T – meno

 

 

T uguale a 1995 meno 50 anni – Berlino

Io sono il proiettile. Sono stato concepito per straziare e portare dolore, morte e lutti. A voler essere elegiaci e aulici potrei dire che sono il cavaliere verde dell’Apocalisse, cavalcato dalla Morte e seguito dall’Inferno. Ma non è così: sono il frutto dell’ingegno umano.

Vedo davanti a me un uomo con le mani alzate, riesco a percepire l’odore della sua paura, sento anche la mano del soldato serrarsi di più sul grilletto. Ormai ho imparato a riconoscere la febbrile eccitazione che la caccia all’uomo sa instillare in animi stanchi e abbrutiti da questa Guerra, che più sembra agli sgoccioli e più sembra voler stupire con nuove atrocità, quasi che potesse, al pari d’un organismo, rinnovare il suo vigore usando come carburante l’alito dell’odio fine a se stesso.

«Chi comanda qui? Sono Magnus, il fratello di Wernher von Braun.»  Sento dire in un inglese molto, molto stentato.

«E chi sarebbe questo vonnebroun?» chiede l’uomo mentre la pressione sul grilletto aumenta. Mi sento pronto a esplodere, a partire per squarciare, dilaniare e penetrare carne e ossa. Sono pronto a uccidere.

«Mio fratello è l’uomo che insieme al grande Werner Heisenberg poteva far vincere questa guerra alla Germania. Mio fratello vuole consegnarsi a voi.»

«Cosa? Troppo comodo adesso.» Mi sembra quasi di sentire i pensieri assassini dell’uomo che potrebbe dare il là alla mia corsa a oltre mille metri al secondo.

«Alt!» La voce ha il tono e la punteggiatura del comando. Sento l’uomo girarsi un po’, ma tenendo la volata del fucile ancora sul petto dell’uomo. Da qui posso quasi sentire i battiti del suo cuore; un cuore nel quale spero di immergermi. Non sento più nulla, c’è un fitto conciliabolo in un’esperanto tra tedesco e inglese. Non riesco a percepire quasi più nulla, il soldato ha puntato il fucile verso terra.

«Perché noi?» chiede il nuovo arrivato al fratello di vonnebroun.

«Mio fratello non si fida dei francesi, ritiene i russi dei barbari e non può certo chiedere requie agli inglesi dopo che ha quasi contribuito a radere al suolo Londra. Rimanete voi.»

«Suo fratello è un figlio di puttana che mi piacerebbe infilare in un cannone, ma quel signore lì» e indica un uomo mingherlino, in nero, con l’allure del corvo che sembra essere, uno di quelli pronti a banchettare senza esporsi « è qui proprio per aiutarmi a prendere in custodia Wernher von Braun.»

« Ecco, è tutto suo, signor Smith» sibilò l’uomo calcando le parole sul quasi certo fasullo cognome. «Mi creda, non capisco questa scelta, ma obbedisco», concluse l’ufficiale.

«Obbedisco lo disse una volta anche un grande e fortunato generale italiano, capitano Ryan. Magari le porterà fortuna», ribattè l’uomo in nero sbuffando il fumo della sua sigaretta e guardando attentamente von Braun che saliva su una camionetta.  

«Ma è vero quello che si dice? Che è in grado di costruire dei missili in grado di arrivare anche sulla Luna?»

«Necessità di sapere, capitano. Dovrebbe conoscere questa regola. Forse sarebbe meglio per lei dimenticare quello che è accaduto oggi, ma non credo di dirle granché di segreto se le rivelo che la missilistica sarà la nuova frontiera e la nuova arena di guerra, quando questa terminerà, credo tra pochi mesi. Lui è uno dei profeti della missilistica e l’America non può permettersi di perdere terreno.»

«Ma è vero che è responsabile di tanto dolore a Londra?»

«Già, ma anche questo, temo, non possiamo né potremo dirlo: in guerra, la prima vittima è la Verità!» 


 

T uguale a 1995 meno 34 anni – aeroporto di Khodynka e altre parti in CCCP

«In verità io apprezzo il coraggio degli americani.» Quando l’uomo con i lineamenti scavati nella roccia come una maschera totemica parlava, i militari e i burocrati sovietici non facevano altro che tacere, così, semplicemente, come davanti a una teofania. Era l’uomo dello Sputnik e quello che aveva mandato in orbita Laika.

«Apprezzo il loro coraggio, lo dico sul serio. Devono essere più che coraggiosi per anche solo pensare di salire sulle navicelle progettate da von Braun .» Pausa. Risate nervose dei giovani militari e ridanciane, forse per via della Vodka, degli apparatcik di Partito.

«Anni fa provai a dirlo, ma in pochi mi diedero retta. Un conto è far decollare un missile e farlo cadere, ben altro è mandare in orbita un satellite e tenerlo lassù, con qualcuno a bordo. Quando lanciammo lo Sputnik, il loro responsabile venne svegliato per avere un parere, a loro non sembrava possibile che noi li avessimo preceduti. Affrettarono il tutto e il risultato su un fallimento in diretta: un flopnik , come scrisse un giornalista. L’avesse detto del nostro programma, quel simpatico scribacchino si sarebbe ritrovato in Siberia a spaccare pietre congelate. So di cosa parlo: io adesso per voi sono il Capoprogetto, ma ci sono stato in un Gulag. Sapete come mi chiamano a Washington? Korolev, il dottor Missile o il dottor Stranamore.»

Nuova pausa.

