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Recensioni dei racconti degli autori.

Di padre in figlio

Esame scritto d’italiano. Tema dell’esame maturità del ’87 (1900, beninteso).

Citazione di un certo Noberto Bobbio (prima d’allora, almeno per me, un perfetto sconosciuto).

Sulla base della citazione di Norberto Bobbio esprimere concetti e considerazioni personali.

Ancora oggi mi domando cosa diavolo m’inventai o che caspita di boiate scrissi … fatto è che, all’esame orale d’italiano, la professoressa della commissione esterna mi sorrise.

Che provenisse da uno dei più prestigiosi licei classici romani era certo mentre io, ancor più certo, ero un’insignificante studente di uno corso di costruzioni aeronautiche in uno dei più vecchi (e disastrati) istituti tecnici statali romani.

“Il suo tema “ mi disse compiaciuta “è ottimo, il migliore del corso … e sa perché?”

“Perché?” le domandai come un babbeo.

“Perché mi sono riposata.”

Il P-38 Lightning è uno dei due velivoli evocati in questo racconto. La sua vista frontale, immortalata da Geoff Collins (https://www.flickr.com/photos/geoffsphotos/249683193) in questo formidabile scatto del 2006, rende onore alla strepitosa originalità del progetto della Lockeed. Il “fulmine”, traduzione letterale di lightning, era un caccia pesante bimotore statunitense a largo raggio d’azione che trovò un massiccio impiego durante tutta la Seconda Guerra Mondiale.

 

All’inizio non compresi cosa intendesse dire; provò a spiegarmelo ma, onestamente, ero troppo preso dalla prova orale per darle ascolto.

Ebbene, seppure alla distanza siderale di tanti anni, quando ho letto il racconto di Davide Gubellini è nato in me lo stesso stato emotivo, ho provato la stessa sensazione che provò l’insegnante di allora. Giunto all’ultima riga ho esclamato: “Che riposante!”

Ecco il secondo velivolo che viene “nominato” tra le righe di questo racconto. In verità è’ qui ritratto il De Havilland  DH.113 NF.54 (con matricola militare MM 6152), versione biposto del blasonato DH.100. Ha le insegne della Scuola Caccia Ogni Tempo di Amendola e si trova esposto presso il Museo storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, sulle rive del  Lago di Bracciano. Le sue condizioni,  complice anche la struttura in legno della fuoliera,non sono esaltanti e forse meriterebbe un restauro della livrea,

Intendiamoci: la VI edizione del Premio RACCONTI TRA LE NUVOLE ci ha regalato delle splendide composizioni –  le migliori di sempre, almeno a detta dell’editore – sebbene intricate, pregne di dettagli e di minuti indizi narrativi. Sono stati numerosi i testi lunghi e articolati (per non dire intricati) con finali pirotecnici e personaggi di grandissimo spessore storico. Potrei spendere diversi aggettivi a proposito dei racconti presenti all’interno dell’antologia 2018 … tutti fuorché riposanti.

“Di padre in figlio”, questo il titolo del racconto incriminato è invece davvero “riposante”.

Così l’autore riassume il suo racconto:

Questo invece è effettivamente un DH.100. La foto è stata scattata da Martin Wippel (www.Flickr.com) in occasione del 50° anniversario delle Frecce Tricolori, il 12 settembre 2010 a Rivolto, presso la base delle “Frecce”. Il Vampire costituì la ripresa delle attività aeronautiche non solo per la rinata Aeronautica Militare Italiana ma anche per la rediviva industria aeronautica italiana. all’indomani della fine del II conflitto mondiale, diverse decine di Vampire furono infatti costruiti o comunque assembalti dalla Macchi e dalla FIAT mentre nei reparti già erano giunti un cospicuo numero di macchine provenienti direttamente dalla Gran Bretagna. Non a torto, dunque, costituisce il velivolo della rinascita e anche il passaggio ad una nuova generazione di velivoli: i jet. 

“I1 servizio militare in Aeronautica é stato per Gabriele una scuola di vita.

Quasi trenta anni prima, anche il suo babbo Giancarlo assolse gli obblighi di leva in Aeronautica, imparandone un mestiere.

Il racconto descrive questo percorso condiviso, partendo dalla comune passione per il volo e il cielo in particolare. Al punto da divenire l’elemento caratterizzante i1 rapporto tra due generazioni.”

Il contenuto è di chiara matrice autobiografica mentre i protagonisti sono anticipati dal titolo. L’ambientazione è contemporanea; la trama si sviluppa su un solo piano narrativo ed è davvero priva di qualunque sussulto. Salvo il flashback iniziale, è assolutamente lineare.

La prosa è fin troppo giornalistica, di una semplicità esemplare che rasenta quella infantile sebbene sintassi e grammatica siano rispettate in modo invidiabile.

Dalle note biografiche dell’autore comprendiamo il suo stile essenziale e il suo narrare senza orpelli: egli è un giornalista pubblicista iscritto all’albo dei giornalisti da diversi anni e ha all’attivo alcuni libri di storia economica.

