Tutti gli articoli di Big Mark

RACCONTI TRA LE NUVOLE – DECOLLATA LA XII EDIZIONE – 2024

Logo Racconti Tra Le Nuvole

XII edizione – 2024, Premio letterario “RACCONTI TRA LE NUVOLE”



COMUNICATO STAMPA

nr 1 del 01 marzo 2024



E’ appena decollata la XII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE, il premio letterario organizzato dall’associazione di velivoli storici HAG  Historical Aircraft Group, e dal sito di letteratura aeronautica VOCI di HANGAR con la collaborazione della rivista VFR AVIATION e della FISA – Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico.

L’edizione 2024, conferma il sostegno economico di VR MEDICAL, azienda farmaceutica che ha sviluppato dei prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie, oltre alla salute della donna. Per ultimo ha anche cura della nuova letteratura aeronautica italiana.

Inoltre è con malcelata soddisfazione che gli organizzatori hanno il piacere di annunciare che la XII edizione del Premio vede rinnovato e anzi consolidato il preziosissimo sostegno offerto dall’ADA – Associazione Donne dell’Aria che, in virtù del medesimo scopo istituzionale (la diffusione della cultura aeronautica nel nostro Paese), ha aderito con costruttivo entusiasmo nel sostenere ancora una volta l’iniziativa culturale alla base del Premio.

E’ un’azienda dinamica operante nell’ambito della salute. Nata dalla scissione di un ramo di azienda della Vita Research, VR Medical è un azienda specializzata nelle terapie per il sistema muscolo-scheletrico e produce prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie. VR Medical è altresì specializzata nella produzione e commercializzazione di prodotti per la salute della donna, con una linea di prodotti ginecologici per il trattamento osteopenia e osteoporosi, sindrome dell’ovaio policistico e cistite. VR Medical collabora con ricercatori universitari e centri di ricerca, e vanta un team di professionisti altamente qualificati che lavorano quotidianamente per offrire ai medici e pazienti prodotti innovativi per la salute e terapie all’avanguardia

RACCONTI TRA LE NUVOLE rimane un premio letterario a tema squisitamente aero/astro-nautico e aperto solo e unicamente ai racconti; dunque racconti di volo, di cielo, di piloti, cosmonaute, insetti, nuvole e ogni altra entità organica e inorganica purché appartenente alla dimensione aerea e spaziale. Aviazione, spazio, viaggi interstellari, e tutto quanto voli, dentro e fuori l’atmosfera terrestre.

Come già avvenuto nelle precedenti edizioni, gli organizzatori del Premio hanno definito un tema suggerito che, in occasione del ventennale della fondazione dell’HAG – Historical Aircraf Group, è stato così definito:   

“la preziosissima opera di recupero, ricostruzione, restauro e mantenimento in condizioni di volo di aeromobili storici svolta al fine di conservare esempi concreti della storia dell’Aviazione mondiale. E questo tra difficoltà tecniche e burocratiche, problemi logistici e familiari, vicissitudini e disavventure varie.

 

L’associazione, composta da soli membri di sesso femminile, è apartitica e apolitica nonché senza fini di lucro. Si prefigge, tra le altre, di divulgare la cultura aeronautica e, ovviamente, è destinata a coinvolgere le donne che fanno parte della famiglia aeronautica. Già nell’edizione 2023 ha fornito il suo sostegno al Premio attribuendo il “Premio speciale ADA” e fornendo ben quattro giurate scelte tra le associate, Presidente compreso.

In effetti il tema suggerito è stato sfiorato in numerosi racconti nel corso delle precedenti edizioni, statisticamente sin dalla composizione vincitrice della I edizione che vedeva il protagonista impegnato nel restauro di un vecchio velivolo anfibio sebbene sorvegliato da un gabbiano assai singolare; non più tardi dell’ultima edizione in un racconto finalista la protagonista era alle prese con una presenza metafisica in officina, mentre era intenta nella manutenzione del proprio aeroplano. E come poi dimenticare un altro racconto vincitore in cui, grazie al paziente restauro di un vecchio biplano italiano, alcuni studenti d’ingegneria riescono a involarsi e a sorvolare la Cortina di ferro per guadagnare l’agognata libertà?

Dunque un tema sentito e sperimentato e che ora, complice l’anniversario, trova giusta enfasi.

L’associazione italiana che promuove lo sviluppo, la diffusione e l’approfondimento di tutte quelle tematiche inerenti il patrimonio culturale e tecnologico che gli aeromobili rappresentano. Un gruppo di piloti o semplici sostenitori simpatizzanti che si prefiggono di cercare, valorizzare e restaurare in condizioni di volo aeromobili storici. Il 2024 è un anno particolarmente significativo per l’associazione giacchè ricorre il ventennale dalla sua fondazione

Ovviamente i racconti che conterranno riferimenti al tema suggerito godranno di una valutazione preferenziale da parte della giuria: maggiore la qualità e l’originalità dei riferimenti al tema suggerito presenti nel testo, più generosa sarà la valutazione da parte della giuria. Pur tuttavia – lo ricordiamo – rimane il tema generico aero/astro-nautico che è il cardine attorno al quale ruota il Premio.

Ricordiamo inoltre che anche quest’anno il regolamento prevede la fornitura di una fotografia dell’autore/autrice. Al fine di dare un volto al loro nome e cognome, lo scatto verrà utilizzato nella pagina web del Premio e di VOCI DI HANGAR. Preferenzialmente dovrà essere a colori e dovrà ritrarre in primo piano l’autore/autrice benché uno “sfondo aeronautico” non verrà certo disdegnato.

VFR Aviation ogni mese ti porta in quota con informazioni, notizie, tecnica, curiosità su tutto ciò che vola. Che pesi pochi grammi o qualche tonnellata, voli a poche decine di metri da terra o nella stratosfera, sia costruito in catena di montaggio o in un garage, abbia volato un secolo fa o da poche ore. Aerei e piloti su VFR Aviation sono in edicola o a portata di click, perché la passione per il volo non si spegne quando le ruote toccano terra.

Rimangono inalterate:

  • partecipazione rigorosamente gratuita,
  • giuria prestigiosa e anonima fino alla dichiarazione dei vincitori
  • pubblicazione gratuita dei racconti finalisti nell’antologia del Premio edita dall’editore LOGISMA,
  • volo gratuito a bordo di un velivolo monomotore HAG,
  • pubblicazione dei racconti non vincitori nel sito VOCI di HANGAR, targhe e diplomi di partecipazione.
  • il “premio speciale VR MEDICAL” che verrà attribuito al racconto più meritevole secondo il giudizio insindacabile dell’amministratore dell’azienda.
  • il “premio speciale ADA” che verrà attribuito – come già avvenuto nella precedente edizione – da apposita giuria composta da sole associate ADA al racconto in linea con il tema suggerito ma declinato – ed ecco la novità sostanziale di questa XII edizione – al femminile, ossia in cui la protagonista principale e l’autrice saranno entrambi di sesso femminile.

FISA – Fondazione Internazionale per lo Sviluppo Aeronautico. E’ un’associazione che promuove la disciplina sportiva e ricreativa del volo con particolare riguardo al Volo a Vela come strumento di educazione e formazione personale e sociale

La vera grandissima novità della XII edizione è che RACCONTI TRA LE NUVOLE raddoppia: da un lato la “sezione Aquile”, costituita idealmente dagli autori/autrici di età a partire dagli undici anni in poi e dall’altra la “sezione Pulcini” riservata invece ai giovanissimi autori/autrici con età compresa tra gli otto e i dieci anni, ossia in età scolare tipica del IV e V anno delle scuole primarie.

In altri termini: alla prima sezione è dedicato il corpo principale del Premio, alla seconda è riservata una nuova branca con una propria giuria, un bando semplificato e premi adeguati ai partecipanti … ma avremo occasione di riparlarne nel prossimo comunicato giacché la “sezione Pulcini” partirà il 01 settembre 2024.

L’altra novità di questa edizione è la data/luogo della premiazione che è fissata fin d’ora in domenica 6 ottobre presso il Museo Caproni di Trento, Aeroporto di Gianni Caproni dove, non solo autori/autrici verranno premiati ma potranno conoscersi di persona e fraternizzare, non ultimo, visitare anche il celebre Museo dell’Aviazione.

E’ un editore con una valida collana a carattere aeronautico nella quale vicende moderne e più lontane nel tempo si alternano. Si è occupata della stampa e della diffusione dell’antologia del Premio.

Ultimissima novità della XII edizione è l’inserimento di diritto nella giuria del Premio del vincitore/vincitrice di tre edizioni abbinato alla facoltà di fornire un testo fuori concorso da pubblicare come valore aggiunto ai 20 racconti che abitualmente costituiscono l’antologia del Premio.

Concludiamo questo primo comunicato con un’ultima nota a margine.

Alla luce dei recenti accadimenti giapponesi in cui un’autrice vincitrice di un premio letterario ha confessato di aver fatto uso di apposito software di generazioni testi narrativi basato sull’intelligenza artificiale, il regolamento della XII edizione prevede il divieto assoluto di uso di simili prodotti informatici giacché i testi forniti dovranno essere il frutto del solo genio creativo di autori/autrici in carne e ossa sebbene supportati da ricerche storico/bibliografiche praticate anche a mezzo di supporti informatici come motori di ricerca, siti web, ecc ecc.

A questo punto vi preghiamo di rompere gli indugi perché l’atterraggio della XII edizione – 2024 di RACCONTI TRA LE NUVOLE è prevista per il 31 maggio mentre per il 1 agosto è fissata la divulgazione dei nomi dei 20 finalisti. Viceversa, per quanto riguarda la classifica finale e proclamazione del vincitore, occorrerà invece attendere fino al 1 settembre.

E ora … scaldate i motori e … di corsa a scrivere!




Ecco il bando e la scheda di partecipazione:



Logo Racconti Tra Le NuvoleBando Premio letterario Racconti fra le nuvole 2024

Scheda di partecipzione Racconti fra le nuvole 2024



Per qualsiasi informazione:

www.raccontitralenuvole.it

www.vocidihangar.it

Oppure contattateci all’indirizzo e-mail:

raccontitralenuvole (chiocciola) gmail.com

 

Antoine de Saint-Exupéry. La profonda meditazione del volo.

“Il mare diventa sempre più sporco ogni giorno che passa”, pensò il pescatore quando vide quel pezzo di ferro impigliato nella sua rete. Perdeva sempre un sacco di tempo, dopo l’attracco al porto, per pulirla. Era fine settembre e quello che si ritrovò tra le mani, callose e infreddolite, non era il solito ciarpame senza valore. Tra le maglie della rete era rimasto incastro un braccialetto d’argento con delle parole incise sopra: “Antoine de Saint-Exupéry, Consuelo, Reynal and Hitchcock. Inc. – 386 4th Ave. N.Y. City USA”.

Lo scatto che immortala il grandissimo scrittore francese a bordo di un velivolo militare perchè è così che ci piace ricordare ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY: uno dei pochissimi piloti-scrittori al mondo che ha lasciato il segno indelebile della sua arte narrativa nella storia della letteratura mondiale  (foto proveniente dal web) 

Antoine Jean-Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, detto Tonio: già dal nome s’intuisce come non appartenga a una classe sociale di bassa levatura. La famiglia, di antico blasone, fa parte di quella nobiltà che, lontana dalla capitale Parigi, spadroneggia o vivacchia, secondo dei casi, nella lontana provincia francese della fine del 1800.  Tonio emette i primi vagiti il 29 giugno 1900 a Lione, dove il padre, Jaen de Saint-Exupéry, e la madre, la nobildonna Marie Boyer de Fonscolombe, si erano conosciuti. Gli avi di Jaen e Marie, che sono fra loro anche lontani parenti, hanno raggiunto posizioni di estremo prestigio in seno alla società: sono stati ufficiali dell’esercito, arcivescovi, cavalieri, ciambellani di corte e musicisti. Antoine però non se ne farà mai un vanto.

«L’oscuro parco di abeti e tigli […] il regno segreto […] il mondo interiore di rose e di fate»,

come lo descrive Antoine, è il castello in stile Luigi XVI di Saint-Maurice-de-Remens, a circa cinquanta chilometri da Lione, dove lui trascorre l’infanzia, sei mesi l’anno, dopo la morte improvvisa del padre che aveva lasciato la moglie Marie, vedova a ventotto anni con cinque figli.

Uno scatto memorabile che è stato consegnato alla storia dell’aviazione è quello che ritrare Antoine de Saint-Exupéry a bordo del formidabile P-38 Lightning attrezzato per fotoricognizione e con cui compì il suo ultimo volo (foto proiveniente da www.flickr.com) 

Antoine è molto innamorato della madre, lo sarà anche da adulto instaurando con lei una fitta corrispondenza. Il piccolo de Saint-Exupéry è un bambino vivace che sale di notte sui tetti o sveglia i familiari, travestito da fantasma, per legger loro in piena notte delle poesie da lui composte o drammi teatrali: un vero e proprio scapestrato che non vuole riconoscere nessuna autorità. Di giorno invece, si dedica anche alla musica e a progettare e  realizzare marchingegni come una bicicletta volante con motore a scoppio.

