Intervista a Ermete Grillo





Durante la cerimonia di premiazione della XII edizione del concorso letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, Marco Forcina, instancabile segretario e impeccabile presentatore, mi aveva regalato un augurio: conoscere prima o poi Ermete Grillo, il protagonista del mio racconto “Il sognatore”, classificatosi al primo posto per l’edizione del 2024.

Un augurio che è andato a buon fine, dato che, in occasione della premiazione di quest’anno per la XIII edizione del premio, Ermete ci ha raggiunto a Firenze presso l’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche dell’Aeronautica Militare.

Innanzitutto, facciamo un passo indietro. La vicenda è iniziata al MUSAM, il Museo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle, in provincia di Roma, sulle sponde del lago di Bracciano. Durante la visita guidata post-premiazione del 2023, mi sono imbattuta in una figura sconosciuta, almeno per me, dell’aviazione italiana, Flavio Torello Baracchini.

Ermete Grillo con la fedele ricostruzione della divisa di Flavio Torello Baracchini, posa accanto al biplano che fu proprio del grande asso italiano e conservato presso il MUSAM, il preziosissimo Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana presso le rive del Lago di Bracciano – Roma (foto fornita da Ermete Grillo)

La prima curiosità, inutile dirlo, è stata dettata dal caso di omonimia. In seguito, documentandomi, ho scoperto un vero eroe della Prima Guerra Mondiale, pluridecorato, presente persino alla cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto nel 1921. Ed è stato proprio grazie a Flavio che sono venuta a conoscenza di Ermete Grillo.

A corollario della graditissima sorpresa che Ermete ci ha concesso quest’anno con la sua presenza alla premiazione, gli avevo anche strappato la promessa di un’intervista.

Ed ora eccoci qui…



Di solito quando si parla di piloti della Prima Guerra Mondiale si pensa immediatamente a Baracca (l’ho fatto anch’io all’inizio del mio racconto). Secondo te, la coltre di oblio su Baracchini è stata voluta? E se così fosse quale pensi ne sia la probabile ragione?

Non credo assolutamente che la coltre di oblio sul Capitano Baracchini sia voluta. Sono tantissimi gli Eroi della Grande Guerra, non solo aviatori, oggi dimenticati: Enrico Toti, Nazario Sauro, Ettore Viola e un’intera generazione, “I Ragazzi del ‘99”. Tanti giovanissimi chiamati alle armi dopo la disfatta di Caporetto che, con la loro freschezza e il loro coraggio, furono decisivi per la resistenza sul Piave e la vittoria finale. I motivi principali per cui oggi la memoria di queste figure è meno vivida è da ricercare in una combinazione di fattori storici, politici e sociali che hanno cambiato il modo con cui oggi guardiamo alla Grande Guerra.

Innanzitutto la Seconda Guerra Mondiale è molto più vicina a noi nel tempo e ha avuto un impatto più drastico sulla società moderna (la nascita della Repubblica, la Resistenza, la Costituzione). Un altro fattore è che negli ultimi 50 anni, la storiografia e la sensibilità pubblica sono cambiate.

Oggi c’è la tendenza a vedere la Prima Guerra Mondiale come un’inutile strage. Quelle poche persone che guardano a quel periodo storico preferiscono, nella migliore delle ipotesi, ricordare il Milite Ignoto o le sofferenze dei fanti nelle trincee piuttosto che il singolo gesto eroico, visto come un’eccezione in un mare di dolore.

Vi è poi l’ineluttabile fattore biologico: spentasi la voce dei nonni e dei bisnonni che rendevano la memoria un soffio vitale tra le mura domestiche, quel conflitto è scivolato dal cuore ai libri di scuola, divenendo polverosa materia di studio priva di quel calore emotivo che tiene in vita i nomi.

Per tornare al Maggiore Francesco Baracca credo che il suo ricordo sia sopravvissuto grazie ad una profonda volontà familiare che, unita ad una solida disponibilità economica, ha dato vita già dal 1924 a una realtà museale. Lo stesso Regio Esercito e la neonata Regia Aeronautica nel 1923 gli dedicarono degli Stormi piuttosto che caserme o aeroporti.

Baracca venne scelto dalla propaganda dell’epoca come il volto dell’aviazione italiana. La sua morte eroica in azione nel 1918, il suo passato in Cavalleria e il legame con il Cavallino Rampante, destinato a divenire mito universale con la Ferrari, lo hanno proiettato in una dimensione mitologica che ha oscurato quasi tutti gli altri piloti.

Mentre Baracca muore all’apice della gloria bellica, diventando un martire della Patria, Baracchini sopravvive alla guerra e, a mio modesto avviso, il suo volontario congedo compromette il lustro della sua memoria negli annali delle istituzioni militari.

In sintesi credo a Baracchini sia mancato quel fatale connubio tra morte sacrificale e araldica che ha reso Baracca un’icona nazionale.

L’Hanriot HD.1 di Flavio Torello Baracchini in tutta la sua radiosa bellezza, esemplare unico e iconico del MUSAM. E’ stata la visione di questo biplano e della targa che riconduceva al nome del suo pilota che ha innescato la scintilla in Ersilia Torello per scrivere un racconto dedicato all’asso della Grande Guerra e al suo factotum, al secolo Ermete Grillo. Una scintilla che le è valsa la piazza d’onore della XII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE (foto proveniente da www.flickr.com)

Come pensi che Flavio abbia vissuto la perenne rivalità con Francesco Baracca?

Il rapporto tra Flavio Torello Baracchini e Francesco Baracca è una delle dinamiche umane più interessanti dell’aviazione della Grande Guerra, segnata da un misto di emulazione, rispetto e una sorta di “passaggio di testimone” avvenuto in circostanze drammatiche.

Baracchini è un pilota di estrazione diversa rispetto a Baracca, che è un Ufficiale di Cavalleria, nobile e dai modi da gentiluomo. Baracchini ha origini modeste, considerato un combattente più “irruento” e individuale, tanto da guadagnarsi il soprannome di “d’Artagnan dell’Aria”. Nonostante questa differenza di stile, il confronto con il record di vittorie di Baracca è inevitabile, dato che Baracchini ottiene i suoi successi in un lasso di tempo incredibilmente breve.

