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Mio nonno

liberator B24La II Guerra Mondiale raccontata dagli occhi di un reduce di guerra arruolato nella Regia Aeronautica grazie alla sua profonda passione per gli aerei.

A scavare nella sua memoria è Simona, la nipote ventiduenne, alla quale è affidato dal suo professore il compito di redigere una tesina sul conflitto più distruttivo della storia contemporanea.

Il protagonista del lavoro è proprio suo nonno e il suo importante vissuto bellico, fatto ancora una volta di aerei e campi di prigionia.


Narrativa / Medio-breve Inedito; ha partecipato alla IV edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2016; in esclusiva per “Voci di hangar”

Mio nonno

Roma, 5 gennaio 2010.

Entro in cucina, saluto mio nonno. Ed è così che comincia la mia intervista: “Nonno, nonno tra due settimane ho l’esame di storia contemporanea e devo presentare una tesina sulla Seconda Guerra Mondiale. Ho scelto di parlare della figura del reduce di guerra. Mi aiuti?

Va bene”, esclama lui tangibilmente felice di aiutarmi. Lo vedo dai suoi occhi.

Molti sono i dubbi, tante le domande da porgli. È un anziano signore come tanti, classe 1919, ma forse sono proprio la sua età e la sua ricca esperienza a renderlo una persona unica: è facile intuire dalla sua data di nascita che ha vissuto, e soprattutto combattuto, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Sono proprio seduta di fronte ad un reduce di guerra. Ma in fondo chi sono questi reduci? Sono curiosa di sapere di più sulla sua storia.

La mia prima domanda è di natura psicologica: “Come può aver vissuto un reduce il ritorno alla vita normale col finire della guerra?”.

È un quesito complesso, profondo, ma di certo la risposta la si può trovare solo domandandolo a chi realmente ha vissuto una tale esperienza di vita. Sicuramente è una di quelle sensazioni che si riescono a provare solo vivendole in prima persona, forse anche il racconto di terzi potrebbe essere superfluo, ma io sono di fronte a mio nonno e provo a porgli la mia domanda. Comincia così a raccontarmi la sua importante esperienza, il suo vissuto bellico.

Tutto cominciò in quella piccola realtà, in qual paesino tra Marche ed EmiliaRomagna che probabilmente già gli andava stretto. Era ancora molto giovane quando crebbe in lui una grande passione per gli aerei, vedendoli ogni giorno volare e fare acrobazie, e fu per questo che, quando terminò gli studi all’età di 19 anni, decise di raggiungere Roma per arruolarsi come volontario nella Regia Aeronautica.

Il suo compito era quello di sorvegliare il traffico aereo dal centro comunicazioni. Così, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, fu mandato in Africa, dove venne assegnato all’aeroporto di Asmara. Si trovava lì all’inizio del conflitto, e questo primo periodo di guerra fu caratterizzato soprattutto dall’impatto con una dura realtà, nella fattispecie per via delle ripetute incursioni aeree dei nemici.

Decide allora di regalarmi uno degli episodi più importanti della sua vita: durante uno di questi pericolosi momenti, attardatosi nel centro comunicazioni per dare l’allarme, all’uscita del-l’ufficio si ritrovò sulla testa ben tre cacciabombardieri, tipi di aerei progettati per la distruzione in volo di aerei nemici, nonché con lo scopo di annientare gli obiettivi terrestri, sia civili che militari.

Ben tre si lanciarono su di lui in picchiata per mitragliarlo. La morte in faccia, l’ultima cosa che vide nella sua vita. Ma invece no, quando riaprì gli occhi era ancora lì, vivo: per sua gran fortuna, nella manovra, i tre caccia si ritrovarono troppo vicini l’un l’altro e, per sviare al pericoloso impatto tra di loro, dovettero fare manovra di disimpegno riprendendo quota. In tal modo mio nonno poté uscire indenne dall’attacco e tornare dai suoi compagni nel rifugio.

A seguito di questi numerosi bombardamenti il personale superstite dovette evacuare l’aeroporto. Furono così condotti sul monte africano Amba Alagi, luogo nel quale si trovavano le ultime provviste e munizioni utili alla sopravvivenza. Ce l’avrebbero fatta?

