebre, uno slogan pacifista…”

Mauro scoppiò a ridere. “Ma che idea! Sei sempre il solito romanticone, eh? Ma almeno la fidanzata, quando te la trovi?”

Moreno fece per ribattere, quando la porta del casotto si spalancò.

“Buongiorno, dottò! Lo striscione!”

“Alla buon’ora!” Mauro si trattenne dallo sbottare: non c’era tempo da perdere. “Posizionatelo, fra dieci minuti al massimo bisogna decollare.”

Moreno si alzò stirandosi. “Bene, mi preparo anch’io. Ci vediamo alla fine del giro!”

Accensione, riscaldamento del motore, decollo e aggancio dello striscione con il consueto passaggio basso e relativa cabrata per l’aggancio.

Moreno conosceva a memoria la procedura; tuttavia, ogni volta che si alzava in volo, la sensazione di quella striscia colorata che fendeva l’aria dietro al velivolo gli dava l’impressione di assomigliare a uno di quei pesci dalla coda variopinta e fluttuante. Betta splendens, si chiamavano, ma tutti li conoscevano come pesci ballerina. Ecco, lui era un pesce ballerina nella grande distesa d’acqua del cielo. Certo, era un cielo un po’ limitato: avanti e indietro, avanti e indietro nello stesso percorso per innumerevoli volte al giorno. Chissà: se si fosse impegnato di più, se avesse seguito un corso di addestramento, avrebbe potuto diventare un pilota di linea, ma era troppo pigro. L’idea di viaggiare da un capo all’altro del globo, passare le nottate in hotel sempre diversi e avere a malapena un paio di settimane l’anno da trascorrere con la famiglia, a gustarsi l’aria di casa, lo angosciava. Non era fatto per quel tipo di vita raminga: aveva bisogno delle sue certezze, dei suoi punti fermi.

Già, si disse, con una punta di amarezza: certezze, punti fermi? Ma se non era neppure fidanzato! Eppure era un bel ragazzo, la scelta non gli sarebbe certo mancata: era troppo selettivo, dicevano gli amici. Chissà che cosa voleva, facevano eco le ragazze, storcendo il naso. Dopo di che, gli uni e le altre si scambiavano sguardi divertiti e perplessi, chiedendosi se, per caso, dietro a tutta quella ritrosia, non ci fosse qualcosa di strano. Ma la verità era un’altra.

Moreno guardò giù, accarezzando con lo sguardo la spiaggia e chiedendovi quale di quei puntini colorati si chiamasse Marina. Marina, Marina, sempre quel nome e solo quello: non gli usciva di testa né di giorno né di notte, era la sua ossessione, il suo chiodo fisso. Un solo sorriso di lei bastava a illuminargli la giornata, il suono della sua voce era la migliore colonna sonora dei suoi sogni. Eppure, con lei non gli riusciva che di comportarsi amichevolmente: era terrorizzato dall’idea di essere respinto, e che una sua eventuale dichiarazione non gradita potesse porre fine anche alla loro amicizia. Ultimamente, poi, lei era sempre più nervosa: non lo ascoltava più pendendo dalle sue labbra come prima, ma sbuffava dopo due minuti, e trovava sempre una scusa per alzarsi e andare a giocare a pallavvolo con gli amici, o a prendersi un gelato. Ma non al bar dello stabilimento, no: preferiva spostarsi di diversi metri, sostenendo che il baracchino di Giorgio aveva gelati migliori. Eppure erano della stessa marca, pensava Moreno, perplesso. Probabilmente Marina aveva discusso con Luisa, la barista: ogni volta che la vedeva, faceva certe smorfiette che arrivavano a renderla sgradevole, addirittura brutta. Chissà che torto le aveva fatto, quella poverina.

Moreno sospirò. Come fare per dichiararsi a Marina? Se solo avesse potuto portarla in volo con sé: le avrebbe mostrato la bellezza del cielo, il brivido dell’assenza di peso, l’ebbrezza del fluttuare nell’aria, e allora avrebbe potuto esprimerle tutto quello che provava. Ma era assolutamente escluso far salire un passeggero su quel leggerissimo aereo pubblicitario.

