Archivi categoria: Le Voci

Racconti degli autori

Kindu è vendicata!


Correva l’anno 1982 e, nella ricorrenza del 40° anniversario della battaglia di El Alamein, si svolgeva a Viterbo il raduno nazionale dei paracadutisti italiani.

Il nostro gruppo era numerosissimo e molte autovetture si erano aggiunte ai sei pullman non bastanti a trasportare i soci dell’A.N.P.d.I. di Milano aderenti all’iniziativa, al punto che, i posti garantiti nella caserma per il pernotto della sera del sabato, non sufficienti per tutti, avevano costretto molti di noi a bivaccare nei sacchi a pelo.

Il pranzo della domenica si era svolto nella caserma della VAM, ed al mio fianco c’erano il fraterno amico Gianni, che purtroppo ci ha lasciati, e York ed Ezio con i quali sono ancora in contatto anche se non ci vediamo ormai da quasi trent’anni.

A qualche tavolo di distanza c’era un signore attempato ma energico nei modi e nella voce, un po’ burbero ed al tempo stesso sorridente e scherzoso, con i capelli bianchi e le foltissime sopracciglia, che conversava amabilmente con il presidente della nostra sezione Attilio Cambielli, e con Salvatore D’Oronzo reduce di El Alamein ed autore dello splendido libro “Folgore e si moriva”.

Dopo gli antipasti, divorati famelicamente, giunse come primo un’abbondantissima dose di ravioli e noi quattro ci soffermammo ad osservare con curiosità e commentare con quanta composta e raffinata eleganza il dirimpettaio li mangiasse, senza farsi influenzare dal vassoio da caserma che li conteneva e dalle posate di plastica che usava con una grazia particolare come fossero state d’argento.

Ci passò per la mente una voce più che attendibile che circolava su di lui, e ci venne spontaneo chiederci, scherzando, se quando si era cibato di carne umana il suo stile fosse stato lo stesso. Fu così che, finito il pranzo, corredato da vini ed amari che si erano susseguiti senza sosta nei nostri bicchieri, che pensammo di porgli qualche domanda.

Conoscevamo abbastanza bene Carlo B…a, sempre presente nelle serate associative, e posso affermare senza alcun timore di smentita che in maniera insuperabile lo avevo sentito parlare bene, a lungo e con estrema coerenza della pace.

Questa è un’altra storia ma la devo riassumere per evitare che l’uomo, per via dei suoi trascorsi, possa sembrare al lettore un violento guerrafondaio senza scrupoli.

A quei tempi ero studente universitario, istruttore di body building in una palestra per guadagnarmi qualche soldo, e volontaristicamente aiutavo alla preparazione fisica gli allievi paracadutisti che venivano forgiati dall’associazione.

Era consuetudine che nell’ultima lezione antecedente il primo lancio, un veterano venisse incaricato di fare un discorso etico dottrinale ai futuri parà. In quell’ultimo corso precedente di poco il raduno di Viterbo l’incombenza era toccata proprio a Carlo, e rimasi più che sorpreso quando egli, dopo i necessari preamboli, passò a parlare della pace, soffermandovisi a mio parere più di quanto avrebbe potuto fare un religioso, e con una cognizione ed una forma di coinvolgimento senza pari.

Ricordo la sua voce tonante nel silenzio della palestra, il suo sguardo sugli allievi uomini e donne di tutte le età, e la commozione che seppe suscitare negli astanti.

Sapevamo che Carlo era stato istruttore di paracadutismo alla scuola militare di Tarquinia, che aveva combattuto nella seconda guerra mondiale aderendo alla Repubblica Sociale, e che nel 1945 si era arruolato nella legione straniera procurandosi una ferita in Algeria e la ben più dolorosa cattura da parte dei vietcong a Dien Bien Phu.  Aveva scontato una lunga e durissima prigionia in un campo di concentramento vietnamita prima di rientrare in Italia negli anni ’60 da dove era ripartito per fare il soldato di ventura in Africa.

Era questo il periodo della sua vita che maggiormente ci incuriosiva, soprattutto quanto fosse avvenuto in una particolare giornata, e studiavamo come approcciarci quando, finito il pranzo, dopo aver esaurito tutto il repertorio di canzoni di marcia dei paracadutisti, intonammo la tristissima canzone “avevo un camerata” seguita a ruota dall’ancor più nostalgica “il mercenario di Lucera”.

Proprio su queste note, mentre avvenivano degli spostamenti per favorire convenevoli fra i gruppi che durante il pranzo erano rimasti distanti, che si liberarono dei posti vicino a Carlo, che io, Gianni, York ed Ezio ci precipitammo ad occupare.

Potemmo intavolare il discorso che ci eravamo prefissati senza alcuna difficoltà, e Carlo, facendoci il punto di un momento storico internazionale e di uno stralcio della sua vita, ci narrò fra ritagli di storia pubblica e privata, come fosse diventato cannibale, anche se solo per un giorno.

Non sarebbe stato facile, ancora nel fiore degli anni, con i miei trascorsi ed il mio temperamento, restare con le mani in mano, pertanto, anche se avrei potuto vivere con la pensione di legionario, avevo provato a trovare una qualsiasi occupazione onesta e dignitosa ma senza successo.

Così, man mano che passavano i giorni dal rientro, avanzava in me sempre più la convinzione che stessi sprecando il mio tempo, mentre prendevo cognizione che la mia sete di avventura non si era ancora placata, e che dovevo trovare una via d’uscita all’immobilità che mi intristiva.

Radio e giornali riportavano notizie che nel cuore dell’Africa erano in atto sanguinose guerriglie alimentate da poteri forti attraverso la vendita di armi e mezzi, e che permettevano con i taciti consensi governativi statunitensi, sovietici ed anche europei che, su base volontaria ed incentivata, potessero parallelamente affluire uomini per insegnare l’arte della guerra e l’uso di armi agli abitanti del terzo mondo.

Anche se con la fine della seconda guerra mondiale apparentemente si era dissolto lo spirito colonialistico di cui era stata vittima per quasi cento anni, l’Africa rimaneva comunque un territorio di conquista dagli immensi spazi e dalle grandi potenzialità.

Alcuni stati europei avevano perso il loro “posto al sole” e non avevano più alcuna ingerenza su quei territori, mentre altri cercavano di convertire i paesi che avevano già sfruttato a dismisura, in stati apparentemente indipendenti sotto il profilo politico ma non sotto quello economico, anzi, tentavano di gettare le basi affinché tale vincolo diventasse perpetuo.

Il ritiro delle loro truppe lasciava i territori nel caos più completo, dove le tribù più bellicose si schieravano con i trafficanti, prendendo il sopravvento sulle popolazioni inermi che restavano alla loro mercé.

Il caso più eclatante lo viveva il Congo, ove a seguito della proclamazione dell’indipendenza da parte del Belgio, si accese un’aspra guerra civile fomentata da entità che volevano assumere il controllo delle grandi ricchezze minerarie del paese.

Fu in questo contesto che si sviluppò l’idea secessionista del Katanga (l’area più ricca) dove si costituirono due blocchi armati: uno appoggiato dai sovietici, l’altro, più occidentalista, rinforzato da mercenari europei.

Le notizie che giungevano in Italia riguardo ai massacri che venivano perpetrati giornalmente in quell’area geografica non destavano alcuna preoccupazione e non suscitavano alcun coinvolgimento emotivo sui cittadini ancor memori delle tragedie della seconda guerra mondiale, che consideravano quegli scontri come dei modesti focolai di rivolte lontane e di nessuna influenza sulla propria vita.

La stampa, oltretutto, ben poco pubblicizzava l’intervento dei caschi blu dell’ONU inviati in “missione riappacificatrice”, tanto che in pochissimi sapevano della partecipazione dell’Italia a tale attività.

Il nostro governo, impegnato ad acquisire credibilità nei confronti degli alleati del blocco occidentale, aveva messo a disposizione un piccolo contingente che svolgeva missioni a favore della popolazione civile, ma senza provvedere a tutelarlo adeguatamente. Così quando i nostri uomini vennero catturati, non fece in tempo per tentare di liberarli e successivamente all’eccidio, nulla per fare chiarezza sui fatti insabbiando addirittura l’inchiesta.

