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Recensioni dei racconti degli autori.

Non rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa


Uno dei cantanti partecipanti della 38° edizione del Festival della canzone italiana di San Remo fu Rosalino Cellamare con la canzone “Il mondo avrà una grande anima”.

La copertina del 33 giri (rigorosamente in vinile) contenete “Il mondo avrà una grande anima” che reca lo stesso titolo. Da notare che si tratta di una raccolta di successi di Ron e con due soli inediti. La seconda canzone presente è la famosa “Joe Temerario” anch’essa dal forte contenuto aeronautico e che raccolse un notevole successo, specie per i suoi cori che, ancora oggi, ben si prestano al canto di gruppo e al karaoke.

Tranquilli! Non avete sbagliato indirizzo: questo è sempre VOCI DI HANGAR, l’unico sito di letteratura aeronautica italiana inedita e non. Qui si parla sempre di aeroplani, piloti e cielo. Non è cambiato nulla dall’ultima volta che ci avete fatto visita. Tranquilli, davvero …

Ora vi chiederete che c’azzecca la vetrina più prestigiosa della musica leggera del nostro paese con l’aviazione? State sereni, ve lo spiegheremo! Abbiate la compiacenza di leggere tutta la recensione.

Dicevo … il buon Rosalino, in arte RON, nel 1988 decise di calcare il palco del teatro Ariston di San Remo con quella canzone scritta, musicata e interpretata da lui medesimo.

Il brano, in verità, non ebbe un gran risultato in termini di classifica finale (arrivò 21° su 26 concorrenti), complice il fatto che quell’anno c’erano in lizza canzoni del calibro di: “Perdere l’amore”  di Massimo Ranieri (che poi vinse), “Mi manchi” del possente Fausto Leali, oppure “Inevitabile follia” di un giovanissimo RAF. Quanti ricordi, vero?

Immaginate la comunicazione che deve aver inviato via radio la pattuglia di poliziotti moscoviti intervenuti sul luogo del misfatto quando hanno riferito: “C’è un aeroplano parcheggiato accanto al Cremlino!”. E’ probabile che in centrale non abbiano creduto alle proprie orecchie e che, considerata l’ora, sia siano facilmente convinti che i loro colleghi fossero già ubriachi. E invece … (foto proveniente da www.flickr.com)

E poi come non citare l’algida Anna Oxa con la splendida “Quando nasce un amore” o i Matia Bazar con “La prima stella della sera”? E la scoppiettante “Andamento lento” di Tullio de Piscopo la ricordate? Quest’ultimo fu il vero grandissimo successo commerciale di quella edizione di San Remo. La sua particolarità fu di avere un lento e inesorabile successo, quasi a scoppio ritardato tanto che un parlamentare dell’epoca coniò il termine “effetto Depiscopiano” in onore del brano in questione.

Ma torniamo a RON.

Anche a livello di ascolti radiofonici, di passaggi televisivi e di vendite “Il mondo avrà una grande anima” non ebbe poi grandi riscontri e, non a caso, non viene annoverata tra le migliori canzoni della notevole produzione canora del cantautore pupillo di Lucio Dalla.

Una delle foto che, a pieno titolo, è virtualmente inserita nella storia dell’aviazione mondiale è quella che ritrae il Cessna, il suo pilota (in tuta rossa) e le autorità di polizia sovietiche (compresi gli agenti del KGB) nonché gli increduli passanti che furono testimoni di quell’insolito “parcheggio” accanto al Cremlino di una macchina. Volante. Nessuno avrebbe immaginato che l’atterraggio di Mathias Rust avrebbe provocato una colossale purga tra le fila degli alti ufficiali delle forze armate dell’allora temibile URSS. Sicuramente la “perestroika” di Gorbaciov (l’operazione di riforma e ristrutturazione del paese avviata nel corso degli anni ’80) ebbe un’imprevedibile (?) quanto provvidenziale accelerazione in quanto vinse le resistenze degli esponenti politici e soprattutto dei vertici militari più conservatori del colosso sovietico (foto proveniente da www.flickr.com)

Ciò premesso, ci piace riportare alcuni versi della canzone di Rosalino:

Verrà un giorno che gli aerei voleranno da soli

Faranno rotta dove vogliono loro

E più niente li potrà fermare

Nessun radar li potrà intercettare

Passeranno i confini del mondo

Toccheranno le stelle

Poi li vedremmo planare sul mare sul mare

Sfrecceranno sulle nostre teste così vicino che

Ci dovremmo abbassare

Solo i bambini mettendosi un dito nel naso

Li potranno guidare …

 

Versi apprezzabili e, per alcuni versi – perdonate il gioco di parole -, addirittura visionari per l’epoca che oggi trovano conferma nella quotidianità giacché i bambini possono effettivamente pilotare i droni con un semplice smartphone e gli aeroplani commerciali possono volare tecnicamente senza piloti (se solo i passeggeri ci salissero). Nondimeno gli attuali velivoli militari sono quasi invisibili ai radar, possono volare attorno il globo senza soluzione di continuità grazie ai rifornimenti in volo e, volendo, potrebbero raggiungere i limiti dell’atmosfera.

Di sicuro nel 1988 nessuno avrebbe mai immaginato che le fantasie sfrenate di un moderno menestrello come RON si sarebbero potute concretizzare, è pur vero che le capacità di intuire il futuro non sono prerogativa solo dei veggenti del calibro dell’enigmatico Nostradamus ma anche degli animi sensibili e recettivi come sono taluni artisti particolarmente dotati. Come RON, appunto.

Ma non vogliamo entrare in un ginepraio metafisico … il merito del cantautore fu semplicemente quello di aver tratto ispirazione da un episodio memorabile avvenuto qualche mese prima nei lontani cieli sovietici, anzi, per raccontarla correttamente, che ebbe come esito finale l’atterraggio di un velivolo nella famigerata Piazza Rossa di Mosca.