Perso nei suoi pensieri, quasi non si accorse che l’orologio segnalava già la fine del turno. Concluse il giro, poi virò dolcemente dirigendosi verso il campo di atterraggio. Scorse un puntino accanto alla baracchina: era Mauro, che guardava verso di lui. Lo immaginò con le labbra tirate in una vaga espressione di preoccupazione, e non poté impedirsi di sorridere dell’irrazionale paura del volo che affliggeva l’amico. Non sapeva che cosa si perdeva. Peccato non poter portare in volo neppure lui.

“Ciao Luisa, che cosa mi dai da bere oggi?”

Un paio di occhi neri e profondi si voltarono e si fissarono nei suoi, mentre sotto di loro si accendeva un sorriso radioso e sensuale.

“Quello che vuoi, Moreno” fece una voce suadente, carica di sottintesi.

Moreno si appoggiò al bancone, vagando con lo sguardo in direzione del mare, e Luisa capì di avere, una volta di più, scoccato invano le sue frecce.

“Fai tu, Luisa… basta che non sia quell’analcolico che non voglio più neppure nominare.”

Suo malgrado, la ragazza si trovò a ridere. “Ne hai abbastanza, eh? Però ti capisco, essere obbligato a portare in giro sempre la stessa pubblicità… ma non ti andrebbe di mostrare qualche messaggio un po’ più importante? Una dichiarazione d’amore, per esempio” suggerì, avvicinandosi.

Moreno non lo notò neppure.

“Eh, sapessi quante volte ci ho pensato! Ma poi, chi mi pagherebbe?”

Luisa lo guardò stupita. “Chiunque volesse mandare un messaggio importante a una persona cara! Un compleanno, un anniversario… pensa che ressa per San Valentino! Potresti lavorare tutto l’anno, non solo durante l’estate. Natale, Pasqua, Festa della Mamma… E pensa a tutti i ragazzi che ti noleggerebbero per le loro dichiarazioni! Puoi immaginare niente di più bello, per una ragazza, che leggere il suo nome nel cielo, magari con contorno di cuoricini?” sospirò Luisa, sbattendo gli occhi.

Moreno la guardò interdetto: dichiarazioni d’amore in cielo? Riflettè un attimo: ma sì!

D’un tratto scattò in piedi. “Grazie, Luisa, sei un angelo!” esclamò, correndo via. “Ma… non hai più sete?”

Non ci fu risposta. Luisa lo guardò andare, poi, scuotendo la testa, si rimise a lavare bicchieri.

“Ma scusa, ti rendi conto? Così mi fai saltare una giornata di lavoro! E io come mi giustifico con il nostro cliente?”

Mauro scuoteva la testa. Ma che cosa era saltato in mente a Moreno?

“E dai, Mauro, te l’ho detto: gli spieghi la situazione e gli offri una giornata in più. Te la faccio gratis, te lo giuro. Lo striscione l’ho commissionato e pagato io, lo consegnano già domattina. Si tratta solo di una giornata, che tu oltretutto non mi paghi, quindi, in definitiva, io lavoro gratis due giorni. Non mi sembra che sia un così grande sacrificio, per te…”

Mauro lo guardò negli occhi, con le braccia conserte. “E che cosa hai fatto scrivere, sullo striscione?”

“La cosa più semplice del mondo: Moreno e Marina, e un paio di cuoricini intorno.”

“Ma è davvero così importante, per te, questa Marina?”

Moreno sì morse le labbra, annuendo. 

“E va beh!” Mauro alzò le spalle. “Del resto, ti ho sempre detto che volevo vederti sistemato… Ma guarda che poi voglio la bomboniera, eh!”

Moreno sorrise. “Altro che bomboniera! Mi farai da testimone, stanne certo!”

Mauro lo guardò di sbieco. “Furbo, tu! Così poi devo farti il regalo…”

Scoppiarono a ridere.

Accensione, riscaldamento del motore, decollo, aggancio dello striscione. Niente di nuovo, in teoria, ma quel giorno era come se fosse la prima volta.

Moreno non aveva neppure guardato lo striscione, temendo che quei due nomi scritti così, uno accanto all’altro, potessero emozionarlo a tal punto da fargli mancare il coraggio.

