Durante le mie frequenti ricerche sui siti di libri, ebook e riviste, rigorosamente a tema aeronautico, mi capitava spesso di incontrare un autore: Fausto Bernardini. Un cognome familiare, presente anche nel mio albero genealogico. Tuttavia, dopo aver scaricato nel Kindle le anteprime dei libri, con il proposito di analizzarle più tardi, e magari scaricare i libri completi, le avevo lasciate da parte e avevo proseguito la lettura di altre pubblicazioni.
Ma un bel giorno, nello scorrere i titoli disponibili nel Kindle, fui attratto da uno di loro particolarmente significativo: “L’autunno del pilota” di Fausto Bernardini.
titolo: Vola con me
autore: Fausto Bernardini
editore: autopubblicazione
pagine: 384
anno di pubblicazione: 2020
ISBN: 979-8673816127
Avevo da poco superato il traguardo dei cinquant’anni di volo, mezzo secolo di attività aeronautica e alcune migliaia di ore di volo effettuate. Ormai mi consideravo irrimediabilmente nella stagione autunnale della vita e non solo in quella aviatoria. Un attimo dopo aprii finalmente l’anteprima del libro e cominciai a scorrere le pagine.
Così come mi avevano attirato il titolo e il cognome, le pagine fecero altrettanto. Comprai l’ebook e lo scaricai.
A dire il vero già nella prefazione, del Generale Pilota Antonio Daniele, che non conoscevo, avevo trovato la conferma che il libro parlava proprio di quelli come me, che si trovano in questa fascia d’età. Il Generale esordisce così:
“Se la vita può essere assimilata ad un anno, la fanciullezza e la gioventù sono ben rappresentate dalla primavera; l’età adulta dalla calda maturità dell’estate; la mezza età, quella in cui… si va in pensione, ma si è ancora validi e si ritiene ancora di poter fare qualcosa di interessante nella vita, l’autunno; l’inverno è la fredda stagione in cui la vita abbandona a poco a poco il nostro corpo”.
titolo: Pilota
autore: Fausto Bernardini
editore: autopubblicazione
pagine: 106
anno di pubblicazione: 2013
ISBN: 978-1494432706
Triste e inesorabile… anche se, a dire il vero, chissà perché mi sentivo ancora almeno in piena estate… E alla fine della lettura, per fortuna, continuavo a sentirmici.
Il libro si compone di una settantina di capitoli, racconti di vita operativa, militare e non solo, passando così idealmente attraverso tutte e quattro le stagioni menzionate dal Generale.
Fausto Bernardini è stato un vero pilota, uno di quelli entrati in Aeronautica, non dalla porta principale, ma da quella di servizio. Non dall’Accademia, ma dai bandi di arruolamento per i piloti di complemento. Quelli che entravano per volare, sempre, tanto, in tutti i modi possibili.
Quelli che non si sarebbero mai sentiti dire:
“Ok, adesso basta, da oggi Lei andrà a pilotare una scrivania al Ministero dell’Aeronautica…”.
titolo: La fattoria
autore: Fausto Bernardini
editore: autopubblicazione
pagine: 272
anno di pubblicazione: 2021
ISBN: 979-8710542033
E questo, appena dopo i trent’anni, nel bel pieno della stagione estiva della vita. Certamente ci sono pro e contro di entrambe le carriere. Ma chi vuole davvero fare più il pilota che il Comandante, visto che il Comandante, alla fine, lo fa ugualmente, può avere remore a scegliere di volare di più?
No, infatti lui ha volato per tutte le stagioni.
Il libro è veramente interessante. I capitoli sono racconti. Non sono collegati in alcun modo l’uno all’altro, ma snocciolati alla rinfusa, con notevoli salti anche di parecchi anni tra un episodio e l’altro. Si va avanti e indietro nel tempo, nell’esiguo sforzo necessario a girare una pagina, tra la fine di un racconto e l’inizio di un altro. E alla stessa maniera si passa dal racconto di un volo militare a uno civile, da un formidabile caccia a reazione a un pacifico aereo ultraleggero, oppure a un aereo da turismo o da traino alianti, come lo Stinson L-5 Sentinel. O a un elicottero in missioni di soccorso.
