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17 dicembre 1903

Orville si svegliò d’improvviso.

Il vento, forte e teso con non mai, fischiava minaccioso attraverso le pareti e il tetto.

Si sollevò con i gomiti dalla scomoda brandina e di scatto si voltò verso il Flyer.

Nell’hangar regnava il buio più completo, eppure, del biplano, riusciva a vederne ogni singola travatura, ogni tirante ed ogni cavo di comando. Sentiva l’odore del legno di frassino e di abete con cui era costruito, sentiva nelle dita l’intelatura di mussola di cotone grezzo che l’inseparabile Katharine aveva cucito con infinita pazienza sulle ali sovrapposte. Poteva vedere le grandi eliche bipala, lo scontroso motore da quattro cilindri in linea realizzato appositamente per loro dal caro amico Charles Taylor e le piccole ali mobili orizzontali, appena riparate, che svettavano imperiose sul lungo traliccio a sbalzo.

Il Flyer riposava tranquillo.

Eppure non c’era una sola finestra dalla quale passasse la luce della luna: – A che scopo farla? -, s’erano chiesti due anni prima, lui e Wilbur quando avevano costruito il piccolo hangar, – Ci dovrà stare solo il Glider! – si dissero. Erano più che convinti che quella solida baracca di legno stagionato sarebbe stata sufficiente per il ricovero e la manutenzione della loro macchina volante. E non c’erano neanche lumi a petrolio: – Troppo pericoloso – avevano subito concordato all’unisono.

Eppure Orville, gli occhi puntati verso il buio, vedeva il Flyer davanti a sé, voglioso di spiccare il volo, ma non abbastanza leggero da farlo con quel soffio che passava impertinente tra le tavole.

Orville, rassicuratosi, si adagiò sulla brandina: – Devo dormire – disse tra sé e sé, – Domani è il grande giorno, lo sento, e non voglio rovinarlo per disattenzione o per stanchezza -.

Avevano lavorato trentasei ore ininterrotte, lui e Wilbur, per rimediare al piccolo danno che, due giorni prima, Wilbur aveva provocato in atterraggio. Atterraggio!? … sì, il Flyer aveva tentato di decollare: il motore al massimo dei giri, Wilbur aveva mollato il cavo di ritenzione, lui lo aveva accompagnato sostenendo l’estremità dell’ala fino a quando … il biplano aveva percorso tutto il binario ma, staccatosi improvvisamente dal carrello sul quale correva, non era riuscito a guadagnare il cielo ed era caduto quasi subito a terra. Un pattino anteriore s’era infilato nella sabbia e le alette orizzontali anteriori e si erano danneggiate non poco.

– Wilbur è stato solo sfortunato – pensò Orville, – la fortuna è così: ora ti sorride … ma tra un istante è già di un altro. –

A Wilbur, solo tre giorni prima, aveva davvero sorriso: avevano tirato a sorte lanciando in aria un nichelino ed aveva vinto. – Quello – si disse Orville – avrebbe potuto essere il primo volo nella storia di una macchina più pesante dell’aria e invece … –

Non c’era invidia in Orville: per lui, Wilbur, non era semplicemente il fratello maggiore o carne della sua carne. No, per Orville, Wilbur era la parte razionale di sé, quella riflessiva che non si lasciava andare di fronte all’insuccesso o alle difficoltà. Orville sapeva di essere un sognatore, un intuitivo, uno che aveva visioni folgoranti e che sapeva anche concretizzarle praticamente. Wilbur però, più maturo, era razionale e determinato, forte delle proprie ragioni e convinzioni. Un vero metodico. L’uno era la compensazione dell’altro. E non poteva esserci invidia tra loro. Erano i fratelli Wright e nient’altro.

– No – pensò Orville ad alta voce: – Il Signore ha voluto così. Ha fatto in modo che Wilbur non rimanesse ferito e che il Flyer non si danneggiasse troppo.-

Per un momento, sentì nella sua voce quella del padre, il reverendo Bishop Milton Wright: “la volontà del Signore” ricorreva continuamente nei suoi sermoni e nei testi che scriveva e poi pubblicava nel Religius Telescope. Ma non perché glielo imponesse il ruolo di vescovo della comunità religiosa della Chiesa Evangelica degli United Brethern in Christ, quanto perchè vi credeva fermamente. Così tanto che, di riflesso, anche lui e Wilbur ne erano altrettanto convinti.

