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Vivo per Miracolo

Vivo per Miracolo Vivo per Miracolo: Storia di un ragazzo scampato ai pericolo della guerraGuido Enrico Bergomi; Veant 2011WorldCatLibraryThingGoogle BooksBookFinder 

Quasi 18’000 ore di volo, circa 30’000 atterraggi compiuti in 186 aeroporti sparsi in tutto il mondo pilotando 43 diversi tipi di aeroplani e 46 differenti modelli di alianti, motoalianti e ultraleggeri”.

Si può sintetizzare in questa manciata di freddi numeri l’intera esistenza di un uomo? Certo che no!

Di questo, probabilmente, se ne è reso conto il nostro Guido Enrico Bergomi che, “attaccata la cloche al chiodo”, ha trovato il tempo e la voglia di raccontarsi in una autobiografia densa di avvenimenti, luoghi, persone e – inevitabilmente – macchine volanti. Se però vi aspettate un’opera romanzata con una prosa segnata da venature poetiche che sconfinano nel romanticismo, beh, è evidente che non avete compreso appieno lo spirito che anima l’autore, universalmente conosciuto per il suo preziosissimo “Nuovo manuale del volovelista”.

Egli ha aperto il baule dei ricordi, è vero, ma non si è abbandonato a patetiche nostalgie né a gratuite

Vivo per Miracolo - Guido Enrico Bergomi - II Copertina
La retrocopertina del bel libro: “Vivo per miracolo”

autocelebrazioni. Con la feroce stringatezza che gli è proverbiale e che contraddistingue il famoso “manuale”, il buon Bergomi ci accompagna con una narrazione scorrevolissima lungo l’ottantennio variegato della sua esistenza.

Il prologo del volume è costituito dall’episodio chiave che, appena quindicenne, lo vede scampare fortunosamente ad un mitragliamento di P47 Thunderbolt ma che, purtroppo, gli strapperà per sempre la mamma. Siamo a Milano, durante l’inverno del ‘45 e quell’incontro inatteso con i cacciabombardieri americani, per quanto funesto, segnerà in modo indelebile il futuro dell’autore, quasi a preludere un futuro tra gli aeroplani (e non solo). Da qui il titolo del libro – azzeccatissimo a nostro parere – il cui sottotitolo anticipa in estrema sintesi le 150 pagine che ci conducono fino all’epilogo:“Il mio ultimo volo in aeroplano è datato 30 ottobre 2002 mentre nel volo a vela l’ultimo volo risale al 18 novembre 2005. Dopo queste date, di mia spontanea volontà, ho deciso di lasciare definitivamente la mia attività volativa. Amen!”

E’ un libro che, inutile dirlo, si legge tutto d’un fiato come accade solo i per i grandi best sellers perché, come in quel genere di volumi, l’esistenza dell’autore è un susseguirsi di avventure rocambolesche, di vicissitudini ed episodi memorabili tanto che talvolta viene naturale chiedersi se sono frutto di fantasia. Ma le foto che, in quantità, impreziosiscono il testo, suffragano la veridicità del racconto.

Insomma, un libro che il lettore chiuderà con un certo rammarico, mitigato solo dalla malcelata promessa dell’autore, di regalarcene ancora degli altri. E noi, siamo qui, comandante Bergomi, ad attendere fiduciosi.



Recensione a cura della Redazione

Libro Il Nuovo Manuale del Volovelista di Guido Enrico Bergomi
Nuovo Manuale del Volovelista
Avventure di un Pilota nella Compagnia di Bandiera - Guido Enrico Bergomi - Copertina
Avventura di un pilota nella compagnia di bandiera negli anni 60-70

Avventura di un pilota nella compagnia di bandiera negli anni 60-70

Avventura di un pilota nella compagnia di bandiera negli anni 60-70 Avventura di un pilota nella compagnia di bandiera negli anni 60-70Guido Enrico Bergomi; Veant 2010WorldCatLibraryThingGoogle BooksBookFinder 

Dove eravate nell’arco di tempo che intercorre tra dal settembre 1958 a tutto il 1976? Di sicuro scorrendo le pagine di questo volume scopriremo facilmente come lo ha trascorso il suo autore.

