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Luigi Butti

shuttle lancioSono nato nell’ottobre del 1936 a Rivolta d’Adda (CR) e dal 2006 risiedo a Vimercate (MB).

Avendo frequentato corsi di grafica pubblicitaria, senza peraltro conseguire attestati, ho cominciato a lavorare a 18 anni come disegnatore in una fabbrica di etichette tessute.

Negli anni Sessanta ho esordito come assiduo collaboratore aerospaziale di non poche pubblicazioni giovanili come: Messaggero dei ragazzi, Corriere dei ragazzi, Intrepido, Topolino. In seguito ho lavorato anche per periodici ben più impegnativi come Volare, Aviazione Civile, Rivista Aeronautica, La Protezione civile italiana, Corriere motori, Focus.

Ho fatto in tempo anche a scrivere e illustrare due libri per ragazzi: “Gli aeroplani” e “I cacciatori del cielo”, pubblicati dalle editrici Piccoli e La Sorgente di Milano.

Nei primi anni Settanta ho avuto, dal Corriere della sera, l’incarico di corrispondente di zona, che ho assolto fino al 1998. Mi sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti nel 1979.



Per inviare impressioni, minaccie ed improperie all’autore:

luigi.butti(chiocciola)libero.it

 


Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Un volo per due

Un volo per due

shuttle in virataIl mio racconto ‘al femminile’ è un tentativo di dimostrare – col pretesto di una passione condivisa dalle due protagoniste – la possibilità di coltivare le facoltà d’intesa tra esponenti dello stesso sesso, ma di diversa età. Con risultati che gradualmente sfociano nella reciproca soddisfazione; e che, magari, sono proficui anche da altri punti di vista. Da qui la necessità di intercalare – nello svolgimento del processo narrativo – vari accenni all’oggetto della trattazione (l’attività aeronautica e spaziale), nonché al positivo consolidamento di un rapporto che dribbla il frequentemente inevitabile e aspro conflitto generazionale.



Narrativa / Breve Inedito; ha partecipato alla II edizione del premio letterario “Racconti tra le nuvole”, 2013-2014; in esclusiva per “Voci di hangar”

 

 

Un volo per due


Mia zia Dorina non è una donna come le altre.

Con questo non intendo dire che le manca qualche rotella. No, no! … Anzi: voglio renderle giustizia. Perché, di tutto il parentado, é quella che preferisco. Certo, anche lei ha un debole per me; e non lo nasconde. Ma io non le sono attaccata solo perché mi capisce, mi sopporta, mi coccola (diciamo pure che mi vizia, anche). Io l’ammiro – e un po’ l’invidio – perché la vedo sempre a suo agio, dovunque e con chiunque. Spontanea, spiritosa, disinvolta (senza essere mai sfrontata), sicura di sé (ma non imprudente).

Mi sono chiesta spesso quale combinazione, quale miscela di circostanze l’ha modellata così. Boh! Che sia attraente non ci sono dubbi. Ma la simpatia che sprigiona non si può spiegare solo con l’avvenenza.

Deve senz’altro entrarci qualcosa che ha a che fare col carattere, la curiosità e la fantasia, la conoscenza e la riflessione.

Quando la stuzzico su queste faccende, lei taglia corto e risponde bruscamente: “La formazione e l’esperienza”.

Credo che al giornale, dove lavora, l’apprezzino soprattutto per il piglio vivace con cui tratta i temi tecnici e scientifici. Riesce a rendere interessanti e comprensibili anche gli argomenti più barbosi e complicati.

Lei, ridendo, mi confida di avere imparato i segreti della divulgazione dai “maestri” inglesi. Sarà! … di fatto, il suo modo di raccontare ti coinvolge e ti avvince subito.

Ricordo quella volta che mi ha fatto il resoconto d’un raduno aviatorio, di cui doveva stendere la cronaca per il settimanale di provincia che allora dirigeva. Quando ho letto il servizio – pubblicato senza firma e intitolato “La Gazzetta dell’Adda ha preso il volo” – sono rimasta di stucco nel constatare che non aveva esitato a esprimersi, anche per iscritto, col tono familiare e complice che aveva usato con me.