Forse uno degli esemplari meglio conservat in museo in Italia. L’esemplare è esposto presso il Parco e Museo del Volo di Volandia (nei pressi dell’aeroporto di Malpensa – Milano) e mostra le insegne di un FB.52A del 154º Gruppo del 6º Stormo di Ghedi (BS). In realtà la sua provenienza e le sue origini sono tutt’altre … c’è da ammettere però che il suo restauro è stato davvero notevole. Lode a Volandia 

Certo il suo scrivere somiglia più ad un’autobiografia che a una composizione in cui, da regolamento, si può dare libero sfogo alla più sfrenata fantasia purché incanalata nell’ambito aeronautico; certo da Davide ci saremmo aspettati qualcosa di più, qualcosa di più ardito e originale, tuttavia siamo fiduciosi che, dopo qualche “rullaggio” incerto, saprà stupirci nella prossima edizione del Premio.

Anche perché, ad onor di cronaca, la giuria della VI edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE, non ha ritenuto meritevole “Di padre in figlio” di accedere alla fase finale relegandolo al XXI posto assieme a tutti gli altri non finalisti. D’altra parte, considerata la caratura media dei racconti finalisti – elevatissima -, sarebbe stato impensabile un risultato diverso.

 

La fotografia (tratta da https://forum.warthunder.com/index.php?/topic/413378-p-38g-captured-by-the-italians/) ritrae il primo velivolo Lockeed P-38 Lightining entrato in possesso della Regia Aeronautica. Sì, avete letto bene: Regia Aeronautica e non la rinata Aeronautica Militare Italiana. Dal forum apprendiamo che giunse in Sardegna, nell’aeroporto di Capoterra a causa di un grossolano errore di navigazione occorso al pilota alleato durante un volo di trasferimento da Gibilterra all’sola di Malta. Era il giugno 1943. In effetti, fatto salvo questo episodio, il P-38 furono poi consegnati agli aviatori italiani all’indomani della fine del II Conflitto Mondiale. Le condizioni dei velivoli erano piuttosto deteriorate e dunque la loro rimessa in efficienza fu lunga e laboriosa. Entrarono in servizio nel ’46 per essere radiati solo 10 anni dopo nel corso dei quali furono coinvolti in numeroso incidenti di volo. Premesso che ai piloti italiani non piacevano granchè (a causa della presenza del volantino al posto della cloche, del carrello triciclo anzichè biciclo e della elevata velocità di atterraggio) i Lightning italiani soffrirono molto i frequenti problemi ai motori Allison che, anche quando erano stati utilizzati dagli alleati, non avevano mai brillato in affidabilità.

Egoisticamente, a noi, questo risultato apparentemente sconfortante, giova in quanto ci consente di ospitarlo nel nostro hangar, convinti che si tratti solo il simulacro di un velivolo con ambizioni ben più stupefacenti, sicuramente da modificare e rendere volante.

Siamo infatti certi che Davide Gubellini sia in grado di scrivere col cuore e con la fantasia oltre che con il piglio e la schiettezza del giornalista, dunque, per il momento ci accontenteremo di un racconto “riposante” poi, siccome è conclamato che le vie del cielo siano infinite, confidiamo che  anche quelle della creatività lo siano. Messaggio ricevuto, Davide?


Recensione  a cura della Redazione


Narrativa / Breve

Inedito;

ha partecipato alla VI edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2018;

§§§§ in esclusiva per “Voci di hangar”§§§


NOTA: la foto di copertina ( di Henry Ryder su Flickr.comritrae lo splendido P-38F-5G basato a Salisburgo e che è anche l’unico P-38 volante in Europa; è stato acquistato anni fa dalla Reb Bull e sottoposto ad un mirabile restauro che l’ha riportato agli antichi splendori; da allora vola con i Flying Bulls e partecipa ai diversi saloni dell’aria o manifestazioni aeronautiche in giro per il continente europeo. Tirato inverosimilmente a lucido è davvero unico al mondo, anche in considerazione del fatto che di P-38, nel mondo, non ce ne sono di così belli e così ottimamente mantenuti

 

T – meno

Certi racconti sorprendono, altri deludono, altri ancora suscitano perplessità. Poi ci sono quelli che ci lasciano indifferenti come pure quelli che emozionano. E non mancano, ovviamente, i racconti che entusiasmano al punto da chiederti a voce alta: “Perchè non l’ho scritto io?”

Ebbene la composizione con la quale Massimo Bencivenga ha partecipato alla VI edizione del premio fotografico/letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE non appartiene a nessuna di queste casistiche; è uno di quei racconti che sfugge ad ogni logica e a ogni schema convenzionale.

Diciamola tutta: è un testo davvero singolare in termini di formula narrativa e, in parte, anche nei contenuti. Perchè? Semplicemente perchè non capita spesso di poter leggere ben nove racconti nello spazio di uno; nel racconto intitolato: “T-meno” – questo il titolo già di per sè assai originale – è possibile, credeteci.

Titina è sicuramente la cagnolina più famosa nella storia dell’aviazione italiana. Era una splendida femmina di fox terrier che non si separava mai dal generale Umberto Nobile; lo accompagnava in ogni dove: al lavoro, a bordo delle aeronavi da lui progettate, in occasioni mondane o in visita presso le personalità dell’epoca. E’  qui ritratta in braccio al suo padrone in uno di quegli scatti che l’hanno consegnala alla celebrità, antesignana di quella famosa collega sovietica che portava il nome di Laika. Ma questa è tutta un’altra storia.

