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La birichinata

(il naso e le orecchie mi hanno tradito)

Ero vestito impeccabilmente, giacca e cravatta con un paio di scarpe lucidissime che mi stavano anche un po’ strette, il battere dei tacchi sul marciapiede di corso Venezia a Milano, mi facevano sentire a disagio, ma il ruolo del tecnico commerciale che ricoprivo in quegli anni in cui mi occupavo di strumenti scientifici, me lo imponeva. Eravamo agli inizi di una di quelle primavere lombarde, quando ancora si avvertiva che l’aria stava cambiando e recepivo una carica elettrica eccitante in quel cielo profondamente azzurro e imponente che mi sovrastava. Erano le nove del mattino, mi fermai un istante di fronte ad una vetrina non ancora illuminata e lì, oltre a vedere la mia immagine riflessa, l’effetto specchio ritornato dal vetro mi mostrava uno sfondo di cui non mi ero accorto. In fondo alla panoramica del corso si stagliava verso nord, netta ed imponente, la sagoma della Grigna e del Resegone, le familiari palestre di roccia degli alpinisti lombardi. La Grigna, quando le condizioni meteo sono favorevoli, è notoriamente generosa, a regalare potenti termiche sognate ed amate dai piloti di aliante. Un blocco allo stomaco misto ad un senso di rabbia mi pervase al pensiero di sprecare una giornata di tali caratteristiche per dedicarmi ad estenuanti attese in corridoi angusti e bui per ottenere udienza dal funzionario di turno preposto ad ascoltare le mie proposte professionali. Combattuto tra istinto e raziocinio analizzai rapidamente tutte le opzioni. Un giro di telefonate, un elenco di menzogne, attribuzione di mille motivi e difficoltà insormontabili come … traffico in blocco, influenza … mancanza del software, etc … mi ritrovai a invertire la direzione dell’auto e muovermi a razzo con prua N–NE.

Alle nove e trentacinque varcai il cancello dell’aeroporto volovelistico Prealpi Orobiche di Valbrembo. Erano da poco stati aperti gli hangar ed il pilota trainatore vedendomi esclamò: “Potta, cosa ci fai conciato così ?” riferendosi all’abito.

Un quarto d’ora dopo chiusi la cappottina del mio fedele Hornet, stupendo aliante monoposto in vetroresina con 15 metri di apertura alare e mi accinsi al decollo con il paracadute addosso e la cravatta in tasca. Quel giorno non era ancora venuto nessuno in campo, trattandosi di un giorno lavorativo, a Milano si lavorava ancora e non c’erano tutti i “pensionati quarantacinquenni” di oggi, perciò nessuno poteva tenermi l’ala livellata per il decollo. Il trainatore mi chiese … Te la senti di decollare da solo? Un’occhiata alla manica a vento che mi indicava una bavetta d’aria da cinque nodi proprio sul naso e perfettamente in asse pista mi fece rispondere alla radio: “Potta … dò un po’ di piede e lo tiro sù!”

Traino allineato per pista 02, chiamata radio “cavo – teso” e “flaps – tutto motore” … si va!!

L’ala ruggiva strisciando sull’asfalto della pista macadam e faticava a sollevarsi poi il mio contrasto sul direzionale ed il vento relativo riuscirono a farla pigramente scollare da terra. L’aliante si scompose per qualche metro assumendo una prua ed un assetto scorretti ma poi sotto l’effetto dei comandi coordinati si allineò ed iniziò a correre sul suo unico ruotino centrale fino al distacco dalla pista. Il rumore della ruota si smorzò ed io …volavo!!!!! Il filare di alberi della soglia pista 20 mi passò come per magia sotto la pancia del mio candido aliante.

Comunicazione radio sulla 122.60 MHz dal pilota dello Stinson da 180 HP… “Il tuo decollo ai ’ 55” … rispondo … “Ricevuto … passati i 60 metri QFE !”

Rispetto volentieri questa mia abitudine di dichiarare il superamento della quota critica per un eventuale aborto del decollo al fine di consentire, vento permettendo, di effettuare un 180 ° e rientrare in campo; molti sono gli incidenti che ancora oggi funestano il nostro mondo per un inadeguato rispetto dei parametri di sicurezza in caso di rottura cavo o piantata motore.

Rapido sguardo all’orizzonte intanto che il traino mi faceva salire di quota e … lo spettacolo era inebriante … l’aria fresca e secca che mi penetrava dalla presa di ventilazione mi rivelava i profumi della primavera incipiente e la potenza della giornata si stava materializzando ai miei sensi con l’apparizione dei primi segnali di condensazione in prossimità delle cime più alte dei monti circostanti; Canto Alto Ubione Albenza Pertus Resegone questi i nomi delle montagne prossime a Valbrembo da dove nei giorni volabili arriva la voce qualificata dei piloti in volo sulla 123.375 MHz.

