titolo: Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità
autore: Eleanor Finch
editore: autopubblicazione
pagine: 275
anno di pubblicazione: 2025
ISBN: 979-82-6249-6860
Nel panorama editoriale italiano, complice una squallida politica commerciale che predilige il mero risultato economico piuttosto che la divulgazione culturale (specie quella a carattere aeronautico o astronautico), sono individuabili ben pochi volumi che hanno come protagonista un personaggio di primissimo piano nella storia dell’aviazione umana nonché simbolo ineguagliato e ineguagliabile del mondo del volo declinato al femminile: Amelia Earhart.

Ebbene, fatto salvo l’autobiografia “The fun for it” tradotta in italiano con il titolo: ”Felice di volare – Ricordi della mia vita in volo e di altre aviatrici” e le due lodevoli biografie come “Amelia Earhart” di Anna Consilia Alemanno e “Amelia Earhart – L’intrepida aviatrice che conquistò il mondo con le sue imprese” della collana Grandi Donne, non sono disponibili testi che descrivano con dovizia di particolari, aneddoti, aforismi, frasi e pensieri articolati la personalità alquanto variegata di questa eccellente pilota di un vicino passato che tanto contribuì allo sviluppo aeronautico statunitense e mondiale in generale.
Veramente sarebbe più corretto precisare che “non erano disponibili” perché, giusto a partire dall’agosto 2025, la grave lacuna del settore editoriale del nostro Paese ha trovato finalmente soluzione nel volume “Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità – La straordinaria storia della pioniera che ha sfidato i cieli” della scrittrice statunitense Eleanor Finch che fornisce a qualunque lettore e – spero – soprattutto alla lettrice più curiosa, un ritratto vivido e autorevole di quello che fu, cosa fece, cosa disse, cosa provò la nostra eroina statunitense. Eroina che reca un cognome assonante con la parola anglosassone “heart – cuore”, e che perciò chiameremo confidenzialmente la nostra “Amelia del cuore”.
Amelia. Non già una donna e neanche una donna pilota bensì una “pilota” che, solo incidentalmente – come lei stessa soleva spesso proclamare – era una donna.

Non ci credete? Ecco la frase incriminata:
Non voglio essere la donna che vola, voglio essere semplicemente riconosciuta come una pilota che, incidentalmente, è anche una donna”
oppure:
“Non penso come un uomo né come una donna, penso come una pilota”
Una donna cui ci azzardiamo di associare alcuni aggettivi come: splendida, determinata, carismatica, volitiva, tenace, singolare, complessa e chi ne ha più ne metta.
Se infatti le sue imprese aviatorie costituiscono senza dubbio alcuno le pietre miliari del progresso tecnologico dell’umanità, nondimeno lo sono nell’ambito di quello che è stato (ed è tuttora in corso) il lento processo di equiparazione dei diritti del genere femminile rispetto a quelli di cui gode il genere maschile sin dalla notte dei tempi.

Amelia, classe 1897, comprese subito che l’aviazione, nata idealmente il 17 dicembre 1903 allorché Orville Wright fece il primo balzo in aria a bordo di una macchina volante più pesante dell’aria, costituiva una nuova frontiera per l’universo femminile. Talmente nuova che si sarebbe potuta aprire più e meglio di altre attività umane alle donne giacché non ancora del tutto abbrutita irrimediabilmente dal maschilismo o comunque dallo strapotere maschile.
La stessa Amelia sosteneva con fervore che:
“L’accesso al cielo è un diritto umano, non un privilegio maschile”
Peraltro corroborato anche dall’affermazione:
“L’aviazione è una delle ultime frontiere della libertà. Non possiamo permettere che venga chiusa alle donne prima ancora che abbiano avuto la possibilità di esplorarla pienamente”
Oppure da un’altra assolutamente attinente:
“L’aria è l’ultimo spazio di libertà rimasto sulla Terra. E la libertà non dovrebbe essere negata a nessuno in base al genere”.