In circa 25 mila caratteri avrete modo di intravvedere, ad esempio, Wernher von Braun, creatore dei micidiali ordigni che flagellarono Londra durante il corso della II Guerra Mondiale. Sì, ma dal punto di vista del proiettile in canna all’arma da fuoco puntata contro il fratello di Wernher von Braun, certo Magnus, che sta giusto trattando la resa del famoso ingegnere missilistico tedesco. Per inciso, padre delle future missioni spaziali statunitensi.

C’è poi il resoconto drammatico di un giornalista della Pravda che ci confida i piccoli-grandi segreti di Korolev, il Capoprogetto del programma spaziale sovietico, e di Yuri Gagarin, il primo uomo ad aver raggiunto lo spazio e ad essere rientrato vivo sulla Terra.

La leggenda vuole – ma in realtà si tratta di storia documentata – che Nobile, divento famoso a seguito del grande successo della missione polare a bordo del suo dirigibile NORGE, quel giorno fosse alla casa Bianca, ospite del presidente degli Stati Uniti d’America. Titina, per nulla intimorita dall’austerità del luogo o dell’onore concesso al suo padrone beh, si … insomma, la mollò sul tappeto dello studio del presidente con fare assolutamente disinvolto. Non possiamo neanche immaginare quanto fosse contrito l’esploratore italiano, quanto grande fosse l’imbarazzo dello staff del presidente e del corpo diplomatico italiano presente. Invece il presidente Coolidge, proverbialmente uomo taciturno e severo, scoppiò in una irresistibile risata cui fecero eco tutti gli altri convenuti. Il giorno dopo l’episodio era su tutti i giornali d’America e Titina divenne ancor più popolare del suo padrone. La foto ritrae Titina o meglio il corpo di Titina che, dopo la sua morte, fu imbalsamato. Oggi si trova all’interno del Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana di Vigna di Valle (Roma) sul lago di Bracciano. E’ nella teca dove si conservano i cimeli della sfortunata missione polare del dirigibile ITALIA (fonte fotografia: Charter, presente in www.ilvolo.it)

Che dire poi del punto di vista a dir poco singolare di Titina, la cagnetta che accompagnò anche al Polo Nord l’ingegnere-generale-esploratore Umberto Nobile?

Certo, dal punto narrativo, è a dir poco audace far esprimere delle opinioni ad un o-ring (una guarnizione di gomma ad anello) circa il suo tragico legame con il disastro che occorse all’intero equipaggio dello Space Shuttle Challenger nel 1986.

Il sovietico Yuri Gagarin è ricordato come il primo cosmonauta ad aver “volato” nello spazio (e ad essere tornato vivo a terra). La sua missione ebbe successo grazie al lavoro, celato rigorosamente nel più profondo segreto, del Capo progetto spaziale Sergej Pavlovič Korolëv. La foto ritrae appunto Gagarin poco prima del decollo ed è diventata la copertina del libro di cui abbiamo fornito la recensione nella pagine del nostro sito GAGARIN

Vi ricordate poi – tanto per continuare – del famoso codice di errore che apparve nel computer di bordo durante le fasi allunaggio del LEM? Quello con a bordo Buzz Aldrin e Neil Armstrong, per intenderci? Beh, se non ci fosse stato un anonimo ingegnere informatico a confermare che si trattava di un codice di errore insignificante, forse la missione Apollo 11 non sarebbe mai assurta alla gloria dell’astronautica umana. Ebbene, troverete qui il racconto di quegli istanti di trepidazione e la voce ferma di quell’anonimo ingegnere che dichiara: “Go!”, potete allunare.

E questo solo per anticiparvene alcune.

L’unico dato certo che si evince da questo racconto a più voci e molteplici personaggi è la disinvolta capacità dell’autore nel compiere una vera e proprio scorribanda tra le pieghe della storia dell’aviazione e dell’astronautica. E non solo. Le vicende che porta alla nostra attenzione sono spesso delle vere chicche, dei sassolini assai minuti rispetto a episodi ben più noti e celebrati. Perciò fate bene attenzione: a guardarli bene quei sassolini brillano di luce propria, sono di un dorato accecante … caspita! Sono pepite vere!

Appurata la sua agevole gestione della sintassi, l’impeccabile utilizzo della punteggiatura e, indifferentemente, del discorso diretto e indiretto, Massimo Bencivenga dimostra di conoscere davvero la storia e di conoscerla a tal punto da potersi permettere dei punti di vista, delle voci narranti che dire originali è riduttivo.

28 gennaio 1986. In diretta televisiva, dalla piattaforma di lancio 39B dello Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, decolla il Challenger. A bordo ci sono sette membri dell’equipaggio per svolgere la cinquantunesima missione nello spazio di una navetta Space Shuttle . 

