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Intervista a Ermete Grillo





Durante la cerimonia di premiazione della XII edizione del concorso letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, Marco Forcina, instancabile segretario e impeccabile presentatore, mi aveva regalato un augurio: conoscere prima o poi Ermete Grillo, il protagonista del mio racconto “Il sognatore”, classificatosi al primo posto per l’edizione del 2024.

Un augurio che è andato a buon fine, dato che, in occasione della premiazione di quest’anno per la XIII edizione del premio, Ermete ci ha raggiunto a Firenze presso l’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche dell’Aeronautica Militare.

Innanzitutto, facciamo un passo indietro. La vicenda è iniziata al MUSAM, il Museo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle, in provincia di Roma, sulle sponde del lago di Bracciano. Durante la visita guidata post-premiazione del 2023, mi sono imbattuta in una figura sconosciuta, almeno per me, dell’aviazione italiana, Flavio Torello Baracchini.

Ermete Grillo con la fedele ricostruzione della divisa di Flavio Torello Baracchini, posa accanto al biplano che fu proprio del grande asso italiano e conservato presso il MUSAM, il preziosissimo Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana presso le rive del Lago di Bracciano – Roma (foto fornita da Ermete Grillo)

La prima curiosità, inutile dirlo, è stata dettata dal caso di omonimia. In seguito, documentandomi, ho scoperto un vero eroe della Prima Guerra Mondiale, pluridecorato, presente persino alla cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto nel 1921. Ed è stato proprio grazie a Flavio che sono venuta a conoscenza di Ermete Grillo.

A corollario della graditissima sorpresa che Ermete ci ha concesso quest’anno con la sua presenza alla premiazione, gli avevo anche strappato la promessa di un’intervista.

Ed ora eccoci qui…



Di solito quando si parla di piloti della Prima Guerra Mondiale si pensa immediatamente a Baracca (l’ho fatto anch’io all’inizio del mio racconto). Secondo te, la coltre di oblio su Baracchini è stata voluta? E se così fosse quale pensi ne sia la probabile ragione?

Non credo assolutamente che la coltre di oblio sul Capitano Baracchini sia voluta. Sono tantissimi gli Eroi della Grande Guerra, non solo aviatori, oggi dimenticati: Enrico Toti, Nazario Sauro, Ettore Viola e un’intera generazione, “I Ragazzi del ‘99”. Tanti giovanissimi chiamati alle armi dopo la disfatta di Caporetto che, con la loro freschezza e il loro coraggio, furono decisivi per la resistenza sul Piave e la vittoria finale. I motivi principali per cui oggi la memoria di queste figure è meno vivida è da ricercare in una combinazione di fattori storici, politici e sociali che hanno cambiato il modo con cui oggi guardiamo alla Grande Guerra.

Innanzitutto la Seconda Guerra Mondiale è molto più vicina a noi nel tempo e ha avuto un impatto più drastico sulla società moderna (la nascita della Repubblica, la Resistenza, la Costituzione). Un altro fattore è che negli ultimi 50 anni, la storiografia e la sensibilità pubblica sono cambiate.

Oggi c’è la tendenza a vedere la Prima Guerra Mondiale come un’inutile strage. Quelle poche persone che guardano a quel periodo storico preferiscono, nella migliore delle ipotesi, ricordare il Milite Ignoto o le sofferenze dei fanti nelle trincee piuttosto che il singolo gesto eroico, visto come un’eccezione in un mare di dolore.

Vi è poi l’ineluttabile fattore biologico: spentasi la voce dei nonni e dei bisnonni che rendevano la memoria un soffio vitale tra le mura domestiche, quel conflitto è scivolato dal cuore ai libri di scuola, divenendo polverosa materia di studio priva di quel calore emotivo che tiene in vita i nomi.

Per tornare al Maggiore Francesco Baracca credo che il suo ricordo sia sopravvissuto grazie ad una profonda volontà familiare che, unita ad una solida disponibilità economica, ha dato vita già dal 1924 a una realtà museale. Lo stesso Regio Esercito e la neonata Regia Aeronautica nel 1923 gli dedicarono degli Stormi piuttosto che caserme o aeroporti.

Baracca venne scelto dalla propaganda dell’epoca come il volto dell’aviazione italiana. La sua morte eroica in azione nel 1918, il suo passato in Cavalleria e il legame con il Cavallino Rampante, destinato a divenire mito universale con la Ferrari, lo hanno proiettato in una dimensione mitologica che ha oscurato quasi tutti gli altri piloti.

Mentre Baracca muore all’apice della gloria bellica, diventando un martire della Patria, Baracchini sopravvive alla guerra e, a mio modesto avviso, il suo volontario congedo compromette il lustro della sua memoria negli annali delle istituzioni militari.

In sintesi credo a Baracchini sia mancato quel fatale connubio tra morte sacrificale e araldica che ha reso Baracca un’icona nazionale.

L’Hanriot HD.1 di Flavio Torello Baracchini in tutta la sua radiosa bellezza, esemplare unico e iconico del MUSAM. E’ stata la visione di questo biplano e della targa che riconduceva al nome del suo pilota che ha innescato la scintilla in Ersilia Torello per scrivere un racconto dedicato all’asso della Grande Guerra e al suo factotum, al secolo Ermete Grillo. Una scintilla che le è valsa la piazza d’onore della XII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE (foto proveniente da www.flickr.com)

Come pensi che Flavio abbia vissuto la perenne rivalità con Francesco Baracca?

Il rapporto tra Flavio Torello Baracchini e Francesco Baracca è una delle dinamiche umane più interessanti dell’aviazione della Grande Guerra, segnata da un misto di emulazione, rispetto e una sorta di “passaggio di testimone” avvenuto in circostanze drammatiche.

Baracchini è un pilota di estrazione diversa rispetto a Baracca, che è un Ufficiale di Cavalleria, nobile e dai modi da gentiluomo. Baracchini ha origini modeste, considerato un combattente più “irruento” e individuale, tanto da guadagnarsi il soprannome di “d’Artagnan dell’Aria”. Nonostante questa differenza di stile, il confronto con il record di vittorie di Baracca è inevitabile, dato che Baracchini ottiene i suoi successi in un lasso di tempo incredibilmente breve.

Il momento cruciale del loro rapporto ideale avviene il 19 giugno 1918, con la morte di Francesco Baracca sul Montello. Baracchini vive quest’evento con un profondo senso di responsabilità: essendo l’Asso in servizio con il maggior numero di vittorie aeree viene definito, di fatto, l’erede di Baracca. Lui stesso si sente in dovere di colmare il vuoto lasciato dal suo predecessore arrivando persino ad intensificare i suoi voli. Le cronache dell’epoca riportano del suo desiderio quasi ossessivo di onorare e superare i record di Baracca per risollevare il morale dell’Aviazione Italiana.

Nonostante la competizione per il primato, Baracchini dimostra sempre un grande rispetto per la figura di Baracca. Non cerca mai di sminuirne il mito, al contrario usa la figura del collega come uno stimolo costante per migliorare la propria tecnica in combattimento. In un’occasione, quando gli viene chiesto se si considerasse l’erede di Baracca, risponde con la modestia tipica del suo carattere:

«Non c’è un erede di Baracca, perché Baracca è insostituibile. Io cerco solo di fare il mio dovere, come lui ha fatto il suo fino alla fine.»

In sintesi, per Baracchini la rivalità con Baracca non è mai un conflitto personale, ma come per tutti gli Assi, una sfida sportiva e patriottica. Baracca è il traguardo da raggiungere, il modello da eguagliare per dimostrare che l’Aviazione Italiana, anche senza il suo leader, resta imbattibile.

Cosa avrà provato e soprattutto come avrà reagito quando non gli sono stati riconosciuti tutti gli  abbattimenti nemici?

La decurtazione delle 10 vittorie (passate dalle 31 citate dai Bollettini di Guerra alle 21 omologate dalla commissione post-bellica) è per Baracchini fonte di profonda amarezza e frustrazione, un sentimento che lo accompagnerà per gran parte del dopoguerra.

Secondo le testimonianze dell’epoca e i resoconti storici, l’Asso lunigianese vive questo declassamento come un’ingiustizia burocratica che non tiene conto della realtà vissuta al fronte. Secondo lui la Commissione Bongiovanni (incaricata di revisionare le vittorie aeree nel 1919) rinnega i riconoscimenti ufficiali del Comando Supremo. I suoi 31 abbattimenti sono stati celebrati pubblicamente durante il conflitto come atti di eroismo nazionale. Vederseli togliere a tavolino per “mancanza di testimoni a terra” gli pare un affronto alla sua integrità di Soldato.

Secondo i Bollettini di Guerra, Baracchini è riconosciuto come il secondo miglior Asso dell’Aviazione Italiana, ma la decurtazione lo fa scivolare al quarto posto. Sebbene uomo schivo, Baracchini tiene al riconoscimento del valore dimostrato, soprattutto perché ha combattuto con un’aggressività e una frequenza di missioni quasi senza eguali, spesso volando anche quando era ferito.

Nonostante l’amarezza, non cerca mai di scatenare volgari polemiche pubbliche. La sua reazione è caratterizzata da un silenzioso sdegno. In alcune interviste e lettere trapela la convinzione che le vittorie non servissero a lui come individuo, ma all’Aviazione Italiana. Vederle ridotte significa sminuire lo sforzo di tutto il Corpo Aeronautico Militare.

Paradossalmente, si trova conferma del suo valore più nei registri nemici che in quelli Italiani. Molte delle vittorie annullate dalla commissione Italiana risultano effettivamente documentate negli archivi dell’aviazione Austro-Ungarica come perdite reali. Questo scollamento tra la verità storica, ciò che era successo nei cieli, e la verità amministrativa, ciò che i burocrati potevano confermare, è la causa principale del suo malessere.

Difficile dire dove cominci la realtà e dove finsca la finzione storica. Ermete Grillo o Flavio Torello Baracchini? Difficile dire dove cominci l’uno e finisca l’altro (foto proveniente dalla pagina FB del Progetto HD.1 Baracchini)

Di sicuro sarà apparso agli occhi degli italiani come un eroe enigmatico, circondato da un alone di mistero ma anche da una certa notorietà, che in genere riscuotevano gli Assi dell’epoca…

Si sa qualcosa della vita privata del pilota? Aveva una fidanzata, una moglie?

Finita la guerra, nei primi mesi del 1921, Baracchini soggiornò a lungo a Roma. Animato da un sincero legame affettivo verso l’Arma riallacciò i rapporti con i vertici del Corpo Aeronautico Militare dell’Esercito.

Contestualmente, nonostante il suo carattere riservato, la Medaglia d’Oro al Valor Militare lunigianese era una presenza costante e ricercata negli eventi mondani della Capitale. In quelle occasioni, Baracchini si sforzava di smussare gli angoli più aspri del proprio carattere, sforzandosi di mostrare cortesia e maniere impeccabili. Sebbene il susseguirsi di ricevimenti e feste lo affaticasse e gli infliggesse una noia mortale, finì per adattarsi progressivamente a quel mondo dorato, abituandosi alle attenzioni e alle lusinghe delle giovani debuttanti e delle loro influenti famiglie.

Fu proprio in questo contesto che una giovane gentildonna, Maria Novarese, riuscì a vincere le sue resistenze interiori: il loro matrimonio fu celebrato a Roma il 20 luglio 1921. L’unione, purtroppo, non fu allietata dalla nascita di eredi, circostanza verosimilmente riconducibile ai pregressi e gravi problemi di salute di Baracchini.

Ermete, durante le mie ricerche su Flavio Torello Baracchini, mi ha colpito il tuo sogno di portarne avanti la memoria. Qual è la molla che ti spinge a farlo?

Custodire e tramandare la memoria non è soltanto un pilastro del mio operato, bensì la sua vera dimensione spirituale, l’essenza stessa che ne giustifica l’esistenza.

Durante il tragico crepuscolo della Grande Guerra, oltre sei milioni di giovani anime in armi, provenienti da ogni angolo del mondo, sacrificarono il proprio domani sull’altare della storia. Mi tormenta un pensiero che si fa ogni giorno più vivido: se l’oblio sta stendendo il suo velo persino su coloro che furono gli “Assi”, i nomi leggendari che un tempo brillavano nel firmamento del valore militare e affollavano tutte le prime pagine dei quotidiani dell’epoca, quale flebile speranza di ricordo resta per la moltitudine dei dimenticati?

Molti di quei ragazzi, che non fecero mai ritorno al focolare domestico, riposano oggi sotto il peso di una pietra che reca la fredda dicitura “Ignoto”. Dietro ogni singola lapide anonima vi è stato un padre, una madre, a cui è stato negato persino il conforto di sapere dove posare un fiore o versare una lacrima per il proprio figlio perduto.

Il mio progetto, dedicato all’HD.1 di Flavio Torello Baracchini, non nasce dunque con l’intento di celebrare meramente il secondo miglior Asso dell’Aviazione Italiana. Intende, piuttosto, onorare non solo la sua memoria ma anche quella degli oltre sei milioni di giovani che rischiano di svanire nel silenzio come cenere dispersa dal vento dell’indifferenza.

Accade frequentemente che Ermete Grillo venga invitato a partecipare a eventi a carattere aeronautico particolarmente prestigiosi e con enorme numero di visitatori. Questo scatto risale alla notevolissima manifestazione aerea che ebbe luogo presso l’aeroporto di Pratica di Mare – Roma nel 2023 in occasione del centenario dell’AMI costituendo di fatto una delle rievocazioni storiche meglio riuscite (foto fornita da Ermete Grillo)

Puoi dirci qualcosa in più del tuo progetto HD.1 Baracchini?

