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Mission to Mars

titolo: Mission to Mars. My vision for Space Exploration – [Missione verso Marte. La mia visione dell’esplorazione dello Spazio]

autore: Buzz Aldrin e Leonard David

prefazione di: Andrew Aldrin (figlio di Buzz)

editore: National Geographic Society

ISBN: 978-1-4262-1018-1





Questo libro di Buzz Aldrin è l’ultimo che ho letto in ordine di tempo. E forse è anche l’ultimo che ha scritto. Aldrin è nato nel 1930. Nonostante la veneranda età ha ancora molto entusiasmo e un inesauribile interesse per lo Spazio, per i viaggi spaziali in generale e per la conquista del pianeta Marte in particolare. Infatti non perde occasione per promuovere iniziative in tal senso. Partecipa a conferenze, incontri, manifestazioni, gestisce un apposito sito Internet e scrive libri.

Questo libro, in particolare, è diverso dagli altri scritti precedentemente. Gli altri erano autobiografie, resoconti di missioni nello spazio e del primo allunaggio.

Qui, sin dalle prime pagine, si comprende che l’argomento non riguarda il passato, ma il futuro.

Sono otto capitoli densi di tecnica, scienza, finanza, politica, progetti veri e propri di conquista, utilizzo, sfruttamento delle risorse energetiche di Luna, asteroidi e del pianeta rosso.

Non si tratta di studi dell’ultima ora, ma di un resoconto finale del lavoro costante e certosino di un’intera esistenza.

Quel satanasso di Buzz Aldrin, alla sua venerabile età (è un classe 1930!), non si risparmia un solo istante e non perde neanche un’occasione nel promuovere le sue convinzioni circa la necessità di un insediamento umano permanente sul pianeta rosso. Anche la maglietta che indossa immancabilmente in tutte le occasioni pubbliche cui partecipa non viene meno al suo spirito guasconesco. A tradurla esattamente vuole dire: “Porta il tuo culo su Marte!”. Più chiaro di cosi?!

Già da studente si era laureato in scienze aerospaziali al famoso MIT, la prestigiosa università con sede a Boston. Al Massachusetts Institute of Technology aveva discusso una tesi sulle tecniche di aggancio e sgancio di due navicelle spaziali fuori dall’atmosfera terrestre. Un argomento che gli si rivelò oltremodo utile per essere assunto alla NASA. Quest’ultima aveva iniziato a reclutare piloti militari, ponendo come requisito essenziale che fossero tutti piloti collaudatori (test pilots).

Il primo gruppo, infatti, proveniva dalla base dell’aeronautica di Edwards, dove era la sede del reparto sperimentale. Erano tutti esperti test pilots.

Aldrin non lo era. Al primo tentativo fu rifiutato, proprio per questo motivo. Ma ripresentò la domanda, mettendo in risalto l’argomento della sua tesi di laurea e stavolta lo accettarono.

Come tutti gli autori che si rispettino, anche Buzz Aldrin si è impegnato in un’intensiva campagna promozionale del suo libro: “Missione su Marte. La mia visione dell’esplorazione dello spazio”. Era presente anche a Milano, in occasione dell’ultima giornata del Wired Next Fest, non più tardi del 28 maggio 2017. Nella città meneghina il “lunatico” Buzz è stato letteralmente sommerso dagli applausi dai numerosi presenti. Naturalmente il buon Buzz ha preso la parola e ha proclamato: “Marte andrebbe occupato con missioni continue che si possono succedere a distanza di anni per sostituire i coloni: dobbiamo andare e restare, non solo lasciare impronte e bandiere.” Inoltre ha aggiunto: gli Stati Uniti devono guidare una coalizione di nazioni: in 8 anni potremmo tornare sulla Luna per assemblare gli habitat e i lander riutilizzabili e da lì andare su Marte.” Poi, un poco melanconico ha concluso: “Ai nostri tempi non avevamo davvero un piano, stavamo rincorrendo la tecnologia”. E i sovietici – aggiungiamo noi -.

Come ben si sa, la tecnica di rendezvous è stata l’elemento chiave di tutte le missioni Apollo.

Dopo l’Apollo 11, quello del primo sbarco sulla Luna nel 1969, per Aldrin cominciò una vita difficile (curiosamente, prima di congedarsi dall’Aeronautica fece in tempo a prestare servizio come comandante della USA Test Pilot school Air Force base di Edwards, California), ma nel corso dei decenni successivi, pur con tutti i problemi di vita personale, non ha mai cessato di cercare un progetto in ambito spaziale al quale dedicarsi con impegno. Sembra che tutti gli astronauti avessero un bisogno psicologico di sostituire lo scopo elevatissimo appena raggiunto con uno altrettanto elevato, se non addirittura superiore.

