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Oltre le nuvole il sole


 

Non è facile scrivere racconti, ancor meno è facile scrivere racconti aeronautici. Ecco spiegato il perché apprezziamo molto coloro che, pur essendo dei navigati e talentuosi praticanti della scrittura creativa, si cimentano per la prima volta, non senza una buona dose di audacia, nella narrativa a carattere aeronautico.

“E il bambino, indicando un punto lontano nel cielo, rispose: “Ehi nonno guarda. Lassù, sopra la cima di quella montagna sta passando un aereo che sta andando chissà dove!”. Comincia così il raccono di Bruno Bolognesi intitolato “Oltre le nuvole”. Un’immagine che chissà quante volte vi sarà entrata negli occhi ma che non vi ha mai stimolato a scrivere un racconto. Per la fortuna di Bruno Bolognesi, appunto.

E’ questo il caso di Bruno Bolognesi che, dall’alto della sua pluriennale esperienza di autore di narrativa, ha raccolto la nostra sfida partecipando alla VI edizione del Premio fotografico/letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE organizzato dal nostro sito e dall’HAG.

L’autore – lo confessa nella sua biografia – non è un addetto ai lavori (aeronautici) e, benchè abbia conseguito ottimi risultati in numerosi altri Premi letterari, non ha mai affrontato il complesso mondo dell’aviazione. Dunque, a maggior ragione, gode di tutto il nostro rispetto.

No, non si tratta di una foto fortemente ingrandita del musone di un Boeing 747 … è semplicemente un primopiano assolutamente realistico di un 747 che, se non fosse davvero enorme, non si sarebbe mai chiamato Jumbo Jet, non vi pare?

Purtroppo il racconto non ha goduto dei favori della giuria che lo ha relegato al di fuori dei 22 fortunati finalisti (e dunque pubblicati nell’ambito dell’antologia del Premio), forse a torto o ragione … chi può dirlo? Tutto sta al gusto personale.

Una vista bucolica di un Boeing 747 che ha appena lasciato il campo di margherite attiguo alla pista di decollo

Ad ogni modo, l’idea narrativa concretizzata dall’autore a noi è piaciuta; leggere questo racconto ci ha recato un sottile piacere perché la storia fila via con il supporto di vicende parallele innescate dagli immancabili ricordi di un professionista dell’aria. Inoltre i personaggi sono freschi e genuini, il testo è scorrevole e privo di tecnicismi inutili, anzi, al contrario, ha un certo spessore divulgativo giacché spiega con infantile chiarezza delle nozioni spesso clamorosamente travisate da un certo tipo di giornalismo sensazionalistico. In definitiva: un racconto che si legge tutto d’un fiato in quanto si tratta di una composizione leggera, senza spigoli vivi o pretesti di riflessione profonda.

Nel Boeing 747 tutto è enorme, tutto è fuori dagli standard convenzionali … compreso il quadro strumenti degli impianti di bordo. Questa foto ne fornisce una testimonianza inequivocabile.

Per concludere un racconto che siamo lieti di ospitare nel nostro hangar, fiduciosi che, un po’ egoisticamente, il buon signor Bruno ce ne regali degli altri. Magari con la scusa di proporli al nostro Premio letterario.

Intesi, sig Bruno?

Nel frattempo leggiamoci la breve sinossi di questo racconto preparata dall’autore medesimo:

 

Una mirabile immagine frontale del Boeing 747 Jumbo jet

Un nonno, un nipote, un cane. Comune denominatore dei personaggi che, di volta in volta, si affacciano nel racconto: volare, sfidare la forza di gravità; nutrirsi di storie di aviazione nel bel mezzo di un giardino, per poi costruire nei sogni di bambino, un mondo parallelo, fantastico dove piloti di aeroplani supersonici sfondano il muro del suono e spengono incendi a bordo delle loro macchine volanti. Il nonno pilota traccia la sua carriera di aviatore spezzettandola in tanti episodi avvenuti qua e là per il mondo. Il nipotino approva e si incanta, mentre anche Fido, il bassotto di casa, sembra gradire.