«Siamo qui perché tra di voi c’è l’uomo che andrà nello spazio. Parola di Korolev, il Capoprogetto.»

  Quell’uomo sa indubbiamente affascinare e infiammare gli animi. C’è riuscito anche con me, con Arkady Pelevin, reporter di stato per la tecnologia dell’organo di propaganda Pravda. La verità.

In verità, l’uomo che sapeva infiammare qualche volta sbagliava anche: il tenente Valentin Bondarenko bruciò vivo dentro una camera pressurizzata. Era mio amico Valentin, avrei voluto scrivere di quella morte, degli sbagli che la Scienza esige, ma il Partito me lo impedì.

«Ho capito l’errore: l’ossigeno puro non va bene. Una miscela di ossigeno e azoto è più pericolosa nella fase di rientro, ma non dovrebbe incendiarsi» profetizzò Korolev, che brigò per far assurgere il povero Valentin al rango di Eroe dell’Unione Sovietica e me quale principale pennivendolo per magnificare la sua impresa. In più, fotografai il Capoprogetto mentre tendeva la tuta spaziale a un altro tenente: a Jurij Gagarin.

Ero nella sala controllo con quell’uomo portentoso quando fermò tutto e ordinò una nuova verifica della chiusura stagna: non avrebbe rischiato un’altra vita; anche perché non sarebbe sopravvissuto a un flop adesso che il mondo era al corrente del tentativo. Le cose vanno così, in CCCP.

Io, Arkady Pelevin ho visto e sentito cose…

Ho visto il Capoprogetto sudare per la prima volta; ho sentito Gagarin parlare di quel blu così particolare ed emozionarsi mentre sorvolava l’America, sia pure quella del Sud.

Ho sentito i gemiti da cagna come Laika di mia moglie Olga mentre, infiammata di piacere, veniva inchiodata sul nostro talamo da Sergei,il fratello di Valentin.

Loro non mi hanno visto e io non ho fatto scenate.

Oggi è un giorno di festa: Il paradiso dei lavoratori ha portato in orbita e fatto rientrare sano e salvo un uomo.

Dall’altra parte del mondo i giornalisti possono permettersi anche di riportare le parole arrabbiate e assonnate di Shorty Powers, resposabile della comunicazione della Nasa che, raggiunto alle 4 del mattino, non ha trovato di meglio che dire al reporter Quaggiù stiamo dormendo. Nulla è accaduto al giornalista e neppure a Powers.

Da noi invece succede che io debba tacere una morte e scoprire, in un giorno di festa, mia moglie a letto con un altro. Stanno festeggiando, loro, mentre io sono sbronzo e innamorato.

Troppo innamorato.

Salgo sul tetto del dormitorio e mi lascio dondolare.

Ho sentito il Capoprogetto cianciare del fatto che Jurij ha resistito nel rientro a 8 G.

Un passo e sono nel vuoto: adesso tocca a me sperimentare i G.


 

T uguale a 1995 meno 12 anni – Caiazzo (CE)

Pianeta terra chiama squadra G,

segnale di pericolo, allarme! allarme!

La battaglia dei pianeti,

spacca e spazza tutti i cieli,

cinque intrepidi ragazzi,

vanno forte più dei razzi,

han le ali come uccelli,

sono liberi e ribelli,

la famosa squadra G,

cinque eroi uniti qui.

Ken, l’aquila,

Joe, il condor,

Pritijen, il cigno,

Jimpei, la rondine,

Ryu, il gufo.

Parole della sigla del cartone animato Gatchaman – La battaglia dei pianeti.

 

Sono in prima elementare, in una multiclasse con un insegnante molto severo ed esigente. E molto manesco.

Mia mamma non voleva che capitassi con un simile individuo, ma non c’era molta scelta nel piccolo paesino di campagna. Di buono c’era che il pulmino ci portava a scuola una buona mezz’oretta prima dell’inizio delle lezioni. Il tutto per far arrivare in orario, per il secondo giro, quelli che andavano alla scuola del centro.

Dietro la costruzione della scuola di campagna c’era un il tronco di un albero abbattuto e stranamente lasciato là.

Le mie compagne (ah, dimenticavo, ero l’unico maschio dei cinque alunni in prima) avevano paura di quell’albero. A una di loro ricordava, con quei rami tagliati disordinatamente una creatura mostruosa.

Per me invece rappresentava il luogo nel quale diventavo Joe, il Condor.  Solitamente, nei cartoni giapponesi, quando si parla di una cinquina (e ce ne sono di esempi), il secondo uomo è quello forte e coraggioso, ma non abbastanza per essere il leader; è spesso l’ombroso e il tormentato del gruppo.

Io non lo ero: ero il secondo perché, più semplicemente, riuscii ad avere ragione di tutti quelli più grandi tranne che di Pietro, che assunse il comando nel segno dell’Aquila. C’è qualcosa di dantesco in tutto ciò, non trovate?

Prima di entrare in classe ci piccavamo d’ammazzare la nostra bella quota di alieni, i quali, dal canto loro, sembravano trovare irresistibile il terzo pianeta del sistema solare. Contando a partire dal sole, of course.

A un certo punto, io arrivai a proporre un nuovo cartone da imitare, una cosa che adesso in molti chiamano fare Cosplayer, anche se noi non avevamo i costuni.

Il nuovo personaggio spaccava, come la sigla. Come tutte le sigle dei cartoni di quegli anni, a volerla dire tutta.