Al momento è il terzo libro (in una serie di quattro) che, in ordine di pubblicazione, egli ci ha concesso. Ma confidiamo fiduciosi che se ne aggiunga un quinto, poi un sesto e così via.

Così, dopo “La mia vita con il mustang” e “La mia vita in Aeronautica militare” ecco finalmente il racconto di quei 18 anni di lavoro che hanno visto il nostro Comandante Guido Enrico Bergomi impegnato assai intensamente quale pilota civile della nostra Compagnia di bandiera. Dapprima come copilota del turboelica Vickers Viscount poi, passando ai più moderni DC 8/43 e al DC 9/30 per chiudere brillantemente la sua carriera sul DC8/62.

18 anni che lo hanno visto coprire il corto, il medio e il lungo raggio, svolgere il ruolo di Secondo Pilota, poi Comandante, nonché Istruttore e Controllore. Un’attività febbrile che si concretizza in poco meno di 10’000 ore di volo alle quali andrebbero aggiunte, per correttezza statistica, circa altre 1’000 ore svolte al simulatore.

Da qui è facilmente immaginabile la sequela impressionante di episodi, vicissitudini e situazioni particolari che il nostro autore ha vissuto in prima persona o di cui è stato testimone e che, ne siamo sicuri, lasceranno esterrefatto il lettore più smaliziato.

Copertina dell'edizione Bibliotheka 2015 di Avventure di un Pilota nella Compagnia di Bandieraì
La copertina del libro: “Avventure di un pilota nella Compagnia di bandiera” nell’edizione Bibliotheka pubblicato nel 2015

Un esempio? … quella di un pescatore che, a Palermo, durante un assolato pomeriggio estivo, si dilettava nella pesca “a bomba”. Ebbene sì, avete letto bene: a b-o-m-b-a. Ossia: l’allegro pescatore, confidando di non essere scorto da nessuno, a bordo della sua barchetta e all’interno di una stretta caletta irraggiungibile da terra, raccoglieva un notevole bottino lanciando in acqua degli ordigni imprecisati anziché delle convenzionali reti. Ora vi chiederete cosa c’entra in questa vicenda il nostro autore? C’entra. Dovete sapere che egli, in qualità di istruttore stava addestrando un gruppo di piloti a bordo di un DC9/30 per il rilascio delle abilitazioni su quel velivolo. Ora il caso voleva, meschino, che la fase finale del circuito di atterraggio dell’aeroporto di Palermo, costeggiasse quel tratto di costa, deserta e molto frastagliata. Ebbene, immaginate di volare quello stesso circuito per dozzine di volte, a bassa quota e a bassa velocità ed ogni passaggio vediate esplodere una nebulosa colonna d’acqua -probabilmente mista a pesce, aggiungiamo noi -. Cosa pensate che sia accaduto al fantasioso pescatore? … non riuscite ad immaginarlo, vero? Allora perché non leggerlo?

E la volta che a Colonia … e quell’altra volta a Philadelphia? … beh lo scoprirete sempre leggendo questo volume.

Venendo allo stile dell’autore: è quello cui ci ha abituato già nei precedenti volumi. Ossia evita rigorosamente qualsiasi orpello letterario, rifugge inutili descrizioni ambientali o connotazioni fisiognomiche, non si dilunga in considerazioni personali, riporta in modo asettico episodi ed avvenimenti quasi fosse un resoconto giornalistico. Ne risulta un volume godibilissimo che fa venir solo voglia di leggere il quarto volume della serie. Certo, in qualche capitolo la narrazione appare fin troppo distaccata, e talvolta vi chiederete – ne siamo certi – se l’eccessiva stringatezza del testo sia dovuta alla feroce autocostrizione di voler racchiudere 18 anni di vita professionale (a dir poco così variegata) in sole 150 pagine oppure ad una scelta – discutibile – dell’editore … no, niente di tutto questo: Bergomi è così e il suo stile è un marchio letterario depositato. Non è il classico Comandante che si loda (e inevitabilmente poi si sbroda) né il pilota che si autoincensa raccontando “ho fatto, ho visto”. Egli, invece, è uno di quei pochissimi piloti che anzitutto “si racconta” – e non è poco, aggiungiamo noi – e poi narra con tono pacato, venato da una modestia viscerale. Per questo motivo gli perdoniamo il suo scarno modulo letterario, il suo raccontare ma non romanzare, la sua schematicità anche nel divagare tra le memorie di una vita .