– Se il Signore vorrà … e se avremo lavorato bene … il Flyer domani volerà – pregò Orville.

La volontà del Signore, sarebbe stata certo determinante … ma i due fratelli sapevano di aver lavorato davvero moltissimo.

Orville chiuse gli occhi. Prima di addormentarsi rivide sé stesso e suo fratello … bambinetti nella cantina della vecchia casa di Dayton, in Hawthorn Street, costruire per gioco, e anche per qualche spicciolo utile alla famiglia, piccoli giocattoli, congegni meccanici, e aquiloni in particolare. Rivide il modellino di elicottero di sughero e fil di ferro che, quando lui aveva solo sette anni … e quindi Wilbur undici, il reverendo Milton aveva regalato loro scatenando, forse, la curiosità per le macchine volanti. Anche mamma Susan li aveva stimolati: una donna colta e con una naturale predisposizione per le invenzioni. Rivide il suo viso sereno dalla carnagione chiara, i capelli quasi biondi, gli occhi intelligenti … e cadde in un sonno profondo.

L’alba era ancora lontana.

Il vento spazzava impetuoso la spiaggia di Kitty Hawk. Teso e gelido, sferzava con violenza la torretta costruita per le prime prove con il loro veleggiatore … erano passati già tre anni. Sibilava dispettoso attorno all’hangar dove Orville aveva insistito di dormire, quella notte, e non risparmiava, rumoreggiando, l’attigua casetta di legno che ospitava Wilbur. Non c’era altro accanto a loro: solo dune di sabbia e l’Oceano. E un oceano ancor più grande sopra di loro. La collina di Kill Devil Hill, qualche miglio più a sud, li guardava sorniona.

– Che diavolo di posto! – s’erano detti la prima volta che c’erano andati. Da casa loro, avevano dovuto percorrere diverse centinaia di miglia, in treno, attraversare l’Ohio e arrivare fin lì, nella North Carolina, nella parte più orientale del paese.

– Ringrazia l’U.S. Weather Bureau (Ufficio Meteorologico Federale, N.d.R.) – aveva detto sarcastico Orville. Ma non era certo colpa di Wilbur se, alla sua richiesta, quelli avevano risposto con indicazioni sbagliate: – Altro che venti tesi – aveva aggiunto bonario Orville, – altro che venti costanti e di piccola intensità: se va bene, qui ci saranno almeno trenta nodi di vento … con raffiche fino a cinquanta!? Chiamala brezza! – aveva infierito Orville. Wilbur aveva sorriso sconsolato: per l’ennesima volta aveva avuto la dimostrazione di quanto fossero fallaci le informazioni fornite dalla scienza del loro tempo e dai suoi depositari.

Orville si agitò nel sonno, scosso da brividi. Ma non erano dovuti al freddo: erano gli incubi. Incubi terribili che lo inseguivano, ormai, ogni notte. In uno di questi, l’elica destra schizzava via dal suo albero e rincorreva il Flyer, tranciandolo pezzo dopo pezzo, come un tritacarne per gli hamburger. In un altro, ancora più terrificante, lui era a terra e vedeva il Flyer salire in aria, salire, salire, salire … fino a scomparire alla vista per non riapparire più. Ma il più sconvolgente, era l’incubo che ricorreva, ormai con insistenza, già da qualche settimana … praticamente da quando avevano ricevuto la notizia del fallimento di Langley.

Come loro, anche Langley aveva tentato di far volare la sua macchina più pesante dell’aria. Si chiamava “aerodrome” ed aveva due bizzarre ali in tandem. Per alcuni mesi Orville e Wilbur, avevano lavorato incessantemente, preoccupati che egli potesse superarli nell’impresa … ma dopo un primo tentativo finito miseramente, al secondo, l’aerodrome si era sfracellato cadendo nelle acque del fiume Potomac. Purtroppo per Langley, nonostante il lancio a mezzo di catapulta a vapore ed un motore molto migliore rispetto a quello del Flyer, l’aerodrome non aveva neanche accennato a volare.

Orville e Wilbur, appresa la notizia, s’erano guardati l’un l’altro e, senza proferire una sillaba, s’erano complimentati a vicenda per aver preferito tutt’altre soluzioni aerodinamiche e costruttive. E, naturalmente, ringraziarono il Signore per averli preferiti a Langley: – Le nostre preghiere ed un’esistenza condotta nella grazia di Dio, ci hanno salvato – aveva commentato Wilbur.