Aldrin ha scelto la conquista di Marte.

Dopo il 1972, anno dell’ultima missione sulla Luna, l’Apollo 17, sono seguiti decenni di relativamente basso profilo, in ambito spaziale. Ci si è limitati a restare poco fuori dall’atmosfera, alcune centinaia di chilometri appena. Si è costruita la ISS (International Space Station), la Stazione Spaziale Internazionale e si è sviluppato lo Shuttle per i collegamenti con essa.

Niente più viaggi nello Spazio profondo.

Una cartolina da Marte

Andrew Aldrin, il figlio di Buzz, così scrive nella prefazione di questo libro:

This book represents a journey of its own. It began the moment my father set foot back on Earth. Since that time he has been constantly thinking about how people from Earth will inhabit another planet – [“Questo libro rappresenta un viaggio esso stesso. Cominciò nel momento in cui mio padre tornò sulla Terra. Da allora non ha fatto altro che pensare a come i terrestri avrebbero potuto colonizzare un altro pianeta]”.

Andare su Marte richiede mesi di viaggio. Dai sei agli otto, con la tecnologia attuale. Ma secondo Aldrin non ha molto senso andarci giusto per piantare una bandiera e tornare indietro con un fagotto di pietre, come è stato per la Luna. La sua idea non è una corsa tra nazioni, per stabilire chi ci arriva prima. Lui pensa che questo modo di fare sia ormai retaggio del passato, andava bene giusto all’epoca della Guerra Fredda. Oggi si deve pensare ad una collaborazione tra nazioni, al contributo che ognuna può apportare allo sforzo economico richiesto da un’impresa simile, allo sfruttamento congiunto delle risorse energetiche contenute nel sottosuolo degli asteroidi, delle cosiddette lune di Marte e nel sottosuolo e nell’atmosfera di Marte stesso. E bisogna abbandonare l’antica idea del coinvolgimento unico dei governi dei paesi partecipanti, lasciando campo aperto alle iniziative delle imprese private, comprese quelle turistiche. I viaggi intorno alla Luna possono essere organizzati per scopi turistici, come quelli verso la Stazione Spaziale Internazionale o addirittura verso una serie di Hotels spaziali costruiti allo scopo. In questo modo viene coinvolta l’intera umanità.

E se si va su Marte, ci si deve andare per restare. Lo scopo deve essere quello di colonizzarlo.

I tempi sono maturi, secondo Aldrin, per pensare alla specie umana che vive su più pianeti.

Questo libro, comunque, non è un libro di teorie più o meno ardite.

Aldrin presenta in queste pagine lo studio di tecniche perfettamente attuabili adesso, come lo studio dell’Aldrin Cycler.

Di cosa si tratta?

Spiegarlo in poche parole sarebbe troppo riduttivo. In estrema sintesi, si tratta di un veicolo spaziale, assemblato nello Spazio come la ISS, di ampie proporzioni per essere vivibile e confortevole. Una volta pronto, questo Cycler viene accelerato ed inserito in un tipo di traiettoria perenne che si snoda attraverso il sistema solare, tra la Terra e Marte. Per mantenere velocità e traiettoria viene sfruttata l’energia gravitazionale dei pianeti e per le necessarie e periodiche correzioni richiede l’impiego di poco carburante.

Quando il veicolo si trova a fare il giro intorno alla Terra può essere raggiunto da un altro veicolo apposito che può trasportare merce, carburante e persone e si può agganciare al primo con la tecnica del rendezvous.

La stessa cosa avviene nell’orbita marziana. Un veicolo che si sgancia e scende sulla superficie porta rifornimenti e persone. Ma un altro veicolo può partire da Marte e andare ad agganciarsi al Cycler per tornare verso la Terra. Dove scenderà mentre un altro salirà, e così continuativamente.

Geniale.

Sul libro tutto quello che ho ristretto in poche frasi è invece descritto nei minimi particolari. Ma la genialità non finisce qui. Aldrin non pensa ad un semplice spostamento di uomini e cose verso Marte. Piuttosto considera questo come la meta finale di un viaggio più lungo.

La Luna, per esempio.

Tornarci ha senso?

No, se ci si torna solo per passeggiarci sopra per ore o giorni.

