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Recensione dei Libri aeronautici

Fiorenza Day 2026




Ci  sono tanti modi per mantenere viva la memoria di “grandi persone” o di eventi memorabili che hanno segnato la storia dell’Aviazione, ebbene l’ADA – Associazione Donne dell’Aria ha preferito ricordare la sua Presidente onoraria Fiorenza De Bernardi, scomparsa il 6 dicembre 2025, nel modo che a quella donna vigorosa e indomabile avrebbe recato più piacere: il “Fiorenza day”.

Non si tratta, come ha comunicato l’ADA, di un mero evento aeronautico bensì di un atto di memoria e di futuro in rosa. E’ infatti una giornata nazionale dedicata alla promozione del volo coniugato al femminile per onorare il lascito morale di Fiorenza de Bernardi che, prima donna pilota di linea in Italia, ha dedicato la propria esistenza a scardinare proprio i pregiudizi nei confronti delle donne, in particolare nel mondo aeronautico, dimostrando che il cielo non ha confini se non quelli che noi stessi poniamo.

Il volume autobiografico edito da Logisma in cui la com.te De Bernardi racconta senza enfasi la sua vita a dir poco articolata e singolare al contempo. Per una breve anteprima di questa sua vita variegata, chi fosse interessato/a può consultare  la pagina “Chi sono” del sito personale di Fiorenza de Bernardi allindirizzo: www.fiorenzadebernardi.it

L’obiettivo, come ha sottolineato l’ADA, è trasformare la data del suo compleanno, il 22 maggio in un appuntamento annuale che ispiri le nuove generazioni, specie quelle di genere femminile, a guardare verso l’alto con audacia e consapevolezza. Per motivi logistici l’evento avrà luogo sabato 23 maggio 2026 e si svilupperà simultaneamente su tutto il territorio italiano. Questo accadrà grazie alla rete capillare che le lodevoli socie ADA hanno intessuto presso aeroporti e aviosuperfici nazionali giacchè il progetto coinvolgerà Aero Club ed Enti Aggregati da Nord a Sud creando una “mappa del volo” che unirà idealmente il Paese sotto il nome e in ricordo di Fiorenza De Bernardi che, occorre ricordarlo, dell’inclusione e della parità di genere fece un vessillo durante tutta la sua esistenza.

Un’immagine iconica della ex presidene onoraria dellADA che ci ha lasciato il 6 dicembre 2025 alla veneranda età di 97 anni, spesi buona parte in cielo.

Ma qual è la finalità ultima che l’evento intende raggiungere? Semplice:

• Promuovere la cultura aeronautica e avvicinare il pubblico femminile al mondo del volo attraverso l’esperienza diretta. • Mostrare alle giovani donne che il comparto aeronautico è un’opportunità lavorativa concreta, d’eccellenza e di prestigio, e non solo un’attività ludica. • Creare un ponte tra il mondo del volo civile (VDS e Aviazione Generale) e le realtà Militari e Istituzionali, per una narrazione corale del mondo aeronautico.

La cartina del territoro italiano che riepiloga visivamente i luoghi in cui si svolgerà in contemporane il “Fiorenza day” (dalla pagina FB dell’ ADA)

In concreto, presso questi dieci  aeroporti e/o aviosuperfici:

  • Caposile
  • Terni
  • Faenza
  • Calcinate
  • Sassuolo
  • Nettuno
  • Verona Boscomantico
  • Cremona
  • Roma Urbe
  • Val Vibrata

le socie ADA accoglieranno anzitutto le partecipanti in un ambiente professionale e coinvolgente, quindi chi si sarà registrata (a mezzo dell’apposito modulo disponibile nel sito e nella pagina web dell’ADA) riceverà una monografia dedicata alla figura di Fiorenza de Bernardi affinchè vengano trasmessi i valori di resilienza e passione che l’hanno contraddistinta.

Ma non solo perchè il “Fiorenza Day” sarà anche l’occasione di effettuare un volo sui mezzi messi a disposizione dalle Scuole e dai Club, per trasformare il desiderio o la semplicità curiosità del volo in realtà. Inoltre non mancheranno i momenti di convivialità e confronto tra piloti, allieve e rappresentanti delle Istituzioni per rafforzare il senso di comunità e di complicità, non ultimo anche  solidarietà che deve contraddistinguere più che mai le esponenti di sesso femminile anche e soprattutto in virtù del nome di Fiorenza de Bernardi.

Il “Fiorenza’s Day” è un dunque “un invito a superare l’orizzonte” e, come conclude l’ADA nel suo breve comunicato,

“invitiamo tutti a condividere questa rotta, sostenendo un progetto che parla di eccellenza, di storia italiana e di un futuro dove ogni donna possa sentirsi libera di puntare al cielo”.

VOCI DI HANGAR si onora di sostenere, per quanto gli è possibile, questa iniziativa dell’ADA




Testo e didascalia della Redazione di VOCI DI HANGAR  (fonte: comunicato ADA)

Immagini dell’ADA (sito web e pagina FB)

GIULIO MAININI

titolo: Giulio Mainini – Aviatore per passione, pilota per professione

autore: Gen. Francesco De Simone

editore: Astragalo Edizioni

pagine: 264

anno di pubblicazione: 2025

ISBN: 979-1280722607




Di norma, nelle biografie o auto-biografie viene posta al centro, sotto i riflettori, la figura del personaggio; tutto ciò che sta attorno è sfumato, rimane in penombra. In queste pagine, la vita e la carriera di un uomo eccezionale si inseriscono con scioltezza e fluidità in una parentesi della Storia d’Italia, sino ad amalgamarsi con quest’ultima. In questo modo, l’opera letteraria si trasforma in qualcosa di paragonabile a un romanzo avvincente, capace di catturare e trattenere l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina.

Un recente fotoritratto dell’autore nella sua attuale “divisa di lavoro” da Presidente della gloriosa Associazione Arma Aeronautica – Aviatori d’Italia. Insediatosi nel giugno 2020, il Generale di Squadra Aerea (r) Giulio Mainini ricevette il passaggio di consegne dal suo collega, il Generale di Squadra Aerea (r) Giovanni Sciandra, nella sala storica di Palazzo Aeronautica a Roma, alla presenza dell’allora Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale di Squadra Aerea Alberto Rosso (foto proveniente dal sito dell’AAA, www.https://www.assoaeronautica.it/)

Merito del protagonista, del quale agli appassionati di aeronautica lo spessore è noto: un giovane aviatore pieno di entusiasmo, che ha modellato il proprio amore per il volo sino a fargli assumere i connotati di una professione d’eccellenza, trasformandosi dapprima in pilota militare per maturare poi ancora e ancora, sino a raggiungere la pienezza del comando.

Una cabrata notevole, la cui straordinarietà rimbomba tra le sillabe di un’iniziale dichiarazione d’intenti imbevuta di semplicità: “Volevo solo fare l’aviatore”.

Un volo lungo una vita intera, costellato da spunti di coraggio, lealtà e tenacia irriducibili, nonché da un profondo senso del lavoro di squadra e da una smisurata disponibilità e attenzione nei confronti delle vicende umane. Grazie a queste doti insite nel proprio temperamento, il Generale Giulio Mainini ha potuto raggiungere le massime vette dell’Aeronautica Militare Italiana e trasmettere un messaggio denso di significato a tutti coloro che rivolgono lo sguardo verso il cielo con l’intenzione di abitarlo per professione:

“Volate alto, ma con i piedi per terra”.

Un velivolo cui il Com.te Mainini è particolarmente legato è stato di sicuro l’F104, non fosse altro perché a bordo di un esemplare di questo modello ebbe una delle sue tante emergenze in volo. D’altra parte delle migliaia di ore di volo spese a bordo delle più disparate macchine volanti in forza all’AMI, cosa volete che ricordi un pilota con maggiore vividezza? E la causa dell’avaria per la quale il protagonista di questa autobiografia ci stava per lasciare la cotenna è qui ritratta, carpita da un velivolo del 51° Stormo che partecipò attivamente alle celebrazione del 75° anniversario della fondazione dell’AMI (foto proveniente da www.flickr.com)

Ottimo è il lavoro svolto dall’autore, che ha saputo stemperare i contenuti di un’indagine rigorosa condotta su quasi quattromila ore di volo e una teoria di responsabilità crescenti nella scorrevolezza di una narrazione simpatica, forte della posizione privilegiata dalla quale muove la sua penna; il Generale Francesco De Simone dialoga a tutto campo con il Generale Giulio Mainini, autore e personaggio sono entrambi cavalieri del cielo. I momenti di gloria del protagonista diventano momenti di gioia per il fruitore dell’opera letteraria; la prosa ha il potere di trasportare con disinvoltura il lettore accanto al Generale Giulio Mainini nel cockpit di uno dei ventisei aeromobili da lui pilotati.