Il Progetto HD.1 Baracchini ha come scopo la realizzazione di una Riproduzione volante di un Caccia della Grande Guerra in dotazione al Corpo Aeronautico Militare del Regio Esercito, il Macchi Hanriot HD.1, caratterizzato dalle insegne personali del Tenente Flavio Torello Baracchini. Un omaggio ad un Asso volante che con questo velivolo scrisse pagine leggendarie, una sfida tecnica che punta a un primato: riportare in volo in Italia, dopo oltre un secolo, l’unico aeroplano dotato di un motore rotativo originale del 1917.

Per riproduzione si intende che l’aeroplano in costruzione è perfettamente sovrapponibile a quello prodotto nel 1917 dalla Macchi di Varese con una modalità di lavoro che valorizza e privilegia l’aspetto conoscitivo, tecnico e di divulgazione delle capacità e tecniche costruttive dei primi anni del 1900.

Questo lungo ed ambizioso percorso ha avuto inizio con il rinvenimento dei piani di costruzione originali del velivolo, di cui non esisteva un kit per la costruzione. Di conseguenza ogni suo componente, irreperibile in commercio, è stato auto-costruito. Ogni particolare è stato realizzato partendo da una trave di legno grezza piallata o da un foglio/tubo di acciaio/alluminio lavorato, piegato o saldato. La tecnica ed i materiali, ad eccezione della colla, sono gli stessi che venivano utilizzati nel 1917.

Un lungo, meticoloso e appassionante percorso di ricerca, guidato da un amore incondizionato per la storia e la tecnica, ha condotto al reperimento di tutti i componenti originali della strumentazione di bordo dei gloriosi aerei da caccia del Regio Esercito Italiano. Questi strumenti di volo originali, portatori di storie centenarie, completamente restaurati e riportati all’antico splendore, equipaggeranno il velivolo in costruzione per permettergli di riprendere a volare nuovamente dopo 110 anni.

In virtù della riconosciuta valenza storico-culturale, il Progetto ha avuto l’onore di ricevere importanti patrocini istituzionali, nonché di figurare in numerose e prestigiose manifestazioni aeronautiche internazionali, come il Centenario dell’Aeronautica Militare Italiana. Tali eventi hanno costituito occasioni di alto valore educativo e divulgativo, permettendo di interloquire con migliaia di persone. In aggiunta il Progetto è stato presente in contesti di elevato profilo culturale e didattico, tra cui istituzioni museali di rilevanza, luoghi deputati alla conservazione della memoria storica, istituti di istruzione secondaria di primo grado.

La rievocazione storica della figura mirabile di Flavio Torello Baracchini è uno delle attività in cui il buon Ermete Grillo è frequentemente impegnato perché, al di là del velivolo conservato presso il MUSAM, poco e nulla è giunto di tangibile alle nuove generazioni; cosa ben diversa è vedere in carne e ossa il famoso asso della Grande Guerra, in divisa, accanto a una riproduzione di un’officina da campo dell’epoca con l’aeroplano Hanriot HD.1 in stato avanzato di allestimento (foto fornita da Ermete Grillo)

Sicuramente non è facile cimentarsi in una tale impresa. Qualcuno ha tentato di farti desistere o ti ha dato semplicemente del pazzo?

La genesi di quest’opera si scontra con una sfida dalla natura triplice, un cammino impervio che mette alla prova non solo la perizia tecnica, ma anche la capacità di ascoltare la voce della storia. In primo luogo, vi è l’ardua interpretazione delle tavole costruttive originali e delle soluzioni ingegneristiche dei primi del Novecento: codici e linguaggi tecnici ormai quasi perduti, che richiedono una forma di archeologia di pensiero per essere compresi e tradotti nel presente. A ciò si aggiunge l’assenza di componenti reperibili sul mercato, che impone una totale e minuziosa autocostruzione di ogni singolo elemento, necessità che mi ha spinto, in alcuni casi, a ricreare da zero le attrezzature dell’epoca. Infine, la sfida culmina nell’impiego del motore rotativo, un cuore pulsante oggi quasi ignoto nel nostro Paese e avvolto da un ingiustificato alone di timore.

Sono innumerevoli coloro che, con accalorato fervore, mi hanno dissuaso dal cimentarmi in tale impresa. Nel panorama aviatorio italiano, i piloti scorgono nel motore rotativo un pericolo insormontabile: la maggior parte, quando parlo del mio Progetto, tenta di scoraggiarmi; altri, sospetto, tacciano per pura cortesia. Questa diffidenza nasce da un vuoto lungo un secolo: in Italia, da cent’anni, nessuno solca più il cielo con questa tecnologia.

I piloti stranieri, che volano regolarmente con motori rotativi, mi confortano rivelando di aver vissuto, a loro tempo, il medesimo isolamento e lo stesso scetticismo. È innegabile che il mondo del volo contemporaneo non sia più conformato, né nello spirito né nella materia, ad accogliere una creatura della Grande Guerra. Le nostre attuali piste, lunghe e strette strisce d’asfalto, sono l’antitesi dei vasti campi d’erba quadrangolari di un secolo fa.

Nonostante ciò, il mantra dell’inaffidabilità del motore rotativo continua a essere recitato da chi non ne ha mai visto uno nemmeno dal vivo. Eppure, nel mondo ne volano circa quaranta e nessuno di coloro che li gestisce ne parla con timore. Un veterano ottantenne, possessore di ben tre velivoli storici, mi ha confidato come in una vita intera dedicata al volo nessuno dei rari incidenti occorsi sia mai stato imputabile al motore rotativo. È una verità dimenticata che, agli albori del Novecento, questa meccanica fosse considerata la più sicura e affidabile. Gli esperti sono spesso prigionieri di preconcetti, chi invece è digiuno di volo osserva l’impresa con occhi puri, lasciandosi affascinare dal sogno piuttosto che dal pregiudizio.

Vorrei citare un’esperienza personale: mentre costruivo il biplano con cui volo tutt’oggi, molti mi profetizzarono un imminente disastro fin dai primi rullaggi, a causa della complessità del carrello biciclo. È verissimo che tali velivoli richiedono una maestria superiore e non perdonano l’errore al suolo, ma posso affermare che, nelle poche emergenze affrontate, il carrello non è mai stato la causa del problema. Credo quindi che la sfida non risieda nel mezzo, ma nella capacità di comprenderne e rispettarne l’anima antica.

Con questo non nego le oggettive difficoltà di un motore del passato, che esige un tributo di attenzione e fatica, sconosciuto alle moderne motorizzazioni. I rischi sono reali e ineludibili, compagni di viaggio silenziosi. Ma ciò che spinge un appassionato come me verso l’orizzonte del volo pionieristico non è la ricerca del rischio, bensì il desiderio ardente di mantenere in vita un pensiero, una cultura e un coraggio che hanno più di cento anni. Volare con questo aereo significherà impedire che il tempo cancelli la memoria di chi ha osato prima di noi, significa abbracciare un’eredità di vento e di gloria affinché non diventi mai cenere, ma resti per sempre un soffio vitale nel cielo.

Il 2 agosto 1917 Flavio Torello Baracchini fu insignito della Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione: “Abilissimo ed arditissimo pilota di aeroplano da caccia, con serena incuranza del pericolo ed indomito coraggio, in trenta giorni di servizio alla fronte sostenne brillantemente e vittoriosamente 35 combattimenti aerei, riuscendo ad abbattere 9 velivoli avversari. Cielo del basso e medio Isonzo, 15 maggio – 22 giugno 1917”. 

Ma da dove arriva tutta la testardaggine che ti induce a non arrenderti?

Se dovessi guardare solo i numeri o la logica, avrei dovuto smettere anni fa. In questo decennio, il mio percorso è stato lastricato molto più di fallimenti che di successi. C’è un profondo senso di speranza nel lavorare il legno: passi decine di ore su una singola centina, poi un colpo di scalpello appena più deciso o un nodo che emerge all’improvviso dal cuore della tavola rendono quel pezzo inutile. In un attimo, il lavoro di settimane diventa scarto.

Ma la materia non è l’ostacolo più grande. Il legno, dopotutto, è onesto nel suo resistere. Ciò che mi ha deluso maggiormente, portandomi spesso sulla soglia della resa, sono state le false promesse. Ho incontrato molte persone che si sono riempite la bocca di entusiasmo pronunciando promesse mai richieste. Persone che poi sono svanite nel nulla al momento del bisogno. Quel silenzio, dopo tante parole, è più pesante di qualsiasi motore aeronautico.

Allora perché continuo? Perché quest’assurda testardaggine è l’unico argine che ho contro un terrore ancora più grande: l’idea che quei piloti e le loro macchine vengano dimenticati.

Quei ragazzi volavano con entusiasmo su legno e tela, sospesi tra il coraggio e l’incoscienza. Se io mi arrendessi davanti a un pezzo di legno rovinato o a una promessa mancata, permetterei alla loro storia di sbiadire definitivamente. Ogni volta che ricomincio un pezzo da zero, ogni volta che scavo con le mie sole forze per sopperire all’assenza di chi aveva promesso aiuto, io sto dicendo a quei piloti che non sono soli.

Ricostruire quest’aereo non è un esercizio di stile, è un atto di resistenza romantica. È la prova fisica che la memoria vale la fatica di dieci, venti anni di lavoro. Mi piace pensare che, finché io continuerò a combattere con i nodi del legno e con le delusioni, loro continueranno a volare.

Il logo del Progetto di ricostruzione ex novo del biplano Hanriot HD.1 che fu di Flavio Torello Baracchini. Esso gode di prestigiosi patrocini e, tra gli altri, del Comune di Villaffranca Lunigiana, città natale dell’asso cui peraltro è dedicato l’omonimo Istituto Comprensivo Statale scolastico. Il palazzo della famiglia Baracchini sovrasta ancora il Borgo Vecchio di Villafranca e il ponte sul Bagnone sotto le cui arcate, secondo la leggenda narrata dagli anziani del luogo, pare volasse il rampollo di famiglia col suo biplano per stupire gli amici, subito dopo la I Guerra Mondiale. Flavio Torello Baracchini è ricordato nella terra che lo vide nascere da una grande statua davanti al municipio e una più piccola posta di fronte all’ingresso della scuola omonima. Il suo aereo, l’Hanriot HD1 della 76° squadriglia con l’insegna dei ‘quattro assi’, è diventato ovviamente il simbolo dell’Istituto scolastico (foto prelevata dalla pagina Fb del Progetto HD.1 Baracchini: https://www.facebook.com/profile.php?id=100083177242439) .

Quello che dici è encomiabile. Davvero. Il rispetto della memoria non dovrebbe mai venir meno. Ma veniamo a noi. Quando hai saputo dell’esistenza del mio racconto, qual è stata la tua prima reazione nel leggerlo? Confessa!

Ne ho appreso l’esistenza quasi come un segno del destino. Una persona presente alla cerimonia del Premio Letterario, sapendo che io ero il protagonista di questo racconto mi ha raggiunto con un messaggio vibrante di emozione. Non appena ho saputo che le mie parole avevano trovato rifugio in una narrazione, mi sono immerso nella lettura, spinto da una curiosità mista a reverenza.

Debbo confessarti, con estrema sincerità, di esserne rimasto profondamente turbato e, al contempo, meravigliato. Ho letto quelle pagine tutto d’un fiato, con  uno stupore mai provato prima: come poteva una persona mai incontrata prima saper distillare, in un componimento così breve e delicato, la sostanza stessa delle mie emozioni più intime? È stata una rivelazione folgorante. Non avevo mai compreso appieno quanto i sogni di un uomo, se nutriti di autentica passione, possano farsi fecondi e contagiosi, capaci di fiorire nell’anima di chi predisposta ascolta.

Sottoscrivere la mia presenza ad eventi solenni, come le celebrazioni per il Centenario dell’Aeronautica Militare, ha richiesto sacrifici importanti: giorni di ferie annullati, ore sottratte agli affetti più cari, fatiche che spesso portano a chiedersi, nel silenzio della riflessione, se tale sacrificio trovi una sua giusta ricompensa. La risposta che abitualmente offro alla mia coscienza è che se anche un solo individuo, tra la folla, avrà mutato il proprio sentire o si sarà soffermato a meditare sul valore della nostra storia, allora ogni affanno sarà valso il sacrificio.

Nel tuo racconto, tutto questo traspare con una nitidezza commovente. Ma tu hai compiuto un gesto ancor più alto: fissando in uno scritto il mio sogno, la mia dedizione e la ferma volontà di onorare la memoria di Baracchini, tu gli ha fatto dono dell’eternità. È questo il miracolo della letteratura: scrivere di un uomo è l’incantesimo che guarisce la morte, è l’istante in cui la storia smette di essere passato e lo spirito si fa immortale, trovando dimora eterna nel cuore di chi legge.

Grazie a te, quel sogno non è più soltanto mio. Ora appartiene alla memoria collettiva.

La presenza di Ermete Grillo alla premiazione della XIII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE ha costituito un valore aggiunto per l’evento fiorentino e ha rappresentato un ponte ideale con la precedente edizione oltre che un’occasione di riflessione e di commozione per il pubblico presente nella magnifica sala convegni dell’ISMA. Una sincero stupore ha infatti pervaso la sala quando l’asso italiano si è materializzato nella figura e soprattutto nelle parole di Ermete Grillo che, introdotto da Ersilia Torello, ha di fatto coronato il sogno della scrittrice salernitana: incontrare il protagonista del suo racconto “Il sognatore”. Evviva  i sogni!