Si, se si considera invece la costruzione di insediamenti definitivi allo scopo di sfruttarne le risorse del sottosuolo o altri tipi di opportunità, non ultimi, come ho detto, quello turistico.

Copertina e II di copertina di  Mission To Mars firmata dall’autore

Ormai si sa che sulla Luna c’è acqua, sebbene sia depositata, sotto forma di ghiaccio, all’interno di alcuni crateri, tanto profondi da essere sempre al riparo dei raggi solari in qualunque periodo dell’anno e in qualunque punto della sua traiettoria. Una risorsa praticamente inesauribile.

E’ necessario collocare alcuni satelliti stazionari che orbitino intorno alla Luna per consentire le comunicazioni costanti con la Terra e magari con altri veicoli spaziali.

Si, perché secondo Aldrin è possibile collocare veicoli spaziali opportunamente concepiti in ben determinati punti dello Spazio dove restano in equilibrio gravitazionale (sempre con minima richiesta di energia per correggere la propria posizione, quando serve).

E alcuni appositi veicoli spaziali potrebbero portare materiali ed equipaggi sulle lune di Marte, specialmente su Phobos, quella più vicina al pianeta, ma anche l’altra, Deimos, non è meno interessante e sfruttabile. Aldrin spiega in questo libro che per costruire gli insediamenti sul pianeta rosso si dovrebbero impiegare dei robot.

Da Phobos sarebbe possibile telecomandare le operazioni dei robot, in tempo reale ed immediato, senza dover fare i conti con il ritardo temporale del comando inviato dalla Terra. Nel caso di Marte, sia pure alla velocità della luce, un comando impiega una ventina di minuti per raggiungere il robot che opera sul suolo marziano. Troppo.

Il pluriottantenne Buzz Aldrin mentre firma una copia del libro oggetto di questa recensione. Da notare che, sul giubetto che indossa, fa bella mostra di sé la patch della missione Apollo 11 di cui fu membro. Immancabile, inoltre, la t-shirt un pochino scurrile – non c’è che dire – che invita a recarsi su Marte. E senza indugio alcuno – aggiungiamo -.

Solamente dopo aver realizzato questi insediamenti preliminari sulle lune di Marte, si potrà procedere alla colonizzazione permanente del pianeta rosso. Perché allora tutte le infrastrutture saranno pronte ad accogliere i primi occupanti.

Ho detto che l’idea di Aldrin è quella di un coinvolgimento globale di tutti gli stati e delle imprese private. Tuttavia, considerato che la Luna è stata conquistata dall’America, deve essere questa ad avere, di diritto, la leadership di tutte le operazioni spaziali. E questa idea, secondo me, potrebbe divenire quella meno condivisa…

Il libro contiene foto, schemi, disegni, che nel kobo non rendono al meglio.

Tuttavia, dal momento che questa carenza si può integrare con Internet e poiché su Youtube ci sono innumerevoli video di Aldrin e delle sue vicende, molte delle quali ricalcano proprio il contenuto dei suoi scritti, non esito ad esortare chiunque abbia un kobo o un altro tipo di ebook reader e una minima conoscenza della lingua inglese ad acquistare e leggere questo ebook.

E’ veramente illuminante.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)


No dream is too high



No dream is too high

titolo: No dream is too high – Life lesson from a man who walked on the moon [Nessun sogno è troppo elevato – Lezioni di vita da parte di un uomo che ha camminato sulla Luna]

con la collaborazione di: Ken Abraham

editore: Editore National Geographic Partners, LLC.

anno di pubblicazione: 2016

ISBN: 9781426216497 e 978-1-4262-1650-3





C’era una volta il libro. Intendo il libro fisico, fatto di pagine, copertina e rilegatura, con testo ed immagini e odore di carta.

Un odore che inebria. La prima cosa che ci si sente dire quando paragoniamo il libro fisico con quello elettronico è questa: “a me piace ficcare il naso tra le pagine e sentire l’odore della carta …”

Il libro elettronico, l’ebook, il nuovo venuto che ha sostituito il libro tradizionale, non ha odore. Non ha consistenza, non si può prendere da uno scaffale e sfogliarlo tra le mani. Non si può neppure prestare, scambiare tra amici e riavere indietro dopo un certo tempo.