C’era un giro di basso assurdo, e forse la voglia di fare l’astronauta m’è venuta guardando Capitan Futuro: bello, forte, intelligente, la prova provata che la scienza può essere cool. E il tutto anni prima del successo di The Martian.

Capitan Futuro aveva un problema, pur contando una donna c’era il problema che nessuno dei miei cinque amici voleva essere il cervello volante del dottor Wright.

E dire che il cognome Wright ha una certa importanza nella storia del volo. Più che un combattente, Capitan Futuro era uno scienziato e un’esploratore.

 


T uguale a 1995 meno 69 anni – Italia, Polo Nord, Casa Bianca

«Il mio padrone è un esploratore, ma non uno qualsiasi.»

Ora non sono più Joe il Condor, ma una cagnetta. Adesso vesto bene, ma ricordo ancora quando ero randagia e brutta; e quando, magra, affamata e tutta infreddolita avvertii nitidamente l’usta della bontà in quell’uomo che tutti sembravano temere.

Che sciocchi, gli uomini! Se si lasciassero guidare dall’olfatto capirebbero tante cose in più, comprenderebbero tutto, prima e meglio.

Quell’uomo era buono, ma buono davvero. E infatti si commosse e mi prese con sé.

Come in ogni storia d’amore all’inizio ci furono ed eccome delle incomprensioni. Succede con uomini di genio: i geni sono strambi. Io di padroni geniali ho avuto solo questo, ma la genialità anticonformista ed eclettica degli uomini rappresenta il genere di chiacchiere che ci si racconta intorno ad un osso nelle lunghe e fredde sere invernali.

Ricordo ancora la tremarella che mi prese la prima volta che salì sull’uccello volante di ferro. Poi mi sono abituata a quella cosa di essere la prima a salire sulle aeronavi partorite dalle sue meningi. Il genio a volte sa essere anche incredibilmente superstizioso. Strambo, come detto.

Potessi parlare urlerei al mondo: «Io sono Titina, la cagnetta del grande Umberto Nobile ed ero con lui anche al Polo Nord, dove faceva freddo per davvero e io per scaldarmi scorrazzavo avanti e indietro. Ricordo che in quelle notti mi diceva di tener duro, e mi raccontava delle grandi imprese italiane. Del raid di Aisovizza e del Caproni usato per la prima volta in Libia nella guerra Italo-Turca. Questo ed altro direi di quel grand’uomo, se sapessi parlare.»

Oggi mi ha preso da parte e mi ha parlato dell’incontro con un grande Uomo, il più potente del Mondo: il presidente Calvin Coolidge.

Me ne fotto, avrei voluto rispondergli, ma l’ho fatto a nome mio. Quando mi sono stancata dell’odore dolciastro e prepotente di quell’uomo non ho trovato di meglio che pisciare sul carpet della Casa Bianca.

Così impara a non dare il giusto credito al mio padrone.

Quell’idiota di Coolidge s’è messo anche a ridere pensando che la buffa fossi io.

Gli uomini non impareranno mai perché non usano l’olfatto. Imparano poco anche dagli incidenti. E ne avrei da raccontare di incidenti…

 


T uguale a 1995 meno 21 anni – USA e Gilda degli sceneggiatori di Hollywood 

«Oscar c’è stato un incidente. Il pilota è ancora vivo, ma devi decidere in fretta se procedere o meno con il Progetto.»

Io, Oscar Goldman, dirigente dell’Osi (Office of Strategic intelligence) copro con la mano la cornetta del telefono e penso a cosa fare. Mi decido.

“Steve Austin, astronaut. A man barely alive.”

Richard Anderson, in character as Oscar Goldman, then intones off-camera,

“Gentlemen, we can rebuild him. We have the technology. We have the capability to make the world’s first bionic man. Steve Austin will be that man. Better than he was before. Better…stronger…faster.”

Alla fine l’abbiamo fatto: abbiamo il primo uomo bionico, un progetto da sei milioni di dollari al servizio dell’Umanità contro le barbarie, ovunque esse siano, che minacciano la libertà e i diritti fondamentali.

«Oscar, devo sapere se posso usare Steve per attaccare una centrale nucleare in Asia e smantellarla. Devo sapere se è pronto », mi chiede il Presidente degli Stati Uniti.

I presidenti non si rendono conto dell’effetto che fanno sulle persone comuni, fossero anche burocrati d’alto rango, mandarini di Stato come me.

Come si fa a dire no a un POTUS? Come si fa dire che un progetto così costoso potrebbe avere un qualche intoppo? E l’intoppo non è nella tecnologia, ma nella psiche.

In questi mesi ho visto Steve Austin correre e prendere confidenza con le gambe, il braccio e l’occhio. Certo, c’è quel sound quando le parti bioniche entrano in azione a regime, ma non è certo una cattiva musica.

Tecnicamente è a posto, ma psicologicamente è ancora provato, non al meglio.

«Steve Austin è a posto», dico quel che vuole sentire. E devo averlo detto anche con una certa sicumera.

Steve portò a termine tante missioni, contro dittatori e semplice delinquentelli, contro bigfoot e contro veri e propri robot; con il tempo gli affiancammo anche una sua vecchia fiamma, Jamie, bionica anche lei.

Tornava dalle missioni sempre convinto di aver fatto la cosa giusta, per la Bandiera e la Patria, certo; ma più ancora perché era la cosa giusta da fare.

«Oscar», mi disse una volta, «Non sai come mi arrabbio ogni volta che un politico dice Dio è con noi.»