Non ci fu tempo per pensare: mio nonno e i suoi compagni furono presi prigionieri dagli inglesi solo poche ore dopo. A lungo viaggiarono via mare, giorni, forse settimane, patendo il freddo e la fame, e sempre con la paura di possibili attacchi da parte di sottomarini tedeschi da un momento all’altro. E soprattutto una domanda sempre ben ancorata in testa: dove stavano andando?

Mio nonno lo scoprì una mattina presto: si risvegliò in India, precisamente a Bhopal. Rimase lì per tre anni, tre lunghissimi anni, costretto ai lavori forzati da coloro che lo tenevano prigioniero insieme ai suoi compagni.

Successivamente la sua esperienza di prigionia continuò in Inghilterra, dove fu portato sempre via mare sbarcando a Liverpool. Da lì furono condotti in un campo a sud di Londra, dove lui e gli altri prigionieri di guerra furono organizzati in squadre per compiere lavori agricoli.

Vi rimasero per due anni, ma stavolta fu diverso rispetto all’esperienza precedente. Si trattava di campi deserti, abbandonati in quanto tutti gli uomini inglesi erano stati chiamati al fronte. Solo poche donne erano rimaste a lavorarvi, e quindi fu molto importante inserire la manodopera dei prigionieri.

Fu lì che mio nonno imparò a realizzare cestini di vimini, piccola attività che con il tempo si rivelò per lui un gustoso passatempo, lontano dal suo mondo, dai suoi aerei, ma pur sempre un gustoso passatempo.

Organizzavano spettacoli teatrali serali mio nonno ed i suoi compagni, ai civili inglesi piacevano. Lo immagino recitare come attore protagonista nell’opera scritta proprio da loro per l’occasione, “The dream of a prisoner”, tutta in inglese poi. In fondo non deve essere stato facile. Ma quelli che sembrarono probabilmente essere per lui gli anni più tranquilli di prigionia arrivarono ad un triste epilogo: nell’ultimo anno di guerra fu nuovamente condotto altrove, stavolta fu portato prigioniero in Francia. Solo nel 1945, col finire del conflitto, fu finalmente liberato, riuscendo a rimpatriare attraverso il Brennero in Italia.

          È da qui che ha inizio la sua “nuova vita”, una vita da reduce di guerra.

Mentre mi parla del suo ritorno in Italia riesco a leggere nei suoi occhi la liberazione, la vita che si accende. Mi sottolinea il fatto di aver provato una gioia immensa nel tornare a casa, come normale che fosse d’altronde. La sua è una storia particolare: i suoi familiari lo credevano ormai morto, non avendo per anni ricevuto più notizie da lui dal fronte, e fu proprio per questo che fu accolto con enorme stupore e felicità da tutti nel suo piccolo paesino tra Marche ed Emilia-Romagna. Mi sembra di immaginarlo tra la sua famiglia il giorno del ritorno a casa, forse irriconoscibile, ma non fisicamente, nella sua anima…

Gli domando del suo stato emotivo in rapporto al ritorno alla vita normale e, fiero, mi dice di essere riuscito a riprendersi subito dall’esperienza della prigionia, grazie ai suoi affetti, nonché all’ambiente ritrovato, definito da lui stesso “ancora molto italiano”, conforme ai suoi sentimenti. Inoltre fu subito reintegrato nella Regia Aeronautica, che da lì a poco avrebbe assunto il nome attuale di Aeronautica Militare, proprio per questo suo stato di reduce e per essere rimasto fedele alla patria.

Fu mandato all’aeroporto di Ciampino, dove si occupò di sorvegliare il traffico aereo internazionale, anche grazie alla sua conoscenza dell’inglese acquisita negli anni di prigionia. Perché in fondo è vero, anche dalle esperienze più dure si può infine ricavare qualcosa di utile, e con questo reintegro lavorativo fu possibile per lui ritornare alla vita normale facilmente.