«Fantasioso e volitivo, Antoine non cambiò mai», ebbe modo di ricordare Moisie, la governate dei fratelli Saint de Exupéry. “Solo i bambini sanno quello che cercano”, dice il Piccolo Principe, “perdono tempo per una bambola di pezza, e lei diventa così importante che, se gli viene tolta, piangono…”, scrive Tonio, oramai adulto nel Petit Prince, il libro che lo ha eletto quel membro dell’olimpo dei grandi scrittori: quando viene dato alla stampe dall’editore francese Gallimard é il 1943 e la guerra sta dilaniando l’Europa, il nord Africa e il sud-est asiatico da oramai tre anni.

L’infanzia per Antoine è come l’avvistare, in una notte nebbiosa, un luogo sicuro d’atterraggio per sfuggire a una tempesta e dove posare le ruote del suo aereo.

“Questo mondo di memorie infantili mi sembrerà sempre disperatamente più reale dell’altro […] non sono sicuro di aver vissuto dopo l’infanzia”,

confidò a sua madre in una lettera del 1938.

Antoine scopre la sua passione per il volo a otto anni, all’ippodromo di Hunauddières, dove Wilbur Wright sta insegnando ai francesi come si governa quello strano oggetto fatto di tubi e tela, così sembrava agli occhi del giovanissimo Antoine quella buffa cosa con le ali, che per la prima volta mostra agli increduli spettatori un aeromobile che compie una virata e non si limita solo ad alzarsi in volo. Da quel giorno in avanti la Francia dominerà per quasi due decenni il mondo dell’aviazione.

Il piccolo Antoine sperimenta l’ebrezza di alzarsi in volo quattro anni dopo aver osservato Wilbur Wright a Hunauddières, lo fa durante un periodo di vacanza a Saint-Maurice. Decolla assieme al pilota Gabriel Wroblewski, un pioniere dell’aviazione nonché costruttore di aeromobili, dall’aviosuperficie di Ambérieu, la principale cittadina del Bugey, nella zona alpina non molto distante dal confine svizzero.

ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY nel suo ambiente più congeniale, ossia accanto all’immancabile velivolo (foto proveniente da https://biografieonline.it/biografia-antoine-de-saint-exupery)

A scuola Antoine non si era distinto per particolari doti: si era impegnato il giusto necessario, eccelleva solo nel disegno e nella poesia pur essendo la conoscenza della sintassi della lingua francese appena sufficiente. Il suo profitto migliora quando inizia a frequentare la scuola, con convitto, Villa Saint-Jean a Friburgo, a quindici anni. Tonio si è già fatto un ragazzone, alto un metro e novanta, robusto, dalle forti membra e con il naso a patata. L’atmosfera che si respira nella scuola, l’attenzione che gli insegnanti mostrano nei confronti degli allievi, hanno delle ricadute positive sul rendimento del futuro scrittore.

Tonio, a Villa Saint-Jean, legge molto e continua a scrivere poesie, ma anche lo sport, soprattutto il gioco del calcio, lo attira in particolar modo. Il teatro però rimane la sua vera passione e quando si tratta di parlare di argomenti che lo interessano, da taciturno diventa un conversatore arguto e pieno di risorse.

Nell’estate del 1917 un lutto colpisce la famiglia de Saint-Exupéry: muore François, suo fratello più piccolo. La madre pensa così di far viaggiare Antoine per rendergli più sopportabile il dolore, e così lo manda a trascorrere un po’ di tempo con i nonni a Le Mans; poi gli fa visitare la Bretagna e infine lo porta per un breve soggiorno nella Creuse, in Nuova Aquitania. L’interesse che nutre per lo studio della matematica convince Antoine a provare l’esame di ammissione all’Accademia Navale che però prevede la frequenza di una scuola preparatoria, il Lycée Saint-Louis a Parigi, dove stringe molte amicizie e diviene per tutti, Saint-Exu. È il 1917 e nella capitale francese conosce gli effetti della guerra, ma vive anche un periodo felice a contatto con molti parenti e amici della madre. La frequentazione più importante è però con la cugina Yvonne de Lestrange, una donna colta e intelligente, che si rivelerà determinate per la futura carriera letteraria di Antoine.

La fine della guerra segna anche la fine dei suoi propositi di arruolarsi nell’aviazione: nonostante gli sforzi nello studio, e la ripetizione dell’esame non riesce a entrare in Marina, come ci si sarebbe aspettato da un de Saint-Exupéry.

Con il braccio sinistro teso al cielo e lo sguardo fisso verso le nuvole, Antoine de Saint-Exupéry, pronto a decollare, siede sul piazzale antistante l’avverinistica stazione del TGV (i treni ad alta velocità francesi) dell’aeroporto di Lione mentre ai suoi piedi c’è un leone che accarezza affettuosamente con la mano destra. L’immensa statua in bronzo intende simboleggiare la trasmissione della conoscenza e del coraggio alle generazioni più giovani. (foto proveniente da www.flickr.com)

Nel 1920, dopo aver superato una crisi esistenziale Saint-Exu, senza arte né parte, vaga per Parigi da un bistrot all’altro, mantenuto dalla madre, che gli invia soldi regolarmente. Finge interesse per l’architettura e l’arte in generale. Era capace di non mangiare per un giorno intero, per poi partecipare a cene galanti; dorme in locande da poco prezzo oppure si sveglia nel letto di dimore di prestigio:

“Ciò che sarò fra dieci anni è l’ultima delle mie preoccupazioni”

ammette candidamente.

Nella primavera del ’21 parte per il servizio militare, in fanteria, come soldato semplice. Grazie alle conoscenze -anche allora contavano- spera di essere accettato al corso per allievo pilota. Nell’attesa, compie un volo turistico al costo di cinquanta franchi, allora non proprio alla portata di tutti, su di un Farman F 40 a doppi comandi. Subito dopo ne fa diversi altri:

“L’aereo danzava, beccheggiava, rollava… Ah, che roba!”

scrive alla madre quando sperimenta l’ebrezza del volo su di un biplano militare, lo Spad-Hebermont.

La sua voglia di volare è così tanta che infine, aggirando regolamenti di tutti i tipi, inizia a prendere regolari lezioni di volo che lo portarono a effettuare il primo decollo in solitaria, volando intorno al campo d’aviazione, dopo solo due ore e mezza di volo d’addestramento. È però costretto ad adempiere i suoi doveri di militare, è pur sempre sotto le armi, e a trasferirsi in Marocco dove continua  regolarmente a volare, compiendo voli anche di cinque ore. Scrive in una lettera:

“Se mi vedessi al mattino imbacuccato come un eschimese e pesante come un pachiderma, rideresti. Ho un passamontagna, aperto solo sugli occhi (…) e per di più sugli occhi, occhiali. Una grossa sciarpa al collo (…). Guanti enormi e due paia di calze nei miei grossi scarponi.”

 All’inizio del 1922, superati gli esami di ufficiale di riserva, rientra in Francia con in tasca, finalmente, il tanto sospirato brevetto di volo. È così si ritrova, in servizio nell’aeroporto di Avord, nella periferia di Bruges inquadrato nell’aviazione, infagottato in una divisa da pilota improvvisata, finché non gli é assegnata, mesi dopo, quella azzurra regolamentare.

Il velivolo modello Caudron C.630 Simoun con il quale lo scrittore francese visse il roivinoso atterraggio nel deserto e che gli fu d’ispirazione per la stesura de “Il piccolo Principe”. Quello ritratto è l’esemplare con le marche F-ANRO ed è gelosamente conservato presso le Musee de l’Air et de l’Espace di Le Bourget, Parigi. (foto proveniente da www.flickr.com)

Tra un volo e l’altro, prima sui Sopwith, poi sui Caudron C 59 e i Breguet 14, a Villacoublay continua a scrivere sonetti e a disegnare, sua antica passione. Verso la fine dell’anno ottiene il grado di sottoufficiale e viene trasferito al 34° reggimento d’aviazione all’aeroporto di Le Bourget a Parigi sotto i buoni auspici dei superiori che lo considerano

Ancora una bella immagine del Caudron C.630 Simoun conservato in Francia e la cui storia è legata indissolubilmente a quella di ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY (foto proveniente da www.flickr.com)

“fatto per essere un pilota da combattimento. Eccellente volatore. Ispirato”,

così scrivono nei loro rapporti. Antoine ha coronato uno dei sogni della sua vita: é felice, anche se ammette che l’ambiente militare, la caserma, non è il luogo ideale dove trascorrere l’esistenza per un uomo come lui: poco disciplinato, disobbediente, un poco infingardo; insomma fuori posto. Finché, proprio quell’anno, arriva, inaspettato l’amore, il grande amore: l’affascinante e intelligentissima e molto corteggiata Louise de Vilmorin. Poi un brutto incidente aereo, che uccide il passeggero che aveva preso a bordo, e il ferimento di Saint-Exupéry che pilota, senza autorizzazione, un Hanriot HD 14 lo costringono ad affrontare le sue responsabilità.

I genitori della sua fidanzata fanno così pressioni affinché Tonio abbandoni l’idea di diventare un pilota militare, e lui li accontenta, congedandosi, giacché erano trascorsi i due anni di servizio di leva, trovando impiego in una società che vende camion, e che lo costringe a girare in lungo e in largo la Francia. Ed è in questo periodo che, nella solitudine di anonime stanze d’albergo, inizia a riempire quaderni e taccuini con alcuni racconti e l’abbozzo del suo primo romanzo; si butta così a capofitto nell’impresa, travolto dall’urgente necessita di scrivere:

“Bisogna che piaccia, altrimenti non scriverò mai più nulla”

confida per lettera agli amici.

Nel 1926 esce il racconto L’aviatore, sulla rivista di letteratura Navire d’argent, diretta da Jean Prevost, che poi dichiarerà: L’arte dell’immediatezza e il dono di una certa veridicità mi paiono sorprendenti per un esordiente. Credo che Saint-Exupéry stia preparando altri scritti.”

L’avventura letteraria di Antoine prosegue tra alti e bassi; i sui testi suscitano interesse nell’ambiente letterario, ma tra promesse mancate e continui rinvii nella pubblicazione questi suoi primi racconti fanno fatica ad affermarsi, nonostante la sua grande ammiratrice, Yvonne de Lestrange, contatti, per un parere, anche André Gide.

Saint-Exupéry è amareggiato e pensa di abbondonare la carriera di scrittore:

“Non ho più alcuna voglia di scrivere. (…) Non pubblicare niente mi è assolutamente indifferente”

La statua di Antoine de Saint-Exupéry, collocata nella strategica Place Bellecour, nel centro della Presqu’île di Lione, regione Rhône-Alpes, in Francia è realizzata in rame ed è stata inaugurata il 29 giugno 2000 in occasione della celebrazione del centenario della nascita di Saint Exupéry a Lione il 29 giugno 1900. Essa rappresenta Saint Exupéry e il Piccolo Principe seduti in cima ad una colonna di marmo bianco. La colonna misura più di 5 metri e pesa 7 tonnellate. Sulla base sono presenti 3 frasi tratte dalla sua opera e sulla base l’ultima pagina del “Piccolo Principe”. (foto proveniente da www.flickr.com)

scrive alla cugina Yvonne. Ma è solo un momento di scoramento passeggero. Abbandonato il lavoro di commesso viaggiatore per la ditta di autocarri, inizia così a far la gavetta nell’aviazione civile, all’inizio come meccanico, nell’aerolinea Latécoère; un lavoro che lo appassiona e per cui è molto portato, come gli si riconosce. Poi passa ai comandi di uno dei Breguet 14, uno degli aerei militari, convertito in velivolo postale, della flotta della compagnia aerea. Intrapresa la carriera di pilota per la compagnia Latécoère -in seguito cambierà nome in Aéropostal per poi essere assorbita nell’Air France – volando tra il Marocco e il Senegal lungo la rotta costiera, Saint-Exupéry mette a frutto il materiale precedentemente elaborato e mai pubblicato per scrivere il suo primo romanzo Corriere del Sud.  La  prestigiosa casa editrice francese Gallimard farà uscire il libro nel 1929 e di cui Tonio aveva iniziato la stesura un anno prima quando si era ritrovato a ricoprire il ruolo di responsabile di scalo nel sud del Marocco per la compagnia aerea  Aéropostal.

Dopo quattro anni passati a volare in Nord Africa prima come pilota dell’Aéreopostale, poi in seguito con l’incarico di direttore della compagnia aerea a Buonos Aires, dove conosce la futura moglie, Consuelo Suncín Sandoval Zeceña de Gómez, Antoine è riuscito a pubblicare i suoi libri, tra cui Volo di notte:  quest’ultimo abbozzato su pezzi di carta anche mentre è in volo sui nuovi e più potenti Laté 26 sulle rotte pericolose, ma anche monotone, del Sud America. 