Ti ringrazio. Le tue parole mi commuovono. Passiamo però alla tua presenza a Firenze per la XIII edizione del Premio. Con che spirito hai affrontato l’esperienza? E com’è stato l’incontro con l’autrice? Puoi dirlo senza problemi… te lo concedo.

Accolgo ogni invito a presentare il mio progetto non come un onere, bensì come un dono, una rara fortuna che mi concede il privilegio di dar voce a chi non ne ha più. Eppure ogni volta che mi trovo dinanzi a una platea, un timore sottile mi tormenta: la paura di non essere in grado di trasmettere, con la dovuta intensità, la terza dimensione della mia opera. Non costruisco solo un velivolo, cerco di edificare un altare alla memoria di un’intera generazione di ragazzi che offrirono, nel fiore degli anni, la giovinezza o la vita stessa sull’altare della Patria.

L’incontro con l’autrice è stato un momento di una densità emotiva indescrivibile. Mi sono sentito travolto da un sentimento di gratitudine così grande che ho ancora adesso difficoltà a trovare le parole che possano degnamente onorarlo.

Ersilia, hai compiuto ciò che io, con il metallo e il legno, posso solo tentare: hai reso immortale un frammento di storia. Il debito di riconoscenza che sento nei tuoi confronti per aver donato l’eternità al mio sogno e ai tanti eroi dimenticati è un’emozione che rimarrà, per sempre, custodita nel mio intimo.

Di nuovo ti ringrazio per le belle e commoventi parole. La mia curiosità però mi sprona a farti altre domande. Durante la cerimonia di premiazione hai indossato la riproduzione fedele della divisa del pilota e hai preferito presentarti come Flavio Torello Baracchini e non con il tuo vero nome. Perché pensi sia importante?

Penso che l’uniforme abbia da sempre incarnato l’espressione tangibile dell’impegno e dell’amore per la propria Nazione sino all’estremo sacrificio. Indossare l’Uniforme del Regio Esercito durante le manifestazioni non è un mero atto formale, bensì lo strumento privilegiato per una narrazione in prima persona, capace di instaurare un contatto diretto ed empatico con il pubblico. Si configura così un approccio storiografico alternativo, dove il passato non viene solo letto sulle pagine di un volume, ma rivissuto e percepito in modo più profondo perché narrato dal protagonista stesso.

È più difficile indossare la divisa della Prima Guerra Mondiale di Flavio o costruire una parte ex novo del tuo biplano?

E’ indubbiamente più difficile indossare la divisa di Baracchini. È un peso che grava sulle spalle ben più di quanto faccia la struttura stessa del velivolo.

Forgiare una parte dell’aeroplano è una sfida che nutre lo spirito di ogni appassionato costruttore: è un esercizio di sapienza artigiana, un modo per sfidare i propri limiti e recuperare quella manualità che il tempo sta inesorabilmente cancellando. C’è il piacere della creazione, la gioia di veder nascere una forma dal nulla.

Ma indossare quell’uniforme è un atto che mi lascia ogni volta smarrito con un perenne senso di inadeguatezza. Io non sono un rievocatore, né un collezionista di cimeli. Indosso quell’Uniforme con il timore di chi si sente indegno di fronte alla grandezza. Sono convinto che  sia lo strumento più diretto per dare corpo e voce al coraggio e alle gesta di un uomo straordinario che il mondo rischia di dimenticare.

Ogni volta che la indosso, sento il peso della responsabilità, conscio che nessuna figura potrà mai essere pienamente all’altezza del valore di chi, in quella divisa, ha offerto tutto se stesso.

Complice lo scatto in bianco e nero, avremmo giurato che quello ritratto accanto alla fusoliera del biplano che fu di Flavio Torello Baracchini potesse essere davvero l’asso della Lunigiana e invece … trattasi dell’altrettanto eroico Ermete Grillo. Ricordiamo che, se la nascente Regia Aeronautica non avesse rivisto le modalità di conteggio degli abbattimenti eseguiti, Flavio Torello Baracchini sarebbe stato ascritto a pieno titolo quale il migliore asso italiano della I Guerra Mondiale, subito dopo il mitico Francesco Baracca (foto fornita da Ermete Grillo)

E se per caso avessi una macchina del tempo, indossando la divisa di Flavio, quale momento della sua vita sceglieresti e perché?

Sceglierei senza esitazione il 24 marzo 1918, il giorno che ho scelto di indossare l’uniforme per celebrare le rievocazioni storiche.

Fra tutti i periodi del suo lungo e valoroso servizio, la scelta è ricaduta su quel giorno poiché sancisce il rientro in servizio attivo di Baracchini dopo circa otto mesi di forzata convalescenza, dovuta alla sua prima grave ferita. Con un atto di abnegazione che ne testimonia l’eccezionale tempra, Baracchini sceglie di rinunciare ai sessanta giorni di licenza di convalescenza, che ancora gli spettavano di diritto, per presentarsi anzitempo presso il campo d’aviazione di Casoni (VI), sede della 76ª Squadriglia. Ad attenderlo sulla pista, vi era il nuovo velivolo in dotazione all’Aviazione del Regio Esercito: il caccia Hanriot HD.1.

In quel periodo, la 76ª Squadriglia non rappresentava più uno dei molti raggruppamenti aerei dislocati lungo il fronte, bensì era divenuta un reparto d’élite, un consesso di eccellenze che nulla aveva da invidiare alla leggendaria 91ª Squadriglia di Francesco Baracca. Vi militavano giovani aviatori promettenti, Assi in ascesa e piloti già pluridecorati.

Sebbene Baracchini fosse l’unico pilota della Squadriglia a potersi fregiare della Medaglia d’Oro al Valor Militare, il primato dei velivoli abbattuti apparteneva in quel momento al Tenente Silvio Scaroni, che aveva raggiunto quota diciassette vittorie, mentre Baracchini si era visto costretto a interrompere a quota quattordici.

All’interno del Reparto, un interrogativo silenzioso ma pervasivo occupava le menti dei commilitoni: ci si chiedeva se l’Asso lunigianese sarebbe stato in grado di recuperare quell’ardimento che lo aveva contraddistinto fino ad allora o se il trauma della ferita al volto ne avesse irrimediabilmente intaccato lo spirito combattivo.

Baracchini, da sempre incline a far parlare i fatti al posto delle parole, decise di rispondere mutando radicalmente la propria insegna personale. Abbandonato lo scudo nero di D’Artagnan, fece dipingere sulle fiancate del suo nuovo Hanriot i quattro assi delle carte da gioco, lanciando in tal modo un fiero e inequivocabile monito non solo ai nemici, ma ai suoi stessi commilitoni: l’Asso degli Assi era tornato.

Credo che il rientro in Squadriglia abbia rappresentato il momento più alto della sua parabola umana e militare. Per un Soldato di tale valore, non esiste destino più nobile né richiamo più forte del tornare a difendere la propria Patria nei cieli.

Dove finisce Ermete e inizia Flavio… e viceversa?

Il confine tra me e Flavio è un gioco di specchi e di assenze. Quando indosso la sua uniforme, io smetto di esistere: le mie parole diventano le sue, i miei occhi cercano i suoi orizzonti e parlo con la voce di chi vive ancora nel battito del 1917. In quei momenti, Baracchini è vivo e cammina tra di voi. Ma la magia ha un prezzo: non possiamo mai occupare lo stesso spazio.

Il confine, dunque, è proprio in questo eterno cercarsi. Io gli presto il mio corpo perché lui possa ancora raccontarsi, ma in cambio lui mi lascia solo il profumo del vento e il rumore lontano di un motore. Il confine tra me e Flavio finisce esattamente dove il rumore del mondo si spegne e resta solo il suono del vento. Io non mi limito a narrare le sue gesta; io cerco di custodire i suoi sospiri prima di ogni partenza e la sua malinconia al ritorno.

Quando parlo di lui è come se gli prestassi il mio cuore per permettergli di sentire ancora il calore di un ricordo caro e lui mi regalasse i suoi occhi per guardare l’orizzonte con la nostalgia di chi sa quanto sia prezioso ogni istante di luce. Mi piace pensare che tra noi io sia la terra che lo aspetta e lui il cielo che sogno di raggiungere. Interpretarlo non è un esercizio di memoria, ma un atto d’amore verso quel Soldato che, tra il vento e le nuvole, cercava solo un pezzo di pace da portare con sé.

Ancora una splendida foto che ritrae Ermete Grillo accanto al velivolo che fu pilotato da Flavio Torello Baracchini e donato dallo Stato italiano al grande asso della Lunigiana al termine del conflitto. Il biplano entrò così nella disponibilità di Baracchini il quale, grazie ad esso, non avrebbe esitato un istante a raggiungere Gabriele d’Annunzio in occasione della presa di Fiume … se non fosse stato che il velivolo fu privato del magnete e dunque reso inservibile dalle autorità statali. Lo stesso Baracchini, intervistato dai giornalisti non ebbe timore a dichiarare: “Sono sorvegliato troppo da vicino per essere a Fiume. Al mio apparecchio, in Luni, è stato tolto il magnete che è custodito nella cassaforte del Comando marittimo di Spezia. Ma il mio cuore appartiene a D’Annunzio ed io mi considero uno dei suoi legionari” (foto fornita da Ermete Grillo)

E ora ti rivolgo una domanda un po’ insolita: sei di fronte a uno specchio magico. Dall’altra parte c’è Flavio, che ti può vedere e ascoltare. Cosa gli diresti?

Questa è certamente la domanda più bella dell’intera intervista, perché inaspettata, ma al contempo quella più difficile a cui rispondere.

Se potessi rivolgermi direttamente a lui, la prima parola che pronuncerei sarebbe: scusa. Gli chiederei perdono per i miei limiti, per l’insufficienza dei miei sforzi nel tramandarne il ricordo, ma soprattutto per quell’egoistico desiderio di volerlo trattenere ancora tra noi.

Quando mi si chiede cosa rappresenti per me il Progetto HD.1 Baracchini, le parole faticano a tradurre l’immagine che porto nel cuore. Immagino il suo biplano in volo nel cuore della notte. Immagino il riflesso lunare sulla distesa delle nuvole che abbaglia il pilota, mentre sotto di lui il mondo è immerso in un buio assoluto.

Senza più riferimenti terrestri, il pilota vola verso l’oblio, verso quel silenzio definitivo che lo attende quando il serbatoio sarà vuoto e il motore rotativo cesserà di ruggire e sputare olio. In questa visione, il mio progetto è un faro acceso a terra: io brandeggio quel fascio di luce verso la volta celeste, creando una colonna luminosa per indicare a quel pilota stanco e al suo velivolo logoro un approdo sicuro.

Desidero salvarli, eppure riconosco in questo gesto una forma di egoismo. La verità è che né il pilota, né il suo aeroplano avvertono il bisogno di atterrare nel nostro presente. Questo mondo non appartiene più a loro. Le piste sono diverse, i valori sono mutati. Negli occhi stanchi del pilota brilla la serenità di chi ha adempiuto al proprio dovere verso la Patria. Nel battito del motore risuona l’orgoglio di aver servito quella causa.

Io mi ostino a volerli sottrarre al vuoto della memoria, ma la realtà è che entrambi hanno già trovato la pace nel sonno dei Giusti.

“Il sognatore” è lo splendido racconto con il quale Ersilia Torello ha partecipato e vinto la XII edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, ideato e organizzato dal nostro hangar e dai nostri amici dell’HAG – Historical Aircraft Group. In questo scatto compaiono due elementi dal forte simbolismo: – la singolare macchina da scrivere che costituisce il premio consegnato alla vincitrice a Trento, presso il Museo Caproni in occasione della premiazione avvenuta nell’ottobre 2024, – il volume appositamente rilegato in brossura e impaginato su carta pergamena contenente il testo del racconto e che Ermete Grillo ha donato a Ersilia nel corso della premiazione di Firenze nell’ottobre 2025. A suggello di quel mirabile incontro Ersilia a sua volta ha donato a Ermete la stessa copia del racconto ma con la copertina colorata in azzurro, il colore degli aviatori per antonomasia. (foto fornita da Ersilia Torello)

Continuo a pensare, come faranno di sicuro pure i lettori, che tu stia svolgendo un lavoro eccezionale, frutto di passione e abnegazione. Un piccolo segno del merito che ti spetta è stata l’edizione speciale in carta pergamena del mio racconto, di cui sei il protagonista, regalato a entrambi da Marco Forcina, Segretario del Premio. Che sensazioni hai provato nel riceverlo?

La mia partecipazione alla cerimonia di premiazione è stata un’esperienza carica di intense emozioni. Nonostante non avessi ancora avuto il piacere di conoscere Marco Forcina, è stato in grado, sin dall’esordio dell’evento, di instaurare un’empatia straordinaria con il pubblico, rivelandosi una personalità di rara sensibilità.

Mai avrei immaginato di ricevere in dono un’edizione tanto preziosa del racconto. Ancora oggi, osservando questo volume esposto con cura sul mio scaffale, non posso che rinnovare la mia profonda gratitudine verso di te e verso l’intera organizzazione del Premio. Nutro, come già detto, una sincera ammirazione per chi si dedica alla scrittura: in un’epoca dominata dalla fragilità del digitale, dove ogni dato può svanire in un istante, il libro stampato rappresenta un presidio di memoria che, se debitamente custodito, possiede la facoltà di durare in eterno.

