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Il pilota di linea

«Signore e signori benvenuti a bordo». Quella mattina, come tutte le mattine, mi presentai. Avevo appena ultimato la procedura di decollo, lo ricordo ancora, guardai con attenzione dietro di me. «Slacciate le cinture di sicurezza, il comandante vi augura buon viaggio». Osservai la tensione proprio mentre s’attenuava dentro agli occhi, mi dava grande sicurezza sapere di poterla controllare con due semplici parole. Ripresi i comandi. Pensai al mio lavoro e alle mie responsabilità. Non potevo fare a meno dei miei dubbi. Sono un pilota di linea, porto passeggeri virtuali in giro per il mondo. Niente di male, certo, ma  tutto quello che è è finto: finto l’aereo in cui ci troviamo, finto il paesaggio che si muove attorno a noi,  finti i suoni e i colori, la notte e il giorno. Finto tutto, finte persino le casualità. E poi è tutto previsto, anche il momento esatto in cui cade una foglia, una semplice formula matematica, giusto quattro nozioni di algebra stagionale. Poco più complesso, invece, un prurito al naso: trigonometria del tatto. Il mondo attorno a noi è  un foglio a quadretti che illude la noia, solo un maledettissimo calcolo perfetto.

Sentii un brusio. Mi ritrovai con lo sguardo fisso sulla cloche. Alzai gli occhi: «Cristo!». Montagne vicinissime, pericolosamente vicine. Inevitabili. Vidi lo schianto davanti a me. Non avevo tempo per virare, forse neanche per pensare. Mossi un dito, d’istinto, cambiai uno dei tanti parametri ambientali. Clic. Le allontanai a sufficienza. Ora mi trovavo in una pianura infinita. Le montagne erano laggiù, basse, lontane quel che basta all’orizzonte, innocue. Non è successo nulla. Qui non succede – mai – nulla. Nulla di irreparabile perlomeno. Il brusio calò immediatamente, era complice. Mi rimproverai un po’ per questa paura ingiustificata. Anche se non fu del tutto rilassante, anche se – dopo – tutto è diverso… be’, ricordo che ci divertimmo un sacco per questo fuori programma del listino. Normale quindi, avevo molta simpatia per i miei  passeggeri, e a volte provavo anche compassione.  Avrei voluto dirgli che fuori c’è davvero spazio per tutti. Avrei voluto rassicurare questi occhi allegri, troppo allegri. Ma anche  questo poteva essere previsto, e lasciai perdere.

M’interrogavo sempre sul vero scopo di ogni cosa. Per esempio mi chiedevo se davvero – il fine –  è fatto per noi o se, invece, serve solo per dare lavoro a chi ci conduce sul mezzo. Pensavo a me, al mio lavoro e al mio scopo, guardavo sempre il capolinea di ogni cosa, non riuscivo ad allontanarmi dal dubbio, o meglio, mi sentivo parte integrante di questo dubbio. Proprio come mi sentii, in un primo tempo, quando allontanai le montagne come e dove  mi faceva più comodo. Poi, poco dopo, appena le raggiunsi di nuovo, e recitai.

«C’è turbolenza». Lo dissi perché andava detto, per dare qualche brivido. Azionai il sistema di simulazione di perdita di quota. Anche questa turbolenza era solo una clausola del destino, uno stupido supplemento del biglietto. E io? Io ero davvero un pilota? Forse un volgarissimo e insignificante attore. Indubbiamente una parte di me recitava un ruolo perché doveva adeguarsi al sistema. Ma tutta un’altra parte, invece, ne pativa l’umiliazione, scalciava. S’ingegnava a risolvere. Più che altro, credo, s’infastidiva. Era combattuta tra i miei doveri d’adattato e la mia reale identità. Eccomi lì, invece, versavo da bere a gente assetata di cristalli liquidi, barzelletta di me stesso, costretto a fingere stupore,  strumento di carica per fantasie spente.