Il fratello assentì con un cenno della testa ma, sapeva bene, e Wilbur lo sapeva meglio di lui, che il loro Flyer non avrebbe volato solo per intercessione dell’Onnipotente.

Orville prese a dimenarsi nel suo letto improvvisato, perseguitato dal suo incubo. Egli vedeva Wilbur ai comandi del Flyer, lo vedeva staccarsi da terra, guadagnare qualche decina di metri di quota e poi … frantumarsi sulle dune di Kitty Hawk, sollevando una gran nuvola di sabbia.

– E’ stato un incubo premonitore – aveva confessato a Wilbur. Quando aveva abortito il decollo, tre giorni prima, Orville era rimasto pietrificato, incapace di correre dal fratello che, incolume, scivolava giù dall’ala del biplano, preoccupato più per piani orizzontali che per sè.

– Ho vissuto il mio incubo peggiore – gli aveva spiegato Orville. Wilbur lo rassicurò: – Non temere, fratello mio – poi, con pacatezza, aggiunse – … non farò la fine di Lilienthal.-

Orville allora, gli occhi persi al cielo, tornò con la memoria a quel lontano giorno dell’ottocentonovantasei in cui avevano appreso, dai giornali, della morte del grande pioniere Otto Lilienthal. L’uomo che, secondo loro, per primo, si era cimentato con metodo e rigore scientifico nella grande sfida all’aria.

Orville, rammentò che anche Wilbur era rimasto letteralmente sconvolto dalla notizia, forse anche più di lui. Sinceramente, non riusciva a ricordare altre occasioni in cui aveva visto il fratello così scosso. Però, né lui né Wilbur, ricordò ancora Orville, avevano accettato con rassegnazione le ultime parole del pioniere tedesco: – Qualcuno dovrà pur sacrificarsi -. Erano state pronunciate sul letto di morte, è vero, ma erano state riportate dai giornali, più per enfatizzarne la teutonica follia che la pervicacia del geniale ricercatore.

Orville allora capì il vero senso delle parole di Wilbur: non voleva semplicemente rassicurarlo, no, intendeva ricordargli che il loro approccio al mondo del volo era stato ancor più rigorosamente scientifico e ancor più spietatamente sperimentale di quanto avesse tentato di essere quello dello sfortunato ingegnere tedesco. Così facendo, non avrebbero mai rischiato la loro vita … semmai il successo della loro impresa.

– Lo so, Wilbur- rispose Orville fiducioso – noi faremo solo la fine … dei fratelli Wright -.

Orville fu preso da un fremito improvviso: il Flyer stava precipitando e lui era impotente. Nel sonno urlò. Fu allora che si svegliò, bagnato di sudore, nonostante la temperatura glaciale. Nella mente, l’ultima scena ancora vivida.

Gli ci volle un poco per rendersi conto di dove si trovasse. Ascoltò il vento: era calato. C’erano circa quindici nodi, ora: – Se si mantiene così – disse a voce alta – …. possiamo ancora farcela –

Il Flyer era piuttosto leggero, circa 750 libbre (340 kg, N.d.A.) con tutto il pilota e sarebbe stato difficile governarlo con un vento superiore ai venti nodi. Non potevano certo permettersi di sottovalutare il vento. Anche e soprattutto in considerazione del motore di cui disponevano. Wilbur però, al termine del suo tentativo sfortunato, se ne era dichiarato ampiamente soddisfatto e aveva così dissipato uno dei maggiori motivi di preoccupazione di Orville. Anzi, aveva addirittura insistito con lui affinché il lungo binario, ove correva il carrello di supporto del Flyer, fosse portato dal fianco della collina di Kill Devil Hill ad un tratto di spiaggia completamente piano: – Possiamo fare a meno della pendenza – gli aveva detto Wilbur, e aveva aggiunto:- Vedrai … la macchina volerà stupendamente! –

Orville, non dubitò neanche un istante delle parole del fratello: non era abitudine di Wilbur fare previsioni … a meno che non fossero ampiamente meditate. Tuttavia, Orville non poté fare a meno di mostrare una smorfia di scetticismo: non più tardi di venti giorni prima, era dovuto correre a Dayton per far ricostruire, con materiale più resistente, l’albero di supporto dell’elica destra … senza parlare poi, dell’infinità di problemi che l’installazione del motore, sulla cellula del Flyer, aveva creato loro: – E poi ho gli incubi!? – aveva detto scherzosamente al fratello.