Pochi istanti dopo, l’esplosione del razzo a propulsione solida di destra mette fine alle loro vite. L’inchiesta appurò il cedimento di una guarnizione tipo o-ring di alcuni centesimi di dollaro di costo. (fotografia NASA)

Forse è proprio questa la forza e il fascino di questo racconto. E forse anche un limite perchè, per dovere di cronaca, la giuria del Premio non lo ha ritenuto meritevole di entrare a far parte della rosa dei fantastici 22 racconti finalisti. Peccato per lui, bene per noi lettori, ammiratori del buon Bencivenga e degli storici dell’aviazione che si ritroveranno ai quattri angoli del pianeta, in epoche diverse, nello spazio temporale della lettura di un racconto.

Questo è un racconto speciale, troppo particolare che lo stesso autore ha così definito:

“T-Meno è un breve, incompleto e onirico viaggio attraverso alcuni momenti importanti dell’aeronautica e dell’astronautica, discipline che rappresentano sicuramente alcune delle più riuscite imprese collettive mai poste in essere dall’Umanità, quella con la U maiuscola, scevra da confini e bandiere.”

Margaret Hamilton, direttrice dell’Apollo Flight Computer Programming presso il Draper Laboratory del MIT, a distanza di qualche anno dell’allunaggio dell’Apollo 11, dichiarò che, probabilmente, se il codice di errore 1201 e 1202 non fosse stato ignorato dal software del computer di guida del LEM, probabilmente la missione non avrebbe avuto il successo che ebbe e dunque non sarebbe mai stata collocata in una delle pagine più memorabili della storia dell’astronautica. In effetti il merito di valutare in pochi istanti la bontà del messaggio di errore del computer di bordo fu degli specialisti all’interno del Mission Control Center di Houston in Texas e, in particolare, dell’ingegnere Jack Garman che diede l’autorizzazione a procedere con la discesa a Steve Bales, il cosiddetto “Guidance Officer”, il quale, a sua volta, confermò il continuare l’avvicinamento alla superficie lunare all’equipaggio del LEM. Fatto salvo l’episodio dei due codici, la cronaca di quegli istanti che precedettero il primo contatto con la Luna, ancora oggi mette i brividii: il LM arrivò “lungo” rispetto al luogo stabilito e il buon Armstrong dovette prendere il controllo del Modulo Lunare. Giunse a terra con solo 25 secondi di propellente utile per l’atterraggio. Questa è la targa che rimase sulla Luna, attaccata alla scaletta del LEM malgrado il codice 1201 e 1202.

 Noi una spiegazione ce la siamo data: siamo di fronte ad un creativo di alto livello, uno sperimentatore, un esploratore della narrativa aeronautica che usa i tasselli della storia per plasmare la sua creatura dalle tante facce, dalle tante storie di vita. E magari questo disorienta il lettore, specie quello che ammette solo consolidate formule classiche di narrazione.

Ovvio che per un tipo come Massimo Bencivenga un semplice solo racconto possa stargli gli stretto e ne voglia infilare nove in uno … che sia pronto per un romanzo? Beh, noi glielo auguriamo di tutto cuore. Nel frattempo però, facciamo in modo  che giunga in redazione la doverosa copia in visione, eh Massimo!?  Ma giusto per farne la recensione, che avete capito!


Narrativa / Medio-lungo

Inedito;

ha partecipato alla VI edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2018;


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§



Attenzione: Non esiste il Tag T - meno

 

 

Oltre le nuvole il sole


 

Non è facile scrivere racconti, ancor meno è facile scrivere racconti aeronautici. Ecco spiegato il perché apprezziamo molto coloro che, pur essendo dei navigati e talentuosi praticanti della scrittura creativa, si cimentano per la prima volta, non senza una buona dose di audacia, nella narrativa a carattere aeronautico.

“E il bambino, indicando un punto lontano nel cielo, rispose: “Ehi nonno guarda. Lassù, sopra la cima di quella montagna sta passando un aereo che sta andando chissà dove!”. Comincia così il raccono di Bruno Bolognesi intitolato “Oltre le nuvole”. Un’immagine che chissà quante volte vi sarà entrata negli occhi ma che non vi ha mai stimolato a scrivere un racconto. Per la fortuna di Bruno Bolognesi, appunto.

E’ questo il caso di Bruno Bolognesi che, dall’alto della sua pluriennale esperienza di autore di narrativa, ha raccolto la nostra sfida partecipando alla VI edizione del Premio fotografico/letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE organizzato dal nostro sito e dall’HAG.

L’autore – lo confessa nella sua biografia – non è un addetto ai lavori (aeronautici) e, benchè abbia conseguito ottimi risultati in numerosi altri Premi letterari, non ha mai affrontato il complesso mondo dell’aviazione. Dunque, a maggior ragione, gode di tutto il nostro rispetto.

No, non si tratta di una foto fortemente ingrandita del musone di un Boeing 747 … è semplicemente un primopiano assolutamente realistico di un 747 che, se non fosse davvero enorme, non si sarebbe mai chiamato Jumbo Jet, non vi pare?

Purtroppo il racconto non ha goduto dei favori della giuria che lo ha relegato al di fuori dei 22 fortunati finalisti (e dunque pubblicati nell’ambito dell’antologia del Premio), forse a torto o ragione … chi può dirlo? Tutto sta al gusto personale.