A dimostrazione che c’è stato veramente un cambiamento climatico negli ultimi anni, ecco una foto “innevata” dell’autore accanto al suo compagno di lavoro dell’epoca (foto proveniente dalla pagina FB di Fausto Bernardini)
Ma questo modo di esporre i racconti mostra subito la propria straordinaria efficacia. E cattura l’attenzione senza mai annoiare il lettore.
Non vi abbiamo convinto? E allora ecco il commento dell’autore; “Guardando questa foto mi tornano in mente gli anni freddissimi quando approdai in un reparto del Nord Italia. Ricordo il mio primo mese di gennaio trascorso al 2 Stormo” (Foto fornita dall’autore)
Terminata la lettura, ero rimasto con il sottile desiderio di leggere altri racconti dello stesso tipo. E la mia attenzione si era diretta subito alle altre anteprime che già avevo scaricato.
Quella che mi sembrava più promettente era l’anteprima del libro intitolato “Vola con me”. E io proprio questo volevo fare: continuare a volare con lui, attraverso altri racconti, perché mi sembrava che quelli appena finiti di leggere fossero stati pochi.
Le prime parole sembravano già promettere bene.
“Vola con me è una raccolta di racconti, riportati in maniera apparentemente disordinata. E’ lo stesso “disordine” che caratterizza i nostri ricordi e i nostri sogni”.
La IV di copertina del bel volume “L’autunno del pilota” che, come un magnete, ha attirato la curiosità del nostro Evandro Detti scatenando in lui il desiderio di leggere tutta la produzione letteraria del com.te Fausto Bernardini. Forse merito della prefazione del generale pilota Antonio Daniele che così scrive a proposito dei piloti: “Questa professione, infatti, può essere praticata solo da chi ne è veramente innamorato. Nessuno potrà mai far il pilota con lo stesso atteggiamento mentale dell’impiegato di concetto o dell’operaio specializzato. Loro sono “lavoratori”, i piloti sono “amanti” del loro lavoro.” Occorre aggiungere altro?
Stavolta le suddette parole della prefazione sono di un altro Generale: Filippo Caroselli. Nella prefazione Caroselli, che ha conosciuto Fausto e ha anche volato con lui, non si limita solo ad anticipare ciò che il lettore avrebbe trovato nella lettura del libro, ma parla anche di comuni conoscenze, personaggi che hanno fatto parte della realtà aviatoria di tutti quegli anni di servizio nei vari reparti di volo. E promette che nel libro, Fausto Bernardini ci porterà in volo con lui, in tutti i cieli e con tutti i mezzi possibili, siano essi jet o aerei a elica, mezzi militari, elicotteri e perfino ultraleggeri. Insomma, un libro come il precedente, che contiene esattamente tanti altri racconti, proprio come avevo desiderato. E termina la prefazione con queste parole:
“Alla fine dei racconti, una volta di nuovo a terra, ricordate che l’applauso non è gradito. Se Fausto lo avesse voluto, avrebbe scelto un’altra “compagnia” e non l’Aeronautica Militare”.
Con queste premesse non ho avuto altra scelta che quella di comprare il libro, scaricarlo e leggerlo avidamente fino in fondo. Poi, lo dico tanto per dire, alla fine, in realtà, dopo aver letto l’ultima riga… gradito o no… un applauso, mentalmente, glielo ho fatto davvero.
