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Catrame

“Un volo bruscamente, tragicamente interrotto dall’incuria dell’uomo. Una creatura senza nome, nata libera fra il cielo e il mare, che viene fermata da una massa nera che le inchioda le ali. Prima di chiudere definitivamente gli occhi, il volatile ripensa alla propria vita, e al cielo che accoglieva il suo volo.”

E’ con questa brevissima sinossi che Cristina Giuntini sintetizza il contenuto del suo racconto “Catrame” con il quale ha partecipato alla VI edizione del premio fotografico/letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Una sinossi assai breve che anticipa, senza rendergli particolare onore, un racconto mediamente lungo di circa 24’500 battute dal contenuto amaro, triste e, in alcuni punti, addirittura drammatico.

Lo scenario è quello di una spiaggia qualsiasi, in un angolo qualsiasi del nostro pianeta; il protagonista è un gabbiano senza nome perché, come scrive l’autrice toscana:

“[…] come tutti gli animali liberi, non sono stato battezzato con un nome proprio. Un nome lo hanno solo quelli che popolano le favole per i bambini, oppure i protagonisti dei best sellers. […]”

Non sappiamo dire se è questa o altre simili a questa che hanno ispirato l’autrice a scrivere il racconto “Catrame”, certo è che questa è l’immagine che si è materializzata nella nostra mente non appena abbiamo letto le sue prime righe. Trovarla in uno dei tanti articoli giornalistici che riportava l’ennesimo disastro ecologico è stato facilissimo. Quello ritratto, nello specifico, è il pellicano simbolo della marea di greggio che ha colpito la costa della Louisiana (USA) nel 2010 a seguito dell’incidente occorso alla piattaforma petrolifera off-shore Deep Water Horizon della compagnia petrolifera BP.

E’ allo stremo delle forze, sente la vita scorrergli via come le onde che lo lambiscono, gli manca l’aria. Tutto il suo corpo è coperto da una pesante coltre di petrolio addensato, catrame appunto, che gli impedisce di alzarsi, figurarsi camminare, impensabile volare.

Ed è in questa condizione in cui l’essenza vitale lo sta abbandonando per sempre che egli ripercorre la sua esistenza. Di gabbiano, certo, ma pur sempre una vita intera fatta di lunghi voli, di libertà assoluta, di lotta per la sopravvivenza.

Ecco allora che, a partire dallo schiudersi dell’uovo, dalla prima luce del sole, dal primo volo in poi è tutto un dipanarsi di ricordi e di suggestioni che l’autrice tratteggia con invidiabile delicatezza, con la sensibilità che solo una donna – noi uomini dobbiamo ammetterlo, volenti o nolenti – può dimostrare. E Cristina è una di quelle donne, capace inoltre di trasmettercela attraverso le parole e le immagini che quelle parole evocano.

Ancora un’immagine simbolica che testimonia gli effetti devastanti della marea nera sulla fauna volatile. Ogni commento ci appare superfluo. Aggiungiamo solamente che la foto ritrae lo stesso pellicano bruno della fotografia sovrastante: l’animale non si rende conto che il greggio lo ricopre interamente e continua a muoversie ad assumere le posture di un un volatile “normale” , come se nulla fosse.

Il suo narrare è delicato, fragile, venato da un dolore sommesso che attraversa tutto il racconto, frase dopo frase, riga dopo riga, perché il destino del gabbiano senza nome è già segnato eppure … l’epilogo sarà imprevedibile e sarà lasciato alla vostra interpretazione, al vostro essere ottimisti o alla convinzione pragmatica che non c’è speranza alcuna. Comunque.

Un racconto che vi strapperà qualche lacrima, ne siamo certi o, quantomeno, lascerà un magone dentro l’animo anche del più coriaceo dei lettori.

Un racconto che di aeronautico ha poco – è vero – ma che pone l’accento su un fenomeno che periodicamente (fin troppo spesso) si verifica e che reca molti nomi: catastrofe ambientale, sversamento di idrocarburi, disastro ecologico, marea nera … ma che comunque porta inevitabilmente alla morte di tutta la fauna contaminata, compresa quella aerea. Salvo miracolosi interventi umani ma che poco sono e poco fanno rispetto all’immane calamità.

Nella ricerca del commento fotografico di questa recensione del racconto “Catrame”, ci siamo imbattuti in questo scatto ad opera di Andrea Ferrante su Flickr.com. Nell’immaginario di chi ha colto questo attimo di vita, il gabbiano si stava annoiando e dunque si è lasciato andare ad un possente sbadiglio … ed è così che voremmo immaginare i protagonsta del racconto di Cristina Giuntini: al sole, con il piumaggio pulito e l’aria annoiata di chi si gode la splendida vista del litorale e la brezza marina, in attesa che i pescherecchi gli regalino un lauto pasto. ma questa è un’altra storia che precede il racconto di Cristina.

Non sappiamo dire perché la giuria del Premio non abbia preferito questo racconto agli altri 20 finalisti, anzi 22 (considerati gli ex equo) … ma una cosa è certa: a noi il racconto di Cristina Giuntini è piaciuto e molto. E questo sebbene il tema da lei scelto sia più vicino agli ambienti ecologisti o ai movimenti che si adoperano per la protezione dell’ecosistema che al mondo aeronautico.

Durante la premiazione di questa edizione 2018, l’editore dell’antologia, Gherardo Lazzeri, a fronte della bontà dei racconti inseriti nel volume, ha proclamato agli autori finalisti presenti: “Sentitevi tutti primi!” … beh, senza nulla togliere al terribile compito portato a termine dalla giuria, noi vorremmo estendere questa esortazione anche a Cristina Giuntini che, se ce ne fosse necessità, costituisce ormai una certezza di questo Premio.

Grazie Cristina!

Un racconto che piacerebbe a Richard Bach (autore de: “Il gabbiano Jonathan Livingstone”) e al nostro Evandro Detti (con il suo “Avventure in punta di ali”) che ai  gabbiani hanno dedicato due incommensurabili romanzi.


Narrativa / Medio – Lungo Inedito;

Ha partecipato alla VI edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2018;

 

In esclusiva per “Voci di hangar”

 


Catrame


Inspirare. Espirare. Forza. Forza. Un urlo strozzato nella gola, un disperato grido verso il cielo. Mi sollevo di pochi millimetri, poi ricado, pesantemente, sulla sabbia bagnata.

Strizzo gli occhi, ansimando. Riprova, mi dico. Devi farcela. Non puoi lasciare che questo ti incateni, che ti tolga la tua libertà. Raccogli le tue forze e alzati, subito.

Cerco di riprendere il mio respiro regolare. Pochi secondi, poi inizio nuovamente a fare forza. Spingo verso l’alto con tutte le mie energie, alimentate dalla forza della disperazione. Il mio corpo si alza di un millimetro, poi di un altro, di un altro ancora, finché non arriva a un centimetro dal suolo: ma, proprio quando credo di avere compiuto il passo decisivo, ricado ancora una volta, con un impercettibile rumore sordo, sul bagnasciuga.

Abbandono il capo sulla sabbia, a occhi chiusi. So di non avere la minima possibilità di farcela, ma qualcosa, dentro di me, continua a sussurrarmi di non arrendermi, di insistere fino al mio ultimo respiro. Arrendersi significherebbe la fine, lo so bene: anche lottare, probabilmente, finirà per uccidermi, ma, quantomeno, non morirò di rassegnazione.

Le onde salate mi lambiscono, quasi volessero lavarmi: che sciocche. Non sanno che nulla potranno contro questa massa oleosa, dall’odore nauseabondo e dal colore della signora con la falce, che mi ha completamente ricoperto e annientato con il suo peso. Com’è successo? Non riesco a ricordare. So solo che, a un tratto, le mie piume bianche e grigie, delle quali andavo così orgoglioso, si sono parate a lutto, indossando una cappa pesante e soffocante che mi impedisce di alzarmi in volo, di camminare in cerca di aiuto, perfino di respirare.