Il momento cruciale del loro rapporto ideale avviene il 19 giugno 1918, con la morte di Francesco Baracca sul Montello. Baracchini vive quest’evento con un profondo senso di responsabilità: essendo l’Asso in servizio con il maggior numero di vittorie aeree viene definito, di fatto, l’erede di Baracca. Lui stesso si sente in dovere di colmare il vuoto lasciato dal suo predecessore arrivando persino ad intensificare i suoi voli. Le cronache dell’epoca riportano del suo desiderio quasi ossessivo di onorare e superare i record di Baracca per risollevare il morale dell’Aviazione Italiana.

Nonostante la competizione per il primato, Baracchini dimostra sempre un grande rispetto per la figura di Baracca. Non cerca mai di sminuirne il mito, al contrario usa la figura del collega come uno stimolo costante per migliorare la propria tecnica in combattimento. In un’occasione, quando gli viene chiesto se si considerasse l’erede di Baracca, risponde con la modestia tipica del suo carattere:

«Non c’è un erede di Baracca, perché Baracca è insostituibile. Io cerco solo di fare il mio dovere, come lui ha fatto il suo fino alla fine.»

In sintesi, per Baracchini la rivalità con Baracca non è mai un conflitto personale, ma come per tutti gli Assi, una sfida sportiva e patriottica. Baracca è il traguardo da raggiungere, il modello da eguagliare per dimostrare che l’Aviazione Italiana, anche senza il suo leader, resta imbattibile.

Cosa avrà provato e soprattutto come avrà reagito quando non gli sono stati riconosciuti tutti gli  abbattimenti nemici?

La decurtazione delle 10 vittorie (passate dalle 31 citate dai Bollettini di Guerra alle 21 omologate dalla commissione post-bellica) è per Baracchini fonte di profonda amarezza e frustrazione, un sentimento che lo accompagnerà per gran parte del dopoguerra.

Secondo le testimonianze dell’epoca e i resoconti storici, l’Asso lunigianese vive questo declassamento come un’ingiustizia burocratica che non tiene conto della realtà vissuta al fronte. Secondo lui la Commissione Bongiovanni (incaricata di revisionare le vittorie aeree nel 1919) rinnega i riconoscimenti ufficiali del Comando Supremo. I suoi 31 abbattimenti sono stati celebrati pubblicamente durante il conflitto come atti di eroismo nazionale. Vederseli togliere a tavolino per “mancanza di testimoni a terra” gli pare un affronto alla sua integrità di Soldato.

Secondo i Bollettini di Guerra, Baracchini è riconosciuto come il secondo miglior Asso dell’Aviazione Italiana, ma la decurtazione lo fa scivolare al quarto posto. Sebbene uomo schivo, Baracchini tiene al riconoscimento del valore dimostrato, soprattutto perché ha combattuto con un’aggressività e una frequenza di missioni quasi senza eguali, spesso volando anche quando era ferito.

Nonostante l’amarezza, non cerca mai di scatenare volgari polemiche pubbliche. La sua reazione è caratterizzata da un silenzioso sdegno. In alcune interviste e lettere trapela la convinzione che le vittorie non servissero a lui come individuo, ma all’Aviazione Italiana. Vederle ridotte significa sminuire lo sforzo di tutto il Corpo Aeronautico Militare.

Paradossalmente, si trova conferma del suo valore più nei registri nemici che in quelli Italiani. Molte delle vittorie annullate dalla commissione Italiana risultano effettivamente documentate negli archivi dell’aviazione Austro-Ungarica come perdite reali. Questo scollamento tra la verità storica, ciò che era successo nei cieli, e la verità amministrativa, ciò che i burocrati potevano confermare, è la causa principale del suo malessere.

Difficile dire dove cominci la realtà e dove finsca la finzione storica. Ermete Grillo o Flavio Torello Baracchini? Difficile dire dove cominci l’uno e finisca l’altro (foto proveniente dalla pagina FB del Progetto HD.1 Baracchini)

Di sicuro sarà apparso agli occhi degli italiani come un eroe enigmatico, circondato da un alone di mistero ma anche da una certa notorietà, che in genere riscuotevano gli Assi dell’epoca…

Si sa qualcosa della vita privata del pilota? Aveva una fidanzata, una moglie?

Finita la guerra, nei primi mesi del 1921, Baracchini soggiornò a lungo a Roma. Animato da un sincero legame affettivo verso l’Arma riallacciò i rapporti con i vertici del Corpo Aeronautico Militare dell’Esercito.

Contestualmente, nonostante il suo carattere riservato, la Medaglia d’Oro al Valor Militare lunigianese era una presenza costante e ricercata negli eventi mondani della Capitale. In quelle occasioni, Baracchini si sforzava di smussare gli angoli più aspri del proprio carattere, sforzandosi di mostrare cortesia e maniere impeccabili. Sebbene il susseguirsi di ricevimenti e feste lo affaticasse e gli infliggesse una noia mortale, finì per adattarsi progressivamente a quel mondo dorato, abituandosi alle attenzioni e alle lusinghe delle giovani debuttanti e delle loro influenti famiglie.

Fu proprio in questo contesto che una giovane gentildonna, Maria Novarese, riuscì a vincere le sue resistenze interiori: il loro matrimonio fu celebrato a Roma il 20 luglio 1921. L’unione, purtroppo, non fu allietata dalla nascita di eredi, circostanza verosimilmente riconducibile ai pregressi e gravi problemi di salute di Baracchini.

Ermete, durante le mie ricerche su Flavio Torello Baracchini, mi ha colpito il tuo sogno di portarne avanti la memoria. Qual è la molla che ti spinge a farlo?

Custodire e tramandare la memoria non è soltanto un pilastro del mio operato, bensì la sua vera dimensione spirituale, l’essenza stessa che ne giustifica l’esistenza.