Non sappiamo dire se questo scatto in bianco e nero sia genuino o si tratti di un abile fotomontaggio, di sicuro il Cessna di Mathias Rust concluse il suo lungo volo sulla Piazza Rossa. Da tenere conto che la famosa “cortina di ferro” non era per niente arrugginita, il muro di Berlino era ancora ben sorvegliato e la guerra fredda era ancora ufficialmente in corso. Solo Gorbaciov parlava di “perestroika” e di “glasnost” (foto proveniente da www.flickr.com)

Ebbene sì: la sera del 28 maggio 1987 un innocuo Cessna 172 si presentò in finale presso il Bol’šoj Moskvoreckij di Mosca … che non è propriamente un aeroporto bensì un enorme ponte stradale a otto corsie sopra la Moscova (il fiume che attraversa la capitale sovietica) … andò all’atterraggio per poi rullare nei pressi della Cattedrale di San Basilio e arrestò la sua corsa nella piazza del Cremlino. Ai comandi c’era un certo Mathias Rust, giovanotto appena diciannovenne di nazionalità tedesca (allora Germania dell’Ovest o Repubblica Federale tedesca).

L’evento ebbe un effetto impensabile, letteralmente dirompente a tutti i livelli (politici, militari, diplomatici) e a 360 gradi in termini geografici ben oltre l’episodio in se stesso, ivi compreso il pretesto d’ispirazione per il nostro Rosalino.

A questo punto non aggiungeremmo altro al riguardo giacché il racconto di Massimo Conti, grazie a un artificio narrativo, riepiloga in modo mirabile proprio i giorni e le ore di quel volo singolare di Mathias, emulo del ben più celebrato volo transatlantico di Charles Lindbergh.

La ricostruzione storica in “Non rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa” è dettagliatissima come solo una cronaca giornalistica può essere. Anche il linguaggio è giornalistico e i dettagli minuziosi rivelati sono allo stesso livello: sembra quasi che Massimo Conti sia stato il copilota di Mathias Rust.  Insomma quello che leggerete sarà un resoconto giornalistico mascherato sapientemente sotto le mentite spoglie di un racconto a carattere storico-aeronautico che per qualcuno suonerà come una vera e propria novità ma per qualcun altro sarà l’occasione di ricordare quel giorno in cui i giornali e i telegiornali diedero una notizia che aveva dell’incredibile …

Se vi domanderete che fine abbia fatto il Cessna di Mathias Rust (ma il realtà si tratta di Reims Cessna F172P Skyhawk II, ossia costruito in Francia dalla Reims su licenza della Cessna statunitense), non dovete far altro che recarvi presso il “Deutsches Technikmuseum” (Museo della Tecnica) di Berlino e ve lo troverete appeso in questa posa molto fotogenica. Il velivolo tornò in Germania nel 2008 dopo che era stato venduto in Giappone come cimelio storico, dove probabilmente rimase in attesa che divenisse un oggetto da collezionismo di un certo valore. E storico lo è diventato di sicuro, anche se non proprio al livello del Ryan di Lindbergh, del  Lockheed Vega 5B di Amelia Eahart o del nostro idrocorsa Macchi MC-72 del recod di Agello  (foto proveniente da www.flickr.com)

La prosa del racconto è assai scorrevole e, benché il testo non sia proprio breve, scorre via con una piacevolezza che fa apprezzare l’impegno profuso dall’autore. La numerosa presenza di nomi di aeroporti e di riferimenti geografici non appesantisce il racconto e anzi innesca nel lettore la voglia di approfondire l’episodio narrato facendo ricorso a quella infinità d’informazioni presenti in rete, compresi i vari video e articoli di giornali dell’epoca, non ultimi quelli più recenti che danno conto della parabola percorsa da Mathias Rust dopo l’impresa compita. Parabola con molti bassi e pochi alti.

A questo punto, per dovere di chiarezza, siamo tenuti a sottolineare che il racconto di Massimo Conti non è giunto finalista della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE non fosse altro perché esso ha goduto una valutazione minore da parte della Giuria del premio rispetto agli altri due racconti inviati dall’autore. Coloro che volessero partecipare sono infatti liberi di farlo con un indefinito numero di racconti a tema aeronautico, tuttavia solo uno – il migliore fra tutti loro – partecipa alla valutazione finale che poi decreta il vincitore e la classifica. Dunque a “Non rimpiango niente. Atterraggio della Piazza Rossa” la Giuria ha preferito il racconto: “Scende uva passa dal cielo” classificatosi poi in terza posizione e vincitore del premio speciale VR MEDICAL. Niente male, non trovate?

Inoltre, in un clima di confidenze, vi sveleremo un altro piccolo retroscena legato a questo racconto e al Premio: nella sua stesura originaria, la partecipazione di questo racconto alla X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE era stata negata dalla Segreteria del Premio in quanto non conforme ai requisiti del regolamento in fatto di formula narrativa. Al Premio, che si chiama – non a caso – RACCONTI TRA LE NUVOLE, possono infatti partecipare solo racconti, appunto. Non testi giornalistici.  Ebbene a Massimo Conti dobbiamo riconoscere il merito, oltre ad aver avuto l’intuizione di trattare un episodio ormai perso nelle pieghe della storia recente, di aver avuto il buon senso (nonché l’umiltà) di rielaborare il testo e presentarne una seconda versione stavolta conforme … col risultato che ora siamo qui a parlarne!

Grazie, Massimo.


 

Narrativa / Lungo

Inedito

Ha partecipato alla X edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2022




Attenzione: Non esiste il Tag Non Rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa

Kindu è vendicata!


Ciò che accadde l’11 novembre 1961 (o al più tardi il 12 novembre 1961, ancora oggi non è dato sapere con esattezza) in quell’angolo sperduto del Congo che portava e porta tuttora il nome di Kindu, è quanto di più aberrante e orripilante nella storia del popolo italiano. Non che gli uomini italici durante la millenaria storia della nostra area geografica non si siano mai macchiati di nefandezze innominabili, no, certo che no … e lo stesso dicasi per i congolesi in un paese – il loro – ben più inospitale del nostro (ove la lotta per la sopravvivenza è quotidiana).  Tuttavia una tale bestiale crudeltà, un efferato istinto di vendetta come quello che la storia recente ci ha consegnato come “eccidio di Kindu”, beh …  è difficilmente paragonabile ad altri episodi cruenti e sanguinolenti della nostra comune memoria storica.

