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Pensieri sospesi … in mongolfiera


Nell’aria frizzante di un’aurora primaverile in Cappadocia, imbaccuccata negli unici abiti caldi trovati nello zaino, salgo sulla jeep che attende davanti all’albergo coi miei compagni di avventura.

Dopo pochi chilometri di strada tortuosa lasciamo il tracciato per addentrarci su piste battute nella campagna.

È ancora buio e s’intravvedono dei bagliori.

Non sono fuochi, ma le fiammate che fuoriescono dalle mongolfiere, come scopriamo giungendo nella vasta radura.

Enormi palloni aerostatici giacciono sgonfi, adagiati sul terreno in un ammasso di corde, i loro colori sgargianti che spiccano nel chiarore incerto di quei momenti prima dell’alba. I cesti per il trasporto dei passeggeri sono dei grandi canestri in vimini, che ricordano i cesti da picnic.

Ogni mongolfiera trasporterà 16 viaggiatori, disposti a coppie negli 8 settori della cesta. Intorno si muovono con ordine e precisione gli addetti, ciascuno impegnato nel proprio ruolo.

Lentamente, i palloni variopinti si gonfiano e assumono la posizione verticale. Le ultime operazioni sono concluse e il nostro pilota – un turco che ci parla in un inglese dalla forte inflessione americana – dà le informazioni sul volo.

Tutto finalmente è pronto e intorno a noi qualche mongolfiera si è già alzata.

La luce aumenta, mostrando uno spettacolo difficile da descrivere.

Siamo a bordo, le fiammate riscaldano l’aria ancora fredda. Saliamo lentamente, in assenza di vento. Un’ascensione lieve, quasi impercettibile, più dolce di quella di un moderno e silenzioso ascensore.

Siamo sospesi nel vuoto, in un caleidoscopio di 150 palloni aerostatici che popolano il cielo.

È l’alba: il sole si alza e rischiara il cielo rosato e azzurro, delicato acquerello di un pittore innamorato. Sotto di noi, lo spettacolo della Natura si rinnova in un’alternanza di verde e di rocce, e avvistiamo i Camini delle Fate, coi loro comignoli e tetti aguzzi, nei colori sabbiosi del tufo.

La commozione prende alla gola, m’impedisce di parlare.

I miei compagni di viaggio ridono eccitati, parlano, scattano foto. Ma i loro commenti mi giungono indistinti e smorzati, filtrati dall’emozione.

Mi estranio da tutto e ammiro il panorama. Tuttavia non posso esimermi dallo scattare qualche foto. Voglio immortalare nel tempo questa sensazione di sospensione, di attesa, d’immobilità.

Sono in balìa dell’aria e dell’abilità del pilota, che dirige il velivolo e dolcemente lo fa abbassare, mostrando i dettagli di un paesaggio unico al mondo.

Da quassù i pensieri sono diversi, rarefatti. Forse non penso nemmeno ma lascio emergere solo le sensazioni. È incredibilmente affascinante.

Stiamo planando, e il sogno ad occhi aperti s’infrange nella realtà dell’atterraggio. Placidamente il pallone tocca terra. Anzi, no. Siamo atterrati direttamente sul carrello trasportatore del velivolo.

Tutti applaudono alla maestria del conducente. E si scende, per un improvvisato brindisi a base di champagne e le ultime foto di rito con il pilota.

L’avventura è finita. Resta nel cuore quella sospensione dei pensieri, quel pacifico volo nel blu e nell’oro di un’alba turca che non teme uguali.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Paola Trinca Tornidor

L’alba delle fate

Il telefono ruppe il silenzio della stanza con un gracchiare assordante. Non che stesse dormendo particolarmente bene, anzi, la nottata era stata alquanto agitata, ma era riuscita a scivolare in un sonno profondo appena una mezzora prima. Svegliata di soprassalto sollevò la cornetta e dall’altra parte una voce metallica in inglese le comunicò che erano le quattro. Riagganciò la cornetta e fu tentata di ignorare la sveglia e girarsi dall’altra parte…e a questo punto fu la sveglia del cellulare a suonare. Non fosse bastato questo, bussarono vigorosamente alla porta per ricordare, appunto, che era ora di alzarsi.

Incapace di elaborare un pensiero – e soprattutto di valutare se alla fine aveva proprio voglia di affrontare quella giornata – si buttò giù dal letto. Si sciacquò la faccia: il viso era pallido e gli occhi circondati da un alone grigio, segno di un sonno che era venuto a mancare non solo per quella sveglia molto mattutina ma molte volte durante gli ultimi mesi. Per fortuna i vestiti li aveva preparati la sera prima, non sarebbe stata in grado di sceglierli dalla valigia adesso. Uno strato dopo l’altro, pensando alla temperatura fuori, probabilmente di appena qualche grado sopra lo zero. Ma che le aveva detto la testa? Lei odiava il freddo…eppure adesso era qua.

Uscì e con gli occhi ancora semi-chiusi percorse il lungo corridoio: quanto sono tristi i corridoi degli hotel, pensò, pestati da mille piedi che vogliono solo andare da un’altra parte.   

Quasi tutti gli altri erano radunati nella hall: se ne stette in disparte, non se la sentiva di affrontare l’entusiasmo comune per quella levataccia. Un sorriso amaro si affacciò sul volto: in altre circostanza sarebbe stata al centro di quell’entusiasmo…ma adesso proprio le pareva di stare su un altro pianeta.

Entrò un ragazzo con un foglio in mano e fece un rapido appello continuando a dire tra un nome e l’altro che dovevano sbrigarsi. Uscirono dall’hotel e si affrettarono verso il pulmino: era buio pesto e freddo, come previsto. Era in coda al gruppo, le sue gambe avevano la velocità di un bradipo. Il solerte ragazzo le chiuse la portiera alle spalle e per poco il giubbotto non le rimase incastrato in mezzo alla porta. Non imprecò solo perché davanti a lei c’era la più piccola del gruppo, in realtà la compagnia migliore che avesse avuto in quei giorni.

L’avevano soprannominata “Schiacciatina” per quel gioco che si divertiva a fare sui sedili in fondo al pulmino e che consisteva, appunto, nello schiacciarsi l’un altro ad ogni curva. Gli altri si stancavano presto e lei invece mai…anche perché questo le evitava di unirsi ai discorsi degli altri “adulti”. Non che fosse un gruppo noioso, anzi, solo che lei non aveva molta voglia di parlare e soprattutto di raccontare di lei. Giocare con Schiacciatina era un ottimo diversivo e a dirla tutta era gli unici momenti in cui si staccava dal flusso dei suoi pensieri. A parte quei momenti non riusciva a non rimuginare su tutto quello che era successo nei mesi appena passati.

***

Qual era stato il momento in cui tutto era iniziato? O per meglio dire…quando era cominciato l’inizio della fine? Quando l’insofferenza aveva iniziato a serpeggiare? Non sapeva dirlo, quello che sapeva era che ad un certo punto la sua vita aveva iniziato a starle stretta, sotto tanti punti di vista.

Le prime avvisaglie in realtà erano apparse molto tempo prima, ma le aveva ignorate, si era detta che niente poteva essere perfetto e col passare degli anni le cose perdono smalto. Ma tutti quei pensieri perfettamente logici nulla potevano sul peso crescente che sentiva dentro.

Il lavoro innanzitutto: era cambiata la proprietà in azienda due anni prima e le cose erano mutate molto e non in meglio per lei. I nuovi proprietari aveva portato altri manager e pian piano aveva cercato di allontanare “la vecchia guardia”. Un po’ la faceva ridere questa cosa…a 35 anni non è che la definizione “vecchia guardia” te la senti calzare bene…eppure era stato così. Nulla di eclatante all’inizio, tante belle parole, tante rassicurazioni ma alla fine il suo spazio di azione era stato ridotto, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Formalmente non era stato un demansionamento ma nella pratica le avevano tolto risorse e responsabilità; era tenuta fuori dalle riunioni che contavano e dalle scelte importanti. Tanti sorrisi falsi avevano avuto il potere di togliere il suo, di sorriso. Se l’era guadagnata quella posizione: tanto lavoro, tanto sacrificio, tanta grinta. Si era sentita come se le stessero tarpando le ali. Sapeva che non avrebbe potuto resistere e infatti aveva iniziato a cercare altro, finché aveva intravisto una nuova opportunità: diventare partner di una piccola società di consulenza, fondata da un professionista con cui aveva collaborato qualche anno prima. L’idea le era piaciuta sin da subito, sarebbe stata una bella sfida ma avrebbe avuto la possibilità di crescere professionalmente.

L’unica cosa che le aveva destato qualche preoccupazione era stato rinunciare a un contratto a tempo indeterminato e diventare una libera professionista. Quando aveva comunicato l’intenzione di cambiare lavoro alle persone care c’erano stati molti dubbi sulla scelta che stava facendo…non si sarebbe aspettata tante resistenze o critiche velate. In fondo che i suoi genitori non fossero contenti di quella scelta se lo aspettava: “Lasciare un posto fisso? Di questi tempi? Non puoi mica pensare di divertirti a lavorare…chi lascia la vecchia via per la nuova…” Era abbastanza normale che fossero preoccupati, erano di un’altra generazione, il posto di lavoro fisso per loro rappresentava la sicurezza, poteva capirli.