Decisi di fare quel che dovevo fare. «Cambierei rotta». Per la prima volta quella soporifera giostra per bambini diventò un aereo. Virai. Virai alla ricerca di un po’ di terrore autentico. E lo trovai eccome, tra le urla, appena arrivarono le prime vibrazioni dello stallo. L’aereo in piedi nel vuoto. L’avvitamento. «Cazzocazzocazzo, questa sì che è paura!». Poi lo trovai ancora, giù, nel vortice della vite, e poi ancora nella mano di qualcuno, nel disperato tentativo di aggrapparsi a me, tra i fogli di bordo arrotolati alle forchette,  nelle tende appiattite sulle pareti, nel rumore sordo dei motori tra l’acuto del terrore, nel precipizio della centrifuga di ogni cosa.  In quella frazione di tempo – il tempo stesso – si dilatò. Ognuno di noi, finalmente, poteva ascoltare le proprie preghiere. Fu la forza dell’incertezza che, se presa sul serio, fa riflettere. Fu il tempo, che, per una volta, nessuno poteva controllare. Forse fu solo una semplice follia, ma – forse – anche solo quello che mancava.

Il viaggio finì presto. Il sistema fermò tutto in automatico, appena in tempo, poco prima dello shock emotivo. Qualcuno mi volle addirittura all’ergastolo, ma anche qui non successe nulla. Pensate, non solo non riuscirono a licenziarmi, ma rischiai anche una dolente promozione. Ora sto volando infatti. E, a dire il vero, proprio adesso avrei la forte tentazione di rifarlo. Ma – oggi come oggi – proprio non potrei più permettermelo: ora che il suicidio virtuale è stato programmato. Ora che anche questo è diventato uno svago.


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Webrezza

Pilota e marinaio per salvare l’ambiente

Il fumo non ha odore, ma é definito acre. Penetra le narici e ti disgusta. A volte é spesso, palpabile, accarezza la pelle con un abbraccio fastidioso. Quando raggiunge gli occhi le lacrime compaiono spontanee, strofinarli é inutile, anzi é peggio. Ma il fumo non esiste da solo. Non può nascere se non c’è lui: il fuoco. Il fumo é il suo maggiordomo, però manca di discrezione, entra senza bussare.

Arriva sempre prima il fumo, ci informa, ci pone in stato di veglia. Poi il fuoco. Se non ci fosse il fumo ci sorprenderebbe. Compare improvviso. Fa paura. Si muove, avanza, ondeggia con il vento, si inclina, si estende verso l’alto. Si alimenta con la vita delle piante che bruciando si contorcono, scrocchiano gemendo nella sua presa. È il loro urlo prima di morire.

Il fuoco si inerpica lungo la collina, animato di vita propria. Segue la traccia della vegetazione e si dirige dove gli alberi sono più densi. Sembra che la natura sia inchiodata dalla sua minaccia, schiaffeggiata dal vento, prepotente protagonista. Attoniti osserviamo il devastante spettacolo, il fronte del fuoco é stretto, ma “lui” é impetuoso.

Ci sono i ragazzi della forestale in tuta arancione, ma poco possono contro una tale forza della natura. Un rumore, un rombo cupo, un motore? Una macchia volante colorata passa poco più in alto, un aereo! Punta il fuoco e vicinissimo, di colpo, scarica una quantità d’acqua impressionante. Il fuoco colpito a morte ansima, si arresta quasi dubbioso, non riesce più ad andare avanti.

Forse vorrebbe tornare indietro … forse, ma invece svanisce nel nulla.

Sono proprio arrivati i nostri, invece che a cavallo su un Canadair, preceduti dal rombo di un motore invece degli squilli di tromba.

Ma chi cavalca il Canadair? Ormai si sa che il Canadair é l’arma più efficace a disposizione per lottare contro il fuoco che minaccia l’inestimabile patrimonio boschivo della nostra Italia, ma che tipo di pilota vola su tale aeroplano? Cosa accade dentro questo mezzo che a seconda dei momenti é motoscafo o aereo?

A bordo i piloti sono due: comandante e co-pilota, come gli altri velivoli commerciali. Quindi stessi standard, stessi criteri di base, stessa professionalità? La risposta é si a tutte queste domande, ma il pilota di Canadair deve avere un quid in più.

La posizione del fuoco é sconosciuta fin quando esso si manifesta. Non é segnata sulle carte, non ci si arriva tramite aerovia o seguendo le indicazioni di un segnale radio. Il fuoco viene raggiunto navigando a bassa quota ed utilizzando delle carte geografiche totalmente diverse da quelle che usano i colleghi di linea. L’ente responsabile della Protezione Civile individua l’«obiettivo» con coordinate inutilizzate dai più, quando non addirittura sconosciute.

