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Il diritto di contare

titolo:  Il diritto di contare 

autore: Margot Lee Shetterly 

editore: Harper Collins

anno di pubblicazione:  gennaio 2017

ISBN: 8869051781 oppure: 978-8869051784

pag: 381




anno di pubblicazione:  aprile 2018

ISBN: 8869053431 oppure: 978-8869053436

pag: 400





PREMESSA.

Non appena apparve per l’edizione 2023 di Racconti tra le Nuvole il comunicato che indicava come tema suggerito La donna nel mondo aeronautico e astronautico, mi vennero subito in mente le tre signore della matematica che negli anni ’40-’50 del secolo scorso, mentre l’IBM stava affannosamente mettendo a punto il primo calcolatore elettronico e i calcoli si facevano ancora solo con carta e penna, gesso e lavagna, furono assunte dalla NASA per eseguire, appunto con quei mezzi, calcoli matematici tanto complessi, quanto quasi al limite dell’impossibile.

Le tre signore erano Katherine Johnson, Mary Jackson e Dorothy Vaughan.

Le tre “hidden figures” o “figure nascoste” che sono indiscutibilmente le protagoniste principali del romanzo di Margot Lee Shetterly. A cominciare da sinistra: Katherine Johnson, al centro Mary Jackson, a destra Dorothy Vaughan.(foto proveniente dal web)

Tre talenti matematici (tutte laureate con il massimo dei voti prima dei 18 anni) che si sono ritrovate a lavorare in un ambiente così maschilista che di più non si può, dove già inserirsi sarebbe stato problematico per qualunque donna bianca, e dove per loro la cosa fu ancora più complessa, perché loro erano per di più afroamericane in un’America (precisamente in una Virginia) afflitta da problematiche razziali peraltro ancora lontane dall’essere risolte. Delle tre ne sapevo già qualcosa grazie ai fuggevoli cenni presenti in alcune copie dell’Europeo che tuttora conservo… Ops, che sbadata, i più giovani di voi non sanno neanche di cosa parlo e – quel che è peggio – ho appena rivelato troppo della mia età! Comunque L’Europeo, chiuso da anni, fu un glorioso settimanale (come L’Espresso, Panorama, La Domenica del Corriere) sul quale scriveva tra gli altri la grande Oriana Fallaci, autrice di molti articoli dedicati all’epopea spaziale dell’uomo che stava conquistando la Luna, con buona pace di coloro che tuttora negano che ciò sia mai avvenuto.

Dunque, dicevo, sull’Europeo trovai dei trafiletti sulle tre signore che me le resero subito simpatiche anche se la cosa finì lì proprio per il pochissimo rilievo dato loro.

Sebbene si tratti di un romanzo corale contraddistinto da una moltitudine di personaggi, Katherine Johnson è indubbiamente la protagonista principale che brilla con maggiore lucentezza sia nell’ambito del romanzo che del film dedicato alle donne calcolatrici della NASA che, come enfatizza il sottotitolo della prima edizione del volume, “volevano cambiare le loro vite e invece hanno fatto la storia” (foto proveniente dal web)

Poi però vidi anche un film che molto tempo dopo (è uscito nel 2016) raccontava la loro storia con dovizia di dettagli e grande risonanza (tre nomination all’Oscar).

Tuttavia non avevo ancora mai letto il libro da cui l’omonimo film era tratto.

Racconti tra le Nuvole mi diede finalmente l’input per colmare la grave lacuna. Così lo comprai e lo lessi, e oggi sono contenta di averlo fatto, perché leggendolo ho scoperto che il film, peraltro delizioso e consigliatissimo, tratta in realtà solo di una parte della vicenda e solo delle tre donne citate, mentre il libro racconta di più, molto di più. Lo fa però più nella forma del saggio che del romanzo, sebbene si avverta qui e là qualcosa di, diciamo, rielaborato. Ma questo ci sta, anzi, questo alleggerisce di molto la scrittura a volte un po’ freddina, ridondante e didascalica di alcune sue pagine, cosa che, sia chiaro, nulla toglie all’importanza di questo libro per le tematiche che tocca e le riflessioni che induce nel lettore.

Ancora una splendida immagine d’epoca che ritrae la matematica Katherine Johson seduta alla sua postazione di lavoro presso il Langley Research Center della NASA dove contribuì a calcolare la meccanica orbitale dei primi voli spaziali con equipaggio, in particolare la missione  Friendship 7 di John Glenn del 1962. Nata il 26 agosto 1918 a White Sulphur Springs, Virginia Occidentale, la Johnson lavorò a Langley dal 1953 fino al suo pensionamento nel 1986. La presenza e l’operato di Katherine incrinò irrimediabilmente la condizione di aparthaid di genere (maschile/femminile) e di etnia (bianco/aframericano) che vigeva nell’ambito di un ente all’avanguardia tecnologica come la NASA ma ancora arretrata in fatto di diritti sociali. Insomma un paese, gli Stati Uniti, che sì, inviava degli uomini nello spazio ma poi ghettizzava in modo subdolo le donne rispetto agli uomini e, con modalità se possibile molto più becere, i bianchi dai neri (foto proveniente da www.flickr.com)

La prima di queste riflessioni, almeno per me, è stata che ancora una volta la Letteratura si dimostra essere quel racconto arcaico in cui solo è possibile passare da una vita all’altra. Di più, in cui è di nuovo possibile riconvocare ciò che è stato, riconciliare l’essere umano con l’irrimediabile provvisorietà dell’esistenza, e anche riconcigliarlo con gli errori del passato, ai quali, laddove ci fossero stati, essa sa come porre rimedio.

La locandina della pellicola cinematografica tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice afroamericana Margot Lee Shetterly che la 20th Century Fox fece uscire nelle sale statunitensi in occasione del Natale 2016 e che invece giunse in quelle italiane solo nel marzo 2017. Il film ebbe ottimi risultati commerciali giacchè, a fronte di un investimento di circa 25 milioni di dollari da parte della produzione, incassò ben 170 milioni di dollari solo nel mercato statunitense e circa 66 milioni in quello estero a dimostrazione della bontà della felice scelta intrapresa sia in termini di sceneggiatura che di regia. Ottima la fotografia e di buon livello anche la recitazione delle tre attrici principali qui ritratte nei loro “costumi d’epoca” (foto proveniente da www.flickr.com)

Ecco infatti che, grazie alla letteratura, tre vite (e non solo quelle tre) risorgono e trovano i riconoscimenti che meritano e avrebbero meritato di ricevere ben prima. Dunque un libro, un film, e nel 2023, un modesto racconto che torna a riconvocare le tre scienziate per concorrere, pur nella piccola misura che ci compete, a rimediare all’errore di averle lasciate così a lungo nel più ingiusto ed oscuro degli oblii.

Cosa che, cogliendo l’occasione del premio, mi parve giusto fare, come una sorta di risarcimento post mortem alle tre scienziate, e questo sebbene fossi consapevole che rischiavo l’esclusione ex officio da parte del rigorosissimo Segretario, perché in realtà più che un racconto di “scrittura creativa”, come richiesto, veniva fuori piuttosto un “saggio”, tanto che mi preoccupai subito di scrivere e inviare anche un secondo racconto, questa volta di pura invenzione e pervaso di pura poesia che però, con  grande mia sorpresa, fu scartato a beneficio dell’altro per il quale speravo solo che un giorno venisse almeno ospitato sul sito appunto degli scartati, dei non pubblicabili, come omaggio alle tre… Potere della testimonianza storiografica!

Ma sembra proprio che l’anno 2023 non abbia ispirato solo me. Qualcun altro deve aver avuto sentore che era tempo di spostare i riflettori su queste donne.

E che riflettori! Stiamo parlando del set fotografico più famoso al mondo, quello del calendario Pirelli. Sì, avete letto bene.

Il calendario Pirelli 2024 (ovviamente realizzato l’anno prima) è stato interamente dedicato alle donne di colore che si sono distinte in vari campi, e più in generale, a quel Continente Africa che oggi sta richiamando a vario titolo anche l’attenzione dei Capi di Stato di mezzo mondo. Forse perché il futuro dell’Africa è in Africa?

Ecco allora che accanto a Naomi Campbell e ad altre famosissime star, sfogliandolo ci s’imbatte in lei. Come lei chi?

Ma lei Margot Lee Shetterly, proprio l’autrice de Il diritto di contare, la scrittrice americana che per prima ha tirato fuori dall’ombra Katherine, Mary, Dorothy e le loro compagne.

Perché lei? Ma perché è un modo per aprire una finestra sull’Africa e sulla diaspora nera, perché lei vuole pensare positivo per cambiare le cose, perché se invece dici che tutto è perduto, ti togli ogni responsabilità. Perché nel mondo globalizzato il battito d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo ha conseguenze qui.

Diverse scene del film candidato all’Oscar “Hidden Figures – Il diritto di contare” furono girate nel tunnel del vento a bassa velocità Lockheed Martin a Marietta, in Georgia, nell’aprile 2016. Alla fine del film, vengono mostrate foto reali delle persone e dei luoghi ritratti durante la riprese della pellicola. Questo scatto risale invece con ogni probabilità al 1968 o al massimo nel 1969 quando veniva verificato in galleria del vento il prototipo del mitico C-130 Hercules che assieme allo Spillone (l’F104 Starfighter) e al SR-71 Blackbird sono i velivoli iconici di quella Casa Costruttice statunitense (foto proveniente da www.flickr.com).



TRAMA: Se John Glenn ha orbitato intorno alla Terra e Neil Armstrong è stato il primo uomo a camminare sulla Luna, parte del merito va anche alle scienziate della NASA che negli anni Quaranta elaborarono i calcoli matematici che hanno permesso a razzi e astronauti di partire alla conquista dello spazio. Tra loro c’era anche un gruppo di donne afroamericane di eccezionale talento, originariamente relegate a insegnare matematica nelle scuole pubbliche “per neri” del profondo Sud degli Stati Uniti. Queste donne furono chiamate in servizio durante la Seconda guerra mondiale a causa della carenza di personale maschile, quando l’industria aeronautica americana aveva un disperato bisogno di esperti con le giuste competenze. Tutt’a un tratto a queste brillanti matematiche e fisiche si presentò l’occasione di ottenere un lavoro all’altezza della loro preparazione, una chiamata a cui risposero lasciando le proprie vite per trasferirsi a Hampton, in Virginia, ed entrare nell’affascinante mondo del Langley Memorial Aeronautical Laboratory.