Complice la copertina della prestigiosa rivista National Geographic, questa è l’immagine dell’impresa lunare rimasta più vivida nell’immaginario collettivo mondiale. Anche a distanza di tanti anni. Vi è ritratto Buzz Aldrin sulla superficie della Luna. Per gli amanti della bibliografia, si tratta della rivista nr 6, vol 136 del dicembre 1969

L’ebook sta nel suo scaffale virtuale, non occupa spazio fisico. Si apre all’interno di un lettore, su uno schermo e si sfoglia per modo di dire mandando avanti e indietro le sue pagine che sono solo schermate elettroniche.

Tuttavia, l’ebook è destinato ad inserirsi profondamente nel mercato del libro, per tanti motivi. Solo per citarne alcuni:

  • I libri elettronici non occupano spazio, non necessitano di enormi scaffalature, non raccolgono polvere e non costringono ad approfondite e frequenti pulizie.
  • In un Kobo o in un Kindle, che sono i più comuni lettori di ebook, entrano tanti libri, anche alcune migliaia, occupando solo la memoria interna, ma poi questi lettori hanno lo slot per una memoria aggiuntiva, tipo micro SD, di parecchi Gb. Allora nel lettore possiamo stivare l’equivalente di intere biblioteche.
  • I libri elettronici non si comprano in libreria, ma su siti internet appositi. Si pagano online e si scaricano in pochi minuti e subito sono disponibili per la lettura.
  • E’ possibile reperire libri da ogni parte del mondo. In altre parole non serve andare in America per avere un libro disponibile solo sul mercato americano, né dobbiamo ordinarlo e farcelo spedire. Si apre un mondo enorme di possibilità che non esisteva solo una decina di anni fa.

Che dire? Il futuro è già qui.

Una foto dal pregevole gusto artistico che ritrae l’equipaggio Apollo 11 (da sinistra verso destra: Michael Collins, Edwin E. “Buzz” Aldrin jr., Neil A. Amstrong ). In stile squisitamente hollywooddiano, la missione lunare ebbe un enorme supporto mediatico prima, durante e dopo.

Mi è stato regalato un Kobo. Le mie sorelle sapevano che ordinavo libri negli Stati Uniti attraverso una libreria specializzata che si trova al centro di Roma. Hanno pensato di farmi cosa gradita, così che potessi scaricare i libri desiderati, se disponibili.

Quando ho ricevuto questo regalo, mi ha fatto piacere, ma ero scettico sulla sua reale utilità. Anch’io appartengo a coloro che vogliono sentire l’odore della carta. Solo dopo un certo tempo mi sono deciso a scaricare qualche libro, giusto per fare la prova.

Poi mi si è aperto un mondo sterminato. In meno di un anno ho scaricato oltre centocinquanta libri nel mio Kobo. Ne ho letti molti e continuo a leggerli ogni volta che posso.

Tra gli argomenti di mio interesse c’è, ovviamente, il volo. Ma anche l’informatica, la scienza, i viaggi, la geografia etc.

Secondo la storia accreditata delle missioni Apollo, Il logo della missione nr 11 fu elaborato dall’astronauta Collins in persona. A ben guardarlo con gli occhi disincantati – per non dire maliziosi – di oggi, non possiamo non apprezzare una bella aquila con le ali spiegate in fase di atterraggio sul suolo lunare con, sullo sfondo, un affascinante spicchio del pianeta Terra. Ovviamente l’aquila è il modulo LM soprannominato appunto “Eagle” mentre, almeno nelle intenzioni dell’ideatore, tra gli artigli del rapace avrebbe dovuto esserci un ramoscello d ulivo, simbolo per antonomasia della pace. Il messaggio era dunque chiaro: l’aquila statunitense che atterra sulla Luna con intenzioni pacifiche. Peccato che il disegnatore, autore materiale del logo, non ebbe ben chiaro che forma potesse avere un rametto d’ulivo (pare un ramo di latifoglia!) e che – non dimentichiamolo- l’aquila è anche il simbolo degli Stati Uniti. Inoltre occorre notare come il numero 11 non fu indicato facendo ricorso ai numeri romani bensì ai numeri arabi e non appaiono i nomi dei tre astronauti che formavano l’equipaggio ufficiale. Sempre secondo la storia accreditata delle missioni Apollo, pare che la scelta dei numeri arabi fu per renderli universalmente riconoscibili mentre l’assenza dei nomi fu per rendere merito alla moltitudine di persone che resero possibile la missione. Vabbè!

E la storia della conquista dello spazio e le missioni Apollo.