Se vi capitasse di sedere sui sedili lato finestrini … beh questa potrebbe essere la vista che potrebbe motrarsi ai vostri occhi e all’occhio sintetico della vostra macchina fotografica. Viceversa, nel caso non vogliate salire mai e poi mai a bordo di un”autobus dell’aria”, ebbene sappiate che questo potrebbe essere lo spettacolo di cui potreste esservi privati.

Tre personaggi in un continuo viaggio che inizia nella realtà vissuta e che decolla, con le ali della fantasia, per navigare nel meraviglioso mondo dei sogni.

Amen!


Narrativa / Medio – Lungo Inedito;

Ha partecipato alla VI edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2018


Oggi volo

angioletto dalla nuvolaUn ragazzo attraverso il volo cerca di realizzarsi. Dagli altri è sempre stato giudicato uno tipo strano. E lui lo sa di essere un diverso. Ma la diversità gli fa sentire l’unicità e la bellezza della sua vita.

 


Narrativa / Breve Inedito; ha partecipato alla II edizione del premio letterario “Racconti tra le nuvole”, 2013-2014; in esclusiva per “Voci di hangar”

 

Oggi volo

Oggi volo. Basta volerlo. Basta la concentrazione Sbatto gli occhi. Apro, chiudo le palpebre. Non c’è tempo per i ripensamenti. Mi getto a capofitto in questa avventura. In un impulsivo gesto mi convinco che è questa la realtà che voglio. Devo lasciarmi guidare dal sentimento, non dalle convenzioni. Tutto si può cambiare, ma non cambiano le emozioni. Si può essere diversi. Anche se per gli altri potremo essere giudicati strani. Oggi volo. Ho tutto il coraggio necessario. Non sono più un bambino.

Mio padre mi insegnò l’arte del volo, piegando un semplice foglio di carta. Le mani erano sicure e forti, come la mia meraviglia. L’aereo di carta turbinò nell’aria. Virò e si gettò a capofitto dalla finestra aperta. Non ebbe paura dello schianto. Come se quel volo lo ripagasse di ogni eventuale caduta. In un’adrenalinica percezione della propria sicurezza, si lasciò andare. Si sentiva libero da ogni vincolo. Non c’erano più né se, né ma. Era solo un gioco. Non aveva vita. Era il vento che ammaestrava il suo volo. Lo faceva innalzare. Raggiungere un ramo. Sostare un attimo tra le foglie e poi … ecco riprendere la foga in una disordinata, scomposta traiettoria. Io però lo sentivo vivo. A otto anni si da l’anima alle cose. Quando planò, schiaffeggiato da una folata più energica, quando rasentò la superficie dell’asfalto onice, cupo, lo vidi che ebbe il tempo di specchiarsi in un riverbero di luce, per poi stendersi, schiacciarsi sotto la ruota di un’auto. Allora mi misi a gridare. Scambiai quell’urlo per il suo. “No! L’auto!” Mi misi a piangere. “No! Non voglio!”. Mio padre mi accarezzò i capelli. “Te ne faccio un altro. Vedi, ecco. Ho qui un altro pezzo di carta. E’ semplice!”. Gli strappai la carta dalle mani. Battei i piedi. “No! Voglio quello! Ritornamelo indietro, papà. Non farlo più cadere. Voglio quello che si è rotto. Aggiustalo! Andiamo giù in strada. Salviamolo. Te ne prego!” Lui non capì la mia sofferenza. Non mi accompagnò da quell’esile e gracile amico. Fece altri aeroplani, che io sistematicamente chiusi nel cassetto. Collezionai tanti aerei di carta stipati in un comò, al buio. Non li facevo volare per la paura che potessero cadere e morire. Li custodivo gelosamente. Li accarezzavo. Con un lieve respiro, ci soffiavo sopra. Svolazzavano piano nella camera. Arginavo il loro desiderio di volare. Li tenevo stretti, fermi sul palmo della mano. “Voi non morirete. Voi da me non andrete mai via!”.