L’autore di “Aviatore per passione, pilota per professione” confessa che fu letteralmente folgorato dal volo silenzioso, ossia quello praticato a mezzo di alianti al punto che due o tre volte a settimana spendeva abitualmente la pausa pranzo (dal lavoro amministrativo al Ministero) presso l’aeroporto di Guidonia, sede della Sezione di Volo a Vela militare. Trascorreva un paio d’ore in volo e a bordo di un Twin Astir come quello ritratto in foto perché – ci spiega – “era un modo meraviglioso ed efficace per “ricaricare le batterie” e riprendere il lavoro dietro la scrivania con più leggerezza”. Possiamo comprendere come un pilota del suo dinamismo potesse trovare pesante “pilotare una scrivania” in ufficio. Egli infatti conclude la breve parentesi dedicata ai suoi voli in aliante affermando: “Senza tema di smentita, con il trascorrere degli anni, mi sono convinto che volare sull’aliante sia molto utile alla formazione di un pilota militare e, potrà sembrare strano, ti aiuta a volare meglio su velivoli di alte prestazioni perché librarsi nell’aria ti aiuta a comprendere meglio le leggi dell’aerodinamica e ti fa riscoprire una dimensione romantica del volo”. Il mondo del Volo a Vela commosso ringrazia (foto proveniente da www.flickr.com)

Lo sviluppo delle vicende narrate non cede mai in fatto di tono e vivacità, essendo accompagnata da una descrizione interessante dei contorni e costellata da una serie di notazioni parallele al filo conduttore della trattazione. Pur riverberando eventi di fatto accaduti all’interno dell’Arma Azzurra, il racconto è composto con uno stile che oserei definire soave, il quale non si inasprisce né appesantisce mai in tecnicismi eccessivi, neppure nelle parentesi più complesse e articolate.

Balza agli occhi tra le pagine una vicenda da film di fantascienza: l’inseguimento di un presunto oggetto volante non identificato da parte del Generale Giulio Mainini ai comandi di un velivolo F104 Starfighter. È verosimilmente questo il momento più esaltante all’interno della fatica letteraria prodotta dal Generale Francesco De Simone.

“Ha inseguito un disco volante!”

Oltre a questo, sono catalogati altri momenti ad alto contenuto di adrenalina pura, i quali si alternano con racconti di umane relazioni a tutti i livelli, riconoscimenti accademici, cronache di attività sportive e riflessioni in merito a ciò che l’appartenenza all’Aeronautica Militare Italiana rappresenta.

La narrazione è accompagnata da una corposa componente grafica, intere pagine sono occupate da fotografie che testimoniano, ciascuna in uno scatto, gli eventi e gli argomenti trattati nel continuo chiacchiericcio tra il protagonista e l’autore.

Non poteva certo mancare uno scatto che ritrae lo spettacolare F-104 Tigre che fece positivamente scalpore a Fairford, RIAT nel giugno 1991 e che ritroviamo nel generoso corredo fotografico presente nel volume. Il velivolo faceva parte del 21° Gruppo del 53° Stormo basato a Cameri e costituisce una delle migliori livree celebrative che i Reparti di volo dell’AMI concessero al mitico Spillone (foto proveniente da www.flickr.com)

Le numerose istantanee proposte consentono agli occhi di ripercorrere un sentiero lungo quarant’anni, un percorso nel quale buona parte dei lettori potrà riconoscere tracce assai note. I più giovani (beati loro!) troveranno qui la possibilità di esplorare scenari dei quali non possono essere stati partecipi in prima persona, ma sono stati consegnati alla Storia dell’Aviazione e a quest’ultima appartengono.

La IV di copertina del Com.te Mainini che, inspiegabilmente mostra una sinossi stringatissima, nessuna foto e un generoso logo dell’editore in un anonimo campo rosso. Alcune perplessità ci sorgono anche a proposito della scelta delle Edizioni Astragalo di utilizzare per la stampa del volume una carta bianchissima e lucida seppure di ottima qualità (probabilmente dovuta alla necessità squisitamente tecnica di dover stampare un gran numero di foto a colori in coda al volume) e tuttavia, rimane del tutto ingiustificato il motivo dell’uso di un carattere di stampa particolarmente minuto che mette a dura prova anche l’appassionato e la fan più accanita

Nell’ambito di un incontro con i piloti del velivolo F-104 Starfighter che ha avuto luogo a Sesto Calende nel maggio del 2025, il Generale Giulio Mainini, ospite d’onore della serata, si è concesso la libertà di andare oltre la ricapitolazione dei suoi trascorsi per affrontare argomenti legati al presente e al futuro della professione di pilota militare, con particolare riguardo al vuoto normativo in materia di strategie definite per l’operatività oltre i cento chilometri di quota.

Il Generale di Squadra Aerea Giulio Mainini occupa attualmente la carica di Presidente Nazionale di Associazione Arma Aeronautica – Aviatori d’Italia.

La sua biografia, raccolta nel volume composto dal Generale di Brigata Aerea Francesco De Simone, è stata presentata da Astragalo Edizioni al Salone del Libro di Torino 2025; all’evento ha preso parte un numeroso pubblico. Per l’occasione, anche il neo-nominato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana, Generale di Squadra Aerea Antonio Conserva, ha fatto visita allo stand della Casa Editrice che ha pubblicato l’oggetto di questa recensione.

La pubblicazione, caratterizzata da copertina flessibile e dall’impiego di carta di buona qualità, è stata realizzata nel rispetto dei formati standard attualmente in uso presso l’editoria italiana, sia in termini di impaginazione, sia in termini di caratteri di stampa; l’opera letteraria è proposta in vendita al prezzo di 17 Euro. Trovo che la richiesta economica sia più che consona in virtù della qualità del volume e dei contenuti, sia narrativi, sia fotografici.

L’immagine proposta nella prima di copertina è accattivante e ben rappresentativa del corredo di istantanee racchiuso tra le pagine.





Recensione di Angelarosa Wieler.

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR.






GIULIO MAININI

Project 083 – Seventy years of Starfighter

titolo: Project 083

autore: Claudio Col

editore: autopubblicazione 

pagine: 421

anno di pubblicazione: 2025

ISBN: 9 791298 584013




Una doverosa premessa: l’autore, Claudio Col, non ha portato a compimento questa straordinaria missione, un’opera letteraria che qualcuno ha definito “enciclopedica”, volando in solitaria. La lista dei suoi compagni d’ala e degli specialisti che lo hanno accompagnato è lunga e distinta, occupa ben quattro pagine a margine del testo. In copertina figurano i nomi di Marco Tomassoni, Riccardo Vestuto e Aldo Zanfi; chiedo venia a tutti coloro che non sono qui menzionati, ma in questa sede è impossibile riportare tutti i nominativi dell’intero staff, la recensione assumerebbe le dimensioni di un Lockheed C-5M Super Galaxy.

Una formazione serrata scalare di F104 che erano in forza presso l’AMI. Il velivolo fu radiato dal servizio nel 2004 dopo essere stato operativo a partire dal 1963 e il IX Gruppo Intercettori di Grosseto (di cui facevano parte i velivoli ritratti) fu il reparto che li utilizzò più a lungo fra tutti quelli dell’AMI. Inutile ricordare che le altre Forze aeree che li utilizzarono (Germania, Giappone, Turchia, Danimarca, Canada, Belgio, Pakistan, Norvegia, Paesi Bassi, Norvegia e Spagna) li radiarono ben prima (foto proveniente da www.flickr.com)

Il “missile con un uomo dentro” ha solcato i cieli del nostro pianeta per settant’anni, così come il titolo del volume ricorda. In questa parentesi temporale, ha conquistato record imbattuti e operato nell’ambito di missioni di ogni genere. Soprattutto, continua a sopravvivere nella memoria degli appassionati di Aviazione come una leggenda. Il lettore o la lettrice che si stanno domandando il perché troveranno risposte esaurienti in queste pagine.

L’autore, il suo team e i numerosi collaboratori hanno raccolto con infinito amore e dedizione tutte le informazioni possibili, compresi i più minuscoli dettagli, per raccontare attimo per attimo la genesi, la nascita, lo sviluppo e l’evoluzione di un vero e proprio mito dell’Aviazione militare. Il rigore storico con il quale questa operazione è stata condotta è impressionante. Il medesimo attributo è applicabile alla descrizione tecnica delle differenti versioni di questo aeromobile e, cosa singolare, dei suoi concorrenti.

Sono molti nomignoli e i vezzeggiativi che sono stati attribuiti all’F104 nel corso della quarantennale attività tra le fila dei reparti di volo dell’AMI. Il più tenero ma anche il meno fantasioso fu “Spillone” oppure “Matitone” e il motivo è presto spiegato: la forma affusolatissima della fusoliera e l’ala minuscola che lo fa assomigliare appunto a uno spillo. “Bara volante” e “Fabbrica di vedove” sono invece i due nomignoli non proprio edificanti che sono altrettanto facilmente comprensibili a causa dei numerosi incidenti mortali che purtroppo hanno visto coinvolto molti velivoli di questo modello. D’altra parte l’uso non proprio consono che ne fece l’AMI non permise allo Starfighter di dimostrare le sue eccellenti qualità di intercettore a corto raggio che fu lo scopo per il quale fu progettato e costruito. E’ pur vero che l’ F104 fu uno di quegli aeroplani “da naso” in quanto richiedeva il religioso rispetto delle procedure d’impiego e dunque era per “alcuni piloti ma non per tutti”. Molti incidenti occorsero in fase di atterraggio ma anche in volo, diversi a causa di guasti, altri perché i piloti avevano un carico di lavoro notevole, poche assistenze per la navigazione o dei sistemi d’arma e, non ultimo, il 104 era un aeroplano talmente veloce che costringeva il pilota e volare, come si suole dire, con “la testa avanti il muso”. I piloti tedeschi della Luftwaffe lo definirono invece “Missile con un uomo dentro” e “Chiodo da terra” oppure “Picchetto da terra”, proprio a sottolineare le accelerazioni e le velocità folli di cui era capace ma anche la limitata manovrabilità a basse velocità che purtroppo non lasciava scampo alcuno ai piloti che non fossero stati capaci di gestire questa sua particolarità. Risultato? Il ben poco lodevole record di 270 esemplari tedeschi schiantati al suolo nel corso del suo impiego operativo: una strage! I piloti canadesi, viceversa, furono ben più affettuosi definendolo “Freccetta da prato” mentre quelli giapponesi videro nel 104 qualcosa di femminile tanto da chiamarlo confidenzialmente “Gloria”. E dire che il suo nome di battesimo era “Cacciatore di stelle” a testimoniare la sua vertiginosa capacità di salita in quota per intercettare bombardieri e caccia nemici che avessero invaso lo spazio aereo, ossia il famoso “scramble” (foto proveniente da www.flickr.com)

Merita di essere sottolineato il fatto che lo Spillone sopravvive nei ricordi di chi lo ha amato e ammirato, ma anche in quelli dei suoi detrattori. Questi ultimi lo hanno stigmatizzato come “fabbricante di vedove”, in quanto protagonista di parecchi incidenti.