Ho scaricato tutti i libri disponibili scritti dagli astronauti stessi, quelli che hanno fatto parte delle prime esperienze preparatorie alla corsa alla conquista della Luna e che poi sulla Luna ci sono andati veramente.

Uno dei personaggi più illustri tra questi astronauti è il secondo uomo a mettere piede sul suolo lunare: Buzz Aldrin.

Molto recentemente mi imbattevo spesso nella pubblicità di un libro che Aldrin aveva scritto, intitolato: “No dream is too high”. Su Facebook girano spesso notizie del genere. Non avevo idea su come poterlo ordinare e leggere, ma da una breve ricerca ho scoperto che era disponibile la versione ebook. Avevo il Kobo e in pochi minuti il libro era nella sua memoria interna, pronto per essere letto. Fantastico.

Aldrin è stato il secondo essere umano a posare il piede sulla superficie lunare. Il primo è stato Neil Armstrong.

Già essere stato sulla Luna non è un fatto di poco conto per chiunque. Sin dalle prime pagine si può intuire che l’autore è rimasto profondamente influenzato dall’esperienza. Il libro è un’autobiografia un po’ particolare, ma la cosa che traspare maggiormente riguarda proprio l’effetto che una tale impresa ha avuto sulla vita personale di Aldrin dopo il rientro sulla Terra.

Un’altra memorabile copertina che è rimasta nella storia dell’umanità. Si tratta di Buzz Aldrin fotografato dal suo compagno di missione Neil Amstrong durante le quasi 3 ore in cui scorrazzarono sulla superficie lunare. “To the moon and back” – “Alla Luna e ritorno” recita lo strillo sotto il logo della rivista. Occorreva aggiungerlo? Da notare l’elevatissima nitidezza con cui fu scattata la fotografia. E dire che, al momento di rientrare sulla Terra, i due astronauti lasciarono sulla superficie lunare una preziosissima fotocamera Hasselblad e altra apparecchiatura scientifica di notevole valore. Barattarono il tutto con circa 20 chili di rocce lunari. Quello che si dice uno scambio alla dispari!

E’ un discorso complesso, tanto articolato da non poter essere sintetizzato in poche parole, neppure in una recensione come questa. Aldrin ha scritto diversi libri e, non esagero a dire, bisogna leggerli tutti per avere un quadro, se non completo, almeno migliore.

Il primo capitolo ha per titolo: “The sky is not the limit. There are footprints on the moon – [Il cielo non è il limite. Ci sono impronte sulla Luna]”.

Certo, si dice che il limite è il cielo. Perfino noi che voliamo usiamo questa espressione. Ma per un astronauta non vale. Lui va ben oltre il cielo. E già questo, si intuisce, può dare una sensazione di onnipotenza dalla quale diviene poi difficile difendersi affinché non diventi patologica.

La tuta di volo dell’autore del libro. Non che i cimeli astronautici siano diventati delle reliquie tuttavia esiste un certo mercato di oggettistica aerospaziale alimentato da una notevole massa di collezionisti o di musei.

Il capitolo quattro è altrettanto illuminante: “Second comes right after first

Il secondo viene subito dopo il primo. Questa è la frase che Aldrin si è sentito ripetere molto spesso, sia prima che dopo l’impresa di sbarco sulla Luna. Tutti lo volevano in qualche modo consolare della delusione di essere stato il secondo a scendere dalla navetta. Il mondo avrebbe ricordato il primo. Lui sarebbe passato alla storia. Il secondo avrebbe avuto una minore importanza, la sua figura sarebbe rimasta inesorabilmente nell’ombra del primo. E pensare che secondo le regole in vigore fino a pochi giorni prima del lancio sarebbe spettato a lui scendere la scaletta davanti ad Armstrong. Ma poi le regole sono state cambiate per ragioni forse politiche e anche di opportunità.

Ma per lo spirito ferocemente competitivo esistente a quel tempo tra gli equipaggi … la differenza tra il primo e il secondo era abissale. Infatti per tutto il libro se ne percepisce l’effetto sulla capacità di riadattamento alla vita comune dell’autore.

Nessun sogno è troppo alto, dice il titolo. Ma il sottotitolo dice anche che nel contenuto ci sono lezioni di vita da parte di chi ha camminato sulla luna.