Il loro contributo, benché le leggi sulla segregazione razziale imponessero loro di non mescolarsi alle colleghe bianche, si rivelò determinante per raggiungere l’obiettivo a cui l’America aspirava: battere l’Unione Sovietica nella corsa allo spazio e riportare una vittoria decisiva nella guerra fredda. Sullo sfondo della lotta per i diritti civili e della corsa allo spazio, Il Diritto di Contare segue la carriera di queste donne per quasi trent’anni, durante i quali hanno affrontato sfide, forgiato alleanze e cambiato, insieme alle proprie esistenze, anche il futuro del loro Paese. (Tratto dalla prefazione. N.d.A.)



E non poteva certo mancare la foto di rito del cast del film “Hidden figures – Il diritto di Contare” scattata sabato 10 dicembre 2016 davanti all’ingresso del SVA Theatre di New York in occasione della presentazione mondiale della pellicola. L’occhio elettronico del fotografo ufficiale della manifestazione ha dunque immortalato, partendo da sinistra verso destra: l’attrice, modella e cantante Janelle Monáe, quindi, di rosso vestita, la cantante e attrice Taraji P. Henson, il sempre affascinante Kevin Costner nel suo duplice ruolo di produttore e di attore del film, e infine la corpulenta attrice Octavia Spencer. Interpreti tutti statunitensi per un film che celebra, non senza critiche, una delle pagine più oscure della corsa allo spazio del paese a stelle e strisce (foto proveniente da www.flickr.com)

RECENSIONE.

Diceva Virginia Woolf a proposito della donna-angelo del focolare alle prese con il tentativo di affrancarsi da quell’etichetta per diventare qualcosa d’altro (nel suo caso una scrittrice che avesse diritto alla sua stanza dove scrivere, al suo nome sul suo libro e non il solito pseudonimo maschile, al suo pubblico e al denaro che tutto questo poteva procurarle):

“…le donne devono ammaliare, devono conciliare, devono, per dirla brutalmente, dire bugie se vogliono avere successo. Perciò, ogni volta che avvertivo l’ombra della sua ala sulla pagina, o la luce della sua aureola, afferravo il calamaio e glielo scagliavo contro. Ce ne volle per farla morire. La sua natura fantastica le dava un vantaggio. È molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà. Credevo di averla liquidata e invece eccola lì di nuovo. Benché mi lusinghi di averla uccisa infine, fu una lotta durissima; che richiese del tempo che sarebbe stato più utilmente impiegato a imparare la grammatica greca; o a girare il mondo in cerca di avventure. Ma fu una vera esperienza; un’esperienza che doveva toccare a tutte le donne scrittrici a quell’epoca. Uccidere l’angelo del focolare faceva parte del mestiere di scrittrice”.

Margot Lee Shetterly non ha la forza espressiva e il vigore strutturale di una Woolf, tuttavia lei con Il Diritto di Contare ha a sua volta ucciso l’angelo del focolare, non solo quello suo personale di scrittrice che si afferma a dispetto del suo genere e del colore della sua pelle, ma anche perché ha scelto di raccontare la storia di altre donne che come lei hanno ucciso il loro angelo del focolare dimostrando che, volendo, si poteva continuare ad essere anche quello: donne delicate, sensibili, attaccate agli affetti familiari, senza per questo rinunciare ad essere ciò che si sentiva di essere e di voler essere. Sta in questo il merito di questo libro ed è per questo che va letto.

Nel 2017, chi avesse visitato il Pasadena Chalk Festival si sarebbe imbattuto in questo piccolo capolavoro di arte grafica di  8×7 piedi (circa 2,5 per 2 metri) realizzato con pastelli morbidi e gessetti. La disegnatrice, un ingegnere informatico di colore impiegata presso la NASA, decise di dedicare la sua opera a quelle tre donne straordinarie, figure del tutto nascoste e assurte agli onori del grande pubblico solo dopo la proiezione del film, dichiarando di averci messo dentro tutte quelle che erano le sue capacità artistiche superando anche i suoi limiti personali … e occorre riconoscerlo: il risultato è davvero apprezzabile (foto proveniente da www.flickr.com)

Dopo il Buio oltre la siepe (scritto però da una scrittrice bianca) e poi tutta una gamma di variazioni sul tema apparse in America nell’ultimo mezzo secolo, a opera di scrittori e scrittrici di colore e non, questo libro, attraverso le vicende di alcune scienziate della NASA, racconta dal punto di vista di una scrittrice afroamericana le lotte compiute da donne di colore come lei, per affermarsi nel mondo bianco e maschile della scienza e della tecnologia. Forse si poteva scrivere meglio, cospirando di più con le attese, le sospensioni, le dilatazioni, rubando meglio, come si dice in gergo musicale, sul tempo della narrazione, troppo spesso trascinato e perso dietro minuzie e dettagli che, se da un lato, rivelano al lettore il lungo e meticoloso, quasi maniacale e impressionante lavoro di ricerca e detection dell’autrice, dall’altro inducono a chiedersi: perché mi dice anche questo? Perché non ha mondato il superfluo?

Ardua la risposta. Chi siamo noi per fare appunti a un libro di tale clamore e successo? Che ha suscitato l’interesse di Hollywood e che porta la sua autrice sul set Pirelli?

Nessuno, certo. Allora forse dobbiamo andare oltre la prima impressione di lettori, e apprezzarlo per quello che voleva essere davvero: una testimonianza al femminile, un riconoscimento dovuto, una miniera in cui attingere storie, aneddoti, dettagli, che visti nel loro complesso raccontano una sterminata massa di difficoltà affrontate e superate. Incluse le difficoltà affrontate e superate legate ad un tipo di lavoro che, per quanto appassionante, con la sua esclusività e centralità metteva in secondo piano tutto il resto, a cominciare dalle famiglie che si dovettero a loro volta dotare di grande pazienza, comprensione e solidarietà con le rispettive mogli, madri, sorelle, figlie scienziate, per non soccombere alle ragioni dell’ufficio e della patria.

Anche Margot Lee Shetterly non poteva certo mancare alla cerimonia di presentazione mondiale del film “Hidden Figures” avvenuta nel dicembre 2016 a New York. La scrittrice afroamericana, figlia di un dipendente della NASA che svolgeva l’incarico di ricercatore presso il Langley Research Center, crebbe in un ambiente in cui chiunque (dai vicini di casa ai genitori dei suoi compagni di scuola) aveva qualche familiare occupato presso la NASA e dunque, quasi inevitabilmente, dopo un’esperienza lavorativa a New York nel settore finanziario presso JP Morgan e quindi Merrill Lynch, e poi nell’editoria in Messico, cominciò già nel 2010 a mettere assieme il materiale di ricerca che poi raccolse nel suo romanzo-saggio. La sua fortuna letteraria è dunque legata e limitata indissolubilmente al solo volume “Hidden figures” di cui nel 2018 ha curato anche la versione illustrata rivolta ai bambini dai quattro agli otto anni intitolata: “Hidden Figures: The True Story of Four Black Women and the Space Race” (foto proveniente da www.flickr.com)

L’autrice è come un direttore d’orchestra preparatissimo, tecnicamente irreprensibile, con una libertà della mano sinistra tale da essere capace di plasmare infinite intenzioni espressive in un modo che non potrebbe essere più efficace. Eppure nonostante l’esecuzione sia un paradigma di controllo e di dominio dell’orchestra, vien fuori un concerto dove a volte è molto difficile risolvere il disagio di certi momenti, per cui tanta meticolosità alla fine crea un problema anziché risolverlo.

Ma come non ammirare il coraggio della Shetterly quando assegnando quel titolo, Hidden Figures, al suo libro (Figure nascoste, è infatti quello originale) già disvela la sua intenzione di rendere visibili finalmente quelle figure trasparenti, non viste, unseen che hanno atteso con pazienza il momento opportuno per farsi avanti e piano piano dire al mondo ci sono anch’io, so fare questo, non puoi più ignorarmi?

Ancora una bella immagine della scrittrice di “Hidden Figures” ripresa mentre è intenta a leggere alcune pagine del suo lavoro letterario a beneficio di una nutrita platea di studenti delle scuole pubbliche statunitensi. L’evento, ebbe luogo nel dicembre 2016 presso la  Martin Luther King Jr. Memorial Library a Washington e rende l’idea dell’improvviso interesse che suscitò la proiezione del film e, di rimbalzo, del libro da cui il film è stato tratto in modo mirabile (foto proveniente da www.flickr.com)

E forse alla fine ci persuadiamo che per non farsi più ignorare era necessario metterci dentro tante di quelle cose da poterne prendere solo un po’ per volta, come quando si deve bere a piccoli sorsi un tè perché troppo bollente. Ecco perché questo libro che, soprattutto nella prima parte, procede lento, appesantito da troppi tecnicismi, ostici a chiunque non sia del mestiere, e infarcito di citazioni e riferimenti a luoghi e istituzioni che per noi non hanno alcuna evocazione, va letto con calma, va preso a piccole dosi, finché superati i primi scogli si sarà premiati, nella parte finale, da un’atmosfera più descrittiva e godibile, dove si chiarisce il senso di tutto il lavoro precedente, si chiarisce l’insegnamento che vuole darci l’autrice, cioè che l’umanità è una sola, non ci sono colori, non ci sono differenze, ma esiste l’anima e il cuore di ciascun essere umano, e soprattutto esiste la dignità che qui è rappresentata dal silenzio di queste donne, che hanno attuato la loro rivoluzione unicamente dimostrando le loro competenze, senza urla e atti di violenza.