Durante il tragico crepuscolo della Grande Guerra, oltre sei milioni di giovani anime in armi, provenienti da ogni angolo del mondo, sacrificarono il proprio domani sull’altare della storia. Mi tormenta un pensiero che si fa ogni giorno più vivido: se l’oblio sta stendendo il suo velo persino su coloro che furono gli “Assi”, i nomi leggendari che un tempo brillavano nel firmamento del valore militare e affollavano tutte le prime pagine dei quotidiani dell’epoca, quale flebile speranza di ricordo resta per la moltitudine dei dimenticati?

Molti di quei ragazzi, che non fecero mai ritorno al focolare domestico, riposano oggi sotto il peso di una pietra che reca la fredda dicitura “Ignoto”. Dietro ogni singola lapide anonima vi è stato un padre, una madre, a cui è stato negato persino il conforto di sapere dove posare un fiore o versare una lacrima per il proprio figlio perduto.

Il mio progetto, dedicato all’HD.1 di Flavio Torello Baracchini, non nasce dunque con l’intento di celebrare meramente il secondo miglior Asso dell’Aviazione Italiana. Intende, piuttosto, onorare non solo la sua memoria ma anche quella degli oltre sei milioni di giovani che rischiano di svanire nel silenzio come cenere dispersa dal vento dell’indifferenza.

Accade frequentemente che Ermete Grillo venga invitato a partecipare a eventi a carattere aeronautico particolarmente prestigiosi e con enorme numero di visitatori. Questo scatto risale alla notevolissima manifestazione aerea che ebbe luogo presso l’aeroporto di Pratica di Mare – Roma nel 2023 in occasione del centenario dell’AMI costituendo di fatto una delle rievocazioni storiche meglio riuscite (foto fornita da Ermete Grillo)

Puoi dirci qualcosa in più del tuo progetto HD.1 Baracchini?

Il Progetto HD.1 Baracchini ha come scopo la realizzazione di una Riproduzione volante di un Caccia della Grande Guerra in dotazione al Corpo Aeronautico Militare del Regio Esercito, il Macchi Hanriot HD.1, caratterizzato dalle insegne personali del Tenente Flavio Torello Baracchini. Un omaggio ad un Asso volante che con questo velivolo scrisse pagine leggendarie, una sfida tecnica che punta a un primato: riportare in volo in Italia, dopo oltre un secolo, l’unico aeroplano dotato di un motore rotativo originale del 1917.

Per riproduzione si intende che l’aeroplano in costruzione è perfettamente sovrapponibile a quello prodotto nel 1917 dalla Macchi di Varese con una modalità di lavoro che valorizza e privilegia l’aspetto conoscitivo, tecnico e di divulgazione delle capacità e tecniche costruttive dei primi anni del 1900.

Questo lungo ed ambizioso percorso ha avuto inizio con il rinvenimento dei piani di costruzione originali del velivolo, di cui non esisteva un kit per la costruzione. Di conseguenza ogni suo componente, irreperibile in commercio, è stato auto-costruito. Ogni particolare è stato realizzato partendo da una trave di legno grezza piallata o da un foglio/tubo di acciaio/alluminio lavorato, piegato o saldato. La tecnica ed i materiali, ad eccezione della colla, sono gli stessi che venivano utilizzati nel 1917.

Un lungo, meticoloso e appassionante percorso di ricerca, guidato da un amore incondizionato per la storia e la tecnica, ha condotto al reperimento di tutti i componenti originali della strumentazione di bordo dei gloriosi aerei da caccia del Regio Esercito Italiano. Questi strumenti di volo originali, portatori di storie centenarie, completamente restaurati e riportati all’antico splendore, equipaggeranno il velivolo in costruzione per permettergli di riprendere a volare nuovamente dopo 110 anni.

In virtù della riconosciuta valenza storico-culturale, il Progetto ha avuto l’onore di ricevere importanti patrocini istituzionali, nonché di figurare in numerose e prestigiose manifestazioni aeronautiche internazionali, come il Centenario dell’Aeronautica Militare Italiana. Tali eventi hanno costituito occasioni di alto valore educativo e divulgativo, permettendo di interloquire con migliaia di persone. In aggiunta il Progetto è stato presente in contesti di elevato profilo culturale e didattico, tra cui istituzioni museali di rilevanza, luoghi deputati alla conservazione della memoria storica, istituti di istruzione secondaria di primo grado.

La rievocazione storica della figura mirabile di Flavio Torello Baracchini è uno delle attività in cui il buon Ermete Grillo è frequentemente impegnato perché, al di là del velivolo conservato presso il MUSAM, poco e nulla è giunto di tangibile alle nuove generazioni; cosa ben diversa è vedere in carne e ossa il famoso asso della Grande Guerra, in divisa, accanto a una riproduzione di un’officina da campo dell’epoca con l’aeroplano Hanriot HD.1 in stato avanzato di allestimento (foto fornita da Ermete Grillo)

Sicuramente non è facile cimentarsi in una tale impresa. Qualcuno ha tentato di farti desistere o ti ha dato semplicemente del pazzo?

La genesi di quest’opera si scontra con una sfida dalla natura triplice, un cammino impervio che mette alla prova non solo la perizia tecnica, ma anche la capacità di ascoltare la voce della storia. In primo luogo, vi è l’ardua interpretazione delle tavole costruttive originali e delle soluzioni ingegneristiche dei primi del Novecento: codici e linguaggi tecnici ormai quasi perduti, che richiedono una forma di archeologia di pensiero per essere compresi e tradotti nel presente. A ciò si aggiunge l’assenza di componenti reperibili sul mercato, che impone una totale e minuziosa autocostruzione di ogni singolo elemento, necessità che mi ha spinto, in alcuni casi, a ricreare da zero le attrezzature dell’epoca. Infine, la sfida culmina nell’impiego del motore rotativo, un cuore pulsante oggi quasi ignoto nel nostro Paese e avvolto da un ingiustificato alone di timore.

Sono innumerevoli coloro che, con accalorato fervore, mi hanno dissuaso dal cimentarmi in tale impresa. Nel panorama aviatorio italiano, i piloti scorgono nel motore rotativo un pericolo insormontabile: la maggior parte, quando parlo del mio Progetto, tenta di scoraggiarmi; altri, sospetto, tacciano per pura cortesia. Questa diffidenza nasce da un vuoto lungo un secolo: in Italia, da cent’anni, nessuno solca più il cielo con questa tecnologia.