Il tipo di velivolo con il quale lo scrittore Saint Exupery visse una delle esperienze più drammatiche della sua carriera di pilota militare. L’Hanriot HD.14 iniziò a entrare in servizio con i diversi reparti di addestramento al volo dell’ARMEE’ DE TERRE nei primi anni ’20 e fu utilizzato principalmente per scopi addestrativi. Costituisce uno dei più grandi successi delle costruzioni aeronautiche francesi nel periodo compreso tra le due guerre in quanto ne furono costruiti poco più di 1900 esemplari solo ad uso e consumo della forza aerea transalpina sebbene l’ammontare complessivo degli esemplari prodotti superò abbondantemente i 2100 esemplari se si contano quelli costruiti su licenza in Polonia e in Giappone (foto proveniente da www.flickr.com)

Agli inizi degli anni ’30 è ormai uno stimato scrittore, osannato dalla critica per come é riuscito a rendere con uno stile sobrio e asciutto ma profondo, la vita avventurosa dei piloti che sorvolando i picchi andini in mezzo alle tempeste e alla nebbia, con venti che a volte superavano i cento chilometri l’ora: consideravano la consegna in orario della posta aerea come un compito cui avrebbero sacrificato la loro vita; è in effetti capitò a molti amici e compagni di Saint-Exupéry. Lui stesso sfiorò la morte, diverse volte su degli aeroplani robusti sì, ma non del tutto affidabili.

La crisi del 1929, con il crollo di Wall Street, le traversie finanziarie e la fine del sostegno economico del governo francese, che aveva negli anni ’20 reso possibile la conquista dei cieli della Francia, porta al fallimento dell’Aéropostal. È l’inizio dell’ultimo decennio di pace prima che una nuova guerra torni a dilaniare il mondo. Le prove per il nuovo conflitto vengono fatte in Spagna, è il 1936, durante la guerra civile da dove Antoine, che si trova in Catalogna, manda reportage per conto  del giornale Intransigeant. L’anno prima aveva tentato senza successo, precipitando nel Sahara, di raggiungere Saigon, assieme al meccanico e navigatore André Prévot, decollando da Parigi a bordo di un Caudron C630 Simoun. Stessa sorte capita ai due in un altro incidente, sempre a bordo dello stesso modello di aereo, quando nel 1938 compiono un atterraggio di fortuna in Guatemala.  L’anno dopo Académie française lo premia con il Gran Prix du Roman, per il suo ultimo romanzo Terra degli uomini che uscirà, con enorme successo, nel 1939;  

“L’aeroplano è una macchina, certo; ma che strumento di analisi! Grazie ad esso abbiamo scoperto il vero volto della terra”,

è l’incipit del capitolo 4 de L’aereo e il pianeta.

La New York Times Book Review definisce Terra degli uomini “uno splendido libro, un libro coraggioso che dovrebbe essere letto come antidoto alla confusione del nostro mondo”; ne parlano in maniera entusiasta la Saturday Review e l’Herald Tribune di New York; Terra degli uomini è per nove mesi al primo posto nelle classifiche di vendite con 150.000 copie vendute: il conto in banca di Saint-Exupéry lievita e lui, famoso spendaccione, non deve più preoccuparsi della sua mancanza cronica di denaro.

Quello stesso anno, il 1° settembre, Hitler scatena la guerra in Europa e le truppe della Wermacht invadono la Polonia, a seguire, due settimane dopo, l’esercito russo da est ne varca i confini. Saint-Exupéry si trova a Parigi quando è invitato a servire la patria. I primi di settembre si presenta, in uniforme, al campo d’aviazione di Touluse-Francazal.

Se camminando per le vie di Milano vi dovesse accadere di imbattervi in questo murales … beh, saprete subito di essere giunti in Via Angelo della Pergola perchè vi troverete di fronte all’incontro del PICCOLO PRINCIPE con il suo pilota (foto proveniente da www.flickr.com)

Con estrema sfrontatezza chiede di essere immediatamente arruolato, in qualità di comandante di una squadriglia da caccia, nell’Armée de l’Air, l’aviazione da guerra francese. Gli offrono invece, più modestamente di addestrare gli ufficiali di rotta; troppo anziano e con troppi acciacchi per pilotare un caccia: e lui accetta, anche se cercherà l’appoggio in alto loco per poter tornare a volare. I sui tentativi danno buon esito e così riesce ad ottenere un posto nel gruppo da ricognizione 2/33, che ha la sua base nella regione della Champagne. Compie in quel periodo diversi voli sui Potez e poi sui più moderni e grandi monoplani Block 174 e tra una missione e l’altra scrive e disegna, schizzando sui suoi taccuini un piccolo uomo con le ali e dall’aspetto regale seduto su di una nuvola.

L’universalità delle opere letterarie di Antoine de Saint-Exupéry è testimoniata dalla presenza di questa tabella segnaletica a contrassegnare una strada di … Berlino! E non già di una città francese qualsiasi (foto proveniente da www.flickr.com)

La Blitzkrieg nazista travolge anche l’esercito francese e i tedeschi, aggirando la Linea Maginot, entrano sul suolo di Francia. La squadriglia di Saint-Exupéry è a Orly; il 23 maggio del ’40 lo scrittore decolla da Meux, scortato dai caccia Dewoitine 520 per due missioni di ricognizione sul Passo di Calais: quelle due ore di volo, bersagliati dalla contraerea nemica, costituirono il nucleo fondante del romanzo Pilota di guerra: libro emblematico sulla caduta della Francia ma nello stesso tempo il ritratto, molto personale, del suo autore.

Nei mesi seguenti, quel che rimaneva dell’aviazione francese si sposta ad Algeri. Saint-Exupéry alla fine di luglio è congedato. L’Inghilterra rimane l’unica potenza europea rimasta a contrastare le mire espansionistiche del Fuhrer. Pilota di guerra, pubblicato negli Stati Uniti all’inizio del 42’, bissa il successo, di critica e di vendite, del libro precedente, Terra degli uomini. Ma Antoine, uomo d’azione ed eroe anticonvenzionale, la nuova vita negli USA gli pare senza scopo e insiste per tornare a pilotare un aereo da guerra.

Forse non tutti i nostri visitatori sono a conoscenza della notizia – e noi per primi non lo eravamo –  che: “Nella cittadina catalana del nord Sardegna, Alghero, c’è il MASE, il Museo dedicato all’autore de Il Piccolo principe, Antoine De Saint- Exupéry […]  Questo importante protagonista della letteratura del XX secolo visse proprio qui gli ultimi due mesi della sua vita, da maggio a luglio 1944, prima del tragico epilogo con la caduta del suo aereo. Antoine De Saint- Exupéry, infatti, era un pilota di aerei che collaborava con gli alleati americani. Il Museo, inaugurato a fine 2019, è stato allestito presso la Torre Nuova di Porto Conte a pochi km da Alghero, vicino Capo Caccia. L’autore-pilota visse in una villa proprio vicino a questa torre spagnola per muoversi in volo in esplorazione sul Mediterraneo, verso le coste francesi. Insieme all’amico fotogiornalista John Philips si mise a preparare un servizio per la rivista “Life”. Il Museo nasce dalla volontà di omaggiare lo scrittore che ha richiamato generazioni di lettori alla ricerca dell’essenziale, l’amicizia e l’amore.” (testo e immagine proveniente dal sito https://www.unsardoingiro.it/2020/09/alghero-museo-dedicato-antoine-de-saint-exupery/)

Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti le commesse dell’esercito crearono una mole di lavoro impressionante e anche la Lockheed Aircraft Corporation ne trae enormi benefici economici. Già nel gennaio del ’39 il P-38 Lightning (Fulmine), compie il suo primo volo di prova. Era qualcosa mai visto prima: un aeroplano interamente metallico, di fatto costruito attorno a due potenti motori turbocompressi, dalle prestazioni molto elevate. Pesante armamento, la sua sagoma è inconfondibile e unica per l’epoca, con la fusoliera distribuita su due travi e la cabina di pilotaggio, di ridotte dimensioni e completamente vetrata, che pare una culla, ne fanno un aeroplano dalla tecnologia all’avanguardia. La stazza, da vero purosangue dell’aria. Ma la sua mole è anche il suo limite, come scopriranno presto i piloti in guerra, poiché è poco maneggevole e nei duelli con i più agili e leggeri monomotori ha spesso la peggio e così il P-38 viene destinato ad altri compiti, come il bombardamento e l’attacco al suolo, al naviglio o come scorta a lungo raggio ai bombardieri. Ed è su un Lightning da ricognizione, che Antoine Jean-Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, detto Tonio volò in alto nel cielo e poi come il suo Piccolo Principe:

Ancora una bella immagine che mostra un angolo dei cimeli presenti nel MASE, l’unico museo italiano dedicato al grande scrittore francese che – lo ricordiamo – “in città visse gli ultimi significativi mesi della sua vita, festeggiando anche il suo ultimo compleanno. Qui il poeta aviatore, cullato dalle onde del mare, scrisse gran parte del romanzo LA CITTADELLA e il suo ultimo testo dal titolo “LETTERA A UN AMERICANO” (testo e immagine proveniente dal sito https://www.unsardoingiro.it/2020/09/alghero-museo-dedicato-antoine-de-saint-exupery/)

“Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.”

 Alcune sue famose foto lo ritraggono proprio accanto al Lightning o al posto di pilotaggio, alle prese con centinaia di comandi, leve e indicatori, lui che aveva iniziato a volare su aeroplani che disponevano, al più, di un tachimetro, una bussola e di un altimetro.

Ancora uno scorcio del MASE che rende l’idea della circolarità del luogo (testo e immagine proveniente dal sito https://www.unsardoingiro.it/2020/09/alghero-museo-dedicato-antoine-de-saint-exupery/)

Poco distante da dove il pescatore marsigliese aveva trovato il braccialetto ci sono, a qualche centinaio di metri di profondità i resti di un Lockheed P-38 Lightning: il «diavolo dalla coda biforcuta», come lo hanno ribattezzato i tedeschi che all’epoca del suo abbattimento occupano la costa sud della Francia. Il grosso aereo da caccia è uno dei quarantadue ufficialmente scomparsi sui cieli della Francia del sud, quasi sicuramente tutti quanti abbattuti dai caccia o dalla contraerea nazista, a ridosso della linea costiera. Ma quello ritrovato adagiato sul fondale dal subacqueo Luc Vanrell nell’anno 2000, ha qualcosa di veramente speciale.

Da quel primo volo a Parigi su di uno Spad-Hebermont sono passati ventidue anni: Antoine Saint-Exupéry è molto cambiato, come pure l’aviazione, e ora ha quarantatré anni.

In giro per il mondo a Saint Exupéry sono dedicati numerose statue, busti, murales e dipinti vari, tutti a sottolineare l’affetto e l’ammirazione per la sua figura di uomo e di scrittore: ai giardini reali di Tolosa in Francia troveremo questa sfera terrestre dalla quale si erge tenendo in mano la sua creatura più leggendaria: il PICCOLO PRINCIPE (foto proveniente da www.flickr.com)

Però l’amore per il volo è rimasto immutato. Ha fatto i salti mortali per tornare in servizio attivo, ma cercano di fargli capire che è troppo anziano per pilotare un caccia. Lui non desiste. Rompe le scatole a tutti. Finalmente riesce ad ottenere un incarico come pilota di un P-38 ricognitore, privo di mitragliatrici.

A Lione, città legata a doppio filo con Saint-Exupéry, sulla facciata di un palazzo è presente questo affresco che in ligua francese si chiamerebbe “trompe l’oeil” e riproduce con una verosimiglianza strepitosa l’autore e il suo personaggio più famoso che cammina sul suo mondo assai particolare (foto proveniente da www.flickr.com)

Un anno prima, il 6 aprile del ’43, era uscito Il Piccolo Principe, che era stato preceduto dal romanzo bellico Pilota di guerra. Il nuovo libricino divenne subito un best sellers e colpisce molto favorevolmente anche i critici letterari: Orson Wells estasiato voleva acquistarne i diritti cinematografici.

Antoine de Saint-Exupéry  arriva, con la sua squadriglia 2/33 a Bastia nel luglio del ’44. I piloti prendono alloggio a Erbalunga, distante una decina di chilometri dal capoluogo. Nei giorni seguenti il suo compagno capitano Gavoille tenta invano di impedirgli di volare, dopo i tanti incidenti  cui Antoine è andato incontro: non riesce a dimenticare una frase: “Capitano, non mi dirà che conta di uscire vivo da questa guerra?», comparsa sulle pagine di Pilota di guerra. Cercano perfino con l’inganno di impedirgli di compiere quell’ultima missione. Nessuno dei presenti di allora si ricorda esattamente cosa successe. Tonio si presentò vestito con la tuta di volo e il paracadute stretto sotto il sedere. Lo aiutarono a salire la stretta scaletta appoggiata alla semiala del P-38. Come sempre fece un po’ di fatica, lui alto un metro e novanta, a entrare nello stretto abitacolo. Gli avieri avevano sistemato nel muso dell’aereo le macchine fotografiche, avevano rifornito il carburante e i motori erano già caldi. Antoine chiuse la cappottina e i finestrini laterali dell’abitacolo: anche questa volta non erano riusciti a impedire che lui volasse.