Immancabili come sempre, le originalissime foto che costituiscono un valore aggiunto alle vicende narrate. Alcune ritraggono anche l’autore ed è pure un gran bel pezzo di autore – le lettrici ne converranno – .

In ultima analisi: un ottimo libro di ricordi che, pagina dopo pagina, ci svela un epoca in cui quello di diventare un pilota era il sogno più frequente dei bambini. Ebbene, Bergomi questo sogno lo ha coronato e, come tutti i bravi nonni, è qui a raccontarcelo. E noi, tutti ad ascoltarlo, come fosse una grande favola.



Recensione a cura della Redazione

Libro Il Nuovo Manuale del Volovelista di Guido Enrico Bergomi
Nuovo Manuale del Volovelista
Vivo per Miracolo - Guido Enrico Bergomi - Copertina
Vivo per Miracolo

Fuori Campo

Fuori Campo Fuori CampoAntonio Colombi; Ilmiolibro.it 2012WorldCatLibraryThingGoogle BooksBookFinder 

Lorenzo è in volo nei pressi di Spoleto e sta pilotando un aliante monoposto in un cielo limpidissimo di piena estate; è tardo pomeriggio, i cumuli si sono dissolti, la quota in costante, inesorabile diminuzione, nessun refolo di vento o una provvidenziale ascendenza: ormai tutto lascia presagire un inevitabile fuori campo.

Ma cos’è il fuori campo?

Questa espressione gergale, che suonerà piuttosto vaga ai più e  per qualcuno addirittura inquietante, è tipica del mondo del volo a vela e sta ad indicare semplicemente l’atterraggio di un aliante in un prato (coltivato e non) sgombro di ostacoli e sufficientemente lungo. Comunque diverso da un aeroporto o da un’aviosuperficie. A volte il campo si può ridurre anche ad una minuscola radura, un pendio o una semplice strisciata di terra all’incirca pianeggiante. Alla disperata può andar bene anche un lago o la cima degli alberi.

Questo in teoria, in pratica si tratta di atterrare su un terreno in cui, dall’alto, non si può essere certi dell’assenza di potenziali insidie come: fossetti di drenaggio, tubi di irrigazione, zolle, recinzioni, sassi, o buche. Nella pratica abituale il tutto si traduce in un atterraggio corto, nell’attendere la squadra di recupero, smontare l’aliante, collocarlo un carrello da trasporto stradale, offrire una ricca cena agli intervenuti e riportare tutto e tutti presso l’aeroporto di partenza. Talvolta l’aliante riporta dei danni e molto, molto di rado il pilota.

In effetti il fuori campo non è un evento raro per chi pratica il volo a vela e benché non sia una vera e propria emergenza né un dramma di indicibile portata, sicuramente il primo fuori campo costituisce un momento di passaggio nel corso della lunga “carriera” del volovelista. Certo è che lo sottopone ad un impegno e ad uno sforzo di concentrazione difficilmente eguagliabili in cui egli deve dare il meglio di sé. E’ il momento in cui deve ritrovare sé stesso, in cui deve mettere a buon fine ciò che ha imparato durante il corso di pilotaggio e raccolto in termini di esperienze di volo. E non solo: carattere, forza d’animo, serenità interiore, autostima, fortuna, ebbene tutto contribuisce al buon esito dell’atterraggio.

Quasi sempre i minuti che intercorrono tra la decisione di atterrare in quel determinato campo e l’effettivo contatto con il terreno sono una Fuori Campo - Antonio Colombi - IV di copertinamanciata, tuttavia sono sufficienti al pilota per riavvolgere il nastro di un’intera esistenza e vederla scorrere velocemente, a ritroso, davanti ai propri occhi.