Dopo aver letto dalla prima all’ultima pagina questo libro, si è rafforzata in me la convinzione che un velivolo eccezionale merita un rispetto superiore e un’attenzione speciale, alla stessa stregua di un essere umano di elevato lignaggio. Nella sua straordinarietà, una macchina senza mezze misure non accetta compromessi, errori o distrazioni, non tollera sbadataggini o leggerezze. Illuminante a questo proposito è la presentazione del Generale di Squadra Aerea Alberto Rosso, della quale propongo qui di seguito uno stralcio.

Un F104 con la coccarda tedesca della Luftwaffe che ne utilizzò circa 800 esemplari fino al 1991 nelle due versioni G e F (foto proveniente da www.flickr.com)

“Il 104 è un velivolo che non lascia mai indifferenti. O lo si ama o lo si odia. È forse l’ultimo dei velivoli romantici, un purosangue generoso e dalle prestazioni incredibili, difficile da domare, ma che è in grado di regalare emozioni e sensazioni uniche e di soddisfare pienamente l’ego di un pilota da caccia”.

Già, i piloti! Fermo restando che il vero protagonista di questa trattazione è il 104, mentre scorrevo uno dopo l’altro i capitoli ripieni di eventi storici e dati tecnici non facevo altro che domandarmi quale tipo di rapporto può esistere tra una macchina volante sprovvista di computer e un uomo che non può far conto sull’intermediazione dell’intelligenza artificiale per comandarla. La mia curiosità si è stata soddisfatta nella parte finale del volume, quella in cui l’autore e il suo staff danno voce al pensiero dei “cacciatori”, dei bombardieri, dei ricognitori e degli istruttori, gli aviatori che con il 104 hanno avuto a che fare in prima persona.

Anche in questo caso, è impossibile rammentarli qui uno per uno in quanto i nomi e i volti che si susseguono sono davvero tanti, abbastanza da appagare la mia sete di riscontri umani.

Mi limiterò a proporre alcune citazioni estratte dalle interviste, o per meglio dire dalle chiacchierate, alle quali un numeroso gruppo di piloti militari si è concesso.

“In sostanza, il 104 è una macchina meravigliosa, un aereo in grado di regalare emozioni formidabili, ma richiede rispetto, umiltà, studio, esperienza e un po’ di Fattore C, che non guasta mai!”

(Col. Luigi Piccolo)

Il Lockheed F-104 Starfighter è stato un aereo monomotore ad altissime prestazioni capace di volare due volte la velocità del suono in quanto  sviluppato con il ruolo d’intercettore per conto dell’United States Air Force (USAF) ma in realtà vi rimase ben poco in servizio (dal 1958 fino al 1969) proseguendo poi la sua attività presso la Air National Guard fino a quando fu radiato definitivamente nel 1975. Nulla a che vedere invece con l’attività che svolse all’estero, presso diverse altre Forze Aeree, in particolare quella del nostro paese che lo utilizzò a lungo e in un gran numero di esemplari, la maggior parte costruiti dall’industria aeronautica nazionale. Lo utilizzò anche la NASA per degli studi ei regimi supersonici di volo e a supporto dei programmi spaziali. Fu uno degli aerei della “Century Series”. In questo scatto è ripreso duranti i primo voli di sperimentazione armato di missili aria-aria.  Il nome di Chuck Yeager, il primo uomo a superare il muro del suono, è indissolubilmente legato a questo velivolo in quanto per poco non ci lasciò la cotenna. Era a bordo di un NF-104A e, durante un tentativo di record di quota, rimase fortunatamente ferito (perse la punta di due dita e riportò ustioni a causa del lancio a mezzo di seggiolino iettabile) ma se la vide brutta, molto più brutta che volare con l’X1 che in tema di proiettili volanti non era certo da meno del 104 … ma volavo solo a Mach 1! (foto proveniente da www.flickr.com) 

“Il fattore umano era essenziale, perché la tecnologia non poteva aiutarti. Penso, oggi come allora, che questo debba essere sempre il pilastro fondamentale per ottenere i massimi risultati”. (Cap. Gianantonio Fogliani)

“L’uomo arriva veramente a fare dei miracoli, anche se uno dei difetti del tanto amato F-104 è che richiedeva davvero tanto ai suoi piloti, a volte troppo”. (Ten. Col. Mario Bellini)

“Ho imparato una cosa importantissima per un pilota: se l’istinto ti dice che c’è qualcosa di sbagliato in quello che stai facendo, bè… dagli ascolto perché probabilmente ha ragione!” (Ten. Col. Fabio Consoli)

“Per chi amava volare, lo Spillone era una festa: non mi sono mai divertito così tanto perché dovevo solo volare, volare, volare”. (Cap. Roberto Valoti)

Può bastare? Sono riuscita a incuriosirvi? Sappiate che questi sono solo degli assaggi di una corposa serie di “torte” sapientemente confezionate e abbondantemente infarcite di emozioni ad alta, bassa e bassissima quota. Sessantaquattro pagine di voci di uomini che raccontano le loro esperienze più memorabili con il mitico Spillone. Cosa chiedere di più? Ah, certo: le immagini!

Preparatevi a rimanere senza parole: in questo volume sono raccolte la bellezza di oltre milleduecento fotografie, alcune centinaia delle quali sono inedite. Ne troverete di tutti i colori, ma anche in bianco e nero. Alcune sono più che spettacolari, occupano lo spazio di due pagine affrontate. Considerando che le dimensioni del volume sono imponenti, ventiquattro centimetri per trenta, vi imbatterete in quanto basta per satollare lo sguardo, mozzare il fiato e far spalancare la bocca.

Benché si trattasse di un velivolo letteralmente avveniristico per l’epoca, la Lockeed non si risparmiò di adoperarsi affinché le varie Forze Aeree europee lo adottassero … in altri termini elargì fiumi di denaro ai potenziali acquirenti con il risultato che causò una serie di scandali che rimangono memorabili. In Giappone il primo ministro, al secolo Kakuei Tanaka, fu costretto alle dimissioni e finì anche in carcere per qualche settimana mentre nella irreprensibile Germania l’addetto all’ufficio acquisti del Ministero tedesco, certo Heinrich Sellschopp, ricevette una tangente di un milione di marchi per avallare l’acquisto del velivolo. Poi la ragion di stato prevalse e i documenti relativi all’indagine furono “accidentalmente” distrutti cosicché la vicenda si risolse in una grande bolla scandalistica e nient’altro. Ma la beffa più grande fu che il famoso “asso degli assi” della seconda guerra mondiale Erich Hartmann, in qualità di consulente della Luftwaffe, dichiarò che l’F-104 era un aereo pericoloso e si oppose con tutte le sue forze all’acquisizione da parte della Luftwaffe. Mai profeta fu più visionario! Anche nei Paesi Bassi non andò meglio perché ne risultò coinvolta la stessa monarchia, in Italia invece il nome della Lockeed è associato alla fornitura non dei 104 bensì di un altro tipo di velivolo da trasporto assolutamente valido e preziosissimo: i C-130 Hercules. Lo scandalo conseguente provocò le dimissioni – uniche nella storia della nostra repubblica – del presidente della Repubblica Giovanni Leone. Poi scagionato. Lo scatto ritrae un F104 in forzo al V Stormo/102 Gruppo che era di stanza a Rimini (foto proveniente da www.flickr.com)

Incontrerete personaggi del calibro di Chuck Yeager e scoprirete che lo Starfighter si è arreso ai comandi di qualche bella signora, prima tra tutte Jacqueline “Jackie” Cochran, ma anche la meno celebre Toni Ann LeVier, figlia di un pilota collaudatore della Lockheed, ribattezzata “Miss Mach 2”, la quale ha dichiarato in merito alla sua impresa: “Mi sto ancora pizzicando, non ci credo”.

Persino la NASA si è interessata allo Spillone e Neil Armstrong è stato uno dei piloti che hanno preso parte ai progetti di ricerca dell’agenzia spaziale statunitense di cui il 104 è stato protagonista.

Tra i tanti aspetti incredibili che caratterizzano questa pubblicazione, c’è un progetto più incredibile di ogni altro, tutto made-in-Italy. Volete sapere di cosa si tratta? Non ve lo dico, sarebbe fare spoiler. Scopritelo da voi a pagina centoquarantotto.

Quanta storia e quante storie sono raccolte in questo libro! Vicende vissute nei cieli di tutto il mondo. In Italia, l’epopea dello Starfighter è iniziata nella primavera del 1963, quando l’allora Colonnello Giorgio Bertolaso, padre del celebre funzionario e medico Guido Bertolaso, è atterrato al IV Stormo Aeroplani da Caccia di Grosseto ai comandi del primo F-104 assegnato ai reparti di volo del nostro Paese. Poiché tutto quello che ha inizio ha fine, l’impiego operativo dello Spillone in seno alla nostra Arma Azzurra si è concluso il 27 luglio 2005 con il volo del Colonnello Lupinacci.

