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Racconti degli autori

Da grande farò il pilota

Da grande farò il pilota perché è un lavoro divertente e facile. Ecco perché ci sono tanti piloti in giro.

I piloti non devono studiare molto, devono imparare a leggere i numeri per poter leggere gli strumenti. Credo però che debbano imparare a leggere le carte stradali, per ritrovare la strada se si perdono.

I piloti devono essere coraggiosi, in modo da non spaventarsi se c’è nebbia e non vedono niente, e se perdono un’ala o il motore devono mantenere la calma.

I piloti devono avere occhi buoni per vedere attraverso le nuvole e non possono avere paura dei fulmini e tuoni, perché loro ci vanno più vicino di noi.

Anche gli stipendi dei piloti sono una cosa che mi piace. Fanno più soldi di quanti riescono a spenderne, perché molti credono che volare con gli aeroplani sia un mestiere pericoloso, tranne i piloti che sanno quanto sia facile.

Non c’è un gran che che non mi piaccia, tranne il fatto che i piloti piacciono a tutte le ragazze e le hostess vogliono sposare un pilota cosi loro devono tenerle lontane per non farsi sfinire.

Spero di non soffrire di mal d’aria, visto che soffro di mal d’auto.

Se soffro di mal d’aria non potrò fare il pilota e mi toccherà andare a lavorare.



# dal compito in classe di un bambino inglese di 10 anni #

§§§ racconto disponibile nel web §§§


Anonimo

I francesi la sanno lunga

E’ strano come da un bivio possano dipanarsi strade tanto diverse. Come dallo stesso cuneo, dalla stessa origine, possano generarsi percorsi così divergenti. Come se l’asfalto ad un tratto si fosse alzato e diventato cielo.

Questo pensava Mameli. Con la testa tra le nuvole. In silenzio. In mezzo all’incrocio. Davanti al corpo. Non aveva nulla in mano se non un indizio: una sciarpa gialla da aviatore.

La parola italiana “sciarpa” deriva dal francese echarpe. Grazie alla sua conoscenza delle lingue aveva dunque raccattato in pochi attimi sulla scena del crimine un indizio e una definizione: meglio di pochi secondi prima – quando aveva solo una morta – ma niente di che per iniziare una indagine con la certezza di concluderla con successo.

Non sapeva perchè, ma sentiva però che qualcosa con la Francia quel delitto avrebbe avuto a che fare, i francesi notoriamente la sanno lunga. Come c’entrava qualcosa Barcellona, la città dove viveva da due anni.

Mameli sceglieva da tempo le sue mete girovaghe in base al colore degli aeroporti. Vi spiego.

Firenze era un aeroporto color erba: un aeroporto verde. Malpensa – Terminal 2 – è un aeroporto arancione, intriso come è in ogni dove di insegne Easy Jet. Tra questi due poli, uno romantico e uno pragmatico, c’è stata una gran confusione.

Per tanti anni a Mameli risultò difficile una così netta immagine di colore associata ad un aeroporto, forse perché nei maggiori scali vi è una multiforme presenza di compagnie aeree, di loghi e code colorate. Ma quella sensazione, che si era attutita col passare del tempo, gli tornò immediatamente alla mente una volta atterrato qui, alle porte del Mediterraneo.

Barcelona “El Prat de Llobregat”: l’aeroporto giallo. Avete presente gli aerei della Vueling? Giallo ovunque. Barcellona è il loro hub e la fanno veramente da padrone.

In questo aeroporto transitano ogni giorno, e molti con funzioni di feederaggio, alcune centinaia dei 1.000 voli giornalieri della compagnia che, l’anno passato, ha trasportato più di 114 milioni di passeggeri.

104 sono i velivoli della famiglia Airbus, e per non fare “ingiustizie”, 105 quelli della Boeing. Interessante è vedere la composizione della flotta: dieci sono gli A-330 (più 8 in ordine e tre cargo), altri tre cargo sono A-310, sette invece gli A-340, trentasei A-321, ventotto A-320, e quattordici A-319. Dalla Boeing invece arrivano dodici B-777 e novantatre B-737, dei quali dieci ER, sessantasei -800, quattordici -700 e tre -400. Potete quindi capire perché l’aeroporto potesse a Mameli sembrare giallo.

C’era un solo uomo in città famoso per indossare sciarpe gialle da aviatore: era Gonzalo Alverà, detto Mister Boqueria, lo chef più amato e apprezzato in Spagna e nel mondo per la sua cucina elastica.

Mameli trasse le sue informazioni sul tema da un giornale locale dove veniva ripreso uno stralcio di intervista: “L’unico strumento certo del mio lavoro è l’immaginazione di volare. La mia cucina condensa accumulazione del passato e vertigine del vuoto, compresenza continua d’ironia e angoscia: insomma una fusione in cui il perseguimento d’un progetto strutturale e l’imponderabile senza gravità diventano una cosa sola”.

Il soprannome di Mister Boqueria gli derivava dalla leggenda secondo cui ogni giorno reinventava il menù del suo ristorante dopo aver percorso in lungo e in largo lo splendido mercato a metà della Rambla.

Questa cosa della cucina volante a Mameli proprio non andava giù. Non la capiva. Gli sembrava una cosa troppo intellettuale, per palati fini, per bocche non italiane.

E poi tutta questa meditazione sul cucinare lo sfiancava: lui che non sapeva resistere, che quando gli veniva il trip di cucinare doveva farlo nel primo posto dove trovava un fornello. Lui che quando aveva fame doveva mangiare. E basta. Senza fronzoli.

Da buon italiano, Mameli amava la cucina semplice e genuina. Col lavoro che faceva gli risultava difficile mangiare bene e quindi quando poteva, riuscendo a sganciarsi prima alla sera da una indagine o da un sopraluogo, amava mettere le gambe sotto ad un tavolo e cenare a rotazione nelle diverse trattorie italiane di Barcellona: al Made in Italy, alle Tre Venezie, al Mercante, al Cucina. Ogni tanto inframmezzava una pizza da Gusto.

Niente di particolare, se non che da qualche tempo, a ventiquattrore di distanza esatte dal momento in cui si gustava l’ultimo boccone tricolore, nello stesso posto in cui aveva mangiato, la polizia avrebbe trovato una donna morta.

Con la bocca piena di spaghetti e bendata da una sciarpa gialla da aviatore. Le ragazze erano tutte spagnole, cosa quantomeno bizzarra in una città che pullula di belle ragazze da tutto il mondo.