E ci vuole confidenza. Non si pensi di essere capaci a leggere una carta di navigazione a bassa quota, a riconoscere ferrovie, seguire valli, individuare ponti e paesi solo con la navigazione stimata se non lo si é mai fatto, se non si é adusi a tale pratica.

Bussola ed orologio, come agli albori dell’aviazione o come i piloti cacciabom­bardieri. A questo si aggiunga la frenesia della fretta. Bisogna decollare entro 15 minuti dall’assegnazione dell’obiettivo. Il punto si traccia in rullaggio, assieme alla prima tratta di navigazione poi si decolla, il resto in volo.

Durante la navigazione si cerca di mettere ordine, ci sono navigazioni di un’ora o navigazioni di otto minuti. Il tempo a volte é tiranno. Poi, trovato l’obiettivo, si deve individuare la migliore traiettoria per avvicinare il fuoco e colpirlo, avendo sempre la “via di scampo” da seguire nell’eventualità che un motore smetta di girare.

Orografia e micro-meteorologia giocano contro di noi. Venti di caduta, termiche, fumo. I piloti di aliante conoscono le prime due, i pompieri il terzo.

Tutto ciò accade in aderenza al vecchio, proverbiale consiglio di mamma, quello che tutti i piloti sanno di non dover seguire mai: “Mi raccomando, vola basso e piano”. Sicché a 30 metri dal suolo, indipendentemente dalla sagoma del terreno, ed a 205 km/h (1.3 Vs per chi se ne intende) il velivolo viene impostato per percorrere la sua traiettoria in discesa, tenendo presente la rotta di scampo e, nel caso occorra fronteggiare un imprevisto, pronti a scaricare l’acqua per diminuire di 5400 kg il suo peso.

Sul fuoco i piloti sono al massimo senso di veglia, il nemico é lì che aspetta. Non ti spara, ma ti inganna. È pronto a ghermirti, modifica la densità dell’aria in cui voli, intensifica l’opacità del fumo, quasi a nascondersi. A volte invece si manifesta veemente, con fiamme alte e voraci, vogliose di distruggere prima di essere fermate.

Tieni conto del vento. È in coda, di fronte, di lato.. c’è deriva, l’acqua che traiettoria seguirà? Bisogna prevedere tutto. Se abbiamo aggiunto la schiuma in dotazione l’acqua tenderà a volatilizzarsi prima, altrimenti sarà più densa. Che tipo di alberi sono? Eucalipti oppure oleandri? Dov’è questo fuoco rispetto al fumo? L’intensità del vento é di 35 nodi (65 km/h), il fumo viene spinto avanti, il fuoco é ancora dietro.

Il tempo scorre, ma sembra rallentato. Il co-pilota controlla gli strumenti motore, ricorda i valori di velocità, ripercorre la posizione degli interruttori, ricorda la quota di sgancio. Gli occhi del Comandante tengono puntato il nemico, rapidissime scansioni agli strumenti: velocità e quota, velocità e quota, velocità e quota. Il pollice sinistro contratto é predisposto sul pulsante di sgancio. Il respiro sospeso: ci siamo. Una pressione sul pulsante, il rumore secco delle porte acqua che si aprono. Il carico d’acqua affronta il suo nemico. Lo colpisce dall’alto con l’energia del suo peso e la velocità dell’aeroplano. Il resto é fisica: II principio della termodinamica.

Il velivolo, improvvisamente alleggerito, ruota il muso verso l’alto. Motore, controllare l’assetto, verificare la velocità, chiedere al co-pilota la variazione delle superfici di iper-sostentamento, seguire la traiettoria di scampo. Direzione: verso la sorgente di rifornimento idrico.

Di nuovo controlli, predisposizione interruttori, giù per l’ammaraggio. Il 60% degli incidenti aerei avvengono durante l’atterraggio. Un pilota di Canadair può anche farne trenta di atterraggi sull’acqua. Non ci sarebbe differenza con la terra, ma qui c’é un particolare: si muove. Il lago si muove poco, ma il mare….. Lui ha la vita, sembra ti aspetti. Quando sei alto ti invita a scendere, azzurro, trasparente, immenso, poi quando sei a tre metri ti rendi conto dell’altezza delle onde, sempre troppo alte.