Tanta storia, tante storie, tante informazioni tecniche, tante livree, immagino tutte quelle che hanno caratterizzato lo Starfighter. Tanti applausi da parte mia a una squadra di amanti del cielo che hanno assortito un’opera letteraria unica nel suo genere e, credo, senza precedenti.

Una nota divertente: l’autore non ha voluto far mancare nulla, ma proprio nulla, ai lettori e alle lettrici: nelle ultime pagine del volume rimanda alla memorabilità dello Starfighter nell’oggettistica, nei fumetti e nel cinema.

Il potentissimo motore  turbogetto General Electric J79-GE-11A fumava come una ciminiera affinché potesse spingere l’F104 a velocità supersonica e, per consentirgli un’accelerazione bruciante, era dotato anche di un potentissimo postbruciatore. Inutile ricordare il rumore assordante che produceva e che veniva soprannominato “l’urlo del contribuente” giacché, al di là del consumo spropositato di carburante, i costi di manutenzione del 104 erano davvero notevoli (foto proveniente da www.flickr.com)

Per coloro che non hanno dimestichezza con la terminologia tecnica e gli acronimi aeronautici dell’epoca dello Starfighter è stato inserito un glossario.

Tutto perfetto dunque? Quasi. Assaporare questo osanna al “missile con un uomo dentro” richiede un sacrificio da parte di coloro che, come la sottoscritta, appartengono alla stessa epoca di questo meraviglioso velivolo.

I caratteri di stampa sono minuscoli e la lettura impegna non poco, a dispetto dell’uso degli occhiali. Mi rendo conto che la scelta di un formato tipografico diverso avrebbe comportato la stampa di un volume di almeno ottocento pagine, dunque comprendo la scelta dell’autore.

Meno comprensibile è l’adozione di un supporto cartaceo bianco lucido; a mio avviso, tutti i contenuti sarebbero risultati ottimamente anche su uno sfondo patinato opaco, il quale ha il potere di rendere più leggibili i caratteri di formato ridotto.

Trovo che il prezzo di vendita al pubblico, pari a quarantacinque Euro, sia giustificato dalla consistenza dell’opera letteraria e dalla straordinaria quantità di materiale fotografico che in essa è raccolto.

Valutazione complessiva: 104 stelle, non una di più, non una di meno.





Recensione di Angelarosa Wieler.

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR.






Project 083 - Seventy years of Starfighter

Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità

titolo: Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità

autore: Eleanor Finch

editore: autopubblicazione 

pagine: 275

anno di pubblicazione: 2025

ISBN: 979-82-6249-6860  




Nel panorama editoriale italiano, complice una squallida politica commerciale che predilige il mero risultato economico piuttosto che la divulgazione culturale (specie quella a carattere aeronautico o astronautico), sono individuabili ben pochi volumi che hanno come protagonista un personaggio di primissimo piano nella storia dell’aviazione umana nonché simbolo ineguagliato e ineguagliabile del mondo del volo declinato al femminile: Amelia Earhart.

Amelia Earhart davanti al Lockeed Vega, il velivolo monomotore e monoplano con il quale compì la trasvolata atlantica senza scalo in solitaria e che la consacrò definitivamente un’eroina del volo. In realtà Amelia era già famosa e lo divenne ancor di più in seguito perché fu “la prima donna”. Espressa in questi termini sembra quasi offensivo ma è un dato storico ineccepibile perché, secondo gli almanacchi della storia dell’aviazione mondiale Amelia fu:  – la prima donna a raggiungere il record di quota femminile con il “Canarino” (biplano Kinner Aister) nel 1922, – la prima donna a volare sull’Atlantico come passeggera, 1928,  – la prima donna a stabilire un record mondiale di quota con autogiro con 5 613 metri, 1931, – la prima donna a volare sull’Atlantico come pilota solista senza scalo con aeroplano monomotore nel 1932 , – la prima donna ad attraversare in volo gli Stati Uniti, da Los Angeles a Newark (New Jersey) nel 1932, – la prima donna a volare attraverso l’Oceano Pacifico, da Oakland in California a Honolulu, nelle Hawaii nel 1932,  – la prima donna a volare da Los Angeles a Città del Messico nel 1935, – la prima donna a volare dal Mar Rosso all’India nel 1937, – la prima donna a volare attorno al mondo sulla rotta equatoriale di 47 mila km nel 1937 … e purtroppo questa impresa non riuscì a portarla a compimento.(foto proveniente da www.flickr.com)

Ebbene, fatto salvo l’autobiografia “The fun for it” tradotta in italiano con il titolo: ”Felice di volare – Ricordi della mia vita in volo e di altre aviatrici” e le due lodevoli biografie come “Amelia Earhart” di Anna Consilia Alemanno e “Amelia Earhart – L’intrepida aviatrice che conquistò il mondo con le sue imprese” della collana Grandi Donne, non sono disponibili testi che descrivano con dovizia di particolari, aneddoti, aforismi, frasi e pensieri articolati la personalità alquanto variegata di questa eccellente pilota di un vicino passato che tanto contribuì allo sviluppo aeronautico statunitense e mondiale in generale.

Veramente sarebbe più corretto precisare che “non erano disponibili” perché,  giusto a partire dall’agosto 2025, la grave lacuna del settore editoriale del nostro Paese ha trovato finalmente soluzione nel volume “Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità – La straordinaria storia della pioniera che ha sfidato i cieli” della scrittrice statunitense Eleanor Finch che fornisce a qualunque lettore e – spero – soprattutto alla lettrice più curiosa, un ritratto vivido e autorevole di quello che fu, cosa fece, cosa disse, cosa provò la nostra eroina statunitense. Eroina che reca un cognome assonante con la parola anglosassone “heart – cuore”, e che perciò chiameremo confidenzialmente la nostra “Amelia del cuore”.

Amelia. Non già una donna e neanche una donna pilota bensì una “pilota” che, solo incidentalmente – come lei stessa soleva spesso proclamare – era una donna.

La copertina di una delle due biografie in lingua italiana dedicate alla grandissima pilota statunitense la cui recensione è già ospite del nostro hangar (https://www.vocidihangar.it/w/amelia-earhart/)

Non ci credete? Ecco la frase incriminata:

Non voglio essere la donna che vola, voglio essere semplicemente riconosciuta come una pilota che, incidentalmente, è anche una donna”

oppure:

“Non penso come un uomo né come una donna, penso come una pilota”

Una donna cui ci azzardiamo di associare alcuni aggettivi come: splendida, determinata, carismatica, volitiva, tenace, singolare, complessa e chi ne ha più ne metta.

Se infatti le sue imprese aviatorie costituiscono senza dubbio alcuno le pietre miliari del progresso tecnologico dell’umanità, nondimeno lo sono nell’ambito di quello che è stato (ed è tuttora in corso) il lento processo di equiparazione dei diritti del genere femminile rispetto a quelli di cui gode il genere maschile sin dalla notte dei tempi.

Benché sia disponibile una notevole mole di materiale fotografico in cui è ritratta Amelia Earhart in tutte le sue apparizioni pubbliche o in quelle ad uso propagandistico/pubblicitario, il curatore/curatrice di questa ottima biografia ha preferito affidarsi a una ricostruzione grafica di dubbia attendibilità e di cui peraltro non è stata dichiarata la paternità o maternità che dir si voglia. La scelta ci appare alquanto discutibile in quanto, in virtù della totale assenza di reportage fotografico all’interno del volume, ci saremmo aspettati almeno una foto originale di Amelia in copertina e in retrocopertina, quanto meno per consentire al lettore/lettrice del tutto ignaro/a delle fattezze di Amelia di associare un viso realistico al nome e cognome della protagonista assoluta del volume. Possibile che l’autrice, in regime di autopubblicazione, abbia preferito risparmiare sui diritti d’immagine conseguenti la pubblicazione di una foto di Amelia coperta da copyright? Poco credibile. Anche perché – lo ammetterete anche voi – occorre una certa immaginazione per trovare la somiglianza del soggetto disegnato in copertina con la vera Amelia, sebbene in IV di copertina il risultato sia molto più riuscito.Siete d’accordo, vero? Eppure sarebbe stato sufficiente un software di manipolazione grafica di bassa lignaggio per conferire un taglio artistico (ll classico effetto vintage o effetto pastello) a una foto originale. Strano. Inoltre ci suona come una vera e propria indelicatezza non aver precisato all’interno del volume l’autore o l’autrice del disegno, il curatore/curatrice della copertina, dell’impaginazione e infine del traduttore/traduttrice che ha provveduto all’adattamento in lingua italiana del testo originale dell’autrice. Possiamo sbilanciarci in una congettura assai fantasiosa? Che la copertina e la traduzione sia opera dell’intelligenza artificiale? Possibile. Anzi, in tutta confidenza, ci viene da dubitare anche della stessa identità dell’autrice. Perchè? Ci suona alquanto oscura: non sono disponibili sue foto, interviste, sito personale o pagine social. Molto strano in un’epoca e soprattutto in un settore, quello editoriale, in cui la visibilità è fondamentale quanto la qualità dei testi dati alle stampe. Ci aspettavamo che la “googlelata” di Eleanor Finch avrebbe prodotto una sfilza di materiale e invece … praticamente nulla di concreto. E vogliamo parlare della scelta ugualmente discutibile di non inserire uno straccio di nota biografica dell’autrice nella IV di copertina? Che si tratti di una scelta stilistica oppure siamo davvero di fronte a un volume che di autarchico ha pure l’autrice? Se poi ci aggiungete che, al momento della pubblicazione della presente recensione, il volume è inspiegabilmente scomparso dalla piattaforma di vendita che ha provveduto anche alla sua stampa, beh … il mistero s’infittisce ancor di più!