Se dopo il primo omicidio pensò al caso, al secondo alle coincidenze, al terzo alla sfortuna, al quarto delitto Mameli fu costretto a porsi delle domande, e non semplicemente a darsi risposte ovvie e inutili. Tanto più che il suo superiore, l’ispettore capo Grancan, voleva qualcosa di più concreto di semplici menzogne contraffatte spacciate per ipotesi investigative.

A Mameli questo concetto che un detective dovesse portare dei fatti e non delle argomentazioni non era mai andato a genio. Per lui gli indizi erano fatti di materia setosa. Come le nuvole.

Qualche volta aveva pensato che sarebbe stato perfetto nel suo ruolo al tempo dei Greci. Nel diritto antico il crimine, anche l’omicidio, non è pensato come una minaccia contro la società, che infatti non lo persegue d’ufficio: dunque il detective non agisce in nome della società o della verità, ma su iniziativa, e spesso per un interesse, personale. In questo senso, Mameli sarebbe stato un ottimo detective assente, un formidabile investigatore potenziale. Un imbattibile detective giallo, colore che nell’antica Grecia rimandava proverbialmente alla stupidità e alla follia. Secondo Grancan, invece, il detective era colui che assume su di sé un compito che sarebbe proprio di tutta la società: quello, cioè, di rappresentare la richiesta di giustizia della vittima, che è impossibilitata ad agire di persona in quanto il delitto l’ha soppressa.

Grancan era invasato dei libri di Chandler e voleva un poliziotto. Di un qualunque colore possibile, magari senza onore, ma che fosse un poliziotto. Certo.

Obbligato dal suo capo decise dunque di dare inizio all’indagine leggendo il rotocalco e interessandosi di Mister Boqueria. Il passo successivo fu fare un salto al regno della cucina volante.

Il ristorante era un vecchio hangar poco lontano dalla Rambla completamente ristrutturato; un palazzo di cui era stata sventrata la facciata in modo che, dal pianterreno alle soffitte, tutte le stanze che sulla parte anteriore dell’edificio fossero immediatamente e simultaneamente visibili.

Dai grandi oblò si mostravano quindi la cucina, il magazzino delle cibarie, la stanza dell’occhio (dove il vate seguiva personalmente l’estetica di ogni piatto nella sua presentazione finale), e le zone dei tavoli, distribuiti su tre piani con quello più in alto adornato a mò di suite culinaria.

Data la sua proverbiale pigrizia Mameli non prenotò.

Appena varcata la porta, gli parve di essere piombato al Camp Nou prima della mitica sfida col Real Madrid, tanta era la gente che attendeva il proprio turno.

Non presentandosi per quello che era – uno sbirro improbabile – gli venne regalata una anticamera di un’ora, sul modello della coda al controllo passaporti all’aeroporto di Tel Aviv. C’è da dire che, se si fosse dichiarato, probabilmente l’avrebbero cacciato in malo modo.

Comunque era martedi, il giorno del menù giallo; decise di ingannare l’attesa riflettendo tra sé e sé sui vari significati del colore. Gli sarebbe sicuramente servito.

Quando si sedette – tavolo rigorosamente da uno – gli presentarono nell’ordine: un timballino di cueso affumicato in salsa di zafferano; un merluzzo marinato protetto in una carlinga di peperone giallo; dei mini trolley di pollo annegati in una julienne di cipolle aromatizzata alla curcuma; e per finire uno zabaione caldo profumato al limone.

Non poté scegliere. Il menù era imposto.

Avrebbe voluto uscire pensando con leggerezza orientale che il giallo era il colore del sole, della fertilità, della regalità … invece aveva mangiato poco, e aveva ancora fame, per cui la sua mente italica si accese su una immagine da immediato dopoguerra, in cui il giallo era la tinta di alcune malattie quali l’itterizia, le manifestazioni d’avvelenamento o le nausee.

Avrebbe dovuto scoprire qualcosa di più. Qualcosa di significativo. Se non altro perchè non avrebbe sopportato un altro pranzo più inutile e avvilente.

Mister Boqueria cominciava dunque a stargli veramente antipatico: la cucina in volo perenne – invece che un sottile miracolo di equilibrio – gli sembrava un modo per riprendersi il sapore indietro prima che l’avventore avesse la soddisfazione di gustarlo. Insomma: una arte disonesta.

Se avesse avuto solo un po’ di coraggio – e di orgoglio nazionalistico – quello che avrebbe dovuto fare sarebbe stato sabotare il ristorante esponendo all’esterno una bandiera gialla d’avvertimento per i malcapitati adepti dello chef, come si faceva nelle città dove era scoppiata una epidemia o sulle navi che avevano a bordo gli appestati. Oppure avrebbe dovuto prendere a prestito la segnaletica gialla delle piste di atterraggio, per indicare al popolo ignaro, di non andare a quel ristorante.

Ingrugnito dal languore, decise che il modo migliore per pensare al da farsi sarebbe stato una bella passeggiata di metà pomeriggio sul lungomare che porta a Barceloneta.

Al limite, se proprio non gli fosse venuta nessuna idea, poteva almeno ritemprarsi gli occhi sbirciando qualche schiena femminile intenta a fare jogging. Era inizio aprile, una stagione magnifica a quelle latitudini: temperatura incerta tra venti e venticinque gradi, brezza delicata in viso. Il sole era talmente bello e forte che pareva in grado di sfumare di giallo tutto il cielo: la sua illuminazione radiante, il suo uscire da una sorgente centrale per sfaldarsi in tutte le direzioni, spostandosi dal centro verso l’esterno, disegnava un impulso centrifugo di apertura, liberazione e fuga.

Un senso di estroversione, un aspetto gioioso e vivace, sereno e leggero, che Mameli invidiava tantissimo.

Mentre era davanti al Mare Nostrum, guardando la statua di Cristofolo Colombo pensò che, nonostante il fastidio comportatogli dalla sola idea, era necessario fare un’altra visita a Mister Boqueria: stavolta non per assaggiare i suoi furti culinari, ma per fargli le fatidiche domande che aveva imparato dai film americani un vero detective non può derogare.

Si preparò al colloquio di tutto punto, stavolta: indossò il suo completo migliore, estrasse dall’armadio delle scarpe italiane di marca (una delle poche prove rimaste del fatto che anche lui avesse avuto anni fa un matrimonio) e – come fanno i guerrieri Masai – dipinse il suo corpo e il suo distintivo di giallo ocra per prepararsi alla battaglia. Lo fece con un pennarello delebile.