Quello che invece l’aveva sorpresa era stata la reazione di molti dei suoi amici…le avevano detto più o meno le stesse cose dei suoi genitori! Anche lei si rendeva conto che sarebbe stato un grande cambiamento, ma dai suoi amici si sarebbe aspettata più incoraggiamento. Erano davvero amici? O erano solo persone che conosceva da tanto tempo? La domanda se l’era posta tante volte in quei mesi… e si era resa conto che molti rientravano nella seconda categoria. Per fortuna alcuni le erano stati vicino e l’avevano appoggiata in questa sua scelta, ma che delusione gli altri! Addirittura alcuni ex colleghi avevano provato a farla sentire in colpa, pur conoscendo la situazione in cui era.

Alla fine, quello che si era rivelato il peggio di tutti era stato proprio lui, Marco.

Marco, quello che diceva di amarla, quello con cui stava da cinque anni, quello con cui era andata a convivere due anni prima. A dirla tutta da quando erano andati a convivere, il rapporto era rapidamente peggiorato. Aveva messo in conto che per la convivenza sarebbe stato necessario un certo grado di compromesso, eppure le era parso di cedere spesso, troppo. Non si trattava solo degli spazi in casa (lui si era trasferito nel suo appartamento)… per tante cose non avevano trovato un terreno comune. I viaggi per esempio: non era un appassionato di viaggi come lei e piano piano si era resa conto che aveva iniziato a viaggiare meno anche lei. Era un uomo colto, intelligente eppure avevano smesso di parlare…di quel parlare oltre l’accordarsi sulle cose quotidiane. Si era un po’ messo le pantofole e aveva iniziato a dare tutto per scontato. Tante cose l’avevano fatta dubitare del futuro della loro relazione, ma il modo in cui lui aveva reagito davanti alla sua intenzione di cambiare lavoro le aveva tolto tutti i dubbi: “Ma cosa vuoi cercare là fuori? Non sei mai capace di accontentarti…adesso che abbiamo raggiunto una stabilità…ma non puoi pensare a fare figli come tutte le tue coetanee?”

Questi erano solo alcuni dei frammenti delle numerose discussioni che avevano avuto in quel periodo, ed erano stati quelli che l’avevano ferità di più. Anche adesso che ci ripensava, mentre il pulmino imboccava stretti sentieri pieni di buche, sentiva un nodo alla gola e ondate di rabbia salirle dallo stomaco. Come aveva potuto parlarle così…e soprattutto…come aveva potuto – lei – metterci cinque anni per capire con che tipo di persona si era messa??

Era quella quindi la fiducia che lui aveva nelle sue capacità? Preferiva saperla triste in un lavoro che ormai non la rispecchiava più, piuttosto che felice affrontando una nuova sfida professionale? A tanto si spingeva il suo bisogno di certezza? Per non parlare del “velato” accenno a fare dei figli…giusto per essere omologati agli altri. A lei non dispiaceva l’idea di mettere su famiglia, ma non per essere “come tutte le sue coetanee”… Adesso capiva bene perché con lui ancora non aveva messo in pista quel progetto…probabilmente il suo istinto l’aveva protetta, capendo con molto anticipo quello che lei aveva visto con chiarezza solo in quel momento.

A dispetto di tutti i pareri contrari, aveva cambiato lavoro…e aveva cacciato di casa Marco. Sorrise pensando all’ultima discussione, quando lei gli aveva detto che erano troppo diversi per potere stare assieme e che era meglio finirla lì. Aveva visto lo sguardo di lui: non c’era stato dolore…anzi, le era sembrato quasi sollevato. Da quanto tempo lui pensava che sarebbe stato meglio porre termine a quella relazione? Non lo sapeva…sapeva che aveva lasciato a lei l’onere della scelta.

Ovviamente il fatto di averlo lasciato le aveva attirato ulteriori strali: “Adesso? Ti pare il momento adesso? Non ti basta cambiare lavoro? Sei impazzita?”

Le sentiva ancora quelle voci, avrebbe voluto cancellarle, eppure le rimbombavano spesso nella testa.

Si era buttata a capofitto nel nuovo lavoro e le cose parevano ingranare bene, ma sentiva che qualcosa la rallentava, le toglieva energie. La sera, quando tornava a casa, la assaliva sempre quella sensazione, un misto di rabbia repressa e delusione. Ripensava a tutto quello che era successo negli ultimi mesi, a tutto quello che le avevano detto, a quanto le persone si erano dimostrate diverse da quello che credeva. Il primo della lista era ovviamente il suo ex, non che le mancasse: quando rientrava da lavoro, la casa vuota per lei era un sollievo. Eppure,  quando ripensava alle sue frasi, le pareva che fosse ancora lì con lei… sentiva che le si chiudeva la gola e si contraevano tutta…come aveva potuto essere così meschino? E come aveva potuto lei essere così cieca?

Non usciva spesso, aveva tagliato i ponti con tanti finti amici…si era fidata…e aveva raccolto ben poco. Le pareva che questa solitudine fosse la punizione per non essersi accontentata, per aver voluto volare più in alto. Stava lottando faticosamente per voltare pagina, ma sentiva che le vecchia zavorre le impedivano di farlo fino in fondo.

Quella vacanza doveva essere una boccata d’ossigeno, il primo viaggio dopo tanto tempo…eppure sentiva che il peso sul  cuore continuava ad esserci: aveva sperato che il mettersi di nuovo in giro per il mondo avrebbe cancellato tutto, ma non era stato così…a parte i giochi con Schiacciatina continuava ad avere la mente occupata da mille pensieri.

***

La brusca frenata del pulmino interruppe il filo dei ricordi. Erano arrivati al “campo base”. Scesero velocemente e furono accompagnati dentro una grande stanza dove venne servito un thè caldo e qualche biscotto. Non ci fu neanche il tempo di finire quella veloce colazione che il loro accompagnatore tornò a prenderli dicendo che dovevano sbrigarsi. Fuori li attendevano le jeep che li avrebbero portati per l’ultimo tratto di sentiero. Con la strada tutta buche, rimpianse anche quella colazione super leggera.

Intanto fuori il buio stava lasciando spazio alle prime luci dell’alba: un debole chiarore prendeva lentamente il posto dell’oscurità.

Finalmente arrivarono in cima alla collinetta e scesero dalle jeep: eccola lì, davanti a lei, la causa di quella sveglia nel cuore della notte, il vero motivo di quel viaggio.

Era ancora a terra, ma già iniziava a sollevarsi dolcemente, sotto la spinta leggera del gas. Un ragazzo si avvicinò al gruppetto sorridendo e disse che sarebbe stato il loro capitano, indicando il berretto sopra la sua testa. Dubitava molto che fosse maggiorenne, poteva avere al massimo 16 anni…ma probabilmente sapeva il fatto suo…o almeno così voleva pensare.

Aveva già fatto molti voli, anche intercontinentali, era stata su elicotteri e anche su un bimotore. Non aveva certo paura di volare, né soffriva di vertigini…eppure, l’idea di salire su quella cesta di vimini le fece venire un po’ di brividi lungo la schiena…e non era per il freddo.

Guardò i colori del tessuto: blu e grigio tenue. Non era la sola a terra: a pochi metri di distanza ce n’erano altre due, una gialla e un’altra con striature rosse. Poco oltre eccone altre: praticamente tutta la collinetta era costellata di ceste e macchie di colore che si intravedevano nell’oscurità. Stessa cosa nelle colline circostanti: era come un risveglio collettivo, sembrava che tutte si fossero date appuntamento per alzarsi assieme, con le stesse identiche movenze, come in un balletto.

Fu il momento di salire: la prima ovviamente fu Schiacciatina. Si sistemarono a bordo, il capitano diede loro qualche breve istruzione, sciolse le funi e, con uno strappo gentile, la cesta si staccò da terra e la mongolfiera iniziò il suo volo.

Lentamente, un centimetro alla volta, il pallone, il cesto e i suoi occupanti si staccarono da terra. Una sensazione nuova, quell’innalzarsi verso il cielo piano piano. Tutta un’altra cosa rispetto alla roboante partenza di un aereo.

Proprio quello la colpì all’inizio: quell’incredibile silenzio, quel librarsi in volo senza rumore, proprio come gli uccelli. Ricordava il volo in elicottero sopra il Grand Canyon, bellissimo…ma questa era tutta un’altra sensazione. Lì c’era il rumore delle pale (e il pilota che come sottofondo musicale aveva messo la “Cavalcata della Valchirie”), qui c’era solo il silenzio. Tutti avevano rispettato quel silenzio, tutti zitti per paura di infrangere quell’incanto. Si erano guardati sorridendo, sempre in silenzio: non c’era bisogno di parole in quel momento.

Si guardò attorno: decine di mongolfiere si erano sollevate in volo assieme alla loro. Ognuna coi suoi colori e coi suoi passeggeri, tutte trasportate dal vento, in silenzio.

Non aveva mai visto nulla di simile, era come essere dentro una fiaba. In effetti il paesaggio sotto di loro era veramente uno scenario da favola. Le aveva intraviste il giorno prima, mentre col pulmino percorrevano quella parte di Cappadocia, quelle curiose formazioni rocciose, che avevano l’aspetto di torri appuntite: secoli di erosione avevano costruito quelle bizzarre figure nel tufo. Erano soprannominate “camini delle fate”, perché con le loro forme pittoresche richiamavano proprio le dimore di creature fatate. Nel passato in effetti erano state le dimore e il rifugio degli abitanti del luogo ma osservandole sembrava fossero ancora abitate e quasi ci si aspettava che un filo di fumo salisse da quei comignoli.