E’ dunque questo il pretesto narrativo mediante il quale conosciamo Lorenzo: romano, laureato in geografia, professione fotorepoter freelence, giramondo, inquilino occasionale di una casa vuota, single suo malgrado. E’ grazie a questo caleidoscopio della memoria di Lorenzo che lo incontriamo all’inizio del libro, in compagnia del babbo, sul balcone della casa dell’infanzia, intento ad osservare degli aeroplani bianchi dall’enorme ala e senza motore, oppure lo vediamo ricevere, in occasione della festa di compleanno per i suoi 40 anni, un regalo assai singolare: un corso di pilotaggio in aliante. E ancora: il primo volo solista, la prima emergenza in decollo, la morte del proprio istruttore a causa di un incidente di volo, il volo in onda, un memorabile volo di distanza, la prima volta in volo con la donna che ama, lo stage nel Centro di volo a vela francese, il volo acrobatico, ecc ecc … fino a giungere all’istante cruciale in cui, tornati alla situazione iniziale del libro, toccheremo terra assieme a Lorenzo in quello che è il suo primo fuori campo.

In fin dei conti, metaforicamente parlando, chi nel corso della nostra esistenza non ha vissuto almeno una volta un fuori campo? … e allora, come Lorenzo, l’importante è toccare bene terra e, di lì a breve, tornare di nuovo in volo. Magari col rischio di farne ancora. Cosa? … di fuori campo!

In fin dei conti, sempre metaforicamente parlando, tutto il libro lancia un messaggio di fiducia nel futuro che si può sintetizzare in questa frase pronunciata dal protagonista:

[…] Ci sono voli necessari nella vita, ci sono decolli che devo assolutamente affrontare, ci sono traversoni che devo necessariamente sopportare, anche se noiosi o turbolenti, perché la vita mi mette di fronte a molteplici decolli per ripartire, mi obbliga a tanti improvvisi trasferimenti dell’anima e del corpo, perché la vita è un volo continuo, perenne, emozionante e senza un piano di volo dichiarato. […]

Il romanzo, come riportato nella IV di copertina, è il secondo ad essere pubblicato in ordine di tempo (anche se supponiamo che sia stato scritto per primo). Esso rispetta pienamente la regola universale della narrativa che prevede una fortissima componente biografica nel libro di esordio di uno scrittore. E il buon Antonio Colombi non viene meno a questa tradizione. Né è dimostrazione la ricchezza dei particolari e soprattutto la verosimiglianza di quanto narrato: tutto lascia supporre una conoscenza assai profonda e diretta del mondo volovelistico. In effetti, sempre le note biografiche presenti nella IV di copertina, ci confermano che l’autore è un pilota di aliante, oltre che fotografo; se ciò non bastasse, una minuscola foto ritrae il Colombi con indosso il paracadute accanto ad un aliante, nell’hangar dell’Aeroclub di Rieti, intento a prepararsi per un volo. Perciò non costituisce assolutamente un azzardo ritenere che la figura e le esperienze vissute da Lorenzo scaturiscano e si sovrappongano in un tutt’uno con quelle vissute dall’autore e viceversa.

Fuori Campo - Antonio ColombiIl romanzo è dunque fortemente introspettivo e ha, talvolta, il sapore di una seduta di autoanalisi. Non è l’elenco delle proprie gesta volative bensì un guardarsi dentro e un volare nel proprio universo interiore piuttosto che in quello aereo, ambiente abituale dei volovelisti. Un modo di Antonio per fissare le proprie esperienze, sentimenti e vicissitudini e, per i lettori, di viverle assieme a Lorenzo.

Protagonista assoluto e voce narrante di tutto il libro è appunto Lorenzo, pochi ed essenziali i dialoghi, esiguo il numero dei personaggi secondari tra cui spiccano l’istruttore di volo Alberto Bianchetti (da cui prende il nome l’Aeroclub di Rieti, ndA), e il grande (e forse il primo e vero) amore che porta il nome di Micaela.

La prosa è articolata e molto ricca di espressioni poetiche al punto che si rimane stupiti che un uomo – non Antonio Colombi, evidentemente – possa dimostrare una simile sensibilità nonché delicatezza narrativa.