Pur tuttavia, questo era e rimase un sogno di Amelia perché nella sua epoca, come pure ancora oggi, sono assai poche le esponenti di sesso femminile che praticano il volo nell’ambito militare, civile, commerciale e sportivo. Assai poche rispetto agli uomini, intendo. Ce n’erano pochissime a tempi di Amelia (anni ’20 e ’30 del secolo scorso) tanto da meritare l’appellativo di “Ninety nines” (novantanove) a indicare il numero delle fondatrici dell’associazione presieduta dalla stessa Amelia che si prefiggeva di creare una rete di aiuto e sostegno a quelle donne che si sarebbero volute cimentare nelle attività di volo attraverso una mutua assistenza e un tangibile supporto economico (con borse di studio per i corsi di pilotaggio). E ce ne sono ancora troppo poche anche a tutt’oggi, anno del signore duemila e decenni spiccioli.
Di questa rincorsa impari Amelia era ben consapevole tanto che con tommasea rassegnazione ammise:
A volte mi sento come se stessi cercando di spostare una montagna con un cucchiaino da tè
Un insuccesso di Amelia? Non direi perché se è vero che numericamente oggi si è ancora lontanissimi dalle pari opportunità nel settore aeronautico (siamo intorno al 5% di presenza femminile), è innegabilmente vero che l’operato di Amelia, il messaggio ultimo di tutta la sua esistenza, la sequela di imprese impossibili che portò a compimento con lo scopo dichiarato di farne uno sprone per tutte le donne … beh, si sono concretizzate in qualcosa di ben più profondo e diffuso: una vera e propria evoluzione sociale, un cambiamento epocale di usi e costumi in tutti quei paesi occidentali dove le donne hanno recuperato quasi completamente il ruolo che spetta loro: lo stesso degli uomini, appunto.

Espressa in questi termini appare quasi una blasfemia tuttavia, a ben leggere il libro di Eleonor Finch, si comprende chiaramente che la nostra Amelia del cuore non volò per sé bensì per tutte le donne, non intraprese voli difficilissimi e assai rischiosi per la sua gloria personale bensì per costituire un esempio in carne e ossa rispetto alle potenzialità intrinseche delle donne, specie nel mondo del volo. Questa è almeno è la chiave di lettura che ci vene fornita dall’autrice che pure ammette come Amelia fu sicuramente una femminista ma non una di quelle che scese in piazza, insomma fu una fervente attivista dei diritti delle donne ma in realtà non si prestò mai a farsi strumentalizzare da un movimento di emancipazione che, nel nostro paese – lo ricordo – consentì alle donne di esercitare il diritto di voto solo nel 1946 (in occasione del referendum monarchia-repubblica) e che ebbe la sua massima espressione solo sul finire degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70.
D’altra parte la nostra cara Amelia soleva dire:
La mia ambizione è che questo mio meraviglioso talento produca risultati pratici per il futuro del volo e per le donne che potrebbero volare sugli aerei di domani.