Dopo una breve indecisione, e molte prove davanti allo specchio, optò alla fine per non indossare un gilet da apemaia copiato da alcune tribù degli Indiani d’America, che con questo stratagemma ritengono di poter ipnotizzare il nemico.

Forse un avvertimento sul fatto che anche lui, come le vespe, nascondeva sotto la buccia un pericoloso veleno non sarebbe stato del tutto inopportuno, visto il risultato dell’interrogatorio.

Il profeta della cucina per finta si presentò attorniato da tre servi sciocchi: una addetta stampa vestita da hostess ma col canino in evidenza, cinquantenne ex franchista con evidente sindrome da menopausa aggressiva; uno steward del marketing, con troppo gel e troppi capelli per non risultare antipatico; e un guru spirituale con saio damascato e sandali post francescani, una sorta di Demis Roussos senza la precedente gloriosa carriera negli Aphrodite’s Childs tale da giustificarne la presenza in scena.

Vi risparmio i dettagli. In definitiva, il succo è che Mister Boqueria, affossato coi suoi 140kg in una poltrona da sovrano tipo Diamond Luxury First Class di Etihad, non mi disse nulla, se non chiedermi se mi era piaciuto il pranzo di due giorni prima, e a seguire pontificare la superiorità della sua cucina su quella italiana, capace secondo lui solo di rienventare sino alla noia la stessa pastasciutta, lo stesso spaghetto al pomodoro.

Ah dimenticavo: c’era pure l’avvocato – un principe del foro catalano conosciuto soprattutto come famoso puttaniere ma con amicizie molto in alto – che dopo la mia prima domanda mi bloccò violentemente ogni possibilità di procedere citando a caso articoli del codice civile, penale e aereonautico che non conoscevo, ma che sembravano perfetti a salvaguardare il suo assistito da ogni accusa anche solo velata o pensata.

Uscii se possibile più incarognito di quando ero entrato, quasi che il pennarello mi avessse creato istantaneamente una allergia diffusa tale da costringermi a grattarmi ovunque.

Decisi di annegare la tristezza e la rabbia sparandomi un pane&tomato alla prima taperia dietro l’angolo, con un piattino di jamon serrano e un bicchiere proletario di Torres. Non mancai di sporcarmi la camicia, mi succedeva sempre quando ero nervoso, oppure quando facevo le cose soprapensiero o in trance musicale.

Amavo Paolo Conte alla follia, la sua musica mi permetteva di sentirmi italiano e internazionale allo stesso tempo. Un italiano vero. Umile ma eccellente. Legato a poche parole bofonchiate ma capaci di tradurre attimi, donne, immagini, palpiti. Quando lo ascoltavo deambulavo saltando per la casa come un bambino, e alcune mie compagne casuali mi hanno confessato che lo cantavo pure di notte nel sonno e a volte mi alzavo sonnambulando e facendo cose che non avrebbero potuto descrivere nè ricordare. Mi faceva sentire meno straniero, nella appartenenza e nel linguaggio: io che non parlavo ancora bene il catalano dopo due anni di Barcelona.

A volte mi sembrava addirittura di non possedere un corpo, o perlomeno di una sembianza fisica codificabile dai catalani come tale: mi sembravo fatto di solo pensiero e nuvole. Ma allora: perché avrei dovuto combattere il crimine per una società che non mi aveva dato mai vera cittadinanza? Per un capo che odiava il mio modo di esprimermi, i miei borbottii da balbuziente ai limiti della crisi del linguaggio?

Il problema era capirsi. Non mi capiva Barcelona. Non mi capiva Grancan. Non mi capiva Mister Boqueria. Non mi capivano le donne.

Così, senza contatti sociali se non quelli creati dai miracoli della musica nella mia testa, regredivo praticamente all’età della pietra. Dialogavo solo con gli uccelli, e peraltro anch’essi molte volte non mi rispondevano, frustrando l’amore che ad essi rovesciavo addosso.

Da qualunque parte guardassi, mi trovavo immerso in una costante idea di incertezza, nell’intestino turbolento di un sistema instabile nel quale il mio minimo errore si amplificava.

Questa indagine, nella sua natura inafferrabile, riaffermava l’impossibilità di confinare il mondo – e ciò che in esso accade – entro i limiti della conoscenza umana.

Era tutto troppo ingarbugliato, non poteva esistere un metodo: se non quello di interrogare gli alieni col telescopio e chiedere loro consiglio. Dallo spazio, direttamente dalla loro astronave, mi restituirono prontamente la risposta che mi serviva. Molto terrena: pagai un testimone che incastrò Mister Boqueria. Lo fece sbattere in prigione e il giorno dopo i giornali erano pieni della notizia strillata in prima pagina. Rimase in carcere tre mesi, nel corso dei quali dimagrì 45 chili.

Nel frattempo – a dimostrazione che il mondo degli chef è un mondo di squali – i messaggi di delazione si erano moltiplicati e quindi Alverà, incarcerato senza alcun motivo e solo grazie ad architetture tipiche della retorica aristotelica o dei kamikaze giapponesi più che dell’investigazione moderna, piano piano stava diventando il perfetto colpevole.

Decisi di festeggiare la vittoria tornando trionfalmente al mio ristorante italiano preferito. Era tanto che non lo facevo, se non ricordo male dall’ultimo omicidio. Fu una serata memorabile, alla fine estasiato dalla sensazione di essere riuscito nella mia impresa arrivai addirittura a brindare con me stesso.

Senonchè ci fu un nuovo delitto. Inatteso. Ventiquattr’ore dopo.

Alverà fu scarcerato immediatamente grazie alla sagacia violenta del suo avvocato (e per amor di giustizia ed etica santiddio): era un uomo nuovo. Dimagrito, sobriamente elegante, innamorato della vita e di una nuova donna (una secondina con l’hobby della poesia) che aveva conosciuto in carcere. Mi scrisse pure una lettera di ringraziamento, che era dolce e priva di acrimonia.

Non avrei voluto essere Mameli quel giorno davanti a quella lettera. E non vorrei essere stato Mameli quel giorno davanti a Grancan: invece lo ero, e mi spaccò la faccia di insulti. Dovevo farmi venire un’idea. Dovevo escogitare un piano di volo per uscire dalla turbolenza dove mi aveva ben relegato la realtà dei fatti.

Mi serviva il giallo come una sorta di lampadina che si accende, un insight, una presa di coscienza finalmente chiarificatrice. Mi convinsi che il colpevole doveva per forza provenire da quella stanza dove avevo incontrato Alverà.

