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Parlare con l’aereo prima del decollo


A partire dalla fine della II Guerra Mondiale, attentato alle Twin Towers e pandemia del Covid 19 permettendo, l’umanità ha utilizzato il trasporto aereo in un crescendo vertiginoso fino a farne un uso di massa, quasi universale. Eppure viaggiare in aereo anziché con navi, treni o automobili conserva ancora un suo fascino, quasi un alone di magia.

Ci sono persone che lo ritengono un mero mezzo di trasporto e dunque lo utilizzano con distacco, con un fare sfacciatamente disinvolto; alcune che, dotate di una maggiore sensibilità o di un arguto spirito di osservazione, vedono e sentono nel grande aeroplano commerciale ben di più e ben oltre la semplice macchina volante che consente loro di recarsi dall’altra parte del mondo per lavoro come pure per diletto. Per questo genere di passeggeri, del tutto inconsciamente, volare è esso stesso parte del viaggio. C’è poi quella frangia di viaggiatori, assidui utenti dei velivoli da trasporto passeggeri che, pur avendo vissuto alcune esperienze traumatiche, trovano talmente piacevole visitare luoghi lontani ed esotici che accettano di buon grado la “purga” di un lungo quanto noioso volo transcontinentale.

“Cerco di dormire, ma non è facile. Ho troppa adrenalina in corpo, mista ad ansia e preoccupazioni, non riesco a rilassarmi. Mi son sempre chiesta come facciano gli altri a riposare beati e, a russare pure!” racconta la voce narrante Barbara alias Liza Binelli. Nello scatto la splendida vista a disposizione del passeggero seduto accanto al finestro di un moderno aeroplano commerciale – foto proveniente da www.flickr.com –

E’ proprio a questa schiera di irriducibili giramondo che appartiene Barbara, la protagonista del racconto di Liza Binelli: la classica donna indipendente e curiosa, inizialmente impaurita dagli aeroplani ma poi divenuta accanita consumatrice di voli infiniti verso le più disparate località del mondo civilizzato e non. Complice un incontro salottiero con due sue amiche all’indomani dell’ennesimo viaggio, ci troveremo catapultati nei suoi andirivieni alla scoperta di culture diverse e lontanissime dalla nostra.

Ecco allora che, come sintetizza l’autrice:

Le euforiche emozioni in volo alimentano i sogni di tre amiche. Cosa significhi trovarsi tra le nuvole, soprattutto la prima volta, è l’argomento di discussione della protagonista, la quale, nei panni di una passeggera di aerei di linea esprime con arguzia il suo punto di vista, quello di chi trascorre molte ore a bordo, ma non in cabina di pilotaggio.

Un osservatorio su cosa succede prima, durante e dopo la crociera, senza trascurare nulla: ambiente, persone, equipaggio, paesaggi notturni e costumi italiani. Sulle ali della fantasia l’autrice porta a far sorridere il lettore usando parole genuine e frasi brevi. Fra riti scaramantici, timori e passioni, questo racconto vi delizierà per la chiarezza d’esposizione e la profondità d’espressione.

Quello che per molti è una banalità, ciò che ai più sfugge durante la trasvolata, dopo questa lettura, forse, ci faranno più caso.

Salendo a bordo di un Airbus A-380, nella sezione “Economy Class” potrebbe essere questa l’immagine a materializzarsi di fronte ai vostri occhi e che, di sicuro ha osservato l’autrice del racconto. Così infatti racconta la sua esperienza: “Ma appena la lucina delle cinture di sicurezza s’illumina e diventa verde, si sente un “cla clak cla clak” frenetico, a ripetizione, i membri dell’equipaggio si alzano, iniziano il turno e si scatena l’inferno. Tutti che chiamano, tutti che chiedono qualcosa, chi corre in bagno, chi prende qualcosa dalla cappelliera. E ogni volta resto a bocca aperta: ma se siamo appena partiti, ma se fino a un secondo fa non fiatavate, adesso avete tutte queste esigenze?” – foto proveniente da www.flickr.com –

Naturalmente il racconto ha un forte taglio autobiografico, peraltro confermato dalle note biografiche dell’autrice e dunque è fin troppo facile vedere sovrapposta l’immagine e la voce di Barbara con la calda voce e l’affascinante aspetto della nostra Liza.