Nella cultura mediterranea e, più estesamente, occidentale, è impensabile il consumo di carne umana, neanche se appartenesse al nostro peggior nemico, neanche per farne il più bieco scempio. Non ne faremmo mai uso; viceversa nel mondo africano, vuoi per un ambiente naturale più selettivo, vuoi a causa di un  istinto animalesco appena sopito in quelle aggregazioni tribali spesso isolate dal resto dell’umanità, il consumo alimentare del corpo dell’avversario costituisce  una sorta di rivincita, una specie di trofeo che va al di là del desiderio di prevalere sul nemico violando il suo corpo fin nell’ultima fibra.

A Kindu accadde proprio quello, o almeno le cronache lasciano supporre (non smentendolo  in modo categorico) che i tredici aviatori italiani della missione di pace sotto l’egida dell’ONU, furono non solo massacrati barbaramente ma – pare e sottolineiamo pare – anche brutalmente cannibalizzati secondo il costume locale o comunque secondo un rituale ancestrale mai del tutto abbandonato da quelle genti.

Un fatto di una gravità inaudita, inimmaginabile secondo la nostra cultura e costumi eppure per nulla scandalosa per i congolesi. 

I Fairchild C-119 Flying Boxcar in forza alla 46° Aerobrigata di Pisa furono i velivoli che sopportarono tutto il peso della missione ONUC (ONU for Congo) sostenuta dal nostro paese. Nel corso dell’operazione, tra incidenti di volo e l’eccidio di Kindu, l’Italia pagò un tributo altissimo in termini di vite umane (foto proveniente da www.flickr.com)  

Si obietterà: i miliziani congolesi probabilmente erano ubriachi e sotto l’effetto di droghe mentre i tredici martiri di Kindu erano certamente indifesi e unici uomini bianchi presenti in un’area dove i bianchi – belgi, s’intende – si erano macchiati di schiavismo, torture, sfruttamento disumano degli indigeni. Da qui un profondissimo odio nei confronti di tutti i bianchi in genere.

Si dirà poi che i due velivoli italiani, benché in missione di pace trasportavano armi anziché medicinali … sì – d’accordo – ma a uso e consumo delle truppe ONU malesi che presidiavano la zona di Kindu e che, in quanto soldati con il mandato di riappacificare il paese anche con le armi, avevano il sacrosanto diritto all’autodifesa. Quanto meno.

Nell’accezione popolare si suole dire che “in amore e in guerra tutto è concesso” … ebbene in Congo era in corso una vera e propria guerra civile – è vero – ma che nulla aveva di “civile”. Di qui a cannibalizzare il nemico (presunto o realmente tale) ne corre, non trovate? … eppure!?

Quando si verificano episodi di crudeltà come quella consumata a Kindu anche la più democratica e permissiva cultura occidentale va letteralmente a farsi a benedire e anzi non stupirà se qualcuno invocò allora (e soprattutto avrebbe praticato volentieri) la “legge del taglione”. Occhi per occhio, la pena identica o almeno pari al torto subito.

Probabilmente è quello che deve aver pensato e poi applicato il personaggio del racconto di Rosario Trimarchi. Occhio per occhio e Kindu è vendicata!

Non sappiamo se si tratti di un racconto di pura fantasia o se ci sono dei fondamenti di realtà … di certo il racconto ha qualcosa di truculento e di senso della vendetta che viene dal profondo.

Un C-119 presente oggi nel giardino del grande museo di Piana delle Orme (Latina) dove si può ammirare ancora oggi in tutta la sua imponenza. Era capace di trasportare carichi notevoli e, all’occorrenza anche un discreto numero di paracadutisti che potevano lanciarsi agevolmente senza impigliarsi nei piani di coda. (foto proveniente da www.flickr.com)

In effetti l’autore così riassume il suo racconto: 

Una benefica missione di pace, sfocia in una tragedia.
Sono anni in cui l’opinione pubblica non viene ancora coinvolta al punto da poter spingere a fare chiarezza, lasciando così alla politica governativa la possibilità di stendere arbitrariamente un velo che seppur pietoso lascia dubbi e perplessità.
Un uomo d’armi che non è Rambo uno dei pagliacci di Hollywood, ma Carlo B…a, un autentico soldato reduce da più guerre, è coinvolto sul luogo dell’eccidio in fatti immediatamente successivi ad esso.
Durante la sua attività di mercenario trova un modo per vendicare, a modo suo e anonimamente, gli avieri italiani e contemporaneamente sentirsi a posto con la propria coscienza.
Il metodo può sembrare folle ma, senza inorridire per il gesto e nemmeno volerlo giudicare, si potrebbe essere spinti a pensare che egli sia riuscito nell’intento.

Il racconto parte piano e procede apparentemente in modo innocuo ma, giunti verso la conclusione, esplode in tutta la sua crudezza lasciando il lettore basito e assillato di dubbi: fantasia o realtà?

Ovviamente non possiamo anticiparvi di più pena annullare l’effetto sorpresa. Quella stessa sorpresa che non deve aver fatto breccia nella della giuria del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE che non lo ha trovato meritevole di accedere la fase finale e dunque di annoverarsi tra i magnifici 20 racconti presenti nell’antologia della IX edizione.

Peccato … sarà per la prossima edizione perché Rosario Trimarchi è sicuramente un ottimo autore che ha fantasia e tecnica, sa narrare e intrigare il lettore e dunque è destinato a crescere e a migliorarsi a ogni partecipazione. Tieni duro Rosario!

Per l’intanto godiamoci questo suo racconto e domandiamoci se, nei panni del protagonista ci saremmo comportati allo stesso modo. 