Scosse la testa e aggiunse: «I nostri Padri Fondatori non hanno mai detto una cosa del genere, bensì Dobbiamo stare dalla parte di Dio. La cosa è diversa».

Detto ciò, tempo un tre mesi e tornò più taciturno da una missione in Brasile. Di solito si torna da quelle parti euforici e con una sorta di sandade, di mal di Brasile. Lui tornò scuro, scontroso e malmostoso.

«Steve, cosa c’è?»

«Non credo di aver fatto la cosa giusta, laggiù. Oscar, l’America foraggia le multinazionali e sfrutta quella povera gente per aver una corsia preferenziale nella grande torta della commercio della gomma», rispose accigliato.

Prima di adirarsi e sputare: «L’uomo che mi avete mandato a neutralizzare offriva una speranza a quella povera gente; certo, andava contro gli interessi dell’America, ma a favore degli ultimi. Io… io credo che mi prenderò una pausa. Devo riflettere.»

«Steve, meglio noi die rossi. Credimi.»

«Perché non meglio loro? Perché non li lasciamo liberi di… sbagliare; ma liberi da ogni giogo?»

«Perché questo è il Grande Gioco. Perché il potere non ammette vuoti e perché… Perché per quanto possa sembrare incredibile, una delle cifre tecnologiche di questo tempo è la gomma.»

 


T uguale a 1995 meno 9 anni – Washington

Sono fatta di gomma.

Sono una guarnizione 0-Ring. Una come tante, e questa mattina me ne stavo bella bella nel contenitore della ferramenta quando la mia vita è cambiata.

Un uomo è arrivato, ha frugato e mi ha presa tra le mani. È come se avesse estratto il numero giusto da una lotteria. Da quel momento la mia vita è cambiata: sono andata in tv e sono diventata una star.

Io conoscevo quell’uomo: era istrionico, buffo anche, ma una rivista molto attendibile una volta lo indicò come L’uomo più intelligente del mondo. Nonostante amasse e suonasse i bongo e in passato fosse stato, tra le altro cose, anche uno scassinatore provetto.

Però tra le altre cose dell’uomo si possono annoverare anche un Nobel Prize e una teoria molto affascinante.

Roba da togliere il fiato, a patto di capirla. E non sono in molti a sfiorare l’abissale bellezza della QED, l’Elettrodinamica quantistica.

Già, perché l’uomo che questa mattina ha cambiato la vita di una semplice guarnizione relagando nell’olimpo delle star altri non è che Dick Feynman. Ed è malato. Molto.

Qualcuno potrebbe obiettare che è per questo che fa di testa sua e non ha paura di nessuno, ma sarebbe riduttivo. Feynman faceva di testa sua anche a Los Alamos, dove era uno dei più giovani e dove c’erano von Neumann e Fermi, Oppenheimer e quel militare scorbutico di Groves. Non era ancora un Nobel, ma era già Feynman nei modi e nei comportamenti.

Mentre parla alla commissione presidenziale messa su da Reagan per indagare sulle cause del disastro dello Space Shuttle Challenger, a un certo punto, come un consumato illusionista (l’ho già detto che si dilettava anche come mago e prestigiatore?), mi tira fuori dalla tasca a mo’ di coniglio dal cilindro e attacca: «Dick Scobee, Michael J. Smith, Judith Resnik, Ellison Onizuka, Ronald McNair, Greg Jarvis e Christa McAuliffe sono morti per colpa di una guarnizione come questa». Ecco, adesso sì che sono immortale.

Mi stanno fotografando e riprendendo. Sono in mondovisione.

«Ma la colpa non della guarnizione O-Ring in sé, ma di chi non ha saputo prevedere che la stessa non avrebbe funzionato bene a basse temperature. Vite umane e milioni di soldi dei contribuenti bruciati perché qualcuno non ha tenuto conto di una elementare legge fisica. Credo che la Nasa d’ora in poi dovrà prestare più attenzione alle selezione die suoi tecnici, che dovrà essere più rigorosa e meno politica. Meno politica e più competenza.»

 


T uguale a 1995 meno 26 anni – Houston e Base della Tranquillità

È perché sono competente, molto, che sono qui. Ho studiato sodo per questo, mi sono sporcato le mani partecipando sin da bambino a concorsi per aerei e razzi amatoriali, ho sognato questo momento, ma adesso, hic et nunc, vorrei essere altrove e non alle dipendenze di Eugene F. Kranz, vale a dire Gene, Volo (ossia il responsabile del volo) dell’Apollo 11.

Stava andando tutto bene, più o meno bene, visto che gli intoppi in programmi del genere non mancano mai, ma quando dall’Apollo 11 in discesa senti chiedere: “Houston, abbiamo un errore di sistema. È il 1202″ e subito dopo Gene ti guarda e tacitamente ti chiede un ok o uno stop allora capisci che in quel momento vorresti stare a vendere granite.

Guardo nel librone, del sudore mi va a imperlare la fronte. Sento gli occhi su di me in un silenzio che sa di piombo. Forse di morte.

“Ci date un riscontro sull’errore 1202?” chiedono da lassù. Venti secondi dopo.

«Allora?» mi chiede Gene. Adesso anche lui è sudato.

Trovo l’errore ed esulto.

«Go Gene, Go. Luce verde» dico, e sembro quasi convincente.

A 900 m un altro alert dall’Apollo ci fece salire la pressione.

“Houston, abbiamo un errore 1201 adesso, cosa facciamo?”

1201… 1201… 1201…

«Stesso tipo di errore, Gene. Luce verde per noi. Go.»