I piloti stranieri, che volano regolarmente con motori rotativi, mi confortano rivelando di aver vissuto, a loro tempo, il medesimo isolamento e lo stesso scetticismo. È innegabile che il mondo del volo contemporaneo non sia più conformato, né nello spirito né nella materia, ad accogliere una creatura della Grande Guerra. Le nostre attuali piste, lunghe e strette strisce d’asfalto, sono l’antitesi dei vasti campi d’erba quadrangolari di un secolo fa.

Nonostante ciò, il mantra dell’inaffidabilità del motore rotativo continua a essere recitato da chi non ne ha mai visto uno nemmeno dal vivo. Eppure, nel mondo ne volano circa quaranta e nessuno di coloro che li gestisce ne parla con timore. Un veterano ottantenne, possessore di ben tre velivoli storici, mi ha confidato come in una vita intera dedicata al volo nessuno dei rari incidenti occorsi sia mai stato imputabile al motore rotativo. È una verità dimenticata che, agli albori del Novecento, questa meccanica fosse considerata la più sicura e affidabile. Gli esperti sono spesso prigionieri di preconcetti, chi invece è digiuno di volo osserva l’impresa con occhi puri, lasciandosi affascinare dal sogno piuttosto che dal pregiudizio.

Vorrei citare un’esperienza personale: mentre costruivo il biplano con cui volo tutt’oggi, molti mi profetizzarono un imminente disastro fin dai primi rullaggi, a causa della complessità del carrello biciclo. È verissimo che tali velivoli richiedono una maestria superiore e non perdonano l’errore al suolo, ma posso affermare che, nelle poche emergenze affrontate, il carrello non è mai stato la causa del problema. Credo quindi che la sfida non risieda nel mezzo, ma nella capacità di comprenderne e rispettarne l’anima antica.

Con questo non nego le oggettive difficoltà di un motore del passato, che esige un tributo di attenzione e fatica, sconosciuto alle moderne motorizzazioni. I rischi sono reali e ineludibili, compagni di viaggio silenziosi. Ma ciò che spinge un appassionato come me verso l’orizzonte del volo pionieristico non è la ricerca del rischio, bensì il desiderio ardente di mantenere in vita un pensiero, una cultura e un coraggio che hanno più di cento anni. Volare con questo aereo significherà impedire che il tempo cancelli la memoria di chi ha osato prima di noi, significa abbracciare un’eredità di vento e di gloria affinché non diventi mai cenere, ma resti per sempre un soffio vitale nel cielo.

Il 2 agosto 1917 Flavio Torello Baracchini fu insignito della Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione: “Abilissimo ed arditissimo pilota di aeroplano da caccia, con serena incuranza del pericolo ed indomito coraggio, in trenta giorni di servizio alla fronte sostenne brillantemente e vittoriosamente 35 combattimenti aerei, riuscendo ad abbattere 9 velivoli avversari. Cielo del basso e medio Isonzo, 15 maggio – 22 giugno 1917”. 

Ma da dove arriva tutta la testardaggine che ti induce a non arrenderti?

Se dovessi guardare solo i numeri o la logica, avrei dovuto smettere anni fa. In questo decennio, il mio percorso è stato lastricato molto più di fallimenti che di successi. C’è un profondo senso di speranza nel lavorare il legno: passi decine di ore su una singola centina, poi un colpo di scalpello appena più deciso o un nodo che emerge all’improvviso dal cuore della tavola rendono quel pezzo inutile. In un attimo, il lavoro di settimane diventa scarto.

Ma la materia non è l’ostacolo più grande. Il legno, dopotutto, è onesto nel suo resistere. Ciò che mi ha deluso maggiormente, portandomi spesso sulla soglia della resa, sono state le false promesse. Ho incontrato molte persone che si sono riempite la bocca di entusiasmo pronunciando promesse mai richieste. Persone che poi sono svanite nel nulla al momento del bisogno. Quel silenzio, dopo tante parole, è più pesante di qualsiasi motore aeronautico.

Allora perché continuo? Perché quest’assurda testardaggine è l’unico argine che ho contro un terrore ancora più grande: l’idea che quei piloti e le loro macchine vengano dimenticati.

Quei ragazzi volavano con entusiasmo su legno e tela, sospesi tra il coraggio e l’incoscienza. Se io mi arrendessi davanti a un pezzo di legno rovinato o a una promessa mancata, permetterei alla loro storia di sbiadire definitivamente. Ogni volta che ricomincio un pezzo da zero, ogni volta che scavo con le mie sole forze per sopperire all’assenza di chi aveva promesso aiuto, io sto dicendo a quei piloti che non sono soli.

Ricostruire quest’aereo non è un esercizio di stile, è un atto di resistenza romantica. È la prova fisica che la memoria vale la fatica di dieci, venti anni di lavoro. Mi piace pensare che, finché io continuerò a combattere con i nodi del legno e con le delusioni, loro continueranno a volare.

Il logo del Progetto di ricostruzione ex novo del biplano Hanriot HD.1 che fu di Flavio Torello Baracchini. Esso gode di prestigiosi patrocini e, tra gli altri, del Comune di Villaffranca Lunigiana, città natale dell’asso cui peraltro è dedicato l’omonimo Istituto Comprensivo Statale scolastico. Il palazzo della famiglia Baracchini sovrasta ancora il Borgo Vecchio di Villafranca e il ponte sul Bagnone sotto le cui arcate, secondo la leggenda narrata dagli anziani del luogo, pare volasse il rampollo di famiglia col suo biplano per stupire gli amici, subito dopo la I Guerra Mondiale. Flavio Torello Baracchini è ricordato nella terra che lo vide nascere da una grande statua davanti al municipio e una più piccola posta di fronte all’ingresso della scuola omonima. Il suo aereo, l’Hanriot HD1 della 76° squadriglia con l’insegna dei ‘quattro assi’, è diventato ovviamente il simbolo dell’Istituto scolastico (foto prelevata dalla pagina Fb del Progetto HD.1 Baracchini: https://www.facebook.com/profile.php?id=100083177242439) .