Narrativa / Medio – Lungo

Inedito

Ha partecipato alla IX edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2021


Il Viaggio – L’inizio dell’avventura


Come già anticipato nella recensione del libro intitolato “Sullandai“, questo racconto costituisce idealmente il prologo o – utilizzando un’espressione mutuata dalla gastronomia – l’antipasto del volume pubblicato nel 2004 a opera del Com.te Glauco Nuzzi.

In verità il “Il viaggio – l’inizio dell’avventura ” è molto più giovane, cronologicamente parlando (primavera 2021) rispetto al libro in questione. Come mai – vi chiederete -?

Il Fairchild C-119 Flying Boxcar fu per l’autore il fidato amico su cui contare durante le avventure nei cieli africani. Ne è qui ritratto uno splendido esemplare – appena restaurato – che faceva e tuttora fa bella mostra di sé a Pisa, presso la 46a Brigata aerea ove svolse il suo gravoso ininterrotto ruolo di trasporto pesante per vent’anni e più, praticamente a partire dal 1953 fino al 1979, data registrata negli annali dell’aviazione come ultimo volo ufficiale tra le fila del’AMI (foto proveniente da www.flickr.com)

Semplicemente perché il racconto costituisce una sorta di concreto apprezzamento da parte dell’autore nell’essere stato esortato – e non comandato volontario – a partecipare alla IX edizione del nostro premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE. Anzitutto in qualità di giurato speciale, poi di ospite d’onore nel corso della cerimonia di premiazione e poi, se proprio gli fosse avanzato del tempo e se la memoria lo avesse supportato, anche di autore di almeno un racconto ambientato nel Congo.

Dalla spontanea disponibilità dell’autore è nato dunque il primo capitolo rivisto e corretto, condensato e migliorato di quello che è – e rimane tuttora – il primo capitolo stampato di “Sullandai” .

D’altra parte il titolo del racconto lo lascia facilmente intendere: è l’inizio dell’avventura che visse l’autore, poco più che ventenne,  nei loghi aerei e terrestri del continente africano. Suo malgrado – sottolineiamo perché comandato volontario ad andarci e, prima ancora, comandato a trasferirsi a Pisa presso la 46a Aerobrigata trasporti pesanti come destinazione al reparto, appena terminata l’Accademia Aeronautica.

Non sappiamo se vi è mai capitato di salire a bordo di un C-119 … ad ogni modo questa potrebbe essere la vista, piazzandosi dietro ai seggiolini dei piloti … di sicuro questa è la vista che ebbe l’autore quando fu inviato d’autorità a Pisa, ancora fresco di Accademia. E dire che all’inizio il Com.te Nuzzi odiò il velivolo ma, dopo aver trascorso sopra una parte importante della sua vita professionale, lo lasciò dicendogli un sincero: “ti voglio bene, bestione!”. Sebbene non l’abbia dichiarato apertamente in “Sullandai”, non stentiamo a immaginare che versò pure una lacrimuccia  … ma ci sarà l’occasione di scrivere un racconto a margine del romanzo, non è vero com.te Nuzzi? (foto proveniente da www.flickr.com)

Forse sarà per questo che il comandantissimo Nuzzi si è subito adoperato per migliorare e riscrivere il primo capitolo del suo libro e farne un racconto peraltro piacevolissimo e godibilissimo: perché nessuno degli organizzatori del Premio letterario l’ha comandato … al massimo “pregato di”, certamente non “obbligato a”.     

Tornando all’espressione iniziale “antipasto”, ebbene “Il viaggio – l’inizio dell’avventura ” è sicuramente un antipasto appetitoso, sapido, gustoso che appaga la mente e solletica la curiosità del lettore.

La prosa è semplice, senza particolari artifici narrativi, quasi confidenziale.

La trama è snella ma l’intreccio è davvero ben congegnato per essere confinato allo spazio di un medio-breve racconto.

Pochi ma fondamentali i personaggi e, sebbene la narrazione sia in prima persona, sono presenti alcuni periodi con il discorso diretto evitando così il rischio di un testo piatto se non monotono. E’ pur vero che la vicenda narrata è così dinamica che …

In definitiva un racconto che vi farà venire la voglia di leggere il romanzo o – ci auguriamo – la recensione del libro ospitata nel nostro hangar.

A conclusione di questa recensione permetteteci invece di ringraziare il Com.te Glauco Nuzzi per averci regalato questo cammeo. Lo interpretiamo come un segno di stima e di affetto nei nostri confronti. Come quello che abbiamo noi nei suoi. Nel nostro caso però non disgiunto da un reverenziale rispetto verso quel ventenne oggi cresciuto e divenuto solo per motivi anagrafici un delizioso ultraottantenne, comandato volontario a diventarlo.



Narrativa / Medio-lungo

Inedito

In esclusiva per la IX edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2021 




Attenzione: Non esiste il Tag IL VIAGGIO - L'INIZIO DELL'AVVENTURA

 

Franz Stigler e Charlie Brown




Facebook, a volte, è un social impagabile. Ci si trovano spesso cose straordinarie. In mezzo a tante banalità, bisogna dire anche questo. Stavolta ci ho trovato questa storia di guerra. Mi è piaciuta e l’ho copiata e tradotta. Ringrazio chi ha deciso di condividerla.

Questo bellissimo post mi sarebbe sfuggito, se colui che l’ha condiviso non avesse scritto quattro parole di presentazione: questa storia fa piangere.