L’inizio era apparentemente distaccato: “Alla festa svoltasi domenica, per l’inaugurazione del campo d’aviazione di Altariva, era presente anche il nostro giornale con un modesto stand allestito a lato della pista. Le competizioni in programma hanno fatto intervenire decine di aviatori, con aeroplani dalle forme più strane e dai colori sgargianti. Le esibizioni in volo hanno a loro volta richiamato migliaia di spettatori, la cui affluenza ha confermato l’interesse che suscita questa nuova realtà locale.

Fatte queste premesse – però – il registro cambia e fa capolino la vena ironica della zia, che non rinuncia a esporsi in prima persona: “Il nostro direttore, notoriamente appassionato di aviazione, è andato a curiosare e a tentare di scroccare un voletto. Ne abbiamo furtivamente registrate le impressioni, quando le ha riferite in redazione, e ne riportiamo qualche stralcio sfidando il suo prevedibile disappunto”.

Mi diverte questo suo giocare a rimpiattino col lettore. E mi sorprendono sempre gli espedienti cui ricorre per agevolare la comprensione di fenomeni astrusi, o per far sembrare ordinarie certe attività non proprio praticate da tutti.

Ma ecco, parola per parola, il seguito di quanto è comparso sul settimanale. “Ragazzi, è stato un successo strepitoso! Non ho visto una sola persona, al campo o nei dintorni, che non avesse tra le mani (o da qualche altra parte) la sua brava copia della “Gazzetta dell’Adda”. Una soddisfazione! … per dirla tutta, devo riconoscere che molti ne facevano un uso improprio. Qualcuno – molto praticamente, devo ammetterlo – se ne serviva per non imbrattarsi gli abiti sedendosi sull’erba. Le donne poi – è risaputo – gradiscono agitare un ventaglio, o qualcosa che ne faccia le veci, quando il sole picchia a perpendicolo. Tutto sommato, però, quell’inaspettata popolarità della nostra pubblicazione mi ha preso alla gola. Chi è madre capisce l’orgoglio che si nutre per le proprie creature. Devo comunque confessare che ho inghiottito un po’ amaro quando ho scoperto che chiunque poteva prelevare quante copie voleva dal rustico stand messoci a disposizione dagli organizzatori e che avrebbe dovuto essere presidiato dalla nostra grintosa segretaria tuttofare, Maurizia. Niente! Lei si limitava ad ammucchiare copie e copie sul tavolino, non appena gli avidi lettori di passaggio avevano demolito la pila incustodita. Ma lo faceva “a ragion veduta”. Perché – come mi ha pazientemente spiegato – in queste occasioni è più producente largheggiare offrendo il settimanale in omaggio. “Per una questione d’immagine”, mi ha fatto capire. Dalle strategie promozionali mi ha tuttavia distolto l’arrivo di un conoscente, che sapevo essere pilota e proprietario di un velivolo biposto e che ho salutato con insolita enfasi. Quando mi ha chiesto cosa facessi da quelle parti gli ho risposto prontamente – ma con studiata noncuranza – che ero lì per favorire, in caso di necessità, qualche concorrente obbligato dal regolamento a gareggiare con un passeggero a bordo. Ho pudore a riportare le parole con cui ha manifestato tutta la sua ammirazione per il mio disinteresse, assicurandomi che avrebbe approfittato lui della mia disponibilità se non avesse danneggiato poco prima il carrello del suo aereo. La mia simpatia per quell’aviatore maldestro è sfumata di colpo. Subito dopo, senza che mi accorgessi dove mi portavano le gambe, mi sono trovata a passare in rassegna i velivoli in procinto di spiccare il volo (con un occhio di riguardo per i biposto). Ho sudato sangue per dribblare il boss dell’organizzazione, che inflessibilmente ricacciava gli invasori nell’area riservata al pubblico. Avevo deciso di spacciarmi per un’addetta ai lavori e, per non insospettire quel mastino, mi fermavo ogni tanto a scambiare autorevoli opinioni coi vari piloti. Ma per un pelo il boss non mi ha presa in castagna, quando mi sono scottata quattro dita posandole con eccessiva disinvoltura su un motore rovente. Comunque, Parigi val bene una messa! Così ho continuato a far sfoggio della mia competenza (e della mia propensione ad assecondare i piloti che detestano volare da soli) finché la mia costanza è stata giustamente premiata. Mi ha portata in volo un gran simpaticone, che conosceva e apprezzava La Gazzetta dell’Adda. Mi ha trattata come una zia d’America e – senza neanche informarsi su quale parte avessi nella realizzazione del periodico – ha voluto gratificarmi di un’esperienza aviatoria superlativa. Pensate, ragazzi, al potere della stampa! Al ritorno, però, mi aspettava un’altra sorpresa. L’aeroplanetto non aveva ancora raggiunto il parcheggio e già un’esagitata ci correva incontro sbraitando. Era Maurizia, visibilmente contrariata. Voleva prendere il mio posto e, nella foga, per miracolo non mi ha strangolata nel tentativo di levarmi di testa il casco senza allentare la cinghia. Intanto il pilota chiedeva spiegazioni a quella forsennata, per cercare almeno di stabilirne l’identità. E’ saltato fuori che – come principale rappresentante del settimanale – Maurizia aveva brigato per ottenere un voletto a sbafo: e credeva che io l’avessi defraudata. Chiaro, no? L’incauto pilota che mi aveva accolto con spirito fraterno sul suo trabiccolo s’era sbagliato! L’ospite di riguardo avrebbe dovuto essere Maurizia. Sia come sia, abbiamo volato tutt’e due. E questo basti, ragazzi, a dimostrare il prestigio della nostra testata e i vantaggi che si hanno ad operare nel settore giornalistico”.