Andai per esclusione: il guru non poteva essere: troppo laido e ben pagato per le sue conoscenze esoteriche per sporcarsi le mani nei vicoli del barrio a ficcare spaghetti in gola alle donne. Al limite poteva servirmi se avessi deciso di farmi aprire il chakra giallo, corrispondente al plesso solare e alle funzioni legate all’attività dell’intelletto. Ma non mi conveniva capire troppo.

Meglio puntare sugli altri due e decisi di torchiare per primo quello più debole: lo steward con troppo gel e troppi capelli. Per compiacere Grancan, da buon marlove dei poveri lo feci sequestrare mentre era in sauna e lo feci tradurre nel mio squallido ufficio vicino a Santa Maria del Pì. Mi preparai sul retro di un sacchetto per il vomito di Air France la frase di benvenuto: “questa lampada che ti pianto in faccia può illuminare o accecare, riscaldare o bruciare; può essere annuncio di decadenza e dell’approssimarsi della morte, il colore dell’Ovest e del declino”.

Ero verde di cattiveria. Avevo le tonalità luride dello zolfo e della bile. Ero diventato il polo negativo del giallo: aspro, pungente, acido. Ma lo zolfo è un minerale che brucia senza fiamma, una falsa fiamma dunque. E anch’io alla fine mi accorsi di far paura solo a me stesso.

Il malcapitato mantenne invece – nonostante lo shock – una certa buona educazione, e con ottima sintassi – gesticolando come ad indicare le uscite di sicurezza – mi confermò la sua innocenza e il suo alibi di ferro per tutti gli omicidi. Era sempre da qualche parte in compagnia di qualcuno che avrebbe potuto testimoniare a suo favore.

Passai allora con decisione a spremere la addetta stampa pseudo gestapo. Con lei cambiai strategia, decisi di sorprenderla a casa dove magari avrei potuto pizzicarla nel bel mezzo di un gioco erotico sadomaso. Era così, avevo fatto centro.

Sfondando la porta come avrebbe fatto Robert Mitchum mi trovai nel bel mezzo di un sabba impazzito: lei vestita di lattice nero e appesa con anelli medievali ad una trave del soffitto, veniva frustata da un giovane pilota barbuto e capellone ancora in divisa.

Lei era ciò che di peggio poteva esistere: falsa, carica di invidia e rancore. E aveva un chiaro movente: ex starlette del cinema vicino alla dittatura, aveva dovuto subire un rapido e lacerante oblio per non essere imprigionata all’arrivo della democrazia.

Si era reciclata, cambiando identità e look, nel mondo delle agenzie di comunicazione e delle pr giungendo poi al dorato esilio di Mister Boqueria. Inoltre, come aggravante decisiva, da giovane aveva avuto esperienze di spettacolo nel tradizionale Teatro di Pechino, dove il trucco giallo degli attori indica la crudeltà, la dissimulazione ed il cinismo.

Era perfetta come colpevole. Ideale anche per la società che in quel modo avrebbe finalmente sconfitto non solo una pericolosa pervertita, ma anche lo spettro della dittatura franchista di cui era stata la pin up più odiata.

Era malata della sua trasgressione, non poteva farne a meno, nemmeno per una sola sera … e questo la salvò. Infatti a suo discarico snocciolò la lista dei suoi persecutori – tutti piloti giovani, capelloni e anarchici appartenenti a varie compagnie di bandiera – da cui si faceva picchiare, a volte in orge di gruppo.

Ogni dannata notte, un festino con annesso gatto a nove code ratificava un diverso check-in fetish e quindi la sua assoluzione.

Cazzo, pensò Mameli, possibile che tutti sono sempre con qualcuno quando avvengono i delitti? Possibile che l’unico ad essere solo e senza alibi sono io? Se il giallo è il colore dell’olfatto, cominciava seriamente a sentire puzza di sconfitta.

Ne ebbe ancor di più la certezza dopo i miliardi di calci in culo che gli dedicò amorevolmente Grancan alzandolo letteralmente dal suolo.

L’ispettore capo, pur ascoltando i racconti di Mameli, pur amando il modo col quale aveva compiuto gli interrogatori e sfondato le porte, ormai non credeva più alle sue parole, o meglio ai suoi mugugni. Che assomigliavano sempre più alle comunicazioni sbrecciate di una scatola nera.

Persino i fonemi elementari in catalano scarso li catalogava automaticamente come pura invenzione.

C’erano stati cinque delitti. Tutti uguali. E non c’era lo straccio di una prova per arrivare al colpevole. Ma se decollare è facoltativo, atterrare è obbligatorio: non solo per un pilota, anche per un detective.

Evidentemente, ormai era chiaro che Mameli viveva nel suo mondo e non riusciva a far partecipare nessun altro dei suoi pensieri. Quando ci provava, i risultati erano quantomeno disastrosi. Con Grancan terrificanti. Decise allora che era meglio tagliare la corda: meglio un’altra città, altre persone, altre solitudini. Altri aeroporti con un colore più rassicurante e meno appuntito.

Il giallo che si sentiva ora sulla pelle era infatti il pigmento dell’emarginazione e di quanti venivano ripudiati, fossero essi mendicanti o eretici, prostitute o traditori: come Giuda Iscariota.

Diede le dimissioni, e in meno di un quarto d’ora liberò il suo monolocale delle cose misere che in due anni vi aveva raccolto. Aprendo l’armadio rivide cinque camicie che senza saperlo aveva accantonato in un angolo, tutte con delle macchie di rosso. Non era tomate. Non era pomodoro.

I francesi in questi casi dicono: rire jaune, ridere giallo, quando si reputa uno scherzo non divertente. Paolo Conte lo sa. Lui conosce i francesi. I francesi la sanno lunga.

Passo e chiudo.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Emanuele Finardi

Un decollo risicato

Me ne stavo nel piazzale antistante l’hangar dell’Aeroclub di Palermo, crogiolandomi al sole mattutino in una comoda sdraio. Anzi, sonnecchiavo nell’attesa del primo allievo della giornata.

Arrivò, invece, un visitatore che non conoscevo, il quale mi fece aprire gli occhi; mi alzai a fatica, per usuale educazione, non senza averlo prima squadrato dalla testa ai piedi: era un uomo di mezz’età, con una folta barba nera, ben vestito e, per quello che si poteva vedere, abbronzatissimo.

Gli porsi la mano ed egli si presentò spiegandomi che era un commerciante di vini, che spesso si era recato in nave a Pantelleria, la bella isola a sud della Sicilia, dove aveva acquistato grosse partite di vino zibibbo (ecco perché mancava nei negozi di Palermo!) e, questa volta, se possibile, avrebbe preferito andarci in volo.