Probabilmente le foto e le didascalie di questa recensione vi appariranno di parte … ebbene sappiate che ci è capitato raramente di poter parlare e mostrare materiale fotografico relativo a macchine volanti di costruzione germanica. Dunque lasciateci sfogare! Probabilmente è la sindrome dei vinti, sarà l’influenza del monopolio culturale anglo-britannico che ha dominato l’Europa occidentale a seguire la II Guerra Mondiale – e tuttora domina, diciamolo! – chissà … tuttavia, dal punto di vista storico e tecnologico, quanto riuscì mettere in aria la Forza armata germanica (la Luftwaffe) nel corso del conflitto costituisce qualcosa di prodigioso, specie se tenuto conto delle pesanti restrizioni cui era stata soggetto il paese all’indomani della sconfitta della I Guerra Mondiale. La Società delle Nazioni (l’equivalente dell’odierno ONU) aveva infatto stabilito condizioni molto stringenti in fatto di armamenti che consentivano agli uffici tecnici tedeschi delle aziende aeronautiche di progettare solo alianti e velivoli da turismo o di costruirli su licenza. La Messerschmitt, ad esempio, all’epoca chiamata Bayerische Flugzeug Werke di Augusta era letteralmente sull’orlo del fallimento agli inizi del 1930 e forse il velivolo mostrato nella foto non avrebbe mai visto la luce sui tavoli da disegno della BFW se Herr Willy Messerschimtt non avesse creduto nella bontà del suo estro creativo e dei suoi ingegneri. Il Bf 109 volò per la prima voltà nel 1935, vincitore di un concorso emesso dall’Aeronautica militare tedesca per un nuovo caccia con cui dotare la neonata forza armata. Vinse contro ogni previsione giacchè si scontrò con colossi come Arado, Heinkel, Focke-Wulf. Quando vinse fu decretato virtualmente l’inizio di una nuova generazione di caccia: monoplani, ala bassa, struttura metallica, carrello retrattile, cabina chiusa, motore raffreddato a liquido. Essa avrebbero dominato l’aria fino all’avvento di un’altra generazione ancora: i caccia a reazione. Ma quella è un’altra storia. (foto proveniente da www.flickr.com)

Stavo per andare oltre, ma l’argomento riguardava aerei, perciò ho deciso di leggerla. Ed ho fatto bene, perché si tratta di una storia certamente vera, con nomi, luoghi e date.

Lo dico subito: non mi ha fatto proprio piangere, ma ci è mancato poco. Di sicuro mi ha commosso.

Conosco almeno un paio di film dove viene rappresentato un caso come questo.

Uno è: “Il Temerario”, con Robert Redford. Anche se lì si parla di due piloti di caccia e la guerra non è la seconda, ma la prima. Però c’è sempre un forte spirito di cavalleria, di onore e di umanità.

L’altro è un episodio di “NCIS”, la serie televisiva ambientata a Washington, dove il padre del personaggio principale, Leroy Jethro Gibbs, a bordo di un caccia americano si trova perso, con gli strumenti in avaria sopra la Germania e un altro pilota, tedesco, quindi nemico, si affianca e gli indica la strada per tornare in Inghilterra, poi lo saluta militarmente, alzando la mano guantata allo stesso modo di Stigler. E qui siamo nella Seconda Guerra Mondiale. Questa scena è decisamente più simile, quasi uguale, a quella vera.

Sono sicuro che esistano altri film dove un evento simile viene utilizzato perché fa breccia nell’animo della gente e la scuote.

E’ una scena che commuove. Che fa piangere, appunto. Trovare anche nella ferocia della guerra un piccolo spazio per un gesto di umanità, non è cosa da poco.

Salvo che per averlo toccato con mano – si fa per dire – in qualche raro museo ove ne è conservato un rarissimo esemplare oppure avendolo visto da molto vicino in qualche memorabile manifestazione aerea, è assai diffcile rendersi conto delle dimensioni reali di un Bf 109. Ebbene questa foto dell’epoca ci consente di comprendere quanto fosse smilzo il caccia germanico, al di là dei suoi 10 metri di apertura alare, i quasi 9 metri di lunghezza e i 3,40 metri di altezza. Pesava “solo” intorno ai 2000 kg, dunque un condensato di ingegneria e di intuizioni vincenti. In effetti Messerschmitt aveva riunito nella sua creatura tutti quegli elementi e soluzioni tecniche avverinistiche che la tecnologia aeronautica, metallurgica e motoristica dell’epoca aveva da poco reso disponibili … un po’ come alla stregua dei fratelli Wright con il loro Flyer. Ma giusto una trentina di anni dopo gli albori dell’aviazione umana, a conferma che la storia – anche quella aeronautica – è un ciclo e riciclo: cambiamo le date, i luoghi, i nomi delle persone ma gli esseri umani sono sempre gli stessi. Da notare la bella decorazione del velivolo (foto proveniente da www.flickr.com)  

Mi viene da pensare che gli autori delle due suddette scene possano aver conosciuto e riprodotto nella finzione, l’episodio vero di Stigler e Brown.

In realtà non dovrebbe essere la manifestazione di solidarietà che riceviamo da un altro essere umano considerato nemico, a farci commuovere. Semmai dovrebbe essere l’idea della guerra, della distruzione, della ferocia, da parte di qualunque essere umano, a farci inorridire.

Ma l’umanità, purtroppo è fatta così.

Le persone non sono tutte uguali. Nemmeno due gemelli monozigoti, che chiamiamo gemelli identici, sono davvero identici.

Eppure, a mio avviso, anche se l’umanità può essere tanto diversa a seconda di dove vive, di quale religione professa e di quale educazione ha ricevuto, potrebbe essere considerata, non uguale, ma sicuramente equivalente. E’ sempre la stessa. Se guardiamo secoli, perfino millenni di storia che affonda nel profondo passato, ci accorgiamo che le caratteristiche peculiari della razza umana non sono mai cambiate. E’ cambiata la cultura, la conoscenza, la tecnologia. Sono state fatte scoperte sensazionali, conquiste immense. Siamo arrivati sulla Luna. E nel prossimo futuro andremo ancora più lontano.

Il vero B-17 Flying Fortress recante il nomignolo “Ye old pub” sulla fiancata del muso. E’ il co-protagonista del racconto ed è qui ripreso in volo durante una manifestazione aerea. (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma l’Umanità è sempre quella. Può compiere azioni che vanno dall’estremità del male all’estremità del bene. Qualunque essere umano può fare qualunque cosa. Da un’estremità all’altra. Con tutte le possibilità intermedie.

E questo dipende da chi è quell’essere umano. Dipende dal suo carattere, dalla sua storia, dalla sua cultura e dalla sua coscienza.

Quindi, dipende da chi si incontra.