Inizio allora a pensare tra me e me che purtroppo non fu così per tutti i combattenti, e che molti di loro continuarono invece per anni a vivere nel terribile ricordo della guerra, delle bombe, della morte, senza poter tornare a condurre una vita serena e con difficoltà nel raccontare la propria esperienza.

Pongo un’ultima domanda a mio nonno: “Sei rimasto in contatto con gli altri reduci al termine della guerra?

Mi risponde che all’aeroporto di Ciampino dove lavorava c’erano altri che avevano combattuto la guerra, ma non suoi ex compagni di prigionia, ed inoltre non avvertì mai l’esigenza di prendere parte ad associazioni di reduci o movimenti sindacali, nonostante molti suoi colleghi sentirono il bisogno di ritrovarsi, di rimanere in contatto dopo questa profonda esperienza di vita vissuta insieme.

         §§§

Roma, 19 gennaio 2010. “Simona Rossi sostiene l’esame con il professor Latini”.

Mi avvicino alla cattedra, ho paura delle domande che sta per pormi. Prima di me ha già bocciato tre ragazze, anche Patrizia che sta studiando da novembre per questo esame. E la tesina poi? Gli sarà piaciuta? Ho il cuore in gola e la mente annebbiata.

Mi riconsegna il mio lavoro, recante in alto a destra la nota a penna “Nonno aviatore: ok”. Insieme a questa mi porge anche il verbale d’esame. E le domande? E non mi chiede nulla sui restanti novantacinque anni del Novecento? Sono confusa. Prendo il verbale e leggo: 30 e lode.

Non è possibile, non riesco a trattenere le lacrime.

Grazie a mio nonno anche io ora sto volando in alto, molto in alto…


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Valentina Ferrari

Condividere il dolore

E’ notte fonda mi chiamo Franco e mi trovo in sala operativa a svolgere le mie mansioni di “Duty Controller” (responsabile della Difesa dello Spazio Aereo Nazionale) e poiché l’orario lo consente, visto che il traffico aereo di notte diminuisce sensibilmente, scambio qualche parola con i colleghi che come me, anche se con mansioni diverse, vegliano sulla sicurezza della nostra bella nazione.

La sala è in penombra e viene illuminata da una luce soffusa e dai monitor della varie postazioni di lavoro dove viene visualizzata la RAP (Recognized Air Picture) cioè il traffico aereo significativo ai fini della Difesa Aerea che i reparti dipendenti trasmettono.

La nostra attenzione è così abituata a osservare quei piccoli monitor con quei simboletti strani che anche se chiacchieriamo, siamo sempre in grado di tenere la situazione sotto controllo: è la forza dell’abitudine. Nel giro di pochi secondi, infatti, possiamo riconoscere una situazione di traffico regolare da una situazione anomala; basta solo guardare la forma del simbolo della traccia e leggerne i parametri di volo.

Così, tra un’interruzione ed un’altra, iniziamo a scambiarci delle confidenze.

Luigi, così si chiama il mio “Fighter Coordinator” (coordinatore degli intercettori d’allarme), comincia a parlare di sé e della sua vita, passando con semplicità logica da un discorso relativo all’attività faticosa da noi svolta alle problematiche che ne derivano per la famiglia e per i figli.

E’ alto, magro, capelli brizzolati con una parlata tipica romana: infatti è originario di Rieti. Trasferitosi per lavoro in Emilia si è sposato con una ragazza del posto. Poi, si sa come vanno certe cose, col passare degli anni, finisce la passione e si rientra nell’abitudine quotidiana. Ci si rispetta fino a quando un nuovo incontro, per l’uno o per l’altro, non accende una nuova fiamma di passione. Forse è una definizione riduttiva della vita di coppia, ma il valore della famiglia ha subito (e ancora subisce) attacchi sociali pesanti ed incontrollabili in un mondo dove ormai tutto viene vissuto secondo un criterio di “usa e getta”, purtroppo.

Così è successo a lui quando si è invaghito di un’altra donna che aveva conosciuto durante una lunga missione all’estero. A seguito di tale relazione, ha deciso di separarsi e di andare a convivere, rientrato in Italia, con la nuova compagna abbastanza lontano dalla sua prima famiglia.