Si trattava di uomini di vara età e grado, che avevano aderito su base volontaria a portare un aiuto umanitario in quelle zone disagiate, e servire così non solo il proprio paese, ma altruisticamente e senza remore di sorta, degli abitanti che soffrivano persino la fame ed erano sprovvisti di medicinali, emarginati in località dove la guerra portava via quel poco che poteva servire alla normale sopravvivenza. Quei cargo messi a disposizione dall’Italia, non trasportavano armi ed esplosivi ma movimentavano materiali che servivano esclusivamente ad alleviare le sofferenze dei deboli e degli oppressi.

Dopo essere stati uccisi, i militari italiani erano stati cannibalizzati, ma l’ambasciata, imbeccata dal nostro governo, riportò come conclusione che la mattanza fosse stata causata da un errore di regolari soldati congolesi e che comunque i resti delle vittime “dell’incidente” fossero stati debitamente sepolti. In seguito fu effettuato il recupero di una parte dei resti che vennero tumulati in Italia.

Non sarei onesto se affermassi che mi arruolai per vendicare l’eccidio dei tredici membri dell’equipaggio dei due aerei C119 della 46° Aerobrigata di Pisa, avvenuto il 12 novembre 1961, in quanto già da più di un mese avevo preso contatto con il centro arruolamento mercenari, sito in una villetta di Milano in zona Fiera.

Avevo compilato un facsimile di domanda inserendo i miei dati, i precedenti militari ed il mio recapito e, scelto un nome di battaglia avevo contrattato su quello che sarebbe stato il mio compenso (costituito da premio d’ingaggio, un corrispettivo mensile e la liquidazione).

Il premio d’ingaggio mi sarebbe stato versato sul conto corrente all’arrivo in zona operazioni, il mensile ogni primo giorno del mese e la liquidazione a fine attività, e mi era stato richiesto il nominativo di una persona alla quale destinare l’ultimo importo in caso di morte (per questo scelsi mia sorella alla quale mentii dicendo che partivo per andare a lavorare in un cantiere).

Si trattava di una cifra importante, più di quanto avevo guadagnato in quindici anni di Legione, e soddisfatto di andare incontro a questa avventura passavo quasi tutta la giornata al bar del quale avevo dato il numero di telefono, non disponendo di tale comodità nella stanza ammobiliata che avevo preso in affitto.

Fu proprio nel giorno in cui giunse la notizia che in Congo erano stati trucidati i tredici militari italiani, che arrivò la chiamata per passare dal centro di arruolamento a definire alcuni dettagli. Mi vennero presentati due colleghi che sarebbero partiti assieme a me e ci venne consegnato un biglietto ferroviario per Bruxelles da dove avremmo proseguito per via aerea alla volta del Congo.

Non sto a raccontarvi i dettagli del viaggio né le azioni in cui venni coinvolto, alcune incruente ed altre decisamente più vivaci, ma solo che, man mano che passavano i giorni di servizio in zona operazioni, prese forma nella mia mente l’idea bizzarra di cibarmi per vendetta di carne umana.

Mi accorgevo senza stupore, avendolo già provato sia nella guerra mondiale che nel periodo legionario, che ogni volta che tiravo il grilletto del mio fucile o lanciavo una granata sentivo di vendicare qualcuno che, combattendo dalla mia parte, era stato ucciso. Probabilmente questo tipo di pensiero è abbastanza diffuso fra i soldati, costituendo un modo per alleggerire la coscienza, così da riuscire ad uccidere non solo per provare a sopravvivere al combattimento ma anche per poterla far franca un giorno davanti al Padreterno.

Sulla scia di questa idea, ebbi la certezza che per vendicare quei tredici ragazzi non bastasse combattere la gente che stava dalla parte di chi li aveva assassinati, ma che fosse necessario effettuare una ritorsione di pari entità.

Ne parlavo ogni tanto con i due italiani che con me erano partiti, ma non riuscivamo mai a farlo seriamente, o meglio se il discorso inizialmente lo era, si finiva poi sempre sul faceto. Uno dei due, il più scherzoso, arrivava addirittura a chiudere sempre con una barzelletta sui cannibali del tipo:

  • Cosa mangia un cannibale al venerdì? Risposta: Palombaro
  • Cosa mangia un cannibale a Pasqua? Risposta: donna incinta
  • Cosa mangia un cannibale il 25 dicembre? Risposta: Babbo Natale

E via di questo passo…

Il nostro cuoco/interprete, Mabili, un ragazzo congolese che aveva vissuto per un certo periodo a Parigi dove aveva lavorato in un grande ristorante, si era più volte offerto di cucinarci qualche caduto, assicurando che la carne umana, se ben preparata, è più appetibile della bovina, ma avevamo sempre sorvolato sull’argomento. Lo avevo visto indugiare più di una volta presso qualche vittima della battaglia per poi appartarsi a cucinare separatamente  e solo per sé, ma non indagai mai per sapere di cosa si trattasse, anche se ero certo che i miei non fossero solo dei sospetti.

Il 20 aprile 1962 avevamo effettuato un posto di blocco all’uscita di un villaggio dichiaratamente ostile, dove avevamo catturato tre individui che procedevano su una Land Rover con a bordo dieci fucili d’assalto e svariate casse di munizioni. Al nostro interprete i tre avevano giustificato tale armamento come necessario per una battuta di caccia all’elefante, ma il tipo di materiale non lasciava alcun dubbio su quale sarebbe stato il suo reale utilizzo, così li arrestammo e sequestrammo i loro beni.

La sorte volle che quella sera non potessimo rientrare al quartier generale distante quasi trecento chilometri dove avremmo dovuto consegnare i prigionieri, e che ci accampassimo, dovendoci spingere il giorno successivo più a sud per congiungerci con un’altra pattuglia. Legammo i catturati fra loro e, per maggior sicurezza ad un albero, e ci accingemmo a fare una partita a carte mangiando carne in scatola con gallette e bevendo birra.

Era già buio quando i prigionieri, che fino a quel momento erano stati tranquilli, iniziarono ad intonare una nenia forse per passare il tempo, ma più probabilmente per segnalare la nostra posizione. Dicemmo più volte all’interprete di farli smettere, ma ogni volta riprendevano e, da un commento fattoci da Mabili, capimmo che avrebbero continuato così fino all’alba. Mi alzai e mi avvicinai a loro per ammonirli in italiano,  facendo capire con chiari gesti che non mi sarei ripetuto. Smisero per una decina di minuti per poi riprendere a cantare a squarciagola.

In quell’attimo il ricordo degli equipaggi italiani dei due C119 e la voglia di vendicarli sul serio ebbe il sopravvento. Presi il mio fucile scarrellandolo e, ponendo la leva del selettore sul colpo singolo, percorsi la breve distanza che mi separava da loro.

Fu un’esecuzione veloce, un proiettile alla testa per ciascuno, prima di tornare dal cuoco che incaricai della preparazione delle carni e che fu oltremodo felice dell’incarico.

Erano squisiti, e fu l’unica volta che mangiai carne umana.

Con quel gesto ebbi la piena certezza che io, Carlo B…a, avevo vendicato i ragazzi dell’eccidio di Kindu”.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #

Il pappagallo


I Lupi della 46° Aerobrigata erano chiamati così perché a quei tempi era l’unico reparto che volasse con qualsiasi tempo per arrivare dovunque e sempre.

Il C-119 era una gran bella macchina per l’epoca e consentiva un’operatività molto vasta. Due meravigliosi motori, da 3500 cavalli ciascuno, un grosso vano di carico ed equipaggi molto preparati con un forte spirito di corpo.

Quel giorno mi fu affidata una missione di routine. Andare a caricare del materiale in una base statunitense della NATO in Germania, non ricordo quale. La navigazione non fu delle più tranquille. Maltempo su tutta la rotta così come previsto nella base di arrivo.

