Dichiarazione in volo

Soltanto una cosa volevo veramente: portarla in volo e svelarle, solo per aria, il sentimento che provavo per lei, dirle che quello era l’unico posto dove mi sentivo padrone delle mie idee. Un detto americano narra però che gli aviatori sono persone confuse, che parlano di donne quando sono in volo e che parlano di volo quando stanno con le donne. Maledizione, è vero. E si tratta di un errore clamoroso, da non fare mai. Era un sabato mattina di quelli bellissimi, quando il cielo di Lombardia, così bello quando è bello, per citare il Manzoni, ti lascia vedere tutte le Alpi e, dal mio campo volo, anche le colline dell’Oltrepò pavese. Ma quelle condizioni meteo, lo sapevo bene, erano solo una fantastica coincidenza: la cosa importante era che lei aveva detto sì, sarebbe venuta con me al campo e, magari, avrebbe deciso anche di sedersi al posto del passeggero Passai a prenderla alle nove in punto. Per arrivare in aeroporto ci sarebbero voluti circa trenta minuti e poi, finalmente, avrei soddisfatto la mia voglia di volare con lei, nmessa a tacere per tutta la settimana. In più c’era Laura, ancora solo un’amica, ma sapevo per poco, almeno considerato il numero di volte che c’eravamo cercati, un po’ al telefono, un po’ via e-mail. Va bene, ve lo dico: è castana, occhi scuri, snella e con un sorriso capace di farti perdere l’assetto. Insomma, quando l’avevo vista per la prima volta, con la minigonna e la camicetta senza maniche un po’ anni Sessanta, mi aveva colpito subito. Anzi, mi aveva abbattuto come un missile aria-aria partito da dietro l’orizzonte. Di lei mi piaceva tutt: la voce, il modo elegante di muoversi, come vestiva, le mani, le caviglie sottili, il didietro e il collo. Ero proprio cotto, anzi, come diciamo noi della combriccola, ero “in bonza”. Mentre andavo a prenderla la mia mente creava pensieri di ogni tipo: i controlli di fare al motore si accavallavano a immagini di Laura, immagini che si manifestavano come lampi di luce improvvisi, velocissimi ma dettagliati in ogni particolare, tanto che a momenti stavo per passare con il rosso proprio sui piedi di un vigile urbano. Concentrazione, soprattutto quella mi mancava, dovevo stare calmo e non farmi trascinare via la mente. Ecco il pensiero giusto: spreme le meningi per scegliere quale canzone avrei dovuto mettere durante il viaggio: Ligabue? gli Ottottotrè oppure qualcosa di più ricercato come i Queen o addirittura un brano alternativo come la Penguin Cafè Orchestra? Mah … Comunque arrivai sotto casa sua, citofonai e mi rispose con un “Arrivo”, così tornai in macchina e aspettai. Comparve dopo i canonici cinque minuti, davvero bella e vestita come l’avrei vestita io, perfetta nei suoi movimenti e nel suo sorridere. Salì in macchina e mi diede subito un bacio sulla guancia, spiazzandomi completamente, mentre io ne uscii con un “Come te la passi?” completamente fuori luogo, ben sapendo che stava attraversando un periodo non troppo spensierato per via del lavoro e dei suoi fratelli. Recuperai con un discorso un po’ troppo verticale, nel senso che mi stavo arrampicando sui vetri, ma si trattava nello stesso tempo di un modo come un altro per saggiare le sue reazioni al contatto con l’ambiente aeronautico. Le chiesi se mi avrebbe aiutato a fare i controlli, lasciandole intuire che fossi, prima di tutto, quel pilota prudente e meticoloso che invece so di non essere, o almeno non mi credo tale. Laura sembrava interessata a tutto, anche alle cose tecniche, in un modo così ortodosso da non sembrare neppure vero, ma completamente circostanziale. Arrivati al campo, attraversammo la linea di volo per arrivare all’hangar numero tre, mentre io, sperando di non incontrare nessuno che potesse rompere la nostra intimità, mi ritrovai invece a salutare anche chi non vedevo da anni, e tutti, chissà perché, trovavano mille argomenti strettamente tecnici e comunque pesantissimi. I cento metri a piedi fino alle porte dell’hangar mi sembrarono un racconto senza fine, un percorso