Nella volontà di possedere cose, di ammansirle con la mia tenerezza, ho sempre avuto bisogno di trattenere, di chiudere ogni mia emozione. Nel timore che tutto mi scivolasse via, avevo timore delle perdite. Non ho mai voluto regalare nulla, neanche il mio amore. Il regalo di sé stessi presuppone un cedimento dei nostri sentimenti verso un’altra persona. Ed io non volevo soffrire. Anche mio padre, benché fosse l’unica persona che veramente amassi, mi lasciò presto. Per quel suo abbandono gli gridai contro tutta la mia rabbia. Non era colpa sua. No! Ma non doveva uscire dalla curva. Sarebbe dovuto invece rimanere con me, chiuso in un cassetto. L’incidente, lo schianto e poi più nulla.

Oggi volo. Non sento più il pericolo. Mi spalmo addosso tutto il coraggio. Oggi non torno indietro. Lo facci per mio padre. Lo faccio per me stesso. Una specie di riscatto, per non sentirmi più sottomesso.

Quando ero un ragazzo, i compagni mi deridevano. Ero gracile. Un’asta conficcata sul terreno arido delle mie insicurezze. Mi prendevano in giro. Sapevano che non avrei reagito. Un debole, un carattere fragile che si lasciava toccare, spaccare con violenza dalle parole, dai gesti. Senza battersi. Senza fare a pugni. Come quella volta i cui costruii un aquilone. Era fatto di carta leggera in tutte le tonalità del rosa. Passava dal fucsia, rosa confetto, fino al pesca. Non avevo trovato altri colori dal cartolaio. Non avevo esitato a comperare quelle veline rosa. In una primavera ventosa potevano benissimo volare. Anche se il rosa deve rimanere nella convenzione di un femminile, per me potevano andar bene lo stesso. Non mi sentivo vincolato dal colore. Mi ero messo in testa di fare un aquilone e l’avrei costruito. Era bello, grande, leggero. Era un portento. Feci una corsetta nel prato vicino a casa. Tenendo alto quel fiore volante. Lo sentivo vivere. Voleva sfuggirmi dalle dita. Aveva troppa irruenza dentro. Una grande fame d’aria che lo faceva sobbalzare ad ogni mio passo, ad ogni mio respiro. Più tenevo stretto e tiravo il filo, più voleva liberarsi. Ecco! Il volo dapprima esitante, prendeva ritmo, entrava in una corrente d’aria. “Così! Dai! Sempre più in alto! Non arrenderti. Prenditi tutto il filo che vuoi. Credi di essere libero, ma sono io che ti do il movimento. Sono io che ti ho creato. Ed ora ti sto dando l’opportunità di vivere. Tu sei mio! Coraggio, così! Vola sempre più in alto”. Gridavo la mia gioia attraverso quelle parole, perché avevo sfatato con quel gesto i tanti aeroplani di carta chiusi nel cassetto. Manovravo il momento a mio piacimento. Senza nessuno che potesse sbarrarmi la strada. Ero io l’artefice. “Più su! Il vento oggi è docile. Si lascia addomesticare. Non aver paura. Più su!”. Le risate mi arrivarono alle spalle. Mentre stavo facendo una virata difficile, perché avevo paura che l’aquilone si infilasse tra i rami de pini. Le risate si facevano più insistenti. “Guarda, guarda il deficiente con l’aquilone rosa …” Ero abituato a essere riconosciuto attraverso degli insulti. “Oltre a stupido, sei anche una checca.” Io non mi voltavo. Il braccio si stendeva. Si sforzava di cambiare rotta. Avrei voluto essere anch’io sull’aquilone per non sentire le risate, le villanie. Per essere altrove. Su nel cielo. Lo spintone arrivò all’improvviso. Marco, il più spavaldo, mi ringhiava addosso la sua prepotenza. Io continuavo a trattenere il mio aquilone. Ad essere impassibile verso quei quattro ragazzi che mi canzonavano e non smettevano di sghignazzare. Marco spaccò il filo. L’aquilone ebbe un sussulto. Diede una svirgolata. Ondeggiò. Rimase un attimo in sospeso. Precipitò con una evoluzione a zig zag repentina, veloce. Si sfiancò. Si gettò a terra. Sembrava un sasso rosa caduto da chissà dove. Mi misi a gridare. “Perché?”. Avevo messo la passione. Ci avevo creduto dopo tanto che volare può rendere felici. Poteva ripagarmi di tutte le rinunce. Di tutti quei sogni rimasti lì a covare senza mai essere realizzati. Non ebbi reazione. Solo un brivido. Avevo paura di andare a vedere il mio oggetto volante. Mi chiedevo come poteva essere ridotto. Malconcio, da gettare via, oppure … La cantilena dei ragazzi si faceva incessante. “Checca. Sei una checca.”. Li guardai smarrito, cercando di incutere in loro un che di misericordia. Loro invece si sentivano nel giusto. Avevano relegato lo strano nel suo angolo. Per loro non avevo il diritto di far volare. Né tanto meno di vivere. Me ne dovevo stare buono attaccato alla terra con la testa bassa, senza fiatare.