Abbiamo scelto la migliore direzione di ammaraggio? Siamo fra il vento frontale e l’onda lunga? Ultime verifiche. “Probes down” dice la luce arancione sul cruscotto. Il velivolo é pronto a fare acqua attraverso due bocchette che sporgono dalla chiglia per circa 12 cm. Ammaraggio, l’aereo si trasforma in un off-shore (145 km/h).

Le bocchette agganciano il mare, l’acqua irrompe nei serbatoi, il muso ha una decisa tendenza verso il basso, il peso aumenta.

Il volantino viene tirato, i muscoli del braccio sinistro si contraggono. La presa é salda, l’assetto DEVE rimanere costante. La mano destra spinge le manette, i sensi sono tesi pronti a percepire una condizione anormale che potrebbe comportare l’interruzione della manovra.

Il mare non accetta l’intruso, le onde fanno da rampa di lancio, il velivolo esce dall’acqua. Via motore ma poco, piccola variazione d’assetto, controllo del peso attuale per essere sicuri di non aver superato il peso massimo di contatto, di nuovo in acqua per completare il carico. Stille di sudore solcano il viso, altre scendono lungo la schiena, non puoi competere con il mare, é più forte lui, allora lo assecondi, oppure lo eviti.

L’indicatore dei serbatoi acqua indica pieno, “probes up” la luce diventa verde, le bocchette vengono retratte. Il motore spinge, l’aeroplano saltella sulle onde. A pieno carico, arrancando, si sforza per contrastare la forza di gravità. La velocità cresce e la novella imbarcazione transita di nuovo al suo stadio originale, ritorna ad essere un aereo. Controlli, predisposizione per lo sgancio d’emergenza, il cervello ripercorre già la traiettoria di attacco. La giostra continua.

Ecco, questo é ciò che, di massima, accade.

Chi é questo pilota, un super uomo? No, é un professionista del volo. Un pilota che oltre a saper decollare ed atterrare, a conoscere le regole del volo strumentale ed a vista, sa navigare a bassa quota, sa capire quando le condizioni meteorologiche consentono di passare in una valle o quando deve tornare indietro.

È un pilota con una grande resistenza fisica. Volare un aeroplano senza condizionamento, senza asservimento idraulico dei comandi, ed effettuare tanti atterraggi su una superficie che si muove senza preavviso é una cosa faticosa. Far seguire, ad ogni ammaraggio e relativo prelievo d’acqua, un attacco al suolo assecondando l’orografia del terreno, con un mezzo che non ha le prestazioni di un Tornado e che richiede un orecchio sempre teso ai singulti dei motori ed un occhio guardingo alla traiettoria di scampo é cosa che richiede molta attenzione fisica e psichica. E questo avviene anche per sei ore di fila nello stesso giorno.

Ecco chi é che “cavalca” il Canadair. È un professionista con uno spiccato amore per l’ambiente, con una grande passione per questa singolare forma di volo; molto pilota ed un po’ marinaio, con l’indole e la forza del guerriero per affrontare il nemico nelle sue multiformi apparenze e la pazienza di Giobbe per le lunghe ore trascorse in attesa che esso si manifesti.





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Previsioni del tempo

Cielo limpido, parzialmente coperto, nuvoloso od altro.

Precipitazioni assenti, talvolta molto diffuse, da deboli a moderate, in attenuazione/aumento al mattino, al pomeriggio o durante la notte.

Venti orientali, da sud, nord ed ovest, nulli o da deboli a molto forti. Brezza in pendio (talvolta).

Evitate di volare con chi porta sfiga.

Temperatura: stazionaria compresa tra i -5° e +30°, ma potrebbe anche superare i limiti.

Possibili nebbie, foschie dense nelle valli, oppure cielo limpido in prevalenza. Termiche per chi le trova.

Mari, fiumi e laghi al solito posto.


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Gustavo Vitali

Polloroscopo

ARIETE •

Molti pianeti nella sala d’aspetto del vostro segno. Se siete ferrovieri, farete degli scambi, ma i vostri sogni di volare resteranno tali. Evitate colpi di testa: in atterraggio sono notoriamente sprovvisti di pillole contro l’emicrania. Fortuna sfacciata al gioco rischiando solo pochi miliardi. Di conseguenza: sfiga in amore per tutti, poveri e ricchi.