40 secondi dopo un nuovo messaggio.

“Houston, qui Base della Tranquillità. L’Eagle è atterrato.”

Qualcuno mi abbraccia, ma non ricordo chi. Vedo tazze e fogli volare in aria. Ce l’abbiamo fatta.

L’America ha portato un uomo sulla Luna.

E io, altro che gelati, non vorrei mai essere stato altrove.

«Ma poi cos’erano quegli errori?» mi chiede uno degli ingegneri strutturali.

«Credo che Buzz Aldrin possa aver tenuto accesi contemporaneamente il computer dedicato all’atterraggio e quello per il rendez-vous; ergo, la memoria dell’AGC probabilmente è andata in crash e ha segnalato l’errore.»

«Sai una cosa amico, posso spiegarti l’aerodinamica, ma non ho capito un cavolo di quello che hai detto. Però… cazzo! Ti rendi conto di quello che abbiamo fatto? Per dei secondi siamo stati appesi a te. Grande amico, come ti chiami?»

Stavo per dirgli il mio nome, ma lui è volato via ad abbracciare un altro tecnico.

Già, nessuno saprà mai il mio ruolo nell’allunnaggio. È il destino di tanti. Io ho fatto allunare l’Apollo 11, ma alla conferenza stampa andrà Gene Kranz.

Mi siedo, adesso sono come svuotato.

Non c’è più la pressione di qualche minuto fa.

 


T uguale a 1995 meno 243 anni – Basilea

Questa cosa della pressione del sangue è interessante.

Forse riesco a ricavarne una qualche legge, qualcosa che faccia schiattare di rabbia nella tomba quel borioso di Johann Bernoulli, il grande matematico che si schierò con Leibnitz nelle querelle con Newton (uno dei pochi, questo gli va riconosciuto), ma che nondimeno fu invidioso, molto invidioso quando arrivò l’aquila della matematica, il portentoso matematico Leonard Euler ad oscurarlo.

Ma chi non viene oscurato da Eulero? Il quale, bontà sua!, mi pregia della sua amicizia e stima.

E dire che non sono un matematico, non in senso stretto.

E Johann Bernoulli non era solo invidioso di Euler: una volta mi scacciò dalla sua casa perché a un concorso matematico eravamo arrivati in finale insieme. Anziché essere contento del risultato, visto che i rudimenti me li aveva dati lui stesso, non trovò di meglio che offendere me e la commissione che aveva osato paragonarmi a lui. A nulla servì la mediazione di mia madre, già, perchè io…

Sono Daniel Bernouilli, medico e matematico dilettante, figlio di Johann e nipote di Jacob Bernouilli.

Mio padre mi voleva economista, mercante, poi ha deciso per medico. Tutto, fuorché la matematica. Doveva essere lui il gallo dei Bernoulli.

La pressione dicevo, c’è qualche legge fondamentale che aleggia nell’aria, sembra a portata di mano ma diventa sfuggente. Studio il sangue nelle vene, la magia di questa linfa è straniante, non mi stancherei mai di squartare animali per vedere e studiare il flusso sanguigno, ma percepisco in quelle turbolenze qualcosa di più generale.

Devo studiare quello che hanno scritto sull’argomento dei fluidi i grandi del passato, poi, nel caso dovesse venirmi qualche idea più generale e trovarmi in difficoltà potrei sempre chiedere un aiuto alla macchina per teoremi che si chiama Euler, che è ben contento di aiutare gli altri e per nulla invidioso.

Eureka! Ho trovato (anche con qualche aiutino matematico) l’equazione generale dei fluidi; sono senza parole! In una sola equazione c’è la spiegazione tanto al flusso sanguigno quanto al volo degli uccelli.

Forse un giorno la mia equazione sarà utile anche ai novelli Icaro che vorranno staccarsi dal suolo e andare oltre. Anche oltre i nembi. 

Se solo potesse vedermi mio padre!

Io sarò più importante!

Che vendetta!

Che gioia!

Il protervio matematico battuto nella corsa all’eternità dal figlio che riteneva stupido, quello che aveva relegato alla medicina.

 


T meno 0 – Napoli

«Medicina! Domani vado a iscrivermi per i test di medicina», dico a colazione ai miei. Li vedo tirare un sospiro di sollievo.

«Come mai, Domenico? T’è passata la fissa di fare fisica o provare a fare l’ufficiale dell’aeronautica per provare a fare l’astronauta?» Chiede mio padre, che è un medico. Come mia madre, del resto.

«No, è che stanotte ho fatto un sogno buffo», rispondo e subito dopo, con la tazza fumante alla bocca, sfoglio febbrilmente il Focus di Agosto 1995. C’è un articolo su due astronauti italiani selezionati dalla Nasa: Umberto Guidoni e Maurizio Cheli.

«Che sogno?» domanda mia madre, sempre attenta al mio lato onirico.

«Non lo ricordo bene, sai com’è con i sogni, ora sei qui ora sei sulla Luna, ora sei un proiettile ora una guarnizione difettosa. Ma si volava, eccome si volava.» «Mah, questa cosa di medicina all’improvviso ci fa piacere, ovvio, ma è una cosa che devi avere dentro. O sei motivato o lasci alla prima autopsia.»

«Oh, ma io sono motivato! Ecco qua, vedi l’articolo? Qui dice che come riserva nel ruolo di Payload Specialist, che significa specialista del carico, degli esperimenti, è stato selezionato anche un medico italiano. Quindi posso diventare medico e astronauta. Così siamo tutti contenti, no?»