Quello che dici è encomiabile. Davvero. Il rispetto della memoria non dovrebbe mai venir meno. Ma veniamo a noi. Quando hai saputo dell’esistenza del mio racconto, qual è stata la tua prima reazione nel leggerlo? Confessa!

Ne ho appreso l’esistenza quasi come un segno del destino. Una persona presente alla cerimonia del Premio Letterario, sapendo che io ero il protagonista di questo racconto mi ha raggiunto con un messaggio vibrante di emozione. Non appena ho saputo che le mie parole avevano trovato rifugio in una narrazione, mi sono immerso nella lettura, spinto da una curiosità mista a reverenza.

Debbo confessarti, con estrema sincerità, di esserne rimasto profondamente turbato e, al contempo, meravigliato. Ho letto quelle pagine tutto d’un fiato, con  uno stupore mai provato prima: come poteva una persona mai incontrata prima saper distillare, in un componimento così breve e delicato, la sostanza stessa delle mie emozioni più intime? È stata una rivelazione folgorante. Non avevo mai compreso appieno quanto i sogni di un uomo, se nutriti di autentica passione, possano farsi fecondi e contagiosi, capaci di fiorire nell’anima di chi predisposta ascolta.

Sottoscrivere la mia presenza ad eventi solenni, come le celebrazioni per il Centenario dell’Aeronautica Militare, ha richiesto sacrifici importanti: giorni di ferie annullati, ore sottratte agli affetti più cari, fatiche che spesso portano a chiedersi, nel silenzio della riflessione, se tale sacrificio trovi una sua giusta ricompensa. La risposta che abitualmente offro alla mia coscienza è che se anche un solo individuo, tra la folla, avrà mutato il proprio sentire o si sarà soffermato a meditare sul valore della nostra storia, allora ogni affanno sarà valso il sacrificio.

Nel tuo racconto, tutto questo traspare con una nitidezza commovente. Ma tu hai compiuto un gesto ancor più alto: fissando in uno scritto il mio sogno, la mia dedizione e la ferma volontà di onorare la memoria di Baracchini, tu gli ha fatto dono dell’eternità. È questo il miracolo della letteratura: scrivere di un uomo è l’incantesimo che guarisce la morte, è l’istante in cui la storia smette di essere passato e lo spirito si fa immortale, trovando dimora eterna nel cuore di chi legge.

Grazie a te, quel sogno non è più soltanto mio. Ora appartiene alla memoria collettiva.

La presenza di Ermete Grillo alla premiazione della XIII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE ha costituito un valore aggiunto per l’evento fiorentino e ha rappresentato un ponte ideale con la precedente edizione oltre che un’occasione di riflessione e di commozione per il pubblico presente nella magnifica sala convegni dell’ISMA. Una sincero stupore ha infatti pervaso la sala quando l’asso italiano si è materializzato nella figura e soprattutto nelle parole di Ermete Grillo che, introdotto da Ersilia Torello, ha di fatto coronato il sogno della scrittrice salernitana: incontrare il protagonista del suo racconto “Il sognatore”. Evviva  i sogni!

Ti ringrazio. Le tue parole mi commuovono. Passiamo però alla tua presenza a Firenze per la XIII edizione del Premio. Con che spirito hai affrontato l’esperienza? E com’è stato l’incontro con l’autrice? Puoi dirlo senza problemi… te lo concedo.

Accolgo ogni invito a presentare il mio progetto non come un onere, bensì come un dono, una rara fortuna che mi concede il privilegio di dar voce a chi non ne ha più. Eppure ogni volta che mi trovo dinanzi a una platea, un timore sottile mi tormenta: la paura di non essere in grado di trasmettere, con la dovuta intensità, la terza dimensione della mia opera. Non costruisco solo un velivolo, cerco di edificare un altare alla memoria di un’intera generazione di ragazzi che offrirono, nel fiore degli anni, la giovinezza o la vita stessa sull’altare della Patria.

L’incontro con l’autrice è stato un momento di una densità emotiva indescrivibile. Mi sono sentito travolto da un sentimento di gratitudine così grande che ho ancora adesso difficoltà a trovare le parole che possano degnamente onorarlo.

Ersilia, hai compiuto ciò che io, con il metallo e il legno, posso solo tentare: hai reso immortale un frammento di storia. Il debito di riconoscenza che sento nei tuoi confronti per aver donato l’eternità al mio sogno e ai tanti eroi dimenticati è un’emozione che rimarrà, per sempre, custodita nel mio intimo.

Di nuovo ti ringrazio per le belle e commoventi parole. La mia curiosità però mi sprona a farti altre domande. Durante la cerimonia di premiazione hai indossato la riproduzione fedele della divisa del pilota e hai preferito presentarti come Flavio Torello Baracchini e non con il tuo vero nome. Perché pensi sia importante?

Penso che l’uniforme abbia da sempre incarnato l’espressione tangibile dell’impegno e dell’amore per la propria Nazione sino all’estremo sacrificio. Indossare l’Uniforme del Regio Esercito durante le manifestazioni non è un mero atto formale, bensì lo strumento privilegiato per una narrazione in prima persona, capace di instaurare un contatto diretto ed empatico con il pubblico. Si configura così un approccio storiografico alternativo, dove il passato non viene solo letto sulle pagine di un volume, ma rivissuto e percepito in modo più profondo perché narrato dal protagonista stesso.

È più difficile indossare la divisa della Prima Guerra Mondiale di Flavio o costruire una parte ex novo del tuo biplano?

E’ indubbiamente più difficile indossare la divisa di Baracchini. È un peso che grava sulle spalle ben più di quanto faccia la struttura stessa del velivolo.

Forgiare una parte dell’aeroplano è una sfida che nutre lo spirito di ogni appassionato costruttore: è un esercizio di sapienza artigiana, un modo per sfidare i propri limiti e recuperare quella manualità che il tempo sta inesorabilmente cancellando. C’è il piacere della creazione, la gioia di veder nascere una forma dal nulla.