Nel testo sono presenti diversi espressioni o termini tipici del mondo del volo a vela ma non gratuiti tecnicismi; l’autore ne fa un uso assai moderato e, comunque, ogniqualvolta accade, ne spiega chiaramente il significato. Così facendo “Fuori campo” diventa un libro che, di sicuro, può interessare i praticanti o anche i semplici curiosi delle attività aeree (che siano sportive e non) ma è alla portata anche dei lettori che non sono ferrati in tema aeronautico e che prediligono una narrativa fatta di riflessioni più che di storie.

La costruzione dei periodi è semplice e davvero fluida tuttavia l’eccessiva frequenza di figure retoriche, rallenta non poco la lettura che, di per sé, sarebbe molto piacevole. D’altra parte, è bene rammentarlo, questo è il volo dell’anima di Lorenzo/Antonio lungo una vita, seppur breve, e non la cronaca di un vero fuori campo.

Lo stile di Colombi è moderno ma, trattandosi di un testo introspettivo, quasi psicoanalitico, è tutt’altro che scialbo, anzi … spesso diventa barocco per l’uso – lo sottolineiamo ancora una volta – sempre delle figure retoriche. In verità occorrono un paio di capitoli per entrare in sintonia con l’arte scrittoria di Antonio Colombi ma poi tutto il resto è un vero piacere per la mente.

In definitiva un romanzo assai gradevole da leggere con comodo, senza premura, che vi consigliamo di sorseggiare come un ottimo liquore a fine pasto.

Per finire, ecco alcune frasi del libro che ci hanno colpito particolarmente e che, a mo’ di anteprima, vi riportiamo:

– Il volo in aliante è così, tanto affascinante quanto drastico. O tutto o niente. Non c’è il motore, non c’è una duplice possibilità. In aliante tutto è carta vince o carta perde.

– In aliante, come in amore e in amicizia, non è importante la distanza che si percorre per arrivare in un luogo, bensì il percorso che si fa, insieme, per arrivarci.

– Il volo in aliante è terapeutico per i sensi, per l’anima e per gli occhi che vedono il mondo da una diversa prospettiva.



Recensione a cura della Redazione

Sopravissuto

Sopravvissuto Sopravvissuto: La vita dell'atleta olimpionico, eroe di guerra e sopravvissuto alla prigionia giapponeseLouis Zamperini; Newton Compton 2015WorldCatLibraryThingGoogle BooksBookFinder 

Quando Gregory “Pappy” Boyington, (membro delle famose “Tigri Volanti” e della 214ma squadriglia, nota anche come “Squadriglia delle pecore nere”, nonchè autore del libro autobiografico:  , ndA – di cui è possibile leggere qui la recensione, ndR -) era prigioniero in Giappone, nei due campi di Ofuna e Omori, vicino Tokyo, per due anni aveva vissuto tra indicibili violenze e crudeltà. Ma non erano mancati interessanti episodi di solidarietà e persino di umanità.

Nel periodo di prigionia arrivavano nuovi prigionieri, che portavano notizie sull’andamento della guerra, sebbene i prigionieri non potessero parlare tra loro se non a rischio di crudeli ripercussioni o della vita stessa. Uno di questi era Louis Zamperini, ma non avevo mai fatto caso a questo nome italiano leggendo “L’asso della bottiglia” . Eppure Boyington ne aveva parlato nel suo libro.

Louis Zamperini a destra
Louis Zamperini a destra. A sinistra si nota il commilitone in stampelle e con il pantalone delle gamba sinistra piegato all’insù … segno che gli è stata amputata la gamba. Evidentemente Lucky Louis – così lo soprannominavano i suoi compagni di volo – fu davvero più fortunato.