Questo fatto, ovviamente, gli ha impedito di mantenere dei rapporti regolari con le figlie. Inizialmente, a dire il vero, le incontrava spesso e sembrava che non ci sarebbero stati problemi di sorta. Un po’ alla volta, però, la situazione è degenerata. Per vari motivi, ed in particolare per il fatto che le figlie vivevano con la mamma, non è più riuscito ad avere un regolare rapporto con loro. Gradualmente le ragazze, tutte maggiorenni, hanno finito per schierarsi dalla parte della mamma.

Tale cosa gli ha procurato e ancora gli procura un grande dolore.

La situazione, all’improvviso, è precipitata quando l’anno scorso una delle figlie, quella che più aveva sofferto per la sua lontananza, è morta. Questo tragico evento lo ha fatto quasi impazzire per il dolore. Non è riuscito a farsene una ragione ed è ancora convinto che la colpa dell’accaduto sia tutta sua e che se fosse rimasto vicino alla figlia forse lei ora sarebbe ancora in vita.

Spesso, mentre si chiacchiera tra colleghi, sembra che la sua mente sia lontana e, chiaramente, si capisce che annuisce senza aver capito niente di quello che si sta dicendo.

Dopo i funerali, non è più riuscito ad andare, per vari motivi, al paese dove è sepolta la figlia e questo fatto l’ha condotto in una profonda situazione di tristezza e, ormai, è molto raro vederlo sorridere. Da qualche turno lo vedo molto depresso e mi sembra che con questo suo atteggiamento mi stia comunicando il desiderio di parlare con me.

Tra un’interruzione ed un’altra, mentre rispondiamo ai reparti dipendenti o riceviamo le condizioni  meteo delle basi aeree, finalmente si apre.

Viene fuori tutto il suo dispiacere e il suo senso di colpa che non lo lascia un attimo.

Continuando mi dice: “Sai la settimana scorsa, finalmente, sono riuscito ad andare a pregare sulla tomba di mia figlia, ho provato un po’ di sollievo e l’ho sentita, finalmente, vicino a me”.

A questo punto tira fuori dalla tasca della tuta di volo un foglietto piegato dove aveva scritto alcuni versi a seguito della visita alla tomba della figlia.

Luigi, infatti, si diletta a scrivere poesie, che gli danno molta soddisfazione interiore, con le quali riesce a tirare fuori dal suo animo i suoi sentimenti migliori.

In preda ad una forte emozione, quasi come se vedesse la figlia davanti a lui, comincia a recitare:

“E’ quasi un anno

da quando l’ultimo saluto ti lasciai

e d’allora solo la mente mia e il tuo spirito

quotidianamente han ragionato.

Ora, finalmente, il fato m’ha concesso

di sostar sul tuo sarcofago

ove il tuo corpo giace immobile.

Quel corpo che tante volte ho difeso,

a cui non diedi la forza vitale,

insita nella natura umana,

che a te fu negata.

Breve e pur sofferta la vita tua,

quando, pur volendo, non riuscivi a fare

ciò che era semplice per altri della tua età.

Eppure con tenacia e costanza

sei riuscita a raggiungere ambìti traguardi

senza il mio aiuto, senza di me,

lontano per sempre in altri lidi dove il destino

aveva indirizzato il mio futuro.

Padre spezzato, padre a metà per te sono stato,

anche se il tuo spirito, più vivo che mai

ben sa quanto t’ho amata e quanto ancora io t’ami”.

L’emozione gli blocca in gola le ultime parole mentre una timida lacrima, appena visibile nella penombra della Sala Operativa, gli solca lentamente il viso. Cerca di riprendere il suo normale atteggiamento, ma si vede chiaramente che soffre per quella sua figlia che il destino prematuramente ha voluto. Faccio finta di non accorgermi della sua profonda emozione per non imbarazzarlo ulteriormente.

“Luigi, Luigi” – dico intanto tra me e me – “se non ti conoscessi così determinato nello svolgimento della tua attività, non crederei a quello che i miei occhi stanno vedendo”.