Il testo è abbastanza breve, con numerosi spunti di riflessione tuttavia non è stato preferito dai giudici della VIII edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE in quanto – e non ci concediamo certo un azzardo o una critica gratuita – minato drammaticamente da una punteggiatura singolare per non dire assente. Ne consegue un testo monolitico in cui il lettore – i giudici come noi – rimane interdetto su chi dei tre personaggi stia parlando oppure se si tratti di un pensiero intimo o con piena voce.

Siamo certi che l’autrice non ce ne vorrà … ma il racconto era praticamente illeggibile nella versione fornita alla Segreteria del Premio e dunque ai giudici, faticosa e incerta la sua lettura. Da qui la forte penalizzazione sebbene l’argomento sia scritto in modo piacevole e mai banale.

A bordo di un aeroplano adibito al trasporto passeggeri c’è sempre una serie di poltroncine riservate all’equipaggio. Il personale di bordo, per quanto avvezzo all’ambiente aereo, ha comunque l’obbligo d “allacciare le cinture” durante le fasi di decollo/atterraggio del velivolo . – foto proveniente da www.flickr.com –

Siamo certi che anche in questo caso l’autrice non ce ne vorrà … ma, in qualità di Redazione e dunque di editori di queste pagine e al fine di renderlo fluido e godibile a beneficio dei nostri visitatori, ci siamo visti costretti a porre noi quei punti a capo e quelle virgolette inglesi del discorso diretto che l’autrice non ha posto. Perché la narrazione, anche la più serrata, ha bisogno di respiro; perché un testo ha bisogno di stendersi su un foglio di carta (o il video di un pc o di un tablet) e incontrare la sua naturale estetica dattilografica, per quanto prevedibile o convenzionale

Da parte nostra non c’è stata alcun tentativo di ergerci a censori di un ottimo testo sebbene “aggomitolato” su sé stesso né vorremmo apparire i classici bigotti abbarbicati su posizioni indifendibili di una narrativa antiquata irrigidita da regole vetuste. Giammai. A noi piace leggere e siamo altresì sensibili alle fatiche e all’impegno profuso da un autore/autrice nel stendere il testo di un racconto. Siamo rispettosi del lavoro altrui e non ci sogneremmo mai di alterare una composizione letteraria … ma – credeteci – il racconto originale era davvero zoppicante e non rendeva merito alle capacità indubbie dell’autrice. Quasi illeggibile. Come la sabbia nelle cozze, come la gramigna negli spinaci, come il fiore di aglio selvatico tra i gigli candidi.

Ancora un’immagine della cabina di un velivolo passeggeri con le sue luci suffuse – foto proveniente da www.flickr.com –

Sul perché di questa scelta originale della sig.ra Liza non ci è dato sapere. Forse aveva timore di superare il numero di battute massime previste da regolamento? E’ stata lontanissima! Forse ha adottato una nuova tecnica narrativa in cui l’imperativo assoluto è l’uso assai parco della punteggiatura? Missione compiuta: ci ha procurato un bel mal di testa! Forse pensava di conferire più ritmo alla narrazione? Ci siamo persi alla quarta riga e al primo cambio di voce narrante. Insomma … provare per credere!

Chiudiamo questa modesta recensione con una considerazione che conforterà Liza Binelli e molti altri viaggatori aeronautici: ebbene … anche i piloti parlano con gli aeroplani. Anche i manutentori. E gli addetti ai bagagli, i controllori di volo e tutti coloro che consentono ai passeggeri di giungere dove, fino a non molti anni orsono, era possibile recarsi solo con i racconti di Salgari.

Chissà se i fratelli Wright – quelli che nel 1903 effettuarono il primo volo documentato di una macchina volante più pesante dell’aria dotata di organo propulsore – si siano mai resi conto della portata della loro invenzione!? Loro di certo ci parlavano con il Flyer!