Amelia, classe 1897, comprese subito che l’aviazione, nata idealmente il 17 dicembre 1903 allorché Orville Wright fece il primo balzo in aria a bordo di una macchina volante più pesante dell’aria, costituiva una nuova frontiera per l’universo femminile. Talmente nuova che si sarebbe potuta aprire più e meglio di altre attività umane alle donne giacché non ancora del tutto abbrutita irrimediabilmente dal maschilismo o comunque dallo strapotere maschile.

La stessa Amelia sosteneva con fervore che:

“L’accesso al cielo è un diritto umano, non un privilegio maschile”

Peraltro corroborato anche dall’affermazione:

“L’aviazione è una delle ultime frontiere della libertà. Non possiamo permettere che venga chiusa alle donne prima ancora che abbiano avuto la possibilità di esplorarla pienamente”

Oppure da un’altra assolutamente attinente:

“L’aria è l’ultimo spazio di libertà rimasto sulla Terra. E la libertà non dovrebbe essere negata a nessuno in base al genere”.

E’ notorio che il buon George Putnam, divenuto consorte di Amelia Earhart solo al settimo tentativo, fosse un abilissimo gestore dell’immagine della moglie, un eccelso organizzatore di eventi pubblici, conferenze e incontri con la stampa, nonchè un incommensurabile manipolatore di sponsorizzazioni e finanziatori vari. In altre parole fu quello che oggi chiameremmo un esperto di marketing o di pubbliche relazioni. Fu proprio George a pretendere che Amelia fosse costantemente seguita da un giovane e promettente fotografo che la immortalò in ogni occasione possibile giacchè se la stampa chiedeva foto di Amelia da accludere ai vari articoli giornalistici, servizi speciali di riviste ed esclusive da pubblicare a corollario delle imprese di Amelia, perchè mai lasciare l’incombenza al caso o al buon occhio di un fotografo non autorizzato? Ebbene il giovine divenne a tutti gli effetti un membro della famiglia Earhart-Putnam al punto che, secondo il gossip dell’epoca, fu additato come uno dei tanti amanti di Amelia. D’altra parte ella aveva preteso esplicitamente completa libertà sessuale nel suo contratto prematrimoniale … che poi l’abbia praticata davvero, beh ancora oggi è ancora tutta da dimostrare. Mi piace pensare invece che Amelia fosse profondamente innamorata di George ma che, emula delle pratiche pubblicitarie messe in atto dal marito, la scaltra pilota non smentì mai e neanche confermò i suoi costumi sessuali affinché l’alone di anticonformismo che aleggiava attorno alla sua persona fosse ancora più fitto. Lo scatto che vede Amelia appollaiata sul dorso della cabina di pilotaggio del Lockeed Electra utilizzato per la sua “circumvolazione” del globo  rientra appunto in questa logica dello “scatto ad arte” da dare in pasto alla stampa dell’epoca. E dei posteri come noi (foto proveniente da www.flickr.com)

Pur tuttavia, questo era e rimase un sogno di Amelia perché nella sua epoca, come pure ancora oggi, sono assai poche le esponenti di sesso femminile che praticano il volo nell’ambito militare, civile, commerciale e sportivo. Assai poche rispetto agli uomini, intendo. Ce n’erano pochissime a tempi di Amelia (anni ’20 e ’30 del secolo scorso) tanto da meritare l’appellativo di “Ninety nines” (novantanove) a indicare il numero delle fondatrici dell’associazione presieduta dalla stessa Amelia che si prefiggeva di creare una rete di aiuto e sostegno a quelle donne che si sarebbero volute cimentare nelle attività di volo attraverso una mutua assistenza e un tangibile supporto economico (con borse di studio per i corsi di pilotaggio). E ce ne sono ancora troppo poche anche a tutt’oggi, anno del signore duemila e decenni spiccioli.

Di questa rincorsa impari Amelia era ben consapevole tanto che con tommasea rassegnazione ammise:

A volte mi sento come se stessi cercando di spostare una montagna con un cucchiaino da tè

Un insuccesso di Amelia? Non direi perché se è vero che numericamente oggi si è ancora lontanissimi dalle pari opportunità nel settore aeronautico (siamo intorno al 5% di presenza femminile), è innegabilmente vero che l’operato di Amelia, il messaggio ultimo di tutta la sua esistenza, la sequela di imprese impossibili che portò a compimento con lo scopo dichiarato di farne uno sprone per tutte le donne … beh, si sono concretizzate in qualcosa di ben più profondo e diffuso: una vera e propria evoluzione sociale, un cambiamento epocale di usi e costumi in tutti quei paesi occidentali dove le donne hanno recuperato quasi completamente il ruolo che spetta loro: lo stesso degli uomini, appunto.

Una rara immagine di Amelia in età adolescenziale che sembra più un ritratto disegnato che uno scatto fotografico. Amelia nacque ad Atchison, nello stato del Kansas, una di quelle lande anonime e sconfinate del cosiddetto Midland, ossia la zona centrale degli Stati Uniti, quasi equidistante dalla costa atlantica e pacifica. Un luogo che, senza volere essere offensivi, ancora oggi appare come dimenticato da Dio, figuriamoci nel 1897 quando nacque Amelia. Il piccolo centro oggi è infatti abitato da sole 11 mila anime e la sua unica attrattiva è costituita dal museo dedicato proprio ad Amelia Earhart, peraltro ricavato nella casa natale di Amelia ma che in realtà apparteneva a nonni paterni di Amelia. Il museo si deve alla lodevole iniziativa di un medico che negli anni ’80 donò una cospicua somma di denaro necessaria per la ristrutturazione ed erogata a favore delle “Ninety Nines”, l’associazione fondata da Amelia nel 1929 che ancora oggi lo gestisce alla stregua di santuario: quello delle pilote associate e di tutte le pilote statunitensi. (foto proveniente da www.flickr.com)

Espressa in questi termini appare quasi una blasfemia tuttavia, a ben leggere il libro di Eleonor Finch, si comprende chiaramente che la nostra Amelia del cuore non volò per sé bensì per tutte le donne, non intraprese voli difficilissimi e assai rischiosi per la sua gloria personale bensì per costituire un esempio in carne e ossa rispetto alle potenzialità intrinseche delle donne, specie nel mondo del volo. Questa è almeno è la chiave di lettura che ci vene fornita dall’autrice che pure ammette come Amelia fu sicuramente una femminista ma non una di quelle che scese in piazza, insomma fu una fervente attivista dei diritti delle donne ma in realtà non si prestò mai a farsi strumentalizzare da un movimento di emancipazione che, nel nostro paese – lo ricordo – consentì alle donne di esercitare  il diritto di voto solo nel 1946 (in occasione del referendum monarchia-repubblica) e che ebbe la sua massima espressione solo sul finire degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70.

D’altra parte la nostra cara Amelia soleva dire:

La mia ambizione è che questo mio meraviglioso talento produca risultati pratici per il futuro del volo e per le donne che potrebbero volare sugli aerei di domani.

Un’immagine molto intensa di Amelia che, occorre chiarirlo, è stata colorata elettronicamente ma ci consente di apprezzare il profilo davvero affascinante della pilota statunitense. (foto proveniente da www.flickr.com)

Occorre aggiungere altro? Certamente che occorre, eccome! Si trova tutto negli altri 23 capitoli di questa biografia preziosissima e alquanto originale giacché, oltre ai soliti prevedibili cenni biografici, sono collocate, come fossero delle piccole perle, i pensieri, le battute e gli aforismi provenienti dalla stessa voce di Amelia, scritte di suo pugno in quanto collocate all’interno delle sue tre autobiografie date alle stampe, oltre che ai suoi diari o infine a dichiarazioni pubbliche nel corso di conferenze e seminari di vario genere. Ed ecco allora che ai capitoli squisitamente storico-divulgativi se ne aggiungono altri che riguardano l’eredità lasciataci da Amelia, oppure l’alone di mistero che ancora oggi aleggia attorno alla figura di questa pilota statunitense scomparsa appena quarantenne e che – diciamolo senza possibilità alcuna di essere smentiti – l’ha trasformata nel misto di mito e leggenda che sopravvive più vivido che mai fino ad oggi.

Nel libro “Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità – La straordinaria storia della pioniera che ha sfidato i cieli”, questo aspetto è mirabilmente sintetizzato nel capitolo intitolato:

“Oltre il tempo: Amelia e il mito della scomparsa”

di cui vi propongo proprio il prologo a testimoniare la bontà del testo della bravissima biografa Eleonor Finch:

“Esistono due tipi di eroi: quelli che tornano per raccontare le loro imprese e quelli che svaniscono nell’ignoto, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta. I primi vengono celebrati per i loro traguardi, i secondi diventano leggenda”

… e a quale categoria credete appartenga la nostra beniamina alata?