Giunge improvvisa, a rompere l’incantesimo di quel momento d’emozione, la chiamata di un reparto dipendente che ci pre-allerta in merito ad un velivolo di linea non autorizzato che da piano di volo dovrebbe entrare nello Spazio Aereo Nato.

Di colpo, il suo volto cambia aspetto e riprende la professionalità che gli è solita mentre parla al telefono con le basi d’allarme per acquisire gli ultimi dati meteo in previsione di un possibile “scramble  (decollo rapido) degli intercettori teso a  verificare l’identità di quel velivolo.

Le telefonate cominciano ad intrecciarsi a vari livelli per risolvere la situazione operativa.

Il Controllore del Traffico Aereo conferma che il velivolo, pur non autorizzato intende passare sul nostro territorio. Lo scramble è inevitabile e in qualità di Duty ordino lo scramble agli intercettori della base più idonea per il riconoscimento del velivolo non autorizzato.

Ormai i pensieri di Luigi sono lontani dall’emozione di pochi minuti prima e il suo unico obiettivo è quello di metter gli intercettori nella condizione più idonea per intercettare e riconoscere il velivolo non autorizzato.

Appena decollati li affida al sito radar più vicino per un controllo corretto. All’improvviso, però, succede una cosa inaspettata: il velivolo non autorizzato cambia rotta e decide di circumnavigare il nostro territorio (la Sicilia) rendendo quasi inutile lo scramble. Cosa fare? Poche parole tra Luigi e me e, sapendo che il velivolo doveva dirigere comunque verso est, decido di far dirigere gli intercettori verso Malta da dove doveva passare il velivolo.

La situazione è quasi al limite.

Luigi decide per l’Hand Over (passaggio di controllo) al Centro di Controllo più vicino all’area di possibile intercettazione.

Gli intercettori hanno ormai lasciata la Sicilia e stanno per entrare nella FIR (Flight Information Region) di Malta che, allertata, autorizza l’ingresso dei nostri intercettori.

Il contatto radio comincia a diventare difficoltoso e a tratti intermittente. Luigi mantiene il collegamento con il centro radar che conduce la missione e, quando gli viene riferito che il Controllore d’intercettazione ha perso il contatto radio con gli intercettori, subito me lo riferisce e si concentra sui segnali radar in arrivo che mostrano gli intercettori in avvicinamento al velivolo sconosciuto.

Passano i minuti (solo pochi, ma sembrano interminabili) senza alcuna notizia di contatto radio del guida caccia con gli intercettori.

Sono momenti terribili. Sapendo di essere responsabili dell’Azione Tattica sia Io che Luigi ci guardiamo dalle rispettive posizioni esterrefatti.

Continuiamo a guardare la RAP e sembra che gli intercettori (riconoscibili dai loro codici) stiano dirigendo verso la Sicilia. Il contatto radio però è ancora negativo.

Pur essendo bassa la temperatura, Luigi sente caldo ed è vistosamente impallidito.

All’improvviso, finalmente, la comunicazione dal Centro Radar che il contatto radio con gli intercettori è positivo porta un po’ di serenità in lui.

Subito chiede il carburante rimanente degli intercettori e fa comunicare loro le informazioni necessarie per un sicuro rientro.

Il velivolo è stato riconosciuto e sarà posta in essere la prevista procedura per il suo comportamento contrario alle norme vigenti.

Gli intercettori sono al limite con il carburante per fare rientro alla base e, nonostante le meteo sulla base di partenza siano buone, Io e Luigi rimaniamo in apprensione fino al loro atterraggio.

Che sospiro di sollievo in quel momento.

Di colpo, noto che Luigi si siede e tiene la testa tra le mani segno che sta cercando di ritornare almeno per un attimo all’emozione precedente.

Quel breve momento di forte emozione, però, ormai è andato via nel cielo scuro di quella notte insieme ai sogni di buona parte delle persone che stanno riposando le stanche membra mentre il loro subconscio  puntualmente proietta, come in un film, in modo indecifrabile e caotico la somma delle loro esperienze e dei loro sentimenti.

Incrociamo per un attimo i nostri sguardi e mi rendo conto che il suo volto è più sereno e rilassato e forse contento di aver condiviso con me questa sua terribile angoscia e di essersi liberato del senso di solitudine che attanagliava la sua anima.