Il P-38 decollò alle 8.45, con l’obiettivo di sorvolare e fotografare la zona est di Lione. La traccia radar del Lightning di Antoine de Saint-Exupéry conduce verso le coste della Francia del sud. Il rientro era previsto per le 12:30. Era il 31 luglio del 1944. Un mese prima gli Alleati erano sbarcati in Normandia.

Non era la prima volta che Saint-Exupéry rientrava da una missione in ritardo. Il capitano Gavoille tentò di farlo contattare dalla torre di controllo, invano. I compagni di squadriglia sperarono fino all’ultimo che fosse atterrato, illeso, in Svizzera. All’ufficiale americano di collegamento non restò che annotare nel suo rapporto quotidiano, “Pilota non rientrato. Forse disperso”.

Il PICCOLO PRINCIPE è quel libro che non può mancare nella libreria di un’abitazione in cui scorrazzi un bambino o una bambina perchè è un vero, immortale e irrinunciabile classico della letteratura infantile (e non) che si regala loro quando hanno acquisito un minimo di capacità di lettura. E se non ci fosse quelli dei bimbi siamo certi che i loro genitori ne conserverebebro sicuramente una loro copia personale in un angolo segreto di quella stessa libreria. L’immagine che riportiamo rende vagamente l’idea di quante lingue e in quante versioni è stato pubblicato nel corso degli anni, a partire dalla prima pubblicazione. E’ uno dei libri tra i più venduti  e più tradotti al mondo, assieme alla Bibbia e al nostro LE AVVENTURE DI PINOCCHIO di Carlo Collodi ma IL PICCOLO PRINCIPE, all’indomani del 2015, non potrà che consolidare il suo primato in quanto si  sono sbloccati i diritti di traduzione consentendo a diverse Case editrici di pubblicarne una loro versione (foto proveniente da www.flickr.com)

Diversi giornali, come ad esempio il New York Times, scrissero della sua scomparsa, anche se in certi ambienti s’ironizzava sulla sua triste sorte. Molti, soprattutto i suoi amici più intimi, se lo aspettavano perché lui nel corso degli ultimi anni aveva alimentato la voce di questo suo desiderio di abbandonare presto questo nostro mondo.

Fu il subacqueo Luc Varnell, dopo quasi sessant’anni da quell’ultimo volo di Tonio, a ritrovare la carcassa incrostata del Lightning P-38 sul fondo del Tirreno.

Ad Antoine de Saint-Exupéry è dedicato l’aeroporto di Lione e il suo libro più famoso, Il piccolo Principe, uscito negli Stati Uniti nel ’43, è ancora oggi in testa alle classifiche di vendita di tutta Europa ed è diventato un classico della letteratura.

Ci piace chiudere questa biografia con una frase memorabile che ci ha regalato ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY: 

“Fate in modo che i vostri sogni divorino la vostra vita così che la vostra vita non divori i vostri sogni”



Biografia di Massimo Conti

Foto e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR


Nota della Redazione: La presente biografia viene pubblicata per onorare la memoria del grandissimio scrittore-aviatore in occasione degli ottant’anni dalla sua morte avvenuta il 31 luglio 1944. 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #



Massimo Conti

Il diritto di contare

titolo:  Il diritto di contare 

autore: Margot Lee Shetterly 

editore: Harper Collins

anno di pubblicazione:  gennaio 2017

ISBN: 8869051781 oppure: 978-8869051784

pag: 381




anno di pubblicazione:  aprile 2018

ISBN: 8869053431 oppure: 978-8869053436

pag: 400





PREMESSA.

Non appena apparve per l’edizione 2023 di Racconti tra le Nuvole il comunicato che indicava come tema suggerito La donna nel mondo aeronautico e astronautico, mi vennero subito in mente le tre signore della matematica che negli anni ’40-’50 del secolo scorso, mentre l’IBM stava affannosamente mettendo a punto il primo calcolatore elettronico e i calcoli si facevano ancora solo con carta e penna, gesso e lavagna, furono assunte dalla NASA per eseguire, appunto con quei mezzi, calcoli matematici tanto complessi, quanto quasi al limite dell’impossibile.

Le tre signore erano Katherine Johnson, Mary Jackson e Dorothy Vaughan.

Le tre “hidden figures” o “figure nascoste” che sono indiscutibilmente le protagoniste principali del romanzo di Margot Lee Shetterly. A cominciare da sinistra: Katherine Johnson, al centro Mary Jackson, a destra Dorothy Vaughan.(foto proveniente dal web)

Tre talenti matematici (tutte laureate con il massimo dei voti prima dei 18 anni) che si sono ritrovate a lavorare in un ambiente così maschilista che di più non si può, dove già inserirsi sarebbe stato problematico per qualunque donna bianca, e dove per loro la cosa fu ancora più complessa, perché loro erano per di più afroamericane in un’America (precisamente in una Virginia) afflitta da problematiche razziali peraltro ancora lontane dall’essere risolte. Delle tre ne sapevo già qualcosa grazie ai fuggevoli cenni presenti in alcune copie dell’Europeo che tuttora conservo… Ops, che sbadata, i più giovani di voi non sanno neanche di cosa parlo e – quel che è peggio – ho appena rivelato troppo della mia età! Comunque L’Europeo, chiuso da anni, fu un glorioso settimanale (come L’Espresso, Panorama, La Domenica del Corriere) sul quale scriveva tra gli altri la grande Oriana Fallaci, autrice di molti articoli dedicati all’epopea spaziale dell’uomo che stava conquistando la Luna, con buona pace di coloro che tuttora negano che ciò sia mai avvenuto.

Dunque, dicevo, sull’Europeo trovai dei trafiletti sulle tre signore che me le resero subito simpatiche anche se la cosa finì lì proprio per il pochissimo rilievo dato loro.

Sebbene si tratti di un romanzo corale contraddistinto da una moltitudine di personaggi, Katherine Johnson è indubbiamente la protagonista principale che brilla con maggiore lucentezza sia nell’ambito del romanzo che del film dedicato alle donne calcolatrici della NASA che, come enfatizza il sottotitolo della prima edizione del volume, “volevano cambiare le loro vite e invece hanno fatto la storia” (foto proveniente dal web)

Poi però vidi anche un film che molto tempo dopo (è uscito nel 2016) raccontava la loro storia con dovizia di dettagli e grande risonanza (tre nomination all’Oscar).

Tuttavia non avevo ancora mai letto il libro da cui l’omonimo film era tratto.

Racconti tra le Nuvole mi diede finalmente l’input per colmare la grave lacuna. Così lo comprai e lo lessi, e oggi sono contenta di averlo fatto, perché leggendolo ho scoperto che il film, peraltro delizioso e consigliatissimo, tratta in realtà solo di una parte della vicenda e solo delle tre donne citate, mentre il libro racconta di più, molto di più. Lo fa però più nella forma del saggio che del romanzo, sebbene si avverta qui e là qualcosa di, diciamo, rielaborato. Ma questo ci sta, anzi, questo alleggerisce di molto la scrittura a volte un po’ freddina, ridondante e didascalica di alcune sue pagine, cosa che, sia chiaro, nulla toglie all’importanza di questo libro per le tematiche che tocca e le riflessioni che induce nel lettore.

Ancora una splendida immagine d’epoca che ritrae la matematica Katherine Johson seduta alla sua postazione di lavoro presso il Langley Research Center della NASA dove contribuì a calcolare la meccanica orbitale dei primi voli spaziali con equipaggio, in particolare la missione  Friendship 7 di John Glenn del 1962. Nata il 26 agosto 1918 a White Sulphur Springs, Virginia Occidentale, la Johnson lavorò a Langley dal 1953 fino al suo pensionamento nel 1986. La presenza e l’operato di Katherine incrinò irrimediabilmente la condizione di aparthaid di genere (maschile/femminile) e di etnia (bianco/aframericano) che vigeva nell’ambito di un ente all’avanguardia tecnologica come la NASA ma ancora arretrata in fatto di diritti sociali. Insomma un paese, gli Stati Uniti, che sì, inviava degli uomini nello spazio ma poi ghettizzava in modo subdolo le donne rispetto agli uomini e, con modalità se possibile molto più becere, i bianchi dai neri (foto proveniente da www.flickr.com)

La prima di queste riflessioni, almeno per me, è stata che ancora una volta la Letteratura si dimostra essere quel racconto arcaico in cui solo è possibile passare da una vita all’altra. Di più, in cui è di nuovo possibile riconvocare ciò che è stato, riconciliare l’essere umano con l’irrimediabile provvisorietà dell’esistenza, e anche riconcigliarlo con gli errori del passato, ai quali, laddove ci fossero stati, essa sa come porre rimedio.

La locandina della pellicola cinematografica tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice afroamericana Margot Lee Shetterly che la 20th Century Fox fece uscire nelle sale statunitensi in occasione del Natale 2016 e che invece giunse in quelle italiane solo nel marzo 2017. Il film ebbe ottimi risultati commerciali giacchè, a fronte di un investimento di circa 25 milioni di dollari da parte della produzione, incassò ben 170 milioni di dollari solo nel mercato statunitense e circa 66 milioni in quello estero a dimostrazione della bontà della felice scelta intrapresa sia in termini di sceneggiatura che di regia. Ottima la fotografia e di buon livello anche la recitazione delle tre attrici principali qui ritratte nei loro “costumi d’epoca” (foto proveniente da www.flickr.com)

Ecco infatti che, grazie alla letteratura, tre vite (e non solo quelle tre) risorgono e trovano i riconoscimenti che meritano e avrebbero meritato di ricevere ben prima. Dunque un libro, un film, e nel 2023, un modesto racconto che torna a riconvocare le tre scienziate per concorrere, pur nella piccola misura che ci compete, a rimediare all’errore di averle lasciate così a lungo nel più ingiusto ed oscuro degli oblii.

Cosa che, cogliendo l’occasione del premio, mi parve giusto fare, come una sorta di risarcimento post mortem alle tre scienziate, e questo sebbene fossi consapevole che rischiavo l’esclusione ex officio da parte del rigorosissimo Segretario, perché in realtà più che un racconto di “scrittura creativa”, come richiesto, veniva fuori piuttosto un “saggio”, tanto che mi preoccupai subito di scrivere e inviare anche un secondo racconto, questa volta di pura invenzione e pervaso di pura poesia che però, con  grande mia sorpresa, fu scartato a beneficio dell’altro per il quale speravo solo che un giorno venisse almeno ospitato sul sito appunto degli scartati, dei non pubblicabili, come omaggio alle tre… Potere della testimonianza storiografica!

Ma sembra proprio che l’anno 2023 non abbia ispirato solo me. Qualcun altro deve aver avuto sentore che era tempo di spostare i riflettori su queste donne.

E che riflettori! Stiamo parlando del set fotografico più famoso al mondo, quello del calendario Pirelli. Sì, avete letto bene.

Il calendario Pirelli 2024 (ovviamente realizzato l’anno prima) è stato interamente dedicato alle donne di colore che si sono distinte in vari campi, e più in generale, a quel Continente Africa che oggi sta richiamando a vario titolo anche l’attenzione dei Capi di Stato di mezzo mondo. Forse perché il futuro dell’Africa è in Africa?

Ecco allora che accanto a Naomi Campbell e ad altre famosissime star, sfogliandolo ci s’imbatte in lei. Come lei chi?

Ma lei Margot Lee Shetterly, proprio l’autrice de Il diritto di contare, la scrittrice americana che per prima ha tirato fuori dall’ombra Katherine, Mary, Dorothy e le loro compagne.

Perché lei? Ma perché è un modo per aprire una finestra sull’Africa e sulla diaspora nera, perché lei vuole pensare positivo per cambiare le cose, perché se invece dici che tutto è perduto, ti togli ogni responsabilità. Perché nel mondo globalizzato il battito d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo ha conseguenze qui.

Diverse scene del film candidato all’Oscar “Hidden Figures – Il diritto di contare” furono girate nel tunnel del vento a bassa velocità Lockheed Martin a Marietta, in Georgia, nell’aprile 2016. Alla fine del film, vengono mostrate foto reali delle persone e dei luoghi ritratti durante la riprese della pellicola. Questo scatto risale invece con ogni probabilità al 1968 o al massimo nel 1969 quando veniva verificato in galleria del vento il prototipo del mitico C-130 Hercules che assieme allo Spillone (l’F104 Starfighter) e al SR-71 Blackbird sono i velivoli iconici di quella Casa Costruttice statunitense (foto proveniente da www.flickr.com).