Questa insolita maniera di mettersi in rapporto coi lettori non l’ha abbandonata nemmeno adesso che scrive per un giornale molto più importante.

“Ho dovuto adattarmi a uno stile più impersonale e misurato”, dice. Però, ci tiene a non tradire la sua naturale comunicativa e – per controllare se lo scritto rimane accessibile e gradevole – mi concede di leggere i pezzi che sta preparando e che più mi incuriosiscono.

Io lo considero un privilegio: e scoppio d’orgoglio quando mi chiede un parere, dimostrando di tenere conto delle mie impressioni.

Per essere sincera, all’inizio era lei ad insistere perché leggessi. Voleva distogliermi “dalle trasmissioni televisive più insulse e perniciose”. Che – tradotto alla buona – vuol dire: “per niente valide, ma architettate per disintegrare i cervelli”.

Adesso le sono riconoscente per avermi sottratta alla teledipendenza e guidata a scoprire le suggestioni della lettura.

Di tutte le cose di cui tratta, la zia Dorina manifesta una spiccata preferenza per l’aviazione.

Come molti che hanno a che fare con lei, anch’io subisco l’influenza della sua personalità e mi sorprendo spesso a imitarne le espressioni ed i gesti, a condividerne le opinioni e i gusti. E’ così che ha avuto origine in me la passione per le macchine volanti ed è nato il desiderio di conoscere come si è pervenuti alla conquista del cielo e si sono prodigiosamente evoluti i primi mezzi aerei, fino a trasformarsi negli attuali veicoli supersonici e spaziali. In questo mi ha facilitata l’hobby della zia, la cui libreria trabocca di pubblicazioni sull’argomento. Ma la conoscenza generica della storia del volo non ha fatto che stimolare altre curiosità e sollevare interrogativi su momenti particolari del fenomeno aviatorio.

Ad un certo punto sono diventata una “cacciatrice” autonoma di notizie su questo mondo affascinante, accentuando progressivamente un’ indipendenza che la zia ha incoraggiato.

“Non c’è nulla più potente della curiosità pilotata – garantisce mia zia Dorina – per indurre una ragazza, altrimenti frivola e amorfa, ad ampliare i propri orizzonti culturali”.

Parole profetiche, nel mio caso, se si considerano gli stupefacenti risultati delle mie appassionanti ricerche. Infatti, ogni scoperta che le riferivo offriva spunti per valutazioni e confronti che allargavano la sfera dei miei interessi, costringendomi a approfondire aspetti inerenti – di volta in volta – storia, scienza, tecnica, geografia, economia, politica. E chi più ne ha, più ne metta.

La svolta decisiva, che ha determinato la mia consacrazione a “socia in affari” della zia, è stata impressa dal casuale rinvenimento di uno scatolone in cui la mia eclettica parente conservava un raccoglitore, con una cinquantina di fogli dattiloscritti. E, non a caso, diverse buste contenenti centinaia di fotografie (di varie epoche, ma tutte raffiguranti delle donne: chi ai comandi, chi semplicemente in posa vicino a una macchina volante).