Cercò di non pensare ad altro che non fosse il rumore del motore, il soffio gentile dell’aria sulla carlinga, il suono un poco nervoso del vento che scuoteva la sua coda colorata e densa d’amore.

Come avrebbe reagito Marina? Un attimo di incertezza si fece largo nei suoi pensieri: e se quell’azione così plateale avesse offeso la sua riservatezza? E se si fosse vergognata davanti ai suoi amici? E se…

Moreno scosse la testa: era tardi per i ripensamenti. Ormai era già in volo, con lo striscione che svettava dietro di lui, come una confessione pubblica, un impegno serio e senza tentennamenti.

Si rilassò, pur mantenendo il controllo del velivolo e la mente lucida, prendendo quota. La sua mente, come sempre gli succedeva quando imboccava la sua strada d’aria, si aprì, pronta ad accogliere il sole e l’aria salmastra che arrivava fin lassù a solleticare le sue narici.

Gli sembrava di essere lui stesso l’aereo, o di essersi mutato in un gabbiano, un’aquila o chissà quale altro animale del cielo, di una razza indefinita, intento solo a volare con le ali ferme, dolcemente aperte verso il vento. In quei momenti, avrebbe voluto davvero volare via lontano, lasciandosi tutto e tutti alle spalle, per non scendere mai più sulla terra. Ogni volta, solo pure questioni pratiche riuscivano a convincerlo a terminare il suo giro e a tornare a terra come stabilito, restituendo il suo aereo, le sue ali, al legittimo proprietario, e riscuotendo la necessaria paga del giorno.

Ora, però, c’era un nuovo motivo, molto più importante degli altri, a trattenerlo: Marina. Ora il suo volo aveva un altro senso, diverso, forse più profondo, sicuramente più importante per la sua vita: comunicarle quello che sentiva.

Guardò, come sempre, verso la spiaggia, cercando di immaginarsi la sua reazione, quando avesse visto il messaggio sullo striscione. Ne sarebbe stata felice? Avrebbe accettato di salire a bordo e volare insieme a lui? Oppure gli avrebbe riso in faccia, spezzandogli le ali e mandando il suo aereo in picchiata?

No, si disse, non era possibile. Era così chiaro che Marina lo ricambiava: aspettava solo che lui si facesse avanti, e, se fino a quel momento non era successo niente, era solo colpa della sua assurda timidezza. Si vedeva a occhio nudo: lei non voleva altro che un passo da parte sua. E se non era un passo quello! Altro che passo, era un vero e proprio volo!

La sua mente prese a correre, e iniziò a immaginarsi Marina che saliva insieme a lui su di un aereo noleggiato appositamente per loro due: dietro alla coda, al posto dello striscione pubblicitario, un enorme velo bianco da sposa, disseminato di boccioli di rosa, avrebbe annunciato al mondo la loro felicità. Vedeva il sorriso di lei accanto a lui, sentiva la sua mano leggermente nervosa per una leggera paura del volo, e immaginava di stringerla per darle conforto, nel condurla attraverso i sentieri del cielo. 

Si morse le labbra. Stava correndo troppo. Per il momento c’era da portare bene a termine il suo compito, e far sì che lei fosse fiera di lui. Si concentrò sulla rotta, pensando che proprio il suo essere sempre la stessa poteva causargli facilmente qualche distrazione, e si impegnò a mantenere saldamente il controllo del velivolo.

Un giro, due giri, tre giri… Avanti e indietro, finché il suo messaggio non fosse stato chiaro a tutti i villeggianti sparpagliati per la spiaggia, finché non fosse stato recepito anche dai neonati urlanti in braccio alle mamme cosparse di sabbia e di resti di gelato. Dovevano saperlo i bagnini e i gruppi di ragazzi impegnati nelle loro partite di pallavvolo, i venditori di cocco e quelli di collanine, le ragazze in bikini e le signore anziane coperte dai loro vestiti a fiori. Tutti dovevano sapere che era innamorato di Marina, e che quello striscione era il suo regalo per lei. C’è chi regala rose, e chi regala messaggi nel cielo…

Guardò l’orologio e i televel: il tempo a disposizione era terminato. Bisognava rientrare alla base: del resto, anche il carburante non era certo eterno. Con un’ultima, elegante virata, Moreno guidò il velivolo verso l’atterraggio. Mauro, come sempre, lo aspettava accanto al casottino.