Intendiamoci, anche questa biografia, ligia alla tradizione più consolidata delle biografie convenzionali, contiene una dettagliatissima ricostruzione della vita di Amelia a partire dalla sua nascita in quel di Atchison, Kansas – Stati Uniti d’America, alla sua prematura scomparsa in qualche angolo remoto dell’Oceano Pacifico oppure descrive i retroscena delle sue notevolissime e variegate imprese aviatorie tuttavia, contrariamente alle biografie usuali, riesce a scendere in profondità nella figura di donna, di pilota, di scrittrice, di moglie e quanto altro fu o che fece la nostra Amelia del cuore. Contrariamente alle altre biografie sopracitate, questa infatti ne tratteggia in modo mirabile la personalità, mostra le pieghe delle sue convinzioni e ci consegna un quadro autentico di Amelia, scevro da quell’aura di religiosa ammirazione derivante dalla portata colossale delle sue gesta aviatorie. Vi anticipo perciò che, dopo aver scorso le pagine di questo volume, anche voi ammetterete che Amelia fu davvero molto poliedrica, fu tante persone assieme, tante professioni e ruoli svolti nel corso della sua seppur breve esistenza che – permettetemi – definire intensa è davvero un eufemismo.

Una rara immagine di Amelia Earhart in “abiti borghesi” (femminili e non di volo) in compagnia del marito George Putnam. Difficile dire se Amelia, contando solo sulle sue forze, sarebbe riuscita a compiere tutti i voli pionieristici che le si ascrivono. Sicuramente il sodalizio Amelia-George fu anzitutto economico e poi sentimentale, peraltro confermato dalla tesi avanzata dall’autrice delle biografia che, analizzando le testimonianze di amici intimi e la corrispondenza intercorsa tra i coniugi, così riassume il loro rapporto: “una partnership complessa basata su rispetto reciproco , interessi condivisi e una filosofia comune sull’indipendenza personale all’interno della relazione” (foto proveniente da www.flickr.com)

Aggiungo che, al di là della rigorosa ricostruzione storica, di questa biografia ho apprezzato, primo fra tutti, il corposo capitolo intitolato:

“L’amore e la libertà: il matrimonio con George Putnam”

dedicato appunto al suo rapporto singolare con il marito, alla scelta alquanto combattuta di Amelia di accettare la di lui proposta di “convolare a nozze” (espressione più che mai pertinente) dopo averne rifiutate ben sei, ai retroscena della loro relazione di coppia che definire moderna è un’offesa e classificarla come “aperta” è alquanto riduttivo. Anche in questo caso le parole dirette di Amelia ci rendono edotti a proposito del suo pensiero e sono di questo tenore:

Il matrimonio mi sembra una gabbia e io sono nata per volare, non per essere ingabbiata.

E aggiunge:

Non si può mettere in gabbia un uccello destinato a volare

Inutile sottolineare che l’uccello destinato a solcare i cieli del pianeta fosse proprio lei medesima, Amelia. Eppure alla fine è lei stessa ad ammettere che:

Il paradosso più interessante della mia vita è che ho trovato la libertà più completa proprio in una relazione che temevo potesse limitarla.

Come a dire: sono una progressista, una feroce sostenitrice dell’autonomia delle donne, adoro la mia indipendenza, intendo coronare i miei sogni a costo di vivere un’esistenza solitaria, non derogo dai miei progetti … e pur tuttavia sono disposta a vivere assieme a un uomo, a condividere con lui il mio tempo, i miei sentimenti oltre che il mio corpo.

Così facendo, nonostante la nostra beniamina costituisca il simbolo assoluto di un’inarrestabile forza di volontà, di un profondo desiderio d’indipendenza, di una completa autonomia economica ed emotiva del genere femminile, dimostrò che una donna della sua caratura era in grado di coniugare i suoi progetti ambiziosissimi con una banale vita coniugale. Magari non proprio tradizionale – ne convengo – ma pur sempre una relazione di coppia stabile. Come? Semplicemente manifestando a GP (così lo appellava normalmente nella quotidianità) quelle che furono le sue condizioni prematrimoniali. Eccole:

“Ti prego di comprendere che non posso garantirti né pretendere da te la fedeltà convenzionale che la tradizione richiede agli sposi. Io mi riservo di mantenere relazioni amichevoli con chiunque mi piaccia, indipendentemente dal sesso.”

Oppure con la famosissima affermazione:

“Voglio che tu capisca che non mi atterrò ad alcun codice medioevale di fedeltà, né mi considererò vincolata a te in modo simile”.

La classica immagina iconica di Amelia consegnata all’immaginario collettivo: pantaloni da uomo, stivali, caschetto di volo e giubbotto di pelle. A proposito di quest’ultimo la storia narra che Amelia, acquistatone uno nuovo agli inizi del suo corso di pilotaggio, affinché somigliasse il più possibile a quello dei piloti, lo stropicciò a dovere dormendoci per tre notti di seguito e infine, sporcandolo con dell’olio motore esausto, lo rese sufficientemente “vissuto”. Come pure altra storia affascinante è quella secondo la quale Amelia assoldò una sarta affinché cucisse per suo conto e sulla base dei bozzetti disegnati di suo pugno, dei capi di abbigliamento in stile aeronautico destinati alle gentildonne. Erano frutto della sua personalissima visione dell’abbigliamento di volo coniugato al femminile. Ovviamente questo non fu mai il vero business di Amelia tuttavia, la sua linea di moda fece tendenza e Amelia si può definire un’influencer oltre che una femminista ante litteram. A proposito di questo aspetto ci teniamo a riportare una frase alquanto significativa di una storica citata in questa biografia e che sintetizza l’approccio particolare che Amelia ebbe rispetto al movimento femminista. Ebbene “Amelia Earhart rappresentava un femminismo individualista piuttosto che collettivista, dimostrando con l’esempio personale piuttosto che attraverso la mobilitazione politica”. Effettivamente, come ricorda ancora l’autrice della biografia la nostra eroina “Non partecipò mai attivamente ai movimenti  femministi organizzati del suo tempo, ma le sue azioni e scelte di vita incarnavano principi femministi fondamentali” (foto proveniente da www.flickr.com)

Insomma, come si suole dire, la nostra Amelia mise letteralmente “le mani avanti” mettendo in chiaro come avrebbe agito sotto il tetto coniugale e nell’alcova dimostrando una modernità di costumi che nella sua epoca era letteralmente fantascienza. Un po’ meno oggi, trascorsi quasi cento anni, di certo non usuale.

E GP? Beh, la storia (ma anche il gossip dell’epoca) ci conferma che accettò in tutto e per tutto le condizioni paventate dalla sua consorte al di là dell’interesse economico che un editore rampante come lui potesse avere nei confronti di quella donna longilinea, slanciata, dal fascino sottile, con occhi intelligenti e luminosi, sebbene dai tratti mascolini sottolineati dall’abbigliamento spesso da uomo, che non mostrava mai imbarazzo di fronte agli esponenti del sesso maschile ma al contempo non appariva spavalda pur essendo sempre sicura di sé. Perché, non dimentichiamoci che George era un abilissimo imprenditore prim’ancora di essere un uomo sensibile al fascino femminile e che Amelia era sicuramente la puledra di razza su cui puntare tutta la posta. D’altra parte fu proprio quello che fece esattamente George sin dal loro primo colloquio a New York, a seguito del quale Amelia poté partecipare come passeggera a bordo dell’idrovolante Friendship, prima donna a sorvolare l’Oceano Atlantico aprendole così le vie del cielo e della notorietà planetaria.

In tutta sincerità, preferisco pensare che GP fosse profondamente innamorato di Amelia e che, pur di starle accanto, di godere della sua presenza, di ricevere i suoi baci e suoi abbracci nella più religiosa intimità, egli accettò di buon grado di sostenerla incondizionatamente nel concretizzare i sogni di lei facendoli propri, rassegnandosi all’idea di poterle solo telegrafare spesso all’altro capo del mondo e addirittura di perderla per sempre in uno di quei suoi voli pionieristici. Come poi, purtroppo, accadde.

E poco importò a George se la sua consorte mantenne il nome da nubile o se, pungolato dall’ennesimo giornalista impertinente, dichiarò di chiamarsi George Puntnam in Earhart. Egli la sostenne sempre, economicamente, emotivamente, fisicamente, logisticamente. Lo fece ogni volta come il migliore dei mariti non avrebbe potuto mai fare, come solo un uomo – ma questa è una mia personalissima considerazione – che adorasse letteralmente la propria compagna di vita, farebbe davvero.

E Amelia? Beh, Amelia … anche se nel corso delle innumerevoli apparizioni pubbliche ebbe cura di non mostrare la benché minima manifestazione di affetto a beneficio di George, sappiamo per certo che lei, sempre dall’altro capo del mondo (Cina), gli scrisse la famosa frase:

“Stasera il cielo è pieno di stelle che sembrano così vicine da poterle toccare. Mi ricordano i tuoi occhi quando ridi. Torno presto, porta pazienza”

Personalmente mi sarei sciolto in un brodo di giuggiole. Perché voi no? Confessate! Una donna apparentemente così algida, forse addirittura frigida, una Virago, la personificazione stessa di un’amazzone o di una sacerdotessa che ha come unica fede il volo che si lascia andare a una simile tenerezza … beh, confesso che mi avrebbe mandato al tappeto peggio di un gancio in pieno viso! Quanto meno mi avrebbe fornito la forza di vivere per anni nella sua ombra e sarei diventato il suo primo adepto.