E adesso li stavano sorvolando: la mongolfiera volteggiava dolcemente sulle guglie e ogni tanto si aveva l’impressione che allungando la mano si potesse sfiorarne la cima. Era solo un’illusione: il capitano, sempre sorridente, prestava molta attenzione a mantenere la quota. Eppure, sembrava che in quel mondo incantato tutto fosse possibile. La luce del sole che sorgeva faceva risaltare la tavolozza dei colori delle rocce: dal bianco all’ocra, dal terra bruciata a tutte le sfumature del rosso. Ad ogni minuto che passava la luce dell’aurora cambiava e i riflessi delle rocce mutavano.

Respirava a pieni polmoni l’aria piacevolmente frizzante; respirava a pieni polmoni come non le succedeva da tantissimo tempo.

Era successo qualcosa quando avevano mollato le zavorre per sollevarsi dal suolo: era come se assieme ai sacchi di sabbia avesse lasciato a terra anche tutti i pesi che l’avevano oppressa in quei lunghi mesi.

Via la delusione per il suo vecchio lavoro, via il fastidio per tutti i commenti poco piacevoli di familiari e amici, via la rabbia per la chiusura della storia col suo ex, via tutti i dubbi che le risuonavano nella testa. Via, tutto via. Man mano che la mongolfiera saliva anche il suo animo si alleggeriva. Sentiva che se avesse allargato le  braccia le sarebbero spuntate ali per volare. Sorrise a questa idea.

Pensò a tutte le generazioni di uomini che avevano desiderato volare e alla fine c’erano riusciti. Guardati come matti i primi che avevano tentato…e probabilmente un po’ matti lo erano. Anche lei era stata considerata “matta”  per il suo desiderio di cambiare la sua vita, matta perché non aveva voluto restare a terra, matta perché aspirava a volare più in alto.

Aveva ignorato la leggenda di Icaro, punito per aver voluto volare verso il sole. Ma come rinunciare a questa sensazione di libertà immane? All’ebrezza di sollevarsi da terra, di mollare tutti i pesi e librarsi nell’aria, per godersi la leggerezza del cielo.

Senza un motore sotto, questa sensazione diventava ancora più intensa: con la mente sgombera lasciava che le forme e i colori delle rocce e delle nuvole le riempissero gli occhi.

“Ma ci sono davvero le fate dentro i camini?”

“Certo Schiacciatina, solo che non si fanno vedere”

“E fanno le magie sul serio?”

“Sì, anche se a volte non ce ne accorgiamo….” Sì, di quante magie non si era resa conto? L’essere di nuovo in viaggio, per esempio, l’aver saputo cercare la sua strada nonostante i pareri contrari, l’essere riuscita a capire quali erano le persone che voleva attorno a lei…non essersi arresa al “vola basso”, ma avere scelto di seguire un altro vento…

Quel volo continuò per un’ora: il paesaggio si trasformava in continuazione sotto la luce crescente, frutto della mano di un artista che non esauriva la fantasia e aveva una tavolozza di colori infinita. Le mongolfiere nulla toglievano a quel paesaggio, anzi, col loro ondeggiare aggraziato aggiungevano bellezza alla bellezza.

L’atterraggio fu dolce, così come era stato il volo: la cesta di vimini si avvicinò piano piano al suolo e depose gli argonauti a terra senza scossoni. All’arrivo li attendeva una medaglia, un attestato (primo volo in mongolfiera!) e naturalmente una bottiglia di spumante. Erano partiti all’alba e quindi erano solo le otto, ma il brindisi spumeggiante fu apprezzato da tutti (ovviamente aranciata per Schiacciatina).

Cosa sarebbe successo adesso che aveva rimesso i piedi a terra?

Per un attimo temette che il ritorno sulla terraferma avrebbe cancellato il senso di leggerezza provato in volo, ma fu solo per un fugace momento. La giornata, nonostante la levataccia, proseguì benissimo e il resto del viaggio pure. Si aprì di più con i suoi compagni di viaggio, aveva voglia di conoscere meglio le persone con cui aveva condiviso quell’incredibile volo.

Anche il rientro alla vita quotidiana andò bene, forse non era una leggenda, forse qualche essere magico abitava ancora in quelle terre o forse qualcosa dentro di lei si era risvegliato…fatto sta che quel senso di leggerezza non l’abbandonò più, neanche nella routine di tutti i giorni.

Era lei ad essere cambiata, aveva lasciato il risentimento quando si era staccata da terra sollevata dal pallone, aveva mollato quel peso fatto di aspettative deluse, di tristezza e di rabbia. Non le serviva quella zavorra: alcune persone ormai non facevano più parte della sua vita, altre le aveva perdonate e comprese. Aveva perdonato anche se stessa…aveva capito che non poteva volare in alto se continuava a rimuginare su quello che era stato. Chi pilota un volo non guarda indietro, guarda avanti.

C’erano ancora momenti in cui sentiva che il peso tornava e allora chiudeva gli occhi e ritornava su quella mongolfiera: rivedeva le forme delle rocce, punteggiate dai colori vivaci delle mongolfiere, la luce nelle mille sfumature di rosa, sentiva il dolce oscillare del cesto di vimini, respirava a pieni polmoni ed ecco che tornava la sensazione di leggerezza e tornava tutta la magia dell’alba delle fate.


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Agnese Pelliconi

 

 

Di padre in figlio

Come tutti i figli coscienziosi, Gabriele parlava sempre volentieri di suo babbo Giancarlo, bolognese da sei generazioni.

Aveva seguito le orme del padre, assolvendo gli obblighi del servizio militare in Aeronautica.

Ambedue avevano terminato la leva con il grado di Primo Aviere.

Come il babbo, Gabriele amava osservare le nuvole.

Pensava che salendo dalla terra al cielo in quanto gocce terrestri condensate, le nuvole fossero un tramite tra noi e l’ignoto, forse anche tra la vita terrena e quella dello Spirito.

Grazie al servizio militare, sia il padre che il figlio avevano trascorso un periodo di tempo lontano da casa, rispettando i doveri e le gerarchie, imparando un mestiere.

Insomma, erano partiti ragazzi ed erano tornati uomini.

In aeroporto il padre era stato autista, impegnato nel 1953-1954, prima a Como, poi a Vicenza.

Fu una esperienza utilissima perché una volta congedatosi, Giancarlo poté utilizzare l’abilitazione di guida conducendo autocarri per il trasporto merci.

Gabriele invece era stato dattilografo, nel 1980-1981, a Macerata e a Padova.

Anche per lui fu un periodo proficuo, perché per molti anni, dopo il servizio militare, lavorò come impiegato.

Purtroppo, a loro non era consentito di volare, appartenendo al personale impegnato a terra.

Motivi assicurativi, dicevano.

Però, l’amore per l’aviazione, e per il volo in generale, rimase sempre una costante, nella loro vita.

Il babbo Giancarlo, con i suoi modi socievoli, era riuscito a farsi benvolere anche da un paio di piloti che svolgevano servizio sui caccia in dotazione alla base.

Nel tempo libero, si mise a costruire modellini di aeroplani, in ferro pressofuso.

Allora si usava così, tra i militari di leva.

Erano pezzi unici, colati su uno stampo che riproduceva le proporzioni degli aerei allora più conosciuti.

I modelli più riusciti erano un bimotore a elica, il Lightning P38 della Lockeed, e il caccia Vampire, della De Haviland.

Giancarlo era molto giovane e sognava un futuro radioso, come tutti in quel periodo, e come poi accadde per il nostro Paese, cosa che ancora ricordiamo.

Di lì a poco, qualche giorno prima del congedo, la sua ragazza gli confidò di essere in dolce attesa.

Si sposarono immediatamente, come si faceva allora, e il loro fu un matrimonio felicissimo, allietato anche dal secondogenito, Gabriele.

Nella sua infanzia, Gabriele giocava spesso con i soldatini.

In definitiva, l’ultimo conflitto era concluso da poco tempo, e come tutti i bambini dell’epoca, poteva conoscere la storia della Seconda Guerra Mondiale grazie ai film che venivano prodotti in grande quantità.

Il babbo gli permetteva raramente di “usare” i suoi ricordi del militare.

In particolare, gli negava i due aerei di metallo, pesanti e potenzialmente pericolosi con le sporgenze contundenti in ferro battuto.

Quando però Gabriele riusciva ad ottenerne il consenso all’utilizzo, la sua fantasia di scatenava e si ritrovava immediatamente tra le nuvole, nel cielo più azzurro, come cantava una popolare canzone dell’epoca.

Passarono gli anni e venne anche per Gabriele il tempo della “cartolina rosa”, la chiamata alle armi.

Fu fortunatissimo, ricevendo l’invito dall’Aeronautica Militare, come il babbo.

Finita Ragioneria, si era iscritto con poco entusiasmo a Statistica, all’Università di Bologna.

Sapeva che, a breve, avrebbe dovuto partire per il militare.

Non ne aveva molta voglia, come quasi tutti del resto, all’epoca.

Gabriele aveva da poco iniziato a lavorare in banca, dopo aver vinto un concorso, e lasciare il posto gli sembrava una perdita di tempo.

“Vedrai che quando avrai terminato il servizio militare, ti sentirai arricchito dalla esperienza fatta”, disse il babbo per incoraggiarlo.

Furono parole profetiche.

Come per tanti allora, il servizio militare rappresentava la prima vera esperienza lontano da casa.

A Gabriele fu assegnato un ruolo presso l’Ufficio del Personale della 1° Aerobrigata, sezione Statistica.

Si impratichì con le logiche amministrative e gestionali.

Nel tempo libero, grazie all’aiuto dello stesso Ufficio Personale, organizzò per la truppa un “Corso per Quadri Intermedi a livello aziendale”, con il sostegno della Regione Veneto.