Avevo senza dubbio messo le mani su una serie di articoli destinati alla pubblicazione, ma poi rimasti – per non so quale motivo – nel cassetto.

I fogli, numerati e in bell’ordine, erano inseriti in una cartellina gialla sulla quale spiccava, a pennarello, una scritta un po’ ermetica: “Le padrone del cielo”.

Ma l’enigma sul tema trattato mi era stato definitivamente svelato da un’aggiunta a matita: “La presenza femminile nella storia del volo”.

Di primo acchito, il sospetto che la zia mi avesse tenuto nascosto quel materiale mi ha ferito. Poi, realizzando che sarebbe bastato parlargliene per ottenere le più esaurienti spiegazioni, mi sono calmata.

Appena il cuore ha ripreso a battere regolarmente ho cominciato a leggere le poche righe che fungevano da introduzione.

Per iniziare correttamente una storia sulla sporadica presenza femminile nell’attività aviatoria, è indispensabile ricordare che – cent’anni dopo il primo volo a motore dei fratelli Wright (1903) – sui campi d’aviazione circolava ancora la battuta che attribuiva le difficoltà della “scalata al cielo” alla forza di gravità e … alle donne. Un’evidente eredità di atavici pregiudizi nel confronti del cosiddetto sesso debole, oltre che dell’inconfessato ma incontenibile desiderio di volare: da millenni considerato un grave atto di presunzione, contro natura; e perciò da avversare come pratica nociva, se non addirittura di origine diabolica. Questo atteggiamento persisteva, nonostante la sbalorditiva serie di brillanti intromissioni femminili che – nel brevissimo arco di un secolo – aveva costellato il frenetico progresso dei mezzi aerei e spaziali. A riprova depone la particolarità che la presenza di alcune spettatrici ha il potere di spingere gli uomini ad affrontare le imprese più temerarie”.

Mentre gli occhi scorrevano l’ultima riga mi sono sentita avvampare. Naturalmente non ignoravo che tante donne avevano praticato diverse discipline aviatorie e preso parte ad imprese memorabili.

Nelle mie escursioni libresche m’ero imbattuta con piacere in diversi nomi femminili; ma, anche se per me quelli degni di menzione erano molti, nelle pubblicazioni non specialistiche ne figuravano pochini. Quasi quanto le uvette nel purè. Così non avevo percepito l’ampiezza del fenomeno e, men che meno, immaginato che la zia potesse averne fatto oggetto di una trattazione impegnativa.

Per qualche minuto è affiorato di nuovo il risentimento. Come aveva potuto, la sorella di mio padre, tenermi all’oscuro di tutto? Perché non me ne aveva mai accennato? Non si compilano tante pagine senza rendersene conto ( a meno di lavorare in preda al sonnambulismo).

Quando aveva raccolto quella documentazione ed elaborato il testo? Perché ha occultato tutto in un contenitore così insignificante e anonimo che, neanche per scommessa, mi sono mai sognata di aprire?

Non vedevo l’ora che rincasasse per sottoporla al fuoco di fila delle domande che mi premevano in gola e che minacciavano di soffocarmi. Ma sarebbe rientrata solo per la cena e non restava altro che far passare tutto quel tempo cercando di vincere l’impazienza. Meno male che deve esserci un santo protettore anche per gli ansiosi. Infatti ho smesso di rodermi appena mi sono detta: “Che stupida! Cosa fare di meglio, se non cominciare la lettura del fascicolo?”

Gli articoli erano piuttosto brevi e le prime parole riflettevano l’indole un po’ maliziosa della zia.

Arrivata a un certo punto non avvertivo più nemmeno un’ombra di rancore verso la zia. Anzi, le ero incontenibilmente grata per avermi fatta partecipe delle strabilianti avventure di tante donne “con una marcia in più”.

Avrei voluto telefonarle subito al giornale, per dirle la meraviglia, l’emozione, la gioia per quanto di nuovo avevo appreso. Unico motivo di rammarico: che il libro non avesse visto la luce. Così è tornata ad affiorare l’idea e, con essa, l’urgenza di architettare uno stratagemma infallibile per realizzare il mio progetto. Ma, benché mi arrovellassi tutto il santo giorno sulla impostazione da dare al discorso – immaginando e rintuzzando mentalmente ogni presumibile contestazione – a sera ero più smarrita che mai, in mancanza di un piano preciso.