Non rispondono.

 

 

 

Nota dell’autore.

Nel mio racconto c’è più verità di quanta possa sembrare a prima vista.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Massimo Bencivenga

 

Massimo Bencivenga

E’ nato a Piedimonte Matese (CE) il 30/01/1976 e lavora come blogger e content manager per il web.

Appassionato di libri, storia delle scienze, sport e politica, ha partecipato a diversi concorsi di narrativa con vittorie e ottimi piazziamenti tra cui, tra gli altri,  il racconto Una Carriola in volo che è stato inserito nel 2017 nell’antologia a tema aeronautico RACCONTI TRA LE NUVOLE curata da Logisma editore insieme al gestore del sito del nostro sito web.

Ha partecipato a scenari e progetti di scrittura collettiva (round robin e dribble novel) a tema supereroistico e horror-fantasy organizzati e gestiti dagli scrittori e blogger Alessandro Girola e Massimo Mazzoni.


Per inviare impressioni, minaccie ed improperie all’autore:

 massimobencivenga(chiocciola)hotmail.it


Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


T - meno

 

Racconti tra le nuvole – Decolla la VIIᵃ edizione

Logo Racconti Tra Le Nuvole

E’ appena decollata la VIIa edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE, il premio letterario organizzato dall’associazione di velivoli storici HAG, Historical Aircraft Group, e dal sito di letteratura aeronautica VOCI di HANGAR con la collaborazione della rivista VFR AVIATION e della FISA, Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico.

L’azienda farmaceutica che ha sviluppato lenti a contatto innovative e prodotti specifici per la loro cura, prodotti terapeutici e chirurgici per l’ortopedia e medicina dello sport e tecnologie avanzate per la guarigione delle lesioni cutanee

L’edizione 2019, sovvertendo la convinzione diffusa che il VIIo sia l’anno dell’omonima crisi, sarà invece quella del sostegno economico di VR MEDICAL, azienda farmaceutica che ha sviluppato dei prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie, oltre alla salute della donna. Per ultimo ha anche cura della nuova letteratura aeronautica italiana.

L’associazione italiana che promuove lo sviluppo, la diffusione e l’approfondimento di tutte quelle tematiche inerenti il patrimonio culturale e tecnologico che gli aeromobili rappresentano. Un gruppo di piloti o semplici sostenitori simpatizzanti che si prefiggono di cercare, valorizzare e restaurare in condizioni di volo aeromobili storici

Il Premio torna ad essere quello delle origini: puramente letterario. Dunque solo racconti di volo, cielo, piloti, insetti, nuvole e ogni altra entità organica e inorganica purché appartenente alla dimensione aerea.

Altre novità: il cosiddetto personaggio storico.

Nelle intenzioni degli organizzatori, esso costituisce il pretesto per mantenere vivo il ricordo di figure che recano lustro alla storia dell’Aviazione italiana.

La figura scelta per questa VIIa edizione è: Celestino Rosatelli.

FISA – Fondazione Internazionale per lo Sviluppo Aeronautico. E’ un’associazione che promuove la disciplina sportiva e ricreativa del volo con particolare riguardo al Volo a Vela come strumento di educazione e formazione personale e sociale .

I racconti che conterranno riferimenti alla vita e al lavoro dell’ingegnere reatino (ufficialmente nato a Belmonte, a pochi chilometri da Rieti) verranno premiati dalla giuria con una valutazione proporzionale all’entità e alla. bontà del coinvolgimento del personaggio storico nel racconto: maggiore la bontà e l’originalità dei riferimenti presenti nel testo, migliore sarà la valutazione da parte della giuria

Rimangono inalterate: partecipazione gratuita, giuria prestigiosa e anonima fino alla dichiarazione dei vincitori, pubblicazione gratuita dei racconti finalisti nell’antologia del Premio edita dall’editore LOGISMA, volo gratuito a bordo di un velivolo monomotore HAG, pubblicazione dei racconti non vincitori nel sito VOCI di HANGAR, targhe e diplomi di partecipazione.

E’ un editore con una valida collana a carattere aeronautico nella quale vicende moderne e piu`lontane nel tempo si alternano. Si è occcupata della stampa e della diffusione dell’antologia del Premio.

Ad essi si aggiunge il premio speciale VR MEDICAL che verrà attribuito al racconto più meritevole secondo il giudizio insindacabile dell’amministratore dell’azienda.

Novità importanti sono previsti anche per la premiazione che si terrà a Bagnoli di Sopra (PD), sede dell’HAG, la mattina di domenica 13 ottobre in luogo prestigioso ancora da destinarsi. Si tratterà di un evento specifico, pensato per rendere il giusto onore agli autori finalisti e ovviamente aperto a tutti i soci dell’HAG che potranno raggiungere l’aviosuperficie “Ali di Bagnoli” anche a mezzo dei loro splendidi velivoli storici. 

Ulteriori novità nel prossimo comunicato.

VFR Aviation ogni mese ti porta in quota con informazioni, notizie, tecnica, curiosità su tutto ciò che vola. Che pesi pochi grammi o qualche tonnellata, voli a poche decine di metri da terra o nella stratosfera, sia costruito in catena di montaggio o in un garage, abbia volato un secolo fa o da poche ore. Aerei e piloti su VFR Aviation sono in edicola o a portata di click, perché la passione per il volo non si spegne quando le ruote toccano terra.