Sbircio il cielo, inclinando di poco il capo: c’è aria di burrasca, oggi. Le nuvole color petrolio si addensano sopra di me, sbattute dal vento che non cessa di lambirmi, quasi volesse cercare, in una premura inutile quanto quella delle onde, di staccarmi di dosso questo mantello color disperazione. Questo tempo minaccioso tiene ben serrati in casa gli abitanti di questo piccolo borgo di mare: nessuno che si azzardi a muovere due passi su questa spiaggia spazzata dalle raffiche di vento. Non posso neppure sperare aiuto da qualche anima compassionevole, che mi raccolga e tenti di tirare via questa poltiglia dal mio manto.

E’ la fine di tutto? E’ questo il mio capolinea?

§§§

Mi chiamo … No, non ho un nome. Sono solo un gabbiano, io, e, come tutti gli animali nati liberi, non sono stato battezzato con un nome proprio. Un nome lo hanno solo quelli che popolano le favole per bambini, oppure i protagonisti dei best seller. Non abbiamo bisogno di un nome, noi gabbiani comuni, per riconoscerci quando voliamo liberi nel cielo: ci basta individuarci dall’odore e dai suoni che emettiamo, ed essere consci della nostra direzione. Avanti, sempre avanti, nel sole come nella pioggia, fra mare e cielo: questa è la nostra vita, che a molti potrebbe sembrare noiosa, ma per noi rappresenta solo la libertà più pura.

Quella che adesso mi è stata tolta da una massa oleosa.

Il primo ricordo che ho è lo sbriciolarsi di qualcosa di calcareo intorno a me, la luce intensa del sole attraverso le mie palpebre chiuse, e un pigolio sommesso dal retro del mio becco. Gli occhi li ho spalancati subito, ansioso di accogliere in me tutti quei raggi luminosi; mi sono guardato il corpo, e ho scoperto di essere ricoperto da una specie di strana peluria. Stretti intorno a me, altrettanto stupiti e irrequieti, due miei simili pigolavano, come in una gara a chi lo sapesse fare meglio e a voce più alta. Accanto a noi, una figura enorme, pacata, autorevole, ma odorosa di buono, ci guardava con aria attenta e indulgente. Istintivamente, ci siamo protesi verso di lei, che ha aperto le sue penne raccogliendoci sotto di esse, in un gesto protettivo.

Mi sono chiesto spesso se per tutti gli altri volatili l’inizio della vita sia così noioso come lo è per noi gabbiani. Non è divertente passare le ore attaccati gli uni agli altri, a becco costantemente aperto, in attesa che un altro becco più grande arrivi e lasci cadere in uno dei nostri, a turno, un vermetto o un insetto che plachi, almeno momentaneamente, la nostra fame. Ci si domanda se la propria esistenza sarà sempre così, e ci si dice che, se questo è il caso, la vita è davvero poca cosa.

Poi, un giorno, il grande gabbiano odoroso di buono mi ha fatto appoggiare le zampe sul margine della scogliera, e, con un verso acuto e preciso, mi ha detto: “Vai!”

Io ho guardato il cielo. Un’enorme strada azzurra appena velata da sottili lamine di nuvole. Una leggera brezza la percorreva, nell’aria appena spruzzata da occasionali colonie di moscerini. In lontananza, un enorme uccello d’acciaio lasciava una scia bianca, che si disperdeva via via che esso si allontanava. Tutto era così perfetto da farmi pensare di non essere degno di inserirmi in tanta bellezza. Forse il cielo non avrebbe potuto sorreggermi, io così sgraziato e pesante. Forse mi avrebbe rifiutato, scaraventandomi violentemente verso le onde azzurre.

Ho abbassato lo sguardo, e ho guardato il mare. No, mi sono detto, era un errore definirlo semplicemente “azzurro”. Era blu, verde, cobalto, smeraldo, increspato di candida trina ai comandi del vento. La sua trasparenza mi inquietava, poiché la indovinavo ingannevole come il viso innocente del falso amico che nasconde le peggiori intenzioni. Che cosa si celava dentro ai suoi incalcolabili abissi? Guardavo quella distesa infinita e non riuscivo a catalogarla come la riserva di cibo che il mio istinto avrebbe dovuto indicarmi: era piuttosto una voragine senza fondo, sabbie mobili pronte a inghiottirmi e a farmi sprofondare giù, ancora giù, sempre più giù, fino ad annientare il mio essere dentro l’ignoto e l’oblio. Nella mia giovane mente, era un mostro liquido che mi avrebbe inglobato, fagocitato in un solo attimo e per sempre.

Terrorizzato, mi sono ritratto, cercando di saltare nuovamente verso l’interno, al sicuro. In quel preciso attimo ho sentito lo schiaffo di un ventaglio di penne sulla mia schiena, e la stessa forza che avrebbe dovuto riportarmi indietro mi ha spinto in avanti, oltre il limite di quello che fino a quel momento era stato il mio rifugio: nel vuoto.   

Confesso di avere urlato, mentre il peso del mio corpo mi trascinava verso il basso a una velocità inconcepibile. Vedevo quella distesa di acqua e mistero avvicinarsi ogni secondo che passava, e in essa indovinavo già la mia fine, sciolto nel suo liquido ignoto o nelle fauci di chissà quale strana creatura degli abissi, pronta a fagocitarmi.

Poi, a pochi metri dal suo abbraccio, qualcosa è scattato. Ho guardato le creste di spuma, come sorrisi minacciosi che mi attendevano per addentarmi a morte, e mi sono ribellato. No, mi sono detto, non può finire qui. Tu non mi avrai, mare. Io sono una creatura del cielo, ed è il cielo la mia strada.

Con uno sforzo sovrumano e uno scatto repentino, mi sono girato verso l’alto. Le mie ali, fino a quel momento inerti e pesanti, hanno iniziato a muoversi con la forza e la velocità date dalla paura e dalla disperazione. Lentamente, faticosamente, ho guadagnato un centimetro per volta, fino a stabilizzarmi e poi risalire, mirando sempre più in alto, lontano dalle onde assassine. Il mio corpo, che poco prima mi era sembrato tanto pesante, aveva la leggerezza di un velo, di una impalpabile nuvola, e ora planava con grazia, percorrendo la strada del cielo come se non avesse mai fatto altro in tutta la sua breve vita.

L’azzurro un poco sfumato si stendeva davanti a me, ormai a mia completa disposizione. Inclinando tutto il corpo, ho virato per tornare un poco indietro, verso il mio vecchio nido. Il grande gabbiano mi osservava: accanto a lui, uno dei miei fratelli era appollaiato sul bordo, tremante come me pochi minuti prima. Gli ho lanciato un verso rassicurante, dicendogli di non avere paura: stava per assaporare la libertà. Il grande gabbiamo ha annuito impercettibilmente, soddisfatto di me che me ne stavo andando per sempre. Con un altro piccolo verso, ho salutato chi non avrei mai più rivisto, prima di virare nuovamente. Il sole mi stava tendendo le sue braccia: mi sono slanciato verso di lui, con un grido gioioso, il grido della vita.

§§§

Volavo da due ore, ormai, quando ho avvertito quello strano morso allo stomaco che, fino al giorno prima, mi aveva preavvisato l’arrivo di un bocconcino. Sapevo, però, che non avrei più avuto alcun aiuto in quel senso: ero cresciuto ed ero indipendente, e dovevo cavarmela da solo.