TRAMA: Se John Glenn ha orbitato intorno alla Terra e Neil Armstrong è stato il primo uomo a camminare sulla Luna, parte del merito va anche alle scienziate della NASA che negli anni Quaranta elaborarono i calcoli matematici che hanno permesso a razzi e astronauti di partire alla conquista dello spazio. Tra loro c’era anche un gruppo di donne afroamericane di eccezionale talento, originariamente relegate a insegnare matematica nelle scuole pubbliche “per neri” del profondo Sud degli Stati Uniti. Queste donne furono chiamate in servizio durante la Seconda guerra mondiale a causa della carenza di personale maschile, quando l’industria aeronautica americana aveva un disperato bisogno di esperti con le giuste competenze. Tutt’a un tratto a queste brillanti matematiche e fisiche si presentò l’occasione di ottenere un lavoro all’altezza della loro preparazione, una chiamata a cui risposero lasciando le proprie vite per trasferirsi a Hampton, in Virginia, ed entrare nell’affascinante mondo del Langley Memorial Aeronautical Laboratory.

Il loro contributo, benché le leggi sulla segregazione razziale imponessero loro di non mescolarsi alle colleghe bianche, si rivelò determinante per raggiungere l’obiettivo a cui l’America aspirava: battere l’Unione Sovietica nella corsa allo spazio e riportare una vittoria decisiva nella guerra fredda. Sullo sfondo della lotta per i diritti civili e della corsa allo spazio, Il Diritto di Contare segue la carriera di queste donne per quasi trent’anni, durante i quali hanno affrontato sfide, forgiato alleanze e cambiato, insieme alle proprie esistenze, anche il futuro del loro Paese. (Tratto dalla prefazione. N.d.A.)



E non poteva certo mancare la foto di rito del cast del film “Hidden figures – Il diritto di Contare” scattata sabato 10 dicembre 2016 davanti all’ingresso del SVA Theatre di New York in occasione della presentazione mondiale della pellicola. L’occhio elettronico del fotografo ufficiale della manifestazione ha dunque immortalato, partendo da sinistra verso destra: l’attrice, modella e cantante Janelle Monáe, quindi, di rosso vestita, la cantante e attrice Taraji P. Henson, il sempre affascinante Kevin Costner nel suo duplice ruolo di produttore e di attore del film, e infine la corpulenta attrice Octavia Spencer. Interpreti tutti statunitensi per un film che celebra, non senza critiche, una delle pagine più oscure della corsa allo spazio del paese a stelle e strisce (foto proveniente da www.flickr.com)

RECENSIONE.

Diceva Virginia Woolf a proposito della donna-angelo del focolare alle prese con il tentativo di affrancarsi da quell’etichetta per diventare qualcosa d’altro (nel suo caso una scrittrice che avesse diritto alla sua stanza dove scrivere, al suo nome sul suo libro e non il solito pseudonimo maschile, al suo pubblico e al denaro che tutto questo poteva procurarle):

“…le donne devono ammaliare, devono conciliare, devono, per dirla brutalmente, dire bugie se vogliono avere successo. Perciò, ogni volta che avvertivo l’ombra della sua ala sulla pagina, o la luce della sua aureola, afferravo il calamaio e glielo scagliavo contro. Ce ne volle per farla morire. La sua natura fantastica le dava un vantaggio. È molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà. Credevo di averla liquidata e invece eccola lì di nuovo. Benché mi lusinghi di averla uccisa infine, fu una lotta durissima; che richiese del tempo che sarebbe stato più utilmente impiegato a imparare la grammatica greca; o a girare il mondo in cerca di avventure. Ma fu una vera esperienza; un’esperienza che doveva toccare a tutte le donne scrittrici a quell’epoca. Uccidere l’angelo del focolare faceva parte del mestiere di scrittrice”.

Margot Lee Shetterly non ha la forza espressiva e il vigore strutturale di una Woolf, tuttavia lei con Il Diritto di Contare ha a sua volta ucciso l’angelo del focolare, non solo quello suo personale di scrittrice che si afferma a dispetto del suo genere e del colore della sua pelle, ma anche perché ha scelto di raccontare la storia di altre donne che come lei hanno ucciso il loro angelo del focolare dimostrando che, volendo, si poteva continuare ad essere anche quello: donne delicate, sensibili, attaccate agli affetti familiari, senza per questo rinunciare ad essere ciò che si sentiva di essere e di voler essere. Sta in questo il merito di questo libro ed è per questo che va letto.

Nel 2017, chi avesse visitato il Pasadena Chalk Festival si sarebbe imbattuto in questo piccolo capolavoro di arte grafica di  8×7 piedi (circa 2,5 per 2 metri) realizzato con pastelli morbidi e gessetti. La disegnatrice, un ingegnere informatico di colore impiegata presso la NASA, decise di dedicare la sua opera a quelle tre donne straordinarie, figure del tutto nascoste e assurte agli onori del grande pubblico solo dopo la proiezione del film, dichiarando di averci messo dentro tutte quelle che erano le sue capacità artistiche superando anche i suoi limiti personali … e occorre riconoscerlo: il risultato è davvero apprezzabile (foto proveniente da www.flickr.com)

Dopo il Buio oltre la siepe (scritto però da una scrittrice bianca) e poi tutta una gamma di variazioni sul tema apparse in America nell’ultimo mezzo secolo, a opera di scrittori e scrittrici di colore e non, questo libro, attraverso le vicende di alcune scienziate della NASA, racconta dal punto di vista di una scrittrice afroamericana le lotte compiute da donne di colore come lei, per affermarsi nel mondo bianco e maschile della scienza e della tecnologia. Forse si poteva scrivere meglio, cospirando di più con le attese, le sospensioni, le dilatazioni, rubando meglio, come si dice in gergo musicale, sul tempo della narrazione, troppo spesso trascinato e perso dietro minuzie e dettagli che, se da un lato, rivelano al lettore il lungo e meticoloso, quasi maniacale e impressionante lavoro di ricerca e detection dell’autrice, dall’altro inducono a chiedersi: perché mi dice anche questo? Perché non ha mondato il superfluo?

Ardua la risposta. Chi siamo noi per fare appunti a un libro di tale clamore e successo? Che ha suscitato l’interesse di Hollywood e che porta la sua autrice sul set Pirelli?

Nessuno, certo. Allora forse dobbiamo andare oltre la prima impressione di lettori, e apprezzarlo per quello che voleva essere davvero: una testimonianza al femminile, un riconoscimento dovuto, una miniera in cui attingere storie, aneddoti, dettagli, che visti nel loro complesso raccontano una sterminata massa di difficoltà affrontate e superate. Incluse le difficoltà affrontate e superate legate ad un tipo di lavoro che, per quanto appassionante, con la sua esclusività e centralità metteva in secondo piano tutto il resto, a cominciare dalle famiglie che si dovettero a loro volta dotare di grande pazienza, comprensione e solidarietà con le rispettive mogli, madri, sorelle, figlie scienziate, per non soccombere alle ragioni dell’ufficio e della patria.

Anche Margot Lee Shetterly non poteva certo mancare alla cerimonia di presentazione mondiale del film “Hidden Figures” avvenuta nel dicembre 2016 a New York. La scrittrice afroamericana, figlia di un dipendente della NASA che svolgeva l’incarico di ricercatore presso il Langley Research Center, crebbe in un ambiente in cui chiunque (dai vicini di casa ai genitori dei suoi compagni di scuola) aveva qualche familiare occupato presso la NASA e dunque, quasi inevitabilmente, dopo un’esperienza lavorativa a New York nel settore finanziario presso JP Morgan e quindi Merrill Lynch, e poi nell’editoria in Messico, cominciò già nel 2010 a mettere assieme il materiale di ricerca che poi raccolse nel suo romanzo-saggio. La sua fortuna letteraria è dunque legata e limitata indissolubilmente al solo volume “Hidden figures” di cui nel 2018 ha curato anche la versione illustrata rivolta ai bambini dai quattro agli otto anni intitolata: “Hidden Figures: The True Story of Four Black Women and the Space Race” (foto proveniente da www.flickr.com)

L’autrice è come un direttore d’orchestra preparatissimo, tecnicamente irreprensibile, con una libertà della mano sinistra tale da essere capace di plasmare infinite intenzioni espressive in un modo che non potrebbe essere più efficace. Eppure nonostante l’esecuzione sia un paradigma di controllo e di dominio dell’orchestra, vien fuori un concerto dove a volte è molto difficile risolvere il disagio di certi momenti, per cui tanta meticolosità alla fine crea un problema anziché risolverlo.

Ma come non ammirare il coraggio della Shetterly quando assegnando quel titolo, Hidden Figures, al suo libro (Figure nascoste, è infatti quello originale) già disvela la sua intenzione di rendere visibili finalmente quelle figure trasparenti, non viste, unseen che hanno atteso con pazienza il momento opportuno per farsi avanti e piano piano dire al mondo ci sono anch’io, so fare questo, non puoi più ignorarmi?

Ancora una bella immagine della scrittrice di “Hidden Figures” ripresa mentre è intenta a leggere alcune pagine del suo lavoro letterario a beneficio di una nutrita platea di studenti delle scuole pubbliche statunitensi. L’evento, ebbe luogo nel dicembre 2016 presso la  Martin Luther King Jr. Memorial Library a Washington e rende l’idea dell’improvviso interesse che suscitò la proiezione del film e, di rimbalzo, del libro da cui il film è stato tratto in modo mirabile (foto proveniente da www.flickr.com)

E forse alla fine ci persuadiamo che per non farsi più ignorare era necessario metterci dentro tante di quelle cose da poterne prendere solo un po’ per volta, come quando si deve bere a piccoli sorsi un tè perché troppo bollente. Ecco perché questo libro che, soprattutto nella prima parte, procede lento, appesantito da troppi tecnicismi, ostici a chiunque non sia del mestiere, e infarcito di citazioni e riferimenti a luoghi e istituzioni che per noi non hanno alcuna evocazione, va letto con calma, va preso a piccole dosi, finché superati i primi scogli si sarà premiati, nella parte finale, da un’atmosfera più descrittiva e godibile, dove si chiarisce il senso di tutto il lavoro precedente, si chiarisce l’insegnamento che vuole darci l’autrice, cioè che l’umanità è una sola, non ci sono colori, non ci sono differenze, ma esiste l’anima e il cuore di ciascun essere umano, e soprattutto esiste la dignità che qui è rappresentata dal silenzio di queste donne, che hanno attuato la loro rivoluzione unicamente dimostrando le loro competenze, senza urla e atti di violenza.

Contrariamente a quanto accade nel nostro paese in cui è praticamente impossibile intitolare qualsivoglia via, edificio o mezzo di trasporto a un personaggio famoso vivente, negli Stati Uniti alla matematica donna-calcolatore Katherine G. Johnson è stato dedicato il Computational Research Facility e alla cerimonia d’inaugurazione erano presenti, oltre alla festeggiata Katherine, i membri della sua famiglia, il sindaco Donnie Tuck, il senatore Warner e il governatore dello Stato McAuliffe. E questo scatto lo testimonia (foto proveniente da www.flickr.com)

La scelta dell’autrice americana di utilizzare un linguaggio semplice e delicato visto l’argomento già di per sé sconcertante, è da ammirare. E alla fine il libro si consiglia di leggerlo perché è sempre sbagliato perdere un’occasione per imparare il rispetto verso la vita altrui e verso qualsiasi essere vivente. Perché anche se non è un libro da leggere in pochi giorni, o come si dice, “da spiaggia”, e richiede una certa dose di impegno, è così colmo di storia che vale la pena affrontarlo anche per capire un periodo storico del passato, quello della Guerra Fredda, che molti, i più maturi, forse hanno bisogno di rinfrescare nella loro memoria, e molti, i più giovani, hanno bisogno di conoscere per capire meglio il presente che non sembra del tutto liberato da certi atteggiamenti mentali, e non solo mentali, di cui furono vittime queste Figure Nascoste. Non è forse tuttora in atto una specie di guerra mista, fredda e calda, in cui si decidono le sorti del pianeta, come allora proprio nel Langley si decidevano le sorti dell’America rimasta col fiato sospeso nel momento in cui lo Sputnik ha solcato il suo cielo?