Contrariamente a quanto accade nel nostro paese in cui è praticamente impossibile intitolare qualsivoglia via, edificio o mezzo di trasporto a un personaggio famoso vivente, negli Stati Uniti alla matematica donna-calcolatore Katherine G. Johnson è stato dedicato il Computational Research Facility e alla cerimonia d’inaugurazione erano presenti, oltre alla festeggiata Katherine, i membri della sua famiglia, il sindaco Donnie Tuck, il senatore Warner e il governatore dello Stato McAuliffe. E questo scatto lo testimonia (foto proveniente da www.flickr.com)

La scelta dell’autrice americana di utilizzare un linguaggio semplice e delicato visto l’argomento già di per sé sconcertante, è da ammirare. E alla fine il libro si consiglia di leggerlo perché è sempre sbagliato perdere un’occasione per imparare il rispetto verso la vita altrui e verso qualsiasi essere vivente. Perché anche se non è un libro da leggere in pochi giorni, o come si dice, “da spiaggia”, e richiede una certa dose di impegno, è così colmo di storia che vale la pena affrontarlo anche per capire un periodo storico del passato, quello della Guerra Fredda, che molti, i più maturi, forse hanno bisogno di rinfrescare nella loro memoria, e molti, i più giovani, hanno bisogno di conoscere per capire meglio il presente che non sembra del tutto liberato da certi atteggiamenti mentali, e non solo mentali, di cui furono vittime queste Figure Nascoste. Non è forse tuttora in atto una specie di guerra mista, fredda e calda, in cui si decidono le sorti del pianeta, come allora proprio nel Langley si decidevano le sorti dell’America rimasta col fiato sospeso nel momento in cui lo Sputnik ha solcato il suo cielo?

A seconda dell’edizione (tascabile o brossura) sono disponibili due diverse copertine del volume in lingua inglese che, in tutta onestà, non sono graficamente esaltanti … (foto proveniente da www.flickr.com) 

… fortunatamente la locandina del film è di ben altra caratura (foto proveniente da www.flickr.com)

Mentre mi accingo a chiudere il cerchio voglio però ricordare una cosa importante. Questa è una storia di donne, ma il cerchio lo chiudo parlando di un uomo: John Glenn. In un Paese in cui per bianchi e neri, la vita sociale era indirizzata su due binari legislativi rigidamente distinti per cui essi facevano la spesa in supermercati diversi, cenavano in ristoranti diversi, soggiornavano in hotel diversi, usavano bagni pubblici diversi, e ovviamente frequentavano scuole diverse, Katherine, un seme sbocciato sul terreno dell’apartheid istituzionale, della normalizzazione del razzismo da parte dei poteri dello Stato, della cristallizzazione di una prassi gerarchica fondata sul sangue, riesce ad affermarsi alla NASA fino al punto che il primo astronauta americano ad andare in orbita attorno alla Terra, esige lei e solo lei come sua “calcolatrice umana” e dichiara che se lei avesse confermato i numeri del calcolatore elettronico appena arrivato, e di cui lui non si fida, lui sarebbe partito subito, senza pensarci due volte.

La sua vita e l’esito dell’esperimento, nonché di anni e anni di calcoli e stime, Glenn li ha messi nelle mani di una sola persona. Una donna.

Quella donna avrebbe fatto la differenza sia per lui che per l’intero genere umano.

Fu quella la vittoria di quella donna e delle sue compagne?

No. La loro vittoria fu essere fotografate accanto agli ingegneri uomini bianchi sotto la voce: le persone che hanno salvato l’America. Persone. Punto. 

Dunque l’avete capito. In questo caso il libro e il film sono due cose distinte. Non si può dire, come spesso succede, il libro è meglio del film, ovvero, il film è meglio del libro, come a prima vista parrebbe questo il caso. In realtà non è così.

Il film, pur fornendo le stesse informazioni e raccontando la stessa storia, affronta la storia dal punto di vista personale delle tre donne, il libro invece è un vero e proprio saggio storico, ricchissimo di dati e corredato da una tale quantità di note bibliografiche da essere all’altezza di un testo universitario. I due strumenti affrontano la storia con due metodi assolutamente diversi, tanto da rendere inutile una comparazione.  



IL FUTURO.

Tutto questo avveniva cinquant’anni fa. Dopo mezzo secolo e oltre la Luna torna alla ribalta. Messa da parte dai pensieri degli umani che contano e decidono, sembra ora essersi riacceso l’interesse verso il nostro satellite, che, ormai a lungo studiato, sembra essere definitivamente considerabile costola del nostro stesso pianeta. Materia della nostra stessa materia. Insomma sangue del nostro sangue. Ma il nostro pianeta, lo sappiamo, sta messo malino quanto a salute, e allora che si fa? Si guarda oltre. Si pensa ad una base stabile sulla Luna dalla quale un giorno magari partire verso Marte o altri mondi, visto che quello nostro ce lo stiamo bellamente giocando. Però, attenzione, in tutto questo rinnovato interesse per lei, per la pallida e mutevole Luna, spunta fuori che lassù, nella costola vergine della Terra, ci sono minerali, terre rare, acqua, allo stato solido ma in abbondanza… e tutto al polo Sud, dove di giorno fa 100 gradi e di notte – 200, dove il giorno dura 14 giorni e la notte 14 notti (terresti), un vero paradiso, non c’è che dire!

L’affascinante attrice e cantante statunitense Taraji P. Henson riveste il ruolo di Katherine Johnson nell’ottima pellicola “Hidden figures” (foto proveniente da www.flickr.com) 

Ma cosa non si farebbe, a cosa non si è disposti ad adattarsi per strappare anche a lei quelle stesse materie prime, risorse, ricchezze che sono motivo di conflitti inenarrabili, visto che, va a sapere perché, quei minerali preziosi e rari qui stanno tutti ammucchiati nei posti più complicati e guerrafondai del pianeta. E lì?

Un’altra protagonista principale della pellicola “Il diritto di contare” è l’attrice statunitense Octavia Spencer alias la “donna calcolatrice” Dorothy Vaughan (foto proveniente da www.flickr.com)

Pensateci bene, soprattutto ora che la “conquista dello spazio” si va allargando ben oltre due sfidanti, ora che vede inclusi, indifferentemente, astronauti e astronaute, e persino parastronauti perché alla fine s’è capito che quello che conta è l’integrità del cuore e della testa, e non l’integrità del corpo o il suo colore, o il suo sesso, a che non si replichi questa lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi una miniera di coltan in più, un giacimento di litio in più… La luna è un’opportunità. Sì, che sia di pace però. Sennò rischiamo che prima o poi un’altra scrittrice dovrà scrivere un domani il Diritto di Spaziare, visto che gli avvocati di tutto il mondo hanno già il loro bel da fare a definire e a riscrivere il Diritto Spaziale.

Janelle Monáe, attrice e modella, nella finzione cinematografica di “Hidden figures” è Mary Jackson, la prima ingegnere afroamericana a lavorare alla NASA dopo aver svolto l’incarico di “computer umano”. Il suo nome è stato inserito solo nel giugno 2017 nel Langley Hall of Honor (foto proveniente da www.flickr.com)



L’AUTRICE E LA SUA VOCE.

Nata e cresciuta a Hampton, in Virginia, Margot Lee Shetterly ha conosciuto di persona molte delle protagoniste di Il Diritto di Contare, e per i suoi studi sul contributo delle donne alla matematica ha ricevuto una borsa di studio dalla prestigiosa Virginia Foundation of the Humanities.

Prima di trasferirsi a Charlottesville, con il marito, è stata per molti anni a New York e in Messico. Detto questo, credo che sentire direttamente la sua voce sia il modo migliore per consegnarvi questa recensione, che spero vi sia stata di utilità.

Da Il Diritto di Contare:

[…] Eppure, pur essendo state loro al Langley a infrangere la barriera della razza, facendo da apripista per gli uomini assunti in seguito, le donne dovettero sempre combattere per qualcosa che gli uomini, anche di colore, potevano dare per scontata: la qualifica di ingegnere […] Insieme avevano dimostrato che, se gliene venivano dati l’occasione e i mezzi, la mente femminile era uguale a quella maschile.

Come nella migliore tradizione dell’industria cinematografica statunitense, la proiezione della pellicola “Hidden Figures.” ha avuto scenari e corollari di tutto rispetto come l’auditorium del Kennedy Space Center in Florida, dove il cast al completo ha partecipato a una conferenza stampa organizzata al fine di promuovere il film presso gli addetti ai lavori della NASA. A sinistra possiamo riconoscere l’attrice Octavia Spencer alias Dorothy Vaughan; Taraji P. Henson, che impersona Katherine Johnson nel film e Janelle Monáe – Mary Jackson (foto proveniente da www.flickr.com)

[…] Per molti uomini, una “calcolatrice umana” era una macchina calcolatrice che respirava, un accessorio d’ufficio che inspirava una serie di cifre e ne espirava un’altra.

[…] “Sventurata te, se ti fanno calcolatrice” scherzava un articolo dell’Air Scoop. “Sventurata, perché l’ingegnere si prende il merito di qualsiasi tuo lavoro che brilli d’intelligenza e dia gloria. Ma se lui scivola o sbaglia un conto, o incappa in un errore di qualunque tipo, una volta chiamato a rispondere scaricherà il barile con un bel: ‘Del resto, cos’altro ci si può aspettare da una calcolatrice donna?’”.

Il lavoro della maggior parte delle donne, […], era anonimo, persino se lavoravano a stretto contatto con un ingegnere sul contenuto di una relazione era raro che le matematiche vedessero apparire il proprio nome sulla pubblicazione finale. Perché mai avrebbero dovuto nutrire il loro stesso desiderio di riconoscimento? Si chiedeva la maggior parte degli ingegneri. Erano donne, dopotutto.

[…]Prima che il computer diventasse un oggetto inanimato, però, e prima che il Centro di controllo missione atterrasse a Houston; prima che lo Sputnik cambiasse il corso della storia, e prima che la NACA diventasse NASA; prima che la sentenza della Corte Suprema nel caso Brown v. Board of Education of Topeka stabilisse che di fatto separato non significava uguale, e prima che la poesia del sogno di Martin Luther King si riversasse giù dalla scalinata del Lincoln Memorial, le calcolatrici dell’Area ovest del Langley aiutarono gli Stati Uniti a dominare l’aeronautica, la ricerca spaziale e la tecnologia informatica, ritagliandosi uno spazio come matematiche donne che erano anche di colore, matematiche di colore che erano anche donne. […]

Katherine ci ha lasciato il 24 febbraio 2020 alla veneranda età di 101 anni (foto proveniente da www.flickr.com)

[…] Figurarsi se una mente femminile poteva elaborare qualcosa di tanto rigoroso e preciso come numeri ed equazioni! Solo l’idea di investire cinquecento dollari in una macchina calcolatrice per poi farla usare a una ragazza… ma per piacere! E invece le ragazze si erano dimostrate molto, molto brave con i numeri. Più brave, di fatto, di molti ingegneri, come dovettero ammettere gli stessi uomini, pur se a denti stretti.  