Chi potrà mai essere il giovane pilota equipaggiato di tutto punto e ritratto davanti al muso di questo Fiat G.91? Ce lo facciamo confessare dal diretto interessato: “Nella foto un giovane spavaldo e tanto tanto sicuro di sé”. Firmato: Fausto Bernardini (foto fornita dall’autore)
I racconti, qui, sono oltre novanta. Ottimo. Anche se in qualche caso si ha l’impressione che qualcuno di essi sia stato presente anche nell’altro, ma va bene così.
A questo punto non mi restava che leggere l’anteprima del terzo libro, intitolato: “Pilota”.
Qui la prefazione è dell’autore stesso e inizia così:
Il jet d sfondo è il medesimo (un G.91) e anche i pilota è il medesimo … ma in epoche diverse della sua esistenza. Chi è? Fausto Bernardini, che domanda! (foto fornita dall’autore)
“Pilota è il tentativo di descrivere alcune delle tante sensazioni che ho provato volando. Riflessioni che, dal silenzio dell’anima, si sono affacciate alla mente quasi ogni volta che ho avuto la fortuna di staccarmi da terra. Ho scelto di ambientarlo nel periodo iniziale della mia vita aviatoria in quanto la mia mente, allora, era molto più ricettiva e riusciva a stupirsi più di quanto riesca a fare oggi,
L’Aeroclub di Arezzo…”.
Queste ultime parole sono state quelle magiche. Il riferimento all’Aeroclub di Arezzo, dove Bernardini aveva preso il brevetto civile, aveva aperto per me un grande scrigno di ricordi.
Appena finita di leggere la prefazione, comprato il libro, l’ho scaricato.
Nella carriera di un pilota (militare e non) c’è sempre un lungo periodo di addestramento che rimane nella memoria e nel cuore di chi lo ha vissuto; il com.te Fausto Bernardini non è venuto meno a questo percorso tanto che ha classificato in modo così lapidario questo scatto: “Il Macchino e il sottoscritto quando era allievo a Lecce”. Ah, per inciso, il “Macchino” di cui parla affettuosamente il com,te Bernardini è il mitico Aermacchi MB-326 che è stato il jet di a bordo del quale si sono addestrate generazioni di piloti dell’AMI (foto fornita dall’autore)
Questo, però, è un libro diverso dagli altri due. Molto diverso. I quindici capitoli che lo compongono riguardano una storia sola: la scuola di volo dell’Aeroclub di Arezzo e l’aereo sul quale ha volato per conseguire la licenza, uno Stinson L-5.
Ed eccolo il famoso Macchino di cui sopra ripreso in un volo in formazione nei cieli del Salento. Correva l’anno 1972 e, come ricorda il gen Fausto Bernardini, “erano gli ultimi giorni di pilotaggio a Lecce” (foto fornita dall’autore)
Oggi lo Stinson L-5 è un aereo da traino alianti, presente in molti Aeroclubs dove si pratica il volo a vela. Non sapevo che all’inizio degli anni Settanta qualche scuola di volo potesse averlo usato per il conseguimento del brevetto iniziale. Ma sembra che ad Arezzo lo abbiano fatto e, del resto, l’L5 è una macchina veramente formativa. Se impari su un aereo così’, dopo avrai meno problemi sugli altri.
La storia si svolge tutta lungo il percorso addestrativo iniziale, passando dai primissimi voli a quelli più complessi fino al “decollo” da solista e poi oltre, fino ai voli fuori sede, lontano da Arezzo. Così abbiamo l’occasione di conoscere personaggi che facevano parte dello staff dell’Aeroclub, luoghi e caratteristiche della zona di quella parte della Toscana e punti di riferimento utili per la navigazione.
Ma anche criteri. Si, proprio i criteri da utilizzare a terra e in volo. Quelli che fanno parte della formazione mentale del pilota, che li deve conoscere e memorizzare, in modo da averli subito presenti nelle varie situazioni. I criteri che l’allievo impara dall’istruttore, ma anche dall’aeroplano.
Ecco, l’aeroplano.