Il tedesco della nostra storia era soltanto uno di questi esseri umani.

E allora perché il suo gesto ci commuove fino a farci anche piangere?

Eh, penso che anche questo dipenda da chi legge la storia. Non tutti provano lo stesso sentimento.

Anche ogni lettore non è altro che un altro essere umano.




Recensione a cura di Evandro A. Detti (Brutus Flyer)





Se lo Spitfire costituisce il simbolo della RAF e della tecnologia aeronautica britannica nel corso della II Guerra Mondiale, allo stesso modo e nello stesso periodo storico, il Messerschmitt Bf 109 rappresenta per antonomasia il velivolo da caccia della Luftwaffe e dell’industria aeronautica tedesca. Diremo di più: assieme allo Zero nipponico e allo Spitfire britannico è considerato il miglior caccia di tutti i tempi. E non solo perchè quando apparve – era il 1935 – costituì lo spartiacque con un passato che era appannaggio di biplani con motori radiali raffreddati ad aria, carrello fisso e cabina aperta ma anche e soprattutto perchè, nel corso del conflitto, fu la base di partenza per versioni sempre più evolute che ne fecero una macchina da guerra sempre al passo con i tempi e addirittura un passo avanti rispetto ai suoi avversari. Dunque ebbe esattamente la stessa sorte dello Zero e dello Spitfire, a dimostrazione della validità indiscutibile del progetto iniziale ispiratore da cui tutte e tre queste macchine presero avvio. Il Bf 109 qui ritratto è di proprietà dell’Imperial War Museum di Duxford nel Cambridgeshire (Gran Bretagna) ed è apparso nel corso del “Flying Legends Airshow” tenutosi nel 2017. Si tratta di un velivolo che fu costruito su licenza in Spagna e, anzichè del celebre motore Daimler Benz DB-605, è equipaggiato da un “convenzionale” Rolls-Royce Merlin. E’ stato verniciato con la livrea che fu della Legione Condor, il reparto tedesco che partecipò con circa 40 velivoli di questo tipo alla campagna di Spagna. Fu un ottimo banco di prova che confermò l’eccellenza di questo piccolo velivolo, potente e abbastanza ben armato (per il periodo) e, sebbene poco contrastato dall’aviazione repubblicana – dotata di caccia sovietici tipo Rata -, confermò ai vertici della Luftwaffe che l’ingegno ingegneristico teutonico aveva fornito loro una macchina da guerra letteralmente formidabile. (foto proveniente da www.flickr.com).




Confessiamo che non abbiamo mai avuto una particolare predilezione per Facebook e per gli altri cosiddetti social network.

A dire il vero li consideriamo luoghi più inclini pettegolezzo che a una  concreta opportunità di reincontri o di frequentazioni a distanza.

Foto d’epoca di una di quelle classiche formazioni serrate di B-17 di cui, si legge nel racconto, aveva fatto parte anche lo sfortunato-miracolato “Ye old pub” nella sua missione di bombardamento sulla Germania.

Diciamo tutta la verità: in questi contenitori di varia umanità regna sovrano il ciarpame e la paccottiglia, tuttavia appaiono talvolta foto di un certo valore storico come pure documenti di pregevole fattura sebbene di autore ignoto. Di condivisione in  condivisione, di inoltro in inoltro, certe informazioni purtroppo si perdono eppure la bontà del materiale rimane inalterata.

Il mitico Messerschmitt Bf 109 G-6 “Gustav” è il protagonista del racconto. E’ pilotato da un generoso pilota della caccia tedesca che, rispettoso degli antichi valori della Cavalleria, non infierisce su un nemico mortalmente colpito e incapace di nuocere, anzi lo aiuta quanto basta per poter avere una possibilità di sopravvivenza. Una storia esemplare che fa da contraltare a molte, troppe storie, in cui i piloti abbattuti e lanciatisi con il paracadute, venivano ignominiosamente mitragliati oppure i velivoli miracolosamente atterrati più o meno incolumi dopo un duello aereo in cui avevano subito danni gravissimi venivano ugualmente annientati al suolo, pressochè inermi. Nello scatto il “109” è stato sorpreso dal fotografo da dietro, in rullaggio con i flaps abbassati. (foto proveniente da www.flickr.com)

In tutta onestà, apprendere dove i nostri amici sono andati in vacanza o cosa abbiano mangiato a pranzo non è di grande utilità sociale – ne converrete – viceversa, visionare squarci di un passato relativamente recente altrimenti destinati all’oblio o apprendere fatti e vicissitudini singolari di persone più o meno comuni ma collocati in particolari periodi storici, beh …  ha indubbiamente qualcosa di più culturale tale da nobilitare e dare un senso meno frivolo a questi spazi sociali globali. Opinione del tutto personale, per carità, condivisibile o meno, liberi di continuare a postare luoghi esotici di vacanza o pranzi luculliani …

Una splendida fotografia che rende merito alle linee armoniose del B-17 e che, considerate le forme generose e il ruolo di bombardiere a lungo raggio, sono ancora oggi apprezzabili.

La frequenza con cui appare il materiale nobile – perdonerete l’aggettivo – è però talmente ridicola che costituisce il motivo per cui non abbiamo mai creduto granchè in questo canale privilegiato … eppure qualche tempo fa un prezioso collaboratore dell’hangar ci ha sottoposto un testo colto nelle pieghe di Facebook. Una sorta di cronaca storico-giornalistica davvero notevole – in lingua inglese, purtroppo – che meritava di essere divulgata al di fuori del “ghetto” del famoso social network, a beneficio di coloro che non lo frequentano o che non hanno avuto la medesima fortuna del nostro “agente segreto”. Inutile sottolineare che a lui dobbiamo anche la preziosa traduzione in italiano.

In effetti avevamo già trovato più o meno lo stesso racconto all’interno del volume: “Di questo son fatti gli aerei” di Giuseppe Braga che abbiamo recensito in un angolo dell’hangar. Ora, a prescindere da chi abbia elaborato il testo originale o ne sia stato ispirato, abbiamo ritenuto doveroso renderlo disponibile ai nostri visitatori affinchè ne traggano motivo di riflessione e ne mantengano vivo il ricordo.