Gli spiegai che l’Aeroclub non poteva svolgere attività commerciale né trasportare fusti di vino a bordo dei propri piccoli apparecchi.

Mi rispose che lui li avrebbe solo contrattati mentre l’azienda vinicola, che anch’io conoscevo, glieli avrebbe spediti come sempre aveva fatto.

Trascurai, a questo punto, la faccenda “voli commerciali” e che, sì, potevamo andarci, purché pagasse, mio tramite, la tariffa oraria che avrei dovuto pagare io.

Non ebbe alcun problema ad anticipare quella stimata per le due ore previste, relativa al Cessna 206, quello con cui di solito lanciavo i paracadutisti. Speravo, peraltro, di comprare, a prezzo di commerciante, una cassa di bottiglie speciali che avrei potuto stivare a bordo.

Il giorno prima c’era stato scirocco violento; quel giorno calma piatta anche a Pantelleria: strano, lì è sempre ventoso. Rassicurato, comunque, dall’Ufficio Meteorologico Aeronautico, fatto il pieno al Cessna e tornato sul piazzale, un collega pilota mi chiese se poteva venire con noi. “Certo”, gli risposi, “ti siedi a destra e quello lo facciamo accomodare dietro”.

Allineato per pista 35 che punta più o meno a nord, verso le case a due o tre piani della Palermo periferica, osservai che la manica a vento era penzoloni, non un filo di vento perciò, e iniziai la corsa di decollo.

Appena staccato alla giusta velocità di 80 nodi (circa 150 Km/h, ndA) di colpo l’indice dell’anemometro scese a 40: stallo!

Giù il muso e un istante dopo tornò a 80!

Non potevo atterrare perché la pista è corta e per giunta in discesa.

– La cosa si ripeté un paio di volte; passai a pelo delle case e, qui, l’apparecchio iniziò una ripidissima salita. A quel punto, l’amico seduto accanto (che in seguito divenne pilota professionista), rimasto silenzioso avendomi visto lavorare con calma e decisione, mi disse: “Non ti voltare, a quello la barba è diventata bianca!”

Gli risposi di rassicurarlo perché saremmo subito rientrati per pista opposta.

Nessun problema, infatti, con le eventuali raffiche in prua: avevo subito capito che eravamo stati investiti in coda da forti raffiche di scirocco, con effetto wind shear che toglie velocità all’aeroplano!

Seppi poi che mentre staccavo le ruote dalla pista, in quell’istante era arrivata in Aeroclub (troppo tardi) una telefonata dall’operatore meteo che diceva pressappoco così: “ Non fatelo decollare, ci sono 70 nodi a Pantelleria!”

Giuro, meglio volare fra le nuvole che con un ventaccio così!



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Michele Gagliani

Cielo senza confini

Tutti i lunedì, martedì, eccetera (che monotonia!) me ne vado al Club Albatros, dove faccio l’istruttore VDS (Volo da Diporto Sportivo) con un apparecchio tubi-e-tela capace di decollare e atterrare in metà della pista in terra battuta lunga non più di quattrocento metri. Per arrivarci mi faccio ogni giorno centoventi chilometri, fra andata e ritorno, con la nuova utilitaria che nel giro di un anno ne ha superato cinquantamila … e ancora devo finire di pagarla!

Quel memorabile sabato, 1° Giugno 2002, ero ancora solo e, guardando il cielo parzialmente nuvoloso, cominciai a sognare ad occhi aperti ripensando ad un volo speciale fatto qualche tempo prima.

Un volo fantastico, fuori dal tempo e dallo spazio: ero sopra e fra le nubi, in una bianca e sinuosa valle incassata fra picchi illuminati dal sole e dall’arcobaleno! Una strada infinita, con tunnel di bambagia in cui si entrava, per uscirne in curve iridescenti, poi giù a capofitto in burroni senza fondo che sfociavano in canyon risalenti verso la luce, vivida, abbagliante, in anfratti misteriosi con stalattiti e stalagmiti trasparenti! Quell’aereo ultraleggero, con motorino da ottanta cavalli, saliva e volteggiava come un angelo, magnifico, elegante, superbo.

Mi svegliò dal torpore in cui ero caduto un amico pilota, per chiedermi se poteva usare anche i miei bidoni per rifornire di benzina alcuni ultraleggeri diretti a Trapani: l’indomani avrebbero fatto scalo tecnico sul nostro campo.

– Verrò ad aiutarti: ma dove vanno? A Trapani? Non mi pare che ci siano campi di volo o aviosuperfici da quelle parti … evidentemente non sono aggiornato.

– Ma no, gli amici di Siracusa andranno a Trapani Birgi!

– L’aeroporto militare di Trapani? Stai scherzando? Su Trapani atterrano gli aerei di linea, ma è vietato a quelli da turismo … figuriamoci agli ultraleggeri! –

Pensavo, intanto, alle difficoltà incontrate in passato per farci qualche trasferimento da Boccadifalco, l’aeroporto minore di Palermo, sede di Aero Club: occorrevano speciali autorizzazioni rilasciate dal competente Ministero, da citare nei piani volo, e con gli aeroplani ci si poteva andare soltanto nei giorni prefestivi e festivi (ma non sempre) quando gli F.104 di stanza a Birgi, pur sempre in stato d’allarme, riposavano un tantino! Già allora era obbligatorio il trasponder, affinché gli operatori radar potessero facilmente individuarli; mentre ora una formazione di apparecchietti, neanche forse muniti di radio, poteva impunemente andarci?

– Impossibile, tu mi prendi per i fondelli …

– Non sto scherzando, te lo giuro! Anzi, sono stato invitato ad aggregarmi: vuoi venire con me? –

L’amico, che è sempre stato persona seria, possiede un ultraleggero migliore del mio, più veloce, sempre lucidato a specchio, e mai mi ha imbrogliato: devo credergli e, naturalmente, accetto con cauto entusiasmo. Mi toglierò lo sfizio di scendere su quello scalo proibito? Chissà! Sarà vero che questi altri amici sono autorizzati?

– Certo è – m’informa – che si tratta di volatili in gamba. Alcuni di loro hanno fatto un incredibile Raid fino a Capo Nord, altre volte sono andati a Malta … Ma sì, sono anche atterrati a Sigonella, l’aeroporto militare di Catania e base NATO!!! –

Ricordo d’essermi battuto come un pazzo, in quegli anni, per scendere con l’ultraleggero sul vecchio scalo di Boccadifalco e non ci sono riuscito, pur essendo allora pilota d’aeroplano e presidente del locale Aero Club.