Occorre aggiungere altro? Certamente che occorre, eccome! Si trova tutto negli altri 23 capitoli di questa biografia preziosissima e alquanto originale giacché, oltre ai soliti prevedibili cenni biografici, sono collocate, come fossero delle piccole perle, i pensieri, le battute e gli aforismi provenienti dalla stessa voce di Amelia, scritte di suo pugno in quanto collocate all’interno delle sue tre autobiografie date alle stampe, oltre che ai suoi diari o infine a dichiarazioni pubbliche nel corso di conferenze e seminari di vario genere. Ed ecco allora che ai capitoli squisitamente storico-divulgativi se ne aggiungono altri che riguardano l’eredità lasciataci da Amelia, oppure l’alone di mistero che ancora oggi aleggia attorno alla figura di questa pilota statunitense scomparsa appena quarantenne e che – diciamolo senza possibilità alcuna di essere smentiti – l’ha trasformata nel misto di mito e leggenda che sopravvive più vivido che mai fino ad oggi.
Nel libro “Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità – La straordinaria storia della pioniera che ha sfidato i cieli”, questo aspetto è mirabilmente sintetizzato nel capitolo intitolato:
“Oltre il tempo: Amelia e il mito della scomparsa”
di cui vi propongo proprio il prologo a testimoniare la bontà del testo della bravissima biografa Eleonor Finch:
“Esistono due tipi di eroi: quelli che tornano per raccontare le loro imprese e quelli che svaniscono nell’ignoto, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta. I primi vengono celebrati per i loro traguardi, i secondi diventano leggenda”
… e a quale categoria credete appartenga la nostra beniamina alata?
Intendiamoci, anche questa biografia, ligia alla tradizione più consolidata delle biografie convenzionali, contiene una dettagliatissima ricostruzione della vita di Amelia a partire dalla sua nascita in quel di Atchison, Kansas – Stati Uniti d’America, alla sua prematura scomparsa in qualche angolo remoto dell’Oceano Pacifico oppure descrive i retroscena delle sue notevolissime e variegate imprese aviatorie tuttavia, contrariamente alle biografie usuali, riesce a scendere in profondità nella figura di donna, di pilota, di scrittrice, di moglie e quanto altro fu o che fece la nostra Amelia del cuore. Contrariamente alle altre biografie sopracitate, questa infatti ne tratteggia in modo mirabile la personalità, mostra le pieghe delle sue convinzioni e ci consegna un quadro autentico di Amelia, scevro da quell’aura di religiosa ammirazione derivante dalla portata colossale delle sue gesta aviatorie. Vi anticipo perciò che, dopo aver scorso le pagine di questo volume, anche voi ammetterete che Amelia fu davvero molto poliedrica, fu tante persone assieme, tante professioni e ruoli svolti nel corso della sua seppur breve esistenza che – permettetemi – definire intensa è davvero un eufemismo.

Aggiungo che, al di là della rigorosa ricostruzione storica, di questa biografia ho apprezzato, primo fra tutti, il corposo capitolo intitolato:
“L’amore e la libertà: il matrimonio con George Putnam”
dedicato appunto al suo rapporto singolare con il marito, alla scelta alquanto combattuta di Amelia di accettare la di lui proposta di “convolare a nozze” (espressione più che mai pertinente) dopo averne rifiutate ben sei, ai retroscena della loro relazione di coppia che definire moderna è un’offesa e classificarla come “aperta” è alquanto riduttivo. Anche in questo caso le parole dirette di Amelia ci rendono edotti a proposito del suo pensiero e sono di questo tenore:
Il matrimonio mi sembra una gabbia e io sono nata per volare, non per essere ingabbiata.
E aggiunge:
Non si può mettere in gabbia un uccello destinato a volare
Inutile sottolineare che l’uccello destinato a solcare i cieli del pianeta fosse proprio lei medesima, Amelia. Eppure alla fine è lei stessa ad ammettere che:
Il paradosso più interessante della mia vita è che ho trovato la libertà più completa proprio in una relazione che temevo potesse limitarla.
Come a dire: sono una progressista, una feroce sostenitrice dell’autonomia delle donne, adoro la mia indipendenza, intendo coronare i miei sogni a costo di vivere un’esistenza solitaria, non derogo dai miei progetti … e pur tuttavia sono disposta a vivere assieme a un uomo, a condividere con lui il mio tempo, i miei sentimenti oltre che il mio corpo.
Così facendo, nonostante la nostra beniamina costituisca il simbolo assoluto di un’inarrestabile forza di volontà, di un profondo desiderio d’indipendenza, di una completa autonomia economica ed emotiva del genere femminile, dimostrò che una donna della sua caratura era in grado di coniugare i suoi progetti ambiziosissimi con una banale vita coniugale. Magari non proprio tradizionale – ne convengo – ma pur sempre una relazione di coppia stabile. Come? Semplicemente manifestando a GP (così lo appellava normalmente nella quotidianità) quelle che furono le sue condizioni prematrimoniali. Eccole:
“Ti prego di comprendere che non posso garantirti né pretendere da te la fedeltà convenzionale che la tradizione richiede agli sposi. Io mi riservo di mantenere relazioni amichevoli con chiunque mi piaccia, indipendentemente dal sesso.”
Oppure con la famosissima affermazione:
“Voglio che tu capisca che non mi atterrò ad alcun codice medioevale di fedeltà, né mi considererò vincolata a te in modo simile”.