Se non fosse per l’opera meritoria di rievocazione svolta Ermete Grillo, le nuove generazioni non avrebbero la più pallida idea di cosa fu la Grande Guerra, Flavio Torello Baracchini e il sacrificio di migliaia di militi che si immolarono per la libertà del nostro paese. Questa intervista e, prima ancora il racconto vincitore della XII edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, intendono costituire un piccolo contribuito nel perpetuare la memoria di quel tragico evento storico e di quella moltitudine di eroi molti dei quali anonimi. Il tutto sarebbe altrimenti destinato all’oblio inesorabile del tempo (foto fornita da Ermete Grillo)

E proprio mantenere viva la memoria del passato, soprattutto con i ragazzi della Lunigiana, terra d’origine di Flavio e tua, è un altro punto su cui non demordi affatto, mi pare. E su questo, da docente, mi trovi perfettamente d’accordo…

No, non intendo demordere, poiché sono fermamente convinto che il futuro di una Nazione risieda nella vitalità delle sue giovani generazioni. Un popolo che smarrisce la consapevolezza della propria storia è inevitabilmente destinato all’oblio. Allo stesso modo, una società in cui i giovani cessano di coltivare aspirazioni profonde è una società votata al declino.

Portare la testimonianza di Flavio Torello Baracchini nelle scuole non significa soltanto onorare il sentimento patriottico, ma rappresenta una vera e propria sfida lanciata ai ragazzi: l’invito a sognare in modo non convenzionale, a perseguire obiettivi che trascendano l’ordinario. In tal senso, esorto sempre gli studenti a “imparare a volare alto”, riprendendo un motto che compariva fino a qualche tempo fa, ora rimosso, sul sito web dell’istituto di Villafranca in Lunigiana, dedicato a Baracchini. Volare è già di per sé un atto straordinario, ma l’auspicio che rivolgo loro è di non limitarsi al volo: occorre ‘volare alto’, che io traduco nell’ambizione di compiere qualcosa di straordinario, con un’impronta di unicità che nessuno prima di noi ha saputo dare.

Questo è il medesimo spirito che anima il mio impegno nel progetto di ricostruzione dell’aeroplano di Baracchini. Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non abbia rivolto lo sguardo al cielo, sognando di solcarlo a bordo di un biplano. Oggi quel sogno si concretizza in un’opera di restituzione storica senza precedenti.

Auguro a ogni giovane di individuare la propria vocazione, qualunque essa sia, e di lottare per eccellere. Sognare in grande è ciò che traccia il solco tra una vita segnata dalla mediocrità e un’esistenza spesa nel solco dell’eccellenza che, da sempre, contraddistingue il genio italiano. Se non siamo capaci di trasmettere questo contagio ideale, tra pochi decenni nessuno sognerà più di pilotare un biplano e, metaforicamente, un’intera e gloriosa pagina della nostra storia collettiva andrà perduta per sempre.

Lo scatto testimonia l’interesse che il pubblico dimostra ogni qualvolta Ermete Grillo indossa le vesti di Flavio Torello Baracchini e rievoca la sua mirabile figura. L’eloquio di Ermete ammalia gli astanti e la presenza fisica affascina le spettatrici, (foto fornita da Ermete Grillo)

Io credo che tu abbia restituito a Flavio memoria e dignità, quella che avrebbe meritato soprattutto in vita.

Credo che, con il mio Progetto, mi stia dedicando alla stesura di un racconto che, forse, non finirò mai… tu invece il racconto lo hai terminato, ottenendo peraltro un riconoscimento di immenso valore. È per questo che il ringraziamento più sincero deve partire da me: per aver dato forma e dignità a una narrazione che onora la nostra storia.

Spero tanto il mio racconto abbia contribuito a far conoscere il tuo progetto. A quando il primo volo dell’Hanriot HD.1? Mi piacerebbe esserci…

Piacerebbe anche a me! Allo stato attuale, risulta complesso quantificare con esattezza i tempi necessari per il completamento dell’opera. Sebbene la struttura del velivolo sia in una fase di avanzata realizzazione, il nodo cruciale resta l’acquisizione e il successivo restauro del propulsore.

La realizzazione di un simile progetto non può prescindere dall’incontro con interlocutori lungimiranti, capaci di cogliere l’altissimo valore storico e simbolico di questa sfida. È essenziale individuare figure che desiderino sostenere concretamente l’iniziativa, supportandone gli ingenti oneri economici legati alla componente motoristica. Solo attraverso una sinergia tra passione tecnica e sostegno finanziario potremo finalmente restituire al cielo, e alla storia, questo straordinario pezzo del nostro patrimonio aeronautico.

Ti auguro con tutto il cuore non solo di continuare a sognare ma che il tuo sogno diventi realtà al più presto. E quando accadrà ne metteremo al corrente tutti i lettori di “Voci di Hangar”. Promesso?

Con immenso piacere.

Grazie a te!



Finisce qui il mio incontro virtuale con Ermete Grillo. Da parte mia posso sinceramente affermare di aver provato una gioia immensa nell’incontrare il protagonista di un mio racconto. Difficilmente ricapiterà di nuovo, dato che per lo più i personaggi di cui scrivo sono avvolti nella nebbia del passato e rivivono solo tra le pagine di una storia inventata.

Ma con Ermete è stato diverso. Confesso di essermi emozionata: il tono di voce, il modo di raccontare, di fare sue le idee e le parole di un pilota dimenticato mi hanno colpito. Una commozione che non ho potuto fare a meno di notare anche tra i presenti, che hanno ascoltato in religioso silenzio.

  Grazie, Ermete. Hai sottolineato più volte quanto sia importante non demordere, persino quando tutto sembra impossibile. Un messaggio che va trasmesso soprattutto alle giovani generazioni, ma pur sempre valido anche per tutti noi: i sogni, quelli veri, possono portarci lontano, come Langston Hughes, poeta e scrittore statunitense, evidenzia nei suoi versi.

Tenetevi stretti ai sogni

perché se i sogni muoiono,

la vita è come un uccello dalle ali spezzate

che non può più volare.

 

Tenetevi stretti ai sogni

perché quando i sogni se ne vanno

la vita è un campo arido

gelato dalla neve.



E allora, buoni sogni a tutti!





§§§§

Intervista a cura di Ersilia Torello (da un’idea di Marco Forcina)

Didascalie a cura della Redazione 




§§§§

In esclusiva per VOCI DI HANGAR

Una Donna con le ali





È un uggioso pomeriggio di fine anni Settanta. Anche oggi, l’immancabile cappa di foschia e di smog che gravitano quasi quotidianamente sulla città di Milano, fa sentire i suoi effetti rendendo l’aria particolarmente pesante.

Sulla pista dell’aeroporto Enrico Forlanini di Linate i decolli e gli atterraggi si susseguono con un ritmo incessante. Anche nella sala operativa vi è un continuo via vai: sono per la maggior parte piloti. Un’aquila, ricamata con un prezioso filo dorato, fa bella mostra di sé al di sopra del taschino sinistro dei loro eleganti abiti blu.

Gli equipaggi sono intenti a pianificare gli imminenti decolli, dando gli ultimi sguardi alle carte di navigazione e alle previsioni meteo.

Tra essi vi è anche una donna minuta, mora, con i capelli a caschetto. Due occhi di ghiaccio, uno sguardo penetrante, rivelano un carattere forte e risoluto. Indossa la divisa con la gonna e su ciascuna manica della sua giacca spiccano quattro galloni dorati: è Fiorenza De Bernardi, la prima donna in Italia a essere nominata pilota di un velivolo commerciale.

Fiorenza è giunta a Milano assieme al Comandante Luciano Nustrini, un tipo smilzo e stempiato. Lui è una persona poliedrica, di grande cultura e dopo essere stato docente universitario, ha dedicato la sua vita al mondo del volo.

I due piloti, che lavorano per la compagnia aerea Avio Ligure, in precedenza, hanno frequentato a Mosca il corso sul velivolo Yakovlev Yak 40EC. L’aereo è un piccolo trireattore, capace di trasportare ventiquattro passeggeri e di operare oltre che su piste brevi, anche su superfici semi-preparate.

Decollati da Firenze, dopo essersi recati a Fiumicino e aver fatto scalo nuovamente a Peretola, sono ripartiti alla volta di Milano. Imbarcati i passeggeri, in serata dovrebbero far rientro nel capoluogo toscano. Lei, con una certa preoccupazione, sta dando un’occhiata alla precaria situazione meteo che persiste da alcune ore sul Centro Italia, in particolare sulla pista dell’aeroporto fiorentino.

‹‹Niente da fare, Luciano, non ci sono le minime di visibilità e senza alcuna radioassistenza sul campo, non possiamo certo rientrare a Firenze. Non potremmo neppure tentare una procedura ILS sulla pista zero-quattro-R del San Giusto. Infatti, anche sull’aeroporto di Pisa non vi sono le condizioni per poterla effettuare. Non ci rimane altro che prenotare un albergo. Domani mattina vedremo il da farsi!›› commenta.

A bordo di un taxi, in breve, raggiungono un albergo del centro. Sistemati i pochi bagagli al seguito, i due si ritrovano nella hall e poco dopo siedono al tavolo del bar per sorseggiare un aperitivo.

‹‹Permettimi una curiosità!›› esordisce Luciano.

‹‹Dimmi pure!›› esclama Fiorenza.

‹‹Ma tu sei romana?››

‹‹Non proprio Luciano, direi che lo sono di adozione. Sono nata a Firenze nel ventotto ma mio padre, anch’egli pilota, a causa dei suoi impegni di lavoro, decise poco dopo di trasferirsi nella capitale. Mia madre Maria Vittoria Falorsi, che in precedenza era stata una crocerossina, come sempre, lo seguì. A Roma ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza, periodi molto felici dei quali conservo piacevoli ricordi!››

‹‹E poi hai seguito le orme di tuo padre!›› esclama Luciano.

‹‹Eh già! Devo confessarti che non avrei mai immaginato di fare questo mestiere poiché avevo altre passioni. Un giorno, per curiosità, andai in volo con papà e rimasi affascinata dal suo mondo tanto che a ventitré anni avevo già conseguito i tre brevetti di volo!››

‹‹Ah, sì lo so… tuo padre è stato senza dubbio un grande pioniere dell’aviazione! L’Aeronautica Militare ha persino intitolato alla sua memoria l’aeroporto di Pratica di Mare!›› afferma Luciano.

‹‹Ne sono orgogliosa! Quanti successi ha avuto! Originario di Venosa, un piccolo comune della Basilicata, si era brevettato nel millenovecentotredici e oltre a essere insignito di varie onorificenze, è stato detentore di numerosi titoli aeronautici. Nel ventisei vinse la Coppa Schneider ad Hampton Roads, nel sud est della Virginia e nel trentuno quella di acrobazia tenutasi a Cleveland. Inoltre, nel quaranta ha collaudato il primo velivolo a reazione italiano: il Campini-Caproni.››

‹‹Che soddisfazioni! È un onore per me essere tuo collega!›› esclama Luciano aggiungendo: ‹‹Fiorenza, lavoriamo nella stessa compagnia ma, a causa dei nostri turni, ci vediamo di rado. Non abbiamo neppure avuto il tempo di approfondire la nostra conoscenza. Non so neppure se sei sposata… scusami, non vorrei essere troppo invadente!››

‹‹Non preoccuparti, non lo sei affatto. Sì, sono stata sposata per alcuni anni con un pilota, un certo Sandro Carocci. Purtroppo, come ben sai, il nostro lavoro ci porta lontani per molte ore o addirittura per giorni e per questo motivo il nostro rapporto si è lentamente deteriorato fino a portarci alla separazione.››

‹‹Mi dispiace Fiorenza… avete avuto figli?››

‹‹No, Luciano, non ne abbiamo avuti… anzi, a dire il vero, non li ho voluti! I figli comportano impegno e responsabilità. Essendo sempre in giro per il mondo, come avrei potuto accudirli? Con tutta sincerità, non avrei mai rinunciato al volo per un figlio! E… tu? So soltanto che sei sposato con Giuliana, se ben ricordo… quanti figli avete?›› gli chiede Fiorenza.

‹‹Ne abbiamo cinque. Li ho avuti da giovane, quando insegnavo all’università di Firenze e già sognavo di fare il pilota! Grazie a lei, che li ha cresciuti, ho potuto svolgere questa attività!››

Trascorse alcune decine di minuti raggiungono il ristorante all’interno della struttura che li ospita. Tra l’andirivieni dei clienti e dei camerieri, siedono al tavolo loro riservato. Davanti a un fumante piatto di risotto allo zafferano, i due si abbandonano ad altre confidenze sulla loro vita privata e professionale.

‹‹Ma… dimmi, Giuliana è contenta di questo lavoro o ne è preoccupata? Che ne pensa del volo?›› gli chiede Fiorenza.

‹‹Agli inizi era un po’ perplessa, poi non mi ha più ostacolato, anzi, si è appassionata al nostro mondo a tal punto che ha conseguito il brevetto e spesso viene in volo con me!››

‹‹In volo con te? E… con quale aereo? Andate a volare all’Aeroclub di Firenze?›› chiede incuriosita Fiorenza.