Guardare verso il mare: ecco, sì, era quella la soluzione. Ho iniziato a planare, avvicinandomi alla sua superficie, quasi sfiorando le sue increspature che, quel giorno, erano calme, pacifiche come, forse, non le avevo mai viste prima. Scrutavo. A un tratto, ho intravisto, nel bagliore del sole, un piccolo riflesso argenteo: sembrava quasi una stellina che avesse sbagliato strada e orario, finendo, in pieno giorno, fra le onde del mare. Ma era solo un pesciolino, e non chiedetemi di che razza: non ero certo un esperto, ne’, d’altronde, lo sono mai diventato. Tutto ciò che sapevo era che quella piccola scaglia d’argento aveva il potere di placare la mia fame. L’ho fissato per alcuni secondi, mentre lui, del tutto ignaro del mio interesse, guardava tranquillamente da un’altra parte: un’occasione più unica che rara. E’ stato un bene che non mi abbia guardato negli occhi: se l’avesse fatto, non so se sarei stato capace di sacrificarlo al mio appetito. Invece, non ho avuto modo ne’ tempo di provare compassione, ne’ di pensare “mors tua vita mea”. Mi sono buttato su di lui, in picchiata, sapendo di avere un breve attimo a disposizione e nessuna possibilità di sbagliare. Con uno scatto, ho aperto e chiuso il mio becco, e, nel momento in cui ho iniziato a risalire, una piccola, vibrante coda scintillava nel sole, appesa ai miei denti. Il grande gabbiano sarebbe stato fiero di me: adesso ero capace di procacciarmi il cibo da solo. Sazio e soddisfatto di me stesso, ripresi la mia strada attraverso il cielo.

§§§

Non era sempre facile. Non c’era sempre il sole. A volte il cielo si copriva di nuvole spesse, che coloravano il mondo di un’uggia che toglieva la voglia di vivere. A volte arrivava il vento, ma non la leggera brezza che favoriva il cammino: c’erano giorni in cui era impossibile combattere con le violente folate che mi rigettavano indietro e toglievano la voglia di combattere. In quei giorni non restava che trovare un riparo e aspettare, come si faceva quando la pioggia si faceva fitta e violenta. La grandine, poi, era da evitare come la peste: guai a rischiare di essere colpiti sul capo da uno di quei chicchi effimeri, eppure durissimi. Mi era gradita solo la pioggia sottile, che non fermava il mio volo ma lo contornava con quell’odore di mare che lei stessa esaltava con le sue gocce minuscole e ritmate. Il sole, però, era il mio regno. Lo salutavo con gioia al mattino, quando sorgeva da quella distesa di acqua salata, incredibilmente asciutto nel suo magico potere. Lo inseguivo per tutto il giorno, lanciandogli grida gioiose. Lo salutavo tristemente quando, al tramonto, lo vedevo rituffarsi in quel mare che, incredibilmente, non riusciva a spegnerlo. Lo sospiravo per tutta la notte, e, se mancava per qualche giorno, diventavo malinconico e sospiravo solo il suo ritorno.

Una volta, volando sopra la spiaggia, ho sentito l’esigenza di riposarmi un poco, e mi sono posato su di uno scoglio, a poca distanza da un nonno che stava raccontando una storia al suo nipotino. Mi sono messo ad ascoltare, e ho scoperto che gli parlava di un certo Icaro, vissuto secoli prima: uno sventato giovinetto che si era avvicinato troppo al sole con ali fatte di cera, e che era stato tradito dal sole stesso, che aveva sciolto le sue ali facendolo precipitare nel vuoto. “E quindi stai attento, piccolo mio” ha concluso il nonno, “non volare troppo vicino al sole, o ti brucerai!” A sentire quelle parole, io ho scosso la testa: se il giovane Icaro aveva fatto una sciocchezza ad avvicinarsi al sole con ali di cera, io sapevo bene che il sole era mio amico, e che non avrebbe mai potuto fare altro che proteggere ed esaltare il mio volo.

Ma perché, mi chiedo adesso, quello stesso sole che ha potuto sciogliere le ali di Icaro ora non è presente per liberarmi da questa massa nera e oleosa? Perché gli amici ti voltano le spalle quando hai più bisogno di loro? Qualcosa mi dice che, anche se il sole fosse qui, potrebbe fare ben poco contro questo mostro delle tenebre, ma almeno potrebbe provarci, e accompagnarmi nei pochi minuti che mi restano. Invece, questo tempo grigio e arrabbiato non fa che fossilizzare sul mio corpo e sul mio cuore questa corazza che non mi sono scelto.

Sarebbe stato un conforto, andarmene con il sole. Invece, so già che non lo rivedrò mai più.

§§§

Non ricordo quanto siano durati i miei voli spensierati, con l’unico problema di procurarmi, ogni tanto, un poco di cibo: so solo che un giorno, di punto in bianco, la situazione è cambiata, e un’altra prospettiva mi è apparsa davanti.

L’ho riconosciuta dall’odore. Apparentemente, non mi sarebbe mai saltata all’occhio: vederla è stato come guardarmi in uno specchio, o guardare uno qualsiasi dei miei occasionali compagni di volo. Ma, quando mi si è affiancata nella mia strada di cielo, qualcosa di diverso mi ha solleticato le narici, costringendomi a variare la mia rotta. All’inizio mi sono sentito smarrito, poi ho capito: avevo riconosciuto l’odore del grande gabbiano, quell’odore di buono che non avevo più percepito da quando l’avevo salutato, prima di andarmene per sempre.

Ci siamo osservati dapprima da lontano, poi ci siamo avvicinati, inclinando il capo da un lato e dall’altro. Non c’era traccia dell’aggressività che provavo di solito, quando un mio simile mi si accostava troppo: era la prima volta che, al contrario, cercavo la vicinanza, l’interazione. In quel momento, ho sentito che il mio volo non riguardava più solo me stesso, ma che, da allora in poi, sarebbe stato diviso con un’altra entità, che mi avrebbe volato a fianco. Mi sono reso conto che una storia antica stava per ripetersi, una storia che aveva generato anche me e che attraverso di me stava per generare il futuro. Come a un segnale, ci siamo slanciati insieme verso un altopiano roccioso, poco distante: il posto ideale per costruire un nido, il mio primo nido da genitore. Un ciclo vitale stava per ripetersi, e non sarebbe stata l’ultima volta. Ne’ per me, ne’ per il mondo.

§§§

 

Quando vedevamo arrivare i pescherecci, con le loro reti sempre ingarbugliate, sapevamo di dover sostenere una dura lotta con chi veniva a privarci del nostro sostentamento.

Trovavamo umiliante doverci tuffare in picchiata sulla loro pesca, e afferrare con i nostri becchi affamati qualche pesciolino sfuggito alle maglie delle reti. L’emozione del volo sopra le onde, la precisione del planare sul pelo dell’acqua, la rapidità dello scatto con il quale il pesce finiva sotto ai nostri denti erano completamente cancellati. Ma i pescherecci depredavano il nostro mare, costringendoci a trasformare la nostra nobile pesca in un volgare ladrocinio, necessario alla nostra sopravvivenza: come loro rubavano a noi, noi rubavamo a loro, riprendendoci una piccola parte del maltolto che avevano strappato alle onde. Non ci cacciavano neppure: non avevano tempo di pensare al furto di un paio di pescetti. Questo, se possibile, ci umiliava ancora di più. Eravamo un trascurabile fastidio, nient’altro che innocui ladruncoli che non provocavano niente di più di un’alzata di spalle. Che importava, se ogni tanto uno di noi planava sulle loro reti e portava via una minuscola preda? Non era certo quello a creare un problema, per loro.

Prima ancora di vederli, riconoscevamo i pescherecci dall’odore acre che si portavano dietro. All’improvviso, uno di noi lo annusava, e, con un grido acuto, avvisava gli altri. In pochi secondi ci dirigevamo, veloci e leggeri, verso l’origine di quell’odore. Non era possibile sbagliarsi: avremmo riconosciuto ovunque quel tanfo che bruciava nella gola. Solo avvicinandoci, pian piano, sentivamo l’odore del pesce appena pescato che si mescolava a quello del carburante. Era lì che ci scagliavamo sulle nostre prede. Un attimo, e subito risalivamo gioiosi, con il nostro pasto che penzolava dal becco, e con quel sottile senso di rivincita che prova chi si è appena ripreso quello che gli spetta.