Quest’aeroporto era proibito (ora non so) anche ai piloti di Aviazione Generale provenienti da altre sedi: aperto per loro soltanto in occasione del Giro Aereo Internazionale di Sicilia che si svolge ogni anno, fin da quando era prova valevole per il campionato mondiale di velocità.

Non c’era una logica in tale proibizione, considerato che in tempi non lontani chiunque poteva arrivarci in volo, anche in presenza di un reparto dell’Aeronautica Militare trasferitosi poi a Trapani.

A onor del vero, alcuni di noi avrebbero potuto volarci con gli ultraleggeri, in occasione di manifestazioni sportive o di protezione civile, a condizione di portarceli smontati: pura follia! E questi se ne vanno impunemente a Trapani Birgi? Cose da pazzi, non c’è più mondo!

Domenica 2 Giugno, alle sette, percorsi i soliti sessanta chilometri, sono già al campo, piazzo la manica a vento, controllo che non vi siano ostacoli in pista e sistemo i bidoni vicino alla porta dell’hangar.

Il nostro apparecchio, già pronto, morde il freno dell’attesa. Finalmente arrivano, uno dopo l’altro, e sono in DIECI! Ordinatamente atterrano per pista 24, essendoci un venticello da ovest, ed ho il mio daffare per aiutarli a parcheggiare nei modesti spazi del nostro campo.

Hanno tutti fretta di rifornire perché: “Abbiamo una finestra che occorre rispettare”.

Rapide spole, dunque, con le nostre auto stracariche di bidoni, fra campo e distributore più vicino, dove ci serviamo abitualmente.

Apprenderò che ai siracusani si sono aggiunti i catanesi; le due formazioni, riunitesi in volo e lasciato l’Etna alla loro sinistra, hanno tagliato nell’entroterra puntando su Capo D’orlando per proseguire lungo la costa tirrenica fino al nostro campo, dieci chilometri a ovest di Cefalù. A loro si uniranno adesso un palermitano ed un oriundo messinese (io): il volo affratella, non c’è dubbio!

Eseguiti i rifornimenti, ancora incredulo, decolliamo in coda al Gruppo.

Dopo cinquanta minuti di volo siamo a Birgi e posiamo dolcemente le ruote su quella pista liscia come un tavolo da bigliardo. Quindi rulliamo per alcuni chilometri raggiungendo, con i motori surriscaldati, il piazzale dell’aerostazione civile; entriamo e siamo accolti con entusiasmo dai gestori del bar (che raramente vedono tanta gente insieme) e con estrema cortesia dalla Società di Gestione, cui tuttavia, prima di ripartire, dovremo pagare l’handling normalmente richiesto ai piloti degli aeroplani: ma è da dire che, oltre a disbrigare le formalità di “rito” (modulistica, documenti, eccetera) hanno messo a nostra disposizione un pullman che, attraverso lo spettacolo delle saline, ci ha condotto in un ristorante prospiciente l’incantevole isola di Mozia e, più tardi, è tornato a riprenderci.

Rivedere gli undici apparecchi ordinatamente allineati sul grande parcheggio altrimenti vuoto, col monte Erice sullo sfondo di quell’abbacinante scenario azzurro, è stata per me (e giurerei per tutti) un’emozione fortissima.

Il decollo, poi, dell’intera formazione condotta dal leader di turno, mi rese soddisfatto e felice come un bambino impunito che aveva appena rubato la marmellata!

Grazie agli organizzatori di quel volo eccezionale, ho ritrovato la speranza di un cielo senza confini e recinzioni!

Mi resta, intanto, il bellissimo papiro regalatomi dal Presidente dell’Avioclub di Siracusa raffigurante un giallo biplano che sorvola il teatro greco di quell’antica Città: mitico dono d’ali per raid ritenuti impossibili!



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Michele Gagliani

Sono io la regina del cielo

aquila zaira con ali spiegate

Volare sopra le cime di quei monti, in un cielo sempre azzurro e dove le nuvole sembravano appena uscite da un lindo bucato, a Tomas piaceva da matti. Nella città, ai piedi di enormi montagne, dove prima viveva, c’era troppa confusione e lo smog, che ormai era diventato una nebbia perenne che avvolgeva tutte le stagioni, non gli piaceva affatto e così decise di trasferirsi su quella lunga catena di monti per consegnare missive urgenti da una cima all’altra.

Con il suo piccolo aereo gli bastavano pochi metri per atterrare e decollare e poteva consegnare la posta anche a Melania, una strana e bisbetica cicogna che aveva scelto di vivere su quelle vette in attesa della pensione ormai vicina.

L’acrobazia era la sua passione e nel tempo libero non faceva altro che allenarsi. Looping, chandelle, tonneau, vite, fiesler, insomma, non c’era figura che lui non conoscesse ed era diventato talmente bravo che tutti dicevano che volava ancor meglio delle aquile, da sempre considerate le “regine del cielo”. Le sue giravolte erano veramente straordinarie, sembravano dei quadri d’autore dipinti nel cielo e la sua fama aveva fatto il dipinti giro del mondo.

Le aquile, però, erano piuttosto scocciate di quella diceria, perché dicevano che non poteva esistere nessuno al mondo che volasse meglio di loro e aspettavano l’occasione buona per potersi sfidare con lui.

Tomas aveva comperato uno strano marchingegno, di ultima generazione, che mise al posto della vecchia strumentazione, così poteva finalmente navigare tranquillo senza più guardare la bussola e tutte quelle mappe che richiedevano sempre continuo studio e impegno. L’aveva pagato caro quel “cervelletto”, come si divertiva a chiamarlo, però funzionava meglio di mille cervelli e occhi messi assieme.

Quella mattina, Tomas, doveva consegnare una lettera molto importante, a un signore che abitava sulla cima più alta di quei monti e che distava parecchie miglia. Non gli era mai capitato di volare così lontano, ma con il suo “cervelletto” non era un problema, ci avrebbe pensato lui a portarlo a destinazione e così poteva tranquillamente leggere un libro o sonnecchiare se la stanchezza lo avesse sopraffatto.

Tomas incontra Melania

Stava appunto sfogliando una rivista quando incontrò lungo la rotta Melania, la strana cicogna con la quale aveva avuto un battibecco per via dei suoi pettegolezzi. Raccontava a tutti che si era montato la testa con quel marchingegno e che non era più lo stesso, ma nonostante ciò provò un senso di compassione nel vederla conciata in quel modo.