minato. L’unico che aveva capito la situazione era stato il mio istruttore, il quale si era limitato a dire a Laura che ero stato uno dei suoi migliori allievi. Avrei dovuto poi offrirgli da bere, almeno perché ancora mi ricordavo le sberle sulle mani e gli improperi che mi lanciava quando volavo male. “Sai”, dissi a Laura cercando di darmi un’aria modesta, “in realtà, quando sbagliavo qualche manovra mi urlava: – Dio delle tempeste cosa fai! – ” E’ un bravo istruttore il mio, e anche ora che volo da tempo non perde occasione per darmi modo di migliorare. “In realtà la voce dell’istruttore la senti sempre quando voli, un po’ come quella che ti che ti vuole bene, che viene fuori proprio quando stai facendo qualche … “. Incredibile, dissi anche stupidaggine al posto di cazzata, e in quel momento mi congratulai con me stesso per non essere mai stato volgare, ben sapendo invece quali orribili sequenze di turpiloqui sono capace di confezionare. Mi guardò con quei due mondi scuri fissandomi negli occhi, e la voglia di baciarla per un momento fu più forte di quella di volare. Avrei fatto l’amore con lei anche dentro ad u biplano monoposto, oppure a cavallo di un deltaplano a motore proprio lì, nell’hangar aperto Ma come fare? Abbracciarla e tentare di baciarla? In modo casto o via di pennello? No, avrei rovinato tutto, anche in volo, che magari non ci sarebbe neppure stato. Meglio sorriderle, prenderla per mano e dirle: “Vieni!” portandola davanti al mio aereo, la cosa della quale vado più fiero, come se fosse l’unico al mondo, anche se so benissimo che dovrei cambiare l’elica ammaccata, reintelarlo e magari riparare quel conta-ore che è fermo da sempre. “Che bello quello lì” disse però Laura contrastando la mia camminata, “che bella linea, che bei colori, è bellissimo”. Ce l’aveva con quella meraviglia di aereo francese del Verilli, 300 all’ora da volare dentro un salotto, con tanto di stereo. Accidenti, perché le donne ti devono sempre mettere in competizione con la realtà? Quel gioiello della scienza e della tecnica costava 140 milioni che il padrone aveva pagato con un solo assegno, mentre io per comprare il mio accrocchio di tubi e tela c’avevo messo tre anni facendo sacrifici disumani, perdendomi tante serate con i ragazzi e un numero incalcolabile di prime visioni. Le dissi la verità, che costava molto denaro e che io non me lo sarei potuto permettere almeno per trent’anni. ma che il mio coso colorato le sarebbe piaciuto di più. Non ci crederete, ma quando lo spinsi fuori e il sole accese il colore delle tele, lei mi disse che era il più bello, il più colorato e il più tenero perchè, al posto di una linea e una livrea aggressive, era un po’ “sgarrupato”, come il suo padrone, e dicendo questo mi accarezzò i capelli, mentre io sentii la gioia riempirmi anche i polmoni. Ma durò poco, perché disse anche che non ci sarebbe mai salita. Ancora una volta sentii dentro di me la sensazione di essere stato abbattuto, ed ero tanto preso a cercare di rimettermi dalla “vite piatta” in cui mi trovavo che qyuasi non mi resi conto che Laura aveva detto qualcosa d’altro. “Scusa, non ho capito” dissi con dolcezza “stavo controllando le condizioni di questoi cavetto”. “ho detto che se prima fai un giro tu magari vedendoti poi mi convincerei a provare”. “Occhei” risposi sorridendo, e aggiunsi “farò un giro campo e poi atterro, ritorno qui al parcheggio e spengo. Se ti va prendi il casco e ti siedi qui, non preoccuparti delle cinture, te le allaccerò io.” Completai i controlli che mi sentivo già in volo. Del resto tutto il mio progetto di dichiararmi in aria stava per avverarsi; dovevo fare solo un giro campo, come per l’esame pratico: decollo, virata, volo in sottovento, virata in base, allineamento finale ed era fatta, da Laura mi separavano solo quattro manovre. Avviai il motore e le sorrisi. E sapendo che mi stava guardando feci tutto come da manuale, compresa la prova motore. Dopo la corsa staccai e salii con un angolo piuttosto basso ma costante, virai in modo