L’unica cosa che mancava al “vagone volante” era un radar meteo, a quei tempi tutt’altro che diffuso, e a volte la cosa creava qualche problema. In altre parole quando in volo si notavano grosse nubi cumuliformi … si evitavano accuratamente variando la prua in maniera da non finirci dentro, ma poteva capitare di trovare un cumulo nembo embedded che noi definivamo “affogato”, quando si trovava proditoriamente ben occultato in altre formazioni di nubi inoffensive. Capitava, in tali casi, che il velivolo venisse sbattuto da tutte le parti come se si trovasse dentro una lavatrice in centrifuga. In cabina si creavano scene da tregenda, manuali, matite, carte di navigazione, occhiali e altri oggetti che volavano e sbattevano dappertutto. Il velivolo doveva essere pilotato manualmente perché l’autopilota era poco affidabile anche con aria calma e la situazione era tutt’altro che allegra.

Quel giorno, per l’appunto, la navigazione divenne IMC subito dopo il decollo e prosegui verso la Germania con tutti i dispositivi antighiaccio in funzione, ma senza turbolenza particolare.

In avvicinamento al campo le cose presero una piega diversa. Turbolenza da media a forte, turbinio di fiocchi di neve davanti al muso, colpi continui contro la fusoliera per i blocchi di ghiaccio che si staccavano dall’elica grazie all’antighiaccio sulle pale …

Passammo alla frequenza GCA. Un operatore piuttosto bravo, con una cadenza  di voce da afroamericano, ci condusse speditamente verso il tratto finale. Nel turbinio di fiocchi bianchi, a qualche centinaio di piedi sul terreno intravidi la luce guizzante dell’EFAS e finalmente la pista, non molto lunga, con larghe chiazze bianche … che non erano zucchero vanigliato, ma semplicemente ghiaccio.

Atterrai con molta attenzione e non senza una certa apprensione per le vaste aree ghiacciate, usando i freni con parsimonia. Mi fermai, tirando un sospiro di sollievo, poco dopo metà pista, in attesa di istruzioni.

Back track on the active, strangle parrot” … Strangola il pappagallo! Questo è scemo, pensai.

Temendo di non aver capito replicai: “Say again”, mentre girando, mi accingevo a tornare indietro.

Strangle parrot” … Aridaje col pappagallo! Mi girai verso l’equipaggio. Qualcuno c’ha un pappagallo? … così ‘o strozzamo e famo contento ‘sto matto col mio inguaribile accento romanesco.

L’operatore GCA, pensando che non capissi l’inglese, me lo disse in italiano … beh insomma, quasi … “Sciangoula pep ghelou” e finalmente intuii … spensi l’IFF.

“Clear runway on the first intersection on your left and check the marshal”

Anni ‘60, guerra fredda. Gli americani avevano fatto installare su tutti i velivoli NATO un apparato il cui acronimo ne chiariva l’intento: IFF stava per  Identify Friend or Foe. In altri termini: identifica se è dei nostri o no. Era il precursore degli odierni transponder e forse i piloti giovani non ne hanno mai sentito parlare. In pratica non faceva altro che ritrasmettere un codice ricevuto da terra … ecco perché pappagallo. Serviva a discriminare i velivoli NATO da eventuali visite indesiderate dal Blocco di Varsavia.

Gli americani lo chiamavano parrot per il fatto che ripeteva quello che aveva ricevuto, ma per me, giovane capo equipaggio non ancora venticinquenne, era un IFF



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Glauco Nuzzi

Il viaggio – L’inizio dell’avventura


Con un leggero sorriso il Comandante del 2° Gruppo della 46° Aerobrigata, del quale facevo parte: “Allora lei parte volontario per il Congo?”

Che fossi un volontario per la missione africana non me ne ero ancora accorto … ma a 23 anni lo spirito di avventura spesso ha il sopravvento. Inoltre, avvelenato come ero per essere stato destinato a un sonnolento reparto di trasporti, dopo aver conseguito il Brevetto Militare alla Scuola Aviogetti per una ovvia destinazione a un reparto da caccia, questa variante nel mio impiego non mi dispiacque. Sì, il Congo era una zona di guerra, ma …

Che un reparto di trasporti non fosse poi tanto “sonnolento” lo scoprirò ben presto …

Avevo appena terminato l’addestramento per l’impiego previsto del Reparto e avevo raggiunto la qualifica di combat ready, secondo gli standard NATO. Praticamente “pronto al combattimento”, in altre parole non ero più un addestrando, ma un pilota pronto all’impiego bellico e se dovevo andare in zona di guerra … beh, faceva parte del copione.

L’Italia aveva aderito, come membro ONU, all’operazione Congo e segnatamente con una cooperazione dell’Aeronautica Militare per il supporto logistico dei reparti multinazionali schierati nell’area per aiutare il governo centrale nella lotta contro la secessione mossa da Tchombe

Dopo qualche giorno ci fu il volo di trasferimento. Dovevamo portare un velivolo a Leopoldville (oggi Kinshasa) dove era la nostra base operativa, per ampliare la flotta dei velivoli già schierati in loco. La rotta prevedeva una sosta ad Atene, poi Il Cairo, quindi Khartoum, Entebbe e finalmente Leopoldville. C’è da tener presente che la velocità di crociera del panciuto C 119 era di circa 150 nodi e, date le distanze da percorrere, si prevedevano tratte lunghissime con pilotaggio manuale … sì, perché l’autopilota c’era, ma spesso, anzi troppo spesso, si surriscaldavano i servomotori dei comandi e l’aereo cominciava a prendersi iniziative strane per cui toccava sbrigarsi a staccarlo …

Dopo la breve sosta ad Atene iniziò il volo verso l’Africa, tratta interminabile alternandosi ai comandi con i colleghi (l’equipaggio era doppio o forse di più perché c’era anche da sostituire chi aveva terminato il suo periodo in area operativa).

Si interrompeva il digiuno ogni tanto con le combat rations, dette le “razioni K”. La dotazione consisteva in una scatola di cartone (che poteva far supporre che all’interno ci trovassimo un paio di scarpe). Ci si trovava uno scatolame vario, preparato negli USA, con gusto ben lontano da quello italiano. Il contenuto, spesso carne con sughi piuttosto grassi e rappresi … richiedeva uno stomaco robusto ma avevamo trovato il modo di renderli più appetibili … scaldando il barattolo. Non c’erano fornelli di nessun tipo su un velivolo spartano come il C-119, ma, l’italica fantasia, aveva trovato la soluzione … A metà fusoliera, all’altezza grosso modo delle semiali, c’era un vano nel quale era alloggiato un cilindro metallico con alettature … era il regolatore di tensione dei generatori che in volo diventava pressoché rovente … un barattolo adagiato sopra per una ventina di minuti pareva uscito dal forno. Aperto i barattolo … il tutto diventava profumato (beh, insomma) e appetibile.

Quando all’orizzonte vidi apparire una striscia gialla che si staccava dal blu del mare “Ecco l’Africa”, pensai e cominciammo una lenta discesa. Sorvolato il delta del Nilo ci addentrammo verso Il Cairo, dove, finalmente, atterrammo.

Al Cairo, ormai è un bel po’ che non ci passo, a quei tempi, anni ‘60, la città appariva alquanto caotica. Traffico intenso, un perenne coro di clacson, costruzioni di scarso valore architettonico, palme dappertutto, venditori ambulanti e un senso olfattivo completamente diverso.

Che ci fosse un ristorante italiano al Cairo, il “Roma”, non me lo aspettavo. Alcune cose restano indimenticabili anche col passare degli anni. Mi restò impresso il sapore della rucola e dei ravanelli, molto più grossi di quelli che abitualmente vediamo in Italia, le bistecche (qualcuno dubitò, sarà mica cammello?) in realtà erano ottime, anche se di zebù, un bovino diffuso in Africa.

La sera una lunga passeggiata fra negozietti e bancarelle. Da bravo turista subito comprai qualche souvenir africano: una sella di cammello, che ancora uso come sgabello e una capiente borsa di pelle che diventerà la mia borsa “operativa” per tutto il periodo. Era capiente abbastanza per farci entrare, oltre ai ricambi necessari, anche il MAB, caricatori, bombe a mano e tutto quello che mi accompagnerà in tutti i voli operativi a venire.