Per premio, ottenne un volo in elicottero, da Padova a Ghedi, il suo battesimo dell’aria, su un elicottero Agusta.

Fu lì che si innamorò del cielo, e delle nuvole, in particolare.

Cominciò a fotografarle a ore diverse, con luci e colori mai simili, sempre sorprendenti.

Crescendo, le foto più belle le scattava in volo, durante i numerosi viaggi che Gabriele si concesse, quando la professione intrapresa lo permetteva.

Canada, Cuba, Islanda, Egitto, Australia, Isole Samoa, Nuova Caledonia; in tutti i cieli era il passaggio del giorno la cosa che più lo entusiasmava.

Dalla luce all’oscurità, le nuvole e l’orizzonte assumevano colori imprevedibili, cangianti, con striature degne dei quadri più preziosi mai dipinti da alcuno.

La luce che si fa stupore.

Fu così, pubblicando quelle foto, che Gabriele volle rendere omaggio alla memoria di suo padre Giancarlo.

Ricordando una passione comune.

L’amore per il Cielo, più vicino a noi, grazie al volo.

Un amore da passare di padre in figlio.                                                                 


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Davide Gubellini

 

T – meno

 

 

T uguale a 1995 meno 50 anni – Berlino

Io sono il proiettile. Sono stato concepito per straziare e portare dolore, morte e lutti. A voler essere elegiaci e aulici potrei dire che sono il cavaliere verde dell’Apocalisse, cavalcato dalla Morte e seguito dall’Inferno. Ma non è così: sono il frutto dell’ingegno umano.

Vedo davanti a me un uomo con le mani alzate, riesco a percepire l’odore della sua paura, sento anche la mano del soldato serrarsi di più sul grilletto. Ormai ho imparato a riconoscere la febbrile eccitazione che la caccia all’uomo sa instillare in animi stanchi e abbrutiti da questa Guerra, che più sembra agli sgoccioli e più sembra voler stupire con nuove atrocità, quasi che potesse, al pari d’un organismo, rinnovare il suo vigore usando come carburante l’alito dell’odio fine a se stesso.

«Chi comanda qui? Sono Magnus, il fratello di Wernher von Braun.»  Sento dire in un inglese molto, molto stentato.

«E chi sarebbe questo vonnebroun?» chiede l’uomo mentre la pressione sul grilletto aumenta. Mi sento pronto a esplodere, a partire per squarciare, dilaniare e penetrare carne e ossa. Sono pronto a uccidere.

«Mio fratello è l’uomo che insieme al grande Werner Heisenberg poteva far vincere questa guerra alla Germania. Mio fratello vuole consegnarsi a voi.»

«Cosa? Troppo comodo adesso.» Mi sembra quasi di sentire i pensieri assassini dell’uomo che potrebbe dare il là alla mia corsa a oltre mille metri al secondo.

«Alt!» La voce ha il tono e la punteggiatura del comando. Sento l’uomo girarsi un po’, ma tenendo la volata del fucile ancora sul petto dell’uomo. Da qui posso quasi sentire i battiti del suo cuore; un cuore nel quale spero di immergermi. Non sento più nulla, c’è un fitto conciliabolo in un’esperanto tra tedesco e inglese. Non riesco a percepire quasi più nulla, il soldato ha puntato il fucile verso terra.

«Perché noi?» chiede il nuovo arrivato al fratello di vonnebroun.

«Mio fratello non si fida dei francesi, ritiene i russi dei barbari e non può certo chiedere requie agli inglesi dopo che ha quasi contribuito a radere al suolo Londra. Rimanete voi.»

«Suo fratello è un figlio di puttana che mi piacerebbe infilare in un cannone, ma quel signore lì» e indica un uomo mingherlino, in nero, con l’allure del corvo che sembra essere, uno di quelli pronti a banchettare senza esporsi « è qui proprio per aiutarmi a prendere in custodia Wernher von Braun.»

« Ecco, è tutto suo, signor Smith» sibilò l’uomo calcando le parole sul quasi certo fasullo cognome. «Mi creda, non capisco questa scelta, ma obbedisco», concluse l’ufficiale.

«Obbedisco lo disse una volta anche un grande e fortunato generale italiano, capitano Ryan. Magari le porterà fortuna», ribattè l’uomo in nero sbuffando il fumo della sua sigaretta e guardando attentamente von Braun che saliva su una camionetta.  

«Ma è vero quello che si dice? Che è in grado di costruire dei missili in grado di arrivare anche sulla Luna?»

«Necessità di sapere, capitano. Dovrebbe conoscere questa regola. Forse sarebbe meglio per lei dimenticare quello che è accaduto oggi, ma non credo di dirle granché di segreto se le rivelo che la missilistica sarà la nuova frontiera e la nuova arena di guerra, quando questa terminerà, credo tra pochi mesi. Lui è uno dei profeti della missilistica e l’America non può permettersi di perdere terreno.»

«Ma è vero che è responsabile di tanto dolore a Londra?»

«Già, ma anche questo, temo, non possiamo né potremo dirlo: in guerra, la prima vittima è la Verità!» 


 

T uguale a 1995 meno 34 anni – aeroporto di Khodynka e altre parti in CCCP

«In verità io apprezzo il coraggio degli americani.» Quando l’uomo con i lineamenti scavati nella roccia come una maschera totemica parlava, i militari e i burocrati sovietici non facevano altro che tacere, così, semplicemente, come davanti a una teofania. Era l’uomo dello Sputnik e quello che aveva mandato in orbita Laika.

«Apprezzo il loro coraggio, lo dico sul serio. Devono essere più che coraggiosi per anche solo pensare di salire sulle navicelle progettate da von Braun .» Pausa. Risate nervose dei giovani militari e ridanciane, forse per via della Vodka, degli apparatcik di Partito.

«Anni fa provai a dirlo, ma in pochi mi diedero retta. Un conto è far decollare un missile e farlo cadere, ben altro è mandare in orbita un satellite e tenerlo lassù, con qualcuno a bordo. Quando lanciammo lo Sputnik, il loro responsabile venne svegliato per avere un parere, a loro non sembrava possibile che noi li avessimo preceduti. Affrettarono il tutto e il risultato su un fallimento in diretta: un flopnik , come scrisse un giornalista. L’avesse detto del nostro programma, quel simpatico scribacchino si sarebbe ritrovato in Siberia a spaccare pietre congelate. So di cosa parlo: io adesso per voi sono il Capoprogetto, ma ci sono stato in un Gulag. Sapete come mi chiamano a Washington? Korolev, il dottor Missile o il dottor Stranamore.»

Nuova pausa.

«Siamo qui perché tra di voi c’è l’uomo che andrà nello spazio. Parola di Korolev, il Capoprogetto.»

  Quell’uomo sa indubbiamente affascinare e infiammare gli animi. C’è riuscito anche con me, con Arkady Pelevin, reporter di stato per la tecnologia dell’organo di propaganda Pravda. La verità.

In verità, l’uomo che sapeva infiammare qualche volta sbagliava anche: il tenente Valentin Bondarenko bruciò vivo dentro una camera pressurizzata. Era mio amico Valentin, avrei voluto scrivere di quella morte, degli sbagli che la Scienza esige, ma il Partito me lo impedì.

«Ho capito l’errore: l’ossigeno puro non va bene. Una miscela di ossigeno e azoto è più pericolosa nella fase di rientro, ma non dovrebbe incendiarsi» profetizzò Korolev, che brigò per far assurgere il povero Valentin al rango di Eroe dell’Unione Sovietica e me quale principale pennivendolo per magnificare la sua impresa. In più, fotografai il Capoprogetto mentre tendeva la tuta spaziale a un altro tenente: a Jurij Gagarin.

Ero nella sala controllo con quell’uomo portentoso quando fermò tutto e ordinò una nuova verifica della chiusura stagna: non avrebbe rischiato un’altra vita; anche perché non sarebbe sopravvissuto a un flop adesso che il mondo era al corrente del tentativo. Le cose vanno così, in CCCP.

Io, Arkady Pelevin ho visto e sentito cose…

Ho visto il Capoprogetto sudare per la prima volta; ho sentito Gagarin parlare di quel blu così particolare ed emozionarsi mentre sorvolava l’America, sia pure quella del Sud.

Ho sentito i gemiti da cagna come Laika di mia moglie Olga mentre, infiammata di piacere, veniva inchiodata sul nostro talamo da Sergei,il fratello di Valentin.

Loro non mi hanno visto e io non ho fatto scenate.

Oggi è un giorno di festa: Il paradiso dei lavoratori ha portato in orbita e fatto rientrare sano e salvo un uomo.

Dall’altra parte del mondo i giornalisti possono permettersi anche di riportare le parole arrabbiate e assonnate di Shorty Powers, resposabile della comunicazione della Nasa che, raggiunto alle 4 del mattino, non ha trovato di meglio che dire al reporter Quaggiù stiamo dormendo. Nulla è accaduto al giornalista e neppure a Powers.

Da noi invece succede che io debba tacere una morte e scoprire, in un giorno di festa, mia moglie a letto con un altro. Stanno festeggiando, loro, mentre io sono sbronzo e innamorato.

Troppo innamorato.

Salgo sul tetto del dormitorio e mi lascio dondolare.

Ho sentito il Capoprogetto cianciare del fatto che Jurij ha resistito nel rientro a 8 G.

Un passo e sono nel vuoto: adesso tocca a me sperimentare i G.


 

T uguale a 1995 meno 12 anni – Caiazzo (CE)

Pianeta terra chiama squadra G,

segnale di pericolo, allarme! allarme!