Nustrini, sorridendo le confessa:

‹‹No, è una lunga storia… non te l’ho mai raccontata. Devi sapere che alcuni anni fa, libero dagli impegni, mi ero recato presso l’aeroporto di Lucca e, parlando con il Comandante Beppe Orsini, mio grande amico che quel giorno si trovava là per caso, appresi che vi era un velivolo Falco F.8L in vendita. Costruito nel giugno del cinquantasei dalla Aviamilano e immatricolato I-ERNA, era il secondo esemplare di produzione. Dapprima era stato acquistato dal trentino Tullio Candioli che, nel settantadue, l’aveva venduto a quell’Aeroclub. Decisi di provarlo ed ebbi modo di apprezzare la sua maneggevolezza compiendovi alcuni looping e qualche tonneau. Già nel luglio del sessantaquattro, avevo collaudato per la Siai Marchetti il velivolo SF-260, altro gioiello dell’ingegner Stelio Frati ma il Falco, suo predecessore, era senza dubbio molto più economico! Ne rimasi affascinato oltre che dalla linea, anche dalle sue prestazioni. Devo ammettere che fu un amore a prima vista. Non ci pensai molto e, su due piedi, decisi di acquistarlo. Adesso è ricoverato in un hangar dell’aeroporto di Peretola. Spesso con Giuliana vi partecipo ad alcune gare. Ma… tu, nel corso della tua attività di volo, non hai mai avuto modo di fare il passaggio sul Falco?››

‹‹No, non ho mai avuto il piacere di ottenere l’abilitazione su quell’aereo. Mi hai fatto incuriosire… mi piacerebbe provarlo!››

‹‹Appena ne avremo l’occasione faremo un po’ di doppio comando… promesso!  Su quali aerei hai volato?››

‹‹Il mio primo amore è stato un FL3, poi ho conseguito l’abilitazione su vari monomotori quali l’FL53, 54, 55, il Rondone F7 e l’Auster 5.

‹‹Hai partecipato anche tu a competizioni aeree?›› le chiede incuriosito Luciano.

‹‹Certamente!›› esclama Fiorenza aggiungendo: ‹‹le esperienze più belle le ho fatte con l’amica Graziella Sartori, in seguito diventata anche lei pilota commerciale e assunta dalla Ignis. Devi sapere che Graziella aveva acquistato, in comproprietà con il giornalista Enrico Meille, un Macchi 308 immatricolato I-TALY, avendo così diritto a effettuarvi annualmente un certo numero di ore di volo. Lei bionda, io mora, abbiamo stupito molti appassionati, vincendo numerose gare aeree e battendo gli altri equipaggi, per la maggior parte maschili!››

‹‹Complimenti! Ma quale sesso debole! Vi siete fatte onore, dimostrando che anche le donne non sono da meno degli uomini!›› commenta Luciano.

‹‹Altroché! Eravamo delle avventuriere. Pensa che avevamo ciascuna poco più di trecento ore di volo all’attivo quando, con quell’aereo, abbiamo raggiunto il Portogallo impiegando ben ventuno giorni in condizioni meteo spesso avverse! Avevamo persino tolto il terzo sedile per ricavare lo spazio ove sistemare i nostri bagagli e un serbatoio supplementare di quaranta litri. Così facendo, potevamo avere ben sei ore di autonomia, volando a circa centocinquanta chilometri orari. Atterrate a Cascais, nei pressi di Lisbona, ebbi persino modo di portare i saluti di mio padre al Generale Graziani che era stato suo istruttore e tramite lui, fummo invitate a pranzo da Re Umberto II di Savoia che era là in esilio. Ho fatto coppia in alcune gare anche con la cara amica Maria Teresa Cassini. Lei aveva una grande esperienza essendosi brevettata nel trentacinque, a soli diciannove anni. Partecipavamo alle competizioni con un FL3 di proprietà dell’imprenditore Carlo Francesco Lombardi che all’epoca li produceva nella sua azienda.››

‹‹Ah… sì, era stato un asso dell’aviazione, si faceva chiamare Francis e se ben ricordo, aveva fondato l’Avia Lombardi a Vercelli! Ho volato anch’io a bordo di un FL3. Con il suo motore di sessanta cavalli non aveva grandi prestazioni ma era molto docile e affidabile, tanto che gli istruttori erano soliti chiamarlo con l’appellativo di “Padre di famiglia!”›› asserisce Luciano.

‹‹Proprio così!›› esclama Fiorenza e aggiunge: ‹‹in seguito sono stata la prima donna a conseguire l’abilitazione al volo in montagna a bordo di un Piper PA-18, volando spesso con il pluridecorato Comandante Martino Aichner! Se non erro… hai fatto anche tu quel corso, vero?››

‹‹Altroché! È molto impegnativo e poi… atterrare in salita con i pattini sulle nevi dei ghiacciai è emozionante!›› ribatte Luciano.

Fiorenza, con enfasi, riprende a narrare: ‹‹Ricordo che un giorno, con il Comandante Erich Abram siamo rimasti bloccati sull’Adamello a causa delle nuvole che ci avevano improvvisamente precluso la visibilità e abbiamo trascorso la notte a meno venti gradi. Per ripararci abbiamo costruito un igloo con la neve e vi abbiamo dormito dentro, ognuno con il nostro sacco a pelo. Anche quella è stata una bella esperienza! Bimotori a parte, ho volato anche a bordo del Macchi 416 e dello Stinson L5 che un tempo venivano utilizzati quali addestratori militari e poi furono ceduti agli Aeroclub, ma il Falco proprio mi manca! Accidenti… non me ne avevi mai parlato!››

Giunti quasi al termine della cena, mentre nella sala sono rimasti pochi avventori, viene servito loro un caffè. Luciano sembra distratto, assorto nei suoi pensieri e, aggiunto un cucchiaino di zucchero, continua a girare la sua bevanda nella tazzina.

‹‹Come mai sei così pensieroso? Hai perso il tuo buonumore?›› gli chiede Fiorenza.

Lui, osservandola per qualche istante con il volto corrucciato, le esprime la sua preoccupazione riguardo il loro lavoro:

‹‹Chissà quanto tempo voleremo ancora per questa compagnia?››

‹‹Perché?›› chiede stupita Fiorenza, appoggiando la tazzina sul tavolo. Poi prosegue: ‹‹Luciano, anche se abbiamo in linea solo il velivolo I-JAKI, spero di poter volare ancora per molto. Certo, se avessimo avuto anche il gemello I-JAKE, come ai vecchi tempi, sarebbe stato meglio. Ricordi i nostri timori quando il ventotto maggio del settantasette apprendemmo del suo incidente sull’aeroporto di Genova? L’aereo non è stato più rimesso in linea di volo ma noi, fortunatamente, abbiamo continuato a volare e andremo avanti anche con un solo velivolo! Stai tranquillo!››

‹‹Certo che mi ricordo! L’I-JAKE arrivò “lungo” in atterraggio al Cristoforo Colombo. Fortunatamente non vi furono feriti. Come potrei dimenticare? Sono molto preoccupato poiché i nostri vertici stanno acquisendo un velivolo turboelica Fokker 27 ma le finanze della nostra società, secondo alcune indiscrezioni ricevute, purtroppo, non godono di ottima salute!›› le risponde Nustrini aggiungendo: ‹‹Ti faccio una confidenza: avrei intenzione di mollare tutto e di trasferirmi con Giuliana e i ragazzi ad Auckland, in Nuova Zelanda!››

‹‹In Nuova Zelanda? Ma dai, stai scherzando?›› chiede sorpresa Fiorenza.

‹‹No, non sto scherzando affatto! Ho avuto modo di visitare quei luoghi e ne sono rimasto affascinato. Il clima è meraviglioso, con estati piacevolmente calde e inverni miti! Un vero paradiso di quiete! Hai mai avuto modo di andare là?›› le chiede Luciano.

‹‹Certo che sì! Ci sono stata da quelle parti. Nel settantuno ero appena giunta in Aertirrena quando dalla Russia, l’ingegner Yakovlev chiese alla compagnia di fare un volo dimostrativo con lo Yak 40 in Estremo Oriente per poi raggiungere l’Australia. Non mi persi quell’occasione e pianificai la missione assieme al Comandante Sergio Sette! Sono giunta a Canberra con l’I-JAKA, dopo un numero imprecisato di tappe! Sai, il “bambino” beve molto combustibile Jet A-1 e non ha molta autonomia. Tra andata e ritorno impiegammo quarantacinque giorni totalizzando centosedici ore di volo! Quante avventure ho avuto con quell’aereo! Un giorno, con lo stesso Yak, sono atterrata persino sulla piccola striscia in erba di soli ottocento metri dell’aeroporto di Mantova – Migliaretto. Peccato che poi il Kilo Alfa, al quale ero molto affezionata, fu venduto alla compagnia russa Aeroflot! Acqua passata! Ma tornando a noi… tu non finisci mai di sorprendermi! Vorresti veramente appendere la cloche al chiodo? Non ci credo!›› ribatte Fiorenza meravigliata.

‹‹Sì, magari continuerò a volare con il mio Falco!›› asserisce Luciano ed esternando il suo stato d’animo: ‹‹non vorrei avere qualche altra delusione!››

‹‹Delusione? Perché? Che cosa ti è accaduto?›› chiede stupita Fiorenza.

 ‹‹Dal mondo del volo ho avuto molte gratificazioni, ma anche forti amarezze, come a esempio il progetto che stilai per il nuovo aeroporto di Peretola. Firenze, come ben sai è una città d’arte, visitata ogni anno da milioni di turisti che per raggiungerla, oltre a usare l’auto, devono prendere il treno o devono atterrare all’aeroporto San Giusto di Pisa. Ma dico… ti rendi conto? Da Pisa a Firenze con i mezzi pubblici! È proprio inammissibile! Pensa che fin dagli anni cinquanta, quando ero architetto all’università, ho cercato una soluzione a questo problema che per me è d’importanza vitale, soprattutto per salvaguardare l’economia fiorentina.›› le risponde Luciano.

Fiorenza, con il suo intercalare romanesco, lo interrompe:

‹‹A Lucià, si va bè ma la pista de Peretola che adesso è de mille metri, nun se può allungà più de tanto… da na parte ce sta l’autostrada e da n’altra ce sta er monte Morello!››

‹‹Esattamente Fiorenza, è quello che ho sempre cercato di spiegare a quanti avrebbero voluto allungare l’attuale pista, ma di quanti metri? Non credo molti, a causa dei limiti orografici! Proprio per questo motivo, assieme agli ingegneri Ciulli e Mazzanti, avevo messo a punto il progetto per una nuova pista della lunghezza di duemilaquattrocento metri le cui testate avevano l’orientamento uno-due e tre-zero. In pratica si discostava di soli pochi gradi dalla vicina autostrada A11, praticamente era quasi parallela. Di certo i velivoli commerciali non avrebbero avuto alcun problema. Avevo persino svolto un’accurata analisi sull’orientamento dei venti, sull’impatto ambientale e uno studio sul cono di rumore, al fine di evitare il centro storico della città. Inoltre, il nuovo aeroporto sarebbe stato provvisto di un radiofaro VOR, di un NDB e di un ILS di CAT II o meglio ancora di CAT III, assicurando la piena operatività anche in condizioni meteo marginali. Non ci saremmo trovati tagliati fuori come stasera! Quanto tempo vi ho dedicato! Purtroppo, la macchina infernale della burocrazia, fatta di inutili lungaggini e soprattutto il lassismo dei politici, hanno reso vano tutto l’impegno profuso! Che delusione!››

Fiorenza lo sta ascoltando rammaricata e, comprendendo perfettamente lo stato d’animo del collega, gli rivela le sue esperienze.

‹‹Dai Luciano, non te la prendere! Tutti noi abbiamo attraversato momenti non proprio felici! Sapessi quante delusioni ho provato anch’io, soprattutto per la mia condizione di donna! Quando conseguii il brevetto di terzo grado, non c’era alcuna possibilità di lavoro quale pilota commerciale. Tutti erano prevenuti, specialmente i vertici delle compagnie aeree: “Una donna pilota di linea?” si chiedevano dubbiosi. Fortunatamente il Generale Garetto, che all’epoca era a capo di Civilavia, si interessò per farmi entrare in linea con l’Aeralpi. Rivolto al capo pilota, gli chiese di accertare scrupolosamente le mie capacità e non lo delusi. Accettai con entusiasmo quel lavoro, ma gli stessi colleghi mi trattavano con indifferenza e mi evitavano. Stufa di quei comportamenti così ostili verso una donna, un giorno sbottai: “Che vi vada o no io sono qui e non me ne vado!” Da allora compresero con chi avevano a che fare. Inoltre, di proposito, chiesi al sarto della compagnia di confezionarmi la divisa con la gonna perché si vedesse che c’era una donna tra i piloti. Solo grazie alla mia tempra e alla mia faccia tosta riuscii a vincere la loro diffidenza! La compagnia effettuava alcune rotte interne per conto dell’Alitalia. Operavamo con il biturbina DHC 6 Twin Otter nel collegamento di Cortina d’Ampezzo con Bolzano, Milano e Venezia. Che soddisfazione! Ero la prima donna a trasportare passeggeri per la nostra compagnia di bandiera! Mi sembrava veramente di toccare il cielo con un dito! Ai vertici della società c’erano il conte Cesare d’Acquarone, Giovanni Ferrari e Umberto Klinger. Dopo l’uccisione del conte, avvenuta ad Acapulco in circostanze oscure, la compagnia fu costretta a chiudere e tutti i piloti furono assunti dall’Alitalia, tranne la sottoscritta, e sai perché? Ero un pilota di sesso femminile!››

‹‹Accidenti! È proprio inammissibile!›› esclama sorpreso Luciano.

‹‹Sì, un vero e proprio affronto! Uno sciocco pregiudizio verso le donne! Credo sia stato un comportamento assolutamente scorretto, anzi lo reputo ancora oggi un’assurda discriminazione. Ero furiosa e manifestai il mio dissenso in tutte le sedi, ma non ci fu nulla da fare! Non per questo gettai la spugna e fortunatamente approdai in Aertirrena! Dopo la sua chiusura, ho continuato a volare con l’Avio Ligure che aveva acquisito gli Yak. Vedi che ognuno di noi ha attraversato periodi bui? L’importante è non mollare mai! Fortunatamente i tempi stanno cambiando e già ci sono altre colleghe anche in Italia!››

La loro conversazione si è protratta a lungo e dopo lo scambio di qualche battuta scherzosa, Fiorenza, dando un colpetto amichevole sulla spalla di Luciano, esclama:

‹‹Andiamo a riposare… ne abbiamo bisogno. Domani saremo di nuovo operativi!››

Si salutano dandosi appuntamento di buonora nella hall dell’albergo. Fiorenza ha raggiunto la sua stanza. La stanchezza per la lunga giornata si fa sentire e in breve lei si addormenta.