Per colmo di sventura, quando la zia mi ha inaspettatamente chiesto se avessi cominciato a leggere il fascicolo, non ho saputo evitare di farmi sfuggire due frasette ignobili, di una banalità sconcertante: “L’ho trovato semplicemente fa-vo-lo-so! Fossi in te lo avrei proposto a più di un editore”.

Voleva essere un complimento: è stato il modo più cervellotico di rivelarle il mio chiodo fisso.

La frittata era fatta! La zia ha corrugato impercettibilmente la fronte; poi, sorprendendomi, ha risposto: “Così com’è, no. Ormai è datato e, quindi, improponibile”.

“Se è solo per questo – ho continuato, cogliendo la palla al balzo – lo potresti completare rapidamente”.

“E’ vero”, ha ammesso. Ma ha subito aggiunto, fissandomi con una punta di diffidenza: “Si può sapere perché ti incaponisci a propormi una iniziativa che esula come nessun’altra dai miei interessi attuali?”

Questa domanda – attesa e temuta – segnava il momento della svolta decisiva. Ora dovevo giocare il tutto per tutto! “Per un sacco di buoni motivi!” ho esclamato, concitata, mentre cercavo affannosamente di farmene venire in mente almeno uno che fosse appena appena potabile.

Aggrapparmi a qualche nobile causa mi sarebbe servito, se non altro, a giustificare il mio fervore. 

Quella che non volevo confessare – per il momento – era la vera ragione della mia insistenza.

“Mi hai insegnato tu – ho esordito con una certa impudenza – che conoscere il passato è essenziale per esprimere giudizi equilibrati sul presente; e che non fornire la testimonianza di eventi significativi (riguardino le donne o qualsivoglia argomento) equivale a cancellarli dalla storia. E’ come se non fossero mai avvenuti; non daranno il minimo contributo alla formazione critica delle coscienze”.

Sui due piedi, avevo improvvisato una sintesi un po’ semplicistica del “Dorina-pensiero”.

A dirla onestamente: era una specie di parodia, di quelle che facevo spesso e che mettevano la zia di buonumore.

Avrei potuto continuare per ore a scimmiottarla (in questo esercizio eccellevo, sguazzavo come un topo nel formaggio), ma non potevo rischiare di spazientirla.

Ero quasi sicura d’ avere aperto una breccia: dovevo infilarmici a capofitto. Ho quindi preferito tagliar corto e concludere: “Ecco. Secondo me pubblicare questo libro è un atto di giustizia, un dovere nei confronti di tutte le appartenenti al nostro sesso”.

La replica è stata pacata, ma recisa: “E’ una motivazione speciosa, un pretesto poco convincente. Non è sulla sete di giustizia che prospera l’editoria”.

M’ero illusa e avevo fatto cilecca. Non ce l’avrei mai fatta puntando sul raziocinio. Bisognava cambiare tattica – e alla svelta! – per far leva sulla sua mai sopita vocazione pedagogica.

Con la disperazione di un pugile “suonato” e costretto nell’ angolo da un avversario implacabile, ho dato fondo alle mie risorse teatrali assumendo ipocritamente l’atteggiamento più umile e indifeso, quasi infantile.

“Io potrei … – ho detto a bassa voce, accentuando la pausa – … darti una mano”.

Pochi secondi di riflessione, durante i quali cercavo di vincere l’agitazione scrutando attonita i disegni della tappezzeria (come se li vedessi per la prima volta!).

Finalmente la risposta. Era senza dubbio un assenso: anche se – come mi aspettavo – corredato da circostanziate condizioni. “D’accordo. Ma, se ci tieni tanto, dovrai faticare. Farai una attenta ricerca sul periodo più recente e mi segnalerai gli episodi che a tuo parere hanno un inequivocabile valore emblematico. Cioè: i più adatti a far emergere un particolare significato dal quadro complessivo della storia del volo. Ti avverto che non sarà facile, perché è inteso che agiremo come se la pubblicazione fosse scontata. Voglio dire: senza prendere sottogamba l’impegno di scrivere per dei giovani e come se dovessimo sottoporre il nostro lavoro al severo giudizio di uno staff editoriale”.