La battaglia dei pianeti,

spacca e spazza tutti i cieli,

cinque intrepidi ragazzi,

vanno forte più dei razzi,

han le ali come uccelli,

sono liberi e ribelli,

la famosa squadra G,

cinque eroi uniti qui.

Ken, l’aquila,

Joe, il condor,

Pritijen, il cigno,

Jimpei, la rondine,

Ryu, il gufo.

Parole della sigla del cartone animato Gatchaman – La battaglia dei pianeti.

 

Sono in prima elementare, in una multiclasse con un insegnante molto severo ed esigente. E molto manesco.

Mia mamma non voleva che capitassi con un simile individuo, ma non c’era molta scelta nel piccolo paesino di campagna. Di buono c’era che il pulmino ci portava a scuola una buona mezz’oretta prima dell’inizio delle lezioni. Il tutto per far arrivare in orario, per il secondo giro, quelli che andavano alla scuola del centro.

Dietro la costruzione della scuola di campagna c’era un il tronco di un albero abbattuto e stranamente lasciato là.

Le mie compagne (ah, dimenticavo, ero l’unico maschio dei cinque alunni in prima) avevano paura di quell’albero. A una di loro ricordava, con quei rami tagliati disordinatamente una creatura mostruosa.

Per me invece rappresentava il luogo nel quale diventavo Joe, il Condor.  Solitamente, nei cartoni giapponesi, quando si parla di una cinquina (e ce ne sono di esempi), il secondo uomo è quello forte e coraggioso, ma non abbastanza per essere il leader; è spesso l’ombroso e il tormentato del gruppo.

Io non lo ero: ero il secondo perché, più semplicemente, riuscii ad avere ragione di tutti quelli più grandi tranne che di Pietro, che assunse il comando nel segno dell’Aquila. C’è qualcosa di dantesco in tutto ciò, non trovate?

Prima di entrare in classe ci piccavamo d’ammazzare la nostra bella quota di alieni, i quali, dal canto loro, sembravano trovare irresistibile il terzo pianeta del sistema solare. Contando a partire dal sole, of course.

A un certo punto, io arrivai a proporre un nuovo cartone da imitare, una cosa che adesso in molti chiamano fare Cosplayer, anche se noi non avevamo i costuni.

Il nuovo personaggio spaccava, come la sigla. Come tutte le sigle dei cartoni di quegli anni, a volerla dire tutta.

C’era un giro di basso assurdo, e forse la voglia di fare l’astronauta m’è venuta guardando Capitan Futuro: bello, forte, intelligente, la prova provata che la scienza può essere cool. E il tutto anni prima del successo di The Martian.

Capitan Futuro aveva un problema, pur contando una donna c’era il problema che nessuno dei miei cinque amici voleva essere il cervello volante del dottor Wright.

E dire che il cognome Wright ha una certa importanza nella storia del volo. Più che un combattente, Capitan Futuro era uno scienziato e un’esploratore.

 


T uguale a 1995 meno 69 anni – Italia, Polo Nord, Casa Bianca

«Il mio padrone è un esploratore, ma non uno qualsiasi.»

Ora non sono più Joe il Condor, ma una cagnetta. Adesso vesto bene, ma ricordo ancora quando ero randagia e brutta; e quando, magra, affamata e tutta infreddolita avvertii nitidamente l’usta della bontà in quell’uomo che tutti sembravano temere.

Che sciocchi, gli uomini! Se si lasciassero guidare dall’olfatto capirebbero tante cose in più, comprenderebbero tutto, prima e meglio.

Quell’uomo era buono, ma buono davvero. E infatti si commosse e mi prese con sé.

Come in ogni storia d’amore all’inizio ci furono ed eccome delle incomprensioni. Succede con uomini di genio: i geni sono strambi. Io di padroni geniali ho avuto solo questo, ma la genialità anticonformista ed eclettica degli uomini rappresenta il genere di chiacchiere che ci si racconta intorno ad un osso nelle lunghe e fredde sere invernali.

Ricordo ancora la tremarella che mi prese la prima volta che salì sull’uccello volante di ferro. Poi mi sono abituata a quella cosa di essere la prima a salire sulle aeronavi partorite dalle sue meningi. Il genio a volte sa essere anche incredibilmente superstizioso. Strambo, come detto.

Potessi parlare urlerei al mondo: «Io sono Titina, la cagnetta del grande Umberto Nobile ed ero con lui anche al Polo Nord, dove faceva freddo per davvero e io per scaldarmi scorrazzavo avanti e indietro. Ricordo che in quelle notti mi diceva di tener duro, e mi raccontava delle grandi imprese italiane. Del raid di Aisovizza e del Caproni usato per la prima volta in Libia nella guerra Italo-Turca. Questo ed altro direi di quel grand’uomo, se sapessi parlare.»

Oggi mi ha preso da parte e mi ha parlato dell’incontro con un grande Uomo, il più potente del Mondo: il presidente Calvin Coolidge.

Me ne fotto, avrei voluto rispondergli, ma l’ho fatto a nome mio. Quando mi sono stancata dell’odore dolciastro e prepotente di quell’uomo non ho trovato di meglio che pisciare sul carpet della Casa Bianca.

Così impara a non dare il giusto credito al mio padrone.

Quell’idiota di Coolidge s’è messo anche a ridere pensando che la buffa fossi io.

Gli uomini non impareranno mai perché non usano l’olfatto. Imparano poco anche dagli incidenti. E ne avrei da raccontare di incidenti…

 


T uguale a 1995 meno 21 anni – USA e Gilda degli sceneggiatori di Hollywood 

«Oscar c’è stato un incidente. Il pilota è ancora vivo, ma devi decidere in fretta se procedere o meno con il Progetto.»

Io, Oscar Goldman, dirigente dell’Osi (Office of Strategic intelligence) copro con la mano la cornetta del telefono e penso a cosa fare. Mi decido.

“Steve Austin, astronaut. A man barely alive.”

Richard Anderson, in character as Oscar Goldman, then intones off-camera,

“Gentlemen, we can rebuild him. We have the technology. We have the capability to make the world’s first bionic man. Steve Austin will be that man. Better than he was before. Better…stronger…faster.”

Alla fine l’abbiamo fatto: abbiamo il primo uomo bionico, un progetto da sei milioni di dollari al servizio dell’Umanità contro le barbarie, ovunque esse siano, che minacciano la libertà e i diritti fondamentali.

«Oscar, devo sapere se posso usare Steve per attaccare una centrale nucleare in Asia e smantellarla. Devo sapere se è pronto », mi chiede il Presidente degli Stati Uniti.

I presidenti non si rendono conto dell’effetto che fanno sulle persone comuni, fossero anche burocrati d’alto rango, mandarini di Stato come me.

Come si fa a dire no a un POTUS? Come si fa dire che un progetto così costoso potrebbe avere un qualche intoppo? E l’intoppo non è nella tecnologia, ma nella psiche.

In questi mesi ho visto Steve Austin correre e prendere confidenza con le gambe, il braccio e l’occhio. Certo, c’è quel sound quando le parti bioniche entrano in azione a regime, ma non è certo una cattiva musica.

Tecnicamente è a posto, ma psicologicamente è ancora provato, non al meglio.

«Steve Austin è a posto», dico quel che vuole sentire. E devo averlo detto anche con una certa sicumera.

Steve portò a termine tante missioni, contro dittatori e semplice delinquentelli, contro bigfoot e contro veri e propri robot; con il tempo gli affiancammo anche una sua vecchia fiamma, Jamie, bionica anche lei.

Tornava dalle missioni sempre convinto di aver fatto la cosa giusta, per la Bandiera e la Patria, certo; ma più ancora perché era la cosa giusta da fare.

«Oscar», mi disse una volta, «Non sai come mi arrabbio ogni volta che un politico dice Dio è con noi.»

Scosse la testa e aggiunse: «I nostri Padri Fondatori non hanno mai detto una cosa del genere, bensì Dobbiamo stare dalla parte di Dio. La cosa è diversa».

Detto ciò, tempo un tre mesi e tornò più taciturno da una missione in Brasile. Di solito si torna da quelle parti euforici e con una sorta di sandade, di mal di Brasile. Lui tornò scuro, scontroso e malmostoso.

«Steve, cosa c’è?»

«Non credo di aver fatto la cosa giusta, laggiù. Oscar, l’America foraggia le multinazionali e sfrutta quella povera gente per aver una corsia preferenziale nella grande torta della commercio della gomma», rispose accigliato.

Prima di adirarsi e sputare: «L’uomo che mi avete mandato a neutralizzare offriva una speranza a quella povera gente; certo, andava contro gli interessi dell’America, ma a favore degli ultimi. Io… io credo che mi prenderò una pausa. Devo riflettere.»

«Steve, meglio noi die rossi. Credimi.»

«Perché non meglio loro? Perché non li lasciamo liberi di… sbagliare; ma liberi da ogni giogo?»

«Perché questo è il Grande Gioco. Perché il potere non ammette vuoti e perché… Perché per quanto possa sembrare incredibile, una delle cifre tecnologiche di questo tempo è la gomma.»

 


T uguale a 1995 meno 9 anni – Washington

Sono fatta di gomma.

Sono una guarnizione 0-Ring. Una come tante, e questa mattina me ne stavo bella bella nel contenitore della ferramenta quando la mia vita è cambiata.

Un uomo è arrivato, ha frugato e mi ha presa tra le mani. È come se avesse estratto il numero giusto da una lotteria. Da quel momento la mia vita è cambiata: sono andata in tv e sono diventata una star.