La poverina era ormai esausta e a stento riusciva a tenere il fagottino che portava appeso al suo lungo becco. – Melania, ma dove stai andando? -, le gridò – Non lo sai che da quella parte non c’è niente e che il posto più vicino dista un sacco di miglia? Sali sul mio aereo che ti porterò dove devi andare, ma devi sapere che lo faccio solo per quel povero fagottino, perché tu, cattiva come sei, non meriteresti un bel niente. –

Con grande fatica riuscì a sistemarsi dentro l’aereo e dovettero lasciare pure la capotta aperta perché il suo becco era più lungo del piccolo abitacolo.

– Hai ragione, – disse confusa Melania,  – però sono solo pettegola e non cattiva. Comunque sei stato veramente la manna piovuta dal cielo e ti ringrazio. Alla mia età non avrei mai dovuto accettare questo incarico, ma la mia cliente è da tanto che aspetta il mio arrivo e non posso deluderla. Ti faccio una confidenza, però devi giurarmi che non lo dirai a nessuno. E’ la seconda volta che il senso d’orientamento mi tradisce e mi sento molto avvilita. Pensare che, pur di rispettare gli impegni, ho volato anche in mezzo alle bufere più terribili e me la sono sempre cavata. Sono convinta che anche questa volta è colpa della stanchezza. Se mi fossi riposata un po’ non sarebbe successo e ti dirò che ho fatto bene ad anticipare la partenza, così avrò tutto il tempo per riprendermi. Mia madre diceva sempre: “C’è un tempo per ogni cosa e ogni cosa a suo tempo” e devo dire che aveva proprio ragione!  –

– E’ vero – rispose Tomas, – quello che diceva tua madre è giusto, però ti capisco perché anch’ io avrei fatto la stessa cosa. Gl’impegni sono impegni e bisogna rispettarli. Stai tranquilla che arriveremo dalla tua cliente in tempo. –

Consegnata la lettera partirono subito alla volta della nuova destinazione, ma all’improvviso il marchingegno smise di funzionare. Tomas non sapeva cosa fare, non aveva la più pallida idea di dove si trovasse e la rotta giusta, per arrivare a destinazione o tornare in dietro, senza nemmeno l’aiuto di una bussola non l’avrebbe mai trovata.

Tomas vola con Melania a bordo

Sgomento guardò Melania e la pregò d’indicargli quale rotta seguire e lei, che non si era nemmeno accorta di quello ch’era successo, gli disse: – Scusami Tomas, ma sei scemo o lo fai apposta ? Ti ho appena confessato cosa mi è successo e tu mi chiedi che strada dobbiamo fare. Chiedilo al tuo “cervelletto” che hai sempre detto che funziona meglio di cento cervelli e cento occhi messi assieme.  –

– Melania, – rispose confuso Tomas,  – non so cosa sia successo … e va bene, se proprio lo vuoi sapere ti dico che il “cervelletto” non funziona più, la mia vecchia bussola è finita nel bidone della spazzatura e ora non so più dove andare. L’unica soluzione é fermarci su quel prato d’avanti a noi, con la speranza che passi qualcuno a cui chiedere aiuto, altrimenti saremo costretti a dormire qui.  –

– Senti Tomas,  – ribadì innervosita Melania, – accidenti a te e a quel maledetto marchingegno. Adesso dimmi come faccio ad arrivare dalla mia cliente e poi scordati che dormirò all’agghiaccio perché per i miei reumatismi non va assolutamente bene. Devo dire che sei stato proprio uno sciocco a fidarti di quel marchingegno e avevo ragione a dire che per colpa sua avevi perso la testa, o meglio, la bussola. Non avresti mai dovuto abbandonarla, lei non ti avrebbe mai tradito. Adesso, caro mio, datti da fare perché se il fagottino non arriverà a destinazione ce l’avrai sulla coscienza. –

– Melania – rispose Tomas, – hai ragione, ma non mi sembra proprio il caso di metterci a litigare adesso. Cerchiamo invece di trovare una soluzione per toglierci da questo pasticcio prima che faccia notte. Il sole sta calando a ovest e so che da quella parte non c’é niente, però se andiamo verso est sono sicuro che troveremo qualche paesino dove poter dormire e magari chiedere a qualcuno se ci presta una bussola per proseguire il viaggio. Arriveremo dalla tua cliente domani e non credo che sia un problema visto che sei partita in anticipo.  –

Tomas Melania e Zaira

Stavano risalendo sull’aereo quando sentirono una voce provenire da poco lontano. Era un’aquila che, con tono melenso, disse loro: – Scusatemi amici, mi chiamo Zaira e non ho potuto fare a meno di ascoltare le vostre lamentele. Non lo dico per vantarmi, ma conosco questi monti come le mie tasche e solo io posso aiutarvi. Se seguirete le mie istruzioni, arriverete a destinazione in poco tempo. –

– Grazie bell’aquila, – rispose contenta Melania, – sei proprio un miracolo piovuto dal cielo, non ci poteva capitar di meglio e lo so bene che non c’è nessuno che ci possa indicare la strada giusta meglio di te. –

Tomas, però, era molto titubante e non sapeva se accettare o meno il suo aiuto. Da tempo girava voce che le aquile, prima o poi, glie l’avrebbero fatta pagare per avergli usurpato il titolo di “regine del cielo” e così le disse :  – Ti ringraziamo molto Zaira per la tua disponibilità ad aiutarci, ma abbiamo deciso di fermarci qui perché ormai è tardi. Ripartiremo all’alba, Melania ha solo bisogno di riposare un po’ per riattivare il suo senso d’orientamento.  –

– Ma Tomas, cosa dici! – intervenne concitata Melania, – ma sei impazzito? Non possiamo assolutamente perdere questa occasione. Non sono certa che il mio orientamento tornerà a funzionare e anche se tornasse mi sento troppo stanca per volare. Ti prego, accetta il suo aiuto altrimenti non arriveremo mai da nessuna parte. –

– Allora, – urlò scocciata Zaira, – volete decidervi o no! Sto andando di fretta e non posso aspettare la vostra decisione. –

– Va bene, va bene, – rispose Tomas, – però sappi che, se accetto il tuo aiuto, lo faccio solo per Melania. Avanti, indicaci pure la rotta che partiamo subito.  –