Uno o due giorni dopo, non ricordo, partimmo per Khartoum. La rotta prevedeva un percorso che faceva risalire il Nilo e mi faceva vedere dal vivo quello che avevo studiato, a scuola, in geografia. Larghe chiazze di verde costeggiavano il fiume: le periodiche esondazioni fertilizzavano le aree circostanti rendendo le zone abitabili.

Mano a mano che si procedeva verso sud le temperature, naturalmente, aumentavano e a bordo non c’era nessun tipo di condizionamento. Il fatto che si volasse fra gli otto e diecimila piedi portava un sollievo solo parziale e, avvicinandosi al suolo per l’atterraggio, i 40 e oltre gradi di temperatura si sentivano tutti.

La sosta in Sudan mi è rimasta in memoria come una lunga sauna. L’albergo non disponeva di aria condizionata (anni ’60!) e anche di sera le temperature erano insopportabili. Ricordo che, per potermi addormentare, dovetti bagnare il lenzuolo.

Ma il problema principale era il decollo. Esaminando le tabelle di pista ci rendemmo conto che con quel carico dovevamo aspettare che la temperatura scendesse a non oltre 31 gradi, cosa che si verificava intorno alle tre di notte, ma durava poco … subito dopo si tornava verso i 35/36 gradi.

Scegliemmo, o meglio, fummo costretti a scegliere, di decollare alle tre di notte.

A Entebbe era tutto diverso. Sull’altopiano la sera si godeva di una temperatura piacevolmente fresca. La città, ex colonia britannica, mi apparve come un gioiello. Costruzioni di tipo europeo contornate di vegetazione africana e fu in quella occasione che ebbi la sensazione di essere un privilegiato, remunerato per fare il turista. Ci fermammo qualche giorno e fu una vera vacanza. Passeggiate lungo il lago Vittoria, vegetazione e fiori che mi incuriosivano e mi sorprendevano ad ogni passo, il pensiero che stavo andando verso una zona di guerra al momento non mi sfiorava nemmeno.

Lasciai a malincuore quel piccolo paradiso africano per l’ultima balzo, il volo per Leopoldville.

La tratta era piuttosto lunga e si ponevano problemi di autonomia: esaminammo la possibilità di un eventuale scalo tecnico per rifornimento, ma, un imprevisto e robusto vento in coda che ci fece aumentare la velocità e diminuire il consumo, ci risparmiò la fatica.

A Leopoldville fummo accolti calorosamente dai colleghi che ci aspettavano con ansia, per pezzi di ricambio e rifornimenti vari dalla madrepatria … nonché  per l’atteso avvicendamento di personale. Ci furono assegnate, due ufficiali per abitazione, delle belle villette nel quartiere di N’Djili, a una decina di chilometri dalla città.

Ci fu un briefing generico al palazzo ONU sul tipo di attività che avremmo svolto, raccomandazioni generiche e indicazioni sulle norme di comportamento con i nativi. Alcuni particolari mi sorpresero: “Donne, se dicono di sì, ok, altrimenti non insistere, potrebbe finire male. Se fate a pugni non colpiteli alla testa … è inutile … pugni allo stomaco …”.

L’ambiente non mi appariva particolarmente familiare ma tenni conto delle raccomandazioni e mi resi conto che dovevo, in qualche modo, adattarmi all’ambiente.

L’alloggio del Comandante del distaccamento era il più grande e aveva un ampio salone che diventò la mensa ufficiali e faceva anche da sala briefing. A cena venivano formati gli equipaggi e si assegnavano i voli per l’indomani. Si parlava dei voli del giorno, problemi vari, pericoli potenziali e difficoltà generale per portare a termine le varie missioni. Aeroporti con piste corte, affogati nel verde fitto della foresta, difficoltà dei rifornimenti (da un bidone su una carriola il negretto pompava a mano … centinaia di litri di benzina 115/145 e passavano ore nel caldo torrido) e l’alea di trovarsi, dopo l’atterraggio, invece che i Baschi Blu, i mercenari dei secessionisti katanghesi …

Mi resi conto che per conoscere l’Africa … beh, forse ci potevano essere condizioni migliori, ma ero un militare … e poi “volontario”.

All’inizio qualche giro per Leopoldville. Era una bella città, costruzioni europee, vegetazione africana, giardini fioriti dappertutto e si apprezzava un certo ordine e pulizia (… rispetto al Cairo e Khartoum …) ordine e pulizia che tornandoci molti anni dopo, volando per l’Alitalia … erano un bel ricordo.

Mercatino dell’avorio e manufatti artigianali locali, un forte vocio di contrattazioni, un odore tipico africano indescrivibile, di cuoio e pelli animali. Mi accorsi che il francese imparato a scuola … non era stato inutile e cominciai a integrarmi nel nuovo ambiente. Bar affollati di varie razze, qualche ragazza indigena carina e disponibile, birra fredda che attutiva il caldo soffocante, cambio dei dollari  con franchi congolesi (borsa nera, in banca ci si rimetteva troppo ) … ed un po’ per volta mi trovai a mio agio … beh, a terra. Durante le operazioni un po’ meno …

Indimenticabile il mio primo volo operativo.

Luluaburg, si carica il velivolo col materiale da portare a destinazione, Stanleyville. Vedo imbarcare casse su casse, bidoni di carburante, altre cassette metalliche di munizioni … un ufficiale svedese mi consegna il piano di carico … peso totale piuttosto elevato … sento il Comandante chiedere il pieno di carburante … regolo di bilanciamento in mano … faccio qualche calcolo e …

“Comandante … siamo fuori peso, e con questa temperatura …”.

Senza cambiare espressione del volto o mostrare alcuna emozione: “Ragazzo! Qui c’è la guerra e si fa così. Salta a bordo e fai i controlli che andiamo!”

Decollo indimenticabile (ma non sarà l’unico in quel periodo) … lunga corsa si accelerazione, a fondo pista (sì, proprio fondo pista) … una cabrata secca e ci troviamo per aria … con le cime degli alberi che parevano spazzolarci il fondo della fusoliera …

Deglutii sospirando … bell’ambiente pensai … ma in seguito questo tipo di volo diventerà abituale …



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

## proprietà letteraria riservata ##


Glauco Nuzzi

Parlare con l’aereo prima del decollo


Conosco Barbara a casa di Chiara.

Ho sentito parlare di lei ogni qual volta rientrava da un viaggio, quando le portava chili d’incenso, stoffe colorate e statuine di Budda. Chiara pubblicava le foto su Facebook dei regali ricevuti, corredate da tanti cuoricini di ringraziamento. Oggi ho l’occasione di sentire dal vivo le sue esperienze.

Dopo i convenevoli, mentre sorseggiamo un thè al gelsomino Barbara comincia la sua narrazione.

“Ho iniziato a volare tardi nel 2009 all’età di 34 anni. Un viaggio di nove ore più lo scalo”.

“Coraggiosa”, non mi trattengo, devo subito commentare.

Chiara mi lancia un’occhiataccia, come a dire che ha appena iniziato e già l’interrompo. Ma Barbara non si discosta, sorride e riprende il discorso.

“Sono andata in India, partendo da Milano e passando per Francoforte. La prima tratta è andata bene, ero così impegnata a guardarmi intorno che il tempo, è proprio il caso di dirlo: è volato. L’aeroporto tedesco è immenso, mi ci è voluta un’ora e mezza prima di trovare il gate per imbarcarmi alla volta di Bangalore. Tuttavia salita a bordo, subito dopo il “crew take off”, sono scoppiata a piangere, un pianto a dirotto, dirompente, un po’ celato per non farmi vedere o sentire dagli altri passeggeri, fortuna che ero seduta in fondo. Singhiozzavo e non riuscivo più a smettere, un misto di paura, quasi terrore, ma anche di stupore e agitazione si era impossessato di me”.

“Poverina”, mi lascio sfuggire. Ma la mia nuova amica prende fiato e ricomincia.