§§§

A volte la vita mi ha messo a dura prova. C’è stato un periodo difficile, in cui procurarsi il cibo era diventata una vera e propria impresa. Ci siamo dovuti adattare, e allora, sì, abbiamo ringraziato le nostre ali che ci hanno permesso di spingerci fino alla terraferma.

Abbiamo solcato l’aria spediti, con l’ultima speranza, in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa da mettere sotto i denti. La spiaggia si avvicinava a gran velocità, e i tetti delle case iniziavano a distinguersi fra gli alberi frondosi. Sapevamo, per istinto, dove cercare: dentro ai bidoni, ai cassonetti, agli angoli delle strade, ovunque gli uomini abbandonassero i resti dei loro pasti. Se fossimo stati fortunati, avremmo trovato anche quella discarica a cielo aperto di cui favoleggiavano gli anziani. Un pezzetto di pesce ormai stantio sarebbe stato una vera festa, e forse avremmo battibeccato per ore per prenderne possesso, ma qualsiasi elemento commestibile avrebbe significato la salvezza. Eravamo disposti a ingollare qualsiasi cosa gli uomini avessero disdegnato sulla loro tavola: pezzi di pane, avanzi di spaghetti con qualsiasi tipo di condimento, frutta ammuffita, tutto poteva andare bene. La fame è una brutta bestia, ti rende aggressivo e uccide la tua selettività.

Arrivati nella cittadina, abbiamo perlustrato tutte le viuzze in lungo e in largo, ma il nostro bottino è stato magro: i cassonetti erano sigillati, e appena i resti di qualche triste panino e di una porzione di patatine giacevano abbandonati all’angolo di un prato. Ce li siamo contesi con furia, rischiando di accecarci a vicenda con i nostri becchi nervosi, spinti da una fame mai provata prima.

A un tratto, il più giovane di noi ha alzato la testa: aveva sentito un odore diverso. Con un grido, si è staccato da terra, lanciandosi verso l’origine di quella nuova sensazione. Di scatto, l’abbiamo seguito, con tutta la nostra fiducia e la nostra speranza. Ben presto ci siamo accorti che aveva avuto ragione: davanti a noi, enorme, immensa, si stendeva la grande discarica. Eravamo salvi!

All’affamato, si dice, ogni cibo è grato. La gioia per quella inaspettata fortuna ci ha portati a danzare nell’aria, girando in tondo sopra quell’enorme riserva di cibo che sembrava messa lì per noi, per permetterci di vivere. Quando il nostro entusiasmo si è sfogato fino in fondo, ci siamo slanciati verso quella montagna variopinta e caotica, scansando accuratamente tutto quello di non edibile che il nostro becco incontrava. Ci siamo saziati di quel cibo disgustoso, ma che appariva dionisiaco al nostro palato che, ormai da giorni, non ne aveva più incontrato. Al colmo della gioia, ho nuovamente ringraziato le mie ali, veicolo della mia libertà e della mia speranza: se non fosse stato per loro, non avrei avuto la minima possibilità di sopravvivere. Invece, avevo vinto ancora una volta, e lo dovevo solo ed esclusivamente alla mia capacità di volare.

§§§

Perché mai, stamattina, mi sia venuta l’idea di dirigermi nuovamente verso la spiaggia, rimane un mistero per me stesso. Non ne avrei avuto alcun bisogno: il brutto periodo di carestia è passato da tempo, e il cibo, ora come ora, non ci manca. Forse è stata questa brutta giornata a farmi pensare che verso riva sarebbe stato più facile trovare un riparo. Forse è stata solo curiosità, noia, o chissà cosa. Fatto sta che, a un tratto, ho imboccato la mia strada di cielo dirigendomi proprio da questa parte.

Il grigio delle nuvole non mi spaventava: mi divertivo a sfidare il vento che cercava di ricacciarmi indietro, e non potevo sapere che il suo era quasi un avvertimento, come se avesse saputo quello che stava per succedermi e avesse cercato di evitarlo a ogni costo. Spensierato, l’ho bucato con il mio becco, attraversandolo con fare spavaldo. Quasi mi sono preso gioco di lui, che avrebbe voluto fermarmi e invece non ce la faceva, e doveva arrendersi alla potenza e alla velocità del mio volo. Felice, mi sono diretto di nuovo verso la riva, non perché avessi bisogno di tornare alla grande discarica, ma per una sottile voglia di rivedere la spiaggia.

A un tratto, nelle mie narici ho sentito nuovamente l’odore acre, quello che i pescherecci si portavano dietro quando invadevano il nostro spazio, depredandoci dei pesci. Pesci! Immediatamente, il mio pensiero è andato a quelle montagnette lucenti, intricate nelle reti, dalle quali riuscivo sempre a tirare fuori bocconcini prelibati, senza che i pescatori pensassero minimamente a disturbarmi. Nel becco ho sentito la consistenza di quei pescetti gustosi, che finivano in pochi secondi giù per la mia gola, quasi senza neppure il tempo di sentirne il sapore. Al mio pregustare quelle delizie, le mie ali sono state attraversate da un brivido.

Senza guardare ne’ pensare, mi sono lanciato in picchiata verso il punto dal quale proveniva l’odore ben noto. Mi sono buttato giù a occhi chiusi, fidandomi solo del mio istinto. Stranamente, però, l’odore del pesce fresco tardava ad arrivare e a mescolarsi con quello acre del carburante. Man mano che procedevo, quest’ultimo si faceva sempre più nauseabondo, intenso e vicino. A un tratto, mi sono reso conto che qualcosa non andava: ho aperto gli occhi, ma era già troppo tardi. Uno schiaffo nero e maleodorante me li ha richiusi in un attimo, schiantandosi sul mio corpo e trascinandomi giù, dentro al mare. Ho spinto verso l’alto con tutte le mie forze, ma, una volta arrivato in superficie, ho sentito come una tela incerata stesa su di me, appiccicata alle mie penne e alle mie piume, pesante al punto da impedirmi di alzarmi in volo, da tenermi saldamente incollato al pelo dell’acqua, completamente in balia delle onde.

Ho capito presto che dibattermi non mi avrebbe portato a niente altro che ad affondare definitivamente, e mi sono abbandonato al mare: solo lui poteva decidere di me, adesso. Mi avrebbe portato a riva o al largo, secondo il suo capriccio, e la sorte avrebbe disegnato il mio destino. Mi sono lasciato cullare dalle sue onde, sporche come me di quella massa appiccicosa, mentre i miei occhi, spalancati, guardavano il cielo, la mia strada infinita che, già lo sapevo, non sarei mai più riuscito a percorrere.

Quanto tempo è passato? Non lo so, ne ho perso la nozione. So solo che mi è sembrato infinito, fino al momento in cui la mia testa ha toccato una superficie molle e friabile, sulla quale le onde mi hanno sbattuto e ripreso più volte, spingendomi sempre più avanti, fino ad abbandonarmi. E’ stato allora che ho capito di essere arrivato qui, sulla spiaggia. E di essere perduto.

§§§

Cerco di riprendere fiato. Devo sforzarmi un’altra volta: ce la farò, alla fine, saprò rialzarmi. Penso ancora a quel mio primo volo, alla paura che provavo all’idea di lanciarmi nel vuoto. Penso a come sono precipitato finendo quasi dentro le onde, e a come, all’ultimo secondo, ho raccolto tutte le mie forze per risalire, liberando finalmente le mie ali.

L’ho fatto allora, devo farlo adesso. Non ho scuse. Non ho alternativa. Devo solo respirare, e spingere il più possibile verso l’alto. Solo respirare. Respirare. La cosa più naturale del mondo: non ricordavo che fosse così faticosa. Respirare. Solo respirare. Solo…

Apro e chiudo il becco, ma mi manca l’aria. Il mio corpo, completamente ricoperto da questo nero oleoso, non riceve più aria. Le forze mi stanno abbandonando, e solo un filo di coscienza riesce ancora a tenere sveglia una briciola del mio essere. Mi sto arrendendo a questo grande mostro nero, iniziando a contare i secondi che ancora mi restano, immobile qui: un nero relitto che, domani, sarà gettato proprio in quella discarica che, tanto tempo fa, gli ha salvato la vita.