La struttura di questo libro è proprio questa. Un dialogo continuo, mentale, quasi telepatico, tra l’L-5 e Fausto. Sono quindici capitoli piacevolissimi che si leggono tutti d’un fiato e che finiscono troppo presto.
Certo, erano altri tempi. Tutto era diverso. I criteri di allora erano diversi da quelli attuali e proprio sotto questa chiave bisogna interpretare lo scambio telepatico di commenti fra l’aereo e il suo giovane pilota, specie quando l’aereo sembra incitarlo ad atterrare in un certo campetto, sperduto tra i boschi del paesaggio aretino. Campo corto e poco conosciuto, con ostacoli sia all’atterraggio che al successivo decollo. Solo e lontano dall’aeroporto di partenza. Ma, come ho appena detto… tutto era diverso.
Ancora una bella immagine dell’autore tratta dall’album delle memorie. E’ in tuta di volo e con al seguito il suo casco, segno che si stava accingendo a effettuare una missione di volo oppure ne aveva appena terminata una. Inutile dire che quella che si intravede sopra di lui è la “bocca” o meglio la presa d’aria del mitico Fiat G.91 con il quale il com.te Bernardini compì non poche ore di volo (foto fornita dall’autore).
A quel tempo, in un altro aeroporto, non lontanissimo da Arezzo, anch’io cominciavo il corso di pilotaggio. Era l’aeroporto di Viterbo. Ma l’aereo sul quale volavamo era un più facile e pacifico Morane Saulnier MS-880 Rallye. Avevamo anche i Piper PA-19, simili nella forma agli Stinson e altrettanto formativi, ma su quelli ci ho volato dopo. Ricordo che avevamo la stessa frequenza aeronautica di Arezzo, anche se noi avevamo una vera torre di controllo e Arezzo no. Ma in volo, spesso e con le giuste condizioni atmosferiche, sentivamo perfettamente le loro comunicazioni. E, naturalmente, con ogni probabilità, loro sentivano le nostre. In qualche caso, questa faccenda aveva anche generato un po’ di confusione. Poi Viterbo, molti anni dopo, ebbe una frequenza diversa.
Da quello che ho letto, Fausto Bernardini ed io, volavamo in quei cieli negli stessi anni. Chissà che in qualcuno dei nostri voli non ci sia capitato di sentire le nostre rispettive comunicazioni radio, all’epoca.
L’instaurarsi di uno spiccato spirito di gruppo, il senso di appartenenza a un’elite di persone speciali e fortunate (per aver coronato il sogno di volare) è tipico dei piloti dell’AMI e fa sì che alla forte componente di individualismo del singolo faccia posto un profondo spirito di corpo, una sorta di fratellanza imperitura che è difficilmente eguagliabile in altre associazioni e/o corporazioni tipiche del mondo civile. Questa foto di gruppo ne è la testimonianza. (foto fornita all’autore)
All’inizio degli anni Settanta, dopo aver conseguito il brevetto di I grado, si cominciava l’addestramento per conseguire quello di II grado. Oltre ad imparare tutti i tipi di navigazione, bisognava fare venti atterraggi in cinque aeroporti diversi. Gli aeroporti erano quelli limitrofi, ma uno doveva essere più distante di duecento chilometri. Andai ad atterrare su Perugia, Foligno, Siena, Arezzo e Lucca.
Altra testimonianza viene da questa foto che mostra i membri della cosiddetta “Pattuglietta Viola” che così li ha additati l’autore: “Accovacciato Giulio Taioli, leader. In piedi da sinistra a destra il numero 3, gregario destro, Giuseppe Baglioni, quindi il numero 4, fanalino Fausto Bernardini e infine il numero 2, gregario sinistro, Maurizio Folchi” (foto fornita dall’autore)
Circa un ventennio più tardi mi capitò di tornare ad atterrare sull’aeroporto di Arezzo. Ormai ero già istruttore di aliante e il nostro club, l’Aeroclub Volovelistico Toscano, con sede a Lucca Tassignano, organizzava, nel periodo estivo, una stage di volo a vela sull’aviosuperficie del Borro, proprio vicinissimo ad Arezzo. Al Borro non esisteva nessuna facilitazione per il rifornimento del nostro aereo da traino, un Robin DR 400R. Ogni anno prendevamo accordi con l’Aeroclub di Arezzo di fornirci questo servizio. Il tempo di volo necessario per andare dal Borro ad Arezzo era appena superiore ai cinque minuti.