Sopravissuto - Louis Zamperini - II copertina
Molto discutibile la scelta di chi ha curato il progetto grafico di questa edizione italiana nel ritrarre Loius Zamperini in età senile; terribilmente imbarazzante invece collocare in copertina dei bombardieri pesanti inglesi Avro Lancaster che nulla hanno a che fare con le vicende narrate nel romanzo. Chi lo ha letto davvero sa bene che Zamperini volò su bombardieri pesanti americani Consolidated B24 Liberator. Confidiamo che, in occasione della successiva ristampa, l’editore provvederà a sanare lo svarione con  una copertina più verosimile

Per superare le difficoltà dovute alla scarsa alimentazione e al tormento della vera Fame – quella con la effe maiuscola -, Zamperini ricorreva ad uno stratagemma, che aveva anche il vantaggio di tenere le menti impegnate e allontanare il pericolo della depressione. Lui descriveva con precisione maniacale una marea di ricette culinarie che, a detta sua, la madre italiana gli preparava a casa prima della guerra. Tutti ascoltavano per ore la sua descrizione di come queste ricette venivano preparate, giurando che, dopo la liberazione, le avrebbero immancabilmente preparate tutte, una per una, nessuna esclusa.

Zamperini era arrivato ad Ofuna prima di Boyington, infatti descrive il momento in cui Boyington arriva. Questa descrizione si snoda in poche righe, ma per me che conosco i fatti come se fossi stato con loro nel Pacifico, è fonte di un’emozione incontenibile. Ancora una volta è l’occasione di vedere gli stessi fatti con un altro paio di occhi.

Le vicende che portano Zamperini ad Ofuna sono lunghe e anche quelle che seguono la sua liberazione due anni dopo lo sono altrettanto. Non le descriverò, per lasciare al lettore tutto l’interesse nella lettura.

Consiglio questo libro a tutti, sicuro che quelli che mi conoscono mi ringrazieranno. Ma per meglio meritare questi ringraziamenti consiglio di leggere entrambi i libri, quello di Boyington e quello di Zamperini. Il primo si trova nelle bancarelle, usato costa pochi euro. Il libro di Zamperini, invece, è nelle librerie, pubblicato giusto nel 2014. Inoltre, sarà utile sapere che a breve uscirà un film con Angiolina Jolie e ricalcherà la vita di Zamperini (i due si conoscevano e si frequentavano perché entrambi abitavano in case vicine sulle colline di Hollywood), sia quella ante guerra, quando era un atleta olimpionico di fama mondiale, sia quella durante e dopo la guerra. Zamperini è morto nel 2014.

E ora vi devo una breve confessione: quando ero ragazzo leggevo molto, specialmente libri che parlassero in qualche modo di aviazione. Mi capitò tra le mani, non so come, un libro intitolato: “L’asso della bottiglia”, con il viso di un pilota sulla copertina.

Sopravissuto - Louis Zamperini - III copertina
Quello di Louis Zamperini è l’ennesimo caso di un italiano illustre (o comunque figlio di italiani emigrati negli USA) che è rimasto del tutto sconosciuto in Italia almeno fino a quando la sua esistenza non è diventata un film. Peraltro la sua sceneggiatura è stata ricavata adattando per il cinema i contenuti di un altro libro dal dedicato a Zamperini dal titolo: “Unbroken: A World War II Story of Survival, Resilience, and Redemption” scritto da Laura Hillenbrand e pubblicato nel 2010 negli USA.

 

Che si trattasse di un pilota era evidente: aveva sulla testa la cuffia con tanto di occhialoni, e poi si vedeva anche dalla mimica facciale. Allora ero davvero affascinato da ogni cosa aeronautica e non mi sfuggiva nulla. Lessi il libro, ma con qualche difficoltà dovuta al gergo usato dall’autore, un modo strano di parlare, inusuale per me, intriso di vocaboli spesso sconosciuti, il cui significato ricavavo dal contesto generale. Ma dopo aver incontrato più volte le stesse espressioni idiomatiche ed averne acquisito il significato andavo avanti più agevolmente. Alla fine non avevo capito proprio tutto, perciò ricominciavo daccapo. La seconda volta tutto mi appariva molto più chiaro. In questo modo, per me, ragazzo di campagna, sperduto nel paesaggio bucolico della Maremma toscana, senza mezzi e senza i riferimenti che avevano i ragazzi delle città, senza televisione e senza cinema, si apriva una magica cortina e potevo sbirciare oltre, prendendo coscienza di un mondo tanto diverso dal mio e oltremodo affascinante.