Raggiunta la quota abituale di 700 mt tirai con decisione il pomello giallo di sgancio e guardai con tenerezza la sagoma dell’aereo da traino che si separava dolcemente a sinistra mentre la voce amica del pilota mi augura buon volo. Contribuii alla separazione accennando una virata a destra, ricambiai il saluto e con energia azionai la leva di rientro del carrello. Ero solo !!!

Ora tutto dipendeva da me, dalle mie scelte, le mie intuizioni e dalla capacità di analisi dei segnali che la natura mi offriva. Lo scenario che mi si proponeva era incantevole, la quota raggiunta mi consentiva di spingere lo sguardo in grande lontananza e con piacere scorsi che in Valtellina le formazioni cumuliformi cominciavano a diventare evidenti.

Già, i “cumuli” sono loro i nostri motori, o meglio ci indicano dove l’atmosfera possiede quell’energia termica che con il cambio di densità lascia gli strati bassi del suolo per salire prepotentemente verso l’alto portando con sé polvere moscerini falchi e perché no, noi piloti di aliante che nella nostra goffa emulazione cerchiamo di imitare i grandi veleggiatori come poiane ed aquile.

La mia decisione di “tradire” il lavoro si stava rivelando un’ ottima scelta poiché via via che il tempo trascorreva io cercavo di galleggiare nella fluida massa d’aria quasi calma, e di tanto in tanto avvertivo distintamente degli scuotimenti alla cellula del velivolo. Era una conferma che l’aria diventava instabile e si muoveva. Infatti ecco che di lì a poco, scivolando a 95 km/h sul fianco di un costone di roccia che aveva già ricevuto il sole del primo mattino, un potente sobbalzo mi indicava la partenza di una buona termica. Impugnai la cloche con decisione e dopo aver fatto scorrere lo sguardo nello spazio circostante detti inizio alla danza. Disegnando degli otto sul fianco della montagna aprendo le virate sempre verso valle per non trovarmi mai con il muso verso la parete, iniziai a salire con un rateo di 1,5 metri al secondo: in cinque minuti avevo già raggiunto una quota di 1.200 mt. Potevo già pensare di osare ad ispezionare pareti più lontane. E così fu… nel breve spazio di 30 minuti ero già aggrappato alle pareti del Resegone sovrastanti Lecco ed il variometro mi indicava una costante salita. La bellezza del lago si spalancava sempre più ai miei occhi che ora alla quota di 2.500 mt QNH mi faceva intravedere il lago di Lugano.

Spiralai con decisione con una inclinazione di 45° la cloche quasi alla pancia, l’assetto dell’aliante era decisamente a cabrare e le ali vibravano spinte da una termica rotonda e potente che con pochi giri mi portò a vedere la cima della Grigna più bassa del mio livello. Sotto il rifugio scorsi degli scalatori che mi salutavano e che probabilmente pensavano: “Guarda quel matto !” non immaginando che pure io esprimevo lo stesso pensiero verso di loro.

Ero ricco!!!! La gioia ed il piacere erano tali che il mio fisico non recepiva che la temperatura esterna era diventata –15 °C . Il mio corpo era tutt’uno con l’aliante. Era una delle prime volte in cui provavo la sensazione che le semiali fossero parte di me in una sorta di prolunga delle mie scapole. Sentivo solo il sibilo dell’aria il segnale acustico del variometro elettronico e le comunicazioni radio di altri amici che nel frattempo si erano accorti della giornata ed avevano iniziato a popolare lo spazio aereo del nord Italia. Sentivo Biella – Calcinate – Caiolo e un amico in Val d’Aosta ! L’unica cosa che non sentivo più erano i miei piedi !!!!

Eh sì! Perché il corpo bene o male, si espone al sole nell’ampio volteggiare tra una termica e l’altra, ma i piedi no loro sono segregati nell’angusto cono di prua della cellula all’ombra, a soli 5 centimetri dal mondo esterno con l’unico ingrato compito di azionare con vigore la pedaliera che governa il timone. Cosa importante questa perché per consentire all’aliante di non sprecare nulla dell’energia acquisita, sia cinetica che potenziale, bisogna volare perfettamente coordinati in massima efficienza, quindi ogni virata deve essere tassativamente controllata con precisa interazione dei comandi.