Io conoscevo quell’uomo: era istrionico, buffo anche, ma una rivista molto attendibile una volta lo indicò come L’uomo più intelligente del mondo. Nonostante amasse e suonasse i bongo e in passato fosse stato, tra le altro cose, anche uno scassinatore provetto.

Però tra le altre cose dell’uomo si possono annoverare anche un Nobel Prize e una teoria molto affascinante.

Roba da togliere il fiato, a patto di capirla. E non sono in molti a sfiorare l’abissale bellezza della QED, l’Elettrodinamica quantistica.

Già, perché l’uomo che questa mattina ha cambiato la vita di una semplice guarnizione relagando nell’olimpo delle star altri non è che Dick Feynman. Ed è malato. Molto.

Qualcuno potrebbe obiettare che è per questo che fa di testa sua e non ha paura di nessuno, ma sarebbe riduttivo. Feynman faceva di testa sua anche a Los Alamos, dove era uno dei più giovani e dove c’erano von Neumann e Fermi, Oppenheimer e quel militare scorbutico di Groves. Non era ancora un Nobel, ma era già Feynman nei modi e nei comportamenti.

Mentre parla alla commissione presidenziale messa su da Reagan per indagare sulle cause del disastro dello Space Shuttle Challenger, a un certo punto, come un consumato illusionista (l’ho già detto che si dilettava anche come mago e prestigiatore?), mi tira fuori dalla tasca a mo’ di coniglio dal cilindro e attacca: «Dick Scobee, Michael J. Smith, Judith Resnik, Ellison Onizuka, Ronald McNair, Greg Jarvis e Christa McAuliffe sono morti per colpa di una guarnizione come questa». Ecco, adesso sì che sono immortale.

Mi stanno fotografando e riprendendo. Sono in mondovisione.

«Ma la colpa non della guarnizione O-Ring in sé, ma di chi non ha saputo prevedere che la stessa non avrebbe funzionato bene a basse temperature. Vite umane e milioni di soldi dei contribuenti bruciati perché qualcuno non ha tenuto conto di una elementare legge fisica. Credo che la Nasa d’ora in poi dovrà prestare più attenzione alle selezione die suoi tecnici, che dovrà essere più rigorosa e meno politica. Meno politica e più competenza.»

 


T uguale a 1995 meno 26 anni – Houston e Base della Tranquillità

È perché sono competente, molto, che sono qui. Ho studiato sodo per questo, mi sono sporcato le mani partecipando sin da bambino a concorsi per aerei e razzi amatoriali, ho sognato questo momento, ma adesso, hic et nunc, vorrei essere altrove e non alle dipendenze di Eugene F. Kranz, vale a dire Gene, Volo (ossia il responsabile del volo) dell’Apollo 11.

Stava andando tutto bene, più o meno bene, visto che gli intoppi in programmi del genere non mancano mai, ma quando dall’Apollo 11 in discesa senti chiedere: “Houston, abbiamo un errore di sistema. È il 1202″ e subito dopo Gene ti guarda e tacitamente ti chiede un ok o uno stop allora capisci che in quel momento vorresti stare a vendere granite.

Guardo nel librone, del sudore mi va a imperlare la fronte. Sento gli occhi su di me in un silenzio che sa di piombo. Forse di morte.

“Ci date un riscontro sull’errore 1202?” chiedono da lassù. Venti secondi dopo.

«Allora?» mi chiede Gene. Adesso anche lui è sudato.

Trovo l’errore ed esulto.

«Go Gene, Go. Luce verde» dico, e sembro quasi convincente.

A 900 m un altro alert dall’Apollo ci fece salire la pressione.

“Houston, abbiamo un errore 1201 adesso, cosa facciamo?”

1201… 1201… 1201…

«Stesso tipo di errore, Gene. Luce verde per noi. Go.»

40 secondi dopo un nuovo messaggio.

“Houston, qui Base della Tranquillità. L’Eagle è atterrato.”

Qualcuno mi abbraccia, ma non ricordo chi. Vedo tazze e fogli volare in aria. Ce l’abbiamo fatta.

L’America ha portato un uomo sulla Luna.

E io, altro che gelati, non vorrei mai essere stato altrove.

«Ma poi cos’erano quegli errori?» mi chiede uno degli ingegneri strutturali.

«Credo che Buzz Aldrin possa aver tenuto accesi contemporaneamente il computer dedicato all’atterraggio e quello per il rendez-vous; ergo, la memoria dell’AGC probabilmente è andata in crash e ha segnalato l’errore.»

«Sai una cosa amico, posso spiegarti l’aerodinamica, ma non ho capito un cavolo di quello che hai detto. Però… cazzo! Ti rendi conto di quello che abbiamo fatto? Per dei secondi siamo stati appesi a te. Grande amico, come ti chiami?»

Stavo per dirgli il mio nome, ma lui è volato via ad abbracciare un altro tecnico.

Già, nessuno saprà mai il mio ruolo nell’allunnaggio. È il destino di tanti. Io ho fatto allunare l’Apollo 11, ma alla conferenza stampa andrà Gene Kranz.

Mi siedo, adesso sono come svuotato.

Non c’è più la pressione di qualche minuto fa.

 


T uguale a 1995 meno 243 anni – Basilea

Questa cosa della pressione del sangue è interessante.

Forse riesco a ricavarne una qualche legge, qualcosa che faccia schiattare di rabbia nella tomba quel borioso di Johann Bernoulli, il grande matematico che si schierò con Leibnitz nelle querelle con Newton (uno dei pochi, questo gli va riconosciuto), ma che nondimeno fu invidioso, molto invidioso quando arrivò l’aquila della matematica, il portentoso matematico Leonard Euler ad oscurarlo.

Ma chi non viene oscurato da Eulero? Il quale, bontà sua!, mi pregia della sua amicizia e stima.

E dire che non sono un matematico, non in senso stretto.

E Johann Bernoulli non era solo invidioso di Euler: una volta mi scacciò dalla sua casa perché a un concorso matematico eravamo arrivati in finale insieme. Anziché essere contento del risultato, visto che i rudimenti me li aveva dati lui stesso, non trovò di meglio che offendere me e la commissione che aveva osato paragonarmi a lui. A nulla servì la mediazione di mia madre, già, perchè io…

Sono Daniel Bernouilli, medico e matematico dilettante, figlio di Johann e nipote di Jacob Bernouilli.

Mio padre mi voleva economista, mercante, poi ha deciso per medico. Tutto, fuorché la matematica. Doveva essere lui il gallo dei Bernoulli.

La pressione dicevo, c’è qualche legge fondamentale che aleggia nell’aria, sembra a portata di mano ma diventa sfuggente. Studio il sangue nelle vene, la magia di questa linfa è straniante, non mi stancherei mai di squartare animali per vedere e studiare il flusso sanguigno, ma percepisco in quelle turbolenze qualcosa di più generale.

Devo studiare quello che hanno scritto sull’argomento dei fluidi i grandi del passato, poi, nel caso dovesse venirmi qualche idea più generale e trovarmi in difficoltà potrei sempre chiedere un aiuto alla macchina per teoremi che si chiama Euler, che è ben contento di aiutare gli altri e per nulla invidioso.

Eureka! Ho trovato (anche con qualche aiutino matematico) l’equazione generale dei fluidi; sono senza parole! In una sola equazione c’è la spiegazione tanto al flusso sanguigno quanto al volo degli uccelli.

Forse un giorno la mia equazione sarà utile anche ai novelli Icaro che vorranno staccarsi dal suolo e andare oltre. Anche oltre i nembi. 

Se solo potesse vedermi mio padre!

Io sarò più importante!

Che vendetta!

Che gioia!

Il protervio matematico battuto nella corsa all’eternità dal figlio che riteneva stupido, quello che aveva relegato alla medicina.

 


T meno 0 – Napoli

«Medicina! Domani vado a iscrivermi per i test di medicina», dico a colazione ai miei. Li vedo tirare un sospiro di sollievo.

«Come mai, Domenico? T’è passata la fissa di fare fisica o provare a fare l’ufficiale dell’aeronautica per provare a fare l’astronauta?» Chiede mio padre, che è un medico. Come mia madre, del resto.

«No, è che stanotte ho fatto un sogno buffo», rispondo e subito dopo, con la tazza fumante alla bocca, sfoglio febbrilmente il Focus di Agosto 1995. C’è un articolo su due astronauti italiani selezionati dalla Nasa: Umberto Guidoni e Maurizio Cheli.

«Che sogno?» domanda mia madre, sempre attenta al mio lato onirico.

«Non lo ricordo bene, sai com’è con i sogni, ora sei qui ora sei sulla Luna, ora sei un proiettile ora una guarnizione difettosa. Ma si volava, eccome si volava.» «Mah, questa cosa di medicina all’improvviso ci fa piacere, ovvio, ma è una cosa che devi avere dentro. O sei motivato o lasci alla prima autopsia.»

«Oh, ma io sono motivato! Ecco qua, vedi l’articolo? Qui dice che come riserva nel ruolo di Payload Specialist, che significa specialista del carico, degli esperimenti, è stato selezionato anche un medico italiano. Quindi posso diventare medico e astronauta. Così siamo tutti contenti, no?»

Non rispondono.

 

 

 

Nota dell’autore.