perfetto, con una coordinazione degna del migliore autopilota e poi completai il circuito senza la minima oscillazione. Dopo poco più di un minuto ero in finale, perfettamente allineato e deciso a fare il migliore atterraggio della mia vita: via motore in corto, assetto tre gradi sopra l’orizzonte e ali livellate. Sulla soglia pista avevo circa un metro e mezzo di quota, lasciai scendere l’aereo ancoira un momento e poi, dolcemente, ricentralizzai la barra per la richiamata. L’ultraleggero obbediva: con la ruota anteriore alzata toccai la pista con una dolcezza quasi commovente, non sentii neppure le ruote appoggiate per terra, cominciarono solo a rotolare velocemente. Misi giù anche il ruotino e quindi lo lasciai rallentare un po’, fino a quando non frenai con decisione e diedi piede sinistro per liberare la pista. Mentre rullavo per il parcheggio cercavo Laura, doveva essere lì a guardarmi ma non la vedevo. “Eppure sarà qui, non può certo essere andata via, magari ha avuto bisogno di andare in bagno ma porca miseria, proprio adesso?” Le uniche persone che vedevo erano nascoste dalle porte dell’ahangr, ma una cosa individuai subito: la camicetta. Ora ero geloso, chi era quell’individuo vestito da topgun che le stava parlando? Per un attimo cercai nella memori chi, fra i piloti, non avrebbe perso l’occasione di tacchinarmi l’amica, anche se ormai ero abbastanza vicino per riconoscerlo: era il pericolosissimo Verilli, viscido quanto ricco ma maledettamente abile nel rimorchiare le fanciulle. Ero in pericolo, avevo un asso in coda pronto a tritarmi le penne, e cercavo dentro di me il modo per eliminarlo nel più breve tempo possibile. Spensi, scesi e mi tolsi il casco in fretta, mi avvicinai ai due, lanciai un ciao a lui sorridendo a denti stretti e dissi a Laura con un tono meravigliosamente calmo: “Eccomi, se te la senti andiamo”. Annuì. “Mi ha spiegato che con il suo aereo si può arrivare all’isola d’Elba con meno di due ore …” “Bè, sì, è molto veloce” blaterai “però anche con questo, in meno di due giorni ce la possiamo fare …” “andiamo dai” aggiunsi “il cielo ci aspetta”. Avevo fretta di portarla via dal campo visivo del Verilli, così, senza badare al suo stato d’animo, le misi il casco in testa e le feci sedere sul seggiolino. Le spiegai che cosa non doveva fare e dove non doveva mettere le mani, quindi mi infilai di nuovo il casco e mi sedetti. Con un gesto lento inserii gli spinotti dell’interfono  e dissi: “Mi senti?Tutto bene?” “Sìì” rispose, e mi sembrava che il tono della sua voce fosse tranquillo, un po’ emozionato ma nulla di più. “Se hai paura me lo dici e scendiamo, senza afferrare i comandi e soprattutto senza panico” “Va bene” rispose, e per la prima volta mi resi conto che ce l’avevo quasi fatta. Avviai il motore, controllai i comandi, che i caschi fossero allacciati, mi guardai in giro e tolsi i freni. Rullavamo tranquilli verso la testata pista, dove mi fermai per controllare che il circuito fosse libero e poi, con un “Andiamo!” diedi tutta manetta. Mentre acceleravamo le parlai, spiegando che stavamo per ruotare e quindi, ecco il momento, che ci eravamo staccati da terra. Presi quota con estrema dolcezza, le chiesi se andava tutto bene e rispose di sì, quindi virai verso il fiume per raggiungere un punto preciso, un posto che avevo trovato durante i miei voli in quei paraggi. Il mondo scorreva lento sotto di noi, ogni tanto rompevo il rumore di sottofondo con qualche commento sul paesaggio o sulla lettura degli strumenti, quando mi ricordai di aver preparato un’arma segreta: la musica! Diedi motore per prendere un po’ più di velocità, mi frugai nella tasca più grossa del giubbetto e trovai al tatto la presa della cuffia del lettore CD. Avevo masterizzato una compilation romanticissima: ora toccava a loro, a Baglioni, Phil Collins e Vasco aiutarmi, per trasformare quel volo in qualcosa di irripetibile. Cominciai col dire nel microfono: “Metto un po’ di musica” e spinsi sul pulsante play. Volare con la musica è qualcosa di stupendo, di