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La fortezza in fondo al mare

Tempo di guerra, in Corsica un giovane pescatore ritornato dalla prigionia dell’Africa del Nord, vede una “Fortezza Volante” davanti all’altra “fortezza”, la Cittadella di Calvi, in pericolo di morte e salva l’equipaggio.

Ci sarà tra Ange, il pescatore, e il comandante una vera esperienza di vita.

Una foto d’epoca: formazione di Boeing B-17 Flying Fortress – Fortezza Volante – che costituivano il 381mo Gruppo in volo. Sono accompagnate da un caccia Mustang P51 (uno è visibile sullo sfondo) del 359mo Gruppo. Secondo la fonte dello scatto, certo tormentor4555 presente su Flickr, della formazione facevano parte il velivolo soprannominato: “Marsha Sue”, dismesso dopo un atteraggio pesante nel gennaio del ’45, “Patches,”, “Flak Magnet”, “Terror”, e “Trudie’s” . Chissà se si è mai appurato a quale reparto appartenesse il B17 di Calvi …

Sintetizza così, con queste poche righe, il proprio racconto una delle autrici più talentuose – lo ammettiamo senza riserva alcuna – e anche  più assidue nel partecipare al Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole”. Il suo nome? … Maria Teresa Limonta ma, per i veri amici,  semplicemente: “Mara”.

In occasione della V edizione, praticamente a ridosso della scadenza ultima di partecipazione, ecco che Mara, puntualmente, regala al Premio il suo “raccontino”, come ama chiamare tutte le sue composizioni.

La foto-cartolina che Mara ha regalato ai suoi affezionati followers. Ritrae la cittadella di Calvi che, fondata dai Romani, divenne insediamento cardine della Repubblica di Genova. Per la fedeltà dimostrata alla signoria genovese, la città ottenne dei privilegi e se ne fece un vanto al punto che il suo motto è proprio quello citato da Mara in coda al suo racconto.

In effetti si tratta di un racconto breve che, a giudicare dalle foto postate nella sua pagina personale, è nato a seguito della vacanza estiva di Mara in quell’angolo magnifico dell’Alta Corsica che ha, come perla incastonata nella costa, proprio la città fortificata di Calvi o Calvì – alla francofona – secondo il costume moderno.

Una splendida immagine di una “Fortezza Volante” in volo. Si tratta del velivolo denominato: “Menphis Belle”, il famoso B17 reso famoso dall’omonimo film di cui fu protagonista. In realtà la pellicola girata nel 1990 si concesse un po’ troppe licenze cinematografiche rispetto alla verità storica e, una volta nei cinema, provocò non pochi malesseri nei reduci ancora viventi e negli storici dell’aviazione USA. Anche il velivolo, per dovere di cronaca, è un altro B17 riadattato e verniciato come il glorioso “Menphis Belle” in quanto il bombardiere originale, a causa di una serie di vicissitudini, non sarebbe in grado di volare in sicurezza. E’ conservato, restaurato più volte, nel National Museum of the United States Air Force di Dayton – Ohio, mentre il suo clone se la spassa – si fa per dire – in manifestazioni aeree come velivolo volante o in mostra statica oltre – s’intende – ad essere stato inquadrato in lungo e largo durante le riprese del film.

Che Mara abbia visitato la presunta casa natale di Cristoforo Colombo non ne abbiamo la certezza, viceversa sappiamo per certo che sia venuta a conoscenza della presenza di un relitto aereo collocato sui fondali appena al largo dello sperone di roccia di Calvi. Ed ecco la scintilla! Perchè non parlare di quel bombardiere? Del dramma dell’equipaggio decimato dai caccia nemici? Dell’ammaraggo rocambolesco e del salvataggio provvidenziale dei pescatori locali? … fin troppo facile per Mara!

Un’altra bella immagine scattata in epoca moderna del B17 “Fortezza Volante” “Menphis Belle” con i portelloni del vano bombe semiaperti. Lo scatto mostra l’enormità di questo tipo di velivolo costruito complessivamente in 12 mila e 731 esemplari dall’industria bellica statunitense.