– Andate dritti – cominciò a dire Zaira, – verso la cima di quel monte e appena l’avrete superata girate a destra di novanta gradi. Andate ancora dritti finché non vedrete un’altra montagna, superatela e girate di nuovo a destra, sempre di novanta gradi. Andate avanti per qualche miglio e quando vedrete di fronte a voi un’altra cima, prima di superarla, girate di nuovo a destra e la vostra meta la troverete proprio sotto di voi. Buon viaggio amici e buona fortuna! –

Partirono subito e ci misero tutta l’attenzione possibile per seguire bene la rotta indicata, ma per Tomas non era quella giusta e farfugliando disse a Melania :  – Ho l’impressione che stiamo tornando indietro perché quando siamo partiti Il sole era sulla nostra sinistra e adesso l’abbiamo sulla destra. Secondo me c’è qualcosa che non va. –

– Senti Tomas, – rispose innervosita Melania, – non vorrai mica saperne più di Zaira? E’ proprio vero che oltre la bussola hai perso anche il cervello. Se lei ha detto di seguire questa strada vuol dire ch’è quella giusta e vedrai che arriveremo ancora prima del previsto.  –

 E fu così. Arrivarono prima del previsto, ma si ritrovarono nello stesso punto dal quale erano partiti.

Melania non riusciva a contenere la sua disperazione e con le ali cominciò a schiaffeggiarsi il muso per cercare di riattivare il senso d’orientamento, che invece si faceva ancora più confuso.

– Te lo dicevo Melania – disse innervosito Tomas, – ch’era meglio non fidarsi. Saranno pure degli uccelli straordinari, ma sono anche terribilmente gelosi. Sono convinto che, con questo scherzetto, hanno voluto farmi pagare quello che dicono su di me. –

Infatti, quella furfante di aquila, che si stava sconquassando dalle risate, era ancora lì che li stava aspettando.

– Zaira, – le urlò Tomas, – Sai cosa ti dico? Non sei stata affatto corretta, hai messo in difficoltà Melania che non ha nessuna colpa. Guarda com’ è disperata poverina! Ricordati che se il fagottino non arriverà a destinazione, ce l’avrai tu sulla coscienza.  –

– Hai ragione, – rispose sempre con tono melenso Zaira, – riconosco che non mi sono comportata molto bene, ma se vuoi sapere la rotta giusta dovrai prima batterti con me. Voglio proprio vedere chi è più bravo! – e, rivolgendosi a Melania, continuò  – E tu smettila di piagnucolare. Convinci piuttosto questo sciocco a battersi con me se vuoi arrivare in tempo dalla tua cliente.  –

Melania scongiurò Tomas di accettare subito la sfida e gli sussurrò in un orecchio di far di tutto per farla vincere, anche se in cuor suo era convinta che Zaira ne sarebbe uscita vincitrice.

A Tomas, perdere la sua fama gli scocciava parecchio perché la sua bravura non c’entrava niente, come molti credevano, con quel piccolo strumento che a lui usava solo per navigare. Aveva impiegato anni di allenamento per arrivare a quella perfezione che richiedeva ordine ed estrema precisione nel pilotaggio. Le sue acrobazie non erano spavalde improvvisazioni o sprezzo del pericolo, ma solo un grande amore per quel tipo di volo. Tomas aveva imparato ad ascoltare il suo aereo, con il quale era ormai entrato in simbiosi; l’aria era il suo elemento naturale e le ali un prolungamento del suo corpo, che nessun “cervelletto” avrebbe mai potuto sostituire.

Era quasi sul punto di declinare l’invito, ma il pensiero che, a causa sua, Melania non avrebbe più potuto rispettare l’impegno e che la mancata consegna sarebbe poi pesata sulla sua coscienza, gli fece accettare la sfida.

In un attimo quel prato pullulò di spettatori, come non era mai successo. Volatili di tutte le specie, scoiattoli, lepri, daini, topolini, farfalle, martore, puzzole, insomma, tutta la fauna di quel luogo era lì, pronta a testimoniare chi sarebbe stato il migliore.

Tomas e la sfida di Zaira

La sfida consisteva nell’individuare per primo un piccolo topolino, che si era prestato a nascondersi tra i fili d’erba di quel pendio.

Imponente e maestosa Zaira spiccò il volo e raggiunse in un attimo un’altezza strepitosa per poi picchiare con una velocità pazzesca, fino quasi a toccare il terreno e risalire in alto, picchiare di nuovo e ancora risalire in alto, sempre più in alto per fermarsi all’improvviso e vibrare per qualche istante nell’aria con le sue maestose ali allungate fino all’impossibile.

Tomas invece continuava a zigzagare in lungo, in largo, in alto e in basso, cercando con tutti i suoi stratagemmi acrobatici,  di evitare che il lungo e adunco becco di Zaira gli perforasse le ali. Per cambiare direzione e perdere quota in poco spazio, ricorreva spesso alla vite. Uno, due, tre, quattro giri, poi ancora giù, per poi tornare di nuovo in alto, sempre più in alto, con una velocità che rasentava il limite dello stallo e che fosse avvenuto avrebbe voluto dire perdere la sfida.

Quell’affascinante spettacolo sembrava più un duello che una caccia al tesoro e infatti era proprio così, ormai non c’erano dubbi.

Zaira e Tomas non potevano non aver visto quel piccolo topolino che, uscito allo scoperto per ammirare meglio quelle straordinarie evoluzioni, stava saltellando divertito in mezzo all’erba.

La loro adrenalina era ormai arrivata alle stelle e una sconfitta significava perdere per sempre la propria reputazione, che nessuno dei due avrebbe mai accettato.

Melania era disperata, il solo pensiero che, se Zaira avesse perso, non sarebbe più arrivata dalla sua cliente, gli stava lacerando il cuore e si mise a singhiozzare a più non posso. Tomas sembrava aver la vittoria in pugno, ma quando l’eco di quei singhiozzi arrivò fino alle sue orecchie, in quell’ ultimo looping, fece stallare il suo aereo e abbandonò la competizione.

Un’esplosione d’applausi, che rimbalzò da una vetta all’altra di quei monti, proclamò Zaira vincitrice.

La lezione di Zaira

– Devo ammettere che sei stato veramente bravo , – disse l’aquila a Tomas,  – ma ricordati che, anche se non abbandonavi la sfida non avresti mai potuto vincere con me. Se avessi voluto ti avrei perforato le ali mille volte e se non l’ho fatto è stato per la stessa ragione per cui tu hai stallato. Comunque dirò a tutti che, tra gli uomini, ce né solo uno che sa veramente volare quasi come le aquile e questo sei tu. E ora amici seguitemi che vi porterò io a destinazione.  –


NOTA:  illustrazioni di Maddalena Schiavi Medas