Recensione di Rossana Cilli.

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR






Il diritto di contare

Carrying the fire, Il mio viaggio verso la Luna

titolo:  Carrying the fire – Il mio viaggio verso la Luna

autore: Michael Collins 

editore: Cartabianca Publishing

anno di pubblicazione: 2023 

ISBN: 8888805532

ISBN 13 cifre: 978-8888805535

pagine: 462




Molti anni fa, in epoca pre-internet, ero ancora un ragazzo e molto interessato alla storia di una squadriglia che aveva combattuto in Birmania come “Tigri volanti”  e successivamente nel Pacifico con il nome di “Squadriglia delle Pecore Nere”. Avevo letto un libro, scritto da un pilota che aveva fatto parte di entrambe le squadriglie, anzi, della seconda era stato addirittura il comandante. Il titolo in italiano era “L’asso della bottiglia” e l’autore rispondeva al nome di Gregory “Pappy” Boyington.

Boyington è stato veramente un asso. A fine carriera aveva totalizzato circa ventisei abbattimenti, anche se il numero reale è un pochino controverso. Forse perché, oltre ad essere un asso come pilota, lo era anche come bevitore. Si dice che volasse spesso un po’ alticcio, non propriamente nel senso della quota. Da qui il titolo del suo libro tradotto in italiano.

Non è stato facile scovare delle immagini poco conosciute e al contempo significative relative al protagonista de “Il mio viaggio verso la Luna” giacché l’editore Cartabianca ha arricchito la pubblicazione del volume riservando uno spazio web (con tanto di dominio italiano) contenente proprio le foto – davvero numerosissime – relative all’autore. Nel libro è presente un QR code che ci permetterà di essere catapultati istantaneamente all’interno di questo scrigno dei ricordi benché la semplice digitazione di: carryingthefire.it nella barra degli indirizzi del vostro programma di navigazione internet vi condurrà comunque a destinazione. Una nota di lode che si aggiunge alle altre nei confronti di questo editore bolognese che opera alla “statunitense maniera” supportando in tutti i modi possibili la sua creatura editoriale. Lo foto che invece abbiamo scovato ritrae in alto a sinistra (vicino alla bandiera) il “nostro” Michael Collins assieme agli altri tredici uomini speciali che nell’ottobre 1963 la National Aeronautics and Space Administration (NASA) assoldò per farne degli astronauti, ovviamente solo a seguito di un durissimo addestramento. Tra di loro possiamo individuare nomi eccellenti come  Edwin E. Aldrin Jr detto “Buzz”, oppure Eugene A. Cernan che divennero famosi al pari di Collins (foto proveniente da www.flickr.com)

Il titolo originale era invece: “Baa baa Black sheep”.

Quel libro mi aveva talmente impressionato che avrei voluto trovare e leggere tutti i libri sull’argomento. Ma all’epoca era difficile perfino sapere se esistessero e come ottenerli. Le riviste di settore spesso riportavano notizie, fotografie, interviste. E proprio su una rivista inglese, a Londra, lessi l’intervista a Gregory Boyington. In quei giorni si parlava tanto della famosa serie televisiva “La squadriglia delle pecore nere” e lui ne era il consulente. Con l’inevitabile strascico di polemiche sulla veridicità di come venivano rappresentati i fatti e i veri protagonisti. Questi ultimi erano, guarda caso, proprio quelli più contrariati.

Ovviamente la rivista era scritta in inglese, lingua che conoscevo abbastanza bene già allora. Però avrei desiderato leggere altre cose su Boyington, altri libri su di lui e sulla sua squadriglia. Mi avrebbe fatto piacere parlarci di persona, o almeno scrivergli, ma… eravamo, appunto, in epoca pre-internet. Non sapevo come fare per superare le distanze. L’America era ancora troppo lontana.

A Roma esisteva una libreria del centro che trattava proprio di libri pubblicati all’estero. E soprattutto negli Stati Uniti. Presi a passarci le ore, a guardare tutti i libri in inglese e a scorrere l’elenco di quelli che trattavano di aviazione.

Leggendo “Il mio viaggio verso la Luna” non poteva lasciarci indifferenti la citazione che fa da vetrina al XII capitolo e che recita così: “Houston, Apollo 11 … ho il mondo nel mio finestrino” – Mike Collins, 28 ore e 7 minuti dopo il decollo. Ebbene ci è subito tornato alla mente quella foto memorabile, scattata dall’equipaggio dell’ Apollo 11 a una distanza di circa 98 mila miglia nautiche dalla Terra e che ritrae il pianeta azzurro con in primo piano una piccola parte del continente europeo e la gigantesca Africa. (www.flickr.com)

Ne ordinai molti, nel corso degli anni. Ma spesso dovevo aspettare tempi biblici, prima che arrivassero.

Poi, finalmente, arrivò internet. E fu come se all’improvviso si aprissero tutte le finestre sul mondo e potessi guardare di fuori.

Pian piano, nel tempo, ho potuto ordinare libri ovunque. E ho potuto scoprire e leggere, non soltanto il libro di Boyington in lingua originale (che è tutta un’altra cosa) ma anche tutti i libri esistenti sulla guerra nel Pacifico e la storia di tutte le altre unità che vi avevano operato. E i libri scritti da tanti altri piloti, spaziando così su una marea di diversi punti di vista sui medesimi fatti storici.

La retrocopertina del volume pubblicato dal lodevole editore Cartabianca Publishing a conclusione di un’operazione meritoria (quanto articolata) a beneficio di coloro – davvero tanti – che, pur appassionati di astronautica non avevano mai potuto leggere l’autobiografia di un astronauta di grandissima caratura come Michael Collins. Questo fino a 30 novembre 2023 perché, a partire da quella data, l’editore bolognese ha sanato questa imbarazzante mancanza dell’editoria italiana ed ecco qui il corposissimo volume: “IL MIO VIAGGIO VERSO LA LUNA”, tutto rigorosamente in lingua italica se non fosse per quel “CARRYING THE FIRE” presente nel titolo ma che non disturba affatto, anzi testimonia un ideale ponte linguistico tra l’autore e il nostro bel paese, ponte che già sussiste grazie al luogo di nascita di Michael Collins – ricordiamolo sempre con orgoglio – giacché nacque a Roma in via Tevere. E chissà che i natali romani (o comunque italici) non abbiano influito in modo determinante sul suo DNA. A noi piace pensarlo …. In questa IV di copertina spicca l’opinione espressa dal grande trasvolatore Charles Lindbergh che, senza nulla togliere alla bravissima astronauta italiana Samantha Cristoforetti e all’autorevole giornalista scientifico Piero Banucci, rende  questo volume assolutamente accattivante per un potenziale lettore appassionato di astronautica e non

Potevo ordinare anche libri in francese, sebbene con qualche piccola difficoltà in più, se ricordo bene. Ma poco male, in Francia ci andavo spesso e tornavo sempre con parecchie riviste e libri, specialmente di fotografia, settore del quale devo fare a quel paese tanto di cappello.

Rimaneva sempre il disagio di aspettare il pacco dei libri, nonostante i tempi si fossero ridotti abbastanza.

La vera svolta, quella decisiva, è avvenuta da una manciata di anni.

Un giorno mi sono visto regalare un Kobo. E ho conosciuto la magia dei libri digitali, o eBook.

Come ho scritto in alcune recensioni, questa è stata una svolta epocale. Adesso non dovevo aspettare altro che il tempo della procedura di pagamento online e quello del download. Un paio di minuti. Una favola.

Il risguardo di copertina destro, come d’uopo, contiene una esauriente anticipazione del contenuto di questo volume davvero generoso sia in termini di numero di pagine ma anche di formato (fuori dallo standard usuale). Forse, unica nota stonata, sono le dimensioni dei caratteri che – in tutta onestà – avremmo gradito ugualmente appena appena più generosi, soprattutto tenuto conto dell’età media dei lettori potenziali. Eccellente invece la foto di copertina curata dall’editore Diego Meozzi e Andrea Morando in cui sono presenti gli elementi fondamentali dell’autobiografia di Michael Collins: sullo sfondo della nebulosa Tarantola troviamo infatti la Luna, il Modulo di comando e servizio (ma dell’Apollo 14 a causa della mancanza di foto utili dell’Apollo 11) a bordo del quale orbitò in solitaria attorno al nostro satellite e, ovviamente, il ritratto aziendale del medesimo autore nella sua tuta di lavoro all’epoca della missione Apollo 11..

Le finestre sul mondo, su tutto il mondo, non si erano solo aperte. Erano sparite del tutto.

 Al Kobo si è aggiunto il Kindle. I miei dispositivi sono ormai delle vere e proprie librerie nascoste sotto il vetro dello schermo. E siccome sia Kindle che Kobo hanno ormai la loro applicazione per tablet Android, posso tenere due librerie immense in un unico dispositivo. Per mezzo di un’altra applicazione posso addirittura acquistare e leggere riviste di tutto il mondo. Questione di pochi click.

Su Voci di hangar, nella improbabile sezione dal nome fuorviante “Manuali di volo” e nella sotto sezione “Fuori campo” si trovano oltre cento recensioni (per ora)  di questi libri interessantissimi. Non le ho scritte tutte io, ma moltissime sì.

Ho cercato di diffondere la conoscenza di molte pubblicazioni aeronautiche (è un sito a carattere aeronautico) descrivendone il contenuto e cercando di invogliare i potenziali lettori a comprare e leggere queste opere.

Le recensioni di Voci di hangar non riguardano solamente libri in inglese e francese. Anzi, la maggior parte sono in italiano.

Il problema della lingua è comunque quello minore. Sembra purtroppo che il nostro paese non abbia molta inclinazione per la lettura. Al massimo la gente legge lo schermo del cellulare e giusto per i messaggi delle chat dei vari social. Se non sono troppo lunghi…

Come nella migliore tradizione editoriale, il risguardo di copertina destro contiene una corposa biografia dell’autore. E fortuna che il formato del libro è assai generoso perché i cenni biografici di Michael Collins, per quanto in versione volutamente stringata, sono davvero notevolissimi. Unica nota stonata di questo risguardo – a volerlo trovare a tutti i costi – è la foto dell’autore che probabilmente è stata scattata quando aveva in avanzata età senile, viceversa i miti della storia dell’umanità come Michael Collins dovrebbero rimanere, nell’immaginario collettivo, all’aspetto giovanile in cui svolsero l’impresa per per cui vengono universalmente ricordati (come nel caso dell foto presente in copertina). A questa piccola sbavatura fa da contraltare la cura riservata da qualcuno/a del servizio clienti di Cartabianca Publishing giacché, nella fattura acclusa al volume acquistato, una mano alquanto premurosa ha vergato la frase: “Grazie e buon viaggio sulla Luna”. Ora non ci è dato sapere se si tratti di un episodio casuale (abbiamo ordinato il volume a poche ore dalla divulgazione della pubblicazione, forse addirittura una delle prime vendute), tuttavia abbiamo gradito moltissimo il gesto di utilizzare un documento assolutamente anonimo per farne un veicolo benaugurale. Grazie a quella mano: conserveremo quel foglio come un prezioso segnalibro!