Nel sonno profondo, alla sua mente riaffiorano molti ricordi di gioventù ed ha la percezione della presenza di una persona che le è vicina: è suo padre, quella figura che ha rappresentato molto nella sua vita. Nel silenzio avverte un sospiro e la sua voce che le sussurra:

‹‹Cara Fiorenza, anche se sono quassù vivo al tuo fianco, ti ho vista crescere e diventare donna, animo i tuoi sorrisi e mi bagno delle tue lacrime. Stai volando in alto anche tu, vienimi a cercare tra le nuvole. Non so se mi scorgerai perché gli angeli sono invisibili, ma ci sarò anche se tu non mi vedrai!››

‹‹Babbo, ti penso sempre! Ricordi quante aspirazioni avevo da bambina?››

‹‹Certo che mi ricordo! Eri una ragazza vivace, sempre alla ricerca di nuove esperienze! Amavi la montagna a tal punto che dopo il corso di roccia fatto sul monte Morra, a nord est di Guidonia, andasti a esplorare anche le alte vette del Nord! Io e tua madre non ti ostacolammo, comprendendo la tua passione. Prima che scoccasse in te la scintilla del volo, compiuti i diciotto anni, volevi addirittura aprire una baita in alta quota per poi vendere polenta e panini con salsiccia!››

Fiorenza vorrebbe abbracciarlo e sorridendo commenta:

‹‹Sì, è vero, poi mi guidasti nel tuo mondo, quel mondo che hai amato e che mi ha coinvolta, dandomi grandi soddisfazioni. Forse la passione per il volo me l’hai trasmessa con il tuo DNA. Non dimenticherò mai quando volavamo assieme. A volte tu, con una mano, mi nascondevi la vista dell’anemometro o dell’altimetro, altre del variometro per vedere se riuscivo a condurre l’aereo anche senza l’ausilio degli strumenti.››

‹‹Sì, era un ottimo esercizio per aver sempre il controllo dell’aereo e tu eri bravissima! Avevi una particolare predisposizione per il pilotaggio!›› asserisce il padre.

‹‹E… quel ventuno luglio del cinquantuno quando ti mentii? Quella calda mattina ti avevo assicurato che sarei andata in volo con il tuo amico, il Comandante Morici, del quale ti fidavi ciecamente e, invece, mi infilai dentro il piccolo FL3 con il quale avevo acquisito oramai una certa dimestichezza. Misi in moto e me ne andai in volo per la prima volta da sola, su Roma. L’avevo combinata proprio grossa, vero?››

‹‹Eh sì… come potrei dimenticare! Me la facesti sotto il naso!››

‹‹Comunque mi perdonasti! Forse avrei meritato qualche bella lavata di testa, ma non ho mai dimenticato l’emozione di quei momenti e tutto questo, grazie a te! E poi… ricordo ancora quel giorno che a bordo di un Macchi 308, mentre eravamo in volo sulla capitale e stavamo lanciando dei manifestini, improvvisamente il motore iniziò a tossire per poi “piantare.” Eravamo a bassa quota nei pressi del Gianicolo e inutili furono i frenetici tentativi di riavviarlo. Solo grazie alla tua perizia, lo facesti stallare sulle chiome di alcuni alberi che attutirono la caduta. Finimmo dentro il parco di Villa Abamelek, sede dell’ambasciata russa, tra lo stupore dei diplomatici. L’aereo andò distrutto e noi fummo scaraventati fuori dall’abitacolo. Fortunatamente ci ritrovammo sul prato senza alcun graffio. Quanti ricordi!››

Fiorenza ha l’impressione che suo padre sia ancora lì, presente e annuisca sorridendo per la sua narrazione. Si sofferma qualche attimo e prosegue:

‹‹E … quando con l’ingegnere Leandro Cerini brevettasti il “correttore di rotta” come lo chiamavi tu? Un congegno che automaticamente correggeva ogni piccola deviazione dell’aeroplano! Grazie a te e al tuo amico oggi voliamo tutti con l’autopilota. Eri sempre alla scoperta di cose nuove che avrebbero certamente rivoluzionato il mondo dell’aviazione! Purtroppo, con grande dolore, ricordo anche quel triste otto aprile del cinquantanove! Avevo trentuno anni. Quella mattina, dopo aver bevuto un caffè, ci salutasti sorridendo. Lasciasti la nostra casa, in via Panama ottantasei, indossando un impermeabile bianco. Eri felice poiché stavi andando all’aeroporto dell’Urbe dove era prevista la presentazione della tua creatura: un piccolo aereo ad ala bassa, ideato sia nella versione monoposto sia in quella biposto, che avevi chiamato Aeroscooter. L’avevi progettato minuziosamente e già era molto apprezzato sia in Italia sia all’estero, ricevendo molti ordini. Purtroppo non avevi la disponibilità economica per poterne iniziare la produzione di serie!››

‹‹Sì, avevo forti difficoltà finanziarie. Con lo stipendio da pilota come avrei potuto affrontare una simile spesa! Il mio volo dimostrativo sarebbe servito a smuovere l’interesse di qualche imprenditore che si facesse carico dell’impresa!›› ribatte il padre.

Fiorenza, con le lacrime agli occhi, continua a parlargli:

‹‹Stavi entusiasmando i presenti con le tue acrobazie quando accadde l’imprevisto. Il tuo cuore grande e generoso aveva subito un infarto. La tua tempra, la tua forza di volontà evitarono una strage e portasti l’aereo a terra con un atterraggio perfetto. L’aereo rimase fermo sulla pista, con il motore in moto ma tu non scendevi per salutare la folla festosa che era in attesa di esprimerti il suo affetto e stringerti la mano. Trascorso qualche attimo i meccanici, intuendo che c’era qualcosa di strano, corsero verso il velivolo e ti estrassero dalla carlinga. Purtroppo avevi già perso i sensi. A nulla valse la corsa a sirene spiegate a bordo della camionetta dei Vigili del Fuoco verso l’ospedale San Giacomo. Tu eri già salito in cielo! Caro babbo, quanto piansi!››

‹‹Non temere! Sono felice che tu abbia realizzato l’ambito sogno di affermarti nell’aviazione commerciale e continui a volare. Ti sarò sempre vicino!›› le risponde.

Fiorenza si sveglia di soprassalto, è sudata, ha la bocca secca e per un attimo crede che realmente suo padre sia ancora vicino a lei. Accende la luce, ma nella stanza non c’è nessuno. Si ricopre con le lenzuola che nel frattempo sono cadute a terra e cerca di riposare di nuovo ma non ci riesce.

Il turbinio di emozioni generato da quel sogno, il loro dialogo l’hanno colpita profondamente. Attende pressoché insonne l’alba.

La fitta, impalpabile nebbia che ha gravato per tutta la notte sull’aeroporto di Milano Linate, lentamente si sta dissolvendo facendo filtrare i primi timidi raggi di sole che, con i loro giochi di luce, stanno impreziosendo di riflessi argentei le minutissime gocce della rugiada notturna.

Anche la natura attorno ai raccordi e alla pista dell’aeroporto si è risvegliata con i suoi tipici ritmi e suoni. L’incessante cinguettio degli uccelli che spiccano i primi voli della giornata, viene improvvisamente interrotto dal sibilo dei velivoli che stanno iniziando a decollare.

Fiorenza e Luciano, dopo una lauta colazione, hanno raggiunto di nuovo la sala operativa dell’aeroporto. Dato un rapido sguardo alle procedure SID per l’uscita in volo IFR da Linate e ai bollettini meteo, lei commenta: ‹‹Ieri sera Peretola era chiuso per nebbia ma oggi, fortunatamente, sul campo c’è tempesta di sereno!››

I due, con al seguito l’immancabile trolley da viaggio e le borse stracolme di carte di navigazione, si incamminano all’interno dell’aerostazione per poi raggiungere il piccolo Yak parcheggiato dal giorno precedente sul piazzale di volo. A bordo è già ad attenderli l’assistente di volo.

Durante il tragitto gli sguardi incuriositi dei presenti sono rivolti verso quel pilota che indossa la divisa blu con la gonna. Volti meravigliati, altri addirittura intimoriti al pensiero d’incappare in quel Comandante sul loro volo. Qualcuno borbotta lasciandosi andare a qualche esternazione:

‹‹Acc… non salirei mai su un aereo con una donna ai comandi!››

Non sanno che dietro quella figura minuta e all’apparenza fragile vi è un pilota di notevole esperienza.

Fiorenza li nota ma è oramai abituata a quelle espressioni e prosegue con indifferenza. Il suo collega lo è un po’ meno e, forse preso da un po’ d’imbarazzo, si lascia andare ad alcune considerazioni:

‹‹Fiorenza, hai visto come ti guardano? Sembra che abbiano visto un extraterrestre!››

‹‹Luciano, guarda avanti e non ti curar di loro, oramai sono abituata!›› ribatte.

Lasciato il gradevole tepore dell’aerostazione, la fredda aria che vi è all’esterno li costringe ad alzare il bavero del soprabito. Fiorenza ha qualche brivido di freddo, ma i suoi occhi sono intenti a guardare quel piccolo trireattore, divenuto oramai per lei una seconda casa.

Raggiunta la cabina e controllata la lista d’imbarco, i due fanno un rapido calcolo sul loro peso massimo al decollo.

Il sibilo delle tre turbine Ivchenko echeggia nell’aria: è l’inizio di una giornata come tante altre per Fiorenza e il suo amico Yak.


Nota dell’autore

Purtroppo, le carenze logistiche quali la difficoltà di approvvigionamento del combustibile Jet A-1, la precarietà del servizio antincendio e la mancanza di radioassistenze sulla base toscana causarono, negli anni ottanta, la chiusura della società Avio Ligure.

Proprio in quel periodo Luciano Nustrini, soprannominato “l’architetto dei cieli,” si trasferì definitivamente con la famiglia in Nuova Zelanda portando al seguito anche il suo Falco. Ad Auckland continuò la sua attività di docente universitario.

Nel novantanove, un crudele destino lo attendeva. Dopo aver eseguito alcuni passaggi a bassa quota per salutare l’amico Giovanni Soldini, noto navigatore, impegnato in una regata della Coppa America, Luciano e la moglie Giuliana, si inabissarono in mare con il loro aereo. Per loro non vi fu alcuna speranza di salvezza.

Grazie all’interessamento dell’allora amministratore delegato Maurizio Maspes, Fiorenza riuscì ad ottenere l’abilitazione sul quadrigetto DC-8 presso il centro di addestramento dell’Alitalia. Il muro insormontabile per una donna di sedere ai comandi di un aereo della nostra compagnia di bandiera, era stato finalmente infranto.

Nell’ottantacinque, un brutto incidente d’auto la costrinse a una lunga convalescenza e ad abbandonare definitivamente il pilotaggio ma rimase sempre attiva nel mondo del volo fondando, dapprima, con l’amica Graziella Sartori l’Associazione delle Donne Pilota divenuta, in seguito, Associazione delle Donne dell’Aria.

Contrariamente a quanto possiamo pensare, le donne, pur essendo precluse per molti anni dal mondo dell’aviazione, considerato esclusivo degli uomini, si sono sempre messe in evidenza nel campo aeronautico e Fiorenza ne è stata un esempio.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

## proprietà letteraria riservata ##

+++ Racconto di Claudio Di Blasio dedicato alla Com.te Fiorenza De Bernardi +++



Claudio di Blasio


NOTA: in copertina un ritratto della Com.te Fiorenza De Bernardi a bordo del suo Yak

Intervista ad Arianna Bettin





Il suo racconto “L’uomo delle mongolfiere” non è il vincitore della XII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE.

E non è neanche tra i venti racconti finalisti che troveremo all’interno dell’antologia del Premio.

Eppure … ci ha colpito per sua semplicità geniale, ci ha così piacevolmente ammaliato per la sua capacità evocativa che … è stato più forte di noi: abbiamo commissionato al nostro servizio d’intelligence di sequestrare la sua autrice per interrogarla a fondo, anzi nel profondo fondo!

Questo è il verbale del suo interrogatorio.


Bettin Arianna, lei è davvero l’autrice del racconto “L’uomo delle mongolfiere”? Confessi!

Lo confesso

Anzitutto si presenti. Si guardi allo specchio e si descriva. Prima di truccarsi, s’intende.

La scrittrice a New York, precisamente nel quartiere chiamato “Dumbo”. Ci ha confessatro che: “In un quartiere con questo nome ci si può presentare solo vestiti a tema cartoon/fumetti, no?” Ha poi aggiunto: “Questa in particolare era la mia settima volta a New York: continuo ad andarci sperando di incontrare le Tartarughe Ninja ma finora non ho avuto successo.” Facciamo il tifo per lei!

In realtà mi trucco poco perché sono bellissima (e modesta) già così … 😆

Occhi scuri, capelli scuri, carnagione che non ha niente a che vedere con la nobiltà ottocentesca. In base alla parte del mondo in cui mi trovo vengo apostrofata come mediorientale, portoricana o brasiliana. Un cucciolo meticcio, insomma …

La sua biografia è un po’ anoressica. Un tentativo di depistaggio, è chiaro! Cominciamo dal cognome … l’intelligence ci dice essere tipicamente siculo, mentre il nome certifica che non perde mai il filo. E’ così?