Una vista bucolica di un Boeing 747 che ha appena lasciato il campo di margherite attiguo alla pista di decollo

Ad ogni modo, l’idea narrativa concretizzata dall’autore a noi è piaciuta; leggere questo racconto ci ha recato un sottile piacere perché la storia fila via con il supporto di vicende parallele innescate dagli immancabili ricordi di un professionista dell’aria. Inoltre i personaggi sono freschi e genuini, il testo è scorrevole e privo di tecnicismi inutili, anzi, al contrario, ha un certo spessore divulgativo giacché spiega con infantile chiarezza delle nozioni spesso clamorosamente travisate da un certo tipo di giornalismo sensazionalistico. In definitiva: un racconto che si legge tutto d’un fiato in quanto si tratta di una composizione leggera, senza spigoli vivi o pretesti di riflessione profonda.

Nel Boeing 747 tutto è enorme, tutto è fuori dagli standard convenzionali … compreso il quadro strumenti degli impianti di bordo. Questa foto ne fornisce una testimonianza inequivocabile.

Per concludere un racconto che siamo lieti di ospitare nel nostro hangar, fiduciosi che, un po’ egoisticamente, il buon signor Bruno ce ne regali degli altri. Magari con la scusa di proporli al nostro Premio letterario.

Intesi, sig Bruno?

Nel frattempo leggiamoci la breve sinossi di questo racconto preparata dall’autore medesimo:

 

Una mirabile immagine frontale del Boeing 747 Jumbo jet

Un nonno, un nipote, un cane. Comune denominatore dei personaggi che, di volta in volta, si affacciano nel racconto: volare, sfidare la forza di gravità; nutrirsi di storie di aviazione nel bel mezzo di un giardino, per poi costruire nei sogni di bambino, un mondo parallelo, fantastico dove piloti di aeroplani supersonici sfondano il muro del suono e spengono incendi a bordo delle loro macchine volanti. Il nonno pilota traccia la sua carriera di aviatore spezzettandola in tanti episodi avvenuti qua e là per il mondo. Il nipotino approva e si incanta, mentre anche Fido, il bassotto di casa, sembra gradire.

Se vi capitasse di sedere sui sedili lato finestrini … beh questa potrebbe essere la vista che potrebbe motrarsi ai vostri occhi e all’occhio sintetico della vostra macchina fotografica. Viceversa, nel caso non vogliate salire mai e poi mai a bordo di un”autobus dell’aria”, ebbene sappiate che questo potrebbe essere lo spettacolo di cui potreste esservi privati.

Tre personaggi in un continuo viaggio che inizia nella realtà vissuta e che decolla, con le ali della fantasia, per navigare nel meraviglioso mondo dei sogni.

Amen!


Narrativa / Medio – Lungo Inedito;

Ha partecipato alla VI edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2018


Geo Chavez, alata avventura


 

Esistono tanti modi per fare divulgazione storica come pure esistono soluzioni originali per insegnare ai bambini la storia, per appassionarli alle vicende e ai personaggi che hanno animato il passato.

Uno splendido primo piano del motore e dell’elica che spinsero il velivolo Bleriot XI di Geo Chàvez fin sopra le Alpi. Il motore era un radiale rotativo a 7 cilindri Gnome Omega capace di sviluppare soli 50 cavalli di potenza. Era raffreddato ad aria (il motore ruotava assieme all’elica per migliorare il raffreddamento) e lubrificato con olio di ricino. L’elica bipala di legno produceva la trazione necessaria a farlo volare ruotando al massimo a 1250 giri al minuto. Ovviamente elica e motori ritratti nella fotografia non sono originali ma appartengono al velivolo replica di quello con il quale effettuò il volo Geo Chàvez.

Rosa Danila Luomi, insegnante elementare in pensione, ce ne fornisce un esempio illuminante con il suo singolarissimo racconto “Geo Chàvez, alata avventura” con il quale ha partecipato, senza godere dei favori della giuria, alla VI edizione del Premio fotografico/letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE.

La composizione non è stata ritenuta meritevole di avere accesso alla fase finale dell’iniziativa promossa dal nostro sito e dall’HAG, tuttavia approda nel nostro hangar con grande giubilo da parte nostra. Inutile negarlo. Certo, l’autrice ne se sarà amareggiata, ma sappia che gode del nostro più sincero apprezzamento giacchè ci consente anzitutto il privilegio di leggere un racconto inusuale e poi, soprattutto, ci concede l’opportunità di poter ricordare le gesta di Geo Chàvez, appunto, che è poi è lo scopo ultimo di questo cameo narrativo.

Ma andiamo con ordine.

Che il Bleriot XI sia un aeroplano fotogenico è evidente … ma che il fotografo sia stato al posto giusto nel momento giusto e pure con una buona macchina fotografica beh … questo è indiscutibile. Il titolo di questa foto: “Azzurro” (da Flickr.com). Qualora vogliate sapere di più dell’impresa di Geo Chàvez o vi affascini la figura di questo ingegnere con genitori peruviani, nato a Parigi ma adottato dagli italiani, vi suggeriamo di visitare l’ottimo sito web http://www.jorgechavezdartnell.com che costituisce una vera fonte di divulgazione di storia aeronautica. 