A questo punto rompete gli indugi perché l’atterraggio della VIIa edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE è prevista per il 30 giugno mentre per il 1 agosto è fissata la divulgazione dei nomi dei 20 finalisti. Per la classifica finale e proclamazione del vincitore occorrerà invece attendere fino al 1 settembre. 

E ora … scaldate i motori e … di corsa a scrivere!

Per qualsiasi informazione: www.raccontitralenuvole.it





Ecco invece il bando :

Logo Racconti Tra Le Nuvole Bando Premio letterario Racconti fra le nuvole 2019



e la scheda di partecipazione: 

Logo Racconti Tra Le Nuvole

Scheda di partecipazione Racconti fra le nuvole 2019

 



Una donna può tutto

titolo: Una donna può tutto

autore: Ritanna Armeni

editore: Ponte alle Grazie – Adriano Salani Editore

anno di pubblicazione: 2018

ISBN: 978-88-3331-024-4





 

“Quei maledetti piccoli aerei. Arrivano solo di notte, scendono silenziosi, lanciano il loro carico di fuoco e tornano rapidi fra le nuvole… Possibile siano donne? Così brave, abili, precise, incuranti del pericolo?

Arrivano la notte all’improvviso, seminano il terrore e poi toccano di nuovo il cielo.

Misteriose, sfuggenti, inafferrabili. Sembrano streghe. Nachthexen, streghe della notte”

E’ l’8 ottobre 1941 quando, in Unione Sovietica, con l’ordine numero 0099, vengono istituiti tre reggimenti di aviazione composti interamente da sole donne.

I tre reggimenti erano: il 586° caccia bombardieri con in dotazione gli YAK-1; il 587° bombardieri in picchiata con in dotazione i bimotori Petliakov-2; il 588° per i bombardamenti notturni con in dotazione i biplani Polikarpov Po-2.

Sarà proprio delle donne del 588° reggimento, che i tedeschi, con rispetto, soprannomineranno “Nachthexen” ovvero “streghe della notte“, che Ritanna Armeni ci parlerà, o meglio ci farà conoscere la loro storia raccogliendo la testimonianza di una Strega: Irina Rakobolskaja, vice comandante del 588° reggimento.

Il Polikarpov aereo in dotazione al 588° reggimento, che erroneamente nel libro viene definito come un bimotore (si può pensare che questa inesattezza provenga da un errore di traduzione dal russo all’italiano confondendo il significato di biplano con bimotore), è un biplano monomotore degli anni venti in legno, non è veloce con i suoi 120 km/h di velocità massima e non vola alto (tangenza operativa di soli 1000 metri).

Il Polikarpov Po-2 (nome in codice NATO Mule), inizialmente denominato Polikarpov U-2, era soprannominato dai piloti russi “Kerosinka” (traducibile in italiano con un pittoresco: “Lampada a cherosene”) per la sua tendenza ad incendiarsi. Fu un aeroplano di grande successo se consideriamo che fece il primo volo alla fine degli anni ’20 e terminò la sua attività alla fine degli anni ’60, utilizzato fino ad allora dall’Aviazione Bulgara. Ad oggi ce ne sono ancora molti in condizioni di volo e diversi altri nei vari musei dell’aria dei vari paesi ex filosovietici. Disegnato dal famoso  progettista Nikolaj Nikolaevič Polikarpov, già incarnava lo spirito che ha poi sempre contraddistinto le costruzione aeronautiche sovietiche: semplicità e robustezza, Forse il Po-2 era fin troppo spartano e razionale con costi molto contenuti anche in termini di gestione e manutenzione. Come dire: la formula della longevità di un velivolo ben riuscito

Ma richiede una manutenzione minimale, è facilmente riparabile, non ha bisogno di aeroporti per decollare e atterrare: un qualunque campo appena pianeggiante va bene.

Un aeroplano apparentemente non adatto all’impiego in guerra e un gruppo di giovani donne apparentemente non adatte all’impiego in guerra, formeranno un connubio formidabile e una perfetta macchina da guerra.

Costruito in oltre 40 mila esemplari nelle più disparate versioni (terrestre, con sci, idrovolante, con cabina chiusa, aeroambulanza, lavoro agricolo oltre che addestratore e bombardiere) è un velivolo assai conosciuto dai pilotti di tutti le nazioni che furono sotto l’influenza sovietica, Corea del Nord compresa. In quei cieli se la vide con i jet statunitensi riuscendo a farla franca grazie alla bassa velocità e alla ottima manovrabilità. Solo i F4 Corsair, residui bellici della II Guerra Mondiale riuscivano ad averne ragione. Ebbe anche un impiego intensivo come aereo da trasporto passeggeri nelle tratte commerciali a corto raggio ma, di sicuro, conobbe il culmine della gloria quale velivolo in uso al 588° Reggimento tutto al femminile, proprio quello delle “Streghe della notte”

Il libro non contiene racconti dettagliati di missioni di guerra, nè troveremo foto, l’unica è quella di copertina una giovane “Strega” che abbraccia l’elica del suo Polikarpov, ma è una storia che inizia nel giugno del 1941 con il comunicato radio di Molotov:

“Alle 4 di questa mattina, senza alcuna dichiarazione di guerra e senza che prima sia stata fatta alcuna rimostranza all’Unione Sovietica, le truppe tedesche hanno attaccato lungo le nostre frontiere …

Seguiremo questo gruppo di giovani donne, rivivremo le loro emozioni: gioia, dolore, delusione, amarezza, ma anche caparbietà, ostinazione e grandissima forza di volontà e la consapevolezza che potevano farcela.