Ne è scaturito un racconto semplice, leggero che ha per protagonista un pescatore, Ange, anche lui reduce dalla guerra – ma nel deserto nordafricano – che non esita un istante a gettarsi tra i flutti per salvare i malcapitati aviatori.

Un racconto che si legge in un sospiro, tutto d’un fiato, che provoca il desiderio di vedere la foto-cartolina di Calvi e del B17, entrambe “fortezze”.

Ma noi faremo di più: ecco il link del video disponibile in rete proprio del relitto di Calvi: 

https://www.youtube.com/watch?v=-XsZAAN-Vxw

Tornando al racconto di Mara che dire? … se non chè è scritto con il garbo e la delicatezza ormai marchio di genuinità dell’autrice milanese. Forse troppo breve? Forse troppo poco aeronautico? Probabile, tanto che la giuria del Premio non lo ha ritenuto sufficientemente aderente allo spirito di racconto tra le nuvole tipico dei finalisti della sezione letteraria e dunque presenti nell’antologia relativa. Peccato per Mara, fortuna per noi che possiamo averlo ospite nel nostro hangar.

Grazie, Mara, per aver ricordato questa storia di guerra.


Narrativa / Breve Inedito; ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2017; in esclusiva per “Voci di hangar”

 

La fortezza in fondo al mare

L’odore del mirto era aspro, pungente, vivido nelle colline a picco sul mare, strade sterrate e muli, fatica e selvaggia bellezza a Calvi, tempo di fame, tempo di guerra.

Poche case di pescatori allora, a riparare le reti, a guardare il tempo, aria di tempesta nel litorale, i vecchi seduti nel bar bevevano un goccio di vino novello e aspettavano che si fermasse la tempesta, per oggi nulla da portare ai bambini e domani, domani chissà …

“E risorge la passione di la Corsica Nazione”, cantavano, pensavano alla guerra che non finiva mai, correva l’anno 1944, il conflitto tra le forze tedesche e gli Alleati era lungo, estenuante, si vedevano aerei in ricognizione tra le montagne corse, fragore e paura nelle antiche fattorie dell’entroterra, e lutti, tanti, al Col di Teghime, dove i goumiers marocchini stavano aprendo la strada per liberare Bastia, l’inquietudine era palpabile, la speranza, forse, un’illusione.

I corsi amavano la libertà e si arruolavano nella Legione per combattere in Nord Africa nella “campagna del deserto”, presi e sbattuti in qualche carcere tedesco, niente cibo né medicine, solo sabbia.

Liberati alla fine dagli inglesi gli ex prigionieri erano stati portati in Italia, a Palermo oppure a Napoli ed imbarcati verso Bastia, con le scarpe rotte salivano per i ripidi sentieri degli Agriates, vento, bufera, non importa, volevano vedere la Cittadella in lontananza, casa e tepore, ricominciare a vivere finalmente.

Tra quelli c’era Ange Acquaviva. Con una piccola barca pescava pesci e leggende meravigliose per i bambini alla sera, per sorridere e dimenticare la paura, ma adesso che era tornato stentava ad addormentarsi, anche tra le braccia di Marie Jo, la sua compagna.

Le donne sembrano fragili ma sono di roccia, la gente corsa era, ed è ancora così, arcana e indomita e lei non era da meno, non aveva pianto quando lui era partito soldato, una carezza e via, a badare alla casa, a guardare i flutti in tempesta e attendere serena i suoi baci, il suo ritorno.

E vedeva Ange agitarsi nel sonno, tremare sognando gli spari nelle aride dune, gli amici di pattuglia caduti nel deserto, si svegliava senza fiato e si calmava solo vedendo gli occhi ardenti di Marie Jo, le sue carezze lo riportavano alla vita ed ai semplici affetti, si assopiva tranquillo.