Per fortuna esiste una percentuale di popolo che, invece, legge.

Le recensioni sono per loro.

Non saprei dire quanti abbiano realmente comprato alcuni dei libri recensiti e se poi li abbiano veramente letti. Di sicuro, se avessero voluto acquistarli, ormai avrebbero potuto farlo con quei pochi click appena menzionati.

Ma il problema della lingua rimane.

Quanti, tra coloro che leggono e che hanno tratto spunto dalle recensioni di Voci di hangar, hanno poi realmente preso l’iniziativa di scaricare i libri in inglese e francese? Pochi, secondo me.

La miglior cosa sarebbe quella di tradurre in italiano tutti i più interessanti libri esistenti nel mondo, affinché chi vuole possa accedere alla conoscenza che sta al di là degli ostacoli di lingua e distanza.

E che sta, inoltre, al di là di tutti i cavilli burocratici che un qualunque editore incontrerebbe se solo provasse ad intraprendere una simile impresa.

Questo discorso vale per ogni argomento, ogni disciplina.

Ma restiamo nel “ristretto” ambito aeronautico.

E’ impressionante vedere quale enorme mole di pubblicazioni è disponibile nel mondo. Per noi piloti ce ne sono un’infinità. Alcuni sono, a mio giudizio, davvero irrinunciabili. Dopo averne letti un gran numero, un giorno mi sono imbattuto in un libro scritto da un pilota francese dal titolo “La guerre vue du ciel” di Marc Scheffler.  Un libro nuovo, che rivelava aspetti inediti e sconosciuti, almeno alla stragrande maggioranza dei piloti  di aviazione generale. Sentivo fortemente l’esigenza di avere un libro come quello anche tradotto in italiano e contattai la redazione, ma mi dissero che non era prevista alcuna traduzione, se non in lingua inglese, semmai…

Dopo qualche tempo lo stesso autore scrisse un altro libro intitolato “La naissance d’un pilote”.

Al momento anche quello resta solo in francese. Peccato.

Prendiamo, ad esempio, l’argomento “spazio”.

La conquista dello spazio e tutte le missioni che hanno riguardato la conquista della Luna, ma anche il periodo successivo, quello della stazione spaziale internazionale e quindi anche ciò che concerne lo Shuttle, sarebbe un argomento di un interesse notevolissimo. Esistono migliaia di libri sull’argomento. Praticamente quasi tutti gli astronauti hanno prodotto un libro nel quale raccontano la loro parte di storia. Ne ho letti molti e di alcuni ho scritto una recensione per Voci di hangar. Sono tutti nel sito.

A dimostrazione dello sforzo sovrumano e dello stuolo di persone coinvolte nella missione Apollo 11, riportiamo questo scatto della sala di controllo del Kennedy Space Flight Center (KSC) e del tenente generale Samuel C. Phillips, direttore del programma, mentre monitora le attività pre-lancio dell’Apollo 11. Ricordiamo che la missione, la prima che prevedeva l’atterraggio lunare, fu lanciata dal KSC in Florida tramite il razzo vettore Saturn V il 16 luglio 1969 e riportò l’equipaggio sano e salvo sulla Terra il 24 luglio 1969. A bordo della navicella spaziale c’erano gli astronauti Neil A. Armstrong, comandante; Michael Collins, pilota del Modulo di Comando (CM); ed Edwin E. (Buzz) Aldrin Jr., pilota del Modulo Lunare (LM). Il CM, “Columbia”, pilotato da Collins, rimase in un’orbita di parcheggio attorno alla Luna mentre il LM, “Eagle”, che trasportava gli astronauti Armstrong e Aldrin, atterrò sulla Luna. Il 20 luglio 1969 Armstrong fu il primo essere umano a mettere piede sulla superficie lunare, seguito da Aldrin mentre Michael Collins, benché fondamentale per l’esito della missione, non toccò mai il suolo del nostro satellite (foto proveniente da www.flickr.com)

Ovviamente sono libri in inglese.

Anche di questi ho avvertito il forte desiderio di averne una versione in italiano affinché tutti potessero entrare nella magia di quella storia così sensazionale e affascinante. Travolgente, perfino.

Ma pareva che a nessuno fosse venuto in mente di imbarcarsi in una lunga battaglia burocratica per acquisire i diritti a tradurre quei libri.

Poi un giorno… miracolo! Qualcuno lo aveva fatto.

Una casa editrice di Bologna, la Cartabianca Publishing, ne ha fatti tradurre ben tre.

L’ultimo, quello che ho scoperto con mio sommo piacere, è “Carrying the fire” di Michael Collins.

Il libro ricalca tutta la storia della vita dell’autore. E’ un libro autobiografico. Contiene un intero mondo, in gran parte ormai scomparso o totalmente modificato nel corso di tanti decenni, ma proprio per questo ha un valore inestimabile e un interesse immenso.

Ora potrei, qui, scrivere una nuova recensione del libro, ma non mi sembra il caso. Dovrei ripetere quello che ho già scritto nella recensione della versione in inglese. Chiunque sia interessato può tranquillamente leggere quella. E poi farebbe bene a ordinare l’edizione che preferisce, magari quella tradotta da Cartabianca. Ora esiste, finalmente. Nel sito della Casa Editrice si trovano tutte le indicazioni per ottenere sia il libro fisico, sia quello digitale.

Michael Collins era il pilota del Modulo di Comando, quello che rimase ad orbitare intorno alla Luna, mentre Armstrong e Aldrin scendevano sul suolo lunare. Era la prima missione, il nominativo che la identificava era: Apollo 11. Quella che ha aperto la strada alle successive. Era il luglio 1969.

Se c’è un logo che non può mancare nell’autobiografia di Michael Collins (e anche nella relativa recensione) è quello ufficiale della missione Apollo 11. Non fosse altro perché il logo – stando alla leggenda – fu ideato proprio da Michael Collins in persona. La simbologia è molto semplice: una pacifica aquila statunitense si posa sulla superficie lunare trattenendo tra i suoi artigli un ramoscello di ulivo mentre la Terra osserva in lontananza come a significare l’origine e la rappresentanza universale della missione (foro proveniente da www.flickr.com)

Dopo, si sono succedute tutte le altre, fino all’ultima, Apollo 17.

Esiste una letteratura immensa su queste missioni. Come ho detto, quasi ogni astronauta ha scritto un proprio libro. Ricordiamo anche la missione Apollo 13, è quella che ebbe un’esplosione durante il viaggio e non poté portare a termine alcun allunaggio. Fece un giro intorno alla Luna e tornò indietro. Gli astronauti si salvarono tutti, ma davvero di stretta misura. Viene ricordata soprattutto per una frase divenuta famosa: Huston, abbiamo un problema… Era il 13 Aprile 1970.

La penultima missione, Apollo 16, ebbe luogo dal 16 al 27 Aprile 1972. Al comando c’era John Watts Young, che fu il penultimo a scendere sul suolo lunare. Ma la sua storia è del massimo interesse per un altro motivo. Dopo la missione lunare, Young fece parte dello sviluppo delle missioni tra la Terra e la Stazione Spaziale Internazionale utilizzando un mezzo avveniristico che partiva con un lanciatore a razzo e rientrava in maniera autonoma, atterrando su una pista apposita e senza l’ausilio di alcun motore, come una specie di aliante.

Su Voci di hangar si trovano le mie recensioni dei libri, in lingua inglese, di Gene Cernan, Comandante della missione Apollo 17, l’ultima e di John Young, Comandante dell’Apollo 16, la penultima. Il libro di Cernan si intitola: The last man on the Moon e quello di Young si intitola: Forever Young. Esorto tutti ad andarle a leggere. Il fatto che le recensioni riguardino i libri non ancora tradotti è ininfluente.

Quello che conta è che adesso, con notevole buona volontà e lungimiranza, e aggiungerei anche con parecchio coraggio, la Casa Editrice Cartabianca ha tradotto anche questi due ultimi libri. Ora sono disponibili in italiano, come quello di Collins. I titoli della versione in italiano sono, rispettivamente: L’ultimo uomo sulla luna e Forever Young, Gemini, Apollo, Shuttle, una vita per lo spazio.

Seguiranno altre traduzioni? Speriamo di sì.

A partire dal 30 gennaio del 2023  una semplicissima lapide bianca collocata nella sezione 51  dell’ Arlington National Cemetery di Arlington, indica il luogo ove sono conservate le ceneri del Maj. Gen. Michael Collins.  L’astronauta statunitense ci ha lasciato alla veneranda età di 90 anni a causa di un tumore il 28 aprile 2021 e le sue spoglie terrene sono tornate alla Terra dopo una vita trascorsa in cielo e nello spazio. (foto proveniente dal sitio www.flickr.com)

Dopo l’Apollo 17 ci sono stati decenni di pausa per le missioni lunari. Ma adesso si torna a parlare di tornare sulla Luna e questa volta pare che ci si vada per restarci. Magari non per sempre, ma almeno per lunghi periodi. E si parla anche di missioni verso Marte. Certamente non nell’immediato, però la strada è quella. Sembra che l’umanità sia sul punto di cessare di essere una razza monoplanetaria per diventare multiplanetaria. Non mi sembra una svolta da poco.

Ora più che mai sarebbe opportuno per tutti farsi una cultura sulla storia passata per capire meglio il presente e affrontare con consapevolezza le svolte che ci aspettano nell’immediato futuro.

A mio avviso, proprio per questo rinnovato interesse verso viaggi nello Spazio profondo, vale la pena tornare a riprendere in mano e rileggere libri che di questo argomento hanno già parlato oltre mezzo secolo fa.