Il libro di Boyington raccontava la propria vita di pilota combattente, i duelli aerei e le vittorie, la baldoria delle feste a cui partecipava, l’attività di istruttore di volo, i combattimenti in Birmania come membro delle famose “Tigri Volanti” e la guerra nel Pacifico contro i giapponesi. Poi raccontava di come era stato abbattuto e la vita da P.O.W. (prigioniero di guerra, ndA) fino alla liberazione al termine del conflitto mondiale e le difficoltà di reinserimento nella vita civile.

Sopravissuto - Louis Zamperini - IV copertina
La IV di copertina del libro pubblicato in Italia dalla Newton Compton, tradotto dal testo originale “Devil at My Heels” con il sottotitolo: “A World War II Hero’s Epic Saga of Torment, Survival, and Forgiveness,” scritto con David Rensin e pubblicato nel 2003 da William Morrow.

Quel libro è stato per me una pietra miliare.

Negli anni successivi l’ho letto ancora, credo almeno una quindicina di volte. Un giorno, ormai in piena era Internet, ho ordinato in America la versione in inglese. Letta di un fiato, sebbene con parecchie difficoltà dovute sempre allo slang usato nella narrazione, ho sentito il desiderio di approfondire la conoscenza di questi fatti di guerra. Sempre in America ho ordinato altri libri, tutti sulla guerra del Pacifico. Così ho messo insieme una gran serie di tasselli, pezzi di mosaico che alla fine si sono collocati tutti al loro posto ed ho potuto avere una visione globale degli avvenimenti di quel grande teatro bellico. Ogni autore parlava di quei fatti dal proprio punto di vista. Ho “conosciuto” tutti i protagonisti, arrivando a vedere la stessa guerra con tanti paia di occhi. Alla fine conoscevo non solo i fatti, ma anche le persone, una per una, e anche le loro gesta, oppure, la loro sorte. Quasi come fossero stati tutti amici miei, oppure come se io stesso avessi fatto parte della loro squadriglia.

I molti libri di cui ho parlato, tutti in inglese (tra l’altro mi hanno aiutato ad incrementare e mantenere la conoscenza di questa lingua) ora sono allineati sulle mensole che ornano le pareti di casa mia e ogni tanto ne tiro giù uno e lo leggo qua e là. Ma questo di Zamperini mi mancava.

Appena comprato l’ho semplicemente messo in sequenza di lettura, preceduto da parecchi altri. Poi però ho cominciato a leggerlo e, come spesso succede, ho continuato fino alla fine, anche se a volte ero costretto a chiuderlo per il bruciore degli occhi.

Un libro che ti tiene incollato come una calamita.



Recensione a cura di Evandro Detti

Didascalie delle foto a cura della Redazione

L’asso della bottiglia

L'asso della bottiglia L'asso della bottigliaGregory "Pappy" Boyington; Longanesi & C. 1966WorldCatLibraryThingGoogle BooksBookFinder 

Quando ero ragazzo leggevo molto, specialmente libri che parlassero in qualche modo di aviazione.

Mi capitò tra le mani, non so come, un libro intitolato: “L’asso della bottiglia”, con la faccia di un pilota sulla copertina.

Che si trattasse di un pilota era evidente: aveva sulla testa la cuffia con tanto di occhialoni, e poi si vedeva anche dalla mimica facciale. Allora ero davvero affascinato da ogni cosa aeronautica e non mi sfuggiva nulla.

Lessi il libro, ma con qualche difficoltà dovuta al gergo usato dall’autore, un modo strano di parlare, inusuale per me, intriso di vocaboli spesso sconosciuti, il cui significato ricavavo dal contesto generale. Ma dopo aver incontrato più volte le stesse espressioni idiomatiche ed averne acquisito il significato andavo avanti più agevolmente. Alla fine non avevo capito proprio tutto, perciò ricominciavo daccapo.

La seconda volta tutto mi appariva molto più chiaro. In questo modo, per me, ragazzo di campagna, sperduto nel paesaggio bucolico della Maremma toscana, senza mezzi e senza i riferimenti che avevano i ragazzi delle città, senza televisione e senza cinema, si apriva una magica cortina e potevo sbirciare oltre, prendendo coscienza di un mondo tanto diverso dal mio e oltremodo affascinante.

Il libro, scritto da un pilota americano (che fascino l’America!), era autobiografico.