Il mantenimento nel tempo del mito di Amelia si deve anche alle periodiche notizie sensazionalistiche secondo le quali è avvenuto il probabile ritrovamento del velivolo o piuttosto delle tracce biologiche dell’equipaggio dell’Electra nell’atollo di Nikumaroro o nella talaltra isola sperduta nell’Oceano Pacifico. Di sicuro l’industria cinematografica statunitense ha svolto ugualmente un ruolo fondamentale giacchè, altrettanto periodicamente appaiono in film e telefilm personaggi o semplici apparizioni riconducibili alla figura di Amelia. Per non parlare poi di alcuni film dedicati proprio ad Amelia. L’ultimo in ordine di tempo è la notevole pellicola di cui vi riproponiamo la locandina e che vi suggeriamo di visionare non fosse altro per la splendida fotografia, le riprese aeree e, non ultimo, per l’interpretazione piuttosto aderente alla realtà storica che hanno reso i due attori protagonisti.(foto proveniente da www.flickr.com)

Lo so, sono un inguaribile romantico, lo ammetto. Eppure anche in questo frangente la storia mi viene in soccorso: quando ormai le ricerche della US Navy cessarono (con una spesa iperbolica calcolata attorno ai quattro milioni di dollari dell’epoca) e dunque Amelia e il suo navigatore/pilota Pat Noonan furono dichiarati ufficialmente dispersi, George Putnam non esitò a delapidare buona parte dei suoi averi per riprendere le ricerche a titolo personale, finché …

E’ pur vero che lo stesso George, a distanza di solo un anno e mezzo dalla dichiarazione di morte presunta di Amelia, contrasse di nuovo matrimonio … ma anche qui mi piace ricordare che la stessa Amelia, proprio nell’ambito delle sue famose promesse di matrimonio, definì un periodo di prova di un anno dopodiché, in caso di esito non favorevole della loro relazione, ciascuno sarebbe potuto andare per la sua strada come se nulla fosse mai accaduto. Anche in questo caso preferisco pensare che proprio Amelia avesse aggiungo il corollario: “valevole anche in caso di morte prematura dell’altro coniuge”.

No, dico: voi ve la immaginate Amelia vedova inconsolabile? Certo che no, anche se – occorre ammetterlo – era lei il coniuge che statisticamente rischiava molto di più pur considerando che il buon George non fu mai un manager da poltrona: partecipò a diverse missioni esplorative polari e aveva uno spiccato spirito di avventura pari a quello di Amelia. E forse proprio questo li unì più che mai.

Ma non divaghiamo … tornando al volume in questione, ci tengo a precisare la buona fattura del prodotto tipografico intesa come impaginazione, colore e grammatura della carta, dimensione dei caratteri di stampa nonché prezzo di copertina non proprio ragionevole (20 euro!); insomma un volume tutto sommato “onesto” nonostante si tratti di un prodotto secondo gli standard abituali della piattaforma Amazon che – è ormai risaputo – non sono proverbialmente eccelsi, anzi.

In conclusione: un volume che nei contenuti validissimi risponde alla summa di tutte le biografie disponibili (ben poche in lingua italiana, purtroppo) a proposito del simbolo universale di determinazione e coraggio contro le convenzioni della società prettamente maschilista – occorre ammetterlo – che reca il nome altisonante di Amelia Mary Earhart.

Benché sia nata sul finire del XIX secolo, Amelia visse e compi le sue memorabili imprese nel corso del XX secolo tuttavia, l’eco dei suoi insegnamenti, delle sue affermazioni e delle sue scelte di vita estremamente moderne è sopravvissuto anche nel nostro XXI secolo, dunque Amelia costituisce una di quelle leggende che, mantenendosi viva nel corso di ben tre secoli, dimostra di rinnovarsi di generazione in generazione. Se infatti, come ci fa notare Eleanor Finch, negli anni ’30 Amelia simboleggiava per antonomasia il pionierismo e la sfida tecnologica contro i limiti imposti dalla natura, negli anni ’40 divenne un’icona patriottica utile allo sforzo bellico statunitense, dopodiché negli anni ’60 e ’70 assunse i connotati  ideali dell’emancipazione femminile e della lotta della parità di genere. Ma non basta: negli anni ’90 divenne l’emblema dell’individualismo e del principio di autodeterminazione delle donne per poi trasformarsi oggi, nell’era digitale, come veicolo ideale di connessione interculturale e superamento dei confini geografici giacché, in effetti, chi meglio di Amelia potrebbe divenire veicolo del principio di globalizzazione planetaria? Nella foto, scattata probabilmente alla vigilia del suo ultimo tentativo  di volo attorno al mondo, è stata colta accanto allo sportello laterale del Lockeed Electra, il velivolo bimotore a bordo del quale lei e il suo navigatore Pat Noonan scomparvero nell’Oceano Pacifico nel luglio 1937. Fu allora che accanto alla celebrità universale si affiancò il mito e la leggenda di Amelia. Ecco perché ci auguriamo che i resti del corpo di Amelia siano consegnati per sempre alle profondità oceaniche: Amelia continuerà a vivere nei cuori di chiunque si appassioni alla sua storia umana e professionale, a prescindere dal sesso. (foto proveniente da www.flickr)

Si tratta di un libro destinato ai piloti e soprattutto alle pilote oltre che a semplici curiosi o appassionate di storia dell’aviazione; è altresì fortemente consigliato a quelle bambine, adolescenti e (perché no?) anche tardo adolescenti che siano alla ricerca di un modello di donna cui ispirarsi anziché alle sedicenti influencer del mondo digitale odierno più che mai effimero. Non ultimo – se mi permettete – anche a quelle donne abbondantemente adulte che, forti della propria indipendenza e della propria autodeterminazione ormai acquisita, possano trovare conferma o viceversa, vogliano mettere in discussione le loro scelte di vita osservando e valutando quelle che furono di una loro pari sesso ma di valore incommensurabile. Perché occorre ricordare che, in buona sostanza, Amelia sublimò la più alta forma di libertà femminile. Come, vi chiederete? Semplicemente nell’essere libera di scegliere di vivere niente popo’ di meno che … con un uomo. Ebbene, sì! Un uomo alla sua altezza, non c’è che dire, ma pur sempre un uomo con tutti i suoi difetti e i limiti dovuti alla sua miserabile natura, maschile appunto. Scelta di una modernità e di una trasgressività che – spero ne converrete – travalica di gran lunga il concetto più sfrenato di femminismo o di emancipazione delle donne.

Ovviamente non avrei potuto chiudere questa recensione se non riportando il verbo di Amelia, ossia con uno dei suoi aforismi che sintetizza in modo eccellente quella che fu il suo sentire e il suo vivere. Eccolo:

Qualunque cosa accada so di aver vissuto pienamente. Ho assaporato la libertà del cielo e ho condiviso quella libertà attraverso le parole. Non si può chiedere molto di più alla vita”

Amen!

Lunga vita ad Amelia!





Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR.






Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità

Il mondo alla rovescia

titolo: Il mondo alla rovescia – Storia di un pilota acrobatico e del suo aereo

autore: Andrea Pesenato con Eleonora Negri

editore: Mursia  

pagine: 178

anno di pubblicazione: 2025

ISBN: 978-88-425-6720-2  




Dubito che l’autore se ne rammenti, ma ho avuto il privilegio di fare la sua conoscenza in occasione della finale del campionato italiano di acrobazia aerea a motore presso l’Aeroclub “Carlo del Prete”, a Capannori, nelle vicinanze della città di Lucca. Erano i primi giorni di settembre del 2023, il cielo era quasi del tutto sereno e stare col naso all’insù all’ombra degli hangar è stato piacevole. Piacevole e spettacolare.

La IV di copertina del volume a firma di Andrea Pesenato che, nella sua stesura, ha goduto della preziosa collaborazione di Eleonora Negri, compagna nella vita e nella passione del pluricampione acrobatico. Nel breve paragrafo di ringraziamenti l’autore così la cita: “Chiedo scusa a Eleonora che ha preso la decisione di dedicarmi il proprio tempo scegliendo di accompagnare la sua vita alla mia e facendo di un aeroporto una casa”. Poichè ci intriga molto conoscere il profilo delle grandi donne che vivono accanto ai grandi piloti, abbiamo apprezzato oltremodo le brevi note biografiche riservate alla co-autrice.

Bando ai ricordi, naso all’ingiù, occhiali da vista infilati e pronti. Sono qui per raccontarvi un’autobiografia per tre: un pilota, un aereo, una curatrice allografa nonché compagna di vita. Oppure, se preferite, un uomo, il suo bambino interiore, una collezione di sogni trasformati in realtà. Centosettanta pagine di lettura liberatoria nelle quali Andrea Pesenato non celebra affatto la propria eccezionalità; preferisce confidarsi con la lettrice o il lettore e conquistarne la simpatia e l’amicizia. L’ammirazione per il personaggio va da sé. Ascoltando la voce dell’uomo, si ha l’impressione di averlo conosciuto da sempre, di individuarlo nella cerchia di persone che si incontrano ogni giorno e, chissà, persino di avere qualcosa in comune con lui nel profondo dell’Anima.

L’autore e il suo Cap 231 in un passaggio a coltello. Davvero apprezzabile il paragrafo abbastanza tecnico intitolato: “La coppia: un aereo, un pilota” in cui l’autore elenca i dati tecnici salienti della sua splendida macchina volante che, udite udite, è stato costruita interamente in legno, in Francia nel 1994. La vera anima pulsante è invece costituita da un motore raffreddato ad aria a cilindri contrapposti dell’azienda statunitense Textron Lycoming appartenente alla fortunata serie di motori della famiglia 540 (la stessa che equipaggia il Siai SF 260 e lo Stinson L5 Sentinel utilizzato per il traino alianti) ed eroga la bellezza di 300 hp (foto proveniente da www.flickr.com).