Viveva di pesca Ange, nel suo peschereccio riponeva le cime d’ormeggio, issava le vele con esperta sicurezza, era il suo lavoro e la sua passione, andava per mare sempre, di burrasca o di bonaccia.

Quella volta  c’era  tramontana, raffiche impetuose di vento ma cielo terso. “Andiamo a pescare”, pensò e partì, quasi non si vedeva il porto di Calvi, ma vivide erano le cime della Balagna, la cresta del Montegrosso, regina delle nuvole.

“A chi male un face paura un fa”, e sorrise, quando sentì un sibilo sempre più forte, un fragore di tuono, alzò gli occhi e vide un’apocalisse purpurea precipitare nel blu delle onde mosse, fermarsi nelle acque agitate, istintivamente si fece il segno della croce, ma cos’era?

Era un grande aereo, un bombardiere pesante quadrimotore, un Boeing B-17, la “Fortezza Volante”, così era il suo soprannome, impiegato dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale contro gli impianti industriali, civili e militari della Germania nazista.

Uno stormo aveva la consegna di bombardare i raccordi ferroviari di Verona, ma durante l’attacco il bombardiere si ritrovò isolato, inseguito dai caccia tedeschi, colpito più volte, i motori erano in fiamme e alcuni componenti dell’equipaggio feriti o uccisi.

Il comandante Frank Chaplick tentò di atterrare a Calvi, ma la pista di atterraggio era troppo corta, allora si decise per l’ammaraggio.

Il giovane Ange, sgomento, vide il velivolo planare verso il mare, arrestarsi violentemente sulle onde, era questione di attimi, la Fortezza Volante stava per inabissarsi e con essa il resto degli uomini.

Ange non ci pensò un attimo, si tuffò dalla barca, due bracciate ed era già sopra la carlinga che lentamente stava andando a fondo.

Con la forza della disperazione cercò di spalancare la porta bloccata, ma si accorse che dall’altra parte qualcuno disperatamente premeva dall’interno: erano i superstiti che volevano uscire per non morire come topi in gabbia.

Dio volle che il battente si aprisse ed Ange aiutò i militari a rivedere sole e vita.

Ultimo uscì il pilota, era americano, parlava poco e male il francese, d’altra parte il ragazzo corso era nato, amato, perso e ritrovato nella sua terra, non poteva, né voleva dire altro, ma un’occhiata penetrante, un cenno d’intesa ed un sorriso ruvido, questo bastò tra i due uomini, un muto “grazie”.

Così Ange e il pilota tornarono a fare il loro lavoro: pescare, volare e  combattere.

E più di settant’anni dopo la Fortezza Volante è qui che dorme in fondo al mare per proteggere e servire tutti noi, uomini di domani, insieme alla Fortezza di Calvi fiera e gentile, “Civitas Calvi semper Fedelis”.

Fedele. Sempre.

 