In preda all’esaltazione, l’ho interrotta: “Lo facciamo per completare insieme un racconto che ci piace”. E, per assicurarle che avevo capito perfettamente dove voleva andare a parare, ho aggiunto subito, conciliante: “Lo facciamo per sport: nel più puro spirito olimpico propugnato da De Coubertin”.

“Brava. Ma su quanto ti ho precisato non transigo. Se poi, a opera finita, troveremo chi la vorrà prendere in considerazione, bene! In caso contrario ci saremo divertite o, quanto meno, avremo imparato entrambe qualcosa”.

Bingo!! Avevo fatto centro! Ero al settimo cielo e mi pareva di galleggiare, libera come un pallone-sonda nella stratosfera. La zia poteva pretendere quello che voleva!

In quegli attimi ero lontana anni-luce dal sospettare che la mia euforia non sarebbe durata per l’eternità. La delusione, purtroppo, era già in agguato. Eppure, credevo di essere partita col piede giusto.

Avevo scartabellato giorni e notti a spulciare libri e raccolte di periodici, per scovare le cronache degli eventi di spicco. Mi ero talmente immersa nel compito che alla zia chiedevo poche e generiche indicazioni. I rari scambi d’opinione riguardavano più il reperimento di un volume o la collocazione di un servizio giornalistico, piuttosto che i criteri di selezione da adottare di fronte alla vastità dell’argomento.

Ultima incombenza era la cernita e la digitalizzazione di un centinaio di illustrazioni, da scegliere tra la valanga di foto custodite dalla zia. Del resto, una scorsa al titolo dei sedici capitoli non lasciava dubbi sull’entità del materiale da trattare. Si andava dalla prima ascensione in mongolfiera (1784) alla comparsa dell’aeroplano; dall’inarrestabile affermazione dei velivoli alle loro imprese più eloquenti; dal coinvolgimento delle donne in voli di guerra alle loro clamorose sfide per il primato di velocità; dalle prime, eccitanti, missioni spaziali ai ricorrenti “giri del mondo”, con o senza scalo.

Non c’era dubbio che, col passaggio dalla fase di espansione a quella dell’inimmaginabile proliferazione dei mezzi aerei verificatasi negli anni ‘70 e ’80, il “peso” della presenza femminile fosse aumentato in proporzione. La conferma veniva anche dall’ultimo capitolo del fascicolo, nel quale la zia aveva tracciato una specie di “panoramica” che sanciva l’inarrestabile avanzata delle donne in tutti i settori dell’attività aviatoria e spaziale. Siccome era indispensabile evidenziare il fenomeno, abbiamo deciso di comune accordo di lasciare inalterato il testo: saremmo partite dalla presa d’atto di questa realtà per valutare e inquadrare le successive imprese femminili.

Un bel giorno – inaspettatamente, almeno per me – si è profilata l’ opportunità di cogliere l’attimo, si è fatta strada la convinzione di potere offrire un prodotto che – anche se non indispensabile – viene avvalorato dall’imperante stimolo della curiosità.

“Veramente – ha mormorato quasi tra sé la zia – un’occasione straordinaria ci sarebbe: l’imminente missione spaziale della prima donna italiana, Samantha Cristoforetti, in programma per il 24 novembre prossimo”.

Che botta! Ossessionata dall’onere del compito assegnatomi, ne avevo dimenticato l’intento divulgativo. Ho rimediato subito, affermando perentoriamente che era una circostanza irripetibile. Avrebbe suscitato l’interesse generale, garantendo un effetto propagandistico impagabile e duraturo: perché il sistema mediatico se ne sarebbe avidamente nutrito prima, durante e dopo l’avvincente impresa.

Infine, ancora inaspettatamente, la zia ha concluso: “Inoltre, sarebbe opportuno partecipare a qualche iniziativa promozionale, organizzata da associazioni o club sensibili al tema, in quanto verosimilmente costituiti da appassionati d’aviazione. Ce ne sono ancora, per fortuna. Ottenere una buona classificazione in un concorso letterario, per esempio, potrebbe essere determinante per acquisire un minimo di notorietà”.

A questo punto non c’erano altri problemi da risolvere. Significava, né più né meno, che bisognava rimettersi a lavorare sodo.



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Michele Gagliani