Nel mio racconto c’è più verità di quanta possa sembrare a prima vista.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Massimo Bencivenga

 

Oltre le nuvole il sole


 

Il piccolo Davide attraversò il giardino in un lampo, raggiungendo suo nonno che dondolava beatamente a mezz’aria, cullato dalla sua amaca acquistata tempo fa al mercato galleggiante di Cai Rang, sul delta del fiume Mekong. Il nipotino, con piccoli colpi sopra la pancia, cercava di recidere quel sottile filo di sonno che avvolgeva il nonno come in una sorta di bossolo. E a forza di insistere ci riuscì.

L’uomo, con un tocco del dito sulla tesa, tirò su il cappello di paglia che gli copriva il viso e, dopo aver messo a fuoco quella piccola figura che gli stava accanto, gli chiese quale fosse stato il motivo per cui l’aveva sottratto alla sua consueta, sacrosanta siesta pomeridiana. E il bambino, indicando un punto lontano nel cielo, rispose: “Ehi nonno guarda. Lassù, sopra la cima di quella montagna sta passando un aereo che sta andando chissà dove!”

“Vieni qui pulce. Sono pronto a soddisfare ogni tua curiosità!” disse l’ex comandante rivolgendosi a suo nipote, che attendeva spiegazioni a bocca aperta.

“Chiudi la bocca che ti entrano le mosche e vieni qui sulle ginocchia” proseguì nonno Elvio, indicando la traccia bianca che, mano a mano, tagliava il fazzoletto di cielo sopra la punta spelacchiata di Monte Cormegnolo.

“Vediamo un po’” – proseguì l’uomo – “se riusciamo a indovinare di che aeromobile si tratta; a giudicare dal rombo e dalla scia … si direbbe un bi reattore; potrebbe trattarsi di un Airbus A 319 per il medio raggio”.

Il bambino era ansioso di saperne di più e incalzò il suo comandante con un altro quesito: “Quanto volano in alto nel cielo gli aerei nonno? E perché lasciano righe bianche, come quella, dietro di loro”? 

“Domanda interessante giovanotto, ora vedrò di spiegarti il tutto”, gli rispose il nonno, sfilandosi i suoi inseparabili Ray Ban a goccia.

Anche Fido, il bassotto di casa, si era accodato al piccolo gruppo, marcando la sua presenza con un bau bau. La lezione poteva iniziare: “Dunque devi sapere, anzi dovete sapere, (il cane prese a scodinzolare) che nell’ambito dell’aviazione civile ci sono due categorie principali: gli aerei a lungo raggio, ovvero quelli che trasportano passeggeri o merci tra un continente e l’altro, che viaggiano a quote che possono arrivare a fino 36.000 piedi di altezza e quelli a corto-medio raggio che volano più in basso, a quote intorno ai 33.000 piedi, ovvero a circa 10.000 metri dal suolo. Fin qui è tutto chiaro per l’equipaggio?”

L’animale, con un doppio bau, evidenziava la sua soddisfazione, mentre il ragazzo voleva saperne di scie, di correnti a getto e di altre diavolerie che regolavano il volo.

L’ex comandante riprese dicendo: “Cerchiamo di spiegarlo nella maniera più semplice: le tracce lasciate dagli aviogetti che solcano il cielo sono chiamate scie di condensazione e si formano per il contatto del gas caldo in uscita dai reattori con l’aria fredda che, a quelle altitudini, può raggiungere i trenta, quaranta gradi sotto lo zero; brrr…un bel freddo non vi pare?”

“Così freddo c’è lassù, e i passeggeri dentro l’aeroplano non congelano?”, chiese Davide al nonno con apprensione.

Il narratore, per tranquillizzarlo, passò la sua mano sui capelli biondi del nipotino arruffandoli un po’, poi riprese il tema appena interrotto: “Ma no! Dentro la pancia dell’aereo si sta benissimo; è come viaggiare in una carrozza di un treno. Né caldo, né freddo. Ma torniamo al discorso di prima, …

A quel punto, come dicevamo, il vapore acqueo si trasforma in miliardi e miliardi di minuscoli cristalli di ghiaccio che si attaccano tra loro fino a formare un nastro bianco sospeso nel blu, tanto più lungo se c’è umidità in quota; più corto se l’aria che attraversa è secca. Quello che vedi lassù è abbastanza corto, quindi non pioverà.”.

Il piccolo Davide era entrato a pie’ pari nel mondo aeronautico, tant’è che iniziò a correre per il giardino con le braccia distese a mo’ di ali; dopo alcuni giri sulla pista verde del prato “atterrò” accanto a Fido che, come un missile, si era tuffato dietro la siepe di lauro ceraso, in attesa della cessazione del raid aereo.

Il pomeriggio corse via a velocità di crociera tra le domande a raffica e le risposte; leggi della fisica che permettono ad un bestione come il Boeing 747 da trecentosettanta tonnellate e che imbarca centocinquanta mila chili di kerosene, di volare come un uccello. Poi le differenze tra il volo ad elica e quello a getto che si risolvono in questioni di avvitamento e di fili d’aria, condussero il nonno e suo nipote ad un “atterraggio” in prossimità della veranda, dove ad attenderli c’era una merenda a base di gelato e meringa.  Due merli erano nel frattempo planati sullo steccato pronti a beccare tutto ciò di commestibile, mentre il cane faceva capolino dietro un cespuglio, in attesa di un segnale di via libera.

°

Elvio Bossoli era un tranquillo pensionato che, da qualche tempo, si era ritirato nella sua casa nel paese dove era nato e vissuto fino all’età di diciotto anni. La sua passione, il suo interesse per il volo ebbe inizio alla fine degli anni sessanta, quando era in servizio nel corpo dei paracadutisti nella città di Livorno. La molla gli scattò nella fase di addestramento, tra un lancio e l’altro da uno sgangherato C 119 della Guerra di Corea, condotto, di volta in volta da piloti militari con i galloni ben in vista sui loro giubbotti di cuoio.

Il suo primo brevetto lo acquisì all’Aeroporto dell’Urbe a Roma, al termine di un corso iniziato a cinque mesi dal congedo dal corpo dei Parà. Il primo volo da allievo pilota fu per lui un’esperienza indimenticabile. I’istruttore era un pilota da caccia dall’aspetto asciutto, uno di quelli che: le parole non contano, ma contano i fatti; uno di quelli abituati a stare per aria e a rivoltare a suo piacimento il mondo di sotto, in su e in giù tirando o spingendo semplicemente una cloche.

L’allievo pilota Bossoli Elvio, in quell’occasione, ebbe modo di toccare con mano l’effetto centrifuga dovuto a cabrate e picchiate effettuate dal suo istruttore che, alla fine dei giochi, gli si rivolse dicendo: “Allora ragazzo cosa vogliamo fare? Su prendi tu i comandi e vai, che io me la fumo”! Era stata una grande emozione, grande come il cielo che stava solcando, alla guida di un aeroplano. Il primo.

Si faceva presto a dire: “D’ora in poi voglio stare con i piedi per terra, basta nuvole e vuoti d’aria, basta trasferte continentali, fusi orari: due giorni a Sidney, uno a Dakar, piuttosto che a Oslo. Voglio vivere i miei giorni ben piantato a terra. Ecco cosa voglio. Meglio se al livello del mare, a respirare iodio e mangiare una frittura di pesce in buona compagnia. Beata la pensione!

Ma tra il dire e il fare c’era di mezzo il mare, anzi no: il cielo. E fu così che l’ex comandante pilota Bossoli tornò a volare, ma questa volta come passeggero, per via di un matrimonio di una sua parente che viveva a Bruxelles. Essere passeggero pagante su un aereo di linea, anziché pilotarlo, faceva un certo effetto; intanto, fuori dall’oblo, il mondo si metteva in movimento e il Boeing 737 dalla livrea gialla e blu, già rullava sulla pista 04-R1 dell’Aeroporto di Ancona Falconara, destinazione Bruxelles – Charleroi.

L’aeroplano prendeva a salire di quota rabbiosamente, poi l’ala si alzò e il Mare scomparì. I flaps rientrarono dentro l’ala e anche il carrello. I motori si placarono quando si raggiunse la quota di crociera; Elvio aveva piena consapevolezza di tutte le fasi del decollo; ma preferiva di gran lunga, godere della luce che splendeva in quota e della serenità che essa infondeva nel suo animo libero da ogni responsabilità. Le nubi fuori dal finestrino erano fiocchi di cotone sospesi nel blu. Ora le poteva ammirare in tutta la loro eterea, impalpabile bellezza. La Svizzera, di sotto, era color tabacco; un fiume lanciava riflessi d’argento, mentre nel corridoio gli idiomi si fondevano come all’interno dei mercati del giovedì nella città di Istanbul. Fino all’atterraggio.

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“Bentornato comandante, hai fatto un buon viaggio? Finalmente sei qui ho tante cose da chiederti, le ho pensate mentre tu eri via. Le vacanze stanno per finire ed io dovrò tornare in città e ricominciare con la scuola. Che barba!”, disse Davide, mentre correva incontro al nonno che armeggiava con degli attrezzi all’interno della casetta di legno. “Allora giovanotto, cos’è che vuoi chiedermi di così urgente”? Il ragazzo trasse un foglietto dalla tasca dei pantaloncini, lo aprì e disse: “Mi sono fatto degli appunti per non tralasciare nulla; mi piacerebbe sapere di quando pilotavi gli aerei grandi, e quante città hai visto e se hai mai incontrati gli UFO? E tante altre cose.”. Elvio aveva capito che doveva interrompere il suo lavoro di restauro di quel vecchio grammofono a tromba degli anni ’20 che aveva acquistato da un rigattiere a Sidney e caricato in stiva, in occasione di una delle sue innumerevoli missioni intorno al globo.