Il sottotitolo di questo scatto potrebbe essere: “Facciamo un briefing al volo? Ti devo mostrare la mappa della missione!” All’epoca era possibile che accadesse, oggi molto molto improbabile (foto proveniente dalla pagina FB dell’autore)
Di solito, dopo un traino, sganciavamo il cavo sul campo e andavamo ad atterrare ad Arezzo. Fatto il pieno, tornavamo indietro. Intanto, quasi sempre, appena atterrati, c’era già un altro aliante da trainare. Così, per anni, ho volato tantissimo su quei paesaggi. Sia in aliante che sul Robin. Bei tempi.
Voglio riportare un episodio accaduto proprio in uno di quei voli per rifornire il Robin.
In quegli anni, ad Arezzo, avevano i Morane-Saulnier per la scuola. Avevo fatto il pieno e stavo parlando con l’addetto alla pompa di benzina. Forse avevamo preso il caffè, non ricordo bene. Intanto guardavo i voli scuola. Un paio di Morane-Saulnier operavano sul campo. Abituato all’esuberanza di potenza del Robin, mi pareva che i pacifici Morane arrancassero faticosamente ad ogni touch and go. Il loro rateo di salita era davvero piattissimo. Il Robin, con il solo pilota a bordo, a centoventi chilometri orari, aveva un angolo di rampa di circa quarantacinque gradi, ma con un po’ di maestria si poteva fare anche meglio. Una cosa che impressionava abbastanza. E lo sapevo bene, perché in quegli anni volavo anche a Guidonia e avevamo i Robin. Spesso andavamo a fare rifornimento all’aeroporto dell’Urbe e lì… facevo vedere come sale un Robin.
Vi domanderete: cosa ci fa un jet sotto il telo mimetico? Prende il fresco? Ce lo spiega il vivo ricordo del com,te Bernardini: “Un G.91 ricoverato sotto il telo di mimetizzazione. Dal musetto fotografico sono appena stati estratti i rullini, mentre il pilota sta ancora scendendo dall’aereo.” Tutto chiaro? (foto fornita dall’autore)
Salutato il signore con il quale avevo parlato, salii a bordo e rullai per il decollo. Mi allineai in pista e dissi chiaramente per radio “Alfa Papa decolla”. Appena staccato tenni giù il muso per prendere velocità, poi cabrai dolcemente, impostando una salita più ripida possibile. Un paio di minuti dopo ero già alto. Vedevo i piccoli Morane che sembravano raso terra, giù sotto. Chiamai per salutare, dichiarando che ero fuori a tremila piedi e che avrei contattato il Borro sulla frequenza centotrenta. Il tempo esiguo dalla comunicazione di decollo a quella del cambio frequenza doveva essere stato percepito bene. Infatti, subito dopo una voce, per radio, disse, con il tipico accento toscano: “Ma che è, lo Shuttle?”.
Ok. I piloti come Fausto Bernardini si rotolerebbero per terra dal ridere, considerando quanto sia insignificante la rampa di salita di un Robin rispetto a quella dei loro jet militari. Ma ho riportato questo episodio a titolo di esempio, perché gli anni di stage al Borro sono zeppi di episodi divertenti e indimenticabili per noi che li abbiamo vissuti.
Ecco perché questo libro di Bernardini ha tanto catturato la mia attenzione. E alla fine della lettura mi ha lasciato con una grande nostalgia. Anch’io sono legato a quella località, a quei cieli e a tante avventure. Fanno parte anche della mia vita aviatoria.