 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Maria Teresa Limonta

Scricciolo

Avevano cenato, come sempre, come ogni sera, sul tavolo di cucina con le tendine azzurre, la tv che va, una cantilena monotona e pesante, vuota come i pensieri tra loro, papà e figlia adolescente; non c’era niente da dire, solo: “Passami l’acqua per favore”, “Vuoi una mela? Un po’ di torta di ieri, è buona sai …”. Parole come acqua che scorre, scivola via in un mare di indifferenza tra Gigi e Mara, cortesie superficiali, ma sotto c’era il “mare magnum” d’incomprensioni, di guerriglie quotidiane su tutto e per tutto, da tutte e due le parti. Gigi non capiva sua figlia, un esserino strano e complicato, troppo difficile a sciogliersi, ad addolcirsi in un sorriso di complicità e comprensione; d’altra parte Mara vedeva il suo papà come un “UFO”, non c’era mai, era indaffarato per il lavoro, si vedevano alla mattina presto e a cena, era sempre nervoso, teso per la vita. “Io sono trasparente per lui, meno di zero”, pensava, e aveva incominciato a escluderlo dalle sue piccole “cose da niente”, da scuola e amici, da sogni e speranze; erano due isole deserte in mezzo al mare, tranquille solitudini alla deriva. Ci voleva un punto fermo tra loro, gli occhi sereni di una donna, di una mamma che prendesse le redini di due “cavalli di casa” imbizzarriti ma lei era volata via presto, lasciando Gigi senza parole e senza lacrime, ingrigito di colpo e senza spazio per Mara, bambina cresciuta troppo in fretta. Mara si ricordava poco di Giulia, la sua mamma, era piccolina quando era morta, rammentava la figura snella ed elegante, lo sguardo calmo ed i folti capelli ramati difficili da domare; mille volte li fermava in una spilla d’argento a forma di farfalla, ora l’indossava Mara, pensando a lei come difesa dalle insidie di una giovinezza insicura. Vivevano in città, impegni e stress lavorativi erano inchiodati nel grigiume della pianura soffocante e Giulia, appena poteva scappava via, andavano insieme nelle colline del Brenta, dove l’aria era frizzante e pulita, si distendevano tra i filari e guardavano il cielo, puro; si vedevano le nuvole, a forma di cuore, di fiore, di gatto, una fantasia ingenua e bella che faceva bene al cuore e allo spirito. Giulia diceva a Gigi: “Come sei bigio! Non guardare in giù, ma no, non ai piedi, ai problemi “sottoterra”, così non si va da nessuna parte, guarda in su, in alto, all’azzurro oltre le nuvole. Cambiare prospettiva è un inizio di novità e di rinnovamento, ti fa soltanto bene, su, respira!” Gigi si sforzava di alzare gli occhi e guardare oltre il suo lavoro che non andava, i pochi soldi che prendeva, i guai economici che l’assillavano, fissava lo sguardo verso il blu ed era innamorato di lei, perdutamente. Poi il tumore di lei, improvviso, due mesi e via, se ne andò, lasciando sospese le persone più care; capita ai vivi, invece di legarsi ancora di più, di combattere insieme, s’erano allontanati, persi in questa casa piena di ricordi e di dolore. Mara s’era rifugiata nella sua stanza, Vasco e Facebook erano il suo piccolo paradiso, Gigi, lavoro e poi lavoro, saltava anche il pranzo perché, ormai ,non c’era nessuno, la casa era vuota, vuota di lei …