Gli occhi mi si stanno chiudendo: il momento è arrivato. Con un ultimo sforzo, li apro leggermente, guardando per l’ultima volta quel cielo livido che tante volte ho solcato con il mio volo. L’acqua di una lacrima scende, mentre gli dico addio.

E in quel momento, d’improvviso, un varco si apre fra le nuvole, un raggio di sole caldo squarcia il grigio che mi circonda, colpendomi in pieno e inondandomi di luce.

La nera coltre si è sciolta. Le mie piume e le mie penne hanno ritrovato il loro bianco e il loro grigio, e si librano alte, leggere. Dalla mia gola esce un grido forte, acuto.

Sto volando ancora.

 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Cristina Giuntini

Avevo paura di volare

“Mi perdoni se la disturbo, ma ho il posto accanto al finestrino”. Mi guarda terrorizzata, e per un attimo ho l’istinto di frugare nel mio bagaglio a mano alla ricerca del mio specchietto, per accertarmi che il krapfen al cioccolato che mi sono concessa prima di salire su questo aeromobile non abbia lasciato un bel baffo sotto al mio naso. Ma è solo un attimo: in realtà so cosa significano quelle labbra spalancate, quella postura rigida, quel colorito da panno appena uscito dalla candeggina. Sorrido, indulgente e un poco imbarazzata, e mi rassegno a farmi sottile quanto mi è possibile, per riuscire a strisciarle davanti alle gambe e raggiungere il mio posto. Cerco di non guardarla mentre mi siedo e mi accomodo la cintura di sicurezza. Do piuttosto un’occhiata fuori dal finestrino per scrutare i deboli spiragli che si stanno aprendo fra le nuvole di questa giornata grigia, nella quale l’unico motivo di allegria è il mio partire per la mia prossima destinazione. Dopo pochi secondi, però, mi accorgo di non potermi dimenticare della sua presenza. Percepisco, anche senza vederli, i suoi occhi vitrei, le sue mani trasfigurate in artigli che stringono disperatamente i braccioli, il suo petto che si alza e si abbassa affannosamente. Mi chiedo se sia talmente persa nel proprio terrore da non curarsi nemmeno più di quello che le succede intorno, oppure se, nel suo non spiccicare parola, non ci sia, oltre alla paura, anche una certa sottile vergogna per il proprio atteggiamento che questa viaggiatrice esperta, che si è seduta proprio accanto a lei, potrebbe considerare stupido, infantile. D’altronde, lei non sa che il suo pensiero è completamente fuori luogo. La guardo, cercando di non farmene accorgere. Ha gli occhi fissi nel vuoto, sembra che le manchi l’aria. Forse è il suo primo volo. Non ha ancora capito a cosa serve volare. Mi viene in mente quella vecchia canzone di Roberto Carlos: “A che serve volare, sempre volare?” Provo l’impulso di canticchiarla, ma mi sembrerebbe quasi di prendere in giro la mia anonima compagna di viaggio. Mi decido a sorriderle, ricevendo in cambio un tirato sfoggio di denti. Sicuramente non le servirebbe a niente se in questo momento le tirassi fuori una sfilza di dati statistici su come l’aereo sia il mezzo di trasporto in assoluto più sicuro, su come gli incidenti d’auto superino di gran lunga quelli aerei e, malgrado questo, tutti usufruiscano delle automobili in continuazione, e su come, qualche anno fa, una ricerca condotta in Inghilterra abbia evidenziato che è più probabile morire per il calcio di un asino che in un incidente aereo. Ottimi argomenti, non c’è che dire, ma non credo che la interessino, ora come ora. “E’ la prima volta che va a Malta?” chiedo invece, e mi devo sforzare per capire che ha annuito. “E’ un posto splendido, sa? Non assomiglia a nessun altro posto al mondo. Ha un carattere tutto proprio, che bisogna sperimentare per capire. Non è solo sole e mare. E’ una nazione vivace, varia, orgogliosa. Non vedo l’ora di decollare: vedrà, costeggeremo l’Italia, voleremo sopra all’Isola d’Elba, vedremo Napoli, la Sicilia. E’ un volo a bassa quota, le sembrerà quasi di camminare …” Mi blocco, rendendomi conto che ho toccato un tasto delicato, parlandole del volo che stiamo per affrontare. Mi nascondo dietro a un altro sorriso imbarazzato, e taccio, stringendo fra le mani il mio libro e facendo vagare nuovamente lo sguardo fuori dal finestrino. “Come fa?” Sobbalzo. Non mi aspettavo che questo filo di voce uscisse dalle sue labbra. Avevo già gettato la spugna, rassegnandomi al silenzio per il resto del volo. Sono spiazzata, adesso tocca a me guardarla a bocca aperta. “Prego?” mormoro, non convinta di avere sentito bene. “Come fa a essere così calma. Sembra quasi che volare le piaccia.” Esito. Cosa risponderle? Che sì, è vero, volare mi fa sentire libera, potente, che mi fa pensare di poter raggiungere in un attimo qualsiasi angolo del mondo? Che adesso amo l’atmosfera degli aeroporti, la gente che si affretta non smettendo di camminare neppure sui tapis roulants, i mille bar che servono tutti più o meno le stesse cose, le boccette di profumo in bella mostra nelle vetrinette, le decine di giornali e libri che occhieggiano dagli espositori, i dolci dentro alle loro confezioni esclusive, che minacciano la mia salute fisica oltre che il mio portafoglio? Che la vista dal finestrino, quella cartina geografica reale, mi fa venire voglia di tuffarmi, e che quando il tempo è nuvoloso può essere ancora meglio, perché posso immaginare di nuotare in una distesa di panna montata? Decido di tirare fuori subito il motivo principale, come un giocatore che cala l’asso guardando con occhi bramosi la posta in gioco. Solo che, nel mio caso, questa posta non riguarda me, ma la persona che ho accanto. Inspiro leggermente, sorrido. “La meta.” “La meta?” Non sembra capire. “Non farebbe qualsiasi cosa pur di poter ammirare un’alba a Baku? Non le sembra che il paesaggio lunare dell’Islanda valga quattro ore da passare sospesi in aria? Non crede che lo splendore di San Pietroburgo possa mettere in secondo piano qualsiasi pericolo, reale o immaginario che sia?” “E lei ha visitato tutti questi posti?” “Anche altri. Purtroppo non ho un portafogli inesauribile, altrimenti avrei potuto fare molto di più”. “Dov’è Baku?” “Azerbaijan.” “Azerba …” Sfoglio la rivista della compagnia aerea, trovo una cartina, punto il dito su Baku. Gli occhi della mia vicina si spalancano ancora di più. “Come le è venuto in mente un posto simile?” “Le occasioni della vita. Una manifestazione musicale.” “E …” “L’ho amata fortemente”, la prevengo. Eppure, il viaggio non è partito bene. Abbiamo dovuto fare scalo in Lettonia, a Riga, perché non c’erano altri voli disponibili. E lì, dopo cinque ore di ritardo, una gentile e troppo zelante hostess di terra non voleva imbarcarci per un problema di documenti. Non era stata bene informata.” “E questo non l’ha gettata nel panico?” “Sì,” rido, “all’idea di non poter partire! Dopo mesi di preparazione, quella città alla quale non avrei mai lontanamente pensato era diventata la mia più grande aspirazione. Quando mi sono seduta al mio posto in aereo, non potevo crederci! Non sono riuscita neanche a dormire, al contrario dei miei compagni di viaggio che si sono allungati sui sedili vuoti a smaltire le emozioni della giornata. Poi ha cominciato ad albeggiare, e ci siamo preparati all’atterraggio. Ho guardato fuori dal finestrino, e ho visto sotto di me una distesa di pozzi di petrolio, talmente sottili, da quella prospettiva, che sembravano costruiti con una manciata di stuzzicadenti. Sono rimasta a osservare incantata quello spettacolo così insolito, mentre la terra si avvicinava. Stavo atterrando nel Paese del Fuoco, una terra sconosciuta e quasi magica …” Mi accorgo che la mia compagna di viaggio mi sta ascoltando rapita. Forse immagina quel paesaggio incredibile. Forse riesco a farla sognare. Un colpo secco, il rumore di un motore che si avvia, e l’incanto è rotto. La voce della hostess dall’altoparlante ci raccomanda di allacciare le cinture di sicurezza, e l’aereo inizia a muoversi. La mia vicina è nuovamente paralizzata dal terrore, si mimetizza dentro la poltrona cercando quasi di farsi inglobare dall’imbottitura. Vedo gocce di sudore sul suo viso. Meglio tacere, adesso. Mi rendo conto che in questo momento non ha voglia di ascoltare niente, che i miei racconti sulla bellezza dei luoghi che ho raggiunto in aereo e sui vari episodi della mia carriera di passeggero le darebbero solo fastidio. Mi mordo le labbra e chiudo gli occhi. “Mio marito mi ha lasciata.” Riapro gli occhi di scatto. Cosa c’entra questo, adesso? Mi giro verso di lei, vedo le lacrime che le bagnano il viso, mentre sul mio c’è una muta domanda. “Avevo giurato di non salire mai, mai su di un aereo in vita mia. Troppo pericoloso, non ne valeva la pena per una vacanza, pensavo. Quando ho conosciuto lui, avrei dovuto intuire come sarebbe andata a finire … bello, giovane, brillante, con un lavoro che lo portava in tutto il mondo. Il volo, per lui, era pane quotidiano: non poteva comprendere come io lo rifiutassi totalmente. Io, invece, sognavo tranquille vacanze a Rimini, fra piadine e pedalò. O al limite in Sardegna, lì si arriva con un traghetto, basta prenotare in tempo. Per il nostro viaggio di nozze, l’ho costretto a scegliere una crociera nel Mediterraneo. Lui ha provato timidamente a proporne una nei fiordi, ma al solo pensiero di prendere l’aereo fino a Oslo mi prendevano le crisi di nervi.” Come