La vita professionale di un pilota dell’AMI è pianificata già a partire dal momento in cui egli supererà le prove psicoattitudinali di ammissione alla Forza Armata e prevede, anche per il pilota più blasonato o talentuoso, una carriera con un inevitabile congedo. Ma prima cosa può accadere? Ce lo confida il buon Fausto Bernardini: “Prima di congedarmi, volli fare qualche foto nel deposito dei rottami del 51° Stormo, al quale avevo appartenuto e ancora per poco appartenevo. C’erano due pezzi da novanta, in quel luogo colmo di languore e di nostalgia.” E possiamo facilmente intuire quali fossero questi due pezzi preziosi: il Fiat G.91 sulla cui semiala siede l’autore e l’F-104 il mitico “spillone” (foto fornita dall’autore)
Ma ora arriviamo al quarto libro. E questo meriterebbe una recensione dedicata. Però, a ben vedere, ho pensato che fosse meglio lasciarlo collegato agli altri tre.
Questa è una storia diversa. Già il titolo, “La fattoria”, suggerisce che siamo lontani dall’ambiente del volo.
Non c’è prefazione. Nulla. La storia comincia subito con l’immagine di un cavallo, anzi, una cavalla, al trotto, che tira un calesse. Le righe si susseguono descrivendo una situazione tipica di tantissimi anni fa, giusto all’inizio del secolo scorso. L’ambiente è quello della campagna aretina. Sempre Arezzo, quindi, ma agli albori del millenovecento. La terra apparteneva ai padroni e veniva lavorata dai contadini. In genere i padroni erano nobili. E si servivano di tutta una serie di figure professionali per la gestione di ogni settore dell’agricoltura, della produzione di vini e dell’allevamento del bestiame. “Erano fattori, sotto fattori, guardie, stallieri, cantinieri, giardinieri, nostromi, contadini e quanti altri per motivi di lavoro dipendevano dalla fattoria”. Con queste parole Bernardini descrive le suddette professionalità, nel corso del secondo capitolo.
Il protagonista principale è il Signor Olinto, un Conte, un nobile, appunto. Ne facciamo la conoscenza subito, dato che è lui sul calesse, insieme al suo fattore.
Poi la storia comincia a delinearsi. Così compaiono tutta una serie di dinamiche, di intrecci, di vere e proprie congiure, per motivi diversi, ma principalmente comincia ad emergere una figura femminile. Una ragazza giovane e bellissima. La ragazza sarà un cardine attorno al quale ruoteranno tutti gli avvenimenti.
Ok. Non voglio dire di più. Sono ventiquattro capitoli di pura maestria narrativa. E con un finale sensazionale.
Che il Fieseler Storch (letteralmente “cicogna”), anche nella sua versione replica, “sia un velivolo fotogenico è un’affermazione a dir poco audace tuttavia, complice il tramonto e lo scatto professionale … beh, anche lo Storch con cui il generale Bernardini vola abitualmente può apparire fotogenico (foto proveniente dalla pagina FB dell’autore)
Ma, come dico sempre, per recensire una storia, la miglior cosa è riportare la propria esperienza personale. La mia, nella fattispecie.
Penso che questa storia sia degna di un film da Oscar. Nel corso della lettura sono stato preso dalle vicende e il sentimento costante che mi hanno suscitato è stato lo stupore. Bernardini aveva scritto tanti racconti, negli altri libri. E’ uno che scrive molto bene, ma qui si è talmente superato che ad ogni pagina sentivo l’impulso di contattarlo per dirglielo.
“Volando verso il tramonto nascono pensieri mai ascoltati prima. Volando verso il sole cadente immagino lontani castelli di carte che cadono con un flebile soffio.” Parola di Fausto Bernadini! (foto fornita dall’autore)
La storia è complessa. Il linguaggio, dove si sente l’influenza della toscanità, ma senza che questa sia mai troppo marcata, è quello dell’epoca e soprattutto esattamente quello dell’ambiente rurale. E quello, sia della nobiltà che delle famiglie contadine.