Orbene, avevo acquisito la quota e se volevo pensare di spostarmi nell’arco prealpino dovevo conservarla: perché la quota è un po’ come i soldi, se è vero che la si guadagna facilmente è altrettanto vero che a mangiarsela ci si mette un attimo. Basta distrarsi o sottovalutare un traversone oppure non aver capito bene il vento, per lasciare la termica sicura e imbattersi in “buchi” paurosi ed allora bisogna “filare” via veloci incassando una perdita di quota andando subito alla ricerca di un punto dell’orografia dove “tira” Quel giorno fui abile ma anche molto fortunato in quanto arrivai a “girare” il Legnone poi il pizzo di Coca poi ad accarezzare il Disgrazia a quota 3500 QNH. Ricordo che per radio mi raggiunse il grande amico Emilio Pastorelli che cito volentieri in quanto grande figura del volo a vela italiano, che mi disse: “Claudio cosa fai lassù ..l’astronauta ?” Lui era verso il Tonale ma essendo partito tardi aveva più difficoltà a guadagnare quota.

In quel momento però anche per me cominciarono i problemi: il freddo iniziava ad impossessarsi di me, le mani erano intirizzite e le sentivo dure sulla cloche, mi accorsi che le dita non rispondevano quando andai per cambiare frequenza radio per portarmi su quella di Caiolo, i commutatori erano diventati durissimi e faticai a ruotarli. Il desiderio e la possibilità di conquistare il Bernina erano a portata di mano e la maestosità della grande montagna era invitante, ma le quattro ore e mezza di volo che avevo addosso cominciavano a farsi sentire. Per fortuna prevalse il buon senso e con dispiacere invertii la rotta.

Prua verso casa !!

Data la posizione assunta a nord della Valtellina pensai che era bene prendere la via più breve attraversando il passo San Marco a 2000 mt e poi dentro in Val Brembana sfruttando il supporto orografico del Cancervo a 1.800 e il Castel Regina con 1.400. E la scelta si rivelò corretta ma avevo sottostimato i limiti fisici… il freddo e l’urina.

Una cosa che non ho detto è che durante il volo in inverno si deve sempre tenere aperta la ventilazione in cabina, per evitare che la traspirazione provochi l’appannamento (come in auto) ma stavo esattamente al centro della Valtellina con Caiolo in vista,quando avvertii un freddo penetrante che mi prendeva il collo e la gola, senza riflettere troppo misi mano al comando di chiusura della ventilazione. Mi trovavo a 3.200 mt con temperatura esterna di -22 °C appena il flusso d’aria cessò: una cortina bianca si parò tra me e il mondo esterno. Non vedevo più niente !!!!! Cercai di tenere l’aliante livellato e alla pendenza giusta per conservare la velocità, sapevo di essere ancora lontano dalle montagne e con una quota considerevole, ma non vedere nulla è terribilmente sgradevole. Passai una mano sul plexiglas della cappottina e mi venne un accidente! Era ghiaccio !!

Con le unghie arrivavo a scalfirlo ma la traccia che lasciavo era ben poca cosa per vedere fuori. Non mi rimaneva che una cosa da fare, riaprire la ventilazione! Lentamente il cristallo riprese la sua trasparenza ma il freddo mi stava attanagliando. Mi ricordai della cravatta e così me la misi al collo arrotolata a mo’ di sciarpa. Ripresi il controllo della situazione quando ero ormai sulla verticale del Passo San Marco.

Stimavo circa ancora un’ora di volo perché la giornata “teneva” e scivolando a zig zag tra le montagne della Val Brembana la quota per il rientro era quasi certa.

Ma non avevo fatto i conti con un altro “nemico”: LA PIPI’ Ero giovane e la mia prostata era quasi nuova, però quando pianificavo i voli lunghi prevedevo di portare a bordo la sacca per l’urina assieme alla tuta di volo imbottita. Quel giorno no! Era stato tutto così imprevisto che la tuta e la sacca erano al calduccio nell’armadio di casa.

La vescica era sensibilmente gonfia e avvertivo la necessità di battere e piedi e stringere le gambe nel tentativo di procrastinare lo stimolo di orinare.