TORO •

Se temete di non essere amati, presto avrete la risposta definitiva: sì, è vero, non siete affatto amati! Salute: se digiunate per 15 giorni, probabili problemi di equilibrio durante il decollo. Tornerete in piena forma nella terza decade di non si sa quale mese e neppure quale anno. Debiti in agguato. Voli solo pindarici ed erotismo in sogno. Soddisfazioni minime.

GEMELLI •

Conoscerete una persona nuova che non vi interesserà minimamente ed alla quale di voi non gliene frega proprio nulla. Nei voli di cross non andrete al di là di qualche centinaio di metri. Il vostro braccio guarirà presto da una caduta casalinga. Purtroppo l’encefalogramma resterà definitivamente piatto. Inattese visite di parenti ed amici al capezzale.

CANCRO •

Mercurio smetterà di farvi degli scherzi da prete e comincerà a tempestarvi di sfiga. Nelle rare giornate di sole volerete con piloti insopportabili ed incompetenti. Peccato che siano loro a condurre il biposto. In gita scoprirete aspetti insospettati nella persona a voi vicina. Niente paura: ritroverete il portafoglio anche se vuoto.

LEONE •

Per i nati sotto questo segno è probabile che nello stesso periodo cadrà il loro compleanno. Due notizie, una splendida ed una inaspettata: tutto il club vi festeggerà con fiumi di champagne in uno splendido locale notturno; purtroppo vi toccherà pagare un conto d’importo davvero inaspettato. Malumore nei giorni successivi, ma durerà solo per i primi 360.

VERGINE •

Se siete in cerca di partner, potreste conoscere persone di 93 e più anni, del tutto spiantate e con forti inclinazioni maniacali. Il vostro psichiatra vi aiuterà a superare i rari momenti di felicità. Del tutto inutile cambiare vela o deltaplano: siete negati per il volo. Ed anche per il sesso. Pertanto è pure inutile cambiare look, amicizie, materasso, ecc.

BILANCIA •

Se lavorate alla Malpensa, periodo pieno di movimento. Per gli altri si creerà una situazione affettiva stabile: soli eravate e soli resterete. Per consolarvi, gli amici vi saranno accanto in decollo con gufi ed altre simpatiche simbologie. Saturno entrerà nel Toro probabilmente come nuovo azionista. Ma tanto voi di economia che ne capite?

SCORPIONE •

Il chirurgo che vi opererà è sposato con la persona con la quale andate a letto. Potrebbero sorgere delle complicazioni. I Pesci entreranno nell’Acquario, ma solo dopo che lo avrete adeguatamente pulito. Nausea in decollo, vomito durante il volo e panico in atterraggio. Prudenza negli investimenti (in senso finanziario e fisico).

SAGITTARIO •

Scoprirete la vostra anima gemella a letto con dei Gemelli e/o Gemelle. Anche se fossero del Toro è pur sempre un’orgia! Avventure neanche a piangere. Voli mai oltre i 4 minuti. Amicizie davvero disinteressate: infatti non ce ne sono. Salute al minimo. Ma avete ancora tutta la vita davanti e potete decidere con calma: veleno? pistola? lametta? Mah!

CAPRICORNO •

I pianeti vi garantiscono fascino e serenità per un periodo favoloso nell’ambito affettivo ed in quello professionale. Sarete al centro dell’attenzione, intraprendendo nuove e strepitose relazioni. La carriera metterà le ali. Voli lunghi e rilassanti. Fortuna al gioco. Il problema sarà spiegare ai Carabinieri come vi siete procurati gli allucinogeni.

ACQUARIO •

Nulla di buono per i nati sotto questo segno. Con Urano nella Vergine, Marte in Bilancia e la Luna che sta con Plutone, a reggere il moccolo restate solo voi. Un po’ meglio le donne: potranno pulire la casa, lavare i panni, fare la spesa ed essere molestate non appena escono per strada. Andare a volare?!?! Ma pensate piuttosto ai debiti!

PESCI •

E’ evidente che il volo libero non fa per voi, ma è sempre meglio che essere Curdi in Turchia o girare in topless per l’Afganistan. Per i fotografi, momenti positivi e momenti negativi con scatti d’umore e sviluppi nel raggiungere gli obbiettivi. Mettete a fuoco la vostra situazione: non è certo nitida. Prestazioni sessuali opache. Dolori al diaframma.