Sono tutte volontarie, vogliono dare il loro contributo per la difesa della patria, ma soprattutto non vogliono sentirsi dire: “no”, solo perché sono donne. Il Socialismo aveva sancito la parità tra uomo e donna, e ora loro erano lì a pretendere di fare la loro parte.

Come nella migliore tradizione editoriale, ecco il risguardo interno del libro “Una donna può tutto” in cui viene sintetizzato il contenuto del volume

La prima battaglia che dovranno combattere e vincere è quella contro il pregiudizio, lo scetticismo e l’ironia che non verrà loro risparmiata.

Formeranno un gruppo eccezionale che porterà, nel 1943, al 588° reggimento il conferimento del titolo di “46° Reggimento della Guardia”, è un riconoscimento importante: le Streghe sono diventate “sentinelle della patria”.

La storia termina il 15 ottobre 1945, quando il 588°, divenuto 46° reggimento della Guardia, è sciolto. Vengono consegnati al museo dell’Armata Rossa i documenti di volo, la bandiera e gli oggetti che avevano riguardato il reggimento.

Il risguardo interno del bel libro di Ritanna Armeni che ha regalato ai suoi lettori una piacevole intervista alla  pagina:  https://www.labalenabianca.com/2018/04/13/donna-puo-intervista-ritanna-armeni/ ricca di approfondimenti e riflessioni su questo libro davvero notevole

L’Unione Sovietica, unica nazione coinvolta nella II Guerra Mondiale ad impiegare le donne in combattimento lungo le linee del fronte, archivia così un esperienza, e con paternalismo rinvia le donne a casa affinché ora, in tempo di pace, riprendano il loro ruolo di mogli e madri all’interno delle famiglie dalle quali erano state per troppo tempo lontane.

Le Streghe hanno compiuto 23000 voli in 1100 notti di combattimento, 31 di loro sono morte in missione.

Sono donne che hanno affrontato da guerriere l’orrore della guerra, senza mai lasciarsi scoraggiare.   

Una storia poco ricordata se non addirittura lasciata cadere volutamente nell’oblio nella stessa ex Unione Sovietica da una storia scritta al maschile. L’Unione Sovietica aveva coraggiosamente osato tanto. Le donne sovietiche avevano risposto con entusiasmo e hanno ben ripagato la fiducia in loro riposta.

 

La splendida pilota da caccia sovietica Lydia Litvyak ritratta davanti al suo bimotore Petlyakov Pe-2. Durante il II Conflitto mondiale divenne famosa per aver abbattuto ben 12 velivoli tedeschi nel corso di 66 missioni. Un vero asso della caccia. “Era una donna molto aggressiva ma anche un pilota eccezionale”, dichiarò il suo comandante Boris Eremin (in seguito tenente generale dell’aviazione), “Un pilota da caccia nato” soleva dire di lei l’ufficiale. L’attività operativa di Lydia ebbe inizio proprio in seno al 586° Reggimento ove si addestrò lungamente a bordo dello Yak-1 (foto Flickr.com)

Ma neanche il Socialismo sovietico riesce ad accettare quello che queste donne avevano dimostrato con i fatti: la loro capacità di affrontare, alla pari, gli stessi compiti affidati ai loro colleghi uomini. Non sono scese in piazza a gridare slogan, ma sono andate a combattere in guerra affianco ai reggimenti maschili.

Il loro successo sembra infastidire, quasi impaurire, i vertici politici di allora ma anche quelli successivi alla caduta dell’Unione Sovietica. Dare enfasi o semplicemente ricordare queste pagine di storia poteva forse far crescere nelle donne l’aspirazione a ruoli di rilevanza politica? Il fatto che le donne non si erano tirate indietro, non avevano chiesto di rinunciare a questo progetto ma erano arrivate sino alla fine, ha lasciato spiazzati tutti. Cos’altro avrebbero potuto chiedere e pretendere ancora?

In Italia il servizio militare femminile effettivo su base volontaria verrà introdotto solo nel 1999. Prima del 2000 l’impiego in guerra, delle donne, era limitato al solo Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana.

Un libro alla memoria delle Streghe che furono. Di riflessione per le Streghe che sono e che saranno.





Recensione a cura di Franca Vorano.

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





 

Bruno Bolognesi


Classe 1952, è nato e risiede a Esanatoglia (Macerata).

Attualmente è in pensione, dopo una vita lavorativa svolta nell’ambito delle installazioni – riparazioni elettroniche e dell’impiantistica elettrica.

La musica condivisa sui palchi delle balere e i concerti a tema, la realizzazione di quattro lungometraggi sul costume, il dialetto e le tradizioni locali, e la scoperta del piacere della scrittura contraddistinguono tre fasi della sua vita.

La scrittura non ha confini ed è un mezzo con il quale si può viaggiare oltre le montagne e planare sul meraviglioso, sconfinato mondo della fantasia. 

Ha vinto il primo premio alla 2° Edizione del Premio Letterario Città Riviera del Brenta 2017 nella sez. Racconti.

Ha vinto il primo premio alla 3° Edizione del Concorso Letterario “Parole Resistenti” 2017 nella sez. Prosa ad Atessa (CH). 

Altre menzioni di merito in altri concorsi letterari nazionali, oltre a pubblicazioni in antologie di Case Editrici italiane.


Per inviare impressioni, minaccie ed improperie all’autore:

brunobolo (chiocciola) libero.it

 



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Oltre le nuvole il sole

 

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