“Stavo lasciando a terra tutte le sofferenze di quel periodo. Un lavoro dove non venivo accettata, la laurea ancora lontana, se poi ci aggiungiamo il timore per gli attacchi terroristici. Insomma, avevo molte ragioni per sfogarmi e lasciarmi ogni cosa alle spalle. Questo è stato il mio battesimo dell’aria”.

“Le premesse ci sono tutte”, aggiungo io, per ascoltare il resto.

Chiara mi guarda e mi dice: “Ora viene il bello: il rito scaramantico”.

Barbara sorseggia il suo thè, si lascia andare sul divano e prosegue il suo racconto.

“Da quel primo viaggio alla scoperta di me stessa, tra volontariato e meditazione, cultura e turismo, ne sono seguiti altri nel Sud-est asiatico. Chennai, Bangkok, Kathmandu e Singapore. Ho cambiato compagnia aerea però e, di conseguenza, anche scalo, ora passo sopra il cielo di Dubai. E come ti ha anticipato Chiara, dalla seconda volta ho iniziato a compiere un rito prima di salire sull’aeromobile. Mi lascio superare dalle persone sulla mia sinistra, mi avvicino piano piano e accosto la testa alla carlinga. È così liscia, calda, morbida, di quel bianco immacolato. Entro in contatto col velivolo e gli sussurro: portaci a destinazione”.

“Immagino che le hostess e gli stewards ti guardino un po’ straniti, ma chissà quante ne vedono e ne sentono, mi sa che la tua consuetudine dev’essere la meno strana.”

“Infatti. Nessuno mi ha mai detto nulla. Arrivo poi al mio posto e aspetto, trepidante, il momento più bello di tutta la crociera: il decollo. Quando l’apparecchio gira e rigira sulla pista e poi gira ancora, che sembra che uno ci debba arrivare in quel modo in Asia, ecco che si posiziona diritto, qualche secondo d’attesa, punta la lunga lingua d’asfalto davanti a sé e, prende sempre più velocità, vedo tutto dal monitor, con un occhio sbircio fuori e sento la schiena che preme con vigore contro il sedile, trattengo il fiato, le orecchie si tappano, trema ogni cosa, è una sensazione così forte, eccitante, elettrizzante, unica, che vale tutto il costo del biglietto”.

“Caspita è così coinvolgente che mi sono vista proiettata in un film. Ma ti prego continua.”

“Finalmente l’aereo si stacca da terra, apro gli occhi, guardo fuori dall’oblò, gli edifici, gli hangar si allontanano, sento un sorriso stampato sulla faccia. Sono sollevata e penso che in Formula 1 sia più o meno la stessa cosa: la pista, l’alta velocità. Solo che sei da solo sulla monoposto, non hai la responsabilità di tutta quella gente.

Purtroppo quella sensazione fantastica che mi ha accompagnata nei vari viaggi, devo essere sincera, l’ultima volta non l’ho sentita. Cioè: è stata di minor intensità. La risposta credo che stia nei nuovi modelli d’aereo, proprio per evitare di essere schiacciati al sedile o magari sta nella bravura dei piloti”

“Può esser”, dico io, “ma che importa, lasciamo queste cose agli esperti. Io non ho mai viaggiato in aereo, sono tutta orecchi”.

“Dopo lo stacco da terra arriva un altro evento, quello magico per la sua solennità, si aspetta che l’aereo si stabilizzi, che venga portato in quota, o almeno credo si dica così, c’è silenzio a bordo, gli assistenti di volo seduti che tengono tutto sotto controllo, che nessuno si alzi o abbia bisogno, è un frangente talmente catartico che nessuno osa proferire parola. Ma appena la lucina delle cinture di sicurezza s’illumina e diventa verde, si sente un “cla clak cla clak” frenetico, a ripetizione, i membri dell’equipaggio si alzano, iniziano il turno e si scatena l’inferno. Tutti che chiamano, tutti che chiedono qualcosa, chi corre in bagno, chi prende qualcosa dalla cappelliera. E ogni volta resto a bocca aperta: ma se siamo appena partiti, ma se fino a un secondo fa non fiatavate, adesso avete tutte queste esigenze?”.

“Questa parte è molto divertente”, dice Chiara.

“E tu invece che fai?” le domando controllando l’ora sul cellulare.

“Io mi godo il panorama se è giorno, mentre se è notte cerco di appisolarmi, oppure leggo il menù e aspetto il mio pasto. Non guardo la tv, non smanetto col computer, non ascolto musica. Guardo gli altri: un crogiuolo di persone di ogni cultura ed età. Noto i loro abiti e ascolto, se sono vicini, i loro discorsi. Mi piacciono quei suoni così diversi dall’italiano.

Ho così tanti pensieri nella testa che non so neanche da che parte cominciare: un breve riassunto dell’anno scolastico appena trascorso e che mi ha fatto meritare di essere lì oppure cosa devo fare nelle prossime 24 ore? In genere tutte e due le cose, quindi, mentalmente passo in rassegna tutti gli spostamenti che dovrò fare prima di arrivare a destinazione. Controllo gli orari del prossimo volo, metto in ordine i biglietti, verifico di avere ogni cosa a portata di mano: macchina fotografica, passaporto, taccuino per gli appunti, felpa, porta occhiali”.

“Beh, non ti annoi, nonostante tutte quelle ore di volo”

“È così. E dopo quattro ore circa, arriva un altro dei miei momenti preferiti.

È notte fonda quando sorvoliamo la penisola arabica, c’è silenzio, mi alzo e vado dal portellone dove c’è un oblò un po’ più grande, non c’è nessuno seduto nei pressi e non intralcio il passaggio dello staff. Mi affaccio e guardo il firmamento di sotto. Così lo chiamo io, e per me è una delle cose più belle che possano esistere. È tutto buio, nero, tetro, c’è solo qualche lucina che irrompe nell’oscurità, è di qualche lampione o di qualche abitazione. Per questo sembra l’universo in terra. Le luci assomigliano alle stelle, vicine e lontane nell’immensità scura del cielo notturno. Poi quando si sorvola qualche villaggio allora le luci sono più concentrate e man mano che ci si allontana si fanno sempre via via più rade. Poi buio completo. Ma a breve cominciano a ricomparire, come lucciole d’estate, ecco che da lì a poco giunge un villaggio o se si tratta di un centro abitato più grande si vedono bene anche le strade nitide, illuminate, una piazza, uno slargo. Chissà che paese sarà. Non c’è nessuno in giro. Si vedrebbe un’auto in movimento. Invece, niente. Eppure non è tanto tardi, magari vige il coprifuoco da quelle parti o sono villaggi di pastori e contadini che rincasano presto e non escono la sera”.

Domani passo dall’agenzia a prendere un catalogo, penso fra me e me, ho fatto proprio bene a venire qui oggi.

“Complimenti” aggiunge Chiara “scaldo dell’altro thè, qualcuno ne vuole?”

“Sì grazie” annuisce Barbara “pensavo di annoiarvi con le mie descrizioni da viaggiatrice nostalgica. Mi piace osservare e memorizzare i particolari.

Dovete sapere però che le cose cambiano, quando si arriva a Dubai, l’illuminazione aumenta e anche le strade. A quel punto sono seduta e mi godo lo spettacolo: quel chiaro scuro arancione e nero, i grattacieli che si stagliano verso l’alto, le petroliere nel mare calmo, le auto tutte in fila in quel dedalo di incroci e rotatorie”

“Ma non chiudi occhio per tutto il tempo?” chiedo incuriosita.

“Cerco di dormire, ma non è facile. Ho troppa adrenalina in corpo, mista ad ansia e preoccupazioni, non riesco a rilassarmi. Mi son sempre chiesta come facciano gli altri a riposare beati e, a russare pure!”.

“Ah, caspita, mi spiace”, rispondo io.

“Ho sentito tutto, anche se ero di là”, aggiunge Chiara; appena arrivata dalla cucina con una teiera colma.

“Quindi c’è la discesa, non tanto del velivolo, non spetta certo a me; intendo, quando tocca ai passeggeri scendere dall’aereo. Piego la copertina che mi hanno dato, cerco di fare ordine, richiudo il vassoio, reclamo un cesto o un sacchetto per la spazzatura e recupero il bagaglio a mano.