se in mare non succedessero incidenti, penso, ricordando un tragico e recente episodio di cronaca. “Per tre anni l’ho costretto a guidare fino in Puglia o a Parigi, se lui mi avesse chiesto di passare le vacanze in Cina avrei risposto che andava bene solo a condizione di andarci in auto. Madeira è rimasta solo un sogno, così come Tenerife. Dopo tre anni, un giorno ha fatto le valigie. Non ha voluto dirmi niente, ma so bene cosa è successo. Quella sua collega che lo accompagnava sempre nei viaggi di lavoro, chi altri? Adesso girano il mondo insieme.” Dentro di me scuoto la testa. Per quanto una situazione del genere sia frustrante, non è un motivo valido per lasciare una persona che si ama. E’ ovvio che sono altre le ragioni che hanno portato suo marito ad andarsene, ma questa donna ha scaricato sulla propria paura di volare tutta la colpa del suo matrimonio così bruscamente interrotto. “Ecco perché sono qui, perché mi sono fatta forza … Ho scelto Malta perché si tratta di un volo corto, non dovrò soffrire più di tanto, e pian piano riuscirò ad abituarmi. Sa,” sorride, “gli ho mandato un selfie prima di salire sull’aereo, appena riuscirò a calmarmi gliene manderò un altro, poi un altro ancora dall’aeroporto dopo l’atterraggio, così vedrà cosa sono riuscita a fare per lui. Allora capirà quanto il mio amore sia forte, allora dovrà tornare con me …” Quanta illusione nelle sue parole, quanti sogni campati per aria, destinati a scoppiare come bolle di sapone. Come se non lo sapessi anch’io. “Lei non deve farlo per lui.” Lascio cadere la frase come un sasso in mezzo a noi due, lei tace, stringendo le labbra come chi si prepara ad ascoltare l’ennesima ramanzina uguale alle tante che ha già sentito. “Suo marito, in questo momento, pur non essendone consapevole, le sta usando violenza.” Spalanca la bocca, sta per replicare, ma la blocco. “Sì, violenza! Lei, ora, sta facendo un gesto coraggioso, positivo e meritevole, ma non lo sta facendo di sua spontanea volontà. Lei si illude di riconquistare suo marito, senza pensare a quanto di buono questo gesto potrà significare per la sua stessa vita, perché sta vivendo in funzione di un’altra persona. E’ per se stessa che deve vincere questa paura, per vivere meglio, per aprirsi una rosa infinita di possibilità, non per ritrovarsi a sospirare il ritorno di qualcuno che l’ha abbandonata gettando via la vostra storia!” Inspiro forte. So di avere esagerato, non avrei mai dovuto parlare così a una persona della quale non conosco neppure il nome. Chi sono io per giudicare la sua vita? La vedo che stringe i pugni, che mi guarda come se volesse farli atterrare sulle mie guance. Sta per esplodere, lo sento, è prevedibile. “Ma chi è lei?” mi vomita addosso, inviperita. “Come si permette di giudicarmi? Cosa ne sa della mia vita? Lei che arriva tutta tranquilla e sorridente a godersi il volo X della sua esistenza, a parlarmi dei posti meravigliosi che ha visitato? Cosa ne sa di cosa ho passato io questa notte, di come ho dormito a malapena un’ora, ossessionata dall’idea di salire su questo aereo? Cosa ne sa di quanto avrei voluto gettare a terra il giornale che la hostess mi porgeva, scendere di nuovo quella scala e tornare correndo al terminal solo per riprendere un taxi fino a casa? Cosa ne sa dell’angoscia che mi sta prendendo alla gola, e che mi taglia il respiro? Lei …” “Io ero come lei. Capisco esattamente cosa si sente. L’ho provato sulla mia pelle.” Mi guarda con una smorfia. “Non le credo. Lei vuole solo raccontarmi storie. Vuole dimostrarsi superiore a me, umiliarmi!” “Non ci penso neppure,” rispondo. Sono io che mi sento umiliata. “Io la capisco, perché ho passato diversi anni con addosso il terrore degli aerei. Anzi, per me è stato ancora più sconcertante e incredibile, perché mi è successo quando già volavo da anni senza nessun problema.” Arriccia il naso. “Come sarebbe? Le è venuta paura di punto in bianco? E di punto in bianco le è anche passata?” “Più o meno.” Alzo le spalle. “E guardi che non era un sottile timore, era paura, di quella vera.” Stringe le labbra. “Com’è possibile?” Mi guarda. “Racconti.” “Ma…” “Racconti. Mi fa bene.” “D’accordo.” Taccio per un attimo, prendo un respiro. “E’ così: anch’io ho avuto paura di volare. Non mi è successo subito, però. Anzi, da ragazzina saltavo sugli aerei come se fossero stati autobus.” “Ragazzina? Quando ha iniziato a volare, quindi?” “Il mio primo volo è stato a dodici anni, per raggiungere Londra, la città che avevo sognato da quando, prima ancora di iniziare la scuola, ne avevo vista un’immagine su di un libro. Una gita scolastica a Londra, in un periodo in cui, normalmente, il massimo a cui le scolaresche potessero aspirare era Roma! Mi sembrava un sogno, e prendevo in giro il mio migliore amico che era stato tentato di rinunciare proprio a causa della sua paura dell’aereo. Paura dell’aereo? Ma quando mai! Tutti prendevano gli aerei, ogni giorno e in ogni posto del mondo! Era una cosa scontata, normale, naturale!” Sorrido. A dire la verità, l’aereo l’avevo immaginato molto diverso. Certo, era un famigerato volo charter, ma non mi sarei mai aspettata di trovarvi poltroncine rivestite a fiori, oltretutto alquanto sbiadite. Ed era davvero quella la cintura di sicurezza? Ma come funzionava? Mentre io saltavo da un posto all’altro per vedere tutto, e mi incollavo con il naso al finestrino, i ragazzi cercavano di nascondere dietro ai loro visi palliducci la dignità del “maschio che non ha paura di niente”. Neppure il lieve colpo che percepimmo all’atterraggio riuscì a smorzare il mio entusiasmo.” Noto che increspa le labbra in un sorriso ironico. “In effetti, dicono che i maschi, in realtà, siano molto più fifoni di noi donne. Forse sono solo bravi a nasconderlo.” Guarda di nuovo nel vuoto, so che pensa a suo marito, forse sta mettendo per la prima volta in dubbio alcune delle certezze che lo riguardano. “Ed è più tornata a Londra?” “Mille volte. Dopo quel primo aereo, ho perso il conto dei voli che ho preso per raggiungerla. Voli di linea, voli charter, voli low cost, con atterraggio a Heathrow, a Gatwick, a Stanstead … “ “Mio Dio, mi gira la testa.” Sospira. “Magari avrà preso anche un aereo a due piani.” Non so se voglia essere una battuta. “In realtà sì, mi è capitato anche questo. Uno straordinario volo per Mosca. Il secondo piano era più piccolo, ed era riservato ai fumatori. In effetti, quando salii a salutare la parte del nostro gruppo che aveva trovato posto là sopra, riuscii a resistere solo pochi minuti, dall’aria pesante che si respirava! Lei fuma?” “No.” “Ottimo. Si conservi così.” Si rabbuia, e le parole le escono a stento. “Mio marito fuma. L’ho sempre criticato per questo. Quella … quella, fuma anche lei.” Mi trattengo per non fare uscire una risata sarcastica. “Un notevole punto in comune, non c’è che dire” osservo. Anche lei osserva, ha notato un bagliore al mio anulare sinistro. “Sposata?” mi chiede. “Sì”. La vedo abbassare gli occhi, trattenendo le lacrime. “E il suo viaggio di nozze?” “New York”. “Ed era il primo volo che facevate insieme?” “No, il primo è stato il volo per la Tunisia. Mi creda,” sorrido, “in confronto a quell’aereo sgangherato anche il charter per Londra mi appare come un volo di lusso!” Resta un attimo in silenzio, deve assimilare tutti gli elementi. Scuote la testa. “Mi perdoni, ma… Dopo tutte queste esperienze, tutte, come mi dice, affrontate con la massima tranquillità, come le può essere successo di avere improvvisamente una così folle paura di volare?” “In realtà non lo so. Posso solo avanzare un’ipotesi: noi umani, anche se non lo confesseremmo mai, siamo estremamente influenzabili, soprattutto da parte di coloro che riteniamo più esperti di noi. Non consideriamo che l’esperienza non è uguale per tutti, e che la frequenza con la quale facciamo una cosa, di per sé, non ci rende più competenti degli altri. Il nervosismo di un viaggio pieno di contrattempi ha fatto il resto.” Le sorrido. Non ha bisogno di sollecitarmi, sono pronta a raccontare e spiegare il perché di questa mia considerazione filosofica. “Con mio marito eravamo in partenza per la Danimarca. Niente di che: 4-5 ore con cambio a Bruxelles, tutto lì. Invece, i guai sono iniziati dalla mattina, quando in aeroporto abbiamo trovato un caos incredibile e due ore di ritardo per quasi tutti i voli. La disorganizzazione degli impiegati ha fatto sì che dovessimo cambiare tre voli invece di due, giungendo a destinazione all’ora di cena. I cellulari non esistevano ancora, quindi non abbiamo potuto neppure avvisare la mia amica e suo marito, che ci attendevano stanchi e sfiduciati all’aeroporto di Copenaghen. Tutta la giornata persa in volo!” “Non c’è che dire, una pessima esperienza. Ma cosa c’entra la paura?” “Ero già innervosita dall’avere letto, qualche giorno prima, un articolo sensazionalistico, nel quale si riportava un colloquio avuto dal giornalista con due membri del personale di terra dell’aeroporto della mia città, che ovviamente avevano chiesto di rimanere anonimi. I due parlavano di norme di sicurezza scarsamente rispettate, di raccomandati di ferro assegnati alla torre di controllo malgrado la palese incompetenza, e concludevano dicendo “volate a vostro rischio e pericolo”. La solita robaccia