Esistono. Sono raggiungibili con pochi click e ora, grazie all’impegno di Cartabianca Publishing, almeno tre sono già in italiano.






Recensione di Brutus Flyer (Evandro Detti) e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





Dello stesso autore sono disponibili le recensioni di: 


Flying to the moon

Carrying the fire

Carrying the fire, Il mio viaggio verso la Luna

In un cielo di Guai – ter

titolo: In un cielo di guai

autore: Alessandro Soldati 

editore: Cartabianca

pagine: 200

anno di pubblicazione: giugno 2023 – II edizione (tascabile ed e-book)

ISBN: 8888805486 e 978-8888805481




Secondo un vecchio proverbio popolare “non c’è due senza tre” e così, dopo due recensioni (la prima a cura della Redazione e la seconda del nostro redattore specializzato Evandro Detti), ecco la terza …. perché se per il nostro hangar due recensioni del medesimo volume sono un evento anomalo … beh, tre sono qualcosa di assolutamente impensabile. Eppure, poiché il romanzo “In un cielo di guai” è disponibile da qualche mese in una nuova veste, ci è sembrato doveroso pubblicarla a beneficio dei nostri visitatori e soprattutto dell’autore che – diciamolo senza possibilità alcuna di essere smentiti – ci ha regalato un diamante di rara bellezza.

In verità la prima edizione del libro del comandante Soldati era sì un diamante assolutamente unico e preziosissimo … ma grezzo, ossia non tagliato nelle sue molteplici sfaccettature geometriche … viceversa questa seconda edizione lo priva di qualsivoglia opacità cosicché da renderlo – se possibile – ancor più brillante da tutte le angolazioni.

Il risguardo destro che ci anticipa, senza svelarne i dettagli più succulenti, il contenuto notevolissimo  del romanzo di Alessandro Soldati. Allo scopo di mantenere bassi i costi di stampa, questo diventa una discriminante qualitativa e infatti … nella prima edizione non era presente. Appunto.

E a proposito della prima stesura – in tutta la nostra squallida onestà -di lati opachi ne avevamo benignamente additati diversi, viceversa ora sono stati tutti risolti, tutti dimenticati per merito del nuovo editore Cartabianca e – occorre sottolinearlo – grazie all’umiltà dello stesso Alessandro Soldati che si è affidato alle “cure” di un vero editore.

Lungi da noi voler aprire un’ampia parentesi sulla bontà del lavoro svolto dagli editori professionisti – quelli con la E maiuscola, per intenderci – o sulle enormi opportunità offerte dal regime di auto pubblicazione di talune piattaforme virtuali … no, non intendiamo farlo perché si solleverebbe un polverone a proposito dei sedicenti editori che si spacciano tali e che invece si fanno pagare profumatamente per una manciata di copie vendute – beffa nella beffa – al medesimo autore. E non intendiamo parlare neanche di quegli altri editori che, vivendo su un piedistallo dorato, rifiutano categoricamente gli autori giovani e sconosciuti per puoi pubblicare delle emerite scempiaggini purché firmate dal personaggio momentaneamente famoso – si fa per dire -. Stenderemo un velo pietoso e torniamo al nostro Alessandro Soldati.

“Nostro” in senso affettuoso perché, se occorreva un’ulteriore dimostrazione della sua onestà intellettuale, vi rimandiamo al messaggio che ci ha inviato a commento della recensione della prima edizione del suo libro in cui ammette che l’editore Cartabianca ha migliorato il suo romanzo proprio su quegli aspetti che noi – semplici lettori appassionati – avevamo additato.

La biografia dell’autore con acclusa fotografia è un altro indice della stampa professionale di un volume, vieppiù se nel risguardo interno … e nella seconda edizione di “In un cielo di guai” infatti c’è!

“Nostro” perché Alessandro ha avuto il coraggio di raccontare all’uomo della strada, anzi ai passeggeri delle compagnie low cost e non, ciò che accade dentro quei pochi metri cubi della cabina di pilotaggio degli aeroplani commerciali nonché nelle famose “stanze dei bottoni” dalle quali si muovono le fila del personale delle compagnie aeree sopravvissute al “11 settembre” e alla pandemia.

“Nostro” perché, descrivendo la possibile giornata di lavoro di una comandante di linea aerea, ci offre uno spunto di riflessione sul mondo – il nostro e non solo quello dei piloti commerciali – divenuto sfacciatamente consumistico, per nulla meritocratico, minato dalla burocrazia, alienante e squallidamente proceduralizzato.

Ma torniamo di nuovo al romanzo.

Anzitutto ci siamo ritrovati finalmente di fronte a una copertina degna di questo nome! L’immagine di una giovane pilota donna con fare pensieroso è indubbiamente più pertinente rispetto al titolo – azzeccatissimo, per carità – sebbene il sottotitolo si sia addolcito (rispetto alla prima edizione) e reso meno inquietante. Certo, una foto preconfezionata pescata dall’immenso serbatoio IStock della Getty images è molto meglio del panorama generico della prima edizione … però ci domandiamo: possibile che nel nostro paese non ci sia una donna pilota in carne e ossa disponibile a essere fotografata e a finire sulla copertina di un libro? Noi, provocatoriamente, l’abbiamo trovata negli USA, si chiama Shannon Hutchinson e l’abbiamo pubblicata nella seconda recensione … ammettiamo che somiglia più a una coniglietta di Playboy che non ha una custode del focolare domestico … ma era giusto appunto una provocazione!?

In definitiva: lode all’autore e all’editore per il cambio di copertina!

Lode ancora a loro per aver inserito in questa seconda edizione i risguardi interni che contengono – secondo la migliore tradizione editoriale – la sinossi del volume e la biografia minima dell’autore peraltro corredata da una bella fotografia di quel bel ragazzone cresciuto che è Alessandro Soldati, apppunto.

E non possiamo non spendere parole di lode per la scelta del carattere di stampa: finalmente di dimensioni adeguate e di tipologia che non stanca la vista. In questo filone vorremmo aggiungere anche la scelta doverosa operata dal sig. Diego Meozzi (che si è occupato dell’impaginazione) nel non dividere i capoversi del romanzo con spazi inutili e ingiustificati.

Ottima la qualità della carta utilizzata per la stampa, impeccabile la rilegatura.

Curata ma elegante la IV di copertina mentre non ci strapperete commenti a proposito del prezzo di copertina che rimane identico alla prima edizione benché il valore aggiunto presente in questa seconda edizione sia tangibile.

Ma veniamo al succo del romanzo.

Rispetto alla prima edizione le vicende narrate non cambiano affatto; trama e intreccio sono immutati. Invece abbiamo apprezzato moltissimo – e ancor di più lo faranno i non addetti al mondo aeronautico – le provvidenziali note a piè di pagina che spiegano brevemente alcuni termini tecnici altrimenti alieni per la maggior parte dei lettori. D’altra parte se si vuol spiegare a qualcuno come funziona il mondo dell’aviazione … beh, occorre scendere dall’aeroplano e spiegare ai “terricoli” il significato di certe parole, non vi pare?

Il testo della IV di copertina di “In un cielo di guai” seconda edizione, contiene un breve accenno del “Soldati pensiero” e, da solo, è in grado di convincere un potenziale acquirente circa la bontà del contenuto del libro … che è proprio lo scopo di una efficace IV di copertina

Edulcorate ma non meno efficaci la prefazione e la postfazione curata dall’autore. Si nota già dalle prime righe l’influenza distensiva operata dall’editore che ha ammorbidito i toni giustamente avvelenati di Alessandro Soldati rendendo però i contenuti più universali e meno esplosivi, per quanto molto taglienti.

Ovviamente non abbiamo resistito al gioco “trova le differenze” di enigmistica memoria tra la prima e la seconda edizione, tuttavia ci siamo persi subito a rileggere il volume e siamo ricaduti subito nella spirale della trama a dimostrazione che il romanzo funziona, eccome funziona!

In conclusione, noi rimaniamo dell’idea che l’Alessandro Soldati dell’esordio (di “Andrà bene di sicuro”, per intenderci) sia e rimanga insuperabile, tuttavia la sua maturità anagrafica, intellettuale ed esperenziale è manifesta nonché inevitabile. Si nota nel modo di raccontare e di tratteggiare i personaggi. E l’accettiamo di buon grado.

Complessivamente il contenuto di grandissimo spessore è inalterato rispetto alla prima edizione per quanto l’editore abbia tentato – riuscendoci – di disinnescare la bomba contenuta all’interno. In un certo senso, egli è riuscito a farla rientrare nell’ottica delle dinamiche possibili di una professione – quella del pilota commerciale – oggi vieppiù difficile e che, nonostante tutto, conserva pur sempre una sua aureola di prestigio e di esclusività.

Dunque possiamo dichiarare: missione riuscita! Non senza aggiungere: Cartabianca … ti piace vincere facile, vero? Con uno scrittore della caratura di Alessandro Soldati?!

E’ pur vero che sarebbe stato un delitto editoriale lasciarlo alla mercé dell’Oceano della narrativa anonima … e allora: bravo Cartabianca! Bravo Alessandro! A quando il tuo prossimo diamante?





Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





Dello stesso autore sono disponibili le recensioni di: 

Andrà Bene Di Sicuro - Alessandro Soldati - Copertina in evidenza
Andrà bene di sicuro

In un cielo di guai

In un cielo di guai - bis

In un cielo di Guai - ter

Il destino degli altri. Un giallo nel mondo dell’aviazione civile

titolo:  Il destino degli altri. Un giallo nel mondo dell’aviazione civile

autore: Ivan Anzellotti 

editore: Phasar edizioni

anno di pubblicazione: 2016 

ISBN: 8863584109

ISBN 13 cifre: 978-8863584103

pagine: 192



Questo pregevole romanzo di Ivan Anzellotti si potrebbe leggere anche senza aver letto gli altri due che trovate recensiti qui su VOCI DI HANGAR. Ma il mio consiglio è di leggere prima quelli.