Volavo male, il mio pilotaggio stava scadendo, e invece di preoccuparmi a ricercare l’appoggio orografico più adatto a consentirmi di trovare le termiche che mi avrebbero riportato a casa, il mio sguardo si protendeva con impazienza verso sud per identificare la via più breve per raggiungere l’aeroporto. Ormai non avevo scelta, la possibilità di atterrare a Caiolo l’avevo alle spalle e con la quota che avevo perso non era più attuabile, potevo solo proseguire e la Val Brembana è noto che è inatterrabile. Il mio aliante procedeva come se fosse pilotato da un ubriaco. La mia fortuna fu che nel volo precedente avevo guadagnato una notevole quota. Decisi di impostare la rotta ortodromica cioè quella più diretta a Valbrembo, confidando di poter scavalcare l’ultima piccola catena di colline della Val Brembilla e Valle Imagna prima di affacciarmi sulla accogliente pianura con il sottostante aeroporto. Ero percorso da un fremito continuo, quegli ultimi chilometri furono eterni. Avrei desiderato in quel momento avere in mano un caccia per poter dare tutta manetta motore e passare a volo radente l’ultimo crinale. Fu proprio così; lo passai proprio a volo radente, ma non per scelta; di quota ormai non ne avevo più. Ero stato un uomo ricco e mi ero mangiato tutto il capitale!!! Scollinai passando a cinque metri sopra le piante della Roncola a 110 Km all’ora. Avevo la rassicurante visione della pista erbosa di Valbrembo pronta ad accogliermi, dovevo riuscire a rimanere in volo ancora per tre minuti!!!

–         Valbrembo radio da India Alfa Victor Bravo Charlie … –         India Bravo Charlie da Valbrembo…avanti… –         Valbrembo da India Bravo Charlie … in avvicinamento da nord col carrello estratto e bloccato … – India Bravo Charlie da Valbrembo … ricevuto … la pista in uso è la 20 erbosa … nessun traffico .. il vento è calmo … riportate sottovento per 20. – Valbrembo da India Bravo Charlie … NEGATIVO chiedo un diretto perhé mi sta esplodendo la vescica !!!!!!!!!!!!!!!!!

Non ne potevo più, faticavo a tenere sia la velocità che la prua per il tremore che mi percorreva il corpo. Finalmente superavo la tanto attesa soglia pista 20 con solo cinque metri di quota sugli alberi, non dovetti nemmeno estrarre i diruttori, gli aerofreni mi sono serviti solo nell’ultimo tratto prima di toccare il prato.

Non fu un bell’atterraggio … arrivai troppo veloce e rimbalzai sulla ruota che mi scagliò nell’aria ancora per tre secondi poi finalmente l’aliante perse energia e rullò fino a due terzi di pista sobbalzando. Saltai giù tremante e senza nemmeno raggiungere gli alberi attivai la procedura di “svuotamento dei ballast” , avevo le surrenali sature !! Erano passate quasi sei ore.

Altri piloti quel giorno avevano fatto degli splendidi voli alcuni Domodossola altri il Tonale e uno addirittura Merano con una Val di Sole tutta portante, ma nessuno in giacca e cravatta !!

Il futuro mi avrebbe donato altre “grandi giornate” gratificate da meravigliosi voli, ma tutti debitamente preparati.

Davanti ad un bicchiere di latte caldo ritrovai la mia lucidità e potei narrare del mio particolare volo prima di rientrare a casa.

Al mio ritorno mia moglie che non sapeva nulla, mi chiese: “Come è andata oggi ?

E io: ” Normale … come al solito … una barba … un traffico …! “…ma non mi ero ancora guardato allo specchio: Ero paonazzo! Il naso la fronte e gli zigomi viola bruciati dal sole … le orecchie bianche con riflessi blu prossime alla cancrena, la giacca e la cravatta stropicciate …un disastro!!!!!

Non l’ha bevuta … ho dovuto confessare !!!!!!!!!

Polpenazze del Garda 18/12/2003


#proprietà letteraria riservata# §§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§


Claudio Cavolla

La birichinata

mongolfiera colorata involoC’è una malattia che rimane profondamente latente, innocuamente sopita fino a quando i vostri occhi  non accarezzano la visione di un cielo pieno di cumuli o di lenticolari, luminosamente azzurro e sferzato da un vento teso. E’ una malattia che v’induce ad inventare bugie infinite e a scappare in aeroporto, senza badare ai dettagli. Perchè l’aeroporto è l’unico luogo ove riuscite a trovare un qualche provvidenziale beneficio contro questa patologia. Ebbene questa malattia si chiama: “volare”. Ne sanno qualcosa i piloti di aliante che, legati più di altri alle vicissitudini atmosferiche, non ci penseranno più di tanto a mollare lavoro, famiglia e ammennicoli vari per involarsi. Finalmente! Ne sa soprattutto qualcosa l’autore che sì … insomma, reo confesso, narra di una sua splendida esperienza di volo. Non senza sottolineare quanto sia sciocco (se non pericoloso) affrontare il cielo in giacca e cravatta. Elegante sì, ma surgelato!

Diario giornalistico con un vezzo piacevolmente narrativo. Sembra di essere con Claudio nell’abitacolo dell’Hornet: vi suggeriamo di leggere il racconto solo dopo aver indossato guanti e doppio paio di calzini.


Narrativa / Medio-breve Pubblicato:  in esclusiva per “Voci di hangar”.