Passando davanti ai sedili della business class non posso fare a meno di guardare il disordine che hanno lasciato, sembra una discarica. Non che l’economy fosse meglio. Calzini spaiati che emergono fra i sedili, lattine rovesciate, scatoline di cioccolatini semi aperte, avanzi di cibo, cartacce ovunque, monitor accesi, film che continuano da soli. Scuoto la testa e sorrido all’equipaggio, elargisco strette di mano, mi congedo e ringrazio dei servizi offerti e, a malincuore mi avvio all’uscita.

Mentre calpesto la moquette blu, guardo fuori dalle grandi vetrate: carrelli pieni di valigie sfrecciano sulla pista, uomini col gilet giallo scaricano altri bagagli, aerei pronti a partire, c’è un gran fermento là fuori. La parte più facile è finita”.

“Ora inizia l’avventura!” esclamiamo in coro.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Liza Binelli

Alan MC Carthy


Contea dell’Hampshire autunno 2015.

Un uomo sulla settantina se ne stava seduto a sorseggiare la sua pinta di birra in uno dei tanti locali disseminati sulla Oxford Street a Southampton. Era un ottobre stranamente gentile, il clima temperato invogliava gli avventori a frequentare, fino a tarda ora, i tavolini dei bar e dei club affacciati sul braccio di mare che separa la terra ferma dall’Isola di Wight.

La sera, con le sue ali nere, aveva scurito il mare e spento lo strillare dei gabbiani. Alan Mc Carthy scopriva il polso sinistro tirando in su la manica del giubbotto di pelle, per dare un’occhiata al quadrante del suo Hamilton w10 che marcava le otto spaccate.

La persona che aspettava da un po’ non s’era ancora fatta viva; nel frattempo una giovane cameriera di origine creola, con il suo surplus di sorriso, s’era avvicinata al suo tavolino chiedendogli se avesse bisogno di qualcos’altro. L’uomo annui ordinando una fried lake bass, tipico piatto a base di pesce fresco con uova e pan grattato, il tutto fritto in olio di semi.

Quel breve tratto di strada, dritta come un fuso, brulicava di ristoranti che disperdevano nell’aria odori di terre lontane, contaminazioni di una cucina inglese che sapeva di Nepal e di India, col sottofondo di una musica retrò che usciva dal – Pop World –, un Club disposto all’inizio della via.

Mister Mc Carthy, Mister Mc Carthy… mi scuso per il ritardo, ma la mia vecchia Austin mi ha lasciato a piedi a poco più di un miglio da qui”, farfugliò il giovane che si era presentato davanti al tavolo, sul quale Alan stava cenando; l’uomo, alquanto sorpreso nel vedere quel tipo, chiuso malamente in un trench color kaki, lo squadrò da capo a piedi e gli fece cenno con un dito di accomodarsi sulla sedia di fronte a lui. Il giornalista, trafelato per la corsa, appoggiò i suoi taccuini su un lato del tavolino ed allungò la mano destra per approcciare alle presentazioni: “Sono Robert Sinclair della rivista “Aviation Magazines” e sono qui per l’intervista…”, subito dopo l’atteso ospite si appoggiò allo schienale della seggiola asciugandosi la fronte imperlata di sudore con un clinex. “Avete cenato Mr. Sinclair?” gli si rivolse Mc Carthy. L’uomo col trench gli rimbalzò un “no”, ma dall’espressione del volto, trapelava chiaramente che quell’invito lui, lo avrebbe accettato volentieri.

Poco dopo la cameriera gli servì una porzione abbondante di fish and chips, che Robert mangiò avidamente, dopodiché si predispose per ottemperare al motivo per cui si era recato a far visita al comandante Alan Mc Carthy, ovverosia: procurarsi un’intervista esclusiva per il suo tabloid.

Il reporter estrasse dal fondo della tasca il suo voice recorder, lo pose in mezzo al tavolo, lo accese e, rivolgendosi al suo interlocutore, gli disse: “Eccoci qua, da dove incominciamo”? – “Giovanotto” gli rispose Alan, “non perdiamo tempo.”.

“Una volta avrei affermato che il tempo è denaro, ma ora, che sono in pensione, dico che il mio tempo è ancora più prezioso. Ed è per questo che non vorrei, come dire, sprecarlo inutilmente.”, gli rispose guardandolo dritto, dritto negli occhi, quasi a volergli tirar fuori le domande dalla bocca.

L’intervistatore spulciò brevemente il taccuino e andò alla domanda: “Mr. Mc Carthy lei è ormai  considerato una celebrità nell’ambiente aeronautico della Gran Bretagna e non solo, soprattutto in relazione alle sue missioni svolte in luoghi più o meno remoti del globo, compresi i territori del Commonwealth britannico, volando sulla sua appendice alata per antonomasia: il Britten Norman BN-ZA MK III-2, famoso per i tre motori ad elica a due pale, dislocati su entrambe le ali e sul timone di coda del piccolo aeromobile dal naso appuntito, ben noto per la sua originalità”.

L’ex pilota, seduto dall’altra parte del tavolino, dava l’impressione di non aver percepito la domanda formulatagli dal giovane intervistatore, come si fosse lasciato distrarre dal caotico movimento di persone che si avvicendavano tra i tavoli del pub e dall’andirivieni di cameriere fasciate da divise colorate, come  hostess in servizio sugli aerei di linea; qualche istante dopo Alan riallineò lo sguardo collimandolo su quello del suo interlocutore e, dopo aver sorbito un altro sorso della sua Plassey bionda rispose: “Bando alle formalità, si fa prima a chiamare l’ aeromobile coll’appellativo che meglio lo caratterizza e cioè: Trislander, il trimotore più versatile e originale che abbia mai pilotato. Un piccolo velivolo; una sorta di minibus dei cieli ad ala alta a sbalzo e a carrello fisso, spinto da tre motori a sei pistoncini piatti Lycoming 0-540, capaci di erogare una potenza di 195 kW ciascuno. Bastano poco più di cinquecento quarantasei yarde per spiccare il volo e quattrocento novantacinque per atterrare su qualsiasi pista, che sia tradizionale in cemento, asfalto o in terra battuta. Più volte, in situazioni di emergenza, è capitato di atterrare bruscamente su spazi erbosi coltivati, tra le ire di qualche contadino, rischiando quel che è giusto, perbacco!”.

Robert, abbozzando un sorriso tirato, dovuto forse all’eccitazione del momento, gli chiese: “Mr. Alan mi dica, la sua formazione è civile o militare? Il suo primo brevetto dove e quando lo ha acquisito?”.

L’ex ufficiale tirò fuori dal taschino un pacchetto di Lucky Strike e fece cenno di offrirne una al giornalista che, dopo un attimo di esitazione, farfugliò: “La ringrazio signore, ma non fumo”. – “Di qualcosa bisogna pur morire, non crede giovanotto?”, disse Mc Carthy con una punta di sarcasmo tipicamente irlandese; accese la sigaretta, da cui trasse una lunga boccata di fumo e, quando la nuvola azzurrognola si diradò, l’uomo continuò dicendo: “Una bella domanda stringata, sintetica nella formulazione, ma che richiederebbe molto tempo per soddisfarla appieno ragazzo, cercherò di spulciare ugualmente nel mio disordinato armadio dei ricordi per trarne qualcosa che possa essere utile a soddisfare la sua curiosità di pennivendolo.”.

Cominciamo dal principio: Sono entrato al Royal Air Force College Cranwell, vicino Sleaford, che avevo poco più di diciott’anni, uno sbarbatello insomma e, dopo un periodo di ferma per l’addestramento, mi hanno spedito a Cipro, dove ho acquisito il brevetto di terzo livello, in forza alla base aerea britannica di Dhekelia, vicino alla città di Larnaca…” Alan tirò un’altra boccata di fumo dalla sigaretta, poi, sospirando, si concesse qualche pennellata di colore per abbellire il discorso: “Larnaca. Bella città, belle ragazze dai capelli neri e dalle forme generose, sedute sui divani bianchi a bordo piscina del Sentido Sandy Beach, a mangiare fette di cocomero fra un tuffo e l’altro.

L’intervistatore, preso dal suo ruolo, formulò al volo un’altra domanda dicendo: “Cipro? Beh… penso sia stato, comunque, un inizio difficile, dato il contesto politico che si era venuto a creare nell’isola, dopo che, nel mille novecento settantaquattro, la Turchia invase la parte nord del territorio, tagliando di fatto a metà anche la città di Nicosia che, a tutt’oggi, è l’unica Capitale europea divisa dal filo spinato e vigilata dai caschi blu dell’ONU…” – “Stop! Okay, okay”, ribatté Mc Carthy, facendo un gesto con entrambe le mani al suo interlocutore: “abbiamo capito che lei conosce la storia, e questo ci fa piacere, ma mi conceda gentilmente di portare sino in fondo il discorso”. Robert annuì facendo cenno col pollice all’insù, dando così modo ad Alan di proseguire il discorso.

“Tralasciando le avventure domenicali, non appena conseguito il brevetto,” proseguì l’ex pilota “il Comando della Base mi affidò un Britten Norman Trislander con le insegne della British Armed, con il quale avrei scarrozzato qua e là per l’isola alti ufficiali, diplomatici e funzionari delle Nazioni Unite, il tutto fino al mille novecento ottantacinque, quando appesi al chiodo l’uniforme per fare altro nella vita. Allora Cipro era, ed è tutt’ora spaccata in due come una mela: due sovranità, una turca a nord e una greca a sud; due popoli che non si capiscono, due valute, due culture divise dalla cosiddetta “LINEA VERDE”, un muro lungo più di quarant’ anni.

Tante volte ho sorvolato a bassa quota quella linea di filo spinato che punteggia il cielo azzurro, e il check point di Ledra Street, delimitato dai bidoni bianchi e celesti delle forze ONU che pattugliano la zona cuscinetto a cui lei si è riferito. Ho volato su Nicosia, città circolare antichissima circondata da mura possenti, il Teatro Greco di Famagosta, ma anche sui ruderi delle case distrutte dalle cannonate lungo quella linea surrettizia di confine, con ancora i sacchi di sabbia ammassati su quel che rimane delle porte e delle finestre delle case distrutte.”.

Il giornalista, consapevole che non gli sarebbe stato possibile tenere a lungo inchiodato su una sedia il suo estemporaneo interlocutore con un ping pong serrato tra domande e risposte, pensò allora di impostare la sua “intervista” più come una chiacchierata informale, lasciando all’ “attore” la gestione del suo palcoscenico là, dove ha recitato la sua vita movimentata, ricca di succosi aneddoti.

La strategia messa in atto dal giornalista si rivelò giusta, tant’è che l’ex comandante, senza che gli fossero rivolte altre domande, riprese la trama cipriota del suo racconto affermando:“ Quella giornata di fine aprile dell’ottantadue avevo decollato dall’aeroporto della base di Dhekelia di primo mattino per andare a recuperare un alto esponente del governo inglese in missione a Nicosia; la pista era una lunga striscia grigiastra che puntava dritta sulla linea dell’orizzonte che cuciva il mare al cielo.

La check list era stata completata con successo, un ultimo scambio con la torre di controllo e i tre motori del “Tris” iniziarono a ronzare come grossi calabroni; prima di dare gas, con i trimmer throttl, dovevo solo ricordarmi di far ritrarre il piccolo carrello che sostiene il peso della carlinga, proprio sotto il timone di coda, abbassando la levetta del tail rim….

Il giornalista, alzando l’indice della mano destra, come di solito si fa per catturare l’attenzione di un cameriere, o meglio, di un cameriera, dava l’impressione di voler intervenire nella discussione, ma questa sua intenzione venne amichevolmente stoppata sul nascere da Mc Carthy, che gli si rivolse dicendo: “Lo so, lo so!” sogghignò, “lei mi dirà che cosa c’è di speciale in una situazione di routine come quella dei preparativi a un decollo, per giunta effettuata centinaia di volte. Mhh…? Okay, vengo al punto: una volta raggiunta la quota stabilita di 10.000 piedi, con i miei 185 galloni di kerosene assicurati nel serbatoio, che avrebbero potuto garantirmi oltre 1.000 miglia di autonomia, viaggiavo tranquillo sui 250 Km orari sulla rotta per Nicosia, concordata con le Nazioni Unite.

Venti minuti più tardi atterravo in un campo erboso lungo un miglio, opportunamente predisposto dall’ONU per missioni diplomatiche riguardanti le tensioni tra Greco e Turco ciprioti, gli occupanti antagonisti che si disputano la sovranità sull’isola.

L’area di parcheggio era posta sul lato ovest della pista, a ridosso della linea di confine. Avrei dovuto attendere là, nella zona cuscinetto, il funzionario britannico; intanto scesi a dare un occhio all’aeromobile. Il sole, già di primo mattino, picchiava forte e faceva tremare l’aria tutt’intorno…”  L’ex pilota, appoggiando gli avanbracci al ciglio del tavolo, sospese per un attimo il discorso e si sporse in avanti avvicinandosi lentamente verso il giornalista, aggiungendo: “Da quell’aria tremolante si erano materializzate all’improvviso due figure che si avvicinavano velocemente verso di me; mi abbassai sotto la pancia della carlinga e, dall’altra parte, vidi comparire un ragazzo e una ragazza trafelati che si tenevano per mano e che mi guardavano come fossi un marziano in procinto di rapirli, tanto erano spaventati. Girarono attorno all’aereo e mi si avvicinarono, dopodiché la ragazza prese coraggio e, in lingua inglese, cercò di spiegarmi in poche parole la situazione in cui si trovavano, dopo che avevano deciso di fuggire dall’isola, per andare lontano, da qualsiasi parte del mondo, dove il loro amore non venisse ostacolato da pregiudizi tribali, di appartenenza o, peggio ancora, dalle ferite causate da guerre, conflitti assurdi che dividono popoli, famiglie e che dispensano odio verso l’altro”. – “Ma perché volevano scappare…e da chi?”, domandò Robert. “Ci stavo arrivando ragazzo”, bofonchiò Alan, riprendendo da dove era stato interrotto: “la ragazza era in un evidente stato di agitazione e, dopo essersi rivolta verso il compagno, disse che lui era turco cipriota, si chiamava Deniz e proveniva dalla parte nord di Nicosia, che loro chiamano col nome di Kuzey, e lei invece era Alike e viveva nella parte greca della capitale.

Non persi tempo, proseguì Alan, “li feci salire a bordo, li invitai a prendere posto su due strapuntini in coda alla cabina, e lì mi raccontarono le loro vicissitudini, a cominciare da quando si erano conosciuti in un convegno internazionale organizzato dalle Nazioni Unite: l’inizio dei loro guai; il vedersi ogni tanto di nascosto, sopportare l’ostilità delle famiglie, i grossi rischi, eccetera. Fino a quando decisero che era giunta l’ora di darci un taglio. Scappare!”.

Robert rimase ad ascoltare senza fiatare, difatti Alan non lo deluse, fornendogli uno scoop di quelli da sbattere in prima pagina, perché gli rivelò il modo rocambolesco in cui, in quella stessa notte, i due giovani riuscirono a saltare i rispettivi confini, fatti di sacchi di sabbia e di chilometri di filo spinato, e ritrovarsi nel punto stabilito nella “terra di mezzo”. Una sorta di limbo dal quale spiccare il volo verso l’agognata felicità.

Hai presente un deltaplano? Quell’accrocco volante che galleggia nell’aria sfruttando le correnti ascensionali, sul quale è appeso, infilato in un sacco, un moderno Icaro”? Disse l’ex pilota, rivolgendosi all’intervistatore che lo ascoltava a bocca aperta. “Beh.”, prosegui: “il giovane ha spiccato il volo, appeso a quel fazzoletto di stoffa, si è buttato da un’altura sferzata dai venti, nelle vicinanze di casa sua e all’imbrunire, complice una foschia densa e un residuo vento ascensionale, è riuscito ad arrivare fin là, dopo essersi schiantato tra gli ulivi di una piantagione, che era già buio.”.