L’autore, raccontava la propria vita di pilota combattente, i duelli aerei e le vittorie, la baldoria delle feste a cui partecipava, l’attività di istruttore di volo, i combattimenti in Birmania come membro delle famose “Tigri Volanti” e la guerra nel Pacifico contro i giapponesi. Poi raccontava di come era stato abbattuto e la vita da P.O.W (prigioniero di guerra, ndA), fino alla liberazione al termine del conflitto mondiale e le difficoltà di reinserimento nella vita civile.

Quel libro è stato per me una pietra miliare. Negli anni successivi l’ho letto ancora, credo almeno una quindicina di volte.

Un giorno, ormai in piena era Internet, ho ordinato in America la versione in inglese. Letta di un fiato, sebbene con parecchie difficoltà dovute sempre allo slang usato nella narrazione, ho sentito il desiderio di approfondire la conoscenza di questi fatti di guerra.

Gregory "Pappy" Boyington
Gregory “Pappy” Boyington

Sempre in America ho ordinato altri libri, tutti sulla guerra del Pacifico. Così ho messo insieme una gran serie di tasselli, pezzi di mosaico che alla fine si sono collocati tutti al loro posto ed ho potuto avere una visione globale degli avvenimenti di quel grande teatro bellico. Ogni autore parlava di quei fatti dal proprio punto di vista. Ho “conosciuto” tutti i protagonisti, arrivando a vedere la stessa guerra con tanti paia di occhi. Nel caso di Boyington, molti hanno scritto sulle vicende della sua squadriglia, la 214, nota anche come “Squadriglia delle pecore nere”. Alla fine conoscevo non solo i fatti, ma anche le persone, una per una, e anche le loro gesta, oppure, la loro sorte. Quasi come fossero stati tutti amici miei, oppure come se io stesso avessi fatto parte della loro squadriglia.

Quando Boyington era prigioniero in Giappone nei due campi di Ofuna e Omori, vicino Tokyo, per due anni aveva vissuto tra indicibili violenze e crudeltà. Ma non erano mancati interessanti episodi di solidarietà e persino di umanità. Nel periodo di prigionia arrivavano nuovi prigionieri, che portavano notizie sull’andamento della guerra, sebbene i prigionieri non potessero parlare tra loro se non a rischio di crudeli ripercussioni o della vita stessa. Uno di questi era Louis Zamperini, ma non avevo mai fatto caso a questo nome italiano. Eppure Boyington ne aveva parlato nel suo libro. P I molti libri di cui ho parlato, tutti in Inglese (tra l’altro mi hanno aiutato ad incrementare e mantenere la conoscenza di questa lingua) ora sono allineati sulle mensole che ornano le pareti di casa mia e ogni tanto ne tiro giù uno e lo leggo qua e là. Ma questo di Zamperini mi mancava. Appena comprato l’ho semplicemente messo in sequenza di lettura, preceduto da parecchi altri. Poi però ho cominciato a leggerlo e, come spesso succede, ho continuato fino alla fine, anche se a volte ero costretto a chiuderlo per il bruciore degli occhi. Un libro che ti tiene incollato come una calamita. Zamperini era arrivato ad Ofuna prima di Boyington, infatti descrive il momento in cui Boyington arriva. Questa descrizione si snoda in poche righe, ma per me che conosco i fatti come se fossi stato con loro nel Pacifico, è fonte di un’emozione incontenibile. Ancora una volta è l’occasione di vedere gli stessi fatti con un altro paio di occhi.

Consiglio questo libro a tutti, sicuro che quelli che mi conoscono mi ringrazieranno. Ma per meglio meritare questi ringraziamenti consiglio di leggere entrambi i libri, quello di Boyington e quello di Zamperini. Il primo si trova nelle bancarelle, usato costa pochi euro. Il libro di Zamperini, invece, è appena uscito nelle librerie.

Gregory “Pappy” Boyington ci ha lasciato all’età di 75 anni nel 1988 (probabilmente a causa di un tumore ai polmoni) mentre Zamperini è morto nel 2014.



Recensione di Evandro Detti

Didascalie delle foto a cura della Redazione