“Tutto a posto?” gli chiese, con aria perplessa.

“Certo! Non poteva andare meglio!” rispose Moreno, con un ampio sorriso.

Mauro lo guardò esitando. “Sicuro?”

“Certo! Perché? Ho fatto qualcosa di sbagliato? Mi sembra di avere fatto del mio meglio come al solito, no? Anzi, forse più del solito!”

“Ah sì, certo, certo” si affrettò a rispondere Mauro.

“Marina sarà contenta…”

“L’hai vista? E’ venuta qui?”

Mauro scosse la testa. “No, no, qui non s’è vista, ma di sicuro sarà in spiaggia, come ogni giorno. Anzi, se fossi in te mi affretterei a raggiungerla. Vorrai pure conoscere la sua opinione riguardo al tuo… exploit, non è vero?”

Sì, certo che era vero. Non vedeva l’ora di raggiungerla e di leggere nei suoi occhi la sua reazione.

“Ciao Mauro, ci vediamo domattina!”

Moreno si allontanò correndo, impaziente di raggiungere la spiaggia.

Mauro lo seguì con lo sguardo, senza perdere la sua espressione corrucciata. Si voltò a guardare ancora una volta lo striscione, che giaceva abbandonato sulla pista, ancora attaccato al velivolo. Poi, con un’alzata di spalle, rientrò nel casottino e si rimise al lavoro.

Moreno scansò intenzionalmente il bar: non aveva voglia di venire invischiato nella solita chiacchera di Luisa. Ogni volta che lo vedeva gli attaccava un tale bottone, quella! E chissà poi cosa voleva da lui. Ma come faceva, il suo amico Franco, a morirle dietro? A lui non sembrava proprio niente di speciale. E, del resto, davanti a Marina tutte le altre impallidivano. No, davvero, non aveva tempo per Luisa, quel giorno.

La sabbia che scottava sotto i suoi piedi aumentava il suo senso di urgenza. Rispondeva vagamente ai saluti degli altri bagnanti, che lo guardavano con aria canzonatoria e con dei sorrisetti ironici. Certo, si diceva lui, una dichiarazione d’amore attira sempre le prese in giro degli estranei: ma di che cosa si trattava, se non di invidia? Avrebbero avuto meno da ridere, quando Marina gli si fosse fatta incontro buttandosi fra le sue braccia e coprendolo di baci! Sì, ma intanto lei non si vedeva. Dove accidente si era cacciata?

Eccola finalmente, proprio laggiù, in fondo alla fila delle cabine. Stava avanzando verso di lui, con il gruppo degli amici a seguirla da vicino: ovviamente non volevano perdersi lo spettacolo, pensò Moreno. Beh, non li avrebbe delusi, ne era certo: che preparassero canzonature e prese in giro, se era il prezzo da pagare per avere lei.

Che strano, però: man mano che si avvicinava, l’espressione sul volto di Marina sembrava tesa, scura. Sicuramente era solo un effetto dell’ombra sul suo viso: non poteva essere diversamente. Oppure?

Moreno si sentì un attimo vacillare: forse aveva davvero esagerato, forse si era sentita imbarazzata, ma se era così le avrebbe chiesto scusa. In fondo l’aveva solo fatto a fin di bene, in fondo era stato solo il suo modo per dichiararsi…

I suoi pensieri si interruppero quando Marina si arrestò di fronte a lui: aveva le braccia conserte e una smorfia truce sul viso.

A Moreno si asciugarono le parole in gola. Lei, invece, parlò, secca, incisiva, lapidaria.

“Complimenti,” disse, “complimenti vivissimi. Auguri e figli maschi!”

Dopo di che, voltò le spalle e filò via impettita, inseguita dalle risatine degli amici, invano nascoste dalle mani premute sulle bocche alla ricerca di un vano senso di decenza.

Tutti guardarono Moreno con maligno divertimento, prima di defilarsi a loro volta. “Bravo, eh!” commentò qualcuno.

Solo Franco lo squadrò con un’espressione triste, quasi impotente. “Bene, bene” gli disse. “Povera ragazza, chissà che soddisfazione ti sei preso, a deluderla in questo modo! Neppure non avessi capito quanto teneva a te: era evidente! Beh, auguri anche da parte mia.”