Narrativa / Lungo

Inedito

Ha partecipato alla VIII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2020




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Liza Binelli


Vive e lavora a Vercelli dove insegna letteratura italiana nelle scuole medie e superiori.

Ha iniziato a volare nel 2009 e da allora ha visitato l’Asia sei volte.

Presta la sua opera di volontariato presso scuole e comunità del sub-continente indiano e ha inventato un modo di viaggiare che coniuga solidarietà e cultura, meditazione e turismo.

Nel tempo libero legge molto e scrive racconti e poesie.

I suoi autori preferiti sono: Tiziano Terzani, Giuseppe Tucci, il Dalai Lama e Gandhi.

Appassionata di filosofie e religioni orientali, ama i film di Bollywood e i piatti  esotici, anche se non sa cucinare assolutamente nulla.

Cura una rubrica sulla storia della canapa per una rivista italiana e da due anni collabora con il Centro culturale Hare Krishna di Torino.

Ha partecipato alla VIII edizione del premio letterario RACCONTI TR ALE NUVOLE.


Per inviare impressioni, minacce ed improperi all’autrice:

sandyeuse (chiocciola) yahoo.it


Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Parlare con l'aereo prima del decollo

Parlare con l’aereo prima del decollo


Conosco Barbara a casa di Chiara.

Ho sentito parlare di lei ogni qual volta rientrava da un viaggio, quando le portava chili d’incenso, stoffe colorate e statuine di Budda. Chiara pubblicava le foto su Facebook dei regali ricevuti, corredate da tanti cuoricini di ringraziamento. Oggi ho l’occasione di sentire dal vivo le sue esperienze.

Dopo i convenevoli, mentre sorseggiamo un thè al gelsomino Barbara comincia la sua narrazione.

“Ho iniziato a volare tardi nel 2009 all’età di 34 anni. Un viaggio di nove ore più lo scalo”.

“Coraggiosa”, non mi trattengo, devo subito commentare.

Chiara mi lancia un’occhiataccia, come a dire che ha appena iniziato e già l’interrompo. Ma Barbara non si discosta, sorride e riprende il discorso.

“Sono andata in India, partendo da Milano e passando per Francoforte. La prima tratta è andata bene, ero così impegnata a guardarmi intorno che il tempo, è proprio il caso di dirlo: è volato. L’aeroporto tedesco è immenso, mi ci è voluta un’ora e mezza prima di trovare il gate per imbarcarmi alla volta di Bangalore. Tuttavia salita a bordo, subito dopo il “crew take off”, sono scoppiata a piangere, un pianto a dirotto, dirompente, un po’ celato per non farmi vedere o sentire dagli altri passeggeri, fortuna che ero seduta in fondo. Singhiozzavo e non riuscivo più a smettere, un misto di paura, quasi terrore, ma anche di stupore e agitazione si era impossessato di me”.

“Poverina”, mi lascio sfuggire. Ma la mia nuova amica prende fiato e ricomincia.

“Stavo lasciando a terra tutte le sofferenze di quel periodo. Un lavoro dove non venivo accettata, la laurea ancora lontana, se poi ci aggiungiamo il timore per gli attacchi terroristici. Insomma, avevo molte ragioni per sfogarmi e lasciarmi ogni cosa alle spalle. Questo è stato il mio battesimo dell’aria”.

“Le premesse ci sono tutte”, aggiungo io, per ascoltare il resto.

Chiara mi guarda e mi dice: “Ora viene il bello: il rito scaramantico”.

Barbara sorseggia il suo thè, si lascia andare sul divano e prosegue il suo racconto.

“Da quel primo viaggio alla scoperta di me stessa, tra volontariato e meditazione, cultura e turismo, ne sono seguiti altri nel Sud-est asiatico. Chennai, Bangkok, Kathmandu e Singapore. Ho cambiato compagnia aerea però e, di conseguenza, anche scalo, ora passo sopra il cielo di Dubai. E come ti ha anticipato Chiara, dalla seconda volta ho iniziato a compiere un rito prima di salire sull’aeromobile. Mi lascio superare dalle persone sulla mia sinistra, mi avvicino piano piano e accosto la testa alla carlinga. È così liscia, calda, morbida, di quel bianco immacolato. Entro in contatto col velivolo e gli sussurro: portaci a destinazione”.