Oggi volo. Sto sopra le cose, alla mediocrità della gente. Sto contro le ingiustizie di non essere mai stato trattato come normale. La normalità è omologazione. E’ esercito in catena di montaggio. Io sono diverso. Nella mia diversità, nella eccentricità del mio modo di essere ci sta tutta la bellezza della mia vita. Sono un tipo. Sono unico. Attraverso le battaglie che ho fatto in tutti questi anni mi sono fortificato. La sensibilità non è più zavorra, ma è diventata un dono leggero. Non mi interessa il giudizio. Io sto bene, ora. Ho aperto tutti i cassetti del comò. Ho lasciato volare i miei aeroplani di carta. Ho rattoppato il mio aquilone. Ho tagliato il filo. L’ho lasciato specchiarsi su in alto in un raggio di sole. E so che lui non ha avuto paura di bruciarsi. Basta volerlo. Basta la concentrazione. Mi do la spinta. Corro. Mi lascio andare. Volo. Il parapendio colora di fucsia il cielo. Questa volta non mi tiro indietro. Questa volta io sono con lui. Io oggi volo.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§ # proprietà letteraria riservata #


Rita Mazzon

Ozio e ricordi

Ho semplicemente voglia di non far nulla, ma soltanto di respirare quest’aria e dimenticare l’odore asettico dell’ospedale. Notte pesante; due parti, una gamba rotta e un pazzarellone che, dopo aver bevuto una birra di troppo, pretendeva di rientrare in casa con idee strane, e da cui la moglie lo aveva ricacciato a suon di padellate. Risultato qualche punto sulla zucca e un dente spezzato. M’infastidisce perfino il ronzio di un’ape che vagabonda attorno a me. Ed io, che me ne sto sdraiato ai piedi e all’ombra di un albero, mi domando, per l’ennesima volta, se prima o poi si deciderà a pungermi o avrà pietà di me andando a sacrificare un fiore. In alto, nel cielo, una piccola serie di nuvole si sono aggregate dando vita ad una figura semplice, ma che ricorda vagamente un cancello. Perché un cancello? Che sia un avviso? Chi disse che prima o poi si apriranno per noi i cancelli del cielo e … Non voglio pensare. Stranezze dell’ozio, in questo stato si riesce a vedere e sentire ciò che in realtà non esiste o peggio, non è mai esistito. Una fumosa e indistinta linea d’orizzonte lascia trasparire una umanità in movimento in un susseguirsi di abili movenze … Ora è un trattore … ora è un grosso camion che fila diritto sulla linea scura dell’autostrada, senza tuttavia riuscire ad interrompere l’alta quiete che mi circonda. Ecco! Ora è sopra di me. Un fischio acuto, rapido e invisibile percorre i cielo per poi schiantarsi nel silenzio verso i monti. Sollevo gli occhi alla ricerca del disturbo … e si! È proprio un aereo, uno di quei fusi argentati che ogni tanto cadono portando con loro ricordi d’altri e preghiere. Anni fa capitò anche a me di dovere imprecare o pregare, non lo ricordo, quando il capitano ci comunicò che stava scaricando in mare il