L’indomani mattina dopo il passaggio di consegne con il turno montante, recandoci lentamente verso il parcheggio delle auto, Luigi mi dice: “Grazie, Franco per avermi ascoltato”.

Accenno un timido sorriso, mentre il caldo sole di giugno illumina i nostri volti stanchi: siamo già proiettati con la mente verso casa


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Dirigibile
Raffaele Carlino

Condividere il dolore

caccia con postbruciatoreDurante un turno di servizio in sala operativa Franco (Duty Controller) e Luigi (Fighter Coordinator) si scambiano alcune confidenze. In particolare, Luigi, colpito recentemente da una disgrazia familiare (la perdita prematura di una figlia) è sempre triste e sembra assente durante i suoi rapporti con gli altri. Quella sera però sembra pronto a parlare con Franco per condividere il suo dolore e dare uno sfogo alla sua situazione psicologica.

Mentre si trova al culmine del suo racconto, un evento operativo interrompe la forte condizione d’emozione venutasi a creare. La professionalità, però, prende il sopravvento e il racconto di Luigi sembra dissolversi nel cielo con gli intercettori fatti decollare per una missione operativa di riconoscimento di un velivolo civile non autorizzato a sorvolare lo spazio aereo Nato.

Alla fine, però, Luigi, pur stanco, sembra contento sia per la buona riuscita dell’attività operativa che per la possibilità che ha avuto di poter condividere il suo dolore con Franco. Prova ne è il complice scambio di sguardi, completato da un timido sorriso tra i due, mentre si avviano verso il parcheggio delle auto per fare rientro a casa dopo il lungo e proficuo turno di servizio notturno.



Narrativa / Medio-breve Inedito; ha partecipato alla IV edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2016; in esclusiva per “Voci di hangar”

Tiberio

Erano trascorsi già quattro anni da quando Tiberio aveva inaugurato la sua base per elicotteri e di velivoli da allora ne erano atterrati tanti.

Tempo addietro, quando gli capitò l’occasione di acquistare la casetta dove abitava, era rimasto entusiasta nel sapere che con essa sarebbe diventato proprietario anche dell’appezzamento di terra antistante: avrebbe potuto coltivarvi un magnifico orto!

Dopo aver dissodato finemente il terreno vi aveva tracciato i solchi che avrebbero ospitato semenze di ogni varietà: pomodori, lattuga, rucola, ravanelli … nulla sarebbe mancato. Ogni giorno con reiterata solerzia innaffiava la sua terra e strappava le erbacce, sbirciando con impazienza i germogli spuntare.

Le piante sembravano ripagare le attese del loro padrone; senonché dopo appena una decina di giorni Tiberio le trovò tutte appassite. Riprovò più e più volte. Inizialmente i semi sembravano intraprendere un florido rigoglio, ma dopo pochi giorni non restava che terra brulla. Fu così che dopo ripetuti e vani tentativi si risolse ad abbandonare il suo intento.

Fu un suo vecchio amico a suggerirgli un uso più attuale di quel terreno: “Perché non ne fai un’aviosuperficie? È meno laborioso e ne ricaveresti un discreto guadagno”.

Dopo molti dubbi e ripensamenti abbracciò il consiglio disinteressato e in poco meno di due mesi la pista fu pronta. Le voci della sua apertura si diffusero velocemente e Tiberio scoprì che esisteva un traffico aereo non indifferente. Casa sua divenne presto approdo e punto di riferimento per tutti i  velivoli della provincia e non passava giorno che l’aria non venisse attraversata dal rumore delle eliche.

L’atteggiamento riluttante dei primi tempi si tramutò presto in una lieta attesa dei viaggiatori del cielo: ognuno di loro aveva una storia da raccontare, e se talvolta qualcuno si chiudeva in un avverso silenzio, era bello poter anche solo immaginare gli accadimenti celesti che aveva vissuto.