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Gustavo Vitali

Passeggero per forza – V parte

(Guida per tutti i fifoni del volo)

 

IL BATTESIMO DELL’ARIA

“Uccelli in cielo, pesci in mare, uomini in terra.” (ERMANNO TANZI)

Al primo volo ti senti come uno che si presenta in bermuda e ciabatte alla prima della Scala. Però non te ne accorgi subito. Si tratta di un processo lento e inesorabile che mette impietosamente a nudo la tua inesperienza di neofita, e ti fa sentire prima ridicolo, poi imbranato e sempre fuori posto. Dopo essere arrivato in aeroporto con quattro ore d’anticipo il neopasseggero si riconosce dal fatto che non usa il carrello per i bagagli, perché o non ne conosce l’esistenza, o non si fida della novità, così soccombe sotto il peso delle proprie borse ansimando come un maniaco mentre se le trascina per l’aeroporto; le valige sono sicuramente troppe e troppo morbide, cosicché finiranno pressate nella stiva fra i bauli corazzati ultimo modello dei passeggeri esperti, e, al ritorno, quando verrete accusati di contrabbando di diamanti, sarà imbarazzante spiegare che si trattava di un vaso di cristallo boemo intero comprato a Praga. Se vedete la coda alla cassa del duty-free, noterete subito il neofita che, rosso in viso ed impacciato, fruga nel marsupio che tiene sotto la camicia, che è sotto la felpa, che è sotto la giacca a vento, alla ricerca del biglietto aereo che aveva prudentemente nascosto, e che la cassiera gli ha appena chiesto. Il fatto è che non conosciamo le regole e diventiamo facilmente riconoscibili: già alla partenza abbiamo borse di plastica ricolme di articoli comprati al duty-free dove ci siamo fatti travolgere dal miraggio del falso risparmio. Oppure stiamo sarcasticamente ridendo di “quell’idiota” in fondo al corridoio che ha comprato borse di oggetti e sarà costretto a portarseli per tutto il viaggio, mentre noi “furbi” faremo acquisti al ritorno. Tutti noi, la prima volta, abbiamo scoperto che il duty-free c’è solo all’aeroporto di partenza. Al mio primo volo ho commesso i tre errori di ogni debuttante: bar, edicola e bagaglio a mano; in aeroporto: caffè, brioche, pizzetta, ventimila. In aereo ti rimpinzano gratis come un maiale all’ingrasso, ma tu sei già pieno e il portafoglio già vuoto. A terra ti compri ogni sorta di giornale per passare il tempo e poi scopri che a bordo li distribuiscono gratuitamente, e ti senti un coglione. Poi c’è il bagaglio a mano: il neofita non ne ha, perché scopre a cosa serve solo quando a New York lo informano che la sua valigia è finita in mano a una tribù di aborigeni dell’Australia orientale. Questo è lo scotto da pagare al battesimo del volo, ma ci sono anche piacevoli scoperte cui il passeggero va incontro come il bimbo che scopre il mondo per la prima volta. Chi di voi, arrampicandosi sulla scaletta dell’aereo con quella velata angoscia nel cuore di chi sta per sfidare le leggi della gravità, non ha pensato fra sé e sé “Quant’è grosso sto coso! Ma come cazzo fa a volare?” E proprio mentre cominci ad essere assalito dai grandi dubbi della vita e ti sta balenando l’idea di girarti, scendere e prendere il treno, ecco che d’incanto ti appare il paese dei balocchi: hostess sorridenti in minigonne dagli spacchi improbabili, steward alti e biondi dai denti perfetti, ti accolgono salutandoti nella tua lingua. E così ti distrai ed entri, attratto come Ulisse dal canto delle sirene. Solo più tardi capisci che il personale delle compagnie aeree è diviso in tre categorie: quelli belli che ti accolgono sulla porta, quelli brutti che stanno all’interno, e quelli intelligenti che lavorano a terra. Ma ormai il portellone è chiuso e tu sei a bordo. La durata del volo è scandita da tre o quattro occupazioni abbastanza ripetitive e scontate: i primi venti minuti ti lasciano in pace, perché tutti sistemino i bagagli e trovino il loro posto, così puoi osservare l’umanità che ti circonda e sospettare che l’arabo con occhiali scuri e valigetta sia un dirottatore palestinese. L’altro fattore di preoccupazione è la poltrona vuota al tuo fianco e così