A seconda dell’edizione (tascabile o brossura) sono disponibili due diverse copertine del volume in lingua inglese che, in tutta onestà, non sono graficamente esaltanti … (foto proveniente da www.flickr.com) 

… fortunatamente la locandina del film è di ben altra caratura (foto proveniente da www.flickr.com)

Mentre mi accingo a chiudere il cerchio voglio però ricordare una cosa importante. Questa è una storia di donne, ma il cerchio lo chiudo parlando di un uomo: John Glenn. In un Paese in cui per bianchi e neri, la vita sociale era indirizzata su due binari legislativi rigidamente distinti per cui essi facevano la spesa in supermercati diversi, cenavano in ristoranti diversi, soggiornavano in hotel diversi, usavano bagni pubblici diversi, e ovviamente frequentavano scuole diverse, Katherine, un seme sbocciato sul terreno dell’apartheid istituzionale, della normalizzazione del razzismo da parte dei poteri dello Stato, della cristallizzazione di una prassi gerarchica fondata sul sangue, riesce ad affermarsi alla NASA fino al punto che il primo astronauta americano ad andare in orbita attorno alla Terra, esige lei e solo lei come sua “calcolatrice umana” e dichiara che se lei avesse confermato i numeri del calcolatore elettronico appena arrivato, e di cui lui non si fida, lui sarebbe partito subito, senza pensarci due volte.

La sua vita e l’esito dell’esperimento, nonché di anni e anni di calcoli e stime, Glenn li ha messi nelle mani di una sola persona. Una donna.

Quella donna avrebbe fatto la differenza sia per lui che per l’intero genere umano.

Fu quella la vittoria di quella donna e delle sue compagne?

No. La loro vittoria fu essere fotografate accanto agli ingegneri uomini bianchi sotto la voce: le persone che hanno salvato l’America. Persone. Punto. 

Dunque l’avete capito. In questo caso il libro e il film sono due cose distinte. Non si può dire, come spesso succede, il libro è meglio del film, ovvero, il film è meglio del libro, come a prima vista parrebbe questo il caso. In realtà non è così.

Il film, pur fornendo le stesse informazioni e raccontando la stessa storia, affronta la storia dal punto di vista personale delle tre donne, il libro invece è un vero e proprio saggio storico, ricchissimo di dati e corredato da una tale quantità di note bibliografiche da essere all’altezza di un testo universitario. I due strumenti affrontano la storia con due metodi assolutamente diversi, tanto da rendere inutile una comparazione.  



IL FUTURO.

Tutto questo avveniva cinquant’anni fa. Dopo mezzo secolo e oltre la Luna torna alla ribalta. Messa da parte dai pensieri degli umani che contano e decidono, sembra ora essersi riacceso l’interesse verso il nostro satellite, che, ormai a lungo studiato, sembra essere definitivamente considerabile costola del nostro stesso pianeta. Materia della nostra stessa materia. Insomma sangue del nostro sangue. Ma il nostro pianeta, lo sappiamo, sta messo malino quanto a salute, e allora che si fa? Si guarda oltre. Si pensa ad una base stabile sulla Luna dalla quale un giorno magari partire verso Marte o altri mondi, visto che quello nostro ce lo stiamo bellamente giocando. Però, attenzione, in tutto questo rinnovato interesse per lei, per la pallida e mutevole Luna, spunta fuori che lassù, nella costola vergine della Terra, ci sono minerali, terre rare, acqua, allo stato solido ma in abbondanza… e tutto al polo Sud, dove di giorno fa 100 gradi e di notte – 200, dove il giorno dura 14 giorni e la notte 14 notti (terresti), un vero paradiso, non c’è che dire!

L’affascinante attrice e cantante statunitense Taraji P. Henson riveste il ruolo di Katherine Johnson nell’ottima pellicola “Hidden figures” (foto proveniente da www.flickr.com) 

Ma cosa non si farebbe, a cosa non si è disposti ad adattarsi per strappare anche a lei quelle stesse materie prime, risorse, ricchezze che sono motivo di conflitti inenarrabili, visto che, va a sapere perché, quei minerali preziosi e rari qui stanno tutti ammucchiati nei posti più complicati e guerrafondai del pianeta. E lì?

Un’altra protagonista principale della pellicola “Il diritto di contare” è l’attrice statunitense Octavia Spencer alias la “donna calcolatrice” Dorothy Vaughan (foto proveniente da www.flickr.com)

Pensateci bene, soprattutto ora che la “conquista dello spazio” si va allargando ben oltre due sfidanti, ora che vede inclusi, indifferentemente, astronauti e astronaute, e persino parastronauti perché alla fine s’è capito che quello che conta è l’integrità del cuore e della testa, e non l’integrità del corpo o il suo colore, o il suo sesso, a che non si replichi questa lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi una miniera di coltan in più, un giacimento di litio in più… La luna è un’opportunità. Sì, che sia di pace però. Sennò rischiamo che prima o poi un’altra scrittrice dovrà scrivere un domani il Diritto di Spaziare, visto che gli avvocati di tutto il mondo hanno già il loro bel da fare a definire e a riscrivere il Diritto Spaziale.

Janelle Monáe, attrice e modella, nella finzione cinematografica di “Hidden figures” è Mary Jackson, la prima ingegnere afroamericana a lavorare alla NASA dopo aver svolto l’incarico di “computer umano”. Il suo nome è stato inserito solo nel giugno 2017 nel Langley Hall of Honor (foto proveniente da www.flickr.com)



L’AUTRICE E LA SUA VOCE.

Nata e cresciuta a Hampton, in Virginia, Margot Lee Shetterly ha conosciuto di persona molte delle protagoniste di Il Diritto di Contare, e per i suoi studi sul contributo delle donne alla matematica ha ricevuto una borsa di studio dalla prestigiosa Virginia Foundation of the Humanities.

Prima di trasferirsi a Charlottesville, con il marito, è stata per molti anni a New York e in Messico. Detto questo, credo che sentire direttamente la sua voce sia il modo migliore per consegnarvi questa recensione, che spero vi sia stata di utilità.

Da Il Diritto di Contare:

[…] Eppure, pur essendo state loro al Langley a infrangere la barriera della razza, facendo da apripista per gli uomini assunti in seguito, le donne dovettero sempre combattere per qualcosa che gli uomini, anche di colore, potevano dare per scontata: la qualifica di ingegnere […] Insieme avevano dimostrato che, se gliene venivano dati l’occasione e i mezzi, la mente femminile era uguale a quella maschile.

Come nella migliore tradizione dell’industria cinematografica statunitense, la proiezione della pellicola “Hidden Figures.” ha avuto scenari e corollari di tutto rispetto come l’auditorium del Kennedy Space Center in Florida, dove il cast al completo ha partecipato a una conferenza stampa organizzata al fine di promuovere il film presso gli addetti ai lavori della NASA. A sinistra possiamo riconoscere l’attrice Octavia Spencer alias Dorothy Vaughan; Taraji P. Henson, che impersona Katherine Johnson nel film e Janelle Monáe – Mary Jackson (foto proveniente da www.flickr.com)

[…] Per molti uomini, una “calcolatrice umana” era una macchina calcolatrice che respirava, un accessorio d’ufficio che inspirava una serie di cifre e ne espirava un’altra.

[…] “Sventurata te, se ti fanno calcolatrice” scherzava un articolo dell’Air Scoop. “Sventurata, perché l’ingegnere si prende il merito di qualsiasi tuo lavoro che brilli d’intelligenza e dia gloria. Ma se lui scivola o sbaglia un conto, o incappa in un errore di qualunque tipo, una volta chiamato a rispondere scaricherà il barile con un bel: ‘Del resto, cos’altro ci si può aspettare da una calcolatrice donna?’”.

Il lavoro della maggior parte delle donne, […], era anonimo, persino se lavoravano a stretto contatto con un ingegnere sul contenuto di una relazione era raro che le matematiche vedessero apparire il proprio nome sulla pubblicazione finale. Perché mai avrebbero dovuto nutrire il loro stesso desiderio di riconoscimento? Si chiedeva la maggior parte degli ingegneri. Erano donne, dopotutto.

[…]Prima che il computer diventasse un oggetto inanimato, però, e prima che il Centro di controllo missione atterrasse a Houston; prima che lo Sputnik cambiasse il corso della storia, e prima che la NACA diventasse NASA; prima che la sentenza della Corte Suprema nel caso Brown v. Board of Education of Topeka stabilisse che di fatto separato non significava uguale, e prima che la poesia del sogno di Martin Luther King si riversasse giù dalla scalinata del Lincoln Memorial, le calcolatrici dell’Area ovest del Langley aiutarono gli Stati Uniti a dominare l’aeronautica, la ricerca spaziale e la tecnologia informatica, ritagliandosi uno spazio come matematiche donne che erano anche di colore, matematiche di colore che erano anche donne. […]

Katherine ci ha lasciato il 24 febbraio 2020 alla veneranda età di 101 anni (foto proveniente da www.flickr.com)

[…] Figurarsi se una mente femminile poteva elaborare qualcosa di tanto rigoroso e preciso come numeri ed equazioni! Solo l’idea di investire cinquecento dollari in una macchina calcolatrice per poi farla usare a una ragazza… ma per piacere! E invece le ragazze si erano dimostrate molto, molto brave con i numeri. Più brave, di fatto, di molti ingegneri, come dovettero ammettere gli stessi uomini, pur se a denti stretti.  





Recensione di Rossana Cilli.

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR






Il diritto di contare

Forever Flying

titolo:  Forever Flying – Volando per sempre

autore: R.A. Bob Hoover 

editore: Atria

anno di pubblicazione: agosto 1997 

ISBN: 067153761X

ISBN 13 cifre: 978-0671537616

pagine: 328




Signore e signori, lasciate che vi presenti Bob Hoover.

Molti piloti lo conoscono. Una leggenda nel mondo aeronautico. E di quello degli air show statunitensi.

Qui da noi, forse, almeno dal nome, pochi saprebbero risalire al personaggio.

Del resto, noi italiani abbiamo poca inclinazione verso gli air show. E poi abbiamo una Pattuglia Acrobatica Nazionale che è, senza mezzi termini e senza dubbio alcuno, la migliore in assoluto sul pianeta Terra. Perciò tendiamo a conoscere solo quella.

Sono davvero innumerevoli i riconoscimenti conseguiti da Bob Hoover nel corso della sua lunga carriera assolutamente memorabile. Oltre a quella della FAA qui raffigurata non possiamo non ricordare: la National Air and Space Museum’s Trophy for Lifetime Achievement; la Living Legends of Aviation Award  e la National Aeronautic Association Wright Brothers Memorial Trophy; l’inserimento del suo nome nella National Aviation Hall of Fame; la Living Legends of Aviation Freedom of Flight Award (successivamente rinominata Bob Hoover Freedom of Flight Award); lo Smithsonian’s National Air and Space Museum Trophy; la National Aeronautic Association Wright Brothers Memorial Trophy nell’ambito civile. In quello militare ricordiamo: la Purple Heart, l’Air Medal with Clusters, la Distinguished Flying Cross, la Soldier’s Medal for Valor, e la France’s Croix de Guerre. (foto proveniente da www.flickr.com)

Abbiamo scarsa inclinazione anche verso la lettura. Specialmente di libri in una lingua diversa dalla nostra.

Ma forse, se dico che Bob Hoover è quel pilota che vola con un bimotore, seduto ai comandi indossando un largo cappello da cow-boy (ma non lo è veramente) e poi esegue un tonneau mentre versa acqua, da una bottiglia, in un bicchiere appoggiato sul cruscotto senza che il bicchiere si sposti di un millimetro e senza che una sola goccia si perda… allora molti sapranno di chi si tratta.

Potenza di Youtube.

Questo libro non è altro che l’autobiografia di Bob Hoover.

Ma lasciamo che a presentarlo sia un altro pilota, un Generale che risponde al nome di James Doolittle. Tutti coloro che non hanno idea di chi si tratti, neanche in questo caso, possono semplicemente scriverne il nome su Google.

Al Monterey County Air Show, nel 1988, Doolittle presentò così Hoover al pubblico:

[“Ladies and gentlemen, let me introduce to you Bob Hoover, the greatest stick-and-rudder pilot alive today…

No, That’s wrong,  let me introduce to you Bob Hoover, the greatest stick-and-rudder pilot who ever lived”.]

“Signore e signori, lasciate che vi presenti Bob Hoover, il più grande pilota cloche-e-pedaliera vivente …

No, è sbagliato,  lasciate che vi presenti Bob Hoover, il più grande pilota cloche-e-pedaliera che sia mai esistito”.

Una delle manovre che hanno reso Bob Hoover unico nel mondo delle acrobazie aeree: a motori spenti ed eliche a bandiera eseguiva looping e rolling con il velivolo bimotore North American Rockwell “Shrike Commander” 500S  dimostrando una padronanza eccellente della macchina e anche – ammettiamolo – una certa audacia che andava ben oltre le capacità tipiche di un pilota collaudatore (foto proveniente da www.flickr.com)

Nelle primissime pagine troviamo le suddette parole, a mo’ di presentazione del contenuto del libro, che il Generale ha voluto riproporre qui, come se si trattasse di introdurre uno spettacolo tipico di Hoover.