Siamo nel 1910 e, se da una parte, l’aviazione è considerata ancora una pratica pericolosa riservata a pochi rompicollo dell’aria, dall’altra, per gli audaci pionieri del cielo si sono appena aperti sconfinati orizzonti di gloria.

E’ ancora vivida, ad esempio, l’impresa compiuta nel luglio del 1909  che ha consentito all’ardimentoso pilota francese Louis Bleriot di attraversare La Manica, lo stretto braccio di mare che separa il continente europeo dall’isola britannica. Per la cronaca, impiegò la bellezza di 36 minuti volo alla media di 64 km/h; oggi lo stesso tratto si percorre in un tunnell sotterraneo in una manciata di minuti, comodamente seduti nelle poltrone di un confortevole convoglio ferroviario …

Il Bleriot XI è un velivolo che ha stabilito diversi primati nell’ambito della storia dell’aviazione mondiale. Anzitutto, pilotato dal suo costruttore Louis Bleriot, attraversò il canale della Manica, quindi, per merito di Jorge Chávez Dartnell superò le Alpi. Questo come impiego civile … ma per uso militare? Ebbene nel 1911 fu utilizzato durante la Guerra di Libia per il primo volo di ricognizione della storia militare. A pilotarlo era il capitano italiano Carlo Maria Piazza. Ma non solo: qualche giorno dopo lo stesso pilota/velivolo si cimentarono nel primo bombardamento aereo effettuando il lancio (a mano) di bombe di 2 kg. sugli accampamenti nemici. Qualche mese dopo, sempre il Cap. Piazza con un Bleriot XI, furono i primi ad effettuare una ricognizione fotografica aerea. A bordo c’era una macchina fotografica Bebé Zeiss. Niente male per un aeroplano di 350chili a vuoto fatto per lo più di frassino e di tela di cotone!

Ma non divaghiamo … sull’onda dell’impresa di Bleriot, dicevamo, i continentali europei potevano essere da meno? Certo che no! Ed ecco allora che, l’Aeroclub di Milano e il Corriere della Sera, in occasione del Circuito Aereo Internazionale di Milano del settembre 1910, mettono in palio un congruo montepremi per chi per primo riuscirà a valicare le Alpi. Ebbene quell’uomo sarò Jeorge Chàvez Dartnell, ricordato confidenzialmente da tutti come: Geo Chàvez.

Per dovere storico siamo tenuti a precisare che Geo decollò da Briga, in Svizzera, e, dopo aver effettuato due tentativi infruttuosi (a causa delle avverse condizioni meteo), atterrò rovinosamente a Domodossola dove precipitò al suolo da un’altezza di circa 20 metri.

A ricordare il luogo dove si compì il tragico destino di Geo Chàvez c’è oggi questo cippo. Il pilota peruviano riportò ferite gravi ma non gravissime tanto che fu trasportato ancora in vita presso l’ospedale San Biagio di Domodossola dove rimase ricoverato ben quattro giorni prima che le sue condizioni si aggravassero irrimediabilmente. Aveva riportato fratture agli arti e svariati tagli. Le prime gli furono ridotte o steccate mentre le seconde gli furono suturate. Alla luce delle moderne conoscenze mediche forse, e sottolineiamo forse, la vita di Geo sarebbe stata salva ma all’epoca, evidentemente … Anzitutto non venivano praticate trasfusioni nè somministrazioni di liquidi via endovena, figurarsi l’erogazione di ossigeno. Nella cartella clinica risultano invece: olio canforato, tinta di digitale e liquore anodino di Hoffman, acquavite tedesca e poco più, Alle ore 14,55 del 27 settembre 1910, Jorge Antonio Chàvez Dartnell venne dichiarato morto per arresto cardiaco. Aveva solo 23 anni. Il suo corpo terreno ci aveva lasciato per sempre, il suo mito era appena decollato verso i cieli della storia.

Il suo monoplano Bleriot XI, costruito per lo più in legno e tela, era stato messo a dura prova dai voli in montagna e incappò in quello che oggi chiameremmo: cedimento strutturale. Le semiali si chiusero sulla fusoliera e Geo fu letteralmente ritrovato, neanche gravemente ferito, sotto ai rottami del suo stesso velivolo.

Era il 23 settembre 1910 e un’altra tappa della storia dell’aviazione era stata scritta.

Ora, ricordare brevemente le vicende di Geo Chavez, ospiti in un hangar come il nostro, tra appassionati di volo o anche tra semplici curiosi di aviazione, apparirà alquanto banale; viceversa, tutta altra sfida è farlo con dei bambini, proverbialmente disinteressati e oggi fin troppo tecnologici, più inclini ad appropriarsi del proprio futuro che non a recuperare il passato altrui.