Ma indossare quell’uniforme è un atto che mi lascia ogni volta smarrito con un perenne senso di inadeguatezza. Io non sono un rievocatore, né un collezionista di cimeli. Indosso quell’Uniforme con il timore di chi si sente indegno di fronte alla grandezza. Sono convinto che  sia lo strumento più diretto per dare corpo e voce al coraggio e alle gesta di un uomo straordinario che il mondo rischia di dimenticare.

Ogni volta che la indosso, sento il peso della responsabilità, conscio che nessuna figura potrà mai essere pienamente all’altezza del valore di chi, in quella divisa, ha offerto tutto se stesso.

Complice lo scatto in bianco e nero, avremmo giurato che quello ritratto accanto alla fusoliera del biplano che fu di Flavio Torello Baracchini potesse essere davvero l’asso della Lunigiana e invece … trattasi dell’altrettanto eroico Ermete Grillo. Ricordiamo che, se la nascente Regia Aeronautica non avesse rivisto le modalità di conteggio degli abbattimenti eseguiti, Flavio Torello Baracchini sarebbe stato ascritto a pieno titolo quale il migliore asso italiano della I Guerra Mondiale, subito dopo il mitico Francesco Baracca (foto fornita da Ermete Grillo)

E se per caso avessi una macchina del tempo, indossando la divisa di Flavio, quale momento della sua vita sceglieresti e perché?

Sceglierei senza esitazione il 24 marzo 1918, il giorno che ho scelto di indossare l’uniforme per celebrare le rievocazioni storiche.

Fra tutti i periodi del suo lungo e valoroso servizio, la scelta è ricaduta su quel giorno poiché sancisce il rientro in servizio attivo di Baracchini dopo circa otto mesi di forzata convalescenza, dovuta alla sua prima grave ferita. Con un atto di abnegazione che ne testimonia l’eccezionale tempra, Baracchini sceglie di rinunciare ai sessanta giorni di licenza di convalescenza, che ancora gli spettavano di diritto, per presentarsi anzitempo presso il campo d’aviazione di Casoni (VI), sede della 76ª Squadriglia. Ad attenderlo sulla pista, vi era il nuovo velivolo in dotazione all’Aviazione del Regio Esercito: il caccia Hanriot HD.1.

In quel periodo, la 76ª Squadriglia non rappresentava più uno dei molti raggruppamenti aerei dislocati lungo il fronte, bensì era divenuta un reparto d’élite, un consesso di eccellenze che nulla aveva da invidiare alla leggendaria 91ª Squadriglia di Francesco Baracca. Vi militavano giovani aviatori promettenti, Assi in ascesa e piloti già pluridecorati.

Sebbene Baracchini fosse l’unico pilota della Squadriglia a potersi fregiare della Medaglia d’Oro al Valor Militare, il primato dei velivoli abbattuti apparteneva in quel momento al Tenente Silvio Scaroni, che aveva raggiunto quota diciassette vittorie, mentre Baracchini si era visto costretto a interrompere a quota quattordici.

All’interno del Reparto, un interrogativo silenzioso ma pervasivo occupava le menti dei commilitoni: ci si chiedeva se l’Asso lunigianese sarebbe stato in grado di recuperare quell’ardimento che lo aveva contraddistinto fino ad allora o se il trauma della ferita al volto ne avesse irrimediabilmente intaccato lo spirito combattivo.

Baracchini, da sempre incline a far parlare i fatti al posto delle parole, decise di rispondere mutando radicalmente la propria insegna personale. Abbandonato lo scudo nero di D’Artagnan, fece dipingere sulle fiancate del suo nuovo Hanriot i quattro assi delle carte da gioco, lanciando in tal modo un fiero e inequivocabile monito non solo ai nemici, ma ai suoi stessi commilitoni: l’Asso degli Assi era tornato.

Credo che il rientro in Squadriglia abbia rappresentato il momento più alto della sua parabola umana e militare. Per un Soldato di tale valore, non esiste destino più nobile né richiamo più forte del tornare a difendere la propria Patria nei cieli.

Dove finisce Ermete e inizia Flavio… e viceversa?

Il confine tra me e Flavio è un gioco di specchi e di assenze. Quando indosso la sua uniforme, io smetto di esistere: le mie parole diventano le sue, i miei occhi cercano i suoi orizzonti e parlo con la voce di chi vive ancora nel battito del 1917. In quei momenti, Baracchini è vivo e cammina tra di voi. Ma la magia ha un prezzo: non possiamo mai occupare lo stesso spazio.

Il confine, dunque, è proprio in questo eterno cercarsi. Io gli presto il mio corpo perché lui possa ancora raccontarsi, ma in cambio lui mi lascia solo il profumo del vento e il rumore lontano di un motore. Il confine tra me e Flavio finisce esattamente dove il rumore del mondo si spegne e resta solo il suono del vento. Io non mi limito a narrare le sue gesta; io cerco di custodire i suoi sospiri prima di ogni partenza e la sua malinconia al ritorno.

Quando parlo di lui è come se gli prestassi il mio cuore per permettergli di sentire ancora il calore di un ricordo caro e lui mi regalasse i suoi occhi per guardare l’orizzonte con la nostalgia di chi sa quanto sia prezioso ogni istante di luce. Mi piace pensare che tra noi io sia la terra che lo aspetta e lui il cielo che sogno di raggiungere. Interpretarlo non è un esercizio di memoria, ma un atto d’amore verso quel Soldato che, tra il vento e le nuvole, cercava solo un pezzo di pace da portare con sé.