Mi hai scoperta! Ebbene, sono veneta. Con una spruzzata di croato, narra la leggenda. E confermo che non perdo mai il filo…

Preferisco che siano i miei personaggi e la mia storia a parlare per me. E’ innegabile che nelle nostre parole mettiamo sempre una parte di noi, e io sono sempre molto presente tra le righe.

Non si chiede mai l’età a una gentildonna ma, giusto per non passare da pedofili, ella è maggiorenne?

Sembra che io dimostri una decina d’anni in meno. Non dirò altro se non in presenza del mio avvocato.

Bene, abbiamo appurato che è lei è nata negli anni ’80. Ora le chiedo: a parte la sua persona, cosa resterà degli anni ’80? Non può rispondere Raf!?

Nulla, mi auguro, per quanto riguarda la moda. Io ero piccola – ovviamente – ma la ricordo e ne sento parlare come una decade di spensieratezza. Sarebbe bello rimanesse un po’ di leggerezza, come con le mongolfiere.

Ah, guarda caso il suo racconto s’intitola “L’uomo delle mongolfiere” … ma “l’uomo del cuore” l’ha già incontrato? Se sì, in quale negozio? Lo chiediamo per aggiungerlo al verbale …

Se l’ho incontrato ero probabilmente distratta a fare altro.

Ha 40 parole per fare la sintesi del tuo racconto. Non bari perché le conto! E non sia reticente …

E questa chi è? Non sia reticente! “Veramente … sarei io a nove anni, a cavallo: la mia grande passione da sempre. Quando mi si chiedeva cosa avrei fatto da grande rispondevo: sarò la prima donna a correre il Palio di Siena. Ovviamente non è mai successo, e ho anche riconsiderato il Palio nel corso degli anni. Ma l’amore per i cavali è rimasto inalterato nel tempo. Tanto che la foto in basso mi ritrae in Trentino, mentre mi cimento con la monta western scoprendo che non fa per me, e cerco di convincere Django (il cavallo) che, per quanto sia avvezza ai voli dalla sella, preferirei mantenere la mia carriera nel pre agonismo … pertanto non è necessario volare anche nel burrone.”

Arianna Bettin e il cavalloUn negozio, un vecchio artigiano e una giovane ragazza. Quella che sembra una normale transazione diventa una lezione di vita. Perché la meraviglia si nasconde nelle cose più piccole, e ogni incontro ci permette di crescere, se solo lo vogliamo.

Ora la sottoporrò a un test.

Deve raggiungere il Giappone. Ha quattro possibili soluzioni. Ci va utilizzando:

1) La mongolfiera del “Giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne

2) Il pedalò del “Bagno 31” di Rimini

3) Il teletrasporto dell’astronave Enterprise

4) Lo SVA-5 di Ferrarin appena restaurato.

Ah, breve nota a margine: Ferrarin non era il figlio minore di Enzo Ferrari.

Scelgo la #3 senza esitazione. In effetti continuo a chiedermi perché il teletrasporto non sia stato ancora inventato …

Va bene … la nostra intelligence ha scoperto che il negozio in cui si svolge il suo racconto esiste davvero … c’è mai stata? Si ricorda quanto costa una mongolfiera? E non menta al ribasso!

Ho scoperto dell’esistenza di questo negozio grazie a voi. La mia storia nasce dall’incontro ad una fiera dell’artigianato con il signor Roberto Fiorin, un paio di anni fa. Il signor Roberto non è vecchio quanto l’artigiano del mio racconto, ma come lui possiede un’immensa saggezza e una fiducia smisurata nei confronti del prossimo. E’ una di quelle persone con cui condividi pochi minuti della vita, ma te le porti dietro per sempre. E magari le catapulti in un racconto.

Arianna Bettin giapponese
Bettin Arianna, ma è proprio sicura che questa fosse lei? “Certo che sono io! Qui faccio cosplay, vestita da Miko giapponese.” Continuiamo a non capire: Ci spieghi. “Ho cominicato con il cosplay solo negli ultimi anni, nonostante il Giappone e la sua cultura siano da sempre uno dei miei grandi amori. Nella foto in questione mi diletto nel cosplay di Kikyo, una sacerdotessa dell’epoca Sengoku, coprotagonista di un manga che per quanto mi riguarda è il più bello di sempre, in quanto al suo interno racchiude tutte le cose importanti della vita: l’accettazione di sé, l’amore, l’odio, il rimorso, la crescita, il perdono, la comprensione dell’altro e del diverso, l’amicizia, il destino, l’andare contro al destino, le scelte che cambiano tutto, l’egoismo e l’altruismo, la brama di potere… tutto e molto altro condensato in una storia profonda e a tratti demenziale. Il manga in questione è Inuyash”. Tutto chiaro. Allora lo mettiamo a verbale!

Ah, quindi ammette la tresca con l’artigiano!? Apriremo un nuovo filone d’indagine … ma intanto risponda a questa domanda: la maggior parte delle donne sono convinte che gli uomini siano dei palloni gonfiati. Si è ispirata a questa certezza per la stesura del racconto?

Non direi. Ma è indubbio che nel mio racconto è la ragazza ad avere i “palloni”.

Domanda a bruciapelo: il generale Umberto Nobile le telefona e le propone di fargli da interprete durante una missione al Polo Nord a bordo del dirigibile Italia. Accetta?

Ho la valigia pronta!

Ci dica la verità: ha mai volato in mongolfiera? E a bordo delle lanterne?

Il volo in mongolfiera è sulla mia lista delle cose da fare. Non ho mai volato sulle lanterne, però mi sono lanciata con il paracadute e faccio moltissimi voli pindarici. Ultimamente il volo a cui mi dedico maggiormente è quello da cavalli in corsa. E non è mai volontario.

Uhmmm, risposta ambigua. Ne terremo conto!

Ci spieghi almeno questo: nelle mongolfiere l’abitacolo si chiama “cesta” … a salirci a bordo non si sente un po’ un serpente a sonagli? Ma soprattutto se qualcuno suonasse lo zufolo riuscirebbe a fare le movenze del rettile?

Ah… quindi sono l’unica che associa la parola “cesta” al picnic, alla raccolta dei funghi, e più in generale al cibo?

Non faccia la sciocca: non ce la racconta giusta! E allora si becca ancora un test.

E’ a casa e ti citofonano i fratelli Montgolfier. Le chiedono di collaudare la loro ultima invenzione. Risponde loro:

1) Non sono la zavorra di nessuno

2) Telefonate a Laika

3) Ingaggiate una pecora, un’oca e un gallo4

4) La vostra palla di carta non volerà mai

Sceglierei la risposta #1, anche se devo ammettere che la #3 li potrebbe aiutare nell’impresa.

Altra domanda a bruciapelo: nella vita quotidiana si sente più mongolfiera o più aeroplano?

Mi sento più il Pony 10 delle Frecce Tricolori: sempre un po’ dentro, sempre un po’ fuori …

“… confesso: qui ero al salone del libro di Torino dove sono stata invitata alla premiazione del primo concorso letterario a cui o partecipato. In quel caso sono arrivata in finale e il mio racconto è stato pubblicato in un’antologia. E già che c’ero ne ho approfittato per abituarmi all’idea che prima o poi sarò una dei grandi protagonisti del Salone 😆”. Sia messo a verbale: ogni riferimento a cose, persone e Premi letterari è puramente casuale

Ha dichiarato che adora i congiuntivi … solo perché hai discusso con i gerundi? Solo perché non crede nel futuro prossimo?

I congiuntivi sono gli eterni incompresi e bullizzati: mi fanno tenerezza.

Seeeee, vabbè …

Nel suo racconto ripeti più volte l’espressione di ”il ragazzo e tutto il resto” … scusi, ma cosa pensa che ci sia dentro a un ragazzo? E cos’è per lei “tutto il resto”? Ha problema con gli spiccioli?

Ahahahah! Ammetto che non amo i contanti.

Quando scrivo parto con un’idea, ma poi la storia prende vita e va dove vuole lei. Un po’ come le mongolfiere. Non so come sia nato il personaggio del ragazzo. Ad un certo punto me lo sono ritrovato lì, a contorno della protagonista.

Ah, dunque lei ammette che considera gli uomini come “un contorno” … e le donne sarebbero il primo piatto, eh?

Veramente …

Ok, non vogliamo entrare in questa storia torbida: lei, la protagonista, il ragazzo.

Risponda a un altro test.

L’intelligence ci dice che lei è amante dei viaggi. Stavolta deve raggiungere gli Stati Uniti. Ha sempre quattro possibili soluzioni di viaggio:

1) Il Titanic

2) L’Hindenburg

3) Lo Spirit of Saint Louis

4) Il Nautilus del Capitano Nemo

Cosa preferisce?

#5, Delta Airlines. Grazie.

Eh no, Bettin Arianna. La quinta risposta non è contemplata. Lei sta deliberatamente fuorviando le indagini. Faccia attenzione … riprendiamo l’interrogatorio.

Arianna Bettin a Osaka
Ricapitolando: lei è amante del Giappone e questa foto dovrebbe dimostralo? “Esatto! La vede? … beh, qui sono a Osaka che cerco di capirci qualcosa: è lì che ho capito che avrei dovuto fare qualcosa in merito alla mia conoscenza del giapponese. Alla fine sono riuscita a tornare a casa viva, con la grande consapevolezza che l’inglese non ti salva sempre e comunque 😇”

Il volo delle mongolfiere simboleggia un’esistenza vissuta a ritmi lenti ma anche in balia degli eventi. I suoi trisavoli erano di origini napoletane o messicane?

Arianna Bettin Appunti
E questi, ci vuol dare a intendere che dovrebbero essere appunti di giapponese? “E’ tutto vero, lo giuro. Visto che la vita non è abbastanza complicata ho deciso di complicarla ulteriormente frequentando dei corsi di lingua giapponese. La mia conoscenza della lingua è mooooolto limitata, ma ho imparato tantissimo sulla cultura e le tradizioni, che inevitabilmente sono legate a doppio filo alla lingua.” Ma perchè, l’italiano non le basta? 

Non che io sappia. Ma non mi illudo di sapere tutto.

Ancora reticente … va bene, tanto la sua posizione criminale si sta delinenado chiaramente. Le farò un ultimo test.

E’ a bordo di una mongolfiera assieme al segretario e ai giurati/giurate del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE. Improvvisamente una fortissima discendenza rischia di farvi precipitare. Per alleggerire la mongolfiera chi butti di sotto?

1) Il Segretario (è davvero pesante!)

2) Tutti i giurati/giurate(perché non l’hanno premiata)

3) Si lancia fuori. Col paracadute.

4) Attiva il bruciatore a tutta fiamma, a costo di mandare a fuoco tutti

La risposta giusta è la #3. Un po’ per l’adrenalina del momento, un po’ perché ho molto altro da scrivere. Mentre sono in caduta libera urlo: “Lasciatevi portare dal ventooooooooo”

Basta! Non ne posso più … se ne vada! Ma non lasci il paese. Sappia che la terremo d’occhio e che, sulla base delle sue ammissioni, dovrà sicuramente riapparire davanti alla giuria della XIII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Tempo marzo 2025 dovrà di nuovo testimoniare le sue doti narrative, intesi?

Intesi. 😆

Ah, un’ultima informazione: come si chiamava l’artigiano che crea le mongolfiere in terracotta dipinta? Fio …

Fiorin, si chiama Roberto Fiorin!

Ho capito! E mica dobbiamo fargli la pubblicità!? Roberto Fiorin. Vada, vada. E’ ancora qui? Vada dai suoi manga, vada!



§§§§

Intervista a cura del Segretario del Premio, didascalie sempre del Segretario (ma non ha altro da fare?).

In esclusiva per VOCI DI HANGAR

L’uomo delle mongolfiere


In Abruzzo c’è una festa, il 16 agosto, a Vasto; è la festa delle lanterne, migliaia di lanterne bianche costituite da una leggera sacca di carta che avvolge la fiammella vengono lanciate vero il cielo attorno alla mezzanotte, tutte insieme, creando una danza incantevole e suggestiva simile a quella delle libellule, ma più in alto, quasi a voler competere con il manto di stelle che punteggia le calde notti agostane sopra il golfo sottostante, quando ancora qualcuna, ritardataria a San Lorenzo, cade giù lasciandosi dietro la sua piccola scia di luce guizzante. E si esprimono in silenzio i desideri.

Non ci è dato sapere se l’autrice, letteralmente folgorata alla vista e poi dalla visita – presumiamo del tutto casuale – di un negozio che vendeva realmente mongolfiere multicolori, abbia trovato ispirazione nella stesura di un racconto così visionario … possiamo invece confessarvi il nostro stupore quando, lanciata la ricerca tra le pieghe multiformi di Flickr, è apparso sotto ai nostri occhi lo scatto che ritrae questo negozio … dunque esiste! E anche noi, come l’autrice, ne siamo rimasti basiti!! (foto proveniente da www.flickr.com)

Ecco a cosa è corsa la mia mente leggendo le prime righe di questo piccolissimo racconto, tanto contenuto nella lunghezza quanto ampio nelle suggestioni che riesce a suscitare. E mentre fuori del piccolo negozio di questo vecchio artigiano senza nome, si svolge appunto una danza delle lanterne, lui all’interno, crea piccole mongolfiere di creta, di mille colori, di mille dimensioni, e le vende (o così ci fa credere), mentre probabilmente regala invece storie, le storie che ognuna di esse “racconta” agli avventori che entrano ad ammirarle e osservarle, magari con occhi che sembrano stelle.