da mezza lira per aggiungere cinque o sei copie alla solita tiratura, ma è proprio questa robaccia che avvelena la mente delle persone, che a parole non ci credono, ma inconsciamente immagazzinano l’informazione in un angolo del proprio cervello, per tirarla nuovamente fuori quando ne incontrano una simile da qualche altra parte.” Spio il suo viso, per accertarmi che non sia successo anche a lei in questo momento, ma ovviamente non posso riuscire a capirlo, nè, d’altronde, potrei farci molto, se così fosse. “Fu durante il primo volo di quel giorno, ne sono sicura. Accanto a me si sedette una ragazza di qualche anno maggiore di me. Non mi ispirava una particolare simpatia, nondimeno non le rifiutai la mia conversazione. Mi raccontò che conviveva con un ragazzo scozzese, e che solo per amore suo si era rassegnata a lasciare la sua città natale trasferendosi in un posto che non le apparteneva e che le appariva ostile. Queste parole mi suonavano stonate, e non riuscivo a concepirle, io che trovo sempre qualcosa di meraviglioso in ogni luogo che visito, e che penso che ogni Paese abbia qualcosa da offrire a chi si sforza di capirlo. Ancora meno comprendevo perché una persona che, proprio per necessità, saliva regolarmente sugli aerei, fosse così terrorizzata da presentare faccia pallida, respiro affannoso e mani contratte per tutta la durata del volo.” Le guance della mia vicina si colorano, ma ancora una volta è fuori luogo. Non era certo a lei che mi riferivo. “Glielo chiese, immagino.” mi dice piano. “Certamente. E la sua risposta fu che, proprio perché volava spessissimo, ne aveva viste tante e tante da essere terrorizzata, e da pensare, ogni volta che saliva su di un aereo, che fosse probabile non arrivare a destinazione.” Ho un moto di sconforto, nel ricordarlo. “Un pensiero completamente irrazionale e basato sulla più totale assenza di elementi pratici. Malgrado questo, però, proprio per quel meccanismo che le spiegavo prima, dentro di me iniziò a farsi strada il terrore. Se questa ragazza così esperta ne parla così, se anche in quell’articolo dicevano così, allora deve essere vero, allora siamo degli incoscienti a volare con questa tranquillità, allora il pericolo è reale!” Questo pensavo, e ormai l’ingranaggio si era messo in moto: non poteva essere riportato indietro.” “E quanto è durata questa sua paura?” “Tre, quattro anni circa. Anni nei quali, comunque, ho volato anche abbastanza spesso.” “Mi perdoni, ma è da non credere!” “Sa,” rido leggermente, “non ci credevano neppure i miei genitori. L’anno seguente, con mio marito, siamo venuti in vacanza proprio a Malta. Quando mia madre ha saputo della mia paura di volare, cosa per me inaudita, è rimasta terrorizzata: era convinta che si trattasse di un presentimento, perché non avevo mai manifestato niente del genere prima!” “Posso capire sua madre …” osserva tristemente. “Ma come ha vinto la sua paura? Ha preso ansiolitici per obbligarsi a volare?” “Per carità! No davvero. Non lo faccia mai,” dico, guardandola severamente, “si affidi solo a se stessa. L’unico modo per superare la paura è stringere i denti e non smettere di volare.” “Non sta funzionando, per me …” “Gliel’ho detto, non lo sta facendo per se stessa. E’ per questo che non funziona, per quanto lei possa amare ancora suo marito.” “Cosa mi consiglia?” “Non so dare consigli … Posso solo finire il mio racconto. Malta, Maiorca, sono stati due voli corti che ho sopportato stringendo i denti, in fondo erano tragitti brevi e, nella mia immaginazione, poco rischiosi. Poi, per un paio d’anni, abbiamo trascorso le vacanze in luoghi raggiungibili in auto, insieme ad altre coppie, con la possibilità di dividere le spese del viaggio. Così il volo era accantonato in un angolino della mia mente, fermo lì, a non dare fastidio, perché non mi serviva! Ma,” proseguo, “non faccia questo errore. Se si entra in questa logica, è facile perdere completamente il coraggio di riprovarci: in fondo si possono fare ottime vacanze anche in auto! Anch’io mi stavo adagiando sulla comodità di non dover affrontare le mie paure: chi mi obbligava, in fondo? Ma alla fine, per fortuna, la mia sete di esperienze e Paesi nuovi ha preso il sopravvento. E forse, chissà, c’è entrato anche un pizzico di magia, o magari solo l’illusione della nostra mente che ci permette di leggere segni del destino in ogni manifestazione della vita.” Non parla, aspetta solo che io prenda fiato per continuare a raccontare. Non la deludo. “Quell’anno, improvvisamente, mi ero fissata di voler visitare Cipro. Un volo di quattro ore, senza contare i voli di avvicinamento a Roma. Mio marito era scettico, pensava che non avrei retto, non capiva perché volessi costringermi a una tortura del genere. Ma io, come al solito, ero presa dalla curiosità, volevo vedere quel Paese diviso, ascoltare la sua storia, parlare con la gente, vivere la sua realtà, almeno nei limiti concessi a una turista. Un giorno ero in auto con mio marito, quando, nel cielo, vidi una nuvola dalla forma complicata. Non credevo ai miei occhi: era esattamente la forma di un aereo che si dirigeva verso un’isola, che assomigliava incredibilmente all’isola di Cipro! A quel punto, la decisione era presa. All’ennesima rimostranza di mio marito, risposi semplicemente, ma decisamente, che non avevo intenzione di farmi tagliare le gambe da una paura sciocca e per niente razionale. Discorso chiuso, con lui e con me stessa. Hai paura, mi dissi? Beh, arrangiati! Non ho tempo di stare dietro alle tue sciocchezze!” “Non può essere stato così facile!” “Infatti non lo è stato. La notte prima della partenza non ho dormito neppure un minuto. Avevo solo voglia di piangere, e non potevo neppure svegliare mio marito che dormiva beato accanto a me, altrimenti mi avrebbe dato della pazza. Non avevo scelta, dovevo stringere i denti e partire. Del volo non ricordo altro che la musica greca che ascoltavo in cuffia, e la folata di vento caldo che mi ha accolta una volta toccato il suolo cipriota: un’onda rovente che mi ha ricacciato in gola il sospiro di sollievo che stavo tirando!” “E quindi ha passato tutta la vacanza a tormentarsi all’idea del volo di ritorno.” “In realtà non l’avrei fatto. Cipro mi offriva talmente tanti stimoli da non avere tempo di riflettere. C’erano da visitare i mosaici e i siti archeologici, da mangiare i loukoumades appena cotti in quel camper lungo la strada, da passare dal mare alla piscina dieci volte al giorno, da rincorrere i lucertoloni che sfrecciavano tra i lettini più impauriti di noi, da strafogarsi di improbabili cocktails analcolici a base di gelato e coca cola, da mangiare il meze, da impazzire di musica greca. Non avrei avuto neppure modo di pensarci, se non fosse successa una tragedia.” Mi fermo un attimo e inspiro. Questa è la parte più difficile per me da raccontare e per lei da sopportare, ma non avrebbe senso nasconderla. Se verità deve essere, che sia. “Eravamo in gita in un sito archeologico, quando un componente del gruppo, controllando il suo smartphone, ha annunciato che un aereo partito da Cipro e diretto in Russia si era schiantato contro una montagna, volando a quota eccessivamente bassa. La nostra guida ha avuto quasi un malore, credendo che suo marito si trovasse su quel volo: per sua fortuna, non era così. Al nostro rientro in hotel, le immagini della tragedia, ovviamente spettacolarizzate al punto giusto, avevano già riempito tutti i palinsesti televisivi.” Scuoto la testa. “Non capivamo il greco, ma c’era poco da capire. Per giorni e giorni quelle immagini ci hanno inseguiti ovunque andassimo, e non serviva evitare di accendere il televisore della nostra camera: bastava entrare in un locale, osservare i titoli dei giornali, anche passare semplicemente accanto a una casa con la finestra aperta, per trovarsele davanti. Sa,” proseguo in un soffio, “la mattina della gita avevo notato che una numerosa famiglia di russi stava lasciando l’hotel. Lei era una donna bellissima, con lunghi capelli biondi, un marito piuttosto più anziano e due o tre figli; se non sbaglio c’era anche la madre, o la suocera, con loro. Non ho mai smesso di chiedermi se anche loro fossero su quell’aereo. Non lo saprò mai.” Al pensiero, una volta di più mi si chiude la gola. La mia vicina si è coperta il volto con le mani. Due secondi, poi se le passa tra i capelli. “Come ha fatto ad andare avanti,” mi chiede, “a sopportare l’idea di dover prendere di nuovo un aereo?” Evito di guardarla. “Non lo so,” rispondo. “L’ho semplicemente fatto. Al rientro, poco prima dell’atterraggio, mi sono girata verso mio marito e gli ho detto: sono guarita.” “Non ha mai più avuto paura?” “Mai più. E ho coronato un altro sogno: vedere l’Islanda. Ma me ne restano ancora: Giappone, India, Cina, Giordania, tanti altri.” Ancora un annuncio della hostess. Ci guardiamo stupite: stiamo per atterrare! “Così presto?” mi chiede la mia vicina. Annuisco. “Cosa si mangia a Malta?” “Imqarret, pastizzi, timpana… Ma perché me lo chiede?” “Non so, ho fame.” E finalmente sorride. “Chissà, forse sono sulla buona strada.” “Sulla buona strada per cosa?” Ma so già cosa risponderà. Infatti il suo sorriso si fa più luminoso. “Forse sto guarendo.” Sorrido anch’io. “Allora, un kinnie drink non ce lo toglie nessuno.”