“La pazienza si perde, si porta, si invoca… La pazienza appartiene a pochi, ma è richiesta ai più. La pazienza è associata ai deboli, ma è del predatore, del guerriero, di chi sta al comando. La pazienza s’accompagna alla fermezza e all’attesa. L’attesa di poter tornare a volare, a essere liberi, a stare bene, a essere finalmente se stessi”.

Trasformare i propri punti di debolezza in punti di forza e imparare dai propri errori per migliorare se stessi non è cosa da tutti, così come non tutti sono capaci di agguantare un rifiuto e rivoltarlo sino a farne lo stimolo per una ripartenza, a dispetto di condizioni che sembrano voler negare la possibilità di riaccendere il motore

Ed ecco ancora uno splendido scatto semifrontale del magnifico CAP 231 di Andrea Pesenato. Inutile sottolineare il rapporto viscerale che si è instaurato tra il pilota e il suo aeroplano … ci riesce benissimo l’autore in questi pochi passi, esempio di grande sincerità e passione: “Prima di chiudere l’hangar, faccio una coccola al mio compagno di viaggio, lo guardo, gli parlo. Esso è colui che mi permette di assaporare la vera passione. Oni volta che lo scorrere della vita me lo concede io sono con lui. Ogni volta che ho bisogno di sentirmi me stesso so di avere un amico che è lì per me, disponibile ad accompagnarmi fino alle nuvole, per permettermi di raggiungere il mio equilibrio” Con buona pace di Eleonora, la compagna d vita di Andrea, aggiungiamo noi (foto proveniente da www.flickr.com)

“Quando ho iniziato con l’acrobazia, mi hanno detto che non era per me”.

Si dice che la fortuna aiuta gli audaci: orbene, in questo caso la dea bendata ha voluto dare una mano all’autore al fine di premiare la sua tenacia e la sua risolutezza.

“Nella vita tutto è sfida. È quel senso di bisogno persistente che ti porta a combattere per emergere, per dire ci sono anch’io. Ricercare costantemente la perfezione è un atto meritevole di lode. La perfezione è quel senso di completezza cui aneliamo tutta la vita”.

Poiché detesto lo spoiler, eviterò con cura di elencare prodezze e fattezze che potrete scoprire da voi andando a leggere quest’opera letteraria. Quello che mi sento di anticipare, poiché mi ha colpita in modo speciale, è che ognuno dei capitoli messi in fila da Andrea Pesenato rimanda senza possibilità di fuga a uno degli archetipi che Carl Gustav Jung ha voluto applicare alla psicologia umana. Questo per farvi capire che la lettura mi ha portata ben più in alto della “semplice” cronaca della carriera del tutto particolare di Andrea Pesenato. Una carriera dalle molte ali.

Come in ogni aeroplano che si rispetti, anche sul CAP di Andrea Pesenato non poteva mancare a bordo il sistema di emissione della scia fumogena. Lo scopo è quello di sottolineare le mirabolanti traiettorie che il velivolo esegue in aria e che, complice il cielo spesso privo di nuvole e una nitidizza accecante, sarebbero diffcilmente visualizzabili. Come spiega l’autore: “i fumi bianchi scandiscono il ritmo del volo e rendono più facile seguire le evoluzioni dell’aereo oltre che garantire un effetto scenico molto apprezzato”. La scia è ottenuta a mezzo di un sistema che spruzza olio di vasellina suoi condotti di scarico del motore: l’alta temperatura fa si chè l’olio si nebulizzi e bruci all’istante … tutto il resto è solo una grande magia! (foto proveniente da www.flickr.com)

“Io so che voglio volare”.

Dietro la parola “voglio” si colloca un consumo di energia che non conosce risparmio alcuno. Il cielo, lo sappiamo, non è per tutti. Vivere il cielo nell’eccellenza richiede sacrifici non di poco conto, sia in termini materiali, sia in termini morali. Non per caso, il tre settembre di due anni fa Andrea Pesenato spennellava con i fumi del suo CAP 231 i cieli assolati sopra Lucca mentre la sottoscritta se ne stava all’ombra e con i piedi per terra ad ammirarlo. Oltre alla disponibilità a mettere in gioco se stessi nel senso più totale del termine, occorre anche saper coltivare e mantenere una speciale acutezza di vedute che consente di accalappiare al volo, è il caso di dirlo, l’occasione che trasforma la parola “voglio” in “posso”. Una bella fatica per ottenere in cambio una bella ricompensa.

“Spesso mi chiedono se il colore del mio aereo fosse già così o se sia stata una mia scelta. ” E’ la domanda che molti appassionati e spettatori di airshow si sono chiesti e che anche il buon Andrea, quasi gli fosse giunta chiara l’eco, si è posto nel suo libro. La risposta? Eccola: “Era così quando l’ho acquistato e all’inizio la cosa non è parsa propriamente positiva”. Poi però aggiunge: “Tuttavia, con il tempo, questa colorazione oro con le stelle blu si è rivelata vincente a livello empatico con il pubblico e in termini di riconoscibilità, soprattutto nell’ambito degli airshow”. Cosa aggiungere? Sottoscriviamo! (foto proveniente da www.flickr.com)

“Milioni di strade, infinite possibilità di scelta, immensità inconcepibili e poi minuscoli varchi d’accesso: passano dai luoghi più impensabili, eppure sono sempre lì ad aspettarci, pazienti, eterni, fiduciosi. Nel tempo, pare che siano i nostri sogni a guardarci con occhi che invece noi abbiamo dimenticato”.

In conclusione, il particolare che rende questa autobiografia diversa da altre che ho già letto e recensito, tutte firmate da eccellenti protagonisti del volo, risiede nel fatto che i suoi contenuti sono un messaggio diretto a ogni tipo di lettrice o di lettore, anche a coloro che non si intendono per nulla di aviazione e non sono alla ricerca di argomenti o informazioni al riguardo. Certo è che l’aviazione e le acrobazie aeree riempiono in lungo e in largo gli spazi di questo volume, pur tuttavia i dettagli, la tecnica, la descrizione delle manovre, delle performance e delle avventure è accompagnata da argomenti di ben altro spessore.

Chi l’avrebbe mai detto che dietro la carriera di un pilota acrobatico di grandissimo successo fosse celato un inizio catastrofico? Lo apprendiamo dallo stesso Andrea Pesenato che lo confessa così, con tutta l’onestà di cui è stato capace nella sua autobiografia: “Ogni volo portava al limite il mio corpo che di tutta risposta mi ricompensava con nausea e vomito. Così ad ogni volo. La cosa si ripeteva e pareva quasi che i miei desideri si scontrassero con la mia fisicità. Arrivato a una decina di voli, il primo mio istruttore […] mi ha detto che forse non era il caso di insistere”. Sappiamo per certo che invece questi desideri Andrea li ha poi coronati e questa fotografia lo testimonia (foto proveniente da www.flickr.com)

“Laddove siamo in balia degli altri e del loro giudizio diventa difficile sentirsi a proprio agio. Beati coloro che scuotono i pareri altrui dalle proprie spalle come polvere, uno sporco fastidioso, sì, ma facilmente eliminabile. Facilmente per il gesto, meno facilmente per la sua capacità di riformarsi”.

Ecco, l’idea è che mi sia capitato tra le mani un “manuale di volo” che ha il potere di fungere altresì da “manuale di vita”. C’è una sola cosa che non mi è piaciuta in questa pubblicazione: il tipo di carta selezionato per la stampa. È di un bianco che più bianco non si può ed è lucido come i pensieri e le riflessioni dell’autore; un elevato lavorio di mente avrebbe meritato, secondo la mia modesta opinione, un supporto più dignitoso e consono. Per converso, la scelta di un carattere si stampa di formato leggermente superiore a quello abitualmente utilizzato dall’editoria contemporanea non solo ha incontrato il mio favore, ma ha meritato anche un plauso da parte mia. Davvero molto attraente è la prima di copertina; mi sarebbe piaciuto che si estendesse anche in quarta e, lo confesso, avrei gradito leggere qualcosa di più in merito all’autore e alla curatrice dell’opera. A volte, come in questo caso, si sente la mancanza dell’inserimento di una seconda e terza di copertina, compito delle quali sino a un recente passato era proprio quello di mettere in contatto i lettori con la penna che ha scritto e firmato l’opera letteraria. Ora si sopperisce a questo mandato tradizionale inserendo un QR CODE prima dell’inizio della narrazione; una scelta molto consona all’era digitale, alla quale, da analogica quale sono e fui, mi devo ancora avvezzare.

A conclusione di questo breve reportage fotografico non poteva mancare uno scatto che ritrare l’autore nella sua condizione abituale: a testa in giù o meglio, parafrasando il titolo del libro, con “il mondo alla rovescia” . La dedica testimonia invece l’affabilità e i piedi ben piantati a terra dell’autore che non manca di rimanere una persona “normale”, non un divo, pur avendo tutte le qualità per esserlo (foto proveniente da www.flickr.com)

Il prezzo di vendita al pubblico della fatica letteraria di Andrea Pesenato è pari a diciassette euro. Una cifra leggermente superiore a quella che avevo ipotizzato osservando lo spessore del volume, il formato del carattere e la qualità del supporto cartaceo; l’autobiografia non è disponibile in formato elettronico. Malgrado il costo, mi dichiaro molto soddisfatta della lettura e mi complimento con l’autore e la curatrice per il lavoro svolto.





Recensione di Angelarosa Wieler.

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR.






Il mondo alla rovescia