“Dov’è che iniziamo” disse l’ex pilota al nipotino che sedeva sulla cassa panca appena lucidata con il copale, sopra la quale non tardò ad accovacciarsi anche Fido il bassotto di casa. “Bene, ora che l’equipaggio è al completo, possiamo incominciare”, continuò l’uomo. “Signori dell’equipaggio” disse con velata ironia al ragazzo e al cane “Dovete sapere che il sottoscritto, prima di arrivare a pilotare grandi aerei sulle rotte intercontinentali, ha dovuto superare diversi esami per ottenere brevetti intermedi di primo e secondo grado, con i quali si era abilitati a pilotare piccoli aerei con passeggeri paganti. Nel frattempo, per accumulare ore di volo, si lavorava anche per società che gestivano gli aerei antincendio Canadair 215 e 415. Il ragazzo ascoltava con la meraviglia propria dell’età, e nel contempo immaginava il nonno come una sorta di super eroe, che difendeva la natura dagli uomini cattivi che incendiavano boschi e foreste. L’uomo notò, dall’espressione del viso, che Davide stava già fantasticando nel mondo dilatato della fantasia, dentro la quale ogni gesto, ogni situazione si amplificava come sotto una lente di ingrandimento. “Possiamo continuare giovanotto?”, gli si rivolse il nonno, facendo un gesto con la mano davanti ai suoi occhioni blu. “Vai avanti comandante, noi ti seguiamo, vero Fido?” rispose con prontezza il nipote. Il cane annuì alzandosi sulle zampe anteriori.

Il racconto continuava, come dire, tenendosi a bassa quota, nel senso che si parlava di servizi anti grandine effettuati con piccoli velivoli che si gettavano nel bel mezzo dei temporali sparando candelotti di ioduro d’argento sopra i vigneti del Soave in Veneto o del Chianti in Toscana, oppure di come ci si arrangiava, con altri piloti, con gli aereotaxi, piccoli velivoli a quattro e sei posti con i quali si scarrozzavano i vips da un punto all’altro dell’Italia. Tutto questo, pur di volare e acquisire ore di volo.

Per non appesantire il racconto, non era stata descritta la modalità del conseguimento del brevetto di terzo grado professionale tramite un concorso indetto dal Ministero dei Trasporti e dell’aviazione Civile e di conseguenza i due anni di corso per lezioni pratiche di volo strumentale a bordo di un SIAI MARCHETTI S205 e di un Piper 23 bimotore a elica, oltre alle lezioni teoriche riguardanti l’aereodinamica , il volo simulato, la meteorologia, il diritto civile, i codici di navigazione e, naturalmente, lo studio della lingua inglese. Lingua fondamentale per la navigazione aerea globale.

Intanto, in avvicinamento, si profilava l’ora di cena; la narrazione venne rimandata al domani, e l’equipaggio composto da: Elvio, Davide e il bassotto di casa, si fecero guidare dal profumino che proveniva dalla cucina, dove nonna Carla era regina incontrastata. La notte che seguì mise tutti a nanna. Davide, che si sentiva un po’ come il comandante in seconda, pensò bene di appiccicarsi sulle spalline del pigiama due rettangoli di carta sui quali aveva disegnato tre strisce color d’oro. Saltò sotto le coperte e Morfeo se lo prese in carico subito dopo, ancor prima dell’imbarco sull’aeronave dei sogni.

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“Eppure l’avevo messo qui dentro quest’armadietto; dove può essersi cacciato”, Elvio, già di buon’ora, era all’interno della casetta di legno, alla ricerca di un album fotografico con dentro una serie di fotografie scattate nel corso della sua lunga carriera di pilota commercale.

“Eccolo qua, sapevo che c’era”! Un soffio sulla copertina fece alzare una polvere densa come borotalco che si disperse nell’ambiente circoscritto dello stanzino.

“Vieni pulce, siedimi accanto che ho qualcosa di interessante da farti vedere”, disse l’ex pilota al nipote che, finito di far la sua bella colazione, era appena uscito dalla veranda e si era precipitato al quartier generale per il briefing mattutino. A ruota, un po’ sonnecchiante, lo seguiva l’inseparabile Fido. Nonno Elvio appoggiò il massiccio raccoglitore sul tavolino invitando Davide a prendere visione del contenuto.

Due piccole mani cominciarono a sfogliare pagine e pagine sulle quali suo nonno aveva appiccicato momenti significativi della sua carriera; pezzi di vita ritagliati su una fotografia in bianco e nero, oppure a colori. Pagina sette, in alto a sinistra: Allievo paracadutista Elvio Bossoli, fotografato in assetto di lancio sulla pista di un aeroporto militare; accanto, sempre l’allievo pilota ritratto in primo piano davanti un Piper 23 bianco con delle linee fiammeggianti ai lati della carlinga.

Il ragazzo manifestava molto interesse per quelle fotografie, e si vedeva da come i suoi occhi blu le scrutavano in ogni loro particolare.

“Questa mi piace nonno, ecco ti ho riconosciuto, sei quello con le cuffie che ascolta la radio e dentro la cabina ci sono altri due piloti. Quanti aggeggi e luci colorate”!

Il nipotino rimase col dito piantato sulla fotografia, aspettando che l’ex pilota gli descrivesse il contesto. La risposta non si fece attendere: “Qui tuo nonno aveva acquisito da poco il brevetto di terzo grado e fu una vera svolta nella sua carriera.

La cabina che vedi è quella di un DC-10 Mc Donnell Douglas in rotta su Roma Dakar – Dakar Rio de Janeiro. Io, come terzo ufficiale, controllavo il pannello degli impianti; qualche volta il comandante mi lasciava la cloche dell’aereo, forse gli facevo un po’ di compassione.”.

Sentendo quello che il nonno gli aveva appena detto, la sua faccia si imbronciò, ma il nonno lo rasserenò quando gli disse che la cosa durò circa un anno, dopo di ché diventò co pilota su un DC-9 operante su rotte europee.

Il ragazzo fu colpito da un’altra foto a colori, dove il suo comandante posava davanti la turbina di un aereo gigantesco con la sua bella uniforme con i tre galloni dorati cuciti sulla giacca blu scuro. Davide non tardò a colmare la sua innata curiosità di bambino, commentando la foto sulla quale si era soffermato.

“Stai ammirando il bestione, uno degli aeroplani più grandi mai costruiti al mondo; questo gigante dell’aria si chiama: Boeing 747 Jumbo jet, pesa trecento settanta tonnellate e imbarca cento cinquantamila chilogrammi di carburante. Da quel momento in poi ho messo il mondo nelle mie tasche: Pechino, Sidney, Mosca. E dimenticavo Chicago, che è uno degli aeroporti più trafficati al mondo, dove la torre di controllo non sempre ti capisce…”

“Dimmi di un altro aereo grande che hai pilotato nonno, e che ti è piaciuto!”, chiese ancora il ragazzo.

Elvio aggrottò la fronte per la concentrazione, poi sparò di getto la sua risposta sul viso colmo di curiosità di suo nipote, che ormai era entrato a pieno titolo a fare parte nel suo equipaggio. Insieme a Fido naturalmente.

“Un aeromobile che non si può scordare è l’MD-11 e tu mi chiederai il perché? Facile. Ti rispondo, è velocissimo e nervosissimo, ha tre motori, ognuno dei quali in fase di decollo si beve diciotto mila chili di kerosene e la capacità dei suoi serbatoi è di centoventimila chilogrammi. Il velivolo può ospitare trecento passeggeri e la sua velocità di crociera (tieniti forte) raggiunge tranquillamente i novecento cinquanta chilometri l’ora.

Ricordo, come fosse adesso, quella volta che incontrammo le correnti a getto sull’Oceano Atlantico ad una latitudine di 75°nord, sulla rotta siberiana, che rese necessario il rimescolamento del carburante dentro le ali per evitarne il congelamento.

Un altro cavallo di razza, un altro gigante che ho avuto il piacere di pilotare è stato il Boeing 777, corredato da due motori turbofan, ognuno dei quali sviluppava una potenza pari a cinquanta mila cavalli. Rendo l’idea?”.

Elvio si compiaceva nel raccontare le sue avventure al piccolo Davide e talvolta sul racconto ci metteva un po’ del suo, allo scopo di rendere più accattivanti le avventure di -mister Elvio l’uomo volante-.

Il piccolo Davide era felice e contento e, in cuor suo, sperava di ripercorrere le orme di suo nonno e anche di più ma, vista l’ora tarda, i viaggi interplanetari e gli incontri ravvicinati con gli UFO li rimandò ad un’occasione più propizia.

Fido era saltato sul suo letto, ma il ragazzo non se ne rese conto, preso com’era a ipotizzare rotte ortodromiche e trasvolate intercontinentali magari a bordo di un cargo zeppo di automobili di lusso da consegnare a New York, o di imbarcare una dozzina di cavalli di razza per facoltosi professionisti in attesa all’aeroporto di Detroit.

Ma adesso era giunto il momento di planare: giù i flaps e il carrello, destinazione mondo dei sogni, di quelli colorati che solo i bambini riescono a concepire.

Nonno Elvio gli rimboccò le coperte e con un buffetto salutò il bassotto che lo guardò scodinzolando, senza fiatare.

La notte, con le sue nere ali, avvolse il sonno del piccolo Davide, e lo fece in modo discreto, per non disturbare la sua navigazione nel cielo alto, fin sopra le nuvole dove splende sempre il sole. Una luce bianca, rarefatta. La luce dei sogni.

 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Bruno Bolognesi