Insomma, come si suole dire, la nostra Amelia mise letteralmente “le mani avanti” mettendo in chiaro come avrebbe agito sotto il tetto coniugale e nell’alcova dimostrando una modernità di costumi che nella sua epoca era letteralmente fantascienza. Un po’ meno oggi, trascorsi quasi cento anni, di certo non usuale.
E GP? Beh, la storia (ma anche il gossip dell’epoca) ci conferma che accettò in tutto e per tutto le condizioni paventate dalla sua consorte al di là dell’interesse economico che un editore rampante come lui potesse avere nei confronti di quella donna longilinea, slanciata, dal fascino sottile, con occhi intelligenti e luminosi, sebbene dai tratti mascolini sottolineati dall’abbigliamento spesso da uomo, che non mostrava mai imbarazzo di fronte agli esponenti del sesso maschile ma al contempo non appariva spavalda pur essendo sempre sicura di sé. Perché, non dimentichiamoci che George era un abilissimo imprenditore prim’ancora di essere un uomo sensibile al fascino femminile e che Amelia era sicuramente la puledra di razza su cui puntare tutta la posta. D’altra parte fu proprio quello che fece esattamente George sin dal loro primo colloquio a New York, a seguito del quale Amelia poté partecipare come passeggera a bordo dell’idrovolante Friendship, prima donna a sorvolare l’Oceano Atlantico aprendole così le vie del cielo e della notorietà planetaria.
In tutta sincerità, preferisco pensare che GP fosse profondamente innamorato di Amelia e che, pur di starle accanto, di godere della sua presenza, di ricevere i suoi baci e suoi abbracci nella più religiosa intimità, egli accettò di buon grado di sostenerla incondizionatamente nel concretizzare i sogni di lei facendoli propri, rassegnandosi all’idea di poterle solo telegrafare spesso all’altro capo del mondo e addirittura di perderla per sempre in uno di quei suoi voli pionieristici. Come poi, purtroppo, accadde.
E poco importò a George se la sua consorte mantenne il nome da nubile o se, pungolato dall’ennesimo giornalista impertinente, dichiarò di chiamarsi George Puntnam in Earhart. Egli la sostenne sempre, economicamente, emotivamente, fisicamente, logisticamente. Lo fece ogni volta come il migliore dei mariti non avrebbe potuto mai fare, come solo un uomo – ma questa è una mia personalissima considerazione – che adorasse letteralmente la propria compagna di vita, farebbe davvero.
E Amelia? Beh, Amelia … anche se nel corso delle innumerevoli apparizioni pubbliche ebbe cura di non mostrare la benché minima manifestazione di affetto a beneficio di George, sappiamo per certo che lei, sempre dall’altro capo del mondo (Cina), gli scrisse la famosa frase:
“Stasera il cielo è pieno di stelle che sembrano così vicine da poterle toccare. Mi ricordano i tuoi occhi quando ridi. Torno presto, porta pazienza”
Personalmente mi sarei sciolto in un brodo di giuggiole. Perché voi no? Confessate! Una donna apparentemente così algida, forse addirittura frigida, una Virago, la personificazione stessa di un’amazzone o di una sacerdotessa che ha come unica fede il volo che si lascia andare a una simile tenerezza … beh, confesso che mi avrebbe mandato al tappeto peggio di un gancio in pieno viso! Quanto meno mi avrebbe fornito la forza di vivere per anni nella sua ombra e sarei diventato il suo primo adepto.