E con quello anche Franco si allontanò, lasciando Moreno alla propria perplessità. Che cosa aveva fatto di male? Va bene, aveva messo in imbarazzo Marina, ma quantomeno le aveva detto pubblicamente quanto anche lui teneva a lei, no? E allora? Che cosa c’era di così tragico? Per quanto si lambiccasse il cervello, Moreno non riusciva a capacitarsene. Insomma, la riservatezza andava bene, ma in quel modo gli sembrava troppo.

Deluso, tornò sui suoi passi, in aeroporto, fino al baracchino di Mauro, che se ne stava lì, davanti alla porta, quasi lo stesse aspettando.

“Senti,” esordì, “ho già provveduto a fare due urli a Gino della tipografia. Alla prossima che mi fa, è fuori: ritardi di stampa, ritardi del corriere, e adesso sbaglia pure i nomi…”

“Sbaglia i nomi? Come sarebbe?” Mauro si morse le labbra.

“Senti, prima non ho avuto il coraggio di dirtelo, ti ho visto così entusiasta che non ho avuto cuore di fermarti… Vai un po’ a dare un’occhiata allo striscione.”

Moreno sgranò gli occhi, poi, con un brutto presentimento, si avviò verso la pista. E fu lì che lo vide, ancora abbandonato sul prato, come uno straccio usato disteso per terra, in tutto lo splendore dei cuoricini e dei due nomi che vi troneggiavano.

“Moreno e Marisa”

Marisa? In un attimo, tutto gli fu chiaro. Ecco spiegata la rabbia di Marina: credeva che lui l’avesse snobbata, messa da parte in favore di una fantomatica Marisa! Ma chi era quella Marisa? Non esisteva nessuna Marisa!

Non c’era un attimo da perdere: doveva rincorrere Marina e spiegarle tutto. Se necessario, l’avrebbe anche fatta parlare con Gino, il tipografo: ci avrebbe pensato lui a giustificarsi! Una bella professionalità, sbagliare il nome della destinataria di un messaggio così importante. Ma non c’era tempo per pensarci: bisognava correre, tornare alla spiaggia.

Non fece in tempo ad arrivare davanti al bar prima di arrestarsi a bocca spalancata. Non poteva essere, aveva le traveggole: Marina che usciva dal bar? Non era possibile, non sopportava Luisa! E soprattutto non era possibile che se ne stesse abbracciata stretta a Franco! Eppure erano proprio loro due, con due bei coni gelati in mano, e avanzavano verso di lui.

Franco aveva l’espressione quasi ebete di chi ha raggiunto un traguardo insperato, mentre Marina esibiva una smorfia sfrontata di sfida aperta.

Lo superarono: lui gli fece un cenno di saluto, lei girò la testa dall’altra parte, col naso per aria. Moreno li guardò allontanarsi, incapace di reagire.

“Lo sapevo, che eri soltanto timido!”

Moreno sobbalzò e si voltò di scatto, chiedendosi chi avesse parlato.

Dietro a lui, sorridente, con una mano languidamente appoggiata sul fianco, Luisa lo guardava come se volesse mangiarselo.

“Scusa?” chiese lui, confuso. Lei eluse la sua domanda retorica.

“E ti sei anche ricordato il mio diminutivo…”

Un pensiero improvviso colpì la testa di Moreno: era vero! Tutti lo sapevano, in spiaggia: Maria Luisa, detta Luisa, per gli intimi Marisa!

Maledette coincidenze, ecco perché Marina aveva creduto… Ma non era troppo tardi.

“Scusami, Luisa, c’è un equivoco” iniziò, ma venne immediatamente bloccato da un bagnante appena entrato nel bar.

“Mi perdoni, ha un minuto? Splendida idea davvero, quella della dichiarazione d’amore con l’aereo! Senta, fra qualche giorno è il compleanno di mia moglie, quanto costerebbe fare una cosa del genere?”

“Ma, io, veramente…”

“Ah, eccola qua! Senta” si fece avanti un altro, “io vorrei augurare Buon Ferragosto alla mia famiglia, c’è ancora posto per quel giorno?”