Una mattina, uscendo come sempre dalla mensa aziendale, s’era acceso una sigaretta, spenta subito dopo due boccate pensando alla faccia corrucciata di sua moglie: “E’veleno, spegnila, fallo per me …”, sorrise amaro. Non ce la faceva ancora a vivere senza lei, e poi c’era Mara, sempre così “a riccio” con lui, cercava disperatamente una soluzione per sciogliere la tensione con lei, far capire a Mara che loro due erano amici, davvero, che si poteva sorreggersi insieme e ricominciare a vivere dopo le lacrime, bisognava trovare un interesse comune, far fiorire la loro distanza, ma era tanto difficile. Pensava a queste cose, guardò oltre la strada statale tra capannoni industriali e campi in periferia e vide un grande spazio aperto, un aeroporto turistico, piccoli monoplani, velivoli fatti apposta per viaggiare per brevi tratti, comunque per andar via , lasciare da parte ansie e confusione, accendere il motore e librarsi in volo, veleggiare come uccelli migratori, sciogliersi nel blu ed essere leggeri, docili fibre dell’universo intero, che bello sarebbe ! Gigi aveva rinnovato la licenza di volo ed era in grado di pilotare un aereo. Giulia era appassionata di aerei, sognava di volare sempre più su, condividendo l’amore e la gioia di essere finalmente liberi; Gigi l’accontentava amando gli occhi luminosi e belli di lei, non era importante la destinazione, l’essenziale era andare. Ogni ascesa era una parabola della loro vita, insieme sempre, e uniti. Adesso era solo, camminava solo in questa terra senza lei, incapace di volare. E c’era Mara: anche lei vagava nella nebbia dei mille perché senza trovare il sorriso quieto di sua madre, disancorata e persa. Pensò a lungo alla sua bambina così a disagio con lui, con il suo papà, e si fermò di botto, guardò le ali lucenti degli aerei nell’hangar, impazienti quasi di galoppare nel cielo. Gli venne l’idea, surreale, di volare con Mara: “Un’esperienza nuova da condividere, da assaporare noi due, insieme, come tanto tempo fa con Giulia.” Glielo disse alla sera. Mara era scettica, neanche un filo d’ entusiasmo, niente, inerte dalle novità. “Ok, andiamo, ma quanto dura questa barba? Non ne ho tanta voglia, uffa, lasciamo perdere …” Gigi insistette tanto, ma tanto che alla fine, si lasciò convincere. Il giorno dopo erano lì; un addetto li accompagnò all’hangar, qui c’era un aereo snello, compatto, dalle linee delicate ma resistente nella sua tecnologia datata. Gigi lo sapeva bene: era l’Aviamilano P19 Scricciolo, un velivolo degli anni ’60, costruito in Italia con ala e impennaggi in legno e fusoliera in tubi metallici intelati; motore quattro cilindri raffreddato ad aria con buona velocità e autonomia. “Scricciolo”, com’ era Mara, fragile per la perdita infinita ma, Gigi lo sapeva, forte e sicura negli anni che sarebbero venuti. Bastava trovare un segno, un’intesa tra loro, che fosse stabile e che durasse per sbocciare e mettere frutti. Insieme entrarono nel velivolo, l’aereo lentamente prese quota e si alzò sopra le case tetre, gli uomini pallidi e incolori, sopra l’affanno e la tristezza mite di due persone che avevano bisogno l’uno dell’altro. Gigi si ricordò delle parole di Giulia: “Guarda il blu, all’azzurro sopra le nuvole, cambia prospettiva, su, respira!”. Guardò Mara, felice tra lillipuziani fiumi, alberi, animali, tutto in miniatura, come se fosse un gioco; incontrò lo sguardo del suo papà e rise. E Gigi finalmente respirò, e contemplò l’azzurro.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§ # proprietà letteraria riservata #


Maria Teresa Limonta

Scricciolo

extra300 ala battenteGigi è un papà normale, che lavora e vive insieme alla piccola figlia adolescente, Mara, purtroppo la moglie Giulia era morta giovane, lasciando smarrite e confuse le due persone, chiuse nel loro dolore. Gigi non sa capire la figlia ,e Mara ,d’altra parte, vede il papà lontano , estraneo a lei, non comprende dubbi e perplessità di una ragazza che cresce. Lui vive nel ricordo della moglie tanto amata , ma cerca un punto di contatto e di complicità ,anche fragile, con Mara , per ricominciare a vivere con serenità. Lo troverà nel volo ( era una passione che li legava ,lui e Giulia), nel il piccolo ‘Scricciolo’, con cui voleranno insieme, finalmente uniti , nell’azzurro del cielo, un cambio di prospettiva nuova oltre le nuvole verso la vita.


Narrativa / Breve Inedito; ha partecipato alla II edizione del premio letterario “Racconti tra le nuvole”, 2013-2014; in esclusiva per “Voci di hangar”

 

 

Maria Teresa Limonta

piper in motoViolentemente interrogata circa le sua “storia” personale ha confessato quanto segue:

“Maria Teresa Limonta è , insieme, insegnante e lettrice accanita, ama scrivere ed è curiosa e appassionata di tutto, da internet ai gatti, dai viaggi alle belle persone …”

E non aggiungiamo altro se non un dettaglio fondamentale: chiamatela “Mara”.

 

Per inviare impressioni, minaccie ed improperie all’autore:

mtlimonta(chiocciola)@gmail.com


 

Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Scricciolo

La fortezza in fondo al mare