Ancora un “Gustav” conservato in un museo. Era con uno di questi temibilissimi caccia che il pilota della Luftwaffe Franz Stigler ingaggiò il B-17 al comando del tenente Charles “Charlie” Brown. Fatta eccezione per il sovietico Iljuscin Il-2, il caccia tedesco detiene il record per essere stato il velivolo costruito nel maggior numero di esemplari in tutto il mondo: ben 34 mila esemplari nelle sue numerose versioni (ivi comprese quelle realizzate su licenza dalla Hispano Suiza spagnola e dalla Avia romena). Non a caso può essere definito “l’aquila della Luftwaffe”. Alla data del 2016 esistevano ancora 67 velivoli Bf 109 conservati in museo o volanti, la maggior parte dislocati negli USA, Germania e Gran Bretagna.(foto proveniente da www.flickr.com)

I protagonisti del racconto, ambientato verso la fine della II Guerra Mondiale, sono un equipaggio statunitense di un bombardiere B-17 Flying Fortress (in particolare il  suo comandante) e un pilota da caccia della Luftwaffe con il suo Messerschimtt Bf-109. Il loro non sarà il solito, prevedibile incontro come tanti ce ne furono nei cieli dell’Europa centrale. Da qui l’originalità di un testo che si lascia leggere velocemente con sommo piacere e, non privo della sorpresa finale, vi lascerà quel non so che di curosità tale da spingervi a ulteriori letture e magari ricerche sul quel periodo storico o quelle macchine volanti. A noi è capitato così …

Ancora una splendida immagine di un Bf 109 G oggi ancora volante. L’immagine è stata colta nel maggio 2019 in Virginia, a Virginia Beach, USA. La variante “Gustav” fu prodotta in maggiore quantità rispetto a tutte le altre – circa il 70% – ma non venne ritenuta la migliore in assoluto tra quelle che furiono realizzate tra cui – lo ricordiamo a titolo esemplificativo – rimasero allo stadio di protitipi anche una versione imbarcata con ali ripiegabili e gancio di arresto, una versione con motore radiale BMW, una con cabina pressurizzata e una addirittura con carrello triciclo. Ancora una particolarità: le versioni del Bf 109 furono contraddistinge da una lettera e da un nomignolo che riprendeva l’alfabeto fonetico in uso allora in Germania. Oggi siamo abituati all’alfabeto fonetico NATO ma allora, in Germania, G era Gustav, E Emil e F Friederich e così via. (foto proveniente da www.flickr.com)

Per dovere di documentazione concludiamo con un’annotazione a margine: la vicenda di Charles Brown e Franz Stigler è riportata con ulteriori dettagli, retroscena ed epiloghi paralleli nella pagina di Wikipedia dal titolo: Charlie Brown and Franz Stigler incident , in lingua inglese ma facilmente traducibile a mezzo di traduttore automatico.

Ma la pagina web che vi esortiamo a visitare e a leggere avidamente è quella tutta italiana a cura del Gruppo Ricercatori Aerei Perduti Piacenza che, per merito di Mario Migliavacca, riporta la stessa vicenda corredata da foto e disegni assai pregevoli. E’intitolata: Un Angelo in volo sopra Brema.

Quando gli angeli esistono e volano a bordo di macchine volanti da guerra.




Recensione a cura della Redazione


Foto di copertina proveniente da www.flickr.com.

Si tratta del famoso Boeing B-17 Flying Fortress soprannominato “Sally B”, ripreso dal fotografo in una simulazione di incendio ai motori effettuata nel corso del Old Buckenham Airshow.




Libro Cesare Carra - Una vita troppo breve dedicata al Volo
Cesare Carra - Una vita troppo breve dedicata al Volo

Zingari del Cielo

Avventure in punta di ali

Parlare con l’aereo prima del decollo


A partire dalla fine della II Guerra Mondiale, attentato alle Twin Towers e pandemia del Covid 19 permettendo, l’umanità ha utilizzato il trasporto aereo in un crescendo vertiginoso fino a farne un uso di massa, quasi universale. Eppure viaggiare in aereo anziché con navi, treni o automobili conserva ancora un suo fascino, quasi un alone di magia.

Ci sono persone che lo ritengono un mero mezzo di trasporto e dunque lo utilizzano con distacco, con un fare sfacciatamente disinvolto; alcune che, dotate di una maggiore sensibilità o di un arguto spirito di osservazione, vedono e sentono nel grande aeroplano commerciale ben di più e ben oltre la semplice macchina volante che consente loro di recarsi dall’altra parte del mondo per lavoro come pure per diletto. Per questo genere di passeggeri, del tutto inconsciamente, volare è esso stesso parte del viaggio. C’è poi quella frangia di viaggiatori, assidui utenti dei velivoli da trasporto passeggeri che, pur avendo vissuto alcune esperienze traumatiche, trovano talmente piacevole visitare luoghi lontani ed esotici che accettano di buon grado la “purga” di un lungo quanto noioso volo transcontinentale.

“Cerco di dormire, ma non è facile. Ho troppa adrenalina in corpo, mista ad ansia e preoccupazioni, non riesco a rilassarmi. Mi son sempre chiesta come facciano gli altri a riposare beati e, a russare pure!” racconta la voce narrante Barbara alias Liza Binelli. Nello scatto la splendida vista a disposizione del passeggero seduto accanto al finestro di un moderno aeroplano commerciale – foto proveniente da www.flickr.com –

E’ proprio a questa schiera di irriducibili giramondo che appartiene Barbara, la protagonista del racconto di Liza Binelli: la classica donna indipendente e curiosa, inizialmente impaurita dagli aeroplani ma poi divenuta accanita consumatrice di voli infiniti verso le più disparate località del mondo civilizzato e non. Complice un incontro salottiero con due sue amiche all’indomani dell’ennesimo viaggio, ci troveremo catapultati nei suoi andirivieni alla scoperta di culture diverse e lontanissime dalla nostra.