Storia di un pilota” e “Storia di un pilota 2” sono l’uno la continuazione dell’altro, come ho avuto modo di mettere in evidenza nelle relative recensioni. Questo invece è certamente diverso, è un romanzo e non il racconto della vita reale dell’autore come pilota in giro per il mondo intero. Però, in un certo senso, anche questo volume è una sorta di continuazione dei precedenti. Perché nella trama di questo romanzo continua ad essere presente un elemento che costituisce l’ossatura portante di tutta la narrazione delle tre opere. Vale la pena riprendere alcune frasi di Ivan Anzellotti, prese da altri ambiti, che meglio chiariscono di cosa stiamo parlando:

“Il mondo dell’aviazione sta cambiando radicalmente, perdendo di vista il valore che ha il personale nel mantenere gli standard di sicurezza necessari, e quando la vita di migliaia di persone resta nelle mani degli equipaggi di volo, dei tecnici e dei tanti altri che lavorano nell’indotto, è una questione che non si può sottovalutare”.

A differenza dei “conduttori” di altri mezzi di trasporto, il pilota di aeroplani commerciali continua a godere di un certo fascino nell’immaginario collettivo, una sorta di aura magica continua ad avvolgerlo; probabilmente è legata all’altissima professionalità necessaria per poter sedere nella cabina di pilotaggio qui ritratta dall’esterno. In passato tale professionalità, abbinata alla notevolissima responsabilità, comportava una retribuzione adeguata e proporzionata, tuttavia la tendenza delle compagnie aeree negli ultimi anni (specie le low cost) è stata quella di schiacciare verso il basso i compensi dei piloti imponendo loro contratti a cottimo o a chiamata e al contempo privandoli delle rappresentanze sindacali o strappando loro contratti capestro del tipo: “o ti mangi ‘sta minestra o voli fuori da questa compagnia” . Oggi il lavoro del pilota non è più l’attività professionale meglio pagata nel panorama del mondo del lavoro e anzi, coloro che intendono cimentarsi nel pilotaggio professionale devono mettere in conto un pluriennale e dispendioso investimento di risorse economiche, fisiche e mentali (foto proveniente da www.flickr.com)

Eh, no. Non si può sottovalutare.

Invece, non solo si sottovaluta, ma nella degenerazione dilagante di tutti gli ambienti, non soltanto aeronautici, il personale perde costantemente valore. Almeno nella concretezza dei fatti, perché a parole si rappresenta, invece, tutta un’altra storia. A parole sembrerebbe evidente che:

La retrocopertina del bel libro di Ivan Anzellotti che è destinato agli appassionati del mondo del volo benché, solo apparentemente, si tratti di un libro cosiddetto “giallo”.

“La chiave del successo per la sicurezza in aviazione è l’esperienza costruita con anni di studio, addestramento e momenti di tensione in volo. Questa eredità deve continuare, com’è stato da sempre, ad essere trasferita dai comandanti anziani ai giovani cadetti in un prezioso investimento di conoscenza. Il futuro dell’aviazione è a rischio perché molte compagnie aeree stanno bloccando questo percorso lasciando a terra piloti di grande esperienza fermando così i presupposti di questo passaggio di testimone”.

Oggi un aereo di linea ha talmente tanti automatismi che il pilotaggio manuale è ridotto a poche manciate di minuti durante la fase di decollo e di atterraggio. Ma cosa direbbero i passeggeri se sapessero che i piloti sono stanchi, proprio alla fine di un lungo volo, quando si trovano condizioni meteorologiche difficili, durante l’avvicinamento finale, con turbolenza, vento forte al traverso e magari anche pericolo di wind shear? Aggiungiamo che per una stupida normativa il secondo pilota, per quanto esperto, spesso più del comandante, non può tenere i comandi con venti al traverso superiori ai quindici nodi. E il comandante, giovane e con poca esperienza deve operare in quelle condizioni con addosso una grande stanchezza. Succede.

Un’immagine assai singolare (del di dietro) di un aeroplano commerciale che è stato considerato per decenni un gigante del trasporto aereo passeggeri e merci e che, per questo motivo e non a torto, è stato affettuosamente chiamato “Jumbo jet”: il Boeing 747. Quello in primo piano è lo scarico dell’APU (auxiliary power unit – unità di potenza ausiliaria) che viene utilizzata come sorgente di energia (elettrica e pneumatica) per alimentare l’aeroplano quando è al parcheggio. Inoltre si noterà, assolutamente inconfondibile, la gobbetta che consente di disporre di un piccolo ponte di volo abitualmente riservato ai passeggeri di maggior riguardo. Naturalmente i piloti di questo ciclope dell’aviazione commerciale – non a torto – venivano considerati al vertice della categoria professionale (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma succedono anche gli incidenti.

E quando succedono, non sempre l’inchiesta che ne consegue riesce a risalire ai veri motivi che li hanno indotti. La vera responsabilità può facilmente sfuggire, nascosta sotto motivazioni che non si possono scoprire, sfuggita attraverso le maglie farraginose delle procedure e delle normative.

Dunque, sul personale e sul suo benessere bisognerebbe investire, non certo risparmiare.

Dice Anzellotti:

“Il fulcro per la buona riuscita di una compagnia aerea è avere il miglior materiale umano, non lavorare contro di esso”.

In questo scenario può accadere facilmente che la responsabilità di un incidente non venga fuori. E che nessuno paghi, civilmente o penalmente, per il disastro e per i morti che ha provocato.

Il vero, o i veri responsabili continueranno a sedersi, ogni giorno, nelle loro poltrone, ai vertici di una compagnia, di un’azienda, alla direzione di un reparto, impuniti. E indifferenti al peso morale che invece li dovrebbe schiacciare.

No, nessun peso. A fine anno ricevono invece gratifiche, indennità, promozioni, per aver risparmiato notevoli cifre o realizzato maggiori introiti.

Pazienza per le vittime e per il dolore nel quale hanno gettato intere famiglie.

Ok. Ma torniamo al romanzo.

Un’altra immagine inconsueta di un moderno aeroplano commerciale. Mentre ci torna facilmente alla memoria un famosissimo “Assassinio sull’Orient Express”, non ci risulta che sia mai stato ambientato un romanzo giallo con relativo assassinio a bordo di un aeroplano … questo prima che il buon Ivan Anzellotti consegnasse alle stampe il suo libro “Il destino degli altri” (foto proveniente da www.flickr.com)

Certamente non ne svelerò la trama. Fin qui ho solo delineato una situazione che riguarda il mondo dell’aviazione. Ed è in questo mondo che la suddetta trama prende forma e si sviluppa.

Lo scenario è quello della Capitale. Fiumicino e la città di Roma, all’inizio. La descrizione che Anzellotti fa di questi luoghi è perfetta. Verrebbe voglia di farsi un giro e andare a vedere se davvero esistono certi uffici, certe abitazioni.

Ovviamente non tutti i lettori possono essere di Roma o pratici di questi luoghi. Ma per me che abito qui da una vita è impressionante leggere le pagine di questo romanzo.

Comunque la storia prende subito il largo e va ben oltre i confini nazionali. E anche gli scenari esteri sono altrettanto vividi. Anzellotti li conosce bene per esserci vissuto a lungo.

Dopo aver pubblicato due romanzi chiaramente autobiografici, giusto per non cadere in una banale ripetitività, Ivan Anzellotti non poteva che escogitare qualcosa di completamente nuovo e completamente originale rispetto alle esperienze già narrate e … occorre ammetterlo: c’è pienamente riuscito, pur rimanendo fedele al suo progetto che prevede di divulgare le disavventure dei piloti italiani alle prese con il fallimento dell’Alitalia, alla loro emigrazione in paesi improbabili, al loro subire squallidi ricatti economici e morali. E bravo Ivan!  (foto proveniente da www.flickr,com)

Leggete il romanzo. Iniziatelo, almeno. Sono certo che andrete fino alla fine, perché sospenderne la lettura sarà difficile.

Come ormai avrete intuito, la storia riguarda un incidente aereo. Ma comincia con un omicidio, abbastanza misterioso e inspiegabile, almeno sul momento. E’ solo grazie all’investigazione di un ex appartenente ad uno dei corpi delle forze dell’ordine, in pensione, se tutte le connessioni con l’episodio aeronautico vengono svelate. E’ lui il protagonista del romanzo. La sua figura, davvero carismatica, emerge in tale vividezza che, dopo alcune pagine, ci sembra di conoscerlo davvero.

Voglio aggiungere un’ultima considerazione che ritengo importante comunicare.

Mentre leggevo non potevo fare a meno di pensare che di questa storia se ne potrebbe, dovrebbe, ricavare addirittura un film. Tra l’altro servirebbe a mettere, in ancor migliore evidenza, l’elemento di cui abbiamo trattato all’inizio. E a portarlo alla conoscenza di tutti.

In fondo, lo scopo del romanzo sembra fortemente essere questo.

Lo so che la mia esortazione non raggiungerà nessun soggettista, regista o sceneggiatore.

Ma … ok, l’ho buttata là.

Hai visto mai!?





Recensione di Brutus Flyer (Evandro Detti) e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





Dello stesso autore sono disponibili le recensioni di: 


Storia di un pilota. Dal funerale di Alitalia alla fuga dal Qatar" e "Storia di un pilota 2 - Dalle low cost alla conquista dell'Est

Il destino degli altri. Un giallo nel mondo dell'aviazione civile

Ali in valigia

titolo:  Ali in avaligia 

autore: Bruno Servadei 

editore: Amazon

anno di pubblicazione:  dicembre 2018

ISBN: 179041332X oppure 978-1790413324

pag: 314





Il sesto libro di Bruno Servadei, pur non essendo l’ultimo, conclude però il racconto della sua vita professionale in Aeronautica Militare, come scrive lui stesso nella prefazione. In circa sei pagine introduce il lettore a quello che sarà il contenuto del libro. Tanto che, volendo, potrei copiare quelle pagine e otterrei già un’ottima recensione. Ma questo libro merita molto di più.

Uno dei velivoli citati dal recensore e prima ancora dall’autore del volume “Ali in valigia” è proprio il Piaggio P-180 Avanti che, tra gli altri operatori civili e varie Forze Armate, svolge attività in seno all’AMI in virtù di 17 esemplari consegnati, di cui 4 configurati per attività radiomisure (foto proveniente da www.flickr.com)

Merita di più perché nelle sue 314 pagine, suddivise in 25 capitoli, tratta argomenti inediti e sensazionali. Leggendo i suoi libri precedenti avevo già conosciuto la sua carriera di pilota operativo, trattata magistralmente nei libri “Vita da cacciabombardiere” e “Deci 83-86“. Negli altri, in “Ali di travertino” e in “Ali diplomatiche” avevo conosciuto le sue vicende più specificamente rivolte verso una  carriera diplomatica. 