“Da tali altezze si perde la percezione dei piani … acqua terra e aria appaiono come un unico strato”, gli era stato detto più volte. Tiberio ascoltava affascinato quei racconti sul cielo, ma nonostante gli inviti dei piloti, aveva sempre rifiutato di volare, preferendo la sicurezza di quella terra che seppur a tratti sterile, gli dava gioia e lo rassicurava.

                                                            ***

Un’altra giornata era quasi giunta al termine e  non erano previsti altri arrivi.

Tiberio si sedette sulla terrazza più alta del vigneto che ormai non produceva che qualche stringa d’uva, e si mise a guardare il cielo, su cui di lì a mezz’ora avrebbe dominato il rossore del tramonto. L’aria autunnale aveva già lasciato il posto ad un venticello nevoso, e questo gli riportò alla mente il resoconto di uno scrittore che l’anno prima era atterrato alla sua base.

Il sole iniziava a nascondersi e gli ultimi tralci di luce colpirono l’orizzonte dei suoi occhi.

 “Esiste veramente”, aveva esordito lo scrittore, “non farti incantare dal mio modo romanzato di raccontare. E’ realtà. “Una grande montagna svetta sul lato orientale di un’isola” e il fiato gli si interruppe per l’emozione del ricordo.

 “Ha le sembianze di un volto disteso, sguardo intenso rivolto al cielo… vi si distingue il naso longilineo e la guancia tonda che digradando si unisce alla linea della fronte.  Quel giorno la superficie era innevata e percorsa da scie di nero lavico che in prossimità delle cavità degli occhi disegnavano righe quasi di pianto”

La sera era giunta e con essa un’umidità penetrante.

“Una faccia muta intenta in ogni tempo a guardare il cielo. Attorno ad essa si estende un paesaggio che l’occhio non riesce ad abbracciare per intero se non sfocatamente… fichi d’india, ginestre, i resti di un acquedotto romano, case sparse”.

Tiberio abbandonò il suo posto sul monte. L’aria umida aveva ormai coperto d’acqua ogni filo d’erba, e il pensiero di un camino frigolante lo invitava a rientrare in casa.

 “Il giorno della partenza l’isola fu scossa da boati che attraversavano le viscere della terra  –‘A Muntagna iè’- mi disse il pilota- ‘c’avi quarchi cosa ra rire’-. Avrei finalmente potuto osservare il gigante montuoso dall’alto, abbracciarlo nella sua pienezza e fissare i miei occhi nei suoi.

Quando decollammo era già l’imbrunire, mi sentivo agitato, impaziente. La Montagna stendeva il proprio manto roccioso come un’ampia gonna spiega le sue balze. Ad un certo punto vi fu un boato più forte ed il vetro si colorò di una sabbia nerastra; potevo intravvedere ancora i fiotti di lava uscire dalla bocca centrale di quel gigante, il fiume caldo raggiungere le pareti concave degli occhi e da questi colare lentamente lungo le rughe dei fianchi”.

Tiberio mise le scorze del mandarino sulla brace del camino: l’odore agrodolce unito al calore gli fece lacrimare gli occhi e gli riportò alla mente quelli altrettanto lucidi dello scrittore, che a quel punto aveva interrotto il racconto ed alzato lo sguardo nello sforzo di contenere la commozione.

La mattina dopo Tiberio comunicò che per quel giorno la base sarebbe rimasta chiusa. Solo un elicottero atterrò. Respirò a fondo, pensò al Gigante e salì.

Quei racconti che aveva ascoltato per anni, divennero ad un tratto i suoi stessi pensieri.

Ti chiedi se sei ancora in vita…

 Il bianco si accalcava sul finestrino e diradandosi si apriva su una distesa di nuvole su cui torreggiavano morbidi iceberg.

Gli occhi mi si chiudevano e un torpore accompagnava la mia morte indolore.

Cercavo di restare vigile per non perder nulla di quel biancicoreo mondo. Le nubi più leggiadre sorvolavano i banchi di nuvole che galleggiavano compatti sul mare celeste.

Il senso di stanchezza aumentava all’innalzarsi dell’altitudine. Sentivo le palpebre diventare sempre più pesanti.

Respirai profondamente e chiusi gli occhi.

 

 


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Elena Cantarella