Benché siano stati costruiti ben oltre 130 esemplari di Beriot XI (alcuni su licenza dall’italiana S.I.T. – Società Italiana Transaerea di Torino), quello ritratto in questa foto è l’unico volante, fatto salvo che non si tratta di un velivolo originale bensì di una replica costruita dallo svedese Mikael Carlsson per conto dell’imprenditore italiano Giuliano Marini. Lo scopo, peraltro raggiunto, era di farlo volare in occasione del 100° anniversario della traversata delle Alpi nel corso di una memorabile manifestazione tenutasi a Masera. In verita esso fu concesso in prestito a Volandia a fare bella mostra di sé all’interno di uno splendido stand del museo dell’aeronautica (e non solo) di Milano Malpensa ma vederlo in aria è tutta un’altra storia, non trovate?. Rimanendo in tema di musei, occorre precisare che, in Italia, c’è un solo museo dell’aria che annovera un Bleriot XI nella sua collezione. Si tratta del Museo storico dell’Aeronautica Militare Italiana di Vigna di Valle (Roma) che dispone di un rarissimo quanto preziosissimo velivolo biposto originale ma, evidentemente non volante.

Come fare, cosa fare?

Inventare una storia? Dare un alito di vita al personaggio? Coinvolgere l’interlocutore sempre distratto stimolandone la fantasia? Fargli rivivere le medesime sensazioni che l’eroe-protagonista provò realmente? Recandosi nei luoghi che lo videro compiere quelle sua gesta? … ebbene “Geo Chavez, alata avventura” è la cronaca di questo esperimento, è il resoconto di come sia possibile far appassionare un nipotino di soli nove anni a una storia lontana più di cento.

Complice la grande magia creata dalle fotografie in bianco e nero, avremmo potuto tranquillamente additare il velivolo ritratto come quello originale con cui Geo Chàvez compì la sua impresa … in realtà si tratta di una replica e lo scatto è del 2010 quando si festeggiò il centenario di quel volo memorabile. Ciò che non sono assolutamente una replica solo invece le montagne tutte attorno che appaiono insormontabili oggi come allora.

E di questo siamo grati alla nostra Rosa Danila perchè, almeno con noi, che nove anni li abbiamo compiuti da qualche lustro, ha funzionato. Non farà testo, ma il suo racconto ci ha appassionato, ci ha costretto ad appronfondire, a cercare le foto e i siti web che celebrano o comunque ricordano la figura del giovane pilota peruviano. E brava Rosa: missione compiuta!

E per concludere questa breve scheda critica, vi riportiamo la breve sinossi elaborata dalla stessa autrice:

“Una storia vera raccontata con semplicità , la storia di Geo Chavez  ricostruita  per far nascere curiosità ed entusiasmi.

Questo eroe dell’aria per tanti anni dimenticato, in occasione del centenario della sua impresa, si è riproposto quasi prepotentemente all’attenzione di tanti e per lui sono stati organizzati spettacoli, celebrazioni, gemellaggi.

Tutto il Verbano, Cusio e soprattutto l’Ossola hanno  ripercorso passo passo la storica trasvolata delle Alpi e magicamente Geo Chàvez ha ripreso vita comunicando gioia e spirito d’avventura.

I magici giorni che ho vissuto con Giacomo ripensando e rivivendo quel volo straordinario sono stati unici ed emotivamente intensi: oggi quando insieme ne parliamo quasi non ci sembrano veri . Ma è successo ed è stato uno dei tanti regali che Giacomo ha saputo farmi. Gliene sarò sempre grata.

Perché ho scritto questa storia? E’ semplice … perchè temo di dimenticare .”


Narrativa / Breve

Inedito;

ha partecipato alla VI edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2018;

in esclusiva per “Voci di hangar”

 

Nuvole elettriche


“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”

scriveva nella sua autobiografia Yurji Alexeievich Gagarin, primo uomo ad aver orbitato attorno alla Terra ed esserne rientrato vivo.

Si conclude con questa famosissima citazione il bel racconto di Roberto Paradiso intitolato: “Nuvole elettriche” che ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole”.

Purtroppo l’assonanza tra il titolo e in nome del Premio non è stata foriera di successo tanto che il brevissimo testo dell’autore romano (ma pescarese d’adozione) non è riuscito a raggiungere la fase finale del Premio. Magra consolazione – certo – essere ospitato in un angolo del nostro grande hangar tuttavia meglio che rimanere sepolto nella memoria fissa di un computer, non vi pare?

Ma – vi domanderete – cosa “c’azzecca” la celebre frase del grande cosmonauta sovietico con “Nuvole elettriche”?

Un frammento del rivestimento di fusoliera del velivolo con marche 9M-MRD della compagnia di bandiera malese. Nel tratto verniciato di rosso è facile leggere proprio le marche dei Boeing abbattuto

Venendo meno ad una sacra regola del bon-ton secondo la quale non si dovrebbe mai replicare a un quesito con un altro quesito, vi domandiamo: si può rischiare di abbattere un aeroplano commerciale e spezzare la vita di 298 vite innocenti come insulso atto di ritorsione militare? Ebbene … qualcuno lo ha ritenuto accettabile!

La data: il 17 luglio 2014.

Il luogo: i cieli dell’Ucraina a circa 50 km dal confine tra Ucraina e Russia, in prossimità dei villaggi di Hrabove, Rozsypne e Petropavlivka nell’Oblast’ di Donec’k, in un territorio all’epoca controllato dai separatisti filo-russi durante la guerra dell’Ucraina orientale.