Lo so, sono un inguaribile romantico, lo ammetto. Eppure anche in questo frangente la storia mi viene in soccorso: quando ormai le ricerche della US Navy cessarono (con una spesa iperbolica calcolata attorno ai quattro milioni di dollari dell’epoca) e dunque Amelia e il suo navigatore/pilota Pat Noonan furono dichiarati ufficialmente dispersi, George Putnam non esitò a delapidare buona parte dei suoi averi per riprendere le ricerche a titolo personale, finché …
E’ pur vero che lo stesso George, a distanza di solo un anno e mezzo dalla dichiarazione di morte presunta di Amelia, contrasse di nuovo matrimonio … ma anche qui mi piace ricordare che la stessa Amelia, proprio nell’ambito delle sue famose promesse di matrimonio, definì un periodo di prova di un anno dopodiché, in caso di esito non favorevole della loro relazione, ciascuno sarebbe potuto andare per la sua strada come se nulla fosse mai accaduto. Anche in questo caso preferisco pensare che proprio Amelia avesse aggiungo il corollario: “valevole anche in caso di morte prematura dell’altro coniuge”.
No, dico: voi ve la immaginate Amelia vedova inconsolabile? Certo che no, anche se – occorre ammetterlo – era lei il coniuge che statisticamente rischiava molto di più pur considerando che il buon George non fu mai un manager da poltrona: partecipò a diverse missioni esplorative polari e aveva uno spiccato spirito di avventura pari a quello di Amelia. E forse proprio questo li unì più che mai.
Ma non divaghiamo … tornando al volume in questione, ci tengo a precisare la buona fattura del prodotto tipografico intesa come impaginazione, colore e grammatura della carta, dimensione dei caratteri di stampa nonché prezzo di copertina non proprio ragionevole (20 euro!); insomma un volume tutto sommato “onesto” nonostante si tratti di un prodotto secondo gli standard abituali della piattaforma Amazon che – è ormai risaputo – non sono proverbialmente eccelsi, anzi.
In conclusione: un volume che nei contenuti validissimi risponde alla summa di tutte le biografie disponibili (ben poche in lingua italiana, purtroppo) a proposito del simbolo universale di determinazione e coraggio contro le convenzioni della società prettamente maschilista – occorre ammetterlo – che reca il nome altisonante di Amelia Mary Earhart.

Si tratta di un libro destinato ai piloti e soprattutto alle pilote oltre che a semplici curiosi o appassionate di storia dell’aviazione; è altresì fortemente consigliato a quelle bambine, adolescenti e (perché no?) anche tardo adolescenti che siano alla ricerca di un modello di donna cui ispirarsi anziché alle sedicenti influencer del mondo digitale odierno più che mai effimero. Non ultimo – se mi permettete – anche a quelle donne abbondantemente adulte che, forti della propria indipendenza e della propria autodeterminazione ormai acquisita, possano trovare conferma o viceversa, vogliano mettere in discussione le loro scelte di vita osservando e valutando quelle che furono di una loro pari sesso ma di valore incommensurabile. Perché occorre ricordare che, in buona sostanza, Amelia sublimò la più alta forma di libertà femminile. Come, vi chiederete? Semplicemente nell’essere libera di scegliere di vivere niente popo’ di meno che … con un uomo. Ebbene, sì! Un uomo alla sua altezza, non c’è che dire, ma pur sempre un uomo con tutti i suoi difetti e i limiti dovuti alla sua miserabile natura, maschile appunto. Scelta di una modernità e di una trasgressività che – spero ne converrete – travalica di gran lunga il concetto più sfrenato di femminismo o di emancipazione delle donne.
Ovviamente non avrei potuto chiudere questa recensione se non riportando il verbo di Amelia, ossia con uno dei suoi aforismi che sintetizza in modo eccellente quella che fu il suo sentire e il suo vivere. Eccolo:
Qualunque cosa accada so di aver vissuto pienamente. Ho assaporato la libertà del cielo e ho condiviso quella libertà attraverso le parole. Non si può chiedere molto di più alla vita”
Amen!
Lunga vita ad Amelia!
Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR.
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Amelia Earhart: il volo verso l’immortalità