Ecco allora che, come sintetizza l’autrice:

Le euforiche emozioni in volo alimentano i sogni di tre amiche. Cosa significhi trovarsi tra le nuvole, soprattutto la prima volta, è l’argomento di discussione della protagonista, la quale, nei panni di una passeggera di aerei di linea esprime con arguzia il suo punto di vista, quello di chi trascorre molte ore a bordo, ma non in cabina di pilotaggio.

Un osservatorio su cosa succede prima, durante e dopo la crociera, senza trascurare nulla: ambiente, persone, equipaggio, paesaggi notturni e costumi italiani. Sulle ali della fantasia l’autrice porta a far sorridere il lettore usando parole genuine e frasi brevi. Fra riti scaramantici, timori e passioni, questo racconto vi delizierà per la chiarezza d’esposizione e la profondità d’espressione.

Quello che per molti è una banalità, ciò che ai più sfugge durante la trasvolata, dopo questa lettura, forse, ci faranno più caso.

Salendo a bordo di un Airbus A-380, nella sezione “Economy Class” potrebbe essere questa l’immagine a materializzarsi di fronte ai vostri occhi e che, di sicuro ha osservato l’autrice del racconto. Così infatti racconta la sua esperienza: “Ma appena la lucina delle cinture di sicurezza s’illumina e diventa verde, si sente un “cla clak cla clak” frenetico, a ripetizione, i membri dell’equipaggio si alzano, iniziano il turno e si scatena l’inferno. Tutti che chiamano, tutti che chiedono qualcosa, chi corre in bagno, chi prende qualcosa dalla cappelliera. E ogni volta resto a bocca aperta: ma se siamo appena partiti, ma se fino a un secondo fa non fiatavate, adesso avete tutte queste esigenze?” – foto proveniente da www.flickr.com –

Naturalmente il racconto ha un forte taglio autobiografico, peraltro confermato dalle note biografiche dell’autrice e dunque è fin troppo facile vedere sovrapposta l’immagine e la voce di Barbara con la calda voce e l’affascinante aspetto della nostra Liza.

Il testo è abbastanza breve, con numerosi spunti di riflessione tuttavia non è stato preferito dai giudici della VIII edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE in quanto – e non ci concediamo certo un azzardo o una critica gratuita – minato drammaticamente da una punteggiatura singolare per non dire assente. Ne consegue un testo monolitico in cui il lettore – i giudici come noi – rimane interdetto su chi dei tre personaggi stia parlando oppure se si tratti di un pensiero intimo o con piena voce.

Siamo certi che l’autrice non ce ne vorrà … ma il racconto era praticamente illeggibile nella versione fornita alla Segreteria del Premio e dunque ai giudici, faticosa e incerta la sua lettura. Da qui la forte penalizzazione sebbene l’argomento sia scritto in modo piacevole e mai banale.

A bordo di un aeroplano adibito al trasporto passeggeri c’è sempre una serie di poltroncine riservate all’equipaggio. Il personale di bordo, per quanto avvezzo all’ambiente aereo, ha comunque l’obbligo d “allacciare le cinture” durante le fasi di decollo/atterraggio del velivolo . – foto proveniente da www.flickr.com –

Siamo certi che anche in questo caso l’autrice non ce ne vorrà … ma, in qualità di Redazione e dunque di editori di queste pagine e al fine di renderlo fluido e godibile a beneficio dei nostri visitatori, ci siamo visti costretti a porre noi quei punti a capo e quelle virgolette inglesi del discorso diretto che l’autrice non ha posto. Perché la narrazione, anche la più serrata, ha bisogno di respiro; perché un testo ha bisogno di stendersi su un foglio di carta (o il video di un pc o di un tablet) e incontrare la sua naturale estetica dattilografica, per quanto prevedibile o convenzionale

Da parte nostra non c’è stata alcun tentativo di ergerci a censori di un ottimo testo sebbene “aggomitolato” su sé stesso né vorremmo apparire i classici bigotti abbarbicati su posizioni indifendibili di una narrativa antiquata irrigidita da regole vetuste. Giammai. A noi piace leggere e siamo altresì sensibili alle fatiche e all’impegno profuso da un autore/autrice nel stendere il testo di un racconto. Siamo rispettosi del lavoro altrui e non ci sogneremmo mai di alterare una composizione letteraria … ma – credeteci – il racconto originale era davvero zoppicante e non rendeva merito alle capacità indubbie dell’autrice. Quasi illeggibile. Come la sabbia nelle cozze, come la gramigna negli spinaci, come il fiore di aglio selvatico tra i gigli candidi.

Ancora un’immagine della cabina di un velivolo passeggeri con le sue luci suffuse – foto proveniente da www.flickr.com –

Sul perché di questa scelta originale della sig.ra Liza non ci è dato sapere. Forse aveva timore di superare il numero di battute massime previste da regolamento? E’ stata lontanissima! Forse ha adottato una nuova tecnica narrativa in cui l’imperativo assoluto è l’uso assai parco della punteggiatura? Missione compiuta: ci ha procurato un bel mal di testa! Forse pensava di conferire più ritmo alla narrazione? Ci siamo persi alla quarta riga e al primo cambio di voce narrante. Insomma … provare per credere!

Chiudiamo questa modesta recensione con una considerazione che conforterà Liza Binelli e molti altri viaggatori aeronautici: ebbene … anche i piloti parlano con gli aeroplani. Anche i manutentori. E gli addetti ai bagagli, i controllori di volo e tutti coloro che consentono ai passeggeri di giungere dove, fino a non molti anni orsono, era possibile recarsi solo con i racconti di Salgari.

Chissà se i fratelli Wright – quelli che nel 1903 effettuarono il primo volo documentato di una macchina volante più pesante dell’aria dotata di organo propulsore – si siano mai resi conto della portata della loro invenzione!? Loro di certo ci parlavano con il Flyer!



Narrativa / Lungo

Inedito

Ha partecipato alla VIII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2020




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