Per ricostruire quanto accaduto davvero al volo MH17 si attivò una task force internazionale e si procedette al recupero di tutti i frammenti trovati a terra dopo l’abbattimento. Le parti furono ricomposte e meticolosamente analizzate;  ciò ha condotto i tecnici a stabilire in modo inconfubatile la dinamica dell’abbattimento: missile antiaereo di costruzione russa.

Il velivolo: un Boeing 777-200ER, marche 9M-MRD, della Malaysian Airline, volo MH17, diretto da Amsterdam a Kuala Lumpur.

Le vittime: 283 passeggeri e i 15 membri dell’equipaggi, 298 persone per la maggioranza di nazionalità olandese.

L’abbattimento causato da: missile terra aria lanciato da un sistema missilistico Buk-Telar posizionato in una fattoria nelle vicinanze del villaggio di Pervomais’kyi, portato dai russi in Ucraina orientale e successivamente ritrasferito in Russia

Il motivo: abbattere un velivolo da trasporto militare ucraino carico di rifornimenti per l’esercito regolare ucraino in volo nella stessa area del velivolo malese.

Lo scenario a dir poco desolante che è apparso ai primi soccorritori intervenuti sul luogo dell’impatto a terra del velivolo . Vi risparmiamo le foto strazianti che mostrano i tanti corpi delle vittime mescolate ai rottami … sebbene dovrebbero rimanere sempre nella mente di colui o di coloro hanno ordinato ed eseguito il lancio del missile antiaereo senza avere la certezza del velivolo che si apprestavano ad abbattere. Il sistema antiaereo BUK è infatti costituito da un radar di ricerca, da un radar di guida e dal lanciatore vero e proprio; la ricostruzione di quanto avvenne fornisce un elemento agghiacciante; i filo-sovietici non disponevano dell’unità mobile dotata del radar di ricerca e dunque non potevano distinguere esattamente quale fosse il velivolo commerciale e quale quello militare ucraino che intendevano colpire. Purtroppo sappiamo come è finita: una tragedia.

E’ dunque da questo terribile evento di cronaca internazionale da cui prende spunto il nostro racconto cui si aggiunge l’invenzione narrativa delle anime delle vittime che si accingono al trapasso. Nuvole elettriche, appunto.

Ai soldati giunti sul luogo dell’impatto e attraverso la voce narrante del secondo pilota, le vittime innocenti hanno l’occasione di raccontare un po’ di sé, delle loro esistenze spezzate, dei loro sogni infranti. Ne esce fuori un testo toccante che, seppure nella sua eccessiva brevità trasmette l’orrore e la devastazione provocata da un atto di guerra inconsulto e ingiustificabile.

Certo, il tema non è dei più goliardici, la composizione è più una pennellata a tinte fosche che un racconto organico … ma a noi, a differenza della giuria del premio, è piaciuto. Probabilmente l’autore avrebbe potuto svilupparlo di più e meglio, tuttavia troviamo che ogni periodo abbia il giusto peso, ogni colpo di pennello (narrativo) sia misurato e ben collocato, insomma che l’insieme, seppure nella sua tragicità sia ben costruito nella sua parziale originalità. Occorre ricordare infatti, che l’invenzione dei pensieri latenti delle vittime, “anime” o “nuvole elettriche” che dir si voglia, non è del tutto nuova eppure, nel complesso, è utilizzata con armonia, senza abusarne.

Un velivolo con la livrea della compagnia di bandiera malese identico a quello abbattuto nel 2014

La prosa è piacevole fluida e, nonostante nelle prime righe l’avvio sia un pochino lento, subito dopo il testo appare meno ermetico in quanto vengono svelate le coordinate temporali e geografiche.

Ottima la sintassi, impeccabile la grammatica, assolutamente pertinente al tema aeronautico peraltro previsto dal bando di concorso del Premio.

Un racconto che si legge in un battito di ciglia ma che lascia pensare molto dopo, un grido di condanna contro le guerre, specie quelle che coinvolgono vittime innocenti abbattute (nel vero senso della parola) premendo a cuor leggero un banale tasto di lancio di una batteria anti-area.

La Terra vista dallo spazio così come, probabilmente, la vide il cosmonauta russo Gagarin. Abbiamo scelto un angolo a noi familiare e, piccina piccina, quasi accanto allo stivale italico, la ISS – Stazione Spaziale Internazionale.

In conclusione, riprendendo l’aforisma iniziale … in effetti, come sosteneva Gagarin, la Terra è davvero bellissima vista dallo spazio ma, ad osservarla bene, in superficie, è popolata da una moltitudine di bipedi pensanti che sono spesso affetti da bieche pulsioni distruttive anziché da un sano spirito di fratellanza universale. Lo stesso spirito che colmò il cuore del cosmonauta durante la sua orbita attorno al pianeta azzurro.

 

Recensione  a cura della Redazione


Narrativa / Brevissimo

Inedito;

ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2017;

in esclusiva per “Voci di hangar”

NOTA: in copertina il velivolo abbattuto in Ucraina. La foto risale al 2011 e fu scattata da Alan Wilson presso l’aeroporto di Fiumicino