D’altra parte, lo stesso Wilbur, analizzando nei dettagli il suo decollo abortito, aveva riconosciuto apertamente di preferire il vecchio libratore al nuovo biplano: il Flyer era assai diverso dai loro vecchi Glider, benché ne derivasse in tutto e per tutto, salvo che per la presenza del motore.

Sia lui che Orville, su quelli avevano consumato migliaia di voli, con quelli avevano imparato a volare: l’incomodo del motore li avrebbe disorientati non poco. Almeno all’inizio.

– Dovremo abituarci all’idea – commentò Orville – e cambiare metodo di pilotaggio rispetto a quello che abbiamo adottato fino ad ora –

– Certo! – riconobbe sconsolato Wilbur – Non c’è altro da fare – poi, con il viso rassegnato disse: – il volo degli alianti, oggi, è fin troppo breve … – e lanciandosi in un’altra previsione che non suonò affatto azzardata alle orecchie di Orville, neanche in quell’occasione, aggiunse: – ma in un prossimo futuro gli alianti voleranno ininterrottamente per ore e percorreranno centinaia di miglia … ma la storia dell’aviazione la faranno gli aeroplani a motore … purtroppo! –

Anche Orville la pensava allo stesso modo. Era vero: nel corso dei loro studi preliminari, avevano calcolato che Otto Lilienthal aveva volato per un totale di sole cinque ore, nonostante migliaia di lanci effettuati. E anche loro, nonostante tre anni di prove e altrettante migliaia di lanci con tre diversi libratori, vincolati e non … erano riusciti a coprire solo brevi distanze rimanendo in aria per una manciata di secondi ogni volta. Era pur vero che questi brevi voli avevano permesso loro di mettere a punto le macchine e di migliorarle notevolmente, di sperimentare nuove soluzioni e, non ultimo, di prepararli al grande giorno in cui … avrebbero solcato, finalmente, il grande oceano dell’aria.

– Un pilota di aliante fa presto a diventare un pilota di aeroplano – aveva detto scherzando Orville.

Del tutto serio, Wilbur gli rispose: – Chissà se sarà altrettanto vero il contrario? –