carburante rimasto nei serbatoi, per evitare che durante l’atterraggio d’emergenza potesse incendiarsi e … In realtà non ho un ricordo preciso di cosa seguì quell’annunzio, ma posso immaginarlo, e malgrado abbia la tendenza a voler sempre dimostrare di saper comprendere e controllare gli avvenimenti che mi riguardano, quella volta dovetti rendermi conto di non esserne in grado … e quindi, è probabile che qualche tipo di preghiera dovetti mormorarla. Di quei dieci o dodici minuti che vissi in quello stato, ricordo soltanto una gran confusione e la voglia di suonare un campanello perché potessi scendere. Poi, qualcuno mi strinse un braccio, era il mio vicino, il quale con un sorriso largo quanto il suo volto tentava di tranquillizzarmi per poi domandarmi se volessi recitare assieme a lui una preghiera adatta a quella circostanza. Quella domanda ebbe il merito di riportarmi alla realtà, e scuotendo il capo risposi con un tono di voce piuttosto deciso ” No, ma gradirei sapere dove tengono i paracadute per i passeggeri.” Lui sorrise ancora e scuotendo il capo mormorò “È un gran bel paracadute anche la preghiera”. Ma perché mi tornano questi pensieri? L’ozio … L’ape ha deciso di non pungermi, ed ora la osservo sfrecciare, poco più avanti, in una trama di rapidi passaggi attorno a piccoli fiori bianchi che ingentiliscono una stentata siepe di rovi. Un altro passaggio di quell’aereo … ed ecco tornare il ricordo. Dopo i primi attimi di confusione, vi fu un lungo momento di silenzio, come se ognuno di noi avesse ricevuto una assicurazione e che tutto fosse rientrato nella normalità. Oltre al rumore sordo dei motori non si udiva più alcuna voce. Anche il mio vicino sembrava essersi deciso a recitare da solo quella preghiera. Qualche istante più tardi una delle ragazze di bordo mi mise tra le mani un bicchiere di cartone con del liquido da bere, allontanandosi poi dimenando i fianchi … Bevvi, non lo ricordo, forse no. Però mi preparai a seguire le istruzioni che ci vennero date. Mi tolsi le scarpe e dalle tasche penne e qualsiasi altra cosa che potesse causare danni … l’orologio … Poi ci dissero qualcosa riguardo la testa … e improvvisamente un rumore inumano, brutale … violento che mi face sobbalzare costringendomi a ricacciare il mio cuore in gola. “Ecco! Ci siamo!” Dovetti aver pensato. “A dottò … si restate n’antro po’ ar sole, stasera ve magnamo co’ le puntarelle” Spalancai gli occhi e, poco distante, mi sorrideva il volto beffardo di “Sigarone”, che dal sedile del trattore mi osservava mentre con un fazzolettone a fiori rossi e bianchi si asciugava la testa. “Annatevene a dormì a letto vostro … stamani er sole picchia ch’è ‘na bellezza” Cercai nel cielo il fuso argentato, ma non trovai più neppure il cancello di nuvole. Allora mi alzai e gli andai incontro ormai certo d’essere sceso da quell’aereo … ma chi aveva suonato il campanello?