Ed ecco l’autore di questa biografia immortalato accanto al suo velivolo a bordo del quale lasciò letteralmente a bocca aperta decine e decine di migliaia di spettatori delle manifestazioni aeree statunitensi cui partecipò nel corso degli anni. Lo scatto risale al 2010 quando Bob Hoover aveva “solo” 88 anni presso lo Steven Udvar-Hazy Center a Chantilly, VA (foto proveniente da www.flickr.com)

Dopo la lettura di questo libro saprete che Doolittle diceva la verità.  Certamente di grandi piloti ce ne sono stati molti altri. Uno solo fra questi, tanto per fare un esempio, è stato Chuck Yeager. Su VOCI DI HANGAR trovate il libro autobiografico di Yeager recensito da me un po’ di tempo fa. S’intitola: Yeager: an autobiography – Una vita in cielo.

Anche lui ha scritto una propria presentazione, giusto una pagina dopo. In quella, Yeager racconta un episodio di come si sono incontrati, un giorno, nel cielo del deserto del Mohave, dove aveva sede il Reparto Sperimentale Volo dell’epoca, durante i collaudi di due aerei. Un bimotore a elica per Hoover e un caccia a reazione per Yeager. Era frequente che due piloti del loro calibro si sfidassero in qualche tipo di duello aereo, per ragioni puramente addestrative, ma nessuno avrebbe mai osato attaccare Yeager. Entrambi erano reduci dalla Seconda Guerra Mondiale e avevano combattuto e abbattuto aerei nemici. Erano, perciò, combattenti temibili. In quel cielo volavano come piloti collaudatori di nuove macchine volanti. Erano il meglio del meglio e Yeager aveva una reputazione che non lasciava spazio a scherzi del genere. Non si aspettava di essere sfidato in un duello. Men che mai da un bimotore a elica! Senza avere neppure la più pallida idea di chi ci fosse ai comandi.

Come si è svolta quella storia e come è finita … ve lo lascio scoprire leggendo il breve scritto di Yeager. Ma ne sarete sorpresi …

Bob Hoover ebbe un’esistenza lunga quanto a dir poco singolare nel corso della quale ebbe la fortuna e il privilegio di conoscere personalità iconiche della storia dell’Aviazione del calibro del suo amico e collega Chuck Yeager, il temerario colonnello Jimmy Doolittle, oppure il grande trasvolatore solitario Charles Lindbergh e addirittura il pioniere dell’Aviazione moderna Orwille Wright. Ma non solo … anche personaggi altrettanto memorabili dell’astronautica mondiale come Michael Collins e Neil Armstrong, ricordati negli annali per essere stati membri dell’equipaggio dell’Apollo 11 che toccò per primo il suolo lunare nel 1969. Bob ci ha lasciato nel 2016 alla veneranda età di 94 anni e, non a torto, è considerato uno dei migliori piloti mai vissuti nella storia dell’Aviazione mondiale. Alle spalle dell’autore uno dei velivoli con il quale volò molto intensamente: un F-86 Sabre (foto proveniente da www.flickr.com)

Segue una pagina intera di onorificenze che Hoover si è guadagnato nel corso della sua carriera. L’elenco è lungo ed è suddiviso tra quelle militari e civili.

Yeager, comunque, ha scritto una vera e propria prefazione di tre pagine, che troviamo di seguito.

E’ un libro strutturato davvero in maniera magistrale.

Dopo un capitolo che riguarda un air show in Russia, dove Hoover si esibisce alla sua maniera, sorprendendo tutti fino a superare i limiti della decenza rischiando di essere arrestato ed incarcerato, il libro vero e proprio comincia. E secondo la più comune consuetudine comincia proprio dall’inizio, dalla nascita, dalla descrizione della famiglia, dalle proprie umili origini etc.

Immancabile è anche la descrizione del suo primo approccio al mondo dell’Aviazione, che nel suo caso riguarda un vicino aeroporto e qualche attività di volo che il piccolo Bob poteva osservare da fuori dell’area aeroportuale, con le dita aggrappate alla classica rete.

Per raggiungere questo luogo di meraviglia, comunque, doveva percorrere una trentina di chilometri, di sola andata, in bicicletta.

Nelle biografie dei vari piloti, spesso vengono citati alcuni personaggi dai quali hanno tratto ispirazione. Hoover non fa eccezione. I suoi personaggi cominciano da un nome famosissimo: Charles Lindberg. La sua trasvolata oceanica, solo a bordo di un monomotore, aveva sbalordito il mondo intero.

E aveva affascinato e travolto di ammirazione il piccolo Bob Hoover.

Bob leggeva molto, da piccolo. E conosceva le gesta di altri piloti. Oltre Lindberg, conosceva Roscoe Turner, Eddie Rickenbacker e Jimmy Doolittle. Quest’ultimo era quello che più attirava il suo interesse. Ma c’era un ulteriore nome, in quei giorni, che divenne per lui particolarmente orientativo: Bernie Ley, che molti anni dopo divenne suo amico. La sua specialità era l’acrobazia aerea.

Bob Hoover era quel genere di pilota che era capace di pilotare qualunque cosa avesse una cloche e una pedaliera … compreso uno dei primi ultraleggeri mai costruiti nella storia dell’aviazione. E questo scatto lo testimonia. Della serie: quando gli ULM somigliavano più al Flyer dei fratelli Wright che a dei velivoli moderni (foto proveniente da www.flickr.com)

Hoover cominciò presto a prendere lezioni di volo, racimolando con vari mezzi i dollari necessari. Ma alla fine trovò la strada per entrare in Aviazione. La guerra stava per scoppiare anche per gli Stati Uniti, che aveva bisogno di piloti da mandare a combattere in Europa.

Un aspetto sorprendente del nostro Bob Hoover è che, insieme ad una smisurata passione per il volo e per le manovre acrobatiche, aveva la tendenza a subire il mal d’aria. Non c’era volo che terminasse senza una buona dose di air-sickness. Tuttavia, nel tempo, ogni sintomo divenne sempre più debole e, alla fine, scomparve.

L’aria e il mal d’aria vanno spesso di pari passo, ma solo per una distanza limitata.

Attraverso una serie ininterrotta di eventi, alcuni piuttosto complessi e spesso comici, finalmente il nostro pilota raggiunge l’Europa in guerra, ma anche qui sembra difficile arrivare proprio dentro il conflitto, ai reparti realmente combattenti. Piuttosto, la sua fama di pilota collaudatore, capace di mille prodezze ai comandi di qualunque tipo di aereo, gli procurano un incarico davvero speciale.

Un B-26 Martin Marauder, grosso bimotore da bombardamento, era stato abbattuto sulla costa siciliana, dalle parti di Messina e aveva fatto appena in tempo a raggiungere una spiaggia idonea ad un atterraggio sul ventre. L’aereo era stato riparato, ma la lunghezza della spiaggia non sembrava sufficiente per la ripartenza. Cercavano un pilota capace di compiere il miracolo.

E chi poteva fare una cosa simile?

Chiesero a Hoover. Lui accettò. Se ci fosse riuscito, probabilmente il merito acquisito avrebbe pesato abbastanza da far accettare la sua assegnazione a qualche reparto combattente.

Hoover andò sul posto con una squadra di tecnici militari. Fece smontare ogni cosa possibile, per alleggerire al massimo il pesante bimotore. Fece lasciare nei serbatoi la minima benzina, sufficiente appena per raggiungere il primo aeroporto disponibile, che in questo caso era Palermo. Poi mise in moto i motori e decollò, superando di pochi metri gli ostacoli.

In questo scatto mirabile sono riuniti tutti i velivoli che sono legati a doppio filo alle vicende professionali di Bob Hoover. La sua storia umana e professionale è tornata alla mente del nostro buon Evandro Detti dapprima dopo la lettura de:“La panchina”, il racconto che ha partecipato al premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE nell’edizione 2023, da poco ospite del nostro hangar (in cui il libro di Hoover è tra le mani della protagonista del racconto) ma anche e soprattutto per via della pubblicazione dell’ultimo libro della casa editrice Cartabianca Publishing avvenuto nel mese di dicembre 2023. Si tratta di Carrying the fire – Il mio viaggio verso la Luna che il lodevole editore bolognese ha regalato agli appassionati italiani di astronautica dopo cinque anni di duro lavoro traducendo in modo esemplare la sacra autobiografia dell’astronauta Michael Collins. E il nostro Evandro che ha recensito sia la versione in lingua originale che quella tradotta di Collins sarebbe potuto venir meno alla promessa di recensire un altro testo sacro della storia dell’Aviazione? Certo che no … e infatti ci ha concesso la recensione di “Forever Flying” come regalo natalizio! Grazie Evandro. Cartabianca compreso il messaggio? (foto proveniente da www-flickr.com)

Hoover aveva già pilotato il B-25. Ma mai il B-26, che sembra avesse anche una pessima reputazione, visto il notevole numero di incidenti che erano accaduti durante i voli di addestramento. E lui riuscì a portare via una macchina del genere da una simile spiaggetta piena di ostacoli, di un migliaio di piedi di lunghezza (circa 300 metri, NdR).

Descritta così, in poche righe, può anche sembrare un compito facile. Ma nel libro la descrizione dell’intera impresa prende molto più spazio, si arricchisce di particolari molto interessanti e soprattutto rivela che ci volle più di un mese di preparazione, anche della striscia di decollo, che venne pavimentata con grelle metalliche. Furono fatte prove e tentativi per verificare la fattibilità e l’efficacia dell’accelerazione per raggiungere la velocità minima di rotazione e di sostentamento.

Quando giunse il giorno fatidico, il sergente motorista, caposquadra dei vari tecnici, volle assolutamente salire a bordo e andare con Hoover. Una dimostrazione di fiducia non indifferente.

All’arrivo nel cielo di Palermo, visto che il carburante era ancora più che sufficiente, Bob cercò di dimostrare il proprio talento agli spettatori che stavano aspettando a terra. Dapprima sfidò al combattimento il pilota di un caccia P40 che si trovava in volo nei dintorni. Poi fece alcune manovre acrobatiche e infine atterrò. Da notare che solo lui aveva un sedile, dietro i comandi. Il sergente motorista non lo aveva, perché era stato smontato per alleggerire il peso.

Un’altra epoca. Un altro mondo.

In questa impresa Bob Hoover si guadagnò un alto riconoscimento militare: la Distinguished Flying Cross.

E l’assegnazione a un gruppo combattente, che operava con i famosissimi caccia Spitfire, basato in Corsica, a Calvì.

Forse non tutti sono a conoscenza di una peculiarità storica che riguarda questo scatto, ossia uno dei più famosi nella storia delle costruzioni aeronautiche e dunque dell’intera storia del mondo aeronautico: a eseguirlo fu proprio Bob Hoover che, a bordo di un jet, rincorse letteralmente il suo collega di reparto Chuck Yeager a bordo dell’aereo razzo X-1, il primo velivolo a superare la velocità del suono   (foto proveniente da www.flickr.com)

E qui accadde un altro fatto, una disavventura, un grosso guaio, come è stato tipico di tutta la vita operativa di Bob Hoover.

Dopo un certo periodo di ambientamento, fu promosso flight leader, cioè capo squadriglia.

Il 9 febbraio del 1944 Hoover volava, appunto, come capo squadriglia, in una missione di pattugliamento del tratto di mare tra la costa della Corsica e la Costa Azzurra, con il compito di attaccare e possibilmente distruggere navi, treni e ogni altro obiettivo di convenienza, fino a una certa distanza all’interno della Francia del sud.

Per aumentare l’autonomia degli Spitfire si usava montare un serbatoio ausiliario sganciabile sotto la fusoliera dell’aereo. In caso di attacco nemico, prima di iniziare il combattimento, avrebbero sganciato il serbatoio ausiliario, altrimenti questo avrebbe impedito di aumentare la velocità oltre un certo limite e di manovrare agilmente.

Furono attaccati da una squadriglia di caccia tedeschi. Erano Focke-Wulf 190.

Dopo alcuni scambi di colpi di mitragliatrice, Hoover tirò la maniglia di sgancio del serbatoio, ma la maniglia rimase nella sua mano e il serbatoio al suo posto. Nonostante tutto riuscì a colpire e abbattere un caccia nemico. E pochi istanti dopo ne colpì un altro.

Era il suo primo combattimento reale, un’azione di guerra, non un addestramento con piloti amici.

Lo Spitfire, tanto limitato dalla presenza del serbatoio, aveva ancora una magnifica maneggevolezza, ma la lotta era impari. Uno Spitfire, quello del suo amico Montgomery, esplose in volo, centrato da una raffica. Gli altri, invece di difendere il loro collega, fuggirono alla massima velocità. Un attimo dopo anche l’aereo di Bob fu colpito e il motore prese fuoco. Subito lui aprì la cappottina, rovesciò l’aereo, sganciò le cinture e si lasciò cadere nel vuoto.