indescrivibile. Del motore non rimangono che le vibrazioni e tutto sembra diverso, un po’ come vivere in un film. Eccoci, cercai il suo sguardo e lo trovai, volevo il suo sorriso ed era lì, era il momento di dirle tutto ciò che dovevo. Ancora un momento, oltrepassare quella collina e poi, la vista della cascata e della valle avrebbero fatto tutto, mentre io dovevo solo aprire la bocca e dirle le tre parole che avrebbero messo la musica in sottofondo e mandato il mio cuore ancora più in alto. Vedevo la collina, Laura, le ali, ma smisi di sentire l’accompagnamento del motore, che dopo aver borbottato per qualche interminabile manciata di secondi si spense. Laura mi guardò quasi incuriosita, mentre io mi voltai e capii subito: “Che pirla, la benzina!”. Mi ero dimenticato di fare carburante, possibile, proprio io? Eh già, prima volevo controllare tutto facendo quel circuito, poi c’era stato quel cretino di Verilli da evitare, ma accidenti, la colpa era solo dannatamente mia. “Tranquilla! Dobbiamo atterrare ma non è niente di grave” dissi in modo perentorio, “abbiamo quota e spazio a sufficienza”. La quota l’avevo, e tanta, ma su quelle colline lo spazio non lo vedevo proprio, e agitando la testa per vedere meglio trovai un prato in leggera pendenza, apparentemente senza fili elettrici in giro. Alla fine c’era una casa, se avessi messo giù il mezzo lì magari ci avrebbero soccorso subito, almeno lo speravo. Spensi l’interruttore generale, chiusi il rubinetto della benzina e, già con la barra a scendere,virai stretto per allinearmi al prato. Molti pensieri si accavallavano nella mia mente: ero preoccupato che non ci facessimo male, la figura di merda che ormai era inevitabile, e le parole di un vecchio pilota che volava in montagna, il quale un giorno mi aveva spiegato come atterrare sulle piste in pendenza. Picchiai il più possibile, incrociai i comandi per perdere quota e sentii Laura urlare. Le dissi di stare tranquilla ma con un tono irreale. Eccoci, ecco l’erba, ero ancora lungo ma non potevo farci niente, la collina era davanti a noi, sotto di noi, dieci metri di quota ed ero picchiato, richiamai e cercai di buttare giù le ruote ma eravamo troppo veloci, ci inclinammo a destra, provai a correggere ma toccai con il ruotino davanti. Il colpo fu forte, rimbalzai sul carrello principale, cercai di allineare e stavolta toccai giusto, eravamo per terra e interi, ma tutt’altro che fermi. C’erano arbusti che volavano dappertutto, rami che si spaccavano, ero andato troppo a sinistra e l’ala aveva toccato sui rami, diedi piede ma ci stavamo già girando e andavamo dritti verso un grosso cespuglio verde. Buttai le braccia verso di lei come per proteggerla ma sentii solo una gran botta, l’ultraleggero che si rialzava e poi un’altra botta terribile. Fermi. Riaprii gli occhi e vidi il viso di Laura con le lacrime. “Stai bene?” Un singhiozzo precedette un sì, “Riesci a muoverti?” “Sì” “Ti slaccio le cinture” aggiunsi, ma quando tentai di muovere il braccio sentii un dolore bestiale alla spalla. capii che un montante dell’abitacolo si era piegato e che il punto della piega era esattamente la mia clavicola. Usai l’altro braccio, mi alzai scavalcando tubi e rami e quindi la tirai fuori. Aveva un graffio sulla fronte che sanguinava un po’ ma stava bene. Un avolta in piedi tirai fuori il telefonino e le dissi di chiamare i suoi, dicendo loro che avrebbero dovuto accompagnarmi al pronto soccorso, ma non riuscii a finire la frase. Mi svegliai in ospedale ascoltando un brano di quel disco, avevo il collare rigido e una spalla fasciata. Lei era in piedi vicino al al letto, con un cerotto sulla fronte e il sorriso sulle labbra sottili. Le stesse che incontrarono le mie qualche secondo dopo.


#tutti i diritti riservati# §§ pubblicazione autorizzata dall’Editore per il sito “Voci di hangar” §§

© 2001 Alberto Benchimol – Libreria Benchimol – Bologna << estratto dal volume “Azzurro Perfetto” >>


Sergio Barlocchetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.