speri che l’obesa signora sudata e ansimante che sta lentamente avanzando nel corridoio non tocchi proprio a te. Scherzi a parte, l’importante è che il vicino non sia invadente e chiacchierone; se comincia a fare domande dategli una botta in testa subito, tanto vi verrebbe lo stesso la voglia di farlo dopo un’ora, almeno guadagnate tempo. Personalmente, quando sono su un aereo, dal momento in cui mi siedo fino all’atterraggio, soffro come un cane, mi pietrifico, smetto di muovermi, di parlare, di respirare, e non c’è cosa peggiore di avere al fianco un rompiballe che non conosci, che non vuoi ascoltare e che ti informa che secondo lui manca un bullone sull’ala che vede dal finestrino. Una volta esaurito il rituale della consegna dei posti, le mosse delle Compagnie aeree per distrarti si susseguono in studiata sequenza: prima lasciano agire l’istinto fanciullesco insito in ognuno di noi, così a loro basta riempire di balocchi il tascone del sedile davanti a noi per farci sentire come da piccoli la mattina di Santa Lucia davanti ai regali da aprire. In quelle condizioni siamo innocui. Ciascuno di noi abbandona ogni pensiero attirato da gadgets, riviste, oggetti, che escono senza fine dal magico tascone modello Eta Beta, ed estrae coperte, giornali, profumi e balocchi, ed annusa, assaggia, legge e soprattutto imbosca. Sparisce il bimbo emozionato dai regali ed appare il ladro consumato. Tutti vogliamo un ricordino, così vedi insospettabili distinti signori nascondere mascherine da notte che non useranno mai. Se c’è qualcuno di voi che non ha rubato qualcuno degli oggettini da tascone è solo perché in preda all’euforia da atterraggio e alla smania di scendere si è dimenticato la refurtiva sul sedile. Inebriato dai balocchi che ti circondano non ti accorgi del decollo e per continuare a distrarti dal fatto che il tuo sedere viaggia a diecimila metri dal suolo, le sorprese proseguono con l’arrivo del carrello dei giornali, che il neofita prima rifiuta, poi rincorre disperatamente una volta scoperto che è gratis. Dopo aver cercato affannosamente la Gazzetta dello Sport (che non c’è mai), il Corriere (finito), la Repubblica (in sciopero), si accontenta di una copia del Frankfurter Allemander pur di poter arraffare qualcosa; non sa una parola di tedesco, ma è soddisfatto del bottino. Sui voli a lunga percorrenza non potrebbe mancare l’emozione del cinema e dopo un’oretta di viaggio cominciano a proiettare film con audio selezionabile in tutte le lingue, dal cinese mandarino all’antico indù, dall’esperanto al geroglifico egizio, tutte tranne la nostra. Per distrarre noi italiani ci sono le hostess e il cibo, il problema è che abbocchiamo all’amo facilmente: fra tutte le teste che fissano lo schermo del cinema, siamo gli unici che allungano il collo a giraffa per vedere lo spacco della hostess che è appena passata nel corridoio. Quando transita il carrello delle bevande, facciamo incetta come profughi, nascondendo le lattine nello zaino, senza aprirle, per avere la scorta e soprattutto perché è gratis. Svuotato il tascone dei giochi, sbirciate le figure del giornale germanico, visto ma non sentito il film in prima visione, è ora di pranzo. Mangiare sull’aereo è come fare bricolage: o ci sei portato o t’incazzi dopo un minuto. I problemi sono tanti e tutti insieme: lo spazio è quello che avresti con una camicia di forza chiusa bene, il gusto del cibo varia tra il sapone aromatico e il plastica fredda tanto che spesso ci mangiamo le posate senza accorgercene. Il passeggero affamato si trasforma in un equilibrista senza speranza, solo il campione mondiale di puzzle riesce a coordinare perfettamente la vaschetta del pollo con il bicchiere dell’acqua, il panino con la porzione di dolce, e riuscire a incastrare tutto in precario equilibrio sul tavolino di plastica lillipuziano. Da qui in avanti ci vuole solo fortuna, perché basta un colpo di tosse tre file più indietro perché la macedonia travolga il ragù di carne e il panino cada a terra rotolando fino alla cabina di pilotaggio. Solo dopo aver provato l’esperienza del pranzo