#proprietà letteraria riservata#


MCB

Oltre i confini del cielo

Qualcosa dipende da me, ma per niente tutto

I Parte

Cercalo dentro: lenticolari

Una mattinata di sole e ventosa è tutt’altro di una notte buia e tempestosa. Questo riuscirebbe a capirlo anche il Presidente di un club di volo, spesso, non sempre, con qualche eccezione. Quella era una giornata da non lasciar scappare e così con qualche telefonata, nemmeno necessaria, ci trovammo, quel sabato, in cinque in decollo. Il vento non era favorevole con quel nord che ti veniva alle spalle ma, a ben sperare, uno sbuffo frontale non si nega o al minimo un momento di calma. E poi quella fila di lenticolari mi attirava come nient’altro. Tutti pronti al decollo alle 12,30, in quel momento consentito dall’aria, decollai. Vedendo le fatiche compiute e gli artifizi fatti fra abilità e molta fortuna o caso, gli amici del “tutti per uno, uno per tutti” rinunciarono decidendo di aspettarmi in atterraggio. Un rotore mi consentì di compiere un passaggio quasi radente, di sberleffo ai rinunciatari e via in una ascendenza costante, strana, proprio strana verso la lenticolare apparentemente più vicina. Non una termica, ma un 3 metri al secondo costante a salire per ritrovarsi in una nebbia che non doveva e non poteva esserci. Ma così era, e poi luci, suoni, un benessere totale. In quella lenticolare non ero solo, con l’assoluta certezza della presenza di molti altri visitatori. Mi ritrovai in un praticello ai bordi di un piccolo laghetto di acqua sorgiva, a 30 chilometri alle spalle del decollo. Il deltaplano era a fianco a me che, sdraiato a pancia in aria, prendevo il sole, con le ali quasi a sfiorare cespugli e alberi, un luogo dove nemmeno un elicottero poteva scendere in verticale perfetta. L’occhio sfiorò l’orologio e trasalendo lessi: 12,35. Dopo circa mezz’ora, ad alcune centinaia di metri, da un’automobile scesero i quattro rinunciatari e iniziarono da metri: “Che fine hai fatto?”, “che è successo? Che fai qui?”. E io: “Perché?”. “E’ da ieri che ti cerchiamo”. “Come da ieri? Che dite? Ma se è l’una.” “E’ l’una di domenica e tu sei decollato sabato”. 24 ore e cinque minuti. Le lenticolari avevano lasciato il posto ad un azzurro fatto di altro.

II Parte

Cercalo fuori: controlli prevolo

Strano rapporto quello con chi ti manca, fatto di una assenza sorda e rumorosa. Così mi mancava mio padre che da molti mesi aveva deciso di essere solo energia. Quel pomeriggio il temporale si era formato in valle e aveva incominciato ad allargarsi verso la montagna, poteva passare qualche minuto o al massimo qualche decina, ma tutto si sarebbe chiuso e degenerato. Prima tappa del mio CAP444, quattrocentoquarantaquattro chilometri in quattro giorni, con l’obbligo di un solo trasporto in decollo e nessun atterraggio in valle, tanto valeva atterrare, subito, sulla cima e lì aspettare gli eventi dell’atmosfera. Tre passaggi, scelto il posto, picchia veloce al pendio, coraggio, veloce e sali, sali, sali, stallo. Il temporale passa e passa la notte sotto le ali. Alle 12 l’aria sale il pendio. Dopo 1 ora mi sposto, agganciato, di alcuni passi per una posizione di decollo migliore. Un cane bianco, enorme, arriva di corsa abbaiando, con un’aria tutt’altro che pacifica. Sgancio e come un pinguino goffo mi sposto, prendendo il coltello da una tasca. Lui mi ignora, va alla barra abbaiando e mordendo l’angolo del trapezio. Uno sguardo, che avevo già conosciuto, e girato il garrese scompare dietro un collinotto poco più in basso. Aveva strepitato verso un push di raccordo, che era uscito dalla sua posizione a causa dell’atterraggio del giorno prima. Non l’avrei notato, non era mai accaduto, se fossi decollato al primo tiro del cavo d’acciaio sinistro avrei raggiunto mio padre. Quegli occhi erano i suoi Stava così in pace che aveva deciso di tenermi, chissà per quanto, e comunque ancora per un po’, alla larga.

III Parte

Lo hai trovato: vestilo

Non mi sono mai sognato di governarlo, non più di quanto fosse il minimo indispensabile, tantomeno di domarlo, gestirlo o come si dice? Ah sì, pilotarlo, sì così ho sentito che si dice fra quelli che se ne intendono. Ho solo deciso di vestirlo. Un vestito? Certo un vestito si veste. Si veste ancor più una pelle. E quella è la pelle che ho deciso di vestire, per hobby?, No per vita. Provaci a vivere tu senza pelle. Le prime ad arrivare sono le infezioni. Ti infetti ed è finita. La pelle ti protegge, ti cura e si prende cura di te. Prendersi cura. Il mio aliante si prende cura di me. Della mia salute, della mia vita. Se vuole può prendersela quando vuole. Ci terrei che me la concedesse ancora un po’.

 


 

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Nando Ferrauti