– E’ tipico di Wilbur -, si disse tra sé e sé Orville. Quando lui si concedeva qualche provocazione o qualche fantasticheria, Wilbur lo riportava immediatamente alla realtà con affermazioni brutalmente ponderate quanto profonde. Orville non era perfetto, e lo dichiarava candidamente, ma anche Wilbur … Orville, ad esempio, riusciva con grande difficoltà a seguire la rigidissima metodologia del fratello. Affermare che Wilbur fosse disciplinato era poco, secondo Orville. Spesso lo trovava eccessivo se non, addirittura, insopportabile: non c’era motivo, a detta di Orville, di controllare e poi ancora ricontrollare una seconda volta ogni singolo componente del loro libratore prima di ogni volo: – L’hai già fatto nel volo precedente – gli diceva contrariato Orville. Ma Wilbur non sentiva ragioni: – La sicurezza dei nostri mezzi è la nostra sicurezza!- rispondeva laconico. Orville riusciva a malapena a dominarsi: non voleva infierire sul fratello, anche perchè, in fondo, aveva ragione. Una sola volta l’aveva criticato apertamente: quando, due anni prima, Wilbur s’era lasciato strappare una dichiarazione lapidaria da un sedicente giornalista, giunto fin lì a curiosare. Suonava più o meno così: “Per almeno altri cinquanta anni l’uomo non volerà”. Orville non gliela aveva mai perdonata. Non volendo, Wilbur aveva alimentato proprio quel certo tipo di stampa che era sempre alla sola ricerca di notizie sensazionalistiche ed inattendibili. “La peggiore stampa” la chiamava Orville, dalla quale avrebbero dovuto sempre ben guardarsi perché non avrebbe certo giovato loro, a chi, come loro, stava rincorrendo un sogno millenario e, soprattutto, ai lettori che non venivano affatto informati ma, al massimo, “impressionati”. Ma ciò che più aveva amareggiato Orville era il comportamento di Wilbur che, in quella occasione, s’era lasciato prendere dallo scoramento e non solo: l’aveva esternato. Il loro secondo aliante, proprio in quei giorni, stava rivelandosi un vero fallimento: avevano applicato con eccessiva fiducia i dati sui profili curvi raccolti da Lilienthal. Per un istante, presi entrambe dallo sconforto, avevano addirittura pensato di mollare tutto … ed era stato in quei momenti di debolezza che quel “satanasso” di giornalista aveva avvicinato Wilbur. Da allora in poi, i rapporti con la stampa s’erano fatti difficili. Orville ne era consapevole, e talvolta, anche compiaciuto. La stessa vicenda di Langley poi, era stata significativa: non avevano nessuna intenzione di essere lapidati pubblicamente dalla stampa dopo aver vissuto il dramma dell’insuccesso, già di per sé enormemente traumatico. Sarebbe stato davvero troppo. Anche per loro. L’insuccesso del giorno prima aveva perciò ridestato il sopito dissapore in Orville ma fortunatamente, pensò, non avevano vissuto la stessa triste esperienza con la stampa: la notizia non aveva avuto eco sui giornali. E sì che ce n’erano stati di spettatori. – Non c’erano giornalisti tra loro – aveva detto giocoso a Wilbur. Il quale aveva risposto con un mugugno di assenso. I rapporti con la stampa preoccupavano comunque Orville. Avevano discusso più volte sulla necessità di divulgare il risultato delle loro ricerche e delle loro esperienze ma, erano sempre giunti alla stessa decisione: – Vedrai che, quando arriverà il giorno fatidico … ci prenderanno per stregoni sioux! – disse stizzoso Orville. Ma Wilbur era stato irremovibile. Il loro carattere riservato e la mentalità imprenditoriale fecero il resto. Orville dunque, non biasimò la scelta di Wilbur: convocare per quella mattina i soli addetti alla Life Saving Station (Stazione di salvataggio, N.d.R.) di Kitty Hawk. Uno di loro, John T. Daniels, avrebbe provveduto, all’occorrenza, a scattare anche delle foto. Era un appassionato di fotografia e se la sarebbe cavata egregiamente con l’obiettivo, il diaframma le lastre e gli altri ammennicoli. – Sarà oggi il giorno fatidico? – si chiese Orville scendendo dalla brandina . L’incertezza li avrebbe tormentati fino all’ultimo istante, anche se erano certi di aver superato brillantemente tutti i problemi che, fino ad allora, avevano impedito il volo con il motore di una macchina più pesante dell’aria. Erano certi di aver letteralmente prosciugato tutte le conoscenze tecniche disponibili all’epoca, e di aver progettato, realizzato e poi sperimentato ogni singolo componente del Flyer con grande scientificità. Certo, avevano goduto dell’appoggio e dell’incoraggiamento di Chanute, avevano adottato la travatura reticolare di Pratt, avevano preso spunto dalle esperienze di Lilienthal, si erano ispirati al planoforo di Penaud e all’ariel di Henson, … ma quanti problemi e vuoti scientifico-tecnologici avevano superato grazie alla loro sagacia e perseveranza!? S’erano costruiti una piccola galleria del vento con la quale avevano sperimentato centinaia di profili confermando che i dati forniti da Lilienthal erano davvero sovrastimati. Avevano progettato e costruito le due eliche: le prime con un rendimento sufficiente per il decollo di un velivolo. Avevano realizzato il loro motore: piccolo, leggero e abbastanza affidabile. Avevano reso finalmente governabile, su tutti gli assi, la loro macchina volante. Come? Installando, per primi: i timoni di direzione, di profondità (stabilatori, N.d.R.) ed un originalissimo sistema di svergolamento delle estremità alari (precursore dei moderni alettoni, N.d.R.). E poi: avevano centrato e bilanciato la loro macchina disponendo il motore lateralmente, in posizione opposta a quella pilota. Pilota che, per ridurre la resistenza all’avanzamento, era letteralmente disteso sul dorso dell’ala. Con grande disappunto di Wilbur. Avevano montato le due eliche spingenti sul bordo d’uscita alare, nello spazio tra le due ali e, a mezzo di trasmissione a catena, avevano dato loro un senso di rotazione opposto l’una all’altra per evitarne la controrotazione. E ancora: i pattini, il sistema di lancio su carrello sganciabile, il radiatore sul montante alare … – Niente male per due costruttori di biciclette! – esclamò Orville. Finì di vestirsi e indossò la pesante giacca di lana. Sfilò dal taschino l’orologio e s’incamminò verso la porta dell’hangar. Aprì lo sportellino del suo orologio da tasca … ma non per conoscere che ora fosse. Albeggiava. Il mare in burrasca. Il vento da nord, gelido, teso, sui trenta nodi. Il chiarore illuminò il minuscolo ritratto della madre e la fotografia del padre. Insieme a Wilbur, erano tutta la sua famiglia. Né lui, né il fratello avevano una moglie e dei figli. Neanche una fidanzata: – Nè mai l’avremo – sosteneva Wilbur: – Nessuna donna – diceva – che sia abbastanza sana di mente, riuscirebbe a condividere un’esistenza con me o con te, caro Orville. – All’esortazione di spiegarsi meglio, Wilbur aveva aggiunto: – E’ molto semplice. Noi siamo dei missionari, o se vuoi, degli invasati: dipende dai punti di vista. La nostra mente, il nostro cuore e il nostro corpo perseguono un solo grande sogno … e in questo grande sogno, lo sai bene, non c’è posto per una donna. Non esiste donna in terra che accetterebbe di esserne semplice cornice – Wilbur aveva ragione: non c’era moglie che avrebbe rinunciato al marito, ai figli, alla tranquillità economica, ad una casa e ad una vita normale … per cosa? Non avrebbe mai capito. – C’è un prezzo anche per i sogni – disse, rivolto alla madre. Orville alzò gli occhi torbidi e si girò verso la piccola baracca: Wilbur era sulla porta. Come lui, era già vestito, come lui guardava l’alba, come lui valutava il vento. Il loro sguardo s’incrociò. Un sorriso solcò il viso austero di Wilbur, Orville aggrottò i baffi sorridendo a sua volta. Entrambe erano svegli … eppure, entrambe stavano sognando. Era l’alba del 17 dicembre 1903.