Il North American P-51 Mustang con la livrea gialla fu per anni il compagno di volo inseparabile di volo di Bob Hoover durante le manifestazioni aeree cui partecipava regolarmente come attrazione principale (foto proveniente da www.flickr.com)

La raffica che aveva colpito il suo aereo aveva anche provocato l’esplosione di schegge che avevano raggiunto il sedile e le parti basse del corpo di Hoover. E avevano bucato il canottino gonfiabile, sistemato sotto il paracadute, utilissimo in caso di lancio in mare.

Bob cadde in acqua con soltanto la Mae West gonfiata.

Anche dopo il suo ritiro dalla scena (delle manifestazioni aeree) il velivolo di Bob Hoover ha continuato ad appalesarsi ed è divenuto a sua volta un oggetto di culto benchè non pilotato dal suo indimenticabile proprietario (foto proveniente da www.flickr.com)

Prima di essere costretto a lanciarsi aveva fatto in tempo a trasmettere un messaggio di soccorso, con la sua posizione e la richiesta di mandare un idrovolante per il recupero.

Ma dopo tre ore di attesa in mare fu una piccola nave tedesca a prenderlo a bordo.

Era prigioniero. Lui, il miglior pilota tra migliaia di altri piloti, era stato abbattuto subito, alla prima missione. Come unica consolazione aveva quella di aver, poco prima, abbattuto un FW 190 nemico. Il suo primo abbattimento.

Il primo piano dell’autore e del suo “strumento di lavoro” dell’epoca, soprannominato Ole Yeller. (foto proveniente da www.flickr.com)

Ho sintetizzato questo episodio soltanto per renderlo noto. Ma nel libro, il racconto di Hoover è molto più particolareggiato. Nella sua tragicità, con il suo stile stringato e ironico, cattura la mente del lettore.

Da notare un particolare interessante. Anche un altro pilota famosissimo è stato abbattuto più o meno nello stesso tratto di mare, davanti alla linea di costa francese e anche lui era partito dalla Corsica: Antoine de Saint-Exupéry (l’autore del celeberrimo “Il piccolo principe”, NdR).

Il libro continua con la lunga descrizione del periodo di prigionia, fitto di episodi tragici, goliardici, comici e inimmaginabili. Hoover non lasciava mai la minima occasione per cercare di evadere. Lo riprendevano sempre, lo punivano, ma alla successiva occasione ci riprovava. Ha tentato una ventina di volte di fuggire nel tempo di un mese.

Poi, finalmente, la guerra prese una brutta piega per i tedeschi. I russi avanzavano da Est, gli alleati da Ovest e le forze germaniche si trovarono allo sbando.

Approfittando della scarsa attenzione dei suoi carcerieri, Hoover e un gruppo di americani presero il largo.

Durante la fuga attraverso il territorio martoriato dai bombardamenti, arrivarono in un aeroporto.

Sul campo erano sparsi qua e là tanti caccia tedeschi, tutti squarciati da colpi di armi da fuoco e schegge di bombe. Ma ne trovarono uno in condizione di poter volare, sebbene sforacchiato anche quello.

Che può pensare un pilota, in presenza di un aereo che potrebbe volare? Specialmente un pilota collaudatore, abituato a pilotare aerei sui quali non ha mai volato prima? Un pilota che, oltretutto, è anche uno specialista delle fughe?

Nel campo c’erano alcuni militari tedeschi, addetti alle operazioni di volo, rimasti a presidiare il sito, ma timorosi anch’essi dell’avanzata dei russi e sul punto di scappare. Ne presero uno, lo costrinsero a dare una mano nel preparare l’aereo, un FW 190,  poi Hoover si mise a bordo e decollò.

Il North American T-28B Trojan è stato uno dei tanti velivoli che l’autore ha collaudato nel corso della sua attività di pilota militare. Da notare le dimensioni ragguardevoli della macchina, il suo enorme motore stellare e l’imponnete elica tripala … dimensioni impensabili rispetto agli odierni aeroplani dell’Aviazione Generale (foto proveniente da www.flickr.com)

Inizialmente pensava di andare in Inghilterra, ma temeva di essere abbattuto dagli alleati. Un caccia tedesco sembra sempre un caccia nemico, anche se pilotato da un americano. Per cui, dopo tanto riflettere, nel sorvolare l’Olanda, decise di atterrare in un campo e raggiungere un gruppo di americani, o inglesi che avanzavano da ovest. Così fece e fu poi riportato in Inghilterra.

Questo libro è talmente zeppo di episodi simili che è impensabile inserirli tutti in una recensione.

Diciamo soltanto che dopo la guerra Hoover tornò negli Stati Uniti, dove la sua vita, manco a dirlo, continuò sulla falsariga di quella vissuta fino a quel momento. Passando da una disavventura all’altra, da un guaio all’altro, ma anche da una conquista all’altra di obiettivi mirabolanti, nel campo del volo militare e successivamente di quello civile.

La terza parte del libro si intitola, appunto, “Test flying for uncle Sam” – “Volando come pilota collaudatore per lo zio Sam”.

La guerra era stata un periodo breve che aveva solamente interrotto la continuità della sua professione principale, quella di pilota sperimentatore.

Ma anche di quella di ammaliatore di pubblico negli air-show.

Le pagine del libro si succedono numerose, scritte a caratteri piccoli, zeppe di episodi. Impossibile fare menzione di tutti. Come orientamento generale, diciamo che, seppure attraverso strade tortuose ed episodi comici e a volte tragici, Hoover andò a finire in un posto sperduto in mezzo al deserto del Mohave, chiamato Muroc. Conosceva già la base di Muroc, ma non sapeva ancora cosa sarebbe diventata: il più grande e più famoso luogo di sperimentazione di tutto ciò che avrebbe volato negli anni a venire, compreso l’aereo razzo che avrebbe superato il muro del suono oppure, l’F-104 modificato che avrebbe superato i centomila piedi di quota percorrendo, in traiettoria balistica e con il motore ormai spento, un breve tratto nello Spazio, prima di rientrare nell’atmosfera. E addirittura lo Space-shuttle. Quella base avrebbe cambiato nome. Si sarebbe chiamata Edwards Air Force Base.

Qui avrebbe operato insieme a personaggi, vecchi e nuovi, che sarebbero diventati famosissime. Giusto per fare qualche nome: Chuck Yeager, Bud Anderson e Neil Armstrong. Ma ne potrei nominare molti altri.

Divenuto preda bellica, questo Heinkel He-162A-1 fu lungamene sperimentato dai piloti statunitensi e, tra questi, anche l’autore, allora giovanissimo, effettuò un volo in terra statunitense, dopodiché il velivolo fu radiato e, dopo alterne vicissitudini, finì nel museo statunitense dove è conservato ancora oggi (foto proveniente da www.flickr.com)

Dopo aver letto tutti gli episodi che Hoover racconta nel libro e che riguardano la parte militare della sua carriera, arriviamo infine a quella fatidica decisione di lasciare la divisa per intraprendere la carriera civile, ma sempre come pilota sperimentatore.

Molte compagnie civili avevano un proprio nucleo di piloti, provenienti spesso da ambienti militari, ai quali affidavano lo sviluppo e la messa a punto di macchine e sistemi.

La North American Aviation era una di queste. Bob fu chiamato e subito fece i bagagli, insieme a sua moglie Colleen per raggiungere Los Angeles, California e iniziare un altro lungo capitolo della sua vita.

Un velivolo rivoluzionario e al contempo non facilissimo come l’F-100 Super Sabre (supersonico in volo orizzontale, con ala a freccia e tutto in alluminio)  fu un osso duro anche per il grande Bob Hoover perché il velivolo, a causa dell’ala di limitata apertura alare, era affetto da un particolare fenomeno detto” pitch-up” o  “Sabre dance” che lo rendeva incontrollabile.  Le problematiche costruttive del velivolo si manifestarono subito: le sollecitazioni meccaniche cui era sottoposta la cellula erano tali da spezzare addirittura la struttura stessa dell’aereo (come purtroppo si verificò in un incidente in cui rimase ucciso il pilota collaudatore). All’epoca, diversamente da oggi, i nuovi aeroplani non volavano per migliaia di ore nei simulatori di volo virtuali dentro i calcolatori mentre la progettazione avveniva ancora con il regolo calcolatore, sicché la verifica in volo lasciava ancora amplissimo margine di sorprese, come appunto nel Super Sabre. I piloti collaudatori erano davvero preziosissimi nell’individuare e risolvere queste “sorprese” (foto proveniente da www.flickr.com)

Anche qui il libro è pieno di episodi che lasciano il lettore senza respiro.

Farò cenno ad un solo episodio, il collaudo di un caccia F-86. Il capitolo si intitola “Forty minutes of stark terror”- “Quaranta minuti di crudo terrore”.

La vita di un pilota collaudatore è sempre appesa a un sottile filo … e l’immagine di questo F-100 Super Sabre spiattellato a terra ci dimostra quanto fossero frequenti gli incidenti (spesso mortali) che occorrevano ai piloti statunitensi. Uno di loro, capo pilota collaudatore della North American, George Welch, rimase ucciso durante uno di questi voli mentre l’altro collaudatore, sempre della North American, George Smith, ben più fortunato, fu costretto a lanciarsi da un F-100A in volo a velocità supersonica. Riuscì a salvarsi (foto proveniente da www.flickr.com)

Durante questo volo di collaudo, avvenuto proprio nello spazio aereo dell’area di Los Angeles, con partenza da un aeroporto adiacente a quello che è oggi l’aeroporto civile della metropoli, Hoover si trovava sul mare, a poca distanza dalla costa. Improvvisamente si trovò con i comandi quasi bloccati. Nel tentativo di capire cosa stesse succedendo, l’aereo andò praticamente fuori controllo. Il timone di profondità, quello che agisce sull’assetto longitudinale dell’aereo, era scollegato dalla cloche e poteva essere parzialmente controllato solo con il trim, ma a fronte di ritardi lunghissimi nella reazione. Ci sono due pagine di comunicazioni concitate che Hoover scambiò con gli enti del controllo e con il pilota di un altro caccia che gli volava a fianco. Un aereo di linea, pronto alla partenza sulla pista adiacente fu bloccato al suolo. Dopo una lunga serie di prove per avere ragione del proprio caccia in avaria e dopo tante esortazioni a lanciarsi, Hoover si diresse verso la terraferma, verso il deserto e riuscì a compiere un magistrale atterraggio, sfruttando il cuscino d’aria che si forma sempre sotto la pancia di un aereo quando si avvicina a terra. Così salvò l’aereo e rese possibile un attento esame per scoprire le cause dell’avaria. Ma, detto tra noi, solo lui poteva fare una cosa del genere.

L”autore sale a bordo di un North American F-100 Super Sabre per uno dei tanti voli di collaudo cui l’USAF sottopose il velivolo e grazie ai quali la Casa costruttrice provvide alle opportune modifiche mentre a diversi piloti dei reparti operativi evitò brutti quarti d’ora se non addirittura incidenti. E a quello i collaudatori/sperimentatori servivano e ancora oggi servono. Ad ogni modo, l’F-100 fu costruito in più di 2000 esemplari e volò fino ai primi anni ’80, a dimostrazione della bontà del progetto benché minato, almeno inizialmente, da inevitabili problemi di gioventù (foto proveniente da www.flickr.com)

Il quinto capitolo riguarda la guerra di Korea. Hoover non si fece sfuggire neanche quella.

Segue un lungo racconto che riguarda il collaudo del famoso caccia F-100, tanto bello a vedersi quanto problematico nell’uso pratico,

E ancora air-show, argomento questo, che garantisce al lettore un’infinita serie di disavventure che, come al solito, sono allo stesso tempo tragiche e comiche. Però tutte mirabolanti e al limite dell’incredibile. Ce n’è da leggere…

Nell’epilogo, Hoover sceglie un titolo che è davvero illuminante: “Dogfighting with the FAA”. Il dogfighting è il duello aereo, il combattimento tra due caccia, amici o nemici che siano. E la FAA è la Federal Aviation Administration, cioè l’ente che controlla tutti gli ambiti dell’Aviazione statunitense. Ed è proprio con quella che Hoover ha dovuto sostenere lunghe e accanite lotte, specialmente quando la sua età si faceva sempre più avanzata e, a detta della FAA, sempre meno compatibile con il tipo di volo richiesto per gli air-show.

Nel libro, la parte finale è dedicata proprio a questo argomento ed è altrettanto appassionante per chi legge, perché Hoover ha sempre vinto ogni attacco. E continuato a volare.

Poi, un giorno, il destino ha finalmente trovato un modo semplicissimo per metterlo a terra.

Non gli hanno più rinnovato la copertura assicurativa. Semplice, ma efficace. Anzi, definitivo.

Bob Hoover ci ha lasciato il 25 ottobre del 2016.

Sembra incredibile che il destino appena nominato abbia potuto veramente staccare per sempre la spina di un personaggio tanto vitale, esuberante e apparentemente immortale.





Recensione di Evandro A. Detti (Brutus Flyer), didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR