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Racconti degli autori

Oltre le nuvole il sole


 

Il piccolo Davide attraversò il giardino in un lampo, raggiungendo suo nonno che dondolava beatamente a mezz’aria, cullato dalla sua amaca acquistata tempo fa al mercato galleggiante di Cai Rang, sul delta del fiume Mekong. Il nipotino, con piccoli colpi sopra la pancia, cercava di recidere quel sottile filo di sonno che avvolgeva il nonno come in una sorta di bossolo. E a forza di insistere ci riuscì.

L’uomo, con un tocco del dito sulla tesa, tirò su il cappello di paglia che gli copriva il viso e, dopo aver messo a fuoco quella piccola figura che gli stava accanto, gli chiese quale fosse stato il motivo per cui l’aveva sottratto alla sua consueta, sacrosanta siesta pomeridiana. E il bambino, indicando un punto lontano nel cielo, rispose: “Ehi nonno guarda. Lassù, sopra la cima di quella montagna sta passando un aereo che sta andando chissà dove!”

“Vieni qui pulce. Sono pronto a soddisfare ogni tua curiosità!” disse l’ex comandante rivolgendosi a suo nipote, che attendeva spiegazioni a bocca aperta.

“Chiudi la bocca che ti entrano le mosche e vieni qui sulle ginocchia” proseguì nonno Elvio, indicando la traccia bianca che, mano a mano, tagliava il fazzoletto di cielo sopra la punta spelacchiata di Monte Cormegnolo.

“Vediamo un po’” – proseguì l’uomo – “se riusciamo a indovinare di che aeromobile si tratta; a giudicare dal rombo e dalla scia … si direbbe un bi reattore; potrebbe trattarsi di un Airbus A 319 per il medio raggio”.

Il bambino era ansioso di saperne di più e incalzò il suo comandante con un altro quesito: “Quanto volano in alto nel cielo gli aerei nonno? E perché lasciano righe bianche, come quella, dietro di loro”? 

“Domanda interessante giovanotto, ora vedrò di spiegarti il tutto”, gli rispose il nonno, sfilandosi i suoi inseparabili Ray Ban a goccia.

Anche Fido, il bassotto di casa, si era accodato al piccolo gruppo, marcando la sua presenza con un bau bau. La lezione poteva iniziare: “Dunque devi sapere, anzi dovete sapere, (il cane prese a scodinzolare) che nell’ambito dell’aviazione civile ci sono due categorie principali: gli aerei a lungo raggio, ovvero quelli che trasportano passeggeri o merci tra un continente e l’altro, che viaggiano a quote che possono arrivare a fino 36.000 piedi di altezza e quelli a corto-medio raggio che volano più in basso, a quote intorno ai 33.000 piedi, ovvero a circa 10.000 metri dal suolo. Fin qui è tutto chiaro per l’equipaggio?”

L’animale, con un doppio bau, evidenziava la sua soddisfazione, mentre il ragazzo voleva saperne di scie, di correnti a getto e di altre diavolerie che regolavano il volo.

L’ex comandante riprese dicendo: “Cerchiamo di spiegarlo nella maniera più semplice: le tracce lasciate dagli aviogetti che solcano il cielo sono chiamate scie di condensazione e si formano per il contatto del gas caldo in uscita dai reattori con l’aria fredda che, a quelle altitudini, può raggiungere i trenta, quaranta gradi sotto lo zero; brrr…un bel freddo non vi pare?”

“Così freddo c’è lassù, e i passeggeri dentro l’aeroplano non congelano?”, chiese Davide al nonno con apprensione.

Il narratore, per tranquillizzarlo, passò la sua mano sui capelli biondi del nipotino arruffandoli un po’, poi riprese il tema appena interrotto: “Ma no! Dentro la pancia dell’aereo si sta benissimo; è come viaggiare in una carrozza di un treno. Né caldo, né freddo. Ma torniamo al discorso di prima, …

A quel punto, come dicevamo, il vapore acqueo si trasforma in miliardi e miliardi di minuscoli cristalli di ghiaccio che si attaccano tra loro fino a formare un nastro bianco sospeso nel blu, tanto più lungo se c’è umidità in quota; più corto se l’aria che attraversa è secca. Quello che vedi lassù è abbastanza corto, quindi non pioverà.”.

Il piccolo Davide era entrato a pie’ pari nel mondo aeronautico, tant’è che iniziò a correre per il giardino con le braccia distese a mo’ di ali; dopo alcuni giri sulla pista verde del prato “atterrò” accanto a Fido che, come un missile, si era tuffato dietro la siepe di lauro ceraso, in attesa della cessazione del raid aereo.

Il pomeriggio corse via a velocità di crociera tra le domande a raffica e le risposte; leggi della fisica che permettono ad un bestione come il Boeing 747 da trecentosettanta tonnellate e che imbarca centocinquanta mila chili di kerosene, di volare come un uccello. Poi le differenze tra il volo ad elica e quello a getto che si risolvono in questioni di avvitamento e di fili d’aria, condussero il nonno e suo nipote ad un “atterraggio” in prossimità della veranda, dove ad attenderli c’era una merenda a base di gelato e meringa.  Due merli erano nel frattempo planati sullo steccato pronti a beccare tutto ciò di commestibile, mentre il cane faceva capolino dietro un cespuglio, in attesa di un segnale di via libera.

°

Elvio Bossoli era un tranquillo pensionato che, da qualche tempo, si era ritirato nella sua casa nel paese dove era nato e vissuto fino all’età di diciotto anni. La sua passione, il suo interesse per il volo ebbe inizio alla fine degli anni sessanta, quando era in servizio nel corpo dei paracadutisti nella città di Livorno. La molla gli scattò nella fase di addestramento, tra un lancio e l’altro da uno sgangherato C 119 della Guerra di Corea, condotto, di volta in volta da piloti militari con i galloni ben in vista sui loro giubbotti di cuoio.

Il suo primo brevetto lo acquisì all’Aeroporto dell’Urbe a Roma, al termine di un corso iniziato a cinque mesi dal congedo dal corpo dei Parà. Il primo volo da allievo pilota fu per lui un’esperienza indimenticabile. I’istruttore era un pilota da caccia dall’aspetto asciutto, uno di quelli che: le parole non contano, ma contano i fatti; uno di quelli abituati a stare per aria e a rivoltare a suo piacimento il mondo di sotto, in su e in giù tirando o spingendo semplicemente una cloche.

L’allievo pilota Bossoli Elvio, in quell’occasione, ebbe modo di toccare con mano l’effetto centrifuga dovuto a cabrate e picchiate effettuate dal suo istruttore che, alla fine dei giochi, gli si rivolse dicendo: “Allora ragazzo cosa vogliamo fare? Su prendi tu i comandi e vai, che io me la fumo”! Era stata una grande emozione, grande come il cielo che stava solcando, alla guida di un aeroplano. Il primo.

Si faceva presto a dire: “D’ora in poi voglio stare con i piedi per terra, basta nuvole e vuoti d’aria, basta trasferte continentali, fusi orari: due giorni a Sidney, uno a Dakar, piuttosto che a Oslo. Voglio vivere i miei giorni ben piantato a terra. Ecco cosa voglio. Meglio se al livello del mare, a respirare iodio e mangiare una frittura di pesce in buona compagnia. Beata la pensione!

Ma tra il dire e il fare c’era di mezzo il mare, anzi no: il cielo. E fu così che l’ex comandante pilota Bossoli tornò a volare, ma questa volta come passeggero, per via di un matrimonio di una sua parente che viveva a Bruxelles. Essere passeggero pagante su un aereo di linea, anziché pilotarlo, faceva un certo effetto; intanto, fuori dall’oblo, il mondo si metteva in movimento e il Boeing 737 dalla livrea gialla e blu, già rullava sulla pista 04-R1 dell’Aeroporto di Ancona Falconara, destinazione Bruxelles – Charleroi.

L’aeroplano prendeva a salire di quota rabbiosamente, poi l’ala si alzò e il Mare scomparì. I flaps rientrarono dentro l’ala e anche il carrello. I motori si placarono quando si raggiunse la quota di crociera; Elvio aveva piena consapevolezza di tutte le fasi del decollo; ma preferiva di gran lunga, godere della luce che splendeva in quota e della serenità che essa infondeva nel suo animo libero da ogni responsabilità. Le nubi fuori dal finestrino erano fiocchi di cotone sospesi nel blu. Ora le poteva ammirare in tutta la loro eterea, impalpabile bellezza. La Svizzera, di sotto, era color tabacco; un fiume lanciava riflessi d’argento, mentre nel corridoio gli idiomi si fondevano come all’interno dei mercati del giovedì nella città di Istanbul. Fino all’atterraggio.

°

“Bentornato comandante, hai fatto un buon viaggio? Finalmente sei qui ho tante cose da chiederti, le ho pensate mentre tu eri via. Le vacanze stanno per finire ed io dovrò tornare in città e ricominciare con la scuola. Che barba!”, disse Davide, mentre correva incontro al nonno che armeggiava con degli attrezzi all’interno della casetta di legno. “Allora giovanotto, cos’è che vuoi chiedermi di così urgente”? Il ragazzo trasse un foglietto dalla tasca dei pantaloncini, lo aprì e disse: “Mi sono fatto degli appunti per non tralasciare nulla; mi piacerebbe sapere di quando pilotavi gli aerei grandi, e quante città hai visto e se hai mai incontrati gli UFO? E tante altre cose.”. Elvio aveva capito che doveva interrompere il suo lavoro di restauro di quel vecchio grammofono a tromba degli anni ’20 che aveva acquistato da un rigattiere a Sidney e caricato in stiva, in occasione di una delle sue innumerevoli missioni intorno al globo.

“Dov’è che iniziamo” disse l’ex pilota al nipotino che sedeva sulla cassa panca appena lucidata con il copale, sopra la quale non tardò ad accovacciarsi anche Fido il bassotto di casa. “Bene, ora che l’equipaggio è al completo, possiamo incominciare”, continuò l’uomo. “Signori dell’equipaggio” disse con velata ironia al ragazzo e al cane “Dovete sapere che il sottoscritto, prima di arrivare a pilotare grandi aerei sulle rotte intercontinentali, ha dovuto superare diversi esami per ottenere brevetti intermedi di primo e secondo grado, con i quali si era abilitati a pilotare piccoli aerei con passeggeri paganti. Nel frattempo, per accumulare ore di volo, si lavorava anche per società che gestivano gli aerei antincendio Canadair 215 e 415. Il ragazzo ascoltava con la meraviglia propria dell’età, e nel contempo immaginava il nonno come una sorta di super eroe, che difendeva la natura dagli uomini cattivi che incendiavano boschi e foreste. L’uomo notò, dall’espressione del viso, che Davide stava già fantasticando nel mondo dilatato della fantasia, dentro la quale ogni gesto, ogni situazione si amplificava come sotto una lente di ingrandimento. “Possiamo continuare giovanotto?”, gli si rivolse il nonno, facendo un gesto con la mano davanti ai suoi occhioni blu. “Vai avanti comandante, noi ti seguiamo, vero Fido?” rispose con prontezza il nipote. Il cane annuì alzandosi sulle zampe anteriori.

Il racconto continuava, come dire, tenendosi a bassa quota, nel senso che si parlava di servizi anti grandine effettuati con piccoli velivoli che si gettavano nel bel mezzo dei temporali sparando candelotti di ioduro d’argento sopra i vigneti del Soave in Veneto o del Chianti in Toscana, oppure di come ci si arrangiava, con altri piloti, con gli aereotaxi, piccoli velivoli a quattro e sei posti con i quali si scarrozzavano i vips da un punto all’altro dell’Italia. Tutto questo, pur di volare e acquisire ore di volo.

Per non appesantire il racconto, non era stata descritta la modalità del conseguimento del brevetto di terzo grado professionale tramite un concorso indetto dal Ministero dei Trasporti e dell’aviazione Civile e di conseguenza i due anni di corso per lezioni pratiche di volo strumentale a bordo di un SIAI MARCHETTI S205 e di un Piper 23 bimotore a elica, oltre alle lezioni teoriche riguardanti l’aereodinamica , il volo simulato, la meteorologia, il diritto civile, i codici di navigazione e, naturalmente, lo studio della lingua inglese. Lingua fondamentale per la navigazione aerea globale.

Intanto, in avvicinamento, si profilava l’ora di cena; la narrazione venne rimandata al domani, e l’equipaggio composto da: Elvio, Davide e il bassotto di casa, si fecero guidare dal profumino che proveniva dalla cucina, dove nonna Carla era regina incontrastata. La notte che seguì mise tutti a nanna. Davide, che si sentiva un po’ come il comandante in seconda, pensò bene di appiccicarsi sulle spalline del pigiama due rettangoli di carta sui quali aveva disegnato tre strisce color d’oro. Saltò sotto le coperte e Morfeo se lo prese in carico subito dopo, ancor prima dell’imbarco sull’aeronave dei sogni.

°

“Eppure l’avevo messo qui dentro quest’armadietto; dove può essersi cacciato”, Elvio, già di buon’ora, era all’interno della casetta di legno, alla ricerca di un album fotografico con dentro una serie di fotografie scattate nel corso della sua lunga carriera di pilota commercale.

“Eccolo qua, sapevo che c’era”! Un soffio sulla copertina fece alzare una polvere densa come borotalco che si disperse nell’ambiente circoscritto dello stanzino.

“Vieni pulce, siedimi accanto che ho qualcosa di interessante da farti vedere”, disse l’ex pilota al nipote che, finito di far la sua bella colazione, era appena uscito dalla veranda e si era precipitato al quartier generale per il briefing mattutino. A ruota, un po’ sonnecchiante, lo seguiva l’inseparabile Fido. Nonno Elvio appoggiò il massiccio raccoglitore sul tavolino invitando Davide a prendere visione del contenuto.

Due piccole mani cominciarono a sfogliare pagine e pagine sulle quali suo nonno aveva appiccicato momenti significativi della sua carriera; pezzi di vita ritagliati su una fotografia in bianco e nero, oppure a colori. Pagina sette, in alto a sinistra: Allievo paracadutista Elvio Bossoli, fotografato in assetto di lancio sulla pista di un aeroporto militare; accanto, sempre l’allievo pilota ritratto in primo piano davanti un Piper 23 bianco con delle linee fiammeggianti ai lati della carlinga.

Il ragazzo manifestava molto interesse per quelle fotografie, e si vedeva da come i suoi occhi blu le scrutavano in ogni loro particolare.

“Questa mi piace nonno, ecco ti ho riconosciuto, sei quello con le cuffie che ascolta la radio e dentro la cabina ci sono altri due piloti. Quanti aggeggi e luci colorate”!

Il nipotino rimase col dito piantato sulla fotografia, aspettando che l’ex pilota gli descrivesse il contesto. La risposta non si fece attendere: “Qui tuo nonno aveva acquisito da poco il brevetto di terzo grado e fu una vera svolta nella sua carriera.

La cabina che vedi è quella di un DC-10 Mc Donnell Douglas in rotta su Roma Dakar – Dakar Rio de Janeiro. Io, come terzo ufficiale, controllavo il pannello degli impianti; qualche volta il comandante mi lasciava la cloche dell’aereo, forse gli facevo un po’ di compassione.”.

Sentendo quello che il nonno gli aveva appena detto, la sua faccia si imbronciò, ma il nonno lo rasserenò quando gli disse che la cosa durò circa un anno, dopo di ché diventò co pilota su un DC-9 operante su rotte europee.

Il ragazzo fu colpito da un’altra foto a colori, dove il suo comandante posava davanti la turbina di un aereo gigantesco con la sua bella uniforme con i tre galloni dorati cuciti sulla giacca blu scuro. Davide non tardò a colmare la sua innata curiosità di bambino, commentando la foto sulla quale si era soffermato.

“Stai ammirando il bestione, uno degli aeroplani più grandi mai costruiti al mondo; questo gigante dell’aria si chiama: Boeing 747 Jumbo jet, pesa trecento settanta tonnellate e imbarca cento cinquantamila chilogrammi di carburante. Da quel momento in poi ho messo il mondo nelle mie tasche: Pechino, Sidney, Mosca. E dimenticavo Chicago, che è uno degli aeroporti più trafficati al mondo, dove la torre di controllo non sempre ti capisce…”

“Dimmi di un altro aereo grande che hai pilotato nonno, e che ti è piaciuto!”, chiese ancora il ragazzo.

Elvio aggrottò la fronte per la concentrazione, poi sparò di getto la sua risposta sul viso colmo di curiosità di suo nipote, che ormai era entrato a pieno titolo a fare parte nel suo equipaggio. Insieme a Fido naturalmente.

“Un aeromobile che non si può scordare è l’MD-11 e tu mi chiederai il perché? Facile. Ti rispondo, è velocissimo e nervosissimo, ha tre motori, ognuno dei quali in fase di decollo si beve diciotto mila chili di kerosene e la capacità dei suoi serbatoi è di centoventimila chilogrammi. Il velivolo può ospitare trecento passeggeri e la sua velocità di crociera (tieniti forte) raggiunge tranquillamente i novecento cinquanta chilometri l’ora.

Ricordo, come fosse adesso, quella volta che incontrammo le correnti a getto sull’Oceano Atlantico ad una latitudine di 75°nord, sulla rotta siberiana, che rese necessario il rimescolamento del carburante dentro le ali per evitarne il congelamento.

Un altro cavallo di razza, un altro gigante che ho avuto il piacere di pilotare è stato il Boeing 777, corredato da due motori turbofan, ognuno dei quali sviluppava una potenza pari a cinquanta mila cavalli. Rendo l’idea?”.

Elvio si compiaceva nel raccontare le sue avventure al piccolo Davide e talvolta sul racconto ci metteva un po’ del suo, allo scopo di rendere più accattivanti le avventure di -mister Elvio l’uomo volante-.

Il piccolo Davide era felice e contento e, in cuor suo, sperava di ripercorrere le orme di suo nonno e anche di più ma, vista l’ora tarda, i viaggi interplanetari e gli incontri ravvicinati con gli UFO li rimandò ad un’occasione più propizia.

Fido era saltato sul suo letto, ma il ragazzo non se ne rese conto, preso com’era a ipotizzare rotte ortodromiche e trasvolate intercontinentali magari a bordo di un cargo zeppo di automobili di lusso da consegnare a New York, o di imbarcare una dozzina di cavalli di razza per facoltosi professionisti in attesa all’aeroporto di Detroit.

Ma adesso era giunto il momento di planare: giù i flaps e il carrello, destinazione mondo dei sogni, di quelli colorati che solo i bambini riescono a concepire.

Nonno Elvio gli rimboccò le coperte e con un buffetto salutò il bassotto che lo guardò scodinzolando, senza fiatare.

La notte, con le sue nere ali, avvolse il sonno del piccolo Davide, e lo fece in modo discreto, per non disturbare la sua navigazione nel cielo alto, fin sopra le nuvole dove splende sempre il sole. Una luce bianca, rarefatta. La luce dei sogni.

 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Bruno Bolognesi

Geo Chavez, alata avventura


Storia del grande trasvolatore  (a modo nostro)

 

 

Ciao.

Giacomo mi hai assegnato un bel compito e devo proprio eseguirlo perché ogni promessa va mantenuta.

Fingerò di essere tornata sui banchi di scuola: un maestro un po’ esigente ma simpatico mi assegna un tema (un tema è come un lungo pensierino).

“Geo Chàvez, alata avventura” oh cribbio ! … cosa scrivo ? Devo pensarci un attimo …

Nessun problema … invece di parlare del grande trasvolatore e della sua storia scritta e riscritta, parlerò della “nostra storia” e di tutto ciò che insieme ci siamo inventati per inseguire il mito di quell’ impavido e temerario giovane.

Cominciò tutto per caso; non avevi ancora cinque anni ma amavi già molto le storie: quel giorno la nonna era a corto di eroi, aveva esaurito il suo repertorio: Sandokan, Yanez, Indiana Jones, Ulisse con il suo cavallo di legno, i Ciclopi e il cane Argo. Avevano già ampiamente riempito i sabato mattina di pioggia, ci voleva qualcosa di nuovo da assaporare nel calduccio del lettone, pieno di cuscini e di morbidi piumi, un rituale stravagante ma irrinunciabile.

Così un po’ rannicchiati e al buio mi ricordai di Geo Chàvez, da poco erano terminati i festeggiamenti per il centenario della sua trasvolata delle Alpi.

In pochi minuti entrammo di prepotenza nel personaggio, volevi saperne sempre di più così cercai in ogni modo di ricordare le mie letture e il teatro che gli alunni della mia scuola elementare avevano elaborato e rappresentato, cercai in tutti i modi di enfatizzare il tono del racconto per creare e trasmettere l’atmosfera di quel fatidico giorno di settembre (il caso ha voluto che coincidesse con la data della tua nascita), tu eri rapito, ti sentivi Geo intrappolato nelle gole di Gondo in balia delle raffiche di vento e intirizzito dal freddo, ti sentivi Geo nel superamento degli ostacoli, ti sentivi Geo nell’entusiasmo, perché le montagne minacciose e all’apparenza invalicabili, si erano inchinate al coraggio di un giovane desideroso di confrontarsi con le forze della natura, cavalcando il mito di Icaro e il sogno di Leonardo … un mattino indimenticabile, emozionante.

Tutto però poteva esaurirsi in un semplice racconto, ma non fu così, perché ebbi la buona idea di dirti che potevamo andare insieme a vedere ciò che rimaneva in Ossola dell’aereo e della storia di Geo, così cominciò il nostro peregrinare, avremmo cercato e se necessario saremmo andati anche in Svizzera, quel giovanissimo ed eroico aviatore aveva suscitato le nostre simpatie.

Siamo saliti al Sempione, dovevamo vederle quelle terribili gole di Gondo. Che belli i tuoi numerosi “perché”e le tue stupite incredulità e che fatica la ricerca di risposte, capaci di soddisfare le tue curiosità, piccole forse, ma grandi nel tuo cuore, immense nella tua mente.      

Un sabato pomeriggio andammo all’avio superficie di Masera, salisti su un piccolo aereo e nelle foto si percepisce il tuo meraviglioso stupore e la gioia, stavi vivendo un’ avventura straordinaria e il monumento, dedicato a Geo Chàvez, con quel piccolo aereo che in ampie spirali sembra arrampicarsi nell’immensità del cielo, se avessimo potuto lo avremmo portato a casa. Andammo anche al cippo e lì ci fu il dolore, il rammarico nel ricordare la fragilità di quel piccolo Blériot che non era riuscito a difendere quel simpatico giovane un po’ guascone e spavaldo ma rispettoso e consapevole che i suoi grandi entusiasmi potevano costargli cari.

Continuando il nostro viaggio tra i ricordi di Geo scoprimmo che qualcuno aveva riproposto una ristampa anastatica del fumetto dedicato all’impresa, del lontano 1910; così un pomeriggio andammo al Gal: ti lasciai da solo, entrasti nell’ufficio, salutasti, e chiedesti educatamente il fumetto di Geo: l’impiegato, colto alla sprovvista, non nascose la sua perplessità, non sapeva di cosa tu stessi parlando, poi realizzò e si avviò ad uno scaffale, a quel punto tu specificasti che il fumetto lo volevi in italiano, ti avevo detto infatti che il libriccino era stato ristampato in diverse lingue.

Intanto in casa della nonna Danila, la stanza che era stata di papà Christian si arricchiva di locandine, di fotografie, di modellini di aerei, tutto riconducibile a Geo e il massimo della gioia lo raggiungesti, quando la maestra Nives ti regalò il modello autentico dell’aereo di Chàvez, proprio quello che era servito agli alunni per la rappresentazione teatrale. Il modello, di carta, di polistirolo e di legno è una bella, ma ingombrante riproduzione, in ogni caso riuscimmo a sistemarlo in quella camera che ormai era stata ribattezzata: “La camera di Geo”.

Poi andammo a Bugliaga per vedere da lassù il percorso del leggendario Bleriot (gli alpigiani lo scambiarono per un’ aquila) e ci fermammo nella piazza che ricorda e commemora il trasvolatore.

Andammo a Domodossola al chiosco che ospita i resti dell’ala dello storico aereo e la sua ricostruzione e raggiungemmo la piazza da sempre dedicata a Geo Chàvez, lì c’è una bella pensilina a forma di ala d’aereo. Non poteva mancare la visita all’Ospedale San Biagio dove una lapide, un po’ dimenticata, rende omaggio all’eroe ricordando la sua sfida, la sua temerarietà e le sue ultime drammatiche ore.

Un sabato decidemmo di visitare il Museo Sempioniano, pensavo fosse la ciliegina sulla torta, ma ahimè … che delusione! Lo trovammo chiuso per restauri: il volo simulato della trasvolata non potemmo vederlo, così dovetti promettere solennemente che avrei telefonato all’assessore alla cultura per avere notizie; telefonai più volte, ma non ricevetti mai risposte rassicuranti, quel gioiellino di museo per un cedimento strutturale, non è fruibile, sembra da tutti dimenticato con il suo prezioso contenuto di storia, di emozioni e di ricordi.

Nel giro di qualche mese credevo di aver esaurito il nostro viaggio tra storie, aneddoti e notizie. Geo era entrato prepotentemente nella nostra vita e l’aveva resa interessante e curiosa, così un bel mattino con il nonno Nino e con papà Christian partimmo per Briga e andammo in treno,(un comodo euro city) attraverso la galleria elicoidale e il tunnel del Sempione, per tanto tempo il più lungo del mondo, domande a non finire ed impegnative risposte.

A Briga ci dirigemmo subito al castello Stokalper e lì avemmo di che divertirci, fotografie d’epoca, plastici, gigantografie: occhioni stupiti, sguardi colmi di meraviglia: il viaggio si era rivelato un po’ costoso, ma interessante e proficuo, non poteva andare meglio.

Il ritorno fu allegro e spensierato e la promessa fu che ci saremmo tornati, perché qualcosa poteva esserci sfuggito.

La mia storia sta per finire, credo di aver svolto bene il compito che tu mi hai assegnato, se ho dimenticato qualcosa tu certamente mi dirai di aggiungerla, io però volutamente ho lasciato per ultimo il fatto che noi andiamo spesso a fare la merenda là dove un artista ha immaginato si sia proiettata l’ombra del fragile aereo in transito verso Domodossola; quel monumento realizzato con semplici ciottoli di fiume piace a pochi, ma per te e per la nonna … è un “sacco bello”, prima di tutto perché per raggiungerlo dobbiamo seguire un avventuroso percorso che ci evita i pericoli della vecchia strada del Sempione e poi perché una volta arrivati all’ “ombra”, non solo possiamo fare una bella merenda, ma possiamo inventarci avventure straordinarie, possiamo parlare con Geo, volare con lui e suggerirgli rotte più sicure, lo amiamo troppo questo eroe dell’aria: la nostra fantasia e il nostro gioco lo vogliono ancora accanto a noi con il suo accattivante sorriso e il suo sguardo luminoso, perso nell’immensità di un cielo che per Geo ha rappresentato la gioia, l’entusiasmo e la speranza in un futuro non solo di primati, ma anche e soprattutto di progressi al servizio di un’umanità sempre migliore. 

Passo passo siamo arrivati all’estate duemilasedici, notizia sensazionale! … il regista Fredo Valla verrà a Varzo a proiettare il suo film “Più in alto delle nuvole”, non ci sembra vero: un film tutto dedicato a Geo Chàvez, proiettato sulla scalinata della chiesa, in un angolo di Varzo che ci piace tanto.

Sarà una serata splendida, purtroppo non conoscevamo la data, quando la stabilirono ci disperammo un po’, perché tu saresti stato in vacanza al mare … che disdetta! … questo proprio non ci voleva.

Così altro compito, altra promessa … non dovevo mancare alla proiezione, dovevo cercare di parlare con il regista e soprattutto dovevo procurarmi il dvd.

Ho svolto il compito e quando a casa abbiamo guardato il film ho cercato di comunicarti le emozioni di quella serata, emozioni che erano state mie, ho cercato di sottolineare la suggestione delle immagini e la poesia delle parole sulle note di una bella musica di Giorgio Conte (fratello di Paolo).

Geo Chàvez è sempre tra noi, gli saremo grati, perche la sua avventura di conoscenza, d’amore e di curiosità, per tanti mesi è stata anche la nostra indimenticabile avventura.

Caro Giacomo, la storia è finita e il tema è terminato: a questo punto quel maestro un po’ esigente, ma simpatico dovrà darmi un voto … sto parecchio sulle spine … tuttavia penso che molte cose spesso si fanno per il piacere di farle, senza pensare ad un voto o a una ricompensa .

Per me è stato proprio così, ho potuto regalarti un racconto e ho rivissuto con te la straordinari avventura della trasvolata delle Alpi.

Accanto a noi Geo, in un ricordo colmo di tenerezza e di ammirazione, attimi belli, indimenticabili e, come dico sempre quando mi mancano le parole, attimi “da svenimento”.

Un bacione

La nonna …

 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Rosa Danila Luoni

Catrame


Inspirare. Espirare. Forza. Forza. Un urlo strozzato nella gola, un disperato grido verso il cielo. Mi sollevo di pochi millimetri, poi ricado, pesantemente, sulla sabbia bagnata.

Strizzo gli occhi, ansimando. Riprova, mi dico. Devi farcela. Non puoi lasciare che questo ti incateni, che ti tolga la tua libertà. Raccogli le tue forze e alzati, subito.

Cerco di riprendere il mio respiro regolare. Pochi secondi, poi inizio nuovamente a fare forza. Spingo verso l’alto con tutte le mie energie, alimentate dalla forza della disperazione. Il mio corpo si alza di un millimetro, poi di un altro, di un altro ancora, finché non arriva a un centimetro dal suolo: ma, proprio quando credo di avere compiuto il passo decisivo, ricado ancora una volta, con un impercettibile rumore sordo, sul bagnasciuga.

Abbandono il capo sulla sabbia, a occhi chiusi. So di non avere la minima possibilità di farcela, ma qualcosa, dentro di me, continua a sussurrarmi di non arrendermi, di insistere fino al mio ultimo respiro. Arrendersi significherebbe la fine, lo so bene: anche lottare, probabilmente, finirà per uccidermi, ma, quantomeno, non morirò di rassegnazione.

Le onde salate mi lambiscono, quasi volessero lavarmi: che sciocche. Non sanno che nulla potranno contro questa massa oleosa, dall’odore nauseabondo e dal colore della signora con la falce, che mi ha completamente ricoperto e annientato con il suo peso. Com’è successo? Non riesco a ricordare. So solo che, a un tratto, le mie piume bianche e grigie, delle quali andavo così orgoglioso, si sono parate a lutto, indossando una cappa pesante e soffocante che mi impedisce di alzarmi in volo, di camminare in cerca di aiuto, perfino di respirare.

Sbircio il cielo, inclinando di poco il capo: c’è aria di burrasca, oggi. Le nuvole color petrolio si addensano sopra di me, sbattute dal vento che non cessa di lambirmi, quasi volesse cercare, in una premura inutile quanto quella delle onde, di staccarmi di dosso questo mantello color disperazione. Questo tempo minaccioso tiene ben serrati in casa gli abitanti di questo piccolo borgo di mare: nessuno che si azzardi a muovere due passi su questa spiaggia spazzata dalle raffiche di vento. Non posso neppure sperare aiuto da qualche anima compassionevole, che mi raccolga e tenti di tirare via questa poltiglia dal mio manto.

E’ la fine di tutto? E’ questo il mio capolinea?

§§§

Mi chiamo … No, non ho un nome. Sono solo un gabbiano, io, e, come tutti gli animali nati liberi, non sono stato battezzato con un nome proprio. Un nome lo hanno solo quelli che popolano le favole per bambini, oppure i protagonisti dei best seller. Non abbiamo bisogno di un nome, noi gabbiani comuni, per riconoscerci quando voliamo liberi nel cielo: ci basta individuarci dall’odore e dai suoni che emettiamo, ed essere consci della nostra direzione. Avanti, sempre avanti, nel sole come nella pioggia, fra mare e cielo: questa è la nostra vita, che a molti potrebbe sembrare noiosa, ma per noi rappresenta solo la libertà più pura.

Quella che adesso mi è stata tolta da una massa oleosa.

Il primo ricordo che ho è lo sbriciolarsi di qualcosa di calcareo intorno a me, la luce intensa del sole attraverso le mie palpebre chiuse, e un pigolio sommesso dal retro del mio becco. Gli occhi li ho spalancati subito, ansioso di accogliere in me tutti quei raggi luminosi; mi sono guardato il corpo, e ho scoperto di essere ricoperto da una specie di strana peluria. Stretti intorno a me, altrettanto stupiti e irrequieti, due miei simili pigolavano, come in una gara a chi lo sapesse fare meglio e a voce più alta. Accanto a noi, una figura enorme, pacata, autorevole, ma odorosa di buono, ci guardava con aria attenta e indulgente. Istintivamente, ci siamo protesi verso di lei, che ha aperto le sue penne raccogliendoci sotto di esse, in un gesto protettivo.

Mi sono chiesto spesso se per tutti gli altri volatili l’inizio della vita sia così noioso come lo è per noi gabbiani. Non è divertente passare le ore attaccati gli uni agli altri, a becco costantemente aperto, in attesa che un altro becco più grande arrivi e lasci cadere in uno dei nostri, a turno, un vermetto o un insetto che plachi, almeno momentaneamente, la nostra fame. Ci si domanda se la propria esistenza sarà sempre così, e ci si dice che, se questo è il caso, la vita è davvero poca cosa.

Poi, un giorno, il grande gabbiano odoroso di buono mi ha fatto appoggiare le zampe sul margine della scogliera, e, con un verso acuto e preciso, mi ha detto: “Vai!”

Io ho guardato il cielo. Un’enorme strada azzurra appena velata da sottili lamine di nuvole. Una leggera brezza la percorreva, nell’aria appena spruzzata da occasionali colonie di moscerini. In lontananza, un enorme uccello d’acciaio lasciava una scia bianca, che si disperdeva via via che esso si allontanava. Tutto era così perfetto da farmi pensare di non essere degno di inserirmi in tanta bellezza. Forse il cielo non avrebbe potuto sorreggermi, io così sgraziato e pesante. Forse mi avrebbe rifiutato, scaraventandomi violentemente verso le onde azzurre.

Ho abbassato lo sguardo, e ho guardato il mare. No, mi sono detto, era un errore definirlo semplicemente “azzurro”. Era blu, verde, cobalto, smeraldo, increspato di candida trina ai comandi del vento. La sua trasparenza mi inquietava, poiché la indovinavo ingannevole come il viso innocente del falso amico che nasconde le peggiori intenzioni. Che cosa si celava dentro ai suoi incalcolabili abissi? Guardavo quella distesa infinita e non riuscivo a catalogarla come la riserva di cibo che il mio istinto avrebbe dovuto indicarmi: era piuttosto una voragine senza fondo, sabbie mobili pronte a inghiottirmi e a farmi sprofondare giù, ancora giù, sempre più giù, fino ad annientare il mio essere dentro l’ignoto e l’oblio. Nella mia giovane mente, era un mostro liquido che mi avrebbe inglobato, fagocitato in un solo attimo e per sempre.

Terrorizzato, mi sono ritratto, cercando di saltare nuovamente verso l’interno, al sicuro. In quel preciso attimo ho sentito lo schiaffo di un ventaglio di penne sulla mia schiena, e la stessa forza che avrebbe dovuto riportarmi indietro mi ha spinto in avanti, oltre il limite di quello che fino a quel momento era stato il mio rifugio: nel vuoto.   

Confesso di avere urlato, mentre il peso del mio corpo mi trascinava verso il basso a una velocità inconcepibile. Vedevo quella distesa di acqua e mistero avvicinarsi ogni secondo che passava, e in essa indovinavo già la mia fine, sciolto nel suo liquido ignoto o nelle fauci di chissà quale strana creatura degli abissi, pronta a fagocitarmi.

Poi, a pochi metri dal suo abbraccio, qualcosa è scattato. Ho guardato le creste di spuma, come sorrisi minacciosi che mi attendevano per addentarmi a morte, e mi sono ribellato. No, mi sono detto, non può finire qui. Tu non mi avrai, mare. Io sono una creatura del cielo, ed è il cielo la mia strada.

Con uno sforzo sovrumano e uno scatto repentino, mi sono girato verso l’alto. Le mie ali, fino a quel momento inerti e pesanti, hanno iniziato a muoversi con la forza e la velocità date dalla paura e dalla disperazione. Lentamente, faticosamente, ho guadagnato un centimetro per volta, fino a stabilizzarmi e poi risalire, mirando sempre più in alto, lontano dalle onde assassine. Il mio corpo, che poco prima mi era sembrato tanto pesante, aveva la leggerezza di un velo, di una impalpabile nuvola, e ora planava con grazia, percorrendo la strada del cielo come se non avesse mai fatto altro in tutta la sua breve vita.

L’azzurro un poco sfumato si stendeva davanti a me, ormai a mia completa disposizione. Inclinando tutto il corpo, ho virato per tornare un poco indietro, verso il mio vecchio nido. Il grande gabbiano mi osservava: accanto a lui, uno dei miei fratelli era appollaiato sul bordo, tremante come me pochi minuti prima. Gli ho lanciato un verso rassicurante, dicendogli di non avere paura: stava per assaporare la libertà. Il grande gabbiamo ha annuito impercettibilmente, soddisfatto di me che me ne stavo andando per sempre. Con un altro piccolo verso, ho salutato chi non avrei mai più rivisto, prima di virare nuovamente. Il sole mi stava tendendo le sue braccia: mi sono slanciato verso di lui, con un grido gioioso, il grido della vita.

§§§

Volavo da due ore, ormai, quando ho avvertito quello strano morso allo stomaco che, fino al giorno prima, mi aveva preavvisato l’arrivo di un bocconcino. Sapevo, però, che non avrei più avuto alcun aiuto in quel senso: ero cresciuto ed ero indipendente, e dovevo cavarmela da solo.

Guardare verso il mare: ecco, sì, era quella la soluzione. Ho iniziato a planare, avvicinandomi alla sua superficie, quasi sfiorando le sue increspature che, quel giorno, erano calme, pacifiche come, forse, non le avevo mai viste prima. Scrutavo. A un tratto, ho intravisto, nel bagliore del sole, un piccolo riflesso argenteo: sembrava quasi una stellina che avesse sbagliato strada e orario, finendo, in pieno giorno, fra le onde del mare. Ma era solo un pesciolino, e non chiedetemi di che razza: non ero certo un esperto, ne’, d’altronde, lo sono mai diventato. Tutto ciò che sapevo era che quella piccola scaglia d’argento aveva il potere di placare la mia fame. L’ho fissato per alcuni secondi, mentre lui, del tutto ignaro del mio interesse, guardava tranquillamente da un’altra parte: un’occasione più unica che rara. E’ stato un bene che non mi abbia guardato negli occhi: se l’avesse fatto, non so se sarei stato capace di sacrificarlo al mio appetito. Invece, non ho avuto modo ne’ tempo di provare compassione, ne’ di pensare “mors tua vita mea”. Mi sono buttato su di lui, in picchiata, sapendo di avere un breve attimo a disposizione e nessuna possibilità di sbagliare. Con uno scatto, ho aperto e chiuso il mio becco, e, nel momento in cui ho iniziato a risalire, una piccola, vibrante coda scintillava nel sole, appesa ai miei denti. Il grande gabbiano sarebbe stato fiero di me: adesso ero capace di procacciarmi il cibo da solo. Sazio e soddisfatto di me stesso, ripresi la mia strada attraverso il cielo.

§§§

Non era sempre facile. Non c’era sempre il sole. A volte il cielo si copriva di nuvole spesse, che coloravano il mondo di un’uggia che toglieva la voglia di vivere. A volte arrivava il vento, ma non la leggera brezza che favoriva il cammino: c’erano giorni in cui era impossibile combattere con le violente folate che mi rigettavano indietro e toglievano la voglia di combattere. In quei giorni non restava che trovare un riparo e aspettare, come si faceva quando la pioggia si faceva fitta e violenta. La grandine, poi, era da evitare come la peste: guai a rischiare di essere colpiti sul capo da uno di quei chicchi effimeri, eppure durissimi. Mi era gradita solo la pioggia sottile, che non fermava il mio volo ma lo contornava con quell’odore di mare che lei stessa esaltava con le sue gocce minuscole e ritmate. Il sole, però, era il mio regno. Lo salutavo con gioia al mattino, quando sorgeva da quella distesa di acqua salata, incredibilmente asciutto nel suo magico potere. Lo inseguivo per tutto il giorno, lanciandogli grida gioiose. Lo salutavo tristemente quando, al tramonto, lo vedevo rituffarsi in quel mare che, incredibilmente, non riusciva a spegnerlo. Lo sospiravo per tutta la notte, e, se mancava per qualche giorno, diventavo malinconico e sospiravo solo il suo ritorno.

Una volta, volando sopra la spiaggia, ho sentito l’esigenza di riposarmi un poco, e mi sono posato su di uno scoglio, a poca distanza da un nonno che stava raccontando una storia al suo nipotino. Mi sono messo ad ascoltare, e ho scoperto che gli parlava di un certo Icaro, vissuto secoli prima: uno sventato giovinetto che si era avvicinato troppo al sole con ali fatte di cera, e che era stato tradito dal sole stesso, che aveva sciolto le sue ali facendolo precipitare nel vuoto. “E quindi stai attento, piccolo mio” ha concluso il nonno, “non volare troppo vicino al sole, o ti brucerai!” A sentire quelle parole, io ho scosso la testa: se il giovane Icaro aveva fatto una sciocchezza ad avvicinarsi al sole con ali di cera, io sapevo bene che il sole era mio amico, e che non avrebbe mai potuto fare altro che proteggere ed esaltare il mio volo.

Ma perché, mi chiedo adesso, quello stesso sole che ha potuto sciogliere le ali di Icaro ora non è presente per liberarmi da questa massa nera e oleosa? Perché gli amici ti voltano le spalle quando hai più bisogno di loro? Qualcosa mi dice che, anche se il sole fosse qui, potrebbe fare ben poco contro questo mostro delle tenebre, ma almeno potrebbe provarci, e accompagnarmi nei pochi minuti che mi restano. Invece, questo tempo grigio e arrabbiato non fa che fossilizzare sul mio corpo e sul mio cuore questa corazza che non mi sono scelto.

Sarebbe stato un conforto, andarmene con il sole. Invece, so già che non lo rivedrò mai più.

§§§

Non ricordo quanto siano durati i miei voli spensierati, con l’unico problema di procurarmi, ogni tanto, un poco di cibo: so solo che un giorno, di punto in bianco, la situazione è cambiata, e un’altra prospettiva mi è apparsa davanti.

L’ho riconosciuta dall’odore. Apparentemente, non mi sarebbe mai saltata all’occhio: vederla è stato come guardarmi in uno specchio, o guardare uno qualsiasi dei miei occasionali compagni di volo. Ma, quando mi si è affiancata nella mia strada di cielo, qualcosa di diverso mi ha solleticato le narici, costringendomi a variare la mia rotta. All’inizio mi sono sentito smarrito, poi ho capito: avevo riconosciuto l’odore del grande gabbiano, quell’odore di buono che non avevo più percepito da quando l’avevo salutato, prima di andarmene per sempre.

Ci siamo osservati dapprima da lontano, poi ci siamo avvicinati, inclinando il capo da un lato e dall’altro. Non c’era traccia dell’aggressività che provavo di solito, quando un mio simile mi si accostava troppo: era la prima volta che, al contrario, cercavo la vicinanza, l’interazione. In quel momento, ho sentito che il mio volo non riguardava più solo me stesso, ma che, da allora in poi, sarebbe stato diviso con un’altra entità, che mi avrebbe volato a fianco. Mi sono reso conto che una storia antica stava per ripetersi, una storia che aveva generato anche me e che attraverso di me stava per generare il futuro. Come a un segnale, ci siamo slanciati insieme verso un altopiano roccioso, poco distante: il posto ideale per costruire un nido, il mio primo nido da genitore. Un ciclo vitale stava per ripetersi, e non sarebbe stata l’ultima volta. Ne’ per me, ne’ per il mondo.

§§§

 

Quando vedevamo arrivare i pescherecci, con le loro reti sempre ingarbugliate, sapevamo di dover sostenere una dura lotta con chi veniva a privarci del nostro sostentamento.

Trovavamo umiliante doverci tuffare in picchiata sulla loro pesca, e afferrare con i nostri becchi affamati qualche pesciolino sfuggito alle maglie delle reti. L’emozione del volo sopra le onde, la precisione del planare sul pelo dell’acqua, la rapidità dello scatto con il quale il pesce finiva sotto ai nostri denti erano completamente cancellati. Ma i pescherecci depredavano il nostro mare, costringendoci a trasformare la nostra nobile pesca in un volgare ladrocinio, necessario alla nostra sopravvivenza: come loro rubavano a noi, noi rubavamo a loro, riprendendoci una piccola parte del maltolto che avevano strappato alle onde. Non ci cacciavano neppure: non avevano tempo di pensare al furto di un paio di pescetti. Questo, se possibile, ci umiliava ancora di più. Eravamo un trascurabile fastidio, nient’altro che innocui ladruncoli che non provocavano niente di più di un’alzata di spalle. Che importava, se ogni tanto uno di noi planava sulle loro reti e portava via una minuscola preda? Non era certo quello a creare un problema, per loro.

Prima ancora di vederli, riconoscevamo i pescherecci dall’odore acre che si portavano dietro. All’improvviso, uno di noi lo annusava, e, con un grido acuto, avvisava gli altri. In pochi secondi ci dirigevamo, veloci e leggeri, verso l’origine di quell’odore. Non era possibile sbagliarsi: avremmo riconosciuto ovunque quel tanfo che bruciava nella gola. Solo avvicinandoci, pian piano, sentivamo l’odore del pesce appena pescato che si mescolava a quello del carburante. Era lì che ci scagliavamo sulle nostre prede. Un attimo, e subito risalivamo gioiosi, con il nostro pasto che penzolava dal becco, e con quel sottile senso di rivincita che prova chi si è appena ripreso quello che gli spetta.

§§§

A volte la vita mi ha messo a dura prova. C’è stato un periodo difficile, in cui procurarsi il cibo era diventata una vera e propria impresa. Ci siamo dovuti adattare, e allora, sì, abbiamo ringraziato le nostre ali che ci hanno permesso di spingerci fino alla terraferma.

Abbiamo solcato l’aria spediti, con l’ultima speranza, in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa da mettere sotto i denti. La spiaggia si avvicinava a gran velocità, e i tetti delle case iniziavano a distinguersi fra gli alberi frondosi. Sapevamo, per istinto, dove cercare: dentro ai bidoni, ai cassonetti, agli angoli delle strade, ovunque gli uomini abbandonassero i resti dei loro pasti. Se fossimo stati fortunati, avremmo trovato anche quella discarica a cielo aperto di cui favoleggiavano gli anziani. Un pezzetto di pesce ormai stantio sarebbe stato una vera festa, e forse avremmo battibeccato per ore per prenderne possesso, ma qualsiasi elemento commestibile avrebbe significato la salvezza. Eravamo disposti a ingollare qualsiasi cosa gli uomini avessero disdegnato sulla loro tavola: pezzi di pane, avanzi di spaghetti con qualsiasi tipo di condimento, frutta ammuffita, tutto poteva andare bene. La fame è una brutta bestia, ti rende aggressivo e uccide la tua selettività.

Arrivati nella cittadina, abbiamo perlustrato tutte le viuzze in lungo e in largo, ma il nostro bottino è stato magro: i cassonetti erano sigillati, e appena i resti di qualche triste panino e di una porzione di patatine giacevano abbandonati all’angolo di un prato. Ce li siamo contesi con furia, rischiando di accecarci a vicenda con i nostri becchi nervosi, spinti da una fame mai provata prima.

A un tratto, il più giovane di noi ha alzato la testa: aveva sentito un odore diverso. Con un grido, si è staccato da terra, lanciandosi verso l’origine di quella nuova sensazione. Di scatto, l’abbiamo seguito, con tutta la nostra fiducia e la nostra speranza. Ben presto ci siamo accorti che aveva avuto ragione: davanti a noi, enorme, immensa, si stendeva la grande discarica. Eravamo salvi!

All’affamato, si dice, ogni cibo è grato. La gioia per quella inaspettata fortuna ci ha portati a danzare nell’aria, girando in tondo sopra quell’enorme riserva di cibo che sembrava messa lì per noi, per permetterci di vivere. Quando il nostro entusiasmo si è sfogato fino in fondo, ci siamo slanciati verso quella montagna variopinta e caotica, scansando accuratamente tutto quello di non edibile che il nostro becco incontrava. Ci siamo saziati di quel cibo disgustoso, ma che appariva dionisiaco al nostro palato che, ormai da giorni, non ne aveva più incontrato. Al colmo della gioia, ho nuovamente ringraziato le mie ali, veicolo della mia libertà e della mia speranza: se non fosse stato per loro, non avrei avuto la minima possibilità di sopravvivere. Invece, avevo vinto ancora una volta, e lo dovevo solo ed esclusivamente alla mia capacità di volare.

§§§

Perché mai, stamattina, mi sia venuta l’idea di dirigermi nuovamente verso la spiaggia, rimane un mistero per me stesso. Non ne avrei avuto alcun bisogno: il brutto periodo di carestia è passato da tempo, e il cibo, ora come ora, non ci manca. Forse è stata questa brutta giornata a farmi pensare che verso riva sarebbe stato più facile trovare un riparo. Forse è stata solo curiosità, noia, o chissà cosa. Fatto sta che, a un tratto, ho imboccato la mia strada di cielo dirigendomi proprio da questa parte.

Il grigio delle nuvole non mi spaventava: mi divertivo a sfidare il vento che cercava di ricacciarmi indietro, e non potevo sapere che il suo era quasi un avvertimento, come se avesse saputo quello che stava per succedermi e avesse cercato di evitarlo a ogni costo. Spensierato, l’ho bucato con il mio becco, attraversandolo con fare spavaldo. Quasi mi sono preso gioco di lui, che avrebbe voluto fermarmi e invece non ce la faceva, e doveva arrendersi alla potenza e alla velocità del mio volo. Felice, mi sono diretto di nuovo verso la riva, non perché avessi bisogno di tornare alla grande discarica, ma per una sottile voglia di rivedere la spiaggia.

A un tratto, nelle mie narici ho sentito nuovamente l’odore acre, quello che i pescherecci si portavano dietro quando invadevano il nostro spazio, depredandoci dei pesci. Pesci! Immediatamente, il mio pensiero è andato a quelle montagnette lucenti, intricate nelle reti, dalle quali riuscivo sempre a tirare fuori bocconcini prelibati, senza che i pescatori pensassero minimamente a disturbarmi. Nel becco ho sentito la consistenza di quei pescetti gustosi, che finivano in pochi secondi giù per la mia gola, quasi senza neppure il tempo di sentirne il sapore. Al mio pregustare quelle delizie, le mie ali sono state attraversate da un brivido.

Senza guardare ne’ pensare, mi sono lanciato in picchiata verso il punto dal quale proveniva l’odore ben noto. Mi sono buttato giù a occhi chiusi, fidandomi solo del mio istinto. Stranamente, però, l’odore del pesce fresco tardava ad arrivare e a mescolarsi con quello acre del carburante. Man mano che procedevo, quest’ultimo si faceva sempre più nauseabondo, intenso e vicino. A un tratto, mi sono reso conto che qualcosa non andava: ho aperto gli occhi, ma era già troppo tardi. Uno schiaffo nero e maleodorante me li ha richiusi in un attimo, schiantandosi sul mio corpo e trascinandomi giù, dentro al mare. Ho spinto verso l’alto con tutte le mie forze, ma, una volta arrivato in superficie, ho sentito come una tela incerata stesa su di me, appiccicata alle mie penne e alle mie piume, pesante al punto da impedirmi di alzarmi in volo, da tenermi saldamente incollato al pelo dell’acqua, completamente in balia delle onde.

Ho capito presto che dibattermi non mi avrebbe portato a niente altro che ad affondare definitivamente, e mi sono abbandonato al mare: solo lui poteva decidere di me, adesso. Mi avrebbe portato a riva o al largo, secondo il suo capriccio, e la sorte avrebbe disegnato il mio destino. Mi sono lasciato cullare dalle sue onde, sporche come me di quella massa appiccicosa, mentre i miei occhi, spalancati, guardavano il cielo, la mia strada infinita che, già lo sapevo, non sarei mai più riuscito a percorrere.

Quanto tempo è passato? Non lo so, ne ho perso la nozione. So solo che mi è sembrato infinito, fino al momento in cui la mia testa ha toccato una superficie molle e friabile, sulla quale le onde mi hanno sbattuto e ripreso più volte, spingendomi sempre più avanti, fino ad abbandonarmi. E’ stato allora che ho capito di essere arrivato qui, sulla spiaggia. E di essere perduto.

§§§

Cerco di riprendere fiato. Devo sforzarmi un’altra volta: ce la farò, alla fine, saprò rialzarmi. Penso ancora a quel mio primo volo, alla paura che provavo all’idea di lanciarmi nel vuoto. Penso a come sono precipitato finendo quasi dentro le onde, e a come, all’ultimo secondo, ho raccolto tutte le mie forze per risalire, liberando finalmente le mie ali.

L’ho fatto allora, devo farlo adesso. Non ho scuse. Non ho alternativa. Devo solo respirare, e spingere il più possibile verso l’alto. Solo respirare. Respirare. La cosa più naturale del mondo: non ricordavo che fosse così faticosa. Respirare. Solo respirare. Solo…

Apro e chiudo il becco, ma mi manca l’aria. Il mio corpo, completamente ricoperto da questo nero oleoso, non riceve più aria. Le forze mi stanno abbandonando, e solo un filo di coscienza riesce ancora a tenere sveglia una briciola del mio essere. Mi sto arrendendo a questo grande mostro nero, iniziando a contare i secondi che ancora mi restano, immobile qui: un nero relitto che, domani, sarà gettato proprio in quella discarica che, tanto tempo fa, gli ha salvato la vita.

Gli occhi mi si stanno chiudendo: il momento è arrivato. Con un ultimo sforzo, li apro leggermente, guardando per l’ultima volta quel cielo livido che tante volte ho solcato con il mio volo. L’acqua di una lacrima scende, mentre gli dico addio.

E in quel momento, d’improvviso, un varco si apre fra le nuvole, un raggio di sole caldo squarcia il grigio che mi circonda, colpendomi in pieno e inondandomi di luce.

La nera coltre si è sciolta. Le mie piume e le mie penne hanno ritrovato il loro bianco e il loro grigio, e si librano alte, leggere. Dalla mia gola esce un grido forte, acuto.

Sto volando ancora.

 


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Cristina Giuntini

Alta velocità


Fin dalle prime luci dell’alba il sibilo dei velivoli TF-104G e il fragore dei loro post-bruciatori avevano lacerato il cielo della Maremma.

La sfera rossastra del sole, declinando all’orizzonte dietro un alone di foschia, cedeva lentamente spazio alle ombre della sera, illuminando di luce surreale le sagome affusolate degli Spilloni parcheggiati sulla oramai silenziosa linea di volo della base grossetana.

Poco più a Ovest le onde del mare, sospinte da un freddo vento di libeccio, rotolavano spumeggiando sull’immensa distesa color cobalto per poi infrangersi sulla spiaggia, a quell’ora deserta.

Roberto, un giovane pilota in addestramento presso il XX Gruppo, era uscito dalla base a bordo della propria auto, girovagando lungo la costa senza una meta. Raggiunta Marina di Grosseto, stava passeggiando sul lungomare, a quell’ora semibuio. L’aria fresca e l’intenso profumo della salsedine solleticavano le sue narici.

Provava molta tristezza per la perdita di un caro amico, un ragazzo come lui. Alcune settimane prima, Edoardo, compagno di studi in Accademia, al quale era molto legato, aveva perso la vita in un tragico incidente. Il suo F-104, durante la fase di atterraggio, a pochi metri di quota e non molto distante dalla recinzione aeroportuale, si era improvvisamente rovesciato, impedendogli il lancio con il seggiolino eiettabile.

Roberto si soffermò a pensare nella solitudine di quel paesaggio mentre gli ultimi riflessi del tramonto brillavano nei suoi occhi.

– Non è giusto morire così! Rischiare la vita per una passione … ne vale proprio la pena? … mah! – questi i dubbi e gli interrogativi che affollavano la sua mente mentre osservava i fantasiosi disegni descritti dalla schiuma sulla sabbia.  

Alzò il bavero del giubbotto prima di risalire infreddolito in auto:

– Le condizioni meteo stanno cambiando. – disse tra sé e sé. Tornava spesso alla sua mente il ricordo di quella triste mattina.

Si trovava sulla linea di volo, scambiando due chiacchiere con il crew chief poco prima di recarsi in volo, senza far caso al continuo susseguirsi di atterraggi e decolli. Proprio Lorenzo, il Capo velivolo, si era accorto che qualcosa di terribile stava accadendo:

– Acc … guarda! – urlò strattonandolo per un gomito e indicando l’aereo che inesorabilmente si avvitava per poi schiantarsi al suolo.

– Noo … ma … è l’aereo di Edoardo! – urlò Roberto, portando disperatamente le mani sulla testa.

Molte le ipotesi su quel terribile incidente ma solo una fu la più attendibile. Si suppose che il pilota, giunto in finale con eccessiva velocità, avesse ridotto la potenza del turbogetto. Scendendo sotto il regime minimo che avrebbe consentito l’efficienza del jet flap, si era generata una forte dissimmetria di portanza sulle corte semi-ali, tanto da imprimere la rotazione del velivolo sull’asse longitudinale.

A quell’agghiacciante scena seguirono alcuni giorni più tardi i solenni funerali, cerimonie alle quali nessuno vorrebbe mai partecipare!

Squilli di tromba, onori militari e tante lacrime, salate come quel mare che brontolava là, sulla costa.

Terminato il rito funebre, tra la folla ancora presente nella piazza davanti alla chiesa, Roberto notò una ragazza, il cui viso minuto sembrò familiare. La sua figura longilinea e i lunghi capelli neri non passavano certo inosservati.

– … ma quella è Stefania, la figlia del mio amico Capo tecnico! … certo, che sciocco … l’ho conosciuta al circolo della base proprio una sera assieme al povero Edoardo! – ripeté tra sé e sé, sicuro che le avrebbe fatto piacere scambiare due chiacchiere.

Si era avvicinato per salutarla.

– Ciao Roberto! Come stai … mi dispiace! – gli aveva sussurrato Stefania stringendogli la mano. I suoi occhi da cerbiatta erano velati da una profonda tristezza per la prematura e inspiegabile scomparsa del loro amico. Avevano parlato a lungo quella sera, davanti a una tazza di cioccolata calda per scaldarsi e cercare di scacciare il dolore che gravava come un macigno dentro di loro.

– Da vari anni frequento con la mia famiglia il circolo della base e ho conosciuto molti di voi. Sono affascinata ma al tempo stesso timorosa per l’attività che svolgete. Anche mio padre, che rimane per ore sulla linea di volo, prova ansia e preoccupazione quando qualche pilota tarda all’atterraggio o purtroppo non rientra! – gli confidò la ragazza.

– Capisco e ti ringrazio per la considerazione che provi nei nostri confronti! E’ il nostro lavoro, purtroppo … ma lo amiamo! – le rispose Roberto appoggiando la tazza sul tavolo e guardandola negli occhi, azzurri come il cielo.

Avrebbero continuato a parlare per tutta la sera. Si lasciarono con un semplice – a presto – senza fissare alcun appuntamento.

###

L’attività di volo proseguiva senza soste, contribuendo a sollevare il morale del giovane pilota, sempre più conquistato dall’esuberante velocità dello Spillone.

Le missioni ad alta quota lo inebriavano, offrendo alla sua vista incantevoli scenari, riservati a pochi privilegiati e che inevitabilmente lo portavano a riflettere sulla natura del creato. I voli a bassa quota, dove era richiesta una forte rapidità decisionale, invece, gli offrivano una notevole carica di adrenalina.

Volare tra le valli a oltre quattrocento nodi, mentre il paesaggio scorreva veloce poco al di sotto, era elettrizzante.

Ogni volta che si apprestava all’atterraggio, non poteva certo dimenticare quanto accaduto al povero Edoardo:

– Maledetto testone … non ricordavi quante volte gli istruttori ci avevano raccomandato di mantenere i giri della turbina sopra l’ottantatré per cento? – si era trovato spesso a ripetere ad alta voce sotto la maschera dell’ossigeno, quasi come l’amico fosse presente.

Il programma per la transizione sul leggendario Starfighter prevedeva anche l’esecuzione di alcune missioni d’intercettazione.                 L’allievo, sotto la guida di un operatore “guida caccia”, eseguendo le procedure previste, avrebbe dovuto identificare un altro velivolo, decollato in precedenza.  

Mario, un anziano e baffuto istruttore, lo attendeva quella mattina presso la Sala Operativa del Reparto. Non vi era una grande simpatia tra i due. Lui, un omaccione con migliaia di ore di volo su quel missile con le ali, si gongolava davanti agli allievi. Roberto aveva volato con lui un paio di volte, ma non gradiva la sua arroganza.

– Oggi giocheremo a nascondino tra le nubi … vedremo se riuscirai a beccarmi! – gli aveva detto, sfidandolo con atteggiamento spavaldo.

– Vedremo … – aveva subito ribattuto il giovane pilota, visibilmente infastidito.

 Prima di recarsi alla sala equipaggiamenti per la vestizione Mario, sempre tracotante, si rivolse a lui:

– Allievo, non conosci le buone maniere? Non vuoi offrire un caffè al tuo anziano istruttore? –

Roberto cercò per quanto possibile, di essere accomodante:

– Ci mancherebbe … certo, andiamo pure! –

Si avviarono verso il circolo del Gruppo attraversando alcuni vialetti ai lati dei quali la natura si stava risvegliando con i colori e i profumi intensi della primavera. Sorseggiarono rapidamente un caffè senza ulteriori commenti e si recarono quindi in sala vestizione.

La base aveva abbandonato il torpore notturno ed era iniziato il frenetico via vai di uomini e mezzi. Il ruggito di alcuni caccia che si stavano levando in volo lacerava l’aria fresca del primo mattino.

Infagottati nella tuta anti-g e nel giubbotto Secumar, presero i caschi e si avviarono al mezzo che li avrebbe condotti sulla linea di volo.

L’aviere autista, molto loquace, aveva una certa confidenza con il vecchio pilota e iniziò lo scambio di qualche battuta tra loro. Roberto rimase silenzioso, concentrato sulla missione che stava per intraprendere, mentre Mario non smetteva di far battutacce nei confronti dei “pivelli”, come lui etichettava gli allievi. Giunti in prossimità dei velivoli assegnati, l’istruttore scese dalla navetta:

– Ci vedremo lassù … ammesso che tu riesca a trovarmi, pivello! – e dopo aver sbattuto la porta del pulmino, si avviò al proprio Spillone per eseguire i controlli pre-volo.

L’allievo lo guardò senza proferire parola. Cercò di rimanere calmo, senza accettare altre provocazioni. Vicino all’aereo lo accolse sorridendo Lorenzo, l’anziano crew-chief che aveva assistito alla scena:

– Non se la prenda … è il solito sbruffone! – commentò, cercando di sminuire l’accaduto per tirar su il morale del ragazzo e proseguì:

– La saluta mia figlia Stefania! Mi ha riferito di averla incontrata! Venga a trovarci … sarò lieto di averla a cena una di queste sere! –

– Grazie per l’invito, Maresciallo. Verrò con piacere! – rispose il giovane pilota con un certo interesse, dando un amichevole colpetto sulla spalla del Sottufficiale.

Mario nel frattempo era decollato, sparendo immediatamente nell’immensità del cielo e lasciandosi alle spalle il fragore del post-bruciatore.

Roberto salì i gradini della scaletta sistemandosi nell’angusta cabina dello Spillone, coadiuvato dal tecnico che con cura meticolosa lo assicurò alle cinghie del seggiolino Martin Baker.

Si sentiva sicuro, per nulla intimorito dalle provocazioni dell’anziano istruttore. Calzato il casco e i guanti, dopo i consueti controlli interni, facendo ruotare l’indice destro alzato, attivò con la mano sinistra il pulsante di avviamento.

Il brontolio del gruppo elettrogeno Atlas, che di lì a poco avrebbe pompato aria nella turbina dello Spillone, divenne un rumore forte e persistente. Portata la manetta su idle, la lancetta del contagiri prese vita.

Il pilota scandiva con le cinque dita il raggiungimento dei vari parametri fino al fatidico regime del cinquanta per cento, momento in cui con un rapido gesto della mano verso il basso, ordinò di “tagliare” l’aria.

Dopo il guizzo iniziale della temperatura, l’EGT si stabilizzò sui normali valori attorno ai quattrocento gradi.

Roberto accese gli apparati, la piattaforma inerziale e una volta allineata, portò il selettore su NAV. Tutto era pronto … poteva andare!

– Grosseto torre da Leo due-nove … chiede autorizzazione al rullaggio … passo! – proferì con voce squillante sotto la maschera.

– Leo due-nove da Grosseto torre, è autorizzato al rullaggio e al successivo decollo … pista in uso due-uno … calma di vento, passo! –

Il pilota scoccò due colpi di mike per accusare la ricevuta comunicazione e spinse in avanti dolcemente la manetta.

Il sibilo del “104” divenne sempre più lacerante mentre si muoveva sulle vie di raccordo della base.

Giunto al punto attesa, eseguì gli ultimi controlli, quindi dopo un rapido sguardo al di fuori, lentamente si allineò sulla testata del lungo nastro d’asfalto.

Freni tirati, manetta su military quindi all’idle per eseguire lo slam motore, poi di nuovo su military.

Immobile come un felino prima di lanciarsi sulla preda, così il jet, schiacciato sotto la spinta del J79, sembrava attendere impaziente il rilascio dei freni.

Alcuni secondi dopo lo Spillone, sobbalzando con un guizzo, iniziò la rapida corsa. Roberto portò la manetta a sinistra e tutta in avanti per raggiungere la posizione di AB e Full.

Il poderoso “calcio nel sedere” ancora una volta si fece sentire, incollando il pilota allo schienale. I tabelloni indicanti le distanze, posti ai lati della pista, sfilavano sempre più veloci. Il nastro d’asfalto, all’apparenza sempre più stretto, stava sparendo come fosse inghiottito dalle prese d’aria: 150 … 160 … 180 nodi … la sua mano destra tirò dolcemente la cloche alzando così il muso dell’aereo.

Era in volo e la velocità in rapido aumento. Portò rapidamente la leva del carrello e quella dei flap in posizione up.

Roberto lasciò quella terra, un tempo regno dei butteri, dirigendo verso l’azzurro.

Eseguita un’ampia virata sul mare, la torre lo invitò a prendere  contatto con il radar “guida caccia” di Poggio Ballone.

– Leo due-nove da Quercia radar, salga al livello di volo due-sette-zero con prua zero-sei-zero! – lo istruì la metallica voce dell’operatore.

Lui, quel giovane pilota, stava sfrecciando a oltre quattrocento nodi lassù, inebriandosi dell’azzurro sempre più intenso.

La curvatura della terra divenne nettamente percettibile a tal punto da poter distinguere le due coste della penisola.

Sull’Appennino alcune formazioni nuvolose si stagliavano verso l’alto, mentre sopra il canopy, il cielo color indaco si mostrava nella sua immensità.

Roberto seguiva le costanti indicazioni dell’operatore “guida caccia” che lo avrebbero condotto fino a intercettare il velivolo di Mario.

Quanti pensieri gli frullavano per la testa!

– Sarà così semplice beccarlo o s’inventerà qualche stratagemma? – mormorò ad alta voce nella solitudine della cabina.

L’operatore “guida caccia” continuava a fornirgli le indicazioni di prua. A un tratto, volgendo lo sguardo sullo schermo del radar di bordo, Roberto notò una macchia: era il suo obiettivo. Alcune decine di miglia li separavano e iniziò a scrutare l’orizzonte davanti a lui.

Cercò di ridurre la velocità con qualche colpo di aerofreno proprio mentre gli sembrò di scorgere un piccolo punto in lontananza:

– Eccolo laggiù … si è proprio lui! – sbottò.

Stava per schiacciare il mike sulla cloche per comunicare all’operatore radar il famoso tally-ho, come sono soliti gli inglesi nella caccia alla volpe e che in gergo significa “l’ho in vista”, quando quel punto improvvisamente svanì tra alcuni batuffoli biancastri.

Roberto ebbe un sussulto, sgranò gli occhi scrutando il cielo attorno a lui.

– Dov’è finito quel figlio di … si sta prendendo gioco di me! – urlò sotto la maschera. Frazioni di secondo!

L’allievo inconsciamente aveva capito la manovra evasiva di Mario e con coraggio spinse la cloche tutta a destra, facendo rovesciare lo Spillone. Si lanciò in picchiata, descrivendo mezzo looping verso quel manto biancastro di nubi all’apparenza impenetrabile!

– Ho capito il tuo tranello, ma ti farò vedere chi sono … non un pivello come credi! – mormorò.

Mario era sparito alla sua visuale forando il manto di nubi al di sotto e magari sarebbe riapparso alle sue spalle.

La tuta anti-g si era gonfiata sotto l’effetto dell’accelerazione, mentre le lancette dell’altimetro roteavano vertiginosamente indicando la quota sempre più bassa.

Il mare lattescente delle nubi lo inghiottì e un chiarore biancastro circondò il plexiglass della cabina.

Inchiodato al seggiolino dall’accelerazione, Roberto esercitava una continua pressione sulla cloche per portarsi in volo orizzontale sotto quel manto immacolato. Si rese conto che stava rischiando molto.

Via radio dopo qualche attimo di silenzio, fu transitato sulla frequenza di Bracco radar, competente in quella zona di territorio.

Attimi interminabili. Poi il paesaggio tosco-romagnolo apparve alla sua vista. I rilievi montuosi, cosparsi di foreste e di fitta vegetazione, scorrevano laggiù ma fortunatamente era ancora a quota di sicurezza.

Ancora una volta il suo sguardo scrutò il terreno sottostante:

– Dove sei? – urlò rabbiosamente mentre con la mano sinistra spingeva la manetta tutta in avanti per sfruttare la potenza del post-bruciatore.

Un rapido sguardo agli specchietti ma del rivale nessuna traccia. Trascorsero alcuni minuti che sembrarono un’eternità.

Roberto stava percorrendo inconsciamente la stessa rotta di Mario a qualche migliaio di piedi dai rilievi. Improvvisamente scorse la sagoma dello Spillone antagonista.

Era a poche miglia, alcune centinaia di piedi sotto di lui. Si portò rapidamente alla sua quota, inquadrandolo sul collimatore e urlando:

Tally-ho … Bracco radar dal Leo due-nove … tally-ho!  –

Mario continuava a tacere in frequenza. La voce dell’operatore si fece sentire:

– Leo due-nove e Leo tre-quattro da Bracco radar missione terminata, proseguite per rotta … quota seimila piedi! –

Roberto aveva affiancato l’aereo dell’astuto istruttore che meravigliato, lo stava osservando.

Il giovane pilota adesso sorrideva sotto la maschera:

– Chissà che cosa starà pensando? Sarà livido di collera! – mormorò.

– Ci vediamo a terra! – gli disse Mario via radio, abbozzando un saluto con un cenno della mano.

Le verdi colline toscane, punteggiate dalle tonalità scure dei cipressi, sfilarono sotto la fusoliera dei due caccia per far posto ben presto alla pianeggiante Maremma.

Continuarono l’avvicinamento sotto un tiepido sole mentre il monte Amiata, alla loro sinistra, svettava nell’azzurro del cielo come un silente spettatore. La torre li autorizzò all’atterraggio sulla pista due-uno. Dopo l’apertura sul cielo campo, Mario fu il primo a porsi in finale, seguito a pochi secondi da Roberto.

Lo sbocciare dei due para-freno, seguiti dal consueto strattone delle cinghie, segnò la fine della missione. Sulla linea di volo li attendevano i rispettivi crew chief. Il sibilo lacerante dei turbogetti prima dell’arresto echeggiò nell’aria, pervasa dall’effluvio di cherosene. I due piloti scesero rapidamente la scaletta mentre le palette delle turbine, tintinnando, compivano gli ultimi giri.

Lorenzo vedendoli rientrare assieme, aveva intuito che la missione era terminata con esito positivo e, accostando la scaletta, gli disse:

– Bravo Comandante, gli ha dato una bella lezione! –

– Ho fatto del mio meglio! – rispose, togliendosi i guanti.

Madidi di sudore e con il volto segnato dalla maschera, i due piloti si soffermarono tra i loro jet.

– Oggi ho capito che non sei più un pivello! – esclamò Mario porgendo la mano a Roberto. E aggiunse:

– Da domani … sarò io a doverti offrire il caffè! –

La lezione era servita e da quel giorno l’anziano istruttore non si rivolse più al giovane pilota con i suoi epiteti.

Roberto non solo aveva fornito prova di coraggio, ma aveva dimostrato di avere gli attributi per diventare un ottimo intercettore!

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Si avvicinava il termine del periodo di addestramento sul velivolo F-104 e di lì a poco gli allievi avrebbero raggiunto i Reparti operativi.

Un pomeriggio, rientrato dall’ennesima missione, mentre Lorenzo era indaffarato attorno al suo velivolo, si soffermò a guardare quell’uomo umile e laborioso.

Pensò di mantener fede alla promessa fatta.

– Salve, Lorenzo … prima di partire, una di queste sere verrò a trovarla e rimarrò a cena da Lei! –

– Con vero piacere … per me va bene anche stasera … se è d’accordo, avviso mia moglie! – e si salutarono dopo aver scambiato due chiacchiere come vecchi amici.

Poco prima di cena Roberto si presentò a casa del Maresciallo con un mazzo di fiori e da buon veneto, non dimenticò di portare con sé dell’ottimo prosecco.

Fu accolto sulla porta di casa da Stefania, ben curata e in abbigliamento elegante. Non sembrava più la ragazzina che lui aveva visto un paio di volte, ma una vera donna, sensuale e intrigante. I loro sguardi s’incrociarono per qualche istante e il suo sorriso ammaliò il giovane pilota.

Anche Anna, la moglie di Lorenzo, era molto cordiale e di bella presenza tanto da sembrare la sorella maggiore di Stefania. L’ottima tavola e la gradevole compagnia fecero volare le poche ore durante le quali i due ragazzi continuarono a lanciarsi degli sguardi.

Si era fatto tardi e Roberto salutò gli astanti.

– Ti accompagno fino all’auto! – disse la ragazza, cogliendolo di sorpresa. Rimasero più di un’ora a parlare vicini al portone d’ingresso della palazzina e si scambiarono i numeri di telefono.

Poco prima di salire in auto, stava per salutarla quando si lasciò andare, abbracciandola. Lei gli cinse le braccia al collo baciandolo con passione. Roberto rimase per qualche istante colpito e un po’ titubante, ma non si sottrasse a quel bacio passionale che li coinvolse per alcuni minuti.

S’incontrarono nei giorni seguenti e capirono che tra loro c’era una forte intesa.

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Giunse purtroppo il giorno della partenza. Roberto era stato assegnato al XXI Gruppo Caccia del 53° Stormo di Cameri.

Accolse la notizia con un velo di tristezza. Adesso che aveva trovato l’amore sarebbe dovuto partire! Aveva comunque raggiunto il suo scopo: era finalmente abilitato al “104”! Avrebbe gradito rimanere al 4° Stormo per essere così, vicino alla ragazza.

Anche Stefania era triste, seppur consapevole fin dall’inizio che non sarebbe stata una relazione facile.

Lorenzo, sorridente come sempre, lo salutò al termine dell’ultima missione, abbracciandolo come fosse stato un figlio: aveva capito che tra la sua Stefania e quel giovane pilota c’era del tenero.

Roberto raggiunse la sua nuova sede in una giornata nebbiosa, percorrendo la pianura novarese costellata di canali, tra filari di pioppi e ampi campi di risaie.

Fraternizzò subito con i colleghi del nuovo Reparto che lo accolsero con molta cordialità. Il Comandante, un giovane Colonnello, si mostrò essere una persona affabile, molto gentile e scherzoso, un vero padre di famiglia.

Il giorno successivo al suo arrivo si trovò assegnato a una missione di addestramento proprio con lui nel ruolo di leader. Lo attese con ansia nella Sala Operativa, aspettando le sue istruzioni per pianificare la missione.

Impegnato tra le pratiche e il telefono che squillava in continuazione, il Capo si fece attendere a lungo. Si presentò infine scusandosi per il ritardo, fornendogli le indicazioni sull’attività che avrebbero svolto. Roberto pianificò scrupolosamente il volo non volendo certo far brutta figura con il proprio Comandante.

Dopo la vestizione si avviarono verso la linea di volo ove le due “Tigri”, così il loro nominativo radio, erano allineate e pronte per essere domate.

La giornata era tiepida e il cielo pulito da una leggera bava di vento.

Eseguita la procedura di avviamento, chiusero i canopy e seguendo le istruzioni della torre, diressero lentamente verso la testata pista tre-cinque. Ottenuta l’autorizzazione, avvenne il decollo, a pochi secondi di distanza l’uno dall’altro. Il Comandante ridusse la velocità per consentire al gregario di eseguire il ricongiungimento.

A oltre quattrocento nodi la verde campagna sfilava al di sotto. Avanti a loro le acque del lago Maggiore scintillavano sotto i raggi del sole mentre in lontananza le granitiche Alpi, ammantate di nevi perenni e immacolate, svettando sopra una leggera foschia, formavano una barriera apparentemente insormontabile.

Non c’era il tempo per soffermarsi a osservare quella meraviglia della natura e Roberto stava “mordendo” l’ala del suo leader. Seguiva con lo sguardo il sottile profilo di quella semi-ala che non stava ferma, a pochi metri dal suo velivolo.

Il Capo formazione via radio scandiva gli ordini delle varie manovre che avrebbero compiuto:

– Andiamo su ed eseguiamo alcune virate! –

Salirono in quota, lassù dove il cielo assume i colori più accesi e l’aria è più rarefatta, lontani dall’impercettibile alone di foschia che di solito avvolge la terra.

Un sottile rivolo di sudore, scendendo da sotto il casco inumidì le sue guance, facendo scivolare la maschera che prontamente aggiustò.

Compiute alcune virate con vari assetti, il Colonnello si spinse in affondata per poi pennellare un looping.

Roberto lo seguì e, sotto la potente spinta del post-bruciatore, puntò verso il cielo sempre più blu. Guadagnarono rapidamente oltre diecimila piedi. La sua mano destra eseguiva continui movimenti con la cloche per rimanere incollato all’altro Spillone.

Sotto la maschera il respiro divenne affannoso per lo sforzo e la concentrazione.

All’apice della figura scesero sempre più veloci verso la terra che si stava ingrandendo a vista d’occhio mentre la tuta anti-g faceva sentire i suoi effetti sull’addome e sulle gambe.

Livellarono le ali a circa diecimila piedi per poi cimentarsi in un tonneau. Laggiù, fuori dal canopy, la terra e il cielo si stavano rincorrendo velocemente.

– Bravo … niente male … rientriamo! – echeggiò in cuffia la voce calma del leader, restituendogli un po’ di tranquillità.

Poco dopo seguì il dolce contatto sull’asfalto della pista, segnata dagli infiniti graffi neri degli pneumatici.

– Complimenti, un ottimo inizio, vieni al bar … ti offro il caffè – esordì sorridendo il leader, appena sceso dalla scaletta!

– Grazie Comandante! – rispose, felice per aver conquistato la sua fiducia.

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Se pur distante dalla sua Stefania, l’ambiente sereno che aveva trovato, contribuì a mitigare la lontananza dalla ragazza che comunque raggiungeva durante i fine settimana.

Una maledetta sera Roberto stava svolgendo il proprio turno d’allarme assieme a Carlo, un giovane pilota giunto al Reparto alcuni mesi dopo il suo arrivo e con il quale aveva stabilito un sincero rapporto di amicizia.

Le condizioni meteo non erano ottimali. La base e la pianura Padana erano avvolte da una densa foschia mentre un’estesa e spessa coltre nuvolosa gravava a quote relativamente basse.

In quel periodo erano in atto alcune simulazioni di scramble, esercitazioni che sono svolte periodicamente per valutare i tempi di reazione dei vari Reparti in ambito NATO.

Le possenti volte degli shelter custodivano nella loro penombra i velivoli F-104 d’allarme, illuminati dalla flebile luce delle lampade alogene. Nel silenzio che regnava all’interno, si respirava profumo di cielo, di avventure ad alta quota … un frammisto di vapori di cherosene e di olio.

 Gli equipaggi di turno, piloti e tecnici, stavano preparando una frugale cena nei locali attigui.

– Con una serata così non c’è di meglio che una buona pastasciutta … matriciana o carbonara? – chiese Roberto.

– Vada per la carbonara! – aveva subito replicato Carlo.

Non avevano terminato di cenare che scattò il segnale di allarme.

Si precipitarono correndo verso gli shelter, raggiunti i quali i piloti indossarono le tute anti-g e i Secumar, lasciati appesi ai tubi di Pitot dei rispettivi velivoli. Salirono rapidamente a bordo, mentre gli specialisti portavano a regime i gruppi elettrogeni Atlas.

Il sibilo dei potenti J79 lacerò l’aria fino a divenire un ruggito allo scoccare del semaforo verde che ne autorizzava l’uscita dai ricoveri.

Scomparvero alla vista, inghiottiti dalla foschia, tra le minute luci delle vie di raccordo che conducevano alla pista. Qualche attimo di silenzio. Poi il fragore delle turbine al massimo dei giri.

Riapparvero mentre correvano veloci su quel manto d’asfalto tra le risaie, lasciandosi dietro il frastuono e la lunga scia di fuoco dei loro post-bruciatori. A bordo dei due missili con le ali la concentrazione era massima. In sequenza tirarono all’indietro la cloche.

Le luci della pista svanirono, ingoiate dal buio della notte. Anche il mondo era sparito, non vi erano più le luci delle case e delle città. Erano soli in quell’aria infida e lattescente.

Il verde flash intermittente della luce di navigazione, posta sulla semi-ala destra del jet di Roberto costituiva l’unico riferimento per Carlo che stava “mordendo” l’ala del leader.

Lasciate le comunicazioni con la torre, stavano volando verso l’ignoto. Di lì a poco la voce dell’operatore radar fornì loro la prua da seguire e il livello di volo da raggiungere.

I minuti all’interno delle nubi stavano diventando interminabili.

– Tra poco saremo fuori … vedremo le stelle! – esclamò pensieroso Roberto.

Non finì di dire quella frase che udì un forte colpo scuotere il suo Spillone. Subito dopo il cockpit s’illuminò di luci rosse e color ambra lampeggianti mentre il persistente segnale acustico d’allarme echeggiava in cuffia.

– Acc … che sta accadendo? – sbottò sotto la maschera.

Il velivolo vibrava, si scuoteva come un animale ferito, variava continuamente l’assetto, facendogli sbattere la testa ai lati della cabina. A nulla valsero i tentativi per contrastare i movimenti incontrollati dell’aereo. Erano entrati in collisione e stava precipitando.

Attimi terribili! In frazioni di secondo rivide tanti flash della sua vita, le persone care. Stefania!

Cercò di alzare le mani per afferrare le due maniglie di espulsione poste sopra la testa, ma una forza invisibile glielo impedì. Sotto l’effetto dell’accelerazione erano ben pochi i movimenti che riusciva a compiere.

Fissò la leva di espulsione, giallo-nera, posta tra le sue gambe, quella leva che tutti i piloti guardano e a volte accarezzano ma che nessuno vorrebbe mai tirare.

Era uscito dalle nubi ed ebbe la percezione di vedere qualche luce sul terreno sottostante ma … doveva lanciarsi.

Abbassata la visiera del casco, con fare deciso tirò la leva di espulsione.

In sequenza esplosero le cariche di rilascio del canopy e quella posta sotto il sedile. Nello stesso istante le giarrettiere e i cavi di retrazione delle gambe incollarono i suoi polpacci al sedile per evitare che queste fossero amputate durante l’uscita dalla cabina.

Una forte spinta lo scaraventò verso l’alto mentre un mostro invisibile sembrava volergli strappare il casco e la maschera. Poi più nulla: era svenuto!

Il fruscio e lo schiocco del paracadute che si apriva riempiendosi d’aria, seguiti da un brusco strattone, lo fecero riprendere. Alzò gli occhi al cielo e sopra di lui intravide la calotta di seta completamente estesa. La velocità di caduta era molto più rallentata.

Guardò verso terra: tutto era buio.

– Mio Dio … dove andrò a finire? – si chiese. Volse lo sguardo alla sua destra e in lontananza scorse le fiamme altissime che si levavano da quello che probabilmente era il suo jet. Pensò al collega con il quale non era riuscito a comunicare:

– Carlo … dove sarà … si sarà lanciato? –

Riuscì a scorgere non molto lontano alcune luci soffuse.

– Una casa … sembrano le luci di un’abitazione … speriamo che sotto non vi siano alberi! – ripeté ad alta voce.

Il seggiolino si era sganciato automaticamente mentre il pacco di sopravvivenza era rimasto agganciato poco sotto i suoi glutei. A breve avrebbe toccato terra ma non riusciva a percepire la reale distanza che lo separava dal suolo. Si preparò comunque all’impatto unendo i piedi.

L’acqua stagnante di un’ampia risaia attutì la sua caduta e si trovò a terra, completamente bagnato. Fortunatamente non spirava un alito di vento e la calotta del paracadute subito si afflosciò evitando così di essere trascinato. Attese alcuni secondi per essere certo di non aver subito lesioni agli arti e alla schiena.

– Per fortuna … non mi sono rotto nulla! – esclamò sganciando l’imbracatura ed estraendo da una tasca della tuta una piccola torcia d’emergenza.

A fatica riuscì a uscire da quel pantano, raggiungendo un piccolo viottolo tra le risaie. Volse lo sguardo in direzione dell’unica luce più vicina nel buio della notte.

– Sì … è una casa colonica, non mi ero sbagliato! – mormorò dirigendo verso il cascinale per chiedere aiuto.

Un anziano agricoltore venne ad aprirgli la porta, rimanendo sorpreso. Vedendolo bagnato e infangato con quella strana tuta addosso, non sapeva se avesse di fronte un essere umano o un marziano.

Roberto dopo essersi presentato, spiegò quanto gli era accaduto e chiese di poter utilizzare il telefono per avvisare la base.

L’umile e premurosa moglie del contadino, udendo quanto occorso, nel frattempo tolse una bottiglia dalla madia:

– Beva, si riprenda … le farà bene! – lo invitò, porgendogli un bicchierino di grappa.

– Grazie, signora … gradirei un po’ d’acqua! – rispose declinando gentilmente l’offerta. Telefonò alla base comunicando di star bene e chiese notizie di Carlo.

– Sappiamo che il suo velivolo è precipitato ad alcune miglia dal tuo ma del pilota non abbiamo alcuna notizia. – rispose la gelida voce dell’Ufficiale di turno alla Sala Operativa.

Roberto fu pervaso da una profonda angoscia.

All’arrivo dell’autoambulanza che lo avrebbe trasportato per accertamenti al più vicino ospedale, ebbe parole di ringraziamento per la famiglia che lo aveva ospitato. La rude e callosa mano del contadino strinse la sua con un gesto di genuina amicizia.

Fortunatamente per lui i controlli medici non evidenziarono alcun trauma e fu dimesso il giorno seguente, raggiunto da Stefania che nel frattempo si era precipitata con l’auto verso la base.

La sorte fu crudele per il povero Carlo che non era riuscito a eiettarsi. Il suo corpo fu trovato straziato sotto i rottami del proprio caccia.

– … nel nostro lavoro può accadere di tutto! – ripeteva alla sua Stefania che amorevolmente gli aveva proposto di cambiare attività.

Una breve convalescenza trascorsa sull’Argentario in compagnia della ragazza, lo rinfrancò nel corpo e nello spirito.

Rientrato al Reparto, l’indomani era di nuovo sulla linea di volo in procinto d’intraprendere una nuova missione. Per nulla intimorito, si avvicinò allo Spillone assegnato. Esaminò il libretto del velivolo e dopo i controlli vi appose la firma. Appoggiò le mani sull’affusolato muso del jet sussurrando:

                – Ti tratterò bene come sempre, ma tu … non mi farai più brutti scherzi … vero? – e salì la scaletta.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Claudio di Blasio

Nuvole elettriche


Non riesci a vedermi, vero? Eppure io sono davanti a te.

Sono ore che state lì di guardia, con le vostre mimetiche ed i vostri fucili, ma noi di qui non possiamo andare via. Chissà cosa pensi. Ho visto il tuo sguardo velarsi di commozione quando portavano via i nostri corpi, ma la compassione non è una caratteristica di un buon soldato, hai celato quella leggera lacrima con uno starnuto impacciato.

Siamo gli ultimi pensieri dei passeggeri del volo MH17, cristallizzati in nuvole elettriche, che vaghiamo tra i resti del nostro aereo in attesa che arrivi la “chiamata”.

Tutti e 298 eravamo qui quando l’aereo, ormai diventato una palla di fuoco, si è schiantato al suolo. Molti erano già morti soffocati dal fumo o stroncati dalla paura. Ma qualcuno, come me, ha visto la terra avvicinarsi nel suo abbraccio mortale. Io ero il secondo pilota.

Buffo come, sebbene tra di noi ci fossero Musulmani, Cristiani, Indù, Atei ed Agnostici, tutti, al momento del trapasso, sapessimo benissimo cosa sarebbe successo dopo.

Come se si fosse innescato un nastro sepolto nella nostra anima che si sarebbe attivato solo al momento del distacco col corpo.

Il nostro ultimo pensiero si sarebbe cristallizzato lì, nel luogo dove il corpo si era posato, finché i guardiani non lo avessero compiuto. Allora saremmo stati mandati “di là”.

Vicino al motore c’è il pensiero di una mamma che vorrebbe salutare il suo ragazzo. Stava andando a trovarlo. Lui aveva iniziato a lavorare e l’aveva invitata a venire in Malesia. Sarebbe stata la prima volta che il figlio si sarebbe preso cura della madre.

Dietro la deriva c’è un uomo che pensa alla sua donna. Viaggiava per lavoro, era un medico invitato al convegno per l’Aids. Il suo ultimo pensiero è stato di poterla abbracciare ancora una volta.

Forse quel brivido di freddo che senti è il vociare di questi pensieri spezzati. Chissà di chi era la mano che ha premuto il pulsante di sparo. Era fatta di carne e sangue come la mia quando cercavo di riportare in assetto questo aereo ferito a morte. Era come la tua che scorre sul tuo anello nuziale come fosse un rosario.

Forse mi riesci a sentire, vedo che sei turbato, cerchi di non guardare verso i rottami, sicuramente avverti qualcosa.

Se potessi vedere, ora, gruppi di nuvole elettriche svaniscono. I guardiani stanno accompagnando le anime nel loro ultimo pensiero e poi li avrebbero portati di là. La mamma è appena andata. Sicuramente ora sta guardando il suo figlio e gli sta facendo l’ultima carezza; anche l’uomo è partito: lo immagino sfiorare il viso della sua donna mentre lei piange di nascosto.

Tocca a me. Vuoi sapere qual è stato il mio ultimo pensiero?

Io non ho nessuno da salutare. Volare era la mia passione ed ho pensato che avrei voluto vedere la Terra dallo spazio. Vado, fai buona guardia alla nostra ultima dimora. 

 

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yurji Alexeievich Gagarin)


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Roberto Paradiso