Il reverendo Milton Bishop Wright aprì il telegramma e lesse: “Fatti con successo quattro voli giovedì mattina tutti contro ventuno miglia di vento partendo in piano con potenza del motore solo media attraverso aria trentuno miglia il più lungo 57 secondi informa la stampa a casa a Natale. Orville Wright”

Il volo a motore era nato: il volo a vela l’aveva partorito.

Note: 1) il telegramma riportato è quello che, completo di errori, fu ricevuto veramente da Bishop Wright, il pomeriggio del 17 dicembre 1903 a Dayton. Alle 10.23 del mattino, Orville aveva volato per 12 secondi coprendo 120 piedi (37 metri) ma, nel volo più lungo di quella giornata, Wilbur riuscì a volare per 59 secondi e 852 piedi (260 metri) di distanza. 2) un ringraziamento particolare al mio insegnante di tecnologia aeronautica, prof. G. Ciampaglia, che ci ha regalato, forse, l’unico libro in lingua italiana sull’argomento: “I fratelli Wright e le loro macchine volanti” – 1993 – Istituto Bibliografico Napoleone 3) le vicende narrate hanno fondamento storico, i dialoghi e le considerazioni espresse dai personaggi sono frutto della fantasia dell’autore. In buona parte. 4) Orville e Wilbur Wright non si sposarono mai … ma coronarono il loro grande sogno!


#proprietà letteraria riservata#


Big Mark

17 dicembre 1903

flyer ombraVi siete mai domandati quali retroscena si nascondono dietro i grandi eventi della storia dell’umanità? Quali sentimenti hanno animato i loro protagonisti alla vigilia di quegli eventi così mirabili? Le cronache storiche, le foto dell’epoca ci raccontano ciò che accadde – è vero – ma le angosce e le immani difficoltà che minarono fino all’ultimo istante il buon esito di quei momenti, di quelli difficilmente se ne fa cenno.

E’ con questo spirito che l’autore affronta forse l’avvenimento più celebrato nella storia dell’aviazione mondiale: il primo volo documentato di un mezzo volante più pesante dell’aria. Dunque egli non narrerà quei memorabili minuti di volo che hanno segnato innegabilmente le sorti dell’umanità bensì ciò che accadde la notte antecedente quel giorno fatidico, praticamente fino alle prime luci dell”alba quando i nostri personaggi saranno consegnati ai libri di storia, appunto.

Letteratura a carattere didascalico, dove la cronaca storica s’intreccia con la narrativa.


Narrativa / Medio-lungo Pubblicato: inedito Note: inserito nella raccolta di racconti inedita “Piume al vento”