Aria


Fa freddo, molto freddo per essere aprile.

Il vento è tirato, forte.

Già, forse mi dimentico che siamo a 1600 metri d’altezza.

Che strana sensazione stare così, appiattita contro l’erba secca, e lasciare che il vento mi muova, nonostante io gli opponga pochissima superficie. Incredibile la forza delle raffiche: sono sdraiata sulla pancia, distesa secondo la direzione del flusso d’aria, eppure sto oscillando.

Le braccia a novanta gradi col corpo, i gomiti piegati, appoggio il mento sul dorso delle mani, cercando di impedire ai fili d’erba asciutti e resistenti di pungermi la faccia. Sono tutt’una col suolo, piatta e invisibile, ma lui mi scova sempre, questo incredibile movimento d’aria che viene chissà da dove, superando la cima dell’altra collina che mi sta di fronte. Tuttavia sto bene, sono a mio agio.

E’ bello essere qui, così. La giacca a vento fa il suo lavoro, i guanti da neve imbottiti sono caldi e morbidi, i pantaloni foderati sono sufficienti, gli scarponcini… sempre adatti ad ogni stagione. La testa, prua del mio corpo, è ben protetta dal casco e dal passamontagna rosso che durante l’inverno indosso sotto.

Solo gli occhi sono scoperti, due fessure sottili che si sentono raggelare e portare via l’umidità dal getto sempre forte d’aria.

Mi viene da sorridere: sto davvero bene, non vorrei essere in nessun altro posto al mondo, per nessuna ragione.

E’ pomeriggio tardi, la luce comincia a diminuire. Di solito con la sera il vento cala un po’, ma questa qui non è la solita brezza nata in loco dal compensarsi di masse d’aria calde e fredde, quindi non segue la regola. E’ aria che arriva da lontano, chissà quanto, da movimenti molto più ampi che interessano grandi masse atmosferiche. Potrebbe durare tutta la notte.

Rido e mi volto verso i miei compagni. Pare che anche loro non abbiano voglia di rimettersi in moto. Penso che, visti dall’altro, dobbiamo davvero rappresentare un mistero: tre croci colorate stese sulla cima della collina brulla, che saranno? Qualcuno, però, migliore osservatore, noterebbe qualche metro più in là il nostro pullmino con tre custodie lunghe sul tetto e, forse, capirebbe.

Coraggio, alziamoci che viene troppo buio!

Lentamente ci muoviamo, e scarichiamo dal portapacchi i nostri bagagli per disporli secondo la direzione del vento. Poi, ormai del tutto dimentichi del torpore, iniziamo il rito.

Giù le lunghe cerniere delle sacche e fuori i nostri preziosi deltaplani. Rapidi i gesti per fissare il trapezio direzionale, voltare l’aquilone e allargare le ali.

Ognuno dispone con ordine sul prato le stecche di alluminio – le destre e le sinistre – da infilare nelle scanalature della tela di dacron. Le ali le accolgono docilmente e prendono anima, un forma semirigida che le rende elastiche e robuste, capaci di portanza. Fissiamo le torrette coi tiranti di acciaio.

Nessuno ha mai voglia di essere l’ultimo a concludere la procedura, è come se ci fosse una specie di gara a chi è più abile, più pronto. Più impaziente.

Ci aiutiamo a vicenda a mettere in piedi i nostri mezzi e ad agganciare i cavi dei trapezi alle chiglie, obbligati a non farci prendere di sorpresa dalle raffiche che tendono a prevalere sulla nostra forza di braccia e sull’equilibrio che cerchiamo di dare ai deltaplani.

Poi il primo pilota si imbraga e si aggancia all’aquilone, aiutato dagli altri due a raggiungere il punto dove inizia il declivio. Le raffiche di vento seguono una regola, come le onde del mare, hanno ritmi ripetitivi, prevedibili. Lui aspetta che il vento si calmi e così trova l’attimo giusto fra una folata e l’altra per la breve corsa e il decollo. Gli bastano tre o quattro balzi decisi ed è fatta.

Questa volta non tocca a me “fare il recupero”, rinunciare a volare per aiutare anche l’ultimo pilota e portare poi il pullmino all’atterraggio: è compito del nostro amico che ha già volato stamattina. Ora, quindi, è il mio turno per decollare.

Mi infilo nell’imbrago, lo assicuro col moschettone alla fettuccia al culmine del trapezio e imbraccio il deltaplano, con l’aiuto del compagno che mi sostiene e mi dirige qualche passo in avanti, fino al punto sul terreno scelto per partire. Ci siamo, finalmente.

L’aria è fredda e veloce, la luce sta calando ancora e già si vede il rosso del tramonto oltre le colline. Il cuore batte forte, mai tranquillo nella fase di decollo, oggi impegnato più che mai per l’attenzione particolare che ci vuole con questo vento forte.

Una brezza di breve durata prende il posto dell’ultima raffica: vado!

Pochi passi di corsa e mi stacco da terra, non più ostacolata, bensì favorita, dal grande spostamento d’aria che passa sotto e sopra le mie ali. Prendo quota in fretta.

Sotto di me la cima della collina e il mio amico autista che fa ciao col braccio. Tutto intorno, in alto, in basso e in ogni direzione raggiungibile dallo sguardo, quanto di più bello si possa immaginare. E sono felice.

(da Forca di Presta verso il Piano Piccolo di Castelluccio di Norcia, 25 aprile 1985)



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§ # proprietà letteraria riservata #



Mariangela Calabria

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.