Ancora una splendida foto che ritrae Ermete Grillo accanto al velivolo che fu pilotato da Flavio Torello Baracchini e donato dallo Stato italiano al grande asso della Lunigiana al termine del conflitto. Il biplano entrò così nella disponibilità di Baracchini il quale, grazie ad esso, non avrebbe esitato un istante a raggiungere Gabriele d’Annunzio in occasione della presa di Fiume … se non fosse stato che il velivolo fu privato del magnete e dunque reso inservibile dalle autorità statali. Lo stesso Baracchini, intervistato dai giornalisti non ebbe timore a dichiarare: “Sono sorvegliato troppo da vicino per essere a Fiume. Al mio apparecchio, in Luni, è stato tolto il magnete che è custodito nella cassaforte del Comando marittimo di Spezia. Ma il mio cuore appartiene a D’Annunzio ed io mi considero uno dei suoi legionari” (foto fornita da Ermete Grillo)

E ora ti rivolgo una domanda un po’ insolita: sei di fronte a uno specchio magico. Dall’altra parte c’è Flavio, che ti può vedere e ascoltare. Cosa gli diresti?

Questa è certamente la domanda più bella dell’intera intervista, perché inaspettata, ma al contempo quella più difficile a cui rispondere.

Se potessi rivolgermi direttamente a lui, la prima parola che pronuncerei sarebbe: scusa. Gli chiederei perdono per i miei limiti, per l’insufficienza dei miei sforzi nel tramandarne il ricordo, ma soprattutto per quell’egoistico desiderio di volerlo trattenere ancora tra noi.

Quando mi si chiede cosa rappresenti per me il Progetto HD.1 Baracchini, le parole faticano a tradurre l’immagine che porto nel cuore. Immagino il suo biplano in volo nel cuore della notte. Immagino il riflesso lunare sulla distesa delle nuvole che abbaglia il pilota, mentre sotto di lui il mondo è immerso in un buio assoluto.

Senza più riferimenti terrestri, il pilota vola verso l’oblio, verso quel silenzio definitivo che lo attende quando il serbatoio sarà vuoto e il motore rotativo cesserà di ruggire e sputare olio. In questa visione, il mio progetto è un faro acceso a terra: io brandeggio quel fascio di luce verso la volta celeste, creando una colonna luminosa per indicare a quel pilota stanco e al suo velivolo logoro un approdo sicuro.

Desidero salvarli, eppure riconosco in questo gesto una forma di egoismo. La verità è che né il pilota, né il suo aeroplano avvertono il bisogno di atterrare nel nostro presente. Questo mondo non appartiene più a loro. Le piste sono diverse, i valori sono mutati. Negli occhi stanchi del pilota brilla la serenità di chi ha adempiuto al proprio dovere verso la Patria. Nel battito del motore risuona l’orgoglio di aver servito quella causa.

Io mi ostino a volerli sottrarre al vuoto della memoria, ma la realtà è che entrambi hanno già trovato la pace nel sonno dei Giusti.

“Il sognatore” è lo splendido racconto con il quale Ersilia Torello ha partecipato e vinto la XII edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, ideato e organizzato dal nostro hangar e dai nostri amici dell’HAG – Historical Aircraft Group. In questo scatto compaiono due elementi dal forte simbolismo: – la singolare macchina da scrivere che costituisce il premio consegnato alla vincitrice a Trento, presso il Museo Caproni in occasione della premiazione avvenuta nell’ottobre 2024, – il volume appositamente rilegato in brossura e impaginato su carta pergamena contenente il testo del racconto e che Ermete Grillo ha donato a Ersilia nel corso della premiazione di Firenze nell’ottobre 2025. A suggello di quel mirabile incontro Ersilia a sua volta ha donato a Ermete la stessa copia del racconto ma con la copertina colorata in azzurro, il colore degli aviatori per antonomasia. (foto fornita da Ersilia Torello)

Continuo a pensare, come faranno di sicuro pure i lettori, che tu stia svolgendo un lavoro eccezionale, frutto di passione e abnegazione. Un piccolo segno del merito che ti spetta è stata l’edizione speciale in carta pergamena del mio racconto, di cui sei il protagonista, regalato a entrambi da Marco Forcina, Segretario del Premio. Che sensazioni hai provato nel riceverlo?

La mia partecipazione alla cerimonia di premiazione è stata un’esperienza carica di intense emozioni. Nonostante non avessi ancora avuto il piacere di conoscere Marco Forcina, è stato in grado, sin dall’esordio dell’evento, di instaurare un’empatia straordinaria con il pubblico, rivelandosi una personalità di rara sensibilità.

Mai avrei immaginato di ricevere in dono un’edizione tanto preziosa del racconto. Ancora oggi, osservando questo volume esposto con cura sul mio scaffale, non posso che rinnovare la mia profonda gratitudine verso di te e verso l’intera organizzazione del Premio. Nutro, come già detto, una sincera ammirazione per chi si dedica alla scrittura: in un’epoca dominata dalla fragilità del digitale, dove ogni dato può svanire in un istante, il libro stampato rappresenta un presidio di memoria che, se debitamente custodito, possiede la facoltà di durare in eterno.

Se non fosse per l’opera meritoria di rievocazione svolta Ermete Grillo, le nuove generazioni non avrebbero la più pallida idea di cosa fu la Grande Guerra, Flavio Torello Baracchini e il sacrificio di migliaia di militi che si immolarono per la libertà del nostro paese. Questa intervista e, prima ancora il racconto vincitore della XII edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, intendono costituire un piccolo contribuito nel perpetuare la memoria di quel tragico evento storico e di quella moltitudine di eroi molti dei quali anonimi. Il tutto sarebbe altrimenti destinato all’oblio inesorabile del tempo (foto fornita da Ermete Grillo)

E proprio mantenere viva la memoria del passato, soprattutto con i ragazzi della Lunigiana, terra d’origine di Flavio e tua, è un altro punto su cui non demordi affatto, mi pare. E su questo, da docente, mi trovi perfettamente d’accordo…

No, non intendo demordere, poiché sono fermamente convinto che il futuro di una Nazione risieda nella vitalità delle sue giovani generazioni. Un popolo che smarrisce la consapevolezza della propria storia è inevitabilmente destinato all’oblio. Allo stesso modo, una società in cui i giovani cessano di coltivare aspirazioni profonde è una società votata al declino.