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§ # proprietà letteraria riservata #


Cristina Giuntini

Avevo paura di volare

acrabazia su new yorkPaura di volare: un sentimento irrazionale che alza un ostacolo apparentemente insormontabile fra di noi e la libertà di viaggiare.

L’autrice ci confida che: “Anch’io ne ho sofferto, e in questo breve scritto mi racconto, immaginando di tendere la mano a un’anonima conoscente occasionale che deve riprendere in mano la propria vita.”

Riuscirà nell’intento?


Narrativa / Breve Inedito; ha partecipato alla II edizione del premio letterario “Racconti tra le nuvole”, 2013-2014; in esclusiva per “Voci di hangar”

 

 

Cristina Giuntini

c130 mimeticoNata a Firenze  nel ’66 ,  diplomata come Perito Turistico, parla Inglese, Francese, Tedesco, Spagnolo e Russo.

Impiegata presso uno spedizioniere, scrive racconti per hobby e sogna di concludere finalmente e pubblicare il suo primo romanzo.

Ha scritto vari racconti per l’associazione “Golden Book Hotels” e altri che sono stati pubblicati in antologie quali la serie “Les cahiers du Troskij Café” della Montegrappa Edizioni. Il suo quinto racconto dal titolo: “L’immagine parla” è stato pubblicato a cura dell’Associazione Culturale “Il Maestrale, dietro l’angolo” dell’Edizione Centocinquantalibri.

Scrive recensioni di libri per il sito Sololibri.net.

Risiede a Prato con il marito.

Per inviare impressioni, minaccie ed improperie all’autore:

 pikacri(chiocciola)tin.it


 

Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Avevo paura di volare