La targa commemorativa della missione Apollo 11 che fu applicata su uno dei nove gradini di cui era dotato il LM lasciato poi sulla Luna. Tradotta in italiano suona così: “Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna Luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità”. Seguono poi le firme dei tre astronauti con il loro nome in chiaro e quella del presidente degli USA Richard Nixon, in carica al momento della missione. Occorre ricordare però, che fu per merito del suo precedecessore, certo John F. Kennedy, se le missioni spaziali statunitensi ebbero un fortissimo impulso (oltre al primo successo sovietico con il cosmonauta Yuri Gagarin). Davanti al Congresso degli Stati Uniti, il giovane presidente Kennedy pronuciò un famoso discorso in cui proclamò: “Questo paese deve impegnarsi a realizzare l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra”. Mai discorso fu così profetico

Le lezioni ci sono. Resta da capire se Aldrin le ha scritte per aiutare gli altri nelle scelte di vita, per raggiungere i sogni, per quanto alti questi possano essere, oppure per aiutare se stesso ad affrontare la propria incapacità di tornare ad una vita normale, dopo essere salito tanto in alto.

Tutta la vita di questo astronauta è stata eccezionale. Pilota militare, ha combattuto in Corea, abbattendo anche un MIG. Laureato al MIT in scienze aeronautiche con una tesi che riguardava proprio le tecniche di aggancio tra due veicoli spaziali, il famoso rendez-vous che è divenuto poi la manovra chiave che ha reso possibile la conquista della Luna, è entrato alla NASA ed ha cominciato un difficilissimo programma di formazione e addestramento durato anni.

Lanci e passeggiate spaziali eseguiti con successo si sono svolti insieme alle vicende di vita personale, come il matrimonio, i figli, i viaggi, lo studio etc.

Infine il programma Apollo, funestato da un paio di incidenti che ne hanno rallentato lo svolgimento. L’Apollo 11, quello del primo sbarco sulla Luna rappresenta la vetta più alta raggiunta. Il libro riguarda anche questo. Ma soprattutto riguarda il dopo. La vita che segue un simile, grandissimo evento. Gli effetti inaspettati e all’epoca sconosciuti che da quel momento in poi, in un lento crescendo, hanno travolto la vita personale e familiare di Aldrin, con problemi di alcolismo e di depressione.

Gli astronauti erano tutti piloti, tranne uno, che era un geologo e ha fatto parte dell’Apollo 17, sbarcato sulla luna nel 1972 insieme a Gene Cernan.

Impensabile parlare di depressione per un pilota. Solo parlarne avrebbe avuto ripercussioni sulla carriera. E l’alcolismo non era considerato un problema. Tutti bevevano, era un fatto comune.

Aldrin ha capito che le cose non stavano così. Ha avuto il coraggio di affrontare l’argomento e i rischi connessi ed ha chiesto aiuto.

I luminari di allora non erano molto preparati. Tutto andava studiato e sperimentato.

Lo studio e la sperimentazione di cure idonee per problemi del genere sono iniziati grazie ad Aldrin. Di questo, poi, hanno tratto beneficio anche altri astronauti, che si sono trovati a dover affrontare gli stessi problemi.

La retocopertina del libro di Buzz Aldrin che in italiano suona più o meno come: “Alla Luna e oltre”. Classe 1930 – come i suoi due compagni di avventura – Aldrin è autore di ben nove libri dedicati allo spazio ed è stato sempre un infaticabile sostenitore delle missioni spaziali a carattere esplorativo, ivi comprese quelle finalizzate al raggiungimento del pianeta Marte nonchè all’insediamento di una stazione permanente umana sul pianeta rosso.

Il libro parla anche di queste cose.

Leggere il racconto dettagliato di chi ha vissuto fatti tanto eclatanti è molto interessante. Se ne percepisce la complessità, la difficoltà, le emozioni che hanno accompagnato avvenimenti che conosciamo solo attraverso i giornali e la televisione. Il primo sbarco sulla Luna è stato per tutti un fatto epocale e ognuno di noi sa dire dov’era in quei giorni. Tutti ricordano la notte di luglio e le immagini in bianco e nero dei due uomini che per la prima volta si muovevano sul suolo lunare. Leggendo il libro mi sono ritrovato spessissimo a ricordare e a fare un parallelo tra le mie vicende personali di quei giorni, mentre Aldrin descrive la sua storia.

Ci sono tante altre cose da dire su questo argomento. Come ho già detto, non è possibile sintetizzare in poche righe la storia delle conquiste spaziali. Ma Aldrin ha scritto altri libri. Ed anche molti altri astronauti lo hanno fatto. Ci sono elementi in comune tra queste storie.

Avremo modo di riparlarne.



Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)


Mission to Mars