“Immagino che le hostess e gli stewards ti guardino un po’ straniti, ma chissà quante ne vedono e ne sentono, mi sa che la tua consuetudine dev’essere la meno strana.”

“Infatti. Nessuno mi ha mai detto nulla. Arrivo poi al mio posto e aspetto, trepidante, il momento più bello di tutta la crociera: il decollo. Quando l’apparecchio gira e rigira sulla pista e poi gira ancora, che sembra che uno ci debba arrivare in quel modo in Asia, ecco che si posiziona diritto, qualche secondo d’attesa, punta la lunga lingua d’asfalto davanti a sé e, prende sempre più velocità, vedo tutto dal monitor, con un occhio sbircio fuori e sento la schiena che preme con vigore contro il sedile, trattengo il fiato, le orecchie si tappano, trema ogni cosa, è una sensazione così forte, eccitante, elettrizzante, unica, che vale tutto il costo del biglietto”.

“Caspita è così coinvolgente che mi sono vista proiettata in un film. Ma ti prego continua.”

“Finalmente l’aereo si stacca da terra, apro gli occhi, guardo fuori dall’oblò, gli edifici, gli hangar si allontanano, sento un sorriso stampato sulla faccia. Sono sollevata e penso che in Formula 1 sia più o meno la stessa cosa: la pista, l’alta velocità. Solo che sei da solo sulla monoposto, non hai la responsabilità di tutta quella gente.

Purtroppo quella sensazione fantastica che mi ha accompagnata nei vari viaggi, devo essere sincera, l’ultima volta non l’ho sentita. Cioè: è stata di minor intensità. La risposta credo che stia nei nuovi modelli d’aereo, proprio per evitare di essere schiacciati al sedile o magari sta nella bravura dei piloti”

“Può esser”, dico io, “ma che importa, lasciamo queste cose agli esperti. Io non ho mai viaggiato in aereo, sono tutta orecchi”.

“Dopo lo stacco da terra arriva un altro evento, quello magico per la sua solennità, si aspetta che l’aereo si stabilizzi, che venga portato in quota, o almeno credo si dica così, c’è silenzio a bordo, gli assistenti di volo seduti che tengono tutto sotto controllo, che nessuno si alzi o abbia bisogno, è un frangente talmente catartico che nessuno osa proferire parola. Ma appena la lucina delle cinture di sicurezza s’illumina e diventa verde, si sente un “cla clak cla clak” frenetico, a ripetizione, i membri dell’equipaggio si alzano, iniziano il turno e si scatena l’inferno. Tutti che chiamano, tutti che chiedono qualcosa, chi corre in bagno, chi prende qualcosa dalla cappelliera. E ogni volta resto a bocca aperta: ma se siamo appena partiti, ma se fino a un secondo fa non fiatavate, adesso avete tutte queste esigenze?”.

“Questa parte è molto divertente”, dice Chiara.

“E tu invece che fai?” le domando controllando l’ora sul cellulare.

“Io mi godo il panorama se è giorno, mentre se è notte cerco di appisolarmi, oppure leggo il menù e aspetto il mio pasto. Non guardo la tv, non smanetto col computer, non ascolto musica. Guardo gli altri: un crogiuolo di persone di ogni cultura ed età. Noto i loro abiti e ascolto, se sono vicini, i loro discorsi. Mi piacciono quei suoni così diversi dall’italiano.

Ho così tanti pensieri nella testa che non so neanche da che parte cominciare: un breve riassunto dell’anno scolastico appena trascorso e che mi ha fatto meritare di essere lì oppure cosa devo fare nelle prossime 24 ore? In genere tutte e due le cose, quindi, mentalmente passo in rassegna tutti gli spostamenti che dovrò fare prima di arrivare a destinazione. Controllo gli orari del prossimo volo, metto in ordine i biglietti, verifico di avere ogni cosa a portata di mano: macchina fotografica, passaporto, taccuino per gli appunti, felpa, porta occhiali”.