a bordo si comprende esattamente perché è tutto gratuito: se vi facessero pagare il conto morsichereste la prima hostess a tiro. Un capitolo a parte meritano i bagni degli aerei. Tutti noi siamo un po’ restii alle novità, un po’ per paura, un po’ per pigrizia, e speriamo di non averne mai bisogno, ma sarà l’emozione del volo o le troppe bevute, ecco che ti capita la necessità impellente di andare in bagno, e sei costretto ad affrontare il nemico. La parte più difficile è entrare, primo perché non sai se la porta non si apre perché sei imbranato o perché è occupato; secondo perché la vescica ti scoppia e i minuti passano inesorabili. La toilette di un aereo è un mondo a parte. Non vi svelerò i suoi segreti. Dirò solo che se siete così bravi da non pisciarvi sui pantaloni è perché ve la siete fatta sulle scarpe, e aggiungerò che ci sono persone convinte che quello che lasciano nel water, esca dall’aereo e cada, diecimila metri più sotto, in testa a qualcuno. Una breve parentesi anche per i cellulari: le strumentazioni degli aerei meno moderni possono essere gravemente disturbate da questi apparecchi; se vedete qualcuno che sta telefonando alla mamma, assalitelo, bastonatelo e fategli cadere il telefonino. Meglio quello dell’aereo. Così facendo, fra regalini, abbuffate, film in prima visione e bagni spaziali, veniamo distratti dalle nostre paure e portati a destinazione. Ma anche atterrati noi neofiti ci facciamo notare, perchè fra tante facce stanche dal viaggio, sfoderiamo un sorriso smagliante, felici di essere di nuovo a terra, ma ignari del rito del ritiro del bagaglio. Appena scesi vorremmo correre di gioia, ma ci attende l’ultima prova: il nastro delle valigie. Una segnaletica contorta ci dovrebbe condurre alla sala del supplizio finale, ma un po’ incerti e un po’ pecoroni seguiamo in gruppo il passeggero che con decisione prende il comando puntando senza esitare fra i meandri dell’aeroporto; solo dopo quindici minuti di marcia, quattro scale mobili, due terminal e cinque corridoi, stremato il capobranco si arrende e si ferma sconsolato, provocando il tamponamento della mandria al suo seguito. Una volta raggiunta la sala ritiro bagagli tutti i passeggeri si dispongono in religioso silenzio pieni di speranza, una speranza che si affievolisce con il passare dei minuti e dei bagagli degli altri, perché se tutti ce l’hanno fatta a scendere dall’aereo, non tutti ce la faranno a riavere le loro valigie. Non si può volere tutto dalla vita. Ma che importa davanti alla sensazione di essere di nuovo a terra, padroni di se stessi, sani e salvi, in preda ad un felice rilassamento da scampato pericolo? Ora potete di nuovo lasciare agli altri la convinzione che l’aereo sia sicuro e soprattutto veloce, non prima di aver ricordato che le ferrovie ci garantiscono Milano-Roma in tre ore, le autostrade in quattro, l’aereo in quarantacinque minuti, escludendo l’ora da casa all’aeroporto, l’ora per l’imbarco, l’ora per il ritiro dei bagagli, e il tragitto aeroporto-città nel caos della capitale. Lasciamoci prendere in giro ! Ormai abbiamo di nuovo i piedi a terra e sopporteremmo qualunque cosa, certi che l’aeroporto più bello del mondo per noi è sempre quello di arrivo.

Battute a parte, ognuno ha le proprie paure, le proprie sicurezze, il proprio modo di viaggiare. Ciascuno merita rispetto, e, intendiamoci, ammiro chi riesce a rilassarsi su un bus, chi si gode il panorama dal treno, chi ama la vita di crociera, chi non salirebbe mai su un aereo e chi salirebbe solo su un aereo. Io, lo ripeto, ho paura di volare, ma lo faccio per vedere nuove città, paesi lontani, sono un passeggero per forza. Da sempre però una domanda mi tortura. Perché tutti noi passeggeri, fifoni o convinti che siamo, applaudiamo fragorosamente il pilota all’atterraggio? Avete mai applaudito il macchinista che vi porta in stazione, l’autista alla fermata del bus, o il capitano della nave? E allora, amici, forse è perché dentro di noi, non siamo poi così tanto sicuri di arrivare.

 


 

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Nicola Tanzi