E finalmente eccolo in nostro famoso Fieseler Storch in tutta la sua bruttezza, pardon … bellezza! Quello di Fausto Bernardini, occorre dirlo? In realtà si tratta di una replica in scala leggermente ridotta di quello che fu per antonomasia l’aeroplano da osservazione e collegamento della Luftwaffe e che rimase negli annali della storia dell’aviazione per avere provveduto, tra gli altri, alla liberazione di Benito Mussolini da Campo Imperatore. Ebbene, la cronaca racconta che un manipolo di paracadutisti dei corpi speciali tedeschi atterrò con degli alianti da combattimento in perfetto silenzio sul piccolo spiazzo antistante la struttura in cui era recluso Benito Mussolini sul Gran Sasso e che, dopo aver avuto ragione della sparuto drappello di “carcerieri”, lo trasferirono di peso a Pratica di Mare proprio a mezzo di questo tipo di velivolo che riusciva ad atterrare e decollare in una manciata di metri a velocità bassissime simili a quelle di un moderno elicottero piuttosto che a quelle di un velivolo (foto proveniente dalla pagina FB dell’autore)
Inoltre nelle vicende, complesse e con mille connessioni ad altre vicende altrettanto complesse e a volte subdole, perfino machiavelliche, la caratterizzazione dei personaggi è perfetta. Un risultato difficile da ottenere, penso, per tutti gli scrittori. Mi posso aspettare che un pilota sia bravo a descrivere episodi di volo, visto che è padrone della terminologia specifica della materia, mi aspetto che possa avere del talento personale, ma qui siamo su un altro pianeta. Qui il volo non c’entra. Eppure, questa storia magistrale è nel libro che ho sotto gli occhi, nei suoi ventiquattro capitoli. Bellissima. Mi piacerebbe sapere se, per caso, tutto questo sia successo davvero.
Non c’è niente di scontato, niente di banale, in questa storia. Le vicende sembrano ricalcare proprio la vita reale. Nessun cliché. E sullo sfondo, l’epoca nella quale si svolgono, attraverso un bel numero di anni. Usi, costumi, modi di dire, paesaggi, ambienti chiusi e aperti, atteggiamenti verso tutto e tutti, diversi a seconda di chi si muove nella vicenda. Uno sfondo sfocato, ma sempre presente.
Ho detto che il volo non c’entra con questo libro di Fausto Bernardini. E allora cosa ci fa un libro che non parla di aviazione, volo e Aeronautica, in un sito aeronautico?
Sorpresa! E lo è stata anche per me.
Ci può stare a pieno diritto, perché … i primi anni del Novecento portano dritti fino alla I Guerra Mondiale. E il protagonista, insieme a un altro protagonista che rimane sfocato e distante nella storia per emergere a tratti qua e là e comparire definitivamente solo alla fine (magistrale anche questo), finiranno dritti al fronte. Ma un conte non potrà mica assere un soldato semplice. Sarà un ufficiale. E anche l’altro, per ragioni diverse che si scopriranno nella lettura, sarà un ufficiale.
Ma ufficiali piloti.
Le loro vicende aviatorie durano giusto lo spazio dei tre capitoli finali. E qui, nella descrizione dei voli e dei combattimenti aerei, emerge ancora l’essenza di chi ha scritto il libro.
Bernardini, dopo essere stato tanto bravo con la penna (tastiera del computer?), finalmente può riversare nella descrizione di quei voli anche la sua grande abilità con la cloche.
Recensione di Evandro Detti (Brutus Flyer).
Foto e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR.
Un sincero ringraziamento al gen Fausto Bernardini per il prezioso il materiale fotografico con il permesso di pubblicarlo