Alcuni anni orsono, sull’onda emotiva della folta schiera di feriti a causa di giochi pirotecnici inesplosi, petardi di fabbricazione improbabile e mini bombette dagli effetti devastanti, anche nel nostro paese fu introdotta l’idea di festeggiare il nuovo anno a mezzo delle lanterne volanti. Suggestive, poetiche, non c’è che dire ma – qualcuno se ne rese conto – altrettanto pericolose rispetto ai classici “botti” … e la novità non ebbe seguito se non – lo apprendiamo dalla recensione del racconto – a Vasto dove, presumiamo, le splendide lanterne volanti termineranno il loro volo benauguarale tra i flutti del mare Adriatico. La foto ritrae la selva di lanterne lanciate in occasione del Capodanno cinese nella baia di Jimbaran, sull’isola di Bali (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma soprattutto lancia un messaggio che suona come un monito: l’uomo ha imparato a volare, a creare macchine volanti sempre più sofisticate per andare dove vuole, in un tempo sempre più breve, tanto forte è il suo bisogno di correre, di fare in fretta …ma poi, saprà tornare a seguire i ritmi naturali del tempo? Magari quello del vento che decide quanto, quando, dove, puoi godere della magia di un volo.

C’è stato un momento nella storia dell’umanità in cui, fatto salvo leggende ed episodi non adeguatamente documentati, l’umanità riusciva a volare solo grazie a macchine volanti più leggere dell’aria, i cosiddetti “aerostati” di cui furono inventori (ma non piloti) i fratelli Montgolfier da cui anche il nome “mongolfiera”, appunto. Correvano gli anni ’80 del 1700. Dovremo invece aspettare fino agli anni ’90 del 1800 per vedere solcare una macchina volante più pesante dell’aria (con appeso l’ingegnere/pilota tedesco Otto Lilienthal), antesignana dei moderni alianti e addirittura il 1903 affinché il cielo venga solcato da una macchina sempre più pesante dell’aria ma dotata di organo motopropulsore; rimane tuttavia inalterato il fascino ancestrale dell’incontrollabilità della mongolfiere pionieristiche anche se in realtà le moderne mongolfiere sono assolutamente controllabili, eccome! (“Le mongolfiere” di Antonio Morri proveniente da www.Flickr.com)

E allora ecco che l’autrice amplia di colpo la geografia del suo racconto e ci porta in un attimo dalla piccola dimensione di quella bottega, alla infinita dimensione del cielo parigino, ricordandoci che il primo a solcarlo, dopo gli uccelli, fu un grande pallone colorato nel 1783, perché …

Le mongolfiere, invece, ci ricordano che a volte dobbiamo lasciare che la vita vada dove vuole. A volte dobbiamo lasciarci trasportare dalla corrente ascensionale senza cercare uno scopo, ma solo godendo del paesaggio. A volte dovremmo dimenticarci dei comandi e degli strumenti, e assaporare il viaggio e quello che ci può insegnare.

Complimenti ad Arianna Bettin (anche perché ama i congiuntivi!).




Narrativa / Medio – lungo

Inedito

Ha partecipato alla XII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2024


Recensione a cura di Rossana Cilli e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR


Nota della Redazione.

In copertina della vetrina di un negozio che, da quanto narra Arianna Bettin potrebbe essere tranquillamente quello in cui si svolge il suo racconto (foto di Maria Vittoria Argenti, “La favola”, scatto del 30 gen 2009, www.flickr.com)

Tu-22, ovvero: cosa potrebbe mai andare storto?


Probabilmente solo alcuni cultori della storia dell’Aviazione ricorderanno la vicenda di Mathias Rust, il giovanissimo pilota della Germania dell’Ovest che nel 1987, in barba a tutto e a tutti, raggiunse indenne la piazza antistante il Cremlino a Mosca atterrando con il suo innocuo Cessna 172 nel luogo simbolo del colosso sovietico.

A distanza di tanti anni di quell’evento se ne sta perdendo letteralmente la memoria benché all’epoca ebbe una ridondanza mondiale al punto da costituire idealmente il punto di avvio di un processo di rinnovamento della superpotenza – la famosa perestrojka di Gorbaciov – ma anche e soprattutto di un terremoto nell’ambito delle gerarchie militari dell’Aeronautica militare sovietica (con un ridimensionamento netto e un avvicendamento generalizzato degli ufficiali, ministro della difesa compreso) che trova qualcosa di paragonabile solo con le famose “purghe” di epoca staliniana.

 

Da diversi anni a questa parte, esemplari statici di Tu-22 si possono visionare in tutta la loro radiosa bellezza aerodinamica presso diversi musei dell’aria disseminati nel territorio sovietico. Quello ritratto si trova al Museo centrale delle Forze aeree della Federazione Russa di Monino situato presso l’omonimo aeroporto di Monino, 40 km a Est di Mosca dove gli fanno compagnia ben altri 170 velivoli (e anche più) del corposo parco macchine volanti sovietiche e russe costruite fino a oggi.  Secondo il sito web https://tu22.ru/(che vi invitiamo a visitare in quanto ricco delle informazioni più disparate): “Il Tu-22 era un aereo difficile da utilizzare, sia sotto gli aspetti tecnici che di volo. In generale, in 30 anni, oltre 60 veicoli su 311 costruiti sono stati prematuramente ritirati (schiantati, bruciati al suolo o completamente guasti) per vari motivi.” Se lo dicono loro … (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma a proposito di questa vicenda non aggiungeremo altro se non il titolo di uno splendido racconto a firma di Massimo Conti che, in occasione della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE presentò ben due racconti il peggiore dei quali – si fa per dire – era intitolato appunto: “Non rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa” e aveva come protagonista proprio Mathias Rust, voce narrante del suo volo memorabile. Il racconto, non avendo goduto dei favori della Giuria di quella edizione, divenne subito ospite del nostro hangar e potrete leggerlo all’indirizzo:

 

https://www.vocidihangar.it/w/non-rimpiango-niente-atterraggio-sulla-piazza-rossa/

 

Un elemento universalmente identificativo del Tu-22 Blinder è  la collocazione dei due notevoli motori turbogetto alla base della grande deriva di cui è dotato. Se infatti l’ala a freccia (di 55° ) era assai comune ai velivoli dell’epoca in quanto consentiva loro una bassa resistenza alle velocità transoniche ma induceva a una velocità di atterraggio piuttosto elevata e una lunga corsa di decollo (che nel Tu-22 circa 2700 metri!), un’altra caratteristica di progettazione dell’azienda Tupolev era il carrello di atterraggio principale: montato in una coppia di alloggiamenti carenati posti sul bordo di uscita di ciascuna semiala. Che dire poi del sistema d’ingresso dei tre membri dell’equipaggio in cabina? Pilota, navigatore e addetto alle armi venivano letteralmente issati verticalmente a bordo con un sistema a montacarichi attraverso dei portelli collocati nel ventre della fusoliera, seduti ciascuno sul proprio sedile eiettabile. (foto proveniente da www.flickr.com)

Sì, d’accordo – vi domanderete – perché tutta questa digressione chilometrica? Perché le sorti del racconto di Massimo Conti sono identiche a quelle occorse al racconto: “Tu-22, ovvero: cosa potrebbe mai andare storto?” di Andrea Pirani che è stato ugualmente giudicato non meritevole di accedere alla fase finale del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, ma stavolta della XII edizione. E non solo. Anche il racconto di Andrea Pirani narra in modo più o meno giornalistico una vicenda che ha dell’incredibile e che si consumò sul suolo sovietico o forse, più correttamente, nei cieli dell’allora URSS con la differenza sostanziale che detta vicenda rimase del tutto ignorata, anzi secretata ferocemente, fino a qualche anno orsono quando divenne finalmente di pubblico dominio grazie a siti web in lingua russa e dunque pressoché ignorata da buona parte del mondo occidentale.

Ma – vi domandiamo – a un sovietologo del calibro di Andrea Pirani poteva sfuggire una così singolare vicissitudine? Poteva il nostro fido autore appassionato di aviazione con la stella rossa rimanere indifferente a una simile chicca storica? Certo che no … ed ecco allora che lo scrittore milanese, profondo conoscitore dell’Unione Sovietica all’epoca della Guerra Fredda, costruisce una storia che ha più il sapore divulgativo piuttosto che narrativo e che lui stesso definisce:

“una storia così surreale, irreale, impossibile che è vera”.

Ebbene quella storia è ora ospite nel nostro hangar e potete leggerla con tutta la comodità e il senno di poi dei quasi quaranta anni trascorsi.

Non si tratta di una foto particolarmente ben riuscita – penserà qualcuno – e non potremmo certo biasimarlo, tuttavia provate voi a scattare un’immagine a bordo di un caccia intercettore F-104G Starfighter danese e inquadrare correttamente il vostro “scramble” costituito da un Tu-22 Blinder che ha invaso proditoriamente lo spazio aereo del vostro paese!  In realtà si tratta di una di quelle foto storiche che, ne siamo certi, finì sui tavoli di fior fiore di analisti militari e di esperti di costruzioni aeronautiche militari delle nazioni occidentali durante il periodo della Guerra Fredda. Tutti alla ricerca di quei dettagli tecnici sfuggiti agli agenti dei servizi segreti occidentali e assai preziosi per definire le potenzialità belliche di una macchina volante assolutamente temibile. Almeno all’epoca (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma di cosa si tratta effettivamente? Oseremmo dire: un evento rocambolesco che … anzi, sapete cosa? … ce lo faremo riassumere proprio dall’autore:

 

“Si parla di un un’esercitazione in cui accade di tutto: un aereo fuori rotta, che sconfina due volte dalla Russia in Iran e dall’Iran in Russia, inseguito due volte dai caccia e mai raggiunto. L’equipaggio si salva ma le conseguenze per ben 2.000 persone relazionate a quell’episodio sono molto pesanti.”

 

Forse abbiamo svelato troppo? No, abbiamo semplicemente dato voce a un testo unico nel suo genere nel panorama italiano giacché la cronaca in lingua originale si può leggere solo a questo indirizzo:

 

https://tu22.ru/lyudi/41-veterany-samoleta-tu-22/stroevye-letchiki-i-tekhniki/187-merzlikin-vyacheslav-ivanovich

 

La pulizia penetrante delle linee del Tu-22 Blinder è esaltata da questo scatto. La progettazione del Tu-22 progetto iniziò  nell’agosto 1955  e nell’agosto  1957 fu completata  la costruzione del  primo  prototipo di cellula; nell’estate  del 1958  furono installati i motori sul prototipo e iniziarono i test statici, quindi fece il suo primo volo. Entrò in servizio nel 1963 ma fu assillato da notevoli problemi tecnici oltre a una congenita difficoltà di pilotaggio ed elevati costi di manutenzione. Cessò di volare definitivamente nel 1994 a seguito degli accordi del  Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa di Engels.(foto proveniente da www.flickr.com)

previo attrezzarsi di un buon traduttore o, per i più fortunati, di una traduttrice alta, bionda e dai lineamenti tipici delle gentildonne dell’ Est Europa. Con il rischio che, di traduzione in traduzione, possiate rimanere affascinati da una tale bellezza esotica (almeno per noi occidentali) al punto di non poterne fare più a meno …

Scherzi a parte, il racconto di Andrea – ne siamo certi – vi lascerà basiti e anche se la trama non è avvincente al pari di un film del tipo “Mission Impossibile” o del migliore James Bond … beh, non stentiamo a credere che un moto di stupore si manifesterà sul vostro volto unita a una sottile smorfia di paura per il terribile pericolo scampato. Quello di una Terza Guerra Mondiale che, potenzialmente, sarebbe potuta scoppiare per la leggerezza di un sistema – quello militare – assolutamente fallibile benché altamente tecnologico e professionale.

A proposito di “TU-22 …”possiamo solo aggiungere che ci spiace non abbia potuto accedere alla fase finale di RACCONTI TRA LE NUVOLE ma che al contempo siamo onorati e compiaciuti di poterlo ospitare nel nostro hangar.

A proposito dell’autore invece non possiamo che spendere parole di apprezzamento perché Andrea è ormai un veterano del Premio o, come recitavano i versi di una gloriosa canzone di Francesco De Gregori,

“il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette”

e dunque, prima o poi riuscirà a dare l’assalto al podio del Premio, certi che lo farà con uno dei suoi racconti alla sovietica maniera. E se anche non dovesse accadere … beh, saremo lietissimi di pubblicare i suoi racconti! Perché c’è necessità di fare divulgazione storica, perché c’è necessità di conoscere cosa accadde al di là della Cortina di ferro.

Troppi anni sono trascorsi e storie come quelle del maggiore Chizhov Mikhail Fedorovich meritano assolutamente di essere raccontate.

Ancora una bella immagine del Blinder (secondo la classificazione NATO) ripreso probabilmente quando era ancora in servizio operativo (foto proveniente da www.flickr.com)

Comunque sia andata con “Tu-22, ovvero: cosa potrebbe mai andare storto?” per noi è stato un successo, al di là del mancato ingresso nella rosa dei venti racconti finalisti. Perlomeno in termini di divulgazione della misconosciuta cultura aeronautica dell’ex blocco sovietico. E se poi il mondo russo, erede di quello che fu il colosso sovietico, non gode oggi granchè simpatia nel mondo occidentale, beh … poco ci importa: è comunque storia!

Grazie Andrea.




Narrativa / Lungo

Inedito

Ha partecipato alla XII edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2024


Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR