Archivi categoria: Racconti tra le Nuvole – IIª Edizione

Tutte le voci e le recensioni del secondo concorso Racconti tra le Nuvole

Una notte da dimenticare

In una calda giornata di settembre, Raf, partecipa ad una esercitazione Nato per la prima volta. E’ molto preparato e nello stesso tempo teso e preoccupato.

L’esercitazione ha un tragico epilogo: tre velivoli caduti quasi contemporaneamente.

Il primo è quello di Raf il cui pilota, purtroppo avrà anche la peggiore sorte. L’esercitazione viene annullata e Raf soffre e cerca di capire i motivi di questo avvenimento guardando dentro se stesso per capire se l’evento poteva essere evitato. Rimane molto scosso e, anche, dopo tanti anni, mentre lo racconta ad un suo caro amico, si sente coinvolto emotivamente e spera ancora che qualcuno lo svegli da quel brutto sogno.

 



Narrativa / Medio-breve Inedito; ha partecipato alla III edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2015; in esclusiva per “Voci di hangar”.

Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:

Aria


Fa freddo, molto freddo per essere aprile.

Il vento è tirato, forte.

Già, forse mi dimentico che siamo a 1600 metri d’altezza.

Che strana sensazione stare così, appiattita contro l’erba secca, e lasciare che il vento mi muova, nonostante io gli opponga pochissima superficie. Incredibile la forza delle raffiche: sono sdraiata sulla pancia, distesa secondo la direzione del flusso d’aria, eppure sto oscillando.

Le braccia a novanta gradi col corpo, i gomiti piegati, appoggio il mento sul dorso delle mani, cercando di impedire ai fili d’erba asciutti e resistenti di pungermi la faccia. Sono tutt’una col suolo, piatta e invisibile, ma lui mi scova sempre, questo incredibile movimento d’aria che viene chissà da dove, superando la cima dell’altra collina che mi sta di fronte. Tuttavia sto bene, sono a mio agio.

E’ bello essere qui, così. La giacca a vento fa il suo lavoro, i guanti da neve imbottiti sono caldi e morbidi, i pantaloni foderati sono sufficienti, gli scarponcini… sempre adatti ad ogni stagione. La testa, prua del mio corpo, è ben protetta dal casco e dal passamontagna rosso che durante l’inverno indosso sotto.

Solo gli occhi sono scoperti, due fessure sottili che si sentono raggelare e portare via l’umidità dal getto sempre forte d’aria.

Mi viene da sorridere: sto davvero bene, non vorrei essere in nessun altro posto al mondo, per nessuna ragione.

E’ pomeriggio tardi, la luce comincia a diminuire. Di solito con la sera il vento cala un po’, ma questa qui non è la solita brezza nata in loco dal compensarsi di masse d’aria calde e fredde, quindi non segue la regola. E’ aria che arriva da lontano, chissà quanto, da movimenti molto più ampi che interessano grandi masse atmosferiche. Potrebbe durare tutta la notte.

Rido e mi volto verso i miei compagni. Pare che anche loro non abbiano voglia di rimettersi in moto. Penso che, visti dall’altro, dobbiamo davvero rappresentare un mistero: tre croci colorate stese sulla cima della collina brulla, che saranno? Qualcuno, però, migliore osservatore, noterebbe qualche metro più in là il nostro pullmino con tre custodie lunghe sul tetto e, forse, capirebbe.

Coraggio, alziamoci che viene troppo buio!

Lentamente ci muoviamo, e scarichiamo dal portapacchi i nostri bagagli per disporli secondo la direzione del vento. Poi, ormai del tutto dimentichi del torpore, iniziamo il rito.

Giù le lunghe cerniere delle sacche e fuori i nostri preziosi deltaplani. Rapidi i gesti per fissare il trapezio direzionale, voltare l’aquilone e allargare le ali.

Ognuno dispone con ordine sul prato le stecche di alluminio – le destre e le sinistre – da infilare nelle scanalature della tela di dacron. Le ali le accolgono docilmente e prendono anima, un forma semirigida che le rende elastiche e robuste, capaci di portanza. Fissiamo le torrette coi tiranti di acciaio.

Nessuno ha mai voglia di essere l’ultimo a concludere la procedura, è come se ci fosse una specie di gara a chi è più abile, più pronto. Più impaziente.

Ci aiutiamo a vicenda a mettere in piedi i nostri mezzi e ad agganciare i cavi dei trapezi alle chiglie, obbligati a non farci prendere di sorpresa dalle raffiche che tendono a prevalere sulla nostra forza di braccia e sull’equilibrio che cerchiamo di dare ai deltaplani.

Poi il primo pilota si imbraga e si aggancia all’aquilone, aiutato dagli altri due a raggiungere il punto dove inizia il declivio. Le raffiche di vento seguono una regola, come le onde del mare, hanno ritmi ripetitivi, prevedibili. Lui aspetta che il vento si calmi e così trova l’attimo giusto fra una folata e l’altra per la breve corsa e il decollo. Gli bastano tre o quattro balzi decisi ed è fatta.

Questa volta non tocca a me “fare il recupero”, rinunciare a volare per aiutare anche l’ultimo pilota e portare poi il pullmino all’atterraggio: è compito del nostro amico che ha già volato stamattina. Ora, quindi, è il mio turno per decollare.

Mi infilo nell’imbrago, lo assicuro col moschettone alla fettuccia al culmine del trapezio e imbraccio il deltaplano, con l’aiuto del compagno che mi sostiene e mi dirige qualche passo in avanti, fino al punto sul terreno scelto per partire. Ci siamo, finalmente.

L’aria è fredda e veloce, la luce sta calando ancora e già si vede il rosso del tramonto oltre le colline. Il cuore batte forte, mai tranquillo nella fase di decollo, oggi impegnato più che mai per l’attenzione particolare che ci vuole con questo vento forte.

Una brezza di breve durata prende il posto dell’ultima raffica: vado!

Pochi passi di corsa e mi stacco da terra, non più ostacolata, bensì favorita, dal grande spostamento d’aria che passa sotto e sopra le mie ali. Prendo quota in fretta.

Sotto di me la cima della collina e il mio amico autista che fa ciao col braccio. Tutto intorno, in alto, in basso e in ogni direzione raggiungibile dallo sguardo, quanto di più bello si possa immaginare. E sono felice.

(da Forca di Presta verso il Piano Piccolo di Castelluccio di Norcia, 25 aprile 1985)



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§ # proprietà letteraria riservata #



Mariangela Calabria

Un volo per due


Mia zia Dorina non è una donna come le altre.

Con questo non intendo dire che le manca qualche rotella. No, no! … Anzi: voglio renderle giustizia. Perché, di tutto il parentado, é quella che preferisco. Certo, anche lei ha un debole per me; e non lo nasconde. Ma io non le sono attaccata solo perché mi capisce, mi sopporta, mi coccola (diciamo pure che mi vizia, anche). Io l’ammiro – e un po’ l’invidio – perché la vedo sempre a suo agio, dovunque e con chiunque. Spontanea, spiritosa, disinvolta (senza essere mai sfrontata), sicura di sé (ma non imprudente).

Mi sono chiesta spesso quale combinazione, quale miscela di circostanze l’ha modellata così. Boh! Che sia attraente non ci sono dubbi. Ma la simpatia che sprigiona non si può spiegare solo con l’avvenenza.

Deve senz’altro entrarci qualcosa che ha a che fare col carattere, la curiosità e la fantasia, la conoscenza e la riflessione.

Quando la stuzzico su queste faccende, lei taglia corto e risponde bruscamente: “La formazione e l’esperienza”.

Credo che al giornale, dove lavora, l’apprezzino soprattutto per il piglio vivace con cui tratta i temi tecnici e scientifici. Riesce a rendere interessanti e comprensibili anche gli argomenti più barbosi e complicati.

Lei, ridendo, mi confida di avere imparato i segreti della divulgazione dai “maestri” inglesi. Sarà! … di fatto, il suo modo di raccontare ti coinvolge e ti avvince subito.

Ricordo quella volta che mi ha fatto il resoconto d’un raduno aviatorio, di cui doveva stendere la cronaca per il settimanale di provincia che allora dirigeva. Quando ho letto il servizio – pubblicato senza firma e intitolato “La Gazzetta dell’Adda ha preso il volo” – sono rimasta di stucco nel constatare che non aveva esitato a esprimersi, anche per iscritto, col tono familiare e complice che aveva usato con me.

L’inizio era apparentemente distaccato: “Alla festa svoltasi domenica, per l’inaugurazione del campo d’aviazione di Altariva, era presente anche il nostro giornale con un modesto stand allestito a lato della pista. Le competizioni in programma hanno fatto intervenire decine di aviatori, con aeroplani dalle forme più strane e dai colori sgargianti. Le esibizioni in volo hanno a loro volta richiamato migliaia di spettatori, la cui affluenza ha confermato l’interesse che suscita questa nuova realtà locale.

Fatte queste premesse – però – il registro cambia e fa capolino la vena ironica della zia, che non rinuncia a esporsi in prima persona: “Il nostro direttore, notoriamente appassionato di aviazione, è andato a curiosare e a tentare di scroccare un voletto. Ne abbiamo furtivamente registrate le impressioni, quando le ha riferite in redazione, e ne riportiamo qualche stralcio sfidando il suo prevedibile disappunto”.

Mi diverte questo suo giocare a rimpiattino col lettore. E mi sorprendono sempre gli espedienti cui ricorre per agevolare la comprensione di fenomeni astrusi, o per far sembrare ordinarie certe attività non proprio praticate da tutti.

Ma ecco, parola per parola, il seguito di quanto è comparso sul settimanale. “Ragazzi, è stato un successo strepitoso! Non ho visto una sola persona, al campo o nei dintorni, che non avesse tra le mani (o da qualche altra parte) la sua brava copia della “Gazzetta dell’Adda”. Una soddisfazione! … per dirla tutta, devo riconoscere che molti ne facevano un uso improprio. Qualcuno – molto praticamente, devo ammetterlo – se ne serviva per non imbrattarsi gli abiti sedendosi sull’erba. Le donne poi – è risaputo – gradiscono agitare un ventaglio, o qualcosa che ne faccia le veci, quando il sole picchia a perpendicolo. Tutto sommato, però, quell’inaspettata popolarità della nostra pubblicazione mi ha preso alla gola. Chi è madre capisce l’orgoglio che si nutre per le proprie creature. Devo comunque confessare che ho inghiottito un po’ amaro quando ho scoperto che chiunque poteva prelevare quante copie voleva dal rustico stand messoci a disposizione dagli organizzatori e che avrebbe dovuto essere presidiato dalla nostra grintosa segretaria tuttofare, Maurizia. Niente! Lei si limitava ad ammucchiare copie e copie sul tavolino, non appena gli avidi lettori di passaggio avevano demolito la pila incustodita. Ma lo faceva “a ragion veduta”. Perché – come mi ha pazientemente spiegato – in queste occasioni è più producente largheggiare offrendo il settimanale in omaggio. “Per una questione d’immagine”, mi ha fatto capire. Dalle strategie promozionali mi ha tuttavia distolto l’arrivo di un conoscente, che sapevo essere pilota e proprietario di un velivolo biposto e che ho salutato con insolita enfasi. Quando mi ha chiesto cosa facessi da quelle parti gli ho risposto prontamente – ma con studiata noncuranza – che ero lì per favorire, in caso di necessità, qualche concorrente obbligato dal regolamento a gareggiare con un passeggero a bordo. Ho pudore a riportare le parole con cui ha manifestato tutta la sua ammirazione per il mio disinteresse, assicurandomi che avrebbe approfittato lui della mia disponibilità se non avesse danneggiato poco prima il carrello del suo aereo. La mia simpatia per quell’aviatore maldestro è sfumata di colpo. Subito dopo, senza che mi accorgessi dove mi portavano le gambe, mi sono trovata a passare in rassegna i velivoli in procinto di spiccare il volo (con un occhio di riguardo per i biposto). Ho sudato sangue per dribblare il boss dell’organizzazione, che inflessibilmente ricacciava gli invasori nell’area riservata al pubblico. Avevo deciso di spacciarmi per un’addetta ai lavori e, per non insospettire quel mastino, mi fermavo ogni tanto a scambiare autorevoli opinioni coi vari piloti. Ma per un pelo il boss non mi ha presa in castagna, quando mi sono scottata quattro dita posandole con eccessiva disinvoltura su un motore rovente. Comunque, Parigi val bene una messa! Così ho continuato a far sfoggio della mia competenza (e della mia propensione ad assecondare i piloti che detestano volare da soli) finché la mia costanza è stata giustamente premiata. Mi ha portata in volo un gran simpaticone, che conosceva e apprezzava La Gazzetta dell’Adda. Mi ha trattata come una zia d’America e – senza neanche informarsi su quale parte avessi nella realizzazione del periodico – ha voluto gratificarmi di un’esperienza aviatoria superlativa. Pensate, ragazzi, al potere della stampa! Al ritorno, però, mi aspettava un’altra sorpresa. L’aeroplanetto non aveva ancora raggiunto il parcheggio e già un’esagitata ci correva incontro sbraitando. Era Maurizia, visibilmente contrariata. Voleva prendere il mio posto e, nella foga, per miracolo non mi ha strangolata nel tentativo di levarmi di testa il casco senza allentare la cinghia. Intanto il pilota chiedeva spiegazioni a quella forsennata, per cercare almeno di stabilirne l’identità. E’ saltato fuori che – come principale rappresentante del settimanale – Maurizia aveva brigato per ottenere un voletto a sbafo: e credeva che io l’avessi defraudata. Chiaro, no? L’incauto pilota che mi aveva accolto con spirito fraterno sul suo trabiccolo s’era sbagliato! L’ospite di riguardo avrebbe dovuto essere Maurizia. Sia come sia, abbiamo volato tutt’e due. E questo basti, ragazzi, a dimostrare il prestigio della nostra testata e i vantaggi che si hanno ad operare nel settore giornalistico”.

Questa insolita maniera di mettersi in rapporto coi lettori non l’ha abbandonata nemmeno adesso che scrive per un giornale molto più importante.

“Ho dovuto adattarmi a uno stile più impersonale e misurato”, dice. Però, ci tiene a non tradire la sua naturale comunicativa e – per controllare se lo scritto rimane accessibile e gradevole – mi concede di leggere i pezzi che sta preparando e che più mi incuriosiscono.

Io lo considero un privilegio: e scoppio d’orgoglio quando mi chiede un parere, dimostrando di tenere conto delle mie impressioni.

Per essere sincera, all’inizio era lei ad insistere perché leggessi. Voleva distogliermi “dalle trasmissioni televisive più insulse e perniciose”. Che – tradotto alla buona – vuol dire: “per niente valide, ma architettate per disintegrare i cervelli”.

Adesso le sono riconoscente per avermi sottratta alla teledipendenza e guidata a scoprire le suggestioni della lettura.

Di tutte le cose di cui tratta, la zia Dorina manifesta una spiccata preferenza per l’aviazione.

Come molti che hanno a che fare con lei, anch’io subisco l’influenza della sua personalità e mi sorprendo spesso a imitarne le espressioni ed i gesti, a condividerne le opinioni e i gusti. E’ così che ha avuto origine in me la passione per le macchine volanti ed è nato il desiderio di conoscere come si è pervenuti alla conquista del cielo e si sono prodigiosamente evoluti i primi mezzi aerei, fino a trasformarsi negli attuali veicoli supersonici e spaziali. In questo mi ha facilitata l’hobby della zia, la cui libreria trabocca di pubblicazioni sull’argomento. Ma la conoscenza generica della storia del volo non ha fatto che stimolare altre curiosità e sollevare interrogativi su momenti particolari del fenomeno aviatorio.

Ad un certo punto sono diventata una “cacciatrice” autonoma di notizie su questo mondo affascinante, accentuando progressivamente un’ indipendenza che la zia ha incoraggiato.

“Non c’è nulla più potente della curiosità pilotata – garantisce mia zia Dorina – per indurre una ragazza, altrimenti frivola e amorfa, ad ampliare i propri orizzonti culturali”.

Parole profetiche, nel mio caso, se si considerano gli stupefacenti risultati delle mie appassionanti ricerche. Infatti, ogni scoperta che le riferivo offriva spunti per valutazioni e confronti che allargavano la sfera dei miei interessi, costringendomi a approfondire aspetti inerenti – di volta in volta – storia, scienza, tecnica, geografia, economia, politica. E chi più ne ha, più ne metta.

La svolta decisiva, che ha determinato la mia consacrazione a “socia in affari” della zia, è stata impressa dal casuale rinvenimento di uno scatolone in cui la mia eclettica parente conservava un raccoglitore, con una cinquantina di fogli dattiloscritti. E, non a caso, diverse buste contenenti centinaia di fotografie (di varie epoche, ma tutte raffiguranti delle donne: chi ai comandi, chi semplicemente in posa vicino a una macchina volante).

Avevo senza dubbio messo le mani su una serie di articoli destinati alla pubblicazione, ma poi rimasti – per non so quale motivo – nel cassetto.

I fogli, numerati e in bell’ordine, erano inseriti in una cartellina gialla sulla quale spiccava, a pennarello, una scritta un po’ ermetica: “Le padrone del cielo”.

Ma l’enigma sul tema trattato mi era stato definitivamente svelato da un’aggiunta a matita: “La presenza femminile nella storia del volo”.

Di primo acchito, il sospetto che la zia mi avesse tenuto nascosto quel materiale mi ha ferito. Poi, realizzando che sarebbe bastato parlargliene per ottenere le più esaurienti spiegazioni, mi sono calmata.

Appena il cuore ha ripreso a battere regolarmente ho cominciato a leggere le poche righe che fungevano da introduzione.

Per iniziare correttamente una storia sulla sporadica presenza femminile nell’attività aviatoria, è indispensabile ricordare che – cent’anni dopo il primo volo a motore dei fratelli Wright (1903) – sui campi d’aviazione circolava ancora la battuta che attribuiva le difficoltà della “scalata al cielo” alla forza di gravità e … alle donne. Un’evidente eredità di atavici pregiudizi nel confronti del cosiddetto sesso debole, oltre che dell’inconfessato ma incontenibile desiderio di volare: da millenni considerato un grave atto di presunzione, contro natura; e perciò da avversare come pratica nociva, se non addirittura di origine diabolica. Questo atteggiamento persisteva, nonostante la sbalorditiva serie di brillanti intromissioni femminili che – nel brevissimo arco di un secolo – aveva costellato il frenetico progresso dei mezzi aerei e spaziali. A riprova depone la particolarità che la presenza di alcune spettatrici ha il potere di spingere gli uomini ad affrontare le imprese più temerarie”.

Mentre gli occhi scorrevano l’ultima riga mi sono sentita avvampare. Naturalmente non ignoravo che tante donne avevano praticato diverse discipline aviatorie e preso parte ad imprese memorabili.

Nelle mie escursioni libresche m’ero imbattuta con piacere in diversi nomi femminili; ma, anche se per me quelli degni di menzione erano molti, nelle pubblicazioni non specialistiche ne figuravano pochini. Quasi quanto le uvette nel purè. Così non avevo percepito l’ampiezza del fenomeno e, men che meno, immaginato che la zia potesse averne fatto oggetto di una trattazione impegnativa.

Per qualche minuto è affiorato di nuovo il risentimento. Come aveva potuto, la sorella di mio padre, tenermi all’oscuro di tutto? Perché non me ne aveva mai accennato? Non si compilano tante pagine senza rendersene conto ( a meno di lavorare in preda al sonnambulismo).

Quando aveva raccolto quella documentazione ed elaborato il testo? Perché ha occultato tutto in un contenitore così insignificante e anonimo che, neanche per scommessa, mi sono mai sognata di aprire?

Non vedevo l’ora che rincasasse per sottoporla al fuoco di fila delle domande che mi premevano in gola e che minacciavano di soffocarmi. Ma sarebbe rientrata solo per la cena e non restava altro che far passare tutto quel tempo cercando di vincere l’impazienza. Meno male che deve esserci un santo protettore anche per gli ansiosi. Infatti ho smesso di rodermi appena mi sono detta: “Che stupida! Cosa fare di meglio, se non cominciare la lettura del fascicolo?”

Gli articoli erano piuttosto brevi e le prime parole riflettevano l’indole un po’ maliziosa della zia.

Arrivata a un certo punto non avvertivo più nemmeno un’ombra di rancore verso la zia. Anzi, le ero incontenibilmente grata per avermi fatta partecipe delle strabilianti avventure di tante donne “con una marcia in più”.

Avrei voluto telefonarle subito al giornale, per dirle la meraviglia, l’emozione, la gioia per quanto di nuovo avevo appreso. Unico motivo di rammarico: che il libro non avesse visto la luce. Così è tornata ad affiorare l’idea e, con essa, l’urgenza di architettare uno stratagemma infallibile per realizzare il mio progetto. Ma, benché mi arrovellassi tutto il santo giorno sulla impostazione da dare al discorso – immaginando e rintuzzando mentalmente ogni presumibile contestazione – a sera ero più smarrita che mai, in mancanza di un piano preciso.

Per colmo di sventura, quando la zia mi ha inaspettatamente chiesto se avessi cominciato a leggere il fascicolo, non ho saputo evitare di farmi sfuggire due frasette ignobili, di una banalità sconcertante: “L’ho trovato semplicemente fa-vo-lo-so! Fossi in te lo avrei proposto a più di un editore”.

Voleva essere un complimento: è stato il modo più cervellotico di rivelarle il mio chiodo fisso.

La frittata era fatta! La zia ha corrugato impercettibilmente la fronte; poi, sorprendendomi, ha risposto: “Così com’è, no. Ormai è datato e, quindi, improponibile”.

“Se è solo per questo – ho continuato, cogliendo la palla al balzo – lo potresti completare rapidamente”.

“E’ vero”, ha ammesso. Ma ha subito aggiunto, fissandomi con una punta di diffidenza: “Si può sapere perché ti incaponisci a propormi una iniziativa che esula come nessun’altra dai miei interessi attuali?”

Questa domanda – attesa e temuta – segnava il momento della svolta decisiva. Ora dovevo giocare il tutto per tutto! “Per un sacco di buoni motivi!” ho esclamato, concitata, mentre cercavo affannosamente di farmene venire in mente almeno uno che fosse appena appena potabile.

Aggrapparmi a qualche nobile causa mi sarebbe servito, se non altro, a giustificare il mio fervore. 

Quella che non volevo confessare – per il momento – era la vera ragione della mia insistenza.

“Mi hai insegnato tu – ho esordito con una certa impudenza – che conoscere il passato è essenziale per esprimere giudizi equilibrati sul presente; e che non fornire la testimonianza di eventi significativi (riguardino le donne o qualsivoglia argomento) equivale a cancellarli dalla storia. E’ come se non fossero mai avvenuti; non daranno il minimo contributo alla formazione critica delle coscienze”.

Sui due piedi, avevo improvvisato una sintesi un po’ semplicistica del “Dorina-pensiero”.

A dirla onestamente: era una specie di parodia, di quelle che facevo spesso e che mettevano la zia di buonumore.

Avrei potuto continuare per ore a scimmiottarla (in questo esercizio eccellevo, sguazzavo come un topo nel formaggio), ma non potevo rischiare di spazientirla.

Ero quasi sicura d’ avere aperto una breccia: dovevo infilarmici a capofitto. Ho quindi preferito tagliar corto e concludere: “Ecco. Secondo me pubblicare questo libro è un atto di giustizia, un dovere nei confronti di tutte le appartenenti al nostro sesso”.

La replica è stata pacata, ma recisa: “E’ una motivazione speciosa, un pretesto poco convincente. Non è sulla sete di giustizia che prospera l’editoria”.

M’ero illusa e avevo fatto cilecca. Non ce l’avrei mai fatta puntando sul raziocinio. Bisognava cambiare tattica – e alla svelta! – per far leva sulla sua mai sopita vocazione pedagogica.

Con la disperazione di un pugile “suonato” e costretto nell’ angolo da un avversario implacabile, ho dato fondo alle mie risorse teatrali assumendo ipocritamente l’atteggiamento più umile e indifeso, quasi infantile.

“Io potrei … – ho detto a bassa voce, accentuando la pausa – … darti una mano”.

Pochi secondi di riflessione, durante i quali cercavo di vincere l’agitazione scrutando attonita i disegni della tappezzeria (come se li vedessi per la prima volta!).

Finalmente la risposta. Era senza dubbio un assenso: anche se – come mi aspettavo – corredato da circostanziate condizioni. “D’accordo. Ma, se ci tieni tanto, dovrai faticare. Farai una attenta ricerca sul periodo più recente e mi segnalerai gli episodi che a tuo parere hanno un inequivocabile valore emblematico. Cioè: i più adatti a far emergere un particolare significato dal quadro complessivo della storia del volo. Ti avverto che non sarà facile, perché è inteso che agiremo come se la pubblicazione fosse scontata. Voglio dire: senza prendere sottogamba l’impegno di scrivere per dei giovani e come se dovessimo sottoporre il nostro lavoro al severo giudizio di uno staff editoriale”.

In preda all’esaltazione, l’ho interrotta: “Lo facciamo per completare insieme un racconto che ci piace”. E, per assicurarle che avevo capito perfettamente dove voleva andare a parare, ho aggiunto subito, conciliante: “Lo facciamo per sport: nel più puro spirito olimpico propugnato da De Coubertin”.

“Brava. Ma su quanto ti ho precisato non transigo. Se poi, a opera finita, troveremo chi la vorrà prendere in considerazione, bene! In caso contrario ci saremo divertite o, quanto meno, avremo imparato entrambe qualcosa”.

Bingo!! Avevo fatto centro! Ero al settimo cielo e mi pareva di galleggiare, libera come un pallone-sonda nella stratosfera. La zia poteva pretendere quello che voleva!

In quegli attimi ero lontana anni-luce dal sospettare che la mia euforia non sarebbe durata per l’eternità. La delusione, purtroppo, era già in agguato. Eppure, credevo di essere partita col piede giusto.

Avevo scartabellato giorni e notti a spulciare libri e raccolte di periodici, per scovare le cronache degli eventi di spicco. Mi ero talmente immersa nel compito che alla zia chiedevo poche e generiche indicazioni. I rari scambi d’opinione riguardavano più il reperimento di un volume o la collocazione di un servizio giornalistico, piuttosto che i criteri di selezione da adottare di fronte alla vastità dell’argomento.

Ultima incombenza era la cernita e la digitalizzazione di un centinaio di illustrazioni, da scegliere tra la valanga di foto custodite dalla zia. Del resto, una scorsa al titolo dei sedici capitoli non lasciava dubbi sull’entità del materiale da trattare. Si andava dalla prima ascensione in mongolfiera (1784) alla comparsa dell’aeroplano; dall’inarrestabile affermazione dei velivoli alle loro imprese più eloquenti; dal coinvolgimento delle donne in voli di guerra alle loro clamorose sfide per il primato di velocità; dalle prime, eccitanti, missioni spaziali ai ricorrenti “giri del mondo”, con o senza scalo.

Non c’era dubbio che, col passaggio dalla fase di espansione a quella dell’inimmaginabile proliferazione dei mezzi aerei verificatasi negli anni ‘70 e ’80, il “peso” della presenza femminile fosse aumentato in proporzione. La conferma veniva anche dall’ultimo capitolo del fascicolo, nel quale la zia aveva tracciato una specie di “panoramica” che sanciva l’inarrestabile avanzata delle donne in tutti i settori dell’attività aviatoria e spaziale. Siccome era indispensabile evidenziare il fenomeno, abbiamo deciso di comune accordo di lasciare inalterato il testo: saremmo partite dalla presa d’atto di questa realtà per valutare e inquadrare le successive imprese femminili.

Un bel giorno – inaspettatamente, almeno per me – si è profilata l’ opportunità di cogliere l’attimo, si è fatta strada la convinzione di potere offrire un prodotto che – anche se non indispensabile – viene avvalorato dall’imperante stimolo della curiosità.

“Veramente – ha mormorato quasi tra sé la zia – un’occasione straordinaria ci sarebbe: l’imminente missione spaziale della prima donna italiana, Samantha Cristoforetti, in programma per il 24 novembre prossimo”.

Che botta! Ossessionata dall’onere del compito assegnatomi, ne avevo dimenticato l’intento divulgativo. Ho rimediato subito, affermando perentoriamente che era una circostanza irripetibile. Avrebbe suscitato l’interesse generale, garantendo un effetto propagandistico impagabile e duraturo: perché il sistema mediatico se ne sarebbe avidamente nutrito prima, durante e dopo l’avvincente impresa.

Infine, ancora inaspettatamente, la zia ha concluso: “Inoltre, sarebbe opportuno partecipare a qualche iniziativa promozionale, organizzata da associazioni o club sensibili al tema, in quanto verosimilmente costituiti da appassionati d’aviazione. Ce ne sono ancora, per fortuna. Ottenere una buona classificazione in un concorso letterario, per esempio, potrebbe essere determinante per acquisire un minimo di notorietà”.

A questo punto non c’erano altri problemi da risolvere. Significava, né più né meno, che bisognava rimettersi a lavorare sodo.



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Michele Gagliani

Leggero


All’improvviso si trovò nel cielo, il suo sguardo si perdeva in un blu accecante; le nuvole sfilacciate erano sotto di lui e celavano in parte il reticolo geometrico di campi delimitati da strade, corsi d’acqua e filari di alberi. Sopra di lui la curva dell’atmosfera sfumava in toni diversi sino al profondo più scuro, al limite stesso del pianeta.

Il sole era dritto davanti a lui, leggermente più in alto, sorto da alcune ore si avvicinava al mezzogiorno crescendo di luminosità.

Tutto intorno solo aria e libertà, pensò di avvicinarsi alle nuvole e di sfiorarle; con il solo pensarlo sentì le mani che si muovevano e come a braccia distese cominciò a cabrare leggermente, si rovesciò virando a sinistra fino a trovarsi in picchiata verso il bianco soffice che correva sfuggendogli; e lui lo inseguì.

Solo quando si mise in volo livellato si rese conto di essere al posto di pilotaggio del suo piccolo monomotore, non ricordava di aver mai decollato, la sensazione di essere solo con i suoi pensieri e sogni l’aveva stordito … solo lui e l’aria.

Ora vedeva e controllava la strumentazione e restò quasi deluso quando entrò tra le nuvole, avrebbe giurato di poterle toccare; ma passò in un attimo, lo spettacolo dell’aria umida e carica di condensa che scivolava sulle ali lo rapì.

Si voltò indietro a vedere la scia che disegnava la rotta, come se avesse creato un sentiero che potesse ripercorrere senza perdersi.

Una gioia incontenibile gli saliva dal cuore mescolandosi con l’eccitazione, si avvitò, volò rovesciato con gli occhi inchiodati allo spettacolo della terra, seguì l’argento di un fiume tra il verde prima di raddrizzarsi e puntare dritto verso l’infinito.

Diede manetta e si spinse sino al limite di tangenza, il motore scese di giri sino a ricordargli che il suo posto era la terra e non il cielo.

Quante volte aveva sognato di bucare il cielo, spingersi oltre fino a trovarsi nello spazio … liberarsi del peso e dell’indistruttibile filo invisibile che lo legava al mondo.

Quasi in stallo si lasciò scivolare d’ala senza agire sui comandi, come se non fosse lui a decidere di ritornare verso il suolo, lo stomaco per un attimo si strinse e il respiro si sospese.

Recuperò il controllo sempre puntando in basso, ancora e ancora; più veloce, ancora più veloce. L’aria fischiava quasi assordante e l’altimetro impazziva; giù, ancora più giù!

Era come bloccato in una trance, non riusciva a pensare neanche di tirare a sé la cloche; gli occhi inchiodati sul verde dritto di fronte a lui, volava e precipitava spingendosi al limite.

Non voleva o non poteva, la terra si scatenava e lo tirava a se senza che lui potesse muovere un muscolo; ad un tratto non era più lui con il suo apparecchio a volare verso il suolo, ma era il suolo stesso che gli correva incontro.

Non aveva paura, ne sentiva pericolo, era sereno. Staccò le mani dai comandi e lentamente chiuse gli occhi.

Gli occhi erano pesanti, li aprì lentamente, sbattendo più volte le palpebre.

Si drizzò a sedere aiutandosi con le sole braccia, sistemò i cuscini dietro la schiena e si appoggiò alla testata del letto. Aveva ancora nel cuore la sensazione di pace e libertà e lasciò che restasse il più a lungo possibile ritardando il risveglio, la coscienza.

Era leggermente sudato, prese il bicchiere dal comodino e bevve un sorso; rimase ancora qualche minuto in contatto con l’anima richiudendo gli occhi. Ormai il cervello era tornato in contatto con la consapevolezza della realtà e decise che era ora di alzarsi.

Con movimenti studiati e ormai meccanici avvicinò la sua fedele carrozzella e quasi con naturalezza le sue braccia lo fecero scivolare a sedere su di essa. Si avviò verso il bagno, la sensazione di peso, di essere a terra, non lo disturbò, il suo pensiero era sereno e leggero.

Si sentì fortunato perché mai i suoi sogni lo avevano abbandonato e riusciva a volare davvero oltre la difficile vita … un sorriso dolcissimo gli salì dall’anima fino agli occhi e guardò dalla finestra un nuovo sole, lassù nel cielo.



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Andrea Barlotti

Viola


Ore ventitré e ventitré del 19 marzo 2010.

Il Sig. Celante Rino è chiuso nella sala interrogatori del Comando dei Carabinieri di Conegliano Veneto. Solo un’ora prima, si era alzato dalla sua poltronissima numero 4, fila B, del Teatro Accademia e, raggiunte le quinte, si era avventato sul Maestro Salvatore Accardo, uno dei più famosi violinisti italiani, nel tentativo, sventato, di rubargli il “Firebird”, preziosissimo stradivari del 1718.

In molti devono aver pensato all’insano gesto di uno squilibrato; tutti hanno creduto al furto come movente, ma nessuno ha capito il senso delle parole urlate da Rino, durante l’aggressione: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Per capirle, forse, bisognava fare un salto indietro di due anni, al 16 marzo 2008. Quel giorno Rino scese al bar per fare colazione, ordinò cornetto, cappuccino, e, come ogni mattina, si mise a sfogliare il giornale sul frigorifero dei gelati. Improvvisamente chinò il capo in avanti come se avesse ricevuto un colpo alla nuca e si lasciò cadere con tutto il peso del corpo, puntando le braccia, tese e tremanti ai lati del quotidiano. Il titolo in grassetto diceva: “Smettete di cercare la verità su Saint-Exupéry. Sono io che l’ho abbattuto”.

Con queste parole, l’88enne Horst Rippert, ex-pilota della Luftwaffe, conosciuto ai più per la sua carriera da giornalista sportivo nel dopoguerra, confessava al mondo intero che, la notte del 31 luglio 1944, aveva abbattuto l’aereo pilotato dall’aviatore e scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry.

Dall’articolo emergevano chiaramente le due diverse ragioni che l’avevano indotto a custodire gelosamente, per oltre sessant’anni, questo triste segreto.

La prima era il sincero dispiacere provato nello scoprire l’identità della sua vittima; Antoine de Sainte-Exupéry era conosciuto e stimato, già all’epoca dei fatti, da tutti i piloti per i suoi diversi scritti sul mondo dell’aviazione ed era anche l’autore che più di chiunque altro aveva saputo rappresentare il cielo e i sentimenti di chi sfidava gli elementi a bordo degli apparecchi, tanto che lo stesso Rippert lo riteneva un vero e proprio idolo. La seconda motivazione, alimentatasi negli anni, era il timore di rimanere indelebilmente immortalato nell’immaginario collettivo come colui che aveva ucciso l’autore della fiaba intitolata: “Il piccolo principe” che, tradotta in oltre 250 lingue, sarebbe diventata con il tempo una delle più apprezzate in tutto il mondo.

Ora, dopo più di mezzo secolo, era giunta l’ora di liberarsi da un peso portato per troppo tempo da chi in fin dei conti aveva solamente fatto il proprio dovere di militare.

Rippert racconta in un passaggio dell’intervista che quella lontana notte, mentre sorvolava il Mediterraneo nei pressi di Tolone sul suo Messerschmitt, avvistò un Lightning P-38, un “Mosquito” come veniva simpaticamente soprannominato dai piloti delle forze alleate. Il caccia bimotore, in missione da ricognizione, portava sulla carlinga i colori della bandiera francese e questo bastò a Rippert per decidere di aggiungere un’altra tacca sulla fiancata del suo aereo.

Rino che, come tanti altri, aveva sperato che le leggende sulla misteriosa scomparsa del pilota fossero vere, si era sempre voluto illudere che il suo mito fosse ancora vivo in chissà quale sperduta parte del globo ma ora quella notizia, appresa così amaramente, gli aveva annebbiato la vista e i pensieri. In pochi istanti tutto nella sua testa sembrò tingersi di un viola livido, come la desolazione e lo smarrimento per una perdita inattesa.

Viola, il cui significato etimologico è appunto “intrecciare”, era anche il colore che più volte gli era capitato di associare ad Antoine de Saint-Exupéry e alla sua vita. Una vita nella quale, all’anima romantica e sognatrice dello scrittore, s’era spesso intrecciata quella tecnologica e moderna dell’aviatore.

Come in pittura, per ottenere il viola, si devono mescolare due colori primari, il rosso e il blu; così nella realtà, il rosso della sua passionalità artistica si mescolava con il blu della sua razionalità di pilota. Il viola era un colore che lo rappresentava alla perfezione ma che, proprio per lui, in quella notte del 1944, cambiò essenza e ingredienti, così che, alla riposante accoglienza dell’azzurro, si sostituirono le blu e gelide acque del mare, mentre alla vitalità del rosso, purtroppo, si sostituì il caldo e purpureo sangue dello scrittore.

Tutti quegli assurdi pensieri iniziarono a intrecciarsi in un delirio di disperazione, era come se quella notizia, non annunciasse la morte di un essere umano, bensì quella di un’idea.

Rino aveva amato “Il piccolo principe” fin dalla prima volta in cui lo aveva letto, a soli dieci anni. Col tempo si era impegnato a vivere la sua vita, nel rispetto di semplici regole e così, come nella fiaba, si era spesso fermato a riflettere sul reale significato delle cose e sull’importanza di “creare dei legami”. Il più forte di quei legami, paradossalmente, lo aveva stretto proprio con l’autore di quel racconto che, molte volte nel corso degli anni, si era trovato a rileggere. Era come se un perfetto estraneo avesse saputo mettere, nero su bianco, le istruzioni per la sua vita.

Rino si sentiva molto vicino ad Antoine e la sua complicità con l’autore si arricchiva, grazie ad un’altra passione in comune: quella per la musica classica e per il violino, in particolare. Quello strumento, era stata una vera ossessione per Antoine de Saint-Exupéry; tale da indurlo a far culminare il suo amore per l’arte e la buona musica nell’acquisto di uno degli strumenti più pregiati e costosi al mondo; un vero e proprio pezzo di storia: uno Stradivari del 1718, il “Firebird”.

Non serve essere degli esperti per capire il valore di un tale oggetto. Antonio Stradivari è stato il più grande liutaio di tutti i tempi. Degli oltre mille strumenti che presero vita dalle sue sapienti mani, se ne possono ammirare oggi poco più della metà e solo alcune decine di questi esemplari sono ancora in grado di produrre il mirabile suono che li ha resi un simbolo universale della buona musica. Alcuni si trovano nella collezione privata del re di Spagna, altri in Russia, grazie all’editto con il quale Lenin li confiscò alla nobiltà francese fuggita in seguito alla rivoluzione del 1789. La storia è ricca di accadimenti che hanno come protagonisti questi straordinari oggetti di culto per tutti gli amanti della musica, e non solo, e Rino era davvero fiero che uno di questi pregiatissimi strumenti fosse appartenuto al suo idolo. Soprattutto amava sapere che il “Firebird” suonasse ancora. Gli piaceva pensare che, ogni volta che quelle corde producevano il loro canto, lui potesse sentirlo. Non pensava, agli oltre cento anni che avrebbe dovuto avere perché, Antoine era una “leggenda”, e le leggende non hanno età, così come le idee.

Quella mattina del 2008 però, la leggenda era stata cancellata dalle parole di un vecchio aviatore nazista. Era come se il braccio armato di uno dei più crudeli ideali mai partoriti dalla mente umana avesse annientato per sempre il mito del romanticismo sentimentale. Era come essere rimasti imprigionati, per sempre, nell’atavica paura della solitudine che, nelle pagine de “Il piccolo principe”, era magistralmente descritta.

Nemmeno la musica del “Firebird” poteva ridare vita alla magia di quell’idea. Con la morte di Antoine de Saint-Exupéry, quell’oggetto non era più degno di ricordarla. Per quel motivo Rino provò a farlo tacere per sempre. Perché ormai, solo con il cuore si poteva godere di quell’idea, poiché: “l’essenziale è invisibile agli occhi … e non udibile alle orecchie”.



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Emiliano Baroni