Nei tre anni trascorsi presso il Quirinale come Consigliere Militare del Presidente della Repubblica e narrati nel suo libro “Un pilota a Palazzo“, Servadei svolgeva compiti più vicini al mondo diplomatico che a quello del volo operativo. Dopo quel periodo, infine, giunse in un altro ufficio, denominato “Ufficio Cooperazione Internazionale”.

Ali in valigia” tratta proprio di questo periodo della carriera militare dell’autore.

Inizialmente le mansioni che questo ufficio deve svolgere non appaiono molto chiare nel libro. Ma pian piano si fanno sempre più evidenti. E si rivelano decisamente interessanti.

Servadei descrive ogni aspetto del suo nuovo lavoro.

La IV di copertina del bel libro di Bruno Servadei che costituisce idealmente l’epilogo del lungo racconto della sua altrettanto lunga e variegata carriera professionale iniziata come pilota cacciabombardiere. La prefazione del volume ci ha colpito in particolare per una considerazione espressa con disarmante sincerità dall’autore: “Completato il ciclo della mia vita militare da ufficiale pilota […] emerge evidente quanto sia relativamente ridotta la fase dedicata al volo. […] Io ho fatto 10 anni di reparto di volo su 37 anni in servizio. […] il pilota lo si fa e con grandi soddisfazioni, ma per un breve periodo.” Parola di Bruno Servadei!

Possiamo così conoscere la ragnatela di legami che intercorrono tra moltissimi Stati esteri. Tra questi e le industrie. E tra gli Stati, le industrie e le forze armate. Una rete fittissima di interessi, di comunicazioni, di normative, di legami e di cerimoniali.

Negli anni in cui Servadei ha fatto parte di questo mondo diplomatico sono avvenuti fatti che, per la loro importanza, sono diventati di pubblico dominio. Abbiamo conosciuto i fatti riportati dalla cronaca, ma non sapevamo molto dei vari retroscena.

Retroscena che, molto opportunamente, sono contenuti in questo libro.

Dopo aver letto alcuni capitoli mi sono trovato a dover riconsiderare la qualità di alcuni aerei che mi avevano fatto sognare all’epoca.

Parlo del Tornado, del G-91, del P-180 Avanti della Piaggio e dell’AMX.

E purtroppo, ho dovuto ridimensionare anche l’opinione che avevo nei riguardi di certe industrie, che consideravo non solo al passo con i tempi, ma addirittura molto avanti, avveniristiche sotto molti aspetti. Invece…

Per fare un esempio, quanto siamo stati fieri della nostra linea di produzione su licenza del famoso F 104! Un grande aereo, non c’è dubbio. La FIAT lo ha prodotto fino a non molto tempo fa.

Un giorno il famoso Gen. Chuck Yeager si trovava in Italia e fece una visita alla FIAT, a vedere proprio quella linea di produzione. Rimase interdetto, poi disse:

“Incredibile. Mi sembra di essere tornato indietro agli anni cinquanta…”.

L’F-104 è stato sostituito dal Tornado. Ma quest’ultimo era già superato ancora prima di entrare in servizio.

Un libro illuminante, questo.

Come ho avuto modo di dire in un’altra recensione, i libri di Servadei sono unici. Trattano aspetti della vita militare di un pilota che nessuno ha trattato mai. E’ pur vero che Servadei ha fatto una carriera particolare, riservata a pochi. E questo lo ha portato a girare il mondo intero e a frequentare ambienti particolari. Non so se qualcun altro abbia avuto la fortuna di accumulare tanta esperienza di vita diplomatica come ha fatto lui. Ma di certo, se altri personaggi lo hanno fatto, non hanno poi scritto alcun libro.

Uno scatto memorabile di cui dobbiamo essere riconoscenti all’abile fotografa Irene Pantaleoni che, appostata come un cecchino, ha immortalato il redivivo G-91R (rimesso in condizioni di volo dopo un certosino restauro) in quel di Pratica di Mare, in occasione della grande manifestazione aerea tenutasi per festeggiare degnamente il centenario della fondazione dell’Aeronautica Militare Italiana. La livrea della PAN – Pattuglia Acrobatica Nazionale rende questo velivolo particolarmente affascinante tuttavia – occorre ricordarlo – l’AMI utilizzò operativamente nelle sue svariate versioni ben 241 esemplari di questo tipo di velivolo fino all’aprile 1992 quando avvenne ufficialmente l’ultimo volo di un G-91R (foto proveniente dalla pagina Facebook di Irene Pantaleoni, https://www.facebook.com/irene.pantaleoni)

Ho già detto, e lo ribadisco, che i libri di Servadei dovrebbero essere utilizzati in alcuni corsi di laurea. Con uno stile semplice e lineare, con una narrazione vivida e autorevole, che sembra tenere conto di tutti i criteri essenziali della metodologia didattica, questi libri mostrano al lettore il funzionamento della diplomazia che sta alla base del funzionamento del mondo. Questo è un libro che insegna. Come lo sono anche gli altri.

Chiunque leggerà questi libri capirà cosa intendo.

Il ventiquattresimo capitolo si intitola: “L’addio”.

Arriva un po’ troppo presto, perché a quel punto si vorrebbe che il libro continuasse. Infatti continua per  un altro capitolo, molto opportuno, che ci porta nientemeno che negli Emirati Arabi …

Ma solo per poche pagine ancora.

Tornando all’addio, c’è una cosa di cui vorrei parlare.

Dopo l’immancabile cerimonia, appunto, di addio, perché anche per Servadei era arrivato il giorno della pensione, lui torna a casa e, come tutti i giorni, va in camera per cambiarsi. Aveva i gradi di Generale di Brigata, ricevuti proprio quel giorno, come era consuetudine.

Scrive Servadei:

“Finiti i saluti tornai a casa. Appena arrivato me ne andai nella mia camera da letto per spogliarmi. Mi apprestavo a togliere la giacca della divisa quando passai davanti al grande specchio dell’armadio guardaroba: vedendomi mi resi improvvisamente conto che quanto stavo per fare non era il rituale passaggio dalla divisa alla tenuta borghese che si era succeduto per tutti gli anni precedenti. Questo era un atto definitivo, un momento unico, irripetibile”.

Così indugia un po’, prima di togliersi la divisa. E rivive mentalmente tutte le fasi della vita che in quella divisa aveva vissuto.

“Attimi di nostalgia, subito superati da un ritorno ad una realtà che queste emozioni aveva ormai archiviato da anni. Basta, mi dissi, questa volta è veramente finita; domani comincia un’altra vita. E senza fretta mi spogliai definitamente di quella divisa che avevo orgogliosamente portato per trentasette anni”.

No, non si tratta di una nuova pattuglia acrobatica con in dotazione l’Aeritalia/Aermacchi/Embraer AMX Ghibli bensì di un sapiente collage fotografico che riproduce la fase di atterraggio di questo velivolo appartenente al 132° Gruppo CBR. L’autore degli scatti in sequenza e del geniale fotomontaggio è il bravissimo Latus10, nome in codice dietro il quale si cela Giorgio Levorato, già vincitore della sezione fotografica di RACCONTI TRA LE NUVOLE, edizione 2015.(foto proveniente dalla pagina personale Flickr.com di Giorgio Levorato, https://www.flickr.com/photos/latus10)

Nel capitolo successivo dichiara che per i primi dieci giorni non aveva la percezione chiara della sua nuova condizione. Sembravano dieci giorni di licenza.

Ho vissuto le stesse emozioni. Le conosco. Anche se nella mia vita operativa di controllore del traffico aereo sono riuscito a non fare mai neanche un giorno di scrivania. Ho sempre voluto essere operativo.

Il giorno del mio pensionamento, in Torre di controllo, all’ora stabilita, ho fatto la mia ultima comunicazione, ho posato il microfono, passato le consegne al collega e me ne sono andato. Al piano di sotto abbiamo fatto un rinfresco. Poi me ne sono tornato a casa.

E per i primi dieci giorni non mi sembrava di essere in pensione. Da turnista, con diversi giorni liberi dopo il turno, mi pareva sempre di essere in uno dei giorni liberi.

Il Panavia Tornado MRCA (Multi Role Combat Aircraft) volò per la prima volta nell lontanissimo agosto 1974 ed è ancora utilizzato dalle Forze Aeree di Italia, Gran Bretagna, Germania e Arabia Saudita. Nelle sue tre versioni IDS – cacciabombardiere destinata all’interdizione e all’attacco al suolo (InterDictor/Strike), ADV – caccia intercettore per la difesa aerea (Air Defence Variant), ECR – versione per la guerra elettronica e la ricognizione (Electronic Combat/Reconnaissance), è un velivolo alquanto sofisticato e molto costoso nonché capace di trasportare e utilizzare qualsiasi ordigno dell’arsenale NATO. Ne sono stati costruiti complessivamente 1001 esemplari e gli 85 acquistati dall’AMI hanno costituito un capitolo di spesa colossale, non tanto per l’acquisto in sé stesso – pure molto impegnativo – quanto e soprattutto per i costi di addestramento iniziale e continuativo degli equipaggi oltre al mantenimento in servizio dei velivoli pure assai oneroso (foto proveniente da www.flickr.com)

Ci ho messo un bel po’ a rendermi conto della mia nuova condizione.

Il volo, però, quello non si abbandona. Nel mio caso, dal 1973 ad oggi, non ho mai smesso di volare.

Servadei, lasciati dietro di sé i jet militari, approda fortunosamente al volo ultraleggero. Un capitolo della sua vita che ha descritto nel suo ultimo libro, “Un mondo ultraleggero“, di cui potete leggere la recensione in VOCI DI HANGAR (come degli altri volumi sopracitati).

Ho l’impressione che la vera pensione comincerà il giorno in cui smetteremo di volare.

Prima o poi arriverà. Ma non so quando.

Invece, mi domando se arriverà, prima o poi, un nuovo libro di Bruno Servadei.

Ho fatto una breve indagine presso i soliti bene informati.

Non posso anticipare nulla. Ma sembra che….





Recensione di Brutus Flyer (Evandro Detti) e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





Dello stesso autore sono disponibili le recensioni di: 


Ali di travertino

Un pilota a palazzo

Un mondo ultraleggero

Vita da Cacciabombardiere

Deci 83-86. I Ricordi di "Tiro 0"

Ali diplomatiche. In Svezia con le cordelline