“Beh, non ti annoi, nonostante tutte quelle ore di volo”

“È così. E dopo quattro ore circa, arriva un altro dei miei momenti preferiti.

È notte fonda quando sorvoliamo la penisola arabica, c’è silenzio, mi alzo e vado dal portellone dove c’è un oblò un po’ più grande, non c’è nessuno seduto nei pressi e non intralcio il passaggio dello staff. Mi affaccio e guardo il firmamento di sotto. Così lo chiamo io, e per me è una delle cose più belle che possano esistere. È tutto buio, nero, tetro, c’è solo qualche lucina che irrompe nell’oscurità, è di qualche lampione o di qualche abitazione. Per questo sembra l’universo in terra. Le luci assomigliano alle stelle, vicine e lontane nell’immensità scura del cielo notturno. Poi quando si sorvola qualche villaggio allora le luci sono più concentrate e man mano che ci si allontana si fanno sempre via via più rade. Poi buio completo. Ma a breve cominciano a ricomparire, come lucciole d’estate, ecco che da lì a poco giunge un villaggio o se si tratta di un centro abitato più grande si vedono bene anche le strade nitide, illuminate, una piazza, uno slargo. Chissà che paese sarà. Non c’è nessuno in giro. Si vedrebbe un’auto in movimento. Invece, niente. Eppure non è tanto tardi, magari vige il coprifuoco da quelle parti o sono villaggi di pastori e contadini che rincasano presto e non escono la sera”.

Domani passo dall’agenzia a prendere un catalogo, penso fra me e me, ho fatto proprio bene a venire qui oggi.

“Complimenti” aggiunge Chiara “scaldo dell’altro thè, qualcuno ne vuole?”

“Sì grazie” annuisce Barbara “pensavo di annoiarvi con le mie descrizioni da viaggiatrice nostalgica. Mi piace osservare e memorizzare i particolari.

Dovete sapere però che le cose cambiano, quando si arriva a Dubai, l’illuminazione aumenta e anche le strade. A quel punto sono seduta e mi godo lo spettacolo: quel chiaro scuro arancione e nero, i grattacieli che si stagliano verso l’alto, le petroliere nel mare calmo, le auto tutte in fila in quel dedalo di incroci e rotatorie”

“Ma non chiudi occhio per tutto il tempo?” chiedo incuriosita.

“Cerco di dormire, ma non è facile. Ho troppa adrenalina in corpo, mista ad ansia e preoccupazioni, non riesco a rilassarmi. Mi son sempre chiesta come facciano gli altri a riposare beati e, a russare pure!”.

“Ah, caspita, mi spiace”, rispondo io.

“Ho sentito tutto, anche se ero di là”, aggiunge Chiara; appena arrivata dalla cucina con una teiera colma.

“Quindi c’è la discesa, non tanto del velivolo, non spetta certo a me; intendo, quando tocca ai passeggeri scendere dall’aereo. Piego la copertina che mi hanno dato, cerco di fare ordine, richiudo il vassoio, reclamo un cesto o un sacchetto per la spazzatura e recupero il bagaglio a mano.

Passando davanti ai sedili della business class non posso fare a meno di guardare il disordine che hanno lasciato, sembra una discarica. Non che l’economy fosse meglio. Calzini spaiati che emergono fra i sedili, lattine rovesciate, scatoline di cioccolatini semi aperte, avanzi di cibo, cartacce ovunque, monitor accesi, film che continuano da soli. Scuoto la testa e sorrido all’equipaggio, elargisco strette di mano, mi congedo e ringrazio dei servizi offerti e, a malincuore mi avvio all’uscita.

Mentre calpesto la moquette blu, guardo fuori dalle grandi vetrate: carrelli pieni di valigie sfrecciano sulla pista, uomini col gilet giallo scaricano altri bagagli, aerei pronti a partire, c’è un gran fermento là fuori. La parte più facile è finita”.

“Ora inizia l’avventura!” esclamiamo in coro.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Liza Binelli