“Ma…”

“O non fa servizio, nei festivi?”

“Io ho bisogno prima possibile” si affrettò un terzo, con un sorrisetto di scusa. “Sa, anch’io troppo timido per dichiararmi… Ma con un’idea come la sua, impossibile fallire! Se è riuscito a conquistare Marisa!”

Moreno scosse la testa. “Ma guardi che io…”

“Scusateci un attimo” disse, decisa, Luisa, prendendolo per un braccio e portandolo sul retro.

“Senti,” esordì, “non sono una stupida, e immagino che lo striscione, in realtà, non fosse diretto a me, ma non è il momento di scandagliare i perché e i percome: in un modo o nell’altro, ha fatto un successo strepitoso.”

Moreno si fermò a riflettere. “Adesso tutti credono che tu mi abbia conquistata semplicemente portando in volo quella frase, e sono impazienti di imitarti per rendere felici i loro affetti più cari. Non ti pare che valga la pena di reggere il gioco? Non era questo che volevi, portare nel cielo messaggi più consistenti di uno striscione pubblicitario?”

Certo, si disse Moreno, Luisa non aveva torto… Ma Marina?

“Del resto” continuò lei, come se gli avesse letto nel pensiero, “hai chiaramente visto che Marina non ci ha messo molto a consolarsi. Vale la pena di rovinare tutto per correre dietro a una così?”

Caspita, pensò lui, era vero. Marina non gli aveva neppure chiesto spiegazioni, si era solo defilata appiccicandosi a Franco che, fino al giorno prima, non guardava neppure di striscio. Che delusione!

Sì, era il caso di lasciarla perdere, e pensare a inseguire l’attività che aveva sempre sognato. Avrebbe potuto parlarne con Mauro, iniziare ritagliandosi un’ora o due al giorno, e poi, col tempo, formare una vera e propria società… E sarebbe stato possibile volare tutto l’anno, non solo in estate per pubblicizzare una bibita o un gelato. Certo, però, che fingere una relazione per farsi pubblicità…

Ancora una volta Luisa indovinò i suoi pensieri. “Ovviamente non dovremo fingere per sempre: solo per qualche mese, giusto il tempo di iniziare e consolidare la tua nuova attività. Poi saremo liberi di andare a cercarci altre persone.”

“Scusate” li interruppe un signore con al collo una macchina fotografica, affacciandosi alla porta, “sono Giacomo Cosi, della Gazzetta. E’ lei l’artefice della bellissima idea dello striscione? Vorrei intervistarla. E lei deve essere la fortunata… Permette, una foto o due con il suo fidanzato?”

Con un sorriso a trentadue denti, Luisa si avvinghiò letteralmente al braccio di Moreno, prestandosi a diverse pose.

“Bene, ora mi deve scusare, Signorina, dovrei iniziare l’intervista. Mi dica…” esordì, rivolgendosi a Moreno, che, beché ancora un poco perplesso, si dispose a rispondere alle sue domande.

Luisa si fece da parte, sorridendo sorniona e annuendo. Era stata lei a chiamare Giacomo, raccontandogli tutta la storia prima ancora che Moreno atterrasse e si rendesse conto della gaffe. Ma questa era stata solo la ciliegina sulla torta: aveva dovuto dare fondo ai suoi risparmi per corrompere Gino, che le aveva riferito le intenzioni di Moreno, e convincerlo a sostituire quella trascurabile letterina, quella “N” con quella “S”: sapeva bene che Moreno, troppo eccitato, non ci avrebbe fatto caso.

Sarebbe servito a qualcosa? Chissà. Intanto si era tolta di mezzo quella gatta morta di Marina, che, come aveva previsto, era stata troppo orgogliosa per andare in fondo alla questione, e allo stesso tempo, aveva dato a Moreno la spinta giusta per dare una svolta alla sua attività. Un giorno, lo sapeva bene, l’avrebbe ringraziata.

E poi, non si sa mai: a volte, a forza di fare finta, si finisce per credere al castello di carte che si è costruito… Chissà se, un giorno, Moreno l’avrebbe guardata finalmente con occhi diversi.

Magari, prima o poi, appeso dietro all’aereo, ci sarebbe stato il suo velo da sposa.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Cristina Giuntini