Portare la testimonianza di Flavio Torello Baracchini nelle scuole non significa soltanto onorare il sentimento patriottico, ma rappresenta una vera e propria sfida lanciata ai ragazzi: l’invito a sognare in modo non convenzionale, a perseguire obiettivi che trascendano l’ordinario. In tal senso, esorto sempre gli studenti a “imparare a volare alto”, riprendendo un motto che compariva fino a qualche tempo fa, ora rimosso, sul sito web dell’istituto di Villafranca in Lunigiana, dedicato a Baracchini. Volare è già di per sé un atto straordinario, ma l’auspicio che rivolgo loro è di non limitarsi al volo: occorre ‘volare alto’, che io traduco nell’ambizione di compiere qualcosa di straordinario, con un’impronta di unicità che nessuno prima di noi ha saputo dare.

Questo è il medesimo spirito che anima il mio impegno nel progetto di ricostruzione dell’aeroplano di Baracchini. Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non abbia rivolto lo sguardo al cielo, sognando di solcarlo a bordo di un biplano. Oggi quel sogno si concretizza in un’opera di restituzione storica senza precedenti.

Auguro a ogni giovane di individuare la propria vocazione, qualunque essa sia, e di lottare per eccellere. Sognare in grande è ciò che traccia il solco tra una vita segnata dalla mediocrità e un’esistenza spesa nel solco dell’eccellenza che, da sempre, contraddistingue il genio italiano. Se non siamo capaci di trasmettere questo contagio ideale, tra pochi decenni nessuno sognerà più di pilotare un biplano e, metaforicamente, un’intera e gloriosa pagina della nostra storia collettiva andrà perduta per sempre.

Lo scatto testimonia l’interesse che il pubblico dimostra ogni qualvolta Ermete Grillo indossa le vesti di Flavio Torello Baracchini e rievoca la sua mirabile figura. L’eloquio di Ermete ammalia gli astanti e la presenza fisica affascina le spettatrici, (foto fornita da Ermete Grillo)

Io credo che tu abbia restituito a Flavio memoria e dignità, quella che avrebbe meritato soprattutto in vita.

Credo che, con il mio Progetto, mi stia dedicando alla stesura di un racconto che, forse, non finirò mai… tu invece il racconto lo hai terminato, ottenendo peraltro un riconoscimento di immenso valore. È per questo che il ringraziamento più sincero deve partire da me: per aver dato forma e dignità a una narrazione che onora la nostra storia.

Spero tanto il mio racconto abbia contribuito a far conoscere il tuo progetto. A quando il primo volo dell’Hanriot HD.1? Mi piacerebbe esserci…

Piacerebbe anche a me! Allo stato attuale, risulta complesso quantificare con esattezza i tempi necessari per il completamento dell’opera. Sebbene la struttura del velivolo sia in una fase di avanzata realizzazione, il nodo cruciale resta l’acquisizione e il successivo restauro del propulsore.

La realizzazione di un simile progetto non può prescindere dall’incontro con interlocutori lungimiranti, capaci di cogliere l’altissimo valore storico e simbolico di questa sfida. È essenziale individuare figure che desiderino sostenere concretamente l’iniziativa, supportandone gli ingenti oneri economici legati alla componente motoristica. Solo attraverso una sinergia tra passione tecnica e sostegno finanziario potremo finalmente restituire al cielo, e alla storia, questo straordinario pezzo del nostro patrimonio aeronautico.

Ti auguro con tutto il cuore non solo di continuare a sognare ma che il tuo sogno diventi realtà al più presto. E quando accadrà ne metteremo al corrente tutti i lettori di “Voci di Hangar”. Promesso?

Con immenso piacere.

Grazie a te!



Finisce qui il mio incontro virtuale con Ermete Grillo. Da parte mia posso sinceramente affermare di aver provato una gioia immensa nell’incontrare il protagonista di un mio racconto. Difficilmente ricapiterà di nuovo, dato che per lo più i personaggi di cui scrivo sono avvolti nella nebbia del passato e rivivono solo tra le pagine di una storia inventata.

Ma con Ermete è stato diverso. Confesso di essermi emozionata: il tono di voce, il modo di raccontare, di fare sue le idee e le parole di un pilota dimenticato mi hanno colpito. Una commozione che non ho potuto fare a meno di notare anche tra i presenti, che hanno ascoltato in religioso silenzio.

  Grazie, Ermete. Hai sottolineato più volte quanto sia importante non demordere, persino quando tutto sembra impossibile. Un messaggio che va trasmesso soprattutto alle giovani generazioni, ma pur sempre valido anche per tutti noi: i sogni, quelli veri, possono portarci lontano, come Langston Hughes, poeta e scrittore statunitense, evidenzia nei suoi versi.

Tenetevi stretti ai sogni

perché se i sogni muoiono,

la vita è come un uccello dalle ali spezzate

che non può più volare.

 

Tenetevi stretti ai sogni

perché quando i sogni se ne vanno

la vita è un campo arido

gelato dalla neve.



E allora, buoni sogni a tutti!





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Intervista a cura di Ersilia Torello (da un’idea di Marco Forcina)

Didascalie a cura della Redazione 




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In esclusiva per VOCI DI HANGAR

2 commenti su “Intervista a Ermete Grillo”


  1. "Tenetevi stretti ai sogni perché se i sogni muoiono, la vita è come un uccello dalle ali spezzate che non può più volare."

    Una frase incredibilmente proba, vera nella sua semplicità e agevole da comprendere, perché chi non ha mai sognato nella vita? O perlomeno, chi mai non ha avuto sogni che in parte si sono realizzati ma poi sono rimasti sogni? Vedo nel sognatore una persona dal cuore libero, una persona che vuole vivere, pretende letteralmente vivere la vita, seppur alle volte servendosi dei sogni.
    Come dice il detto: "Tenetevi stretti ai sogni perché se i sogni muoiono, la vita è come un uccello dalle ali spezzate che non può più volare".
    Congratulazioni Ermete.


  2. Complimenti ad Ersilia Torello che, con questa bella, dinamica e coinvolgente intervista, mi ha permesso di conoscere Ermete Grillo, un uomo coraggioso, che, dedicando tempo e fatica, persegue con passione il proprio sogno, anche di fronte alle difficoltà e alle critiche.
    Ma mai smettere di sognare!

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