Un volo indimenticabile

Dopo un lungo e noioso inverno era grande la voglia di sgranchirsi le ali ed i 300 cavalli racchiusi nel cofano motore del mio F15E “Picchio” scalpitavano, ansiosi di galoppare.

Per quel weekend di fine maggio 2003 mettemmo a punto un programma turistico, addestrativo e culinario molto interessante: partenza dall’aeroporto di Viterbo e, dopo un veloce scalo a Perugia per espletare le allora previste formalità di dogana e polizia, di nuovo in volo diretti a Pola con piano di volo IFR per mantenere “current” la mia arrugginita abilitazione al volo strumentale. Una volta arrivati in Croazia la giornata sarebbe proseguita con la visita della città ed allietata da una buona cena a base di pesce.

Il programma prevedeva di tornare a casa il giorno seguente dopo aver riempito fino all’orlo i quattro serbatoi dell’aereo con dell’ottima benzina avio pagata la metà di quanto costava in Italia.

In questa occasione i quattro posti disponibili erano tutti occupati. L’equipaggio, infatti, era composto oltre che da Alessia, che abitualmente riveste il ruolo di navigatore durante i nostri viaggi, e da Iulia, il fedelissimo cane corso che ci seguiva in ogni spostamento, da mio figlio Giulio che, allenato pilota militare ed istruttore di volo, svolgeva la funzione di pilota di sicurezza.

Decollammo da Viterbo alle 10.15 ed alle 11.40 eravamo pronti a partire di nuovo da Perugia per atterrare a Pola alle 13.00. Tutto si svolse come programmato e la mattina del giorno seguente, abbandonati i panni del turista, andammo all’ufficio meteo dove ci confermarono che il tempo lungo la rotta era buono. Presentato nuovamente un piano di volo strumentale, rifornito l’aereo e fatti i controlli prevolo, staccammo le ruote da terra alle 11.50.

Il Controllo ci autorizzò a salire e mantenere il livello di volo 90 come da me richiesto; era la quota più bassa prevista per quell’aerovia e 3.000 metri erano più che sufficienti per scavalcare l’Appennino. Ormai sembrava di assistere ad un film già visto; il Picchio con i suoi 320 litri di carburante ed il suo carico prezioso in cabina correva veloce verso il VOR di Ancona per poi accostare a destra puntando il VOR di Bolsena con destinazione finale, questa volta, l’aeroporto di Roma-Urbe.

Lasciata la costa, le montagne erano nascoste da una densa coltre lattiginosa apparentemente innocua ma con il passare dei minuti il suo chiarore quasi abbagliante cominciò ad attenuarsi. Il Picchio sobbalzava come un’auto che corre su una strada sconnessa, all’improvviso il parabrezza ci apparve come una lastra di piombo ed in cabina si riusciva a stento a leggere le carte. Da lì a poco iniziò a piovere con violenza e mantenere la quota divenne molto impegnativo.

Niente di grave se la situazione fosse rimasta tale ma il peggio doveva ancora venire: le condizioni meteo continuarono a deteriorarsi e a noi non rimase altro da fare che accendere il riscaldamento al tubo di pitot, per evitare che il ghiaccio lo ostruisse, e ridurre la velocità per attenuare le sollecitazioni all’aereo, non avendo l’F15E altri sistemi antighiaccio né un radar meteo. Nel frattempo la grandine aveva preso il posto della pioggia investendoci a 140 nodi, smerigliando il bordo d’attacco delle ali e ammaccando le alette di raffreddamento del radiatore dell’olio. All’interno il rumore era assordante e, nonostante avessimo le cuffie, per me e Giulio era impossibile comunicare. La turbolenza rendeva il Picchio quasi ingovernabile mentre alcuni fulmini, ignorandoci, ci sfioravano per proseguire verso terra.

Speravo ardentemente che il plexiglass del parabrezza spesso 5 millimetri non si rompesse quando mi voltai per un attimo verso il sedile posteriore. Nella penombra vidi quattro occhi sbarrati che mi puntavano desiderosi di una immediata conferma che tutto andava bene e che saremo subito usciti da quella tempesta; poi vidi che Iulia, nonostante i suoi 40 chili, si era fatta piccola piccola e si era attaccata ad Alessia la quale a sua volta la stringeva tra le braccia. Entrambe tremavano…  non si saprà mai chi delle due trasmettesse il tremore all’altra né se la causa del tremore fosse il freddo, dovuto al brusco abbassamento della temperatura nell’abitacolo, o  qualcos’altro! In quella situazione nessuno aveva pensato di aprire le bocchette dell’aria calda per riscaldare la cabina.

Non sono in grado di dire quanto durò quell’inferno: il tempo si era dilato ed i minuti erano lunghissimi, interminabili. Ricordo soltanto che, attraversata la cellula temporalesca, ci fu un miglioramento repentino ed il cielo tornò sereno.

Alle 13.40 atterrammo all’Urbe dove splendeva lo stesso sole che avevamo lasciato due ore prima a Pola.

A terra, un ultimo sguardo pieno di amore e riconoscenza all’F15E, inconfondibilmente elegante, ed il pensiero corse veloce all’insuperabile genio italiano suo ideatore: grazie Ingegner Frati!


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Sandro Rosati

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