E quale altra diavoleria ha adottato la ragazza per onorare l’appuntamento?”, gli domandò Robert. “Nessun marchingegno, solo furbizia, sangue freddo e buone gambe”, rispose Alan, lanciando in aria cerchietti di fumo dalla bocca.

La fine della storia arrivò, dopo che la cameriera creola aveva servito due bicchierini di Heering Cherry Original ghiacciato; un brindisi al coraggio di Deniz che aveva sfidato la gravità, come anche ad Alike, che si era presa gioco delle guardie di confine, facendosi passare per un’addetta alle pulizie dei cessi. “E il funzionario inglese cosa pensò quando vide quei due ragazzi raggomitolati in fondo alla cabina del Trislander?” chiese il reporter. “Niente di che, bevve anche lui, nel senso che credette in pieno ad una banale scusa appositamente confezionata, di cui al momento non ho memoria. Portai il muso aguzzo dell’aereo verso sud sud-est, gas a manetta e, dopo una breve e barcollante corsa sull’erba, l’aereo staccò nel rumore assordante dei motori, puntando dritto sulla Base di Dhekelia, dove la polizia prese in carico il diplomatico e pure i due ragazzi che, mi risulta abbiano trovato la loro strada in Irlanda, dove avrebbero cercato di costruirsi una nuova vita.”.

La notte, nel frattempo, si era assestata sulle venti tre, almeno così segnava l’orologio dell’ex comandante che disse: “Fine della storia direbbe lei? Certo che no!  C’è molto altro, ma pare sia un po’ tardi per continuare, non crede?”, sbottò Alan rivolgendosi all’intervistatore. “Vuole concedermi un’altra mezz’ora del suo prezioso tempo Mr. Alan, o preferisce “atterrare” anzitempo, per dirla nel gergo aereonautico?”, si sentì rispondere.

Nel frattempo, un banglà dall’aria gentile, girava fra i clienti del locale e proferiva rose scarlatte, sperando che qualche signore ne acquistasse una per donarla alla sua patner.

Robert chiamò il venditore indiano, invitandolo ad avvicinarsi al suo tavolo e, in un non men che non si dica, acquistò un fiore depositandolo sul pianale della sedia rimasta vuota, poi fece cenno alla cameriera creola di portare altri due cherry. La ragazza, poco dopo, servì il liquore al tavolo e Robert la sorprese, regalandole la sua rosa cellophanata. La giovane arrossì e ringraziando se ne andò. “Bel gesto ragazzo, è così che si fa. Un brindisi alla faccia tosta!”, disse Alan alzando il calice.

Da dove riprendiamo Mr. Alan?” chiese il giornalista. “Nuova Zelanda. Cinque anni di servizio confinato sulla North Island, a mezz’ora di volo da Auckland, a scarrozzare turisti, esploratori, amanti della natura e dello shopping e perfino astrofili alla ricerca delle stelle nei “Cieli Scuri” di Aotea; tutti a bordo di un altro B&N – Trislander, dal muso cromato con la livrea rossa della “Island Air Charter”.

Mi viene ancora da ridere se ripenso a quel piccolo aeroporto di Claris, su quell’isoletta al di là del Golfo di Aurukaki, dove non era possibile rifornirsi di carburante; dovevi accertarti preventivamente che il “Tris” decollasse a pancia piena da Auckland.

Non di rado attendevo i clienti nel piccolo villaggio di Aotea, vicino l’aeroporto. Abitavo, si fa per dire, all’interno di un camping, in una casetta fatta di legno, dalla porta rotonda come quella delle favole, ospite di una gentile signora di nome Yolo, una “nativa” dalla pelle dorata e lo sguardo suadente.

Tre voli al giorno, sedici passeggeri che pagavano il biglietto direttamente a bordo, ai quali fornivo cuffie da indossare nella fase del decollo, tanto era il rumore causato dai tre motori al massimo dei giri. Se c’era vento poteva rivelarsi un giro accidentato, ma i passeggeri stringevano i denti, pur di ammirare dall’alto la spiaggia di Okupu, dove c’è l’icona della Nuova Zelanda: il gigantesco albero chiamato Pòhutakawa, che a dicembre esplode di rosso, diventando l’Albero di Natale della Nazione.

Mettiamoci pure qualche atterraggio rocambolesco sui fazzoletti erbosi ai bordi di Gisborne, la prima città al mondo a vedere l’alba del nuovo giorno, e magari accompagnare i turisti a farsi un bell’ hamburger di cozze alla baracca di Swallow.”.

Alan si fermò per un attimo accennando ad una breve risata, poi riprese a dire: “Ricordo quel giorno, dove il pappagallo kakapo, che tenevo con me in casa, sobbalzò per la chiamata ricevuta alla radio dalla torre di controllo. Dovevo andare a prendere il professor Hidding all’ University of Auckland, presso il dipartimento di Genetica Molecolare. Per l’occasione indossai il pullover blu di ordinanza nuovo di zecca, con tanto di spalline ornate da quattro luccicanti galloni dorati.

Per farla breve, atterrai un’ora dopo la chiamata, al Terminal per i voli interni e, rullando sulla pista di calcestruzzo, mi ero portato davanti al –  gate – assegnato; c’era un gran movimento di persone intorno al Professore, che avevo conosciuto in altre occasioni. Il segnalatore mi comunicava di spegnere i motori all’istante. Ciò fatto scesi dalla cabina, apri il portello di accesso ai passeggeri e vidi lo scienziato avvicinarsi con un animale al guinzaglio che, a ben vedere, non era per niente un cane, bensì una pecora dal folto mantello e dall’aria impaurita, per giunta. Si era venuta a creare una situazione comica e nello stesso tempo surreale, perché la bestia non aveva nessuna intensione di imbarcarsi, e Hidding che la tirava con il guinzaglio e due suoi assistenti che la spingevano da dietro. Dopo un po’ eravamo pronti a partire: motori al massimo e, raggiunta la V1, il decollo. Rabbioso come sempre.

L’animale era in uno stato di agitazione latente e si guardava attorno con i suoi occhi rossastri; il Professore lo teneva a bada col guinzaglio, sussurrandogli qualcosa all’orecchio. A un certo punto la pecora si divincolò e, in preda al panico più assoluto, saltò sullo strapuntino del secondo pilota e si attaccò al volantino. L’aeromobile andò in picchiata, facendo sbattere il muso al passeggero sul margine della poltroncina del pilota. Feci i numeri per riprendere il controllo del velivolo e contemporaneamente avere la meglio sulla pecora. Poco prima di atterrare a Claris, Hidding mi svelò il nome dell’animale: “Pretty”, la pecora che aveva clonato in laboratorio e che doveva condurre in una fattoria dell’isola per studiarne, in gran segreto, i comportamenti. Morale, ancora oggi non saprei distinguere chi tra i due fosse l’elemento più bizzarro.”.

 

La mezzanotte, nel frattempo, aveva aggiunto un altro numero al calendario, ma la gente continuava ad andare e venire, le ragazze sparecchiavano e riapparecchiavano per accogliere i nottambuli della movida. Il giornalista si fece portare dei salatini e due calici di vino bianco d’Alsazia dalla solita cameriera, che gli ammiccò un sorriso; Alan, strizzando l’occhiolino, concesse al giovane un’ulteriore proroga alla fine dell’intervista.

E che mi dice del suo successivo trasferimento nell’isola caraibica di Montserrat, dove mi risulta abbia effettuato un servizio di Taxi Plane e altro ancora per alcuni anni, proprio in quelle isole dell’arcipelago a nord del Venezuela?”, chiese il giornalista.

La risposta arrivò puntuale e precisa come sempre: “Come lei certamente saprà” continuò Alan “Monserrat fa parte anch’essa del Commonwealth; questo sputo di isola, dal 1623 fu il rifugio degli irlandesi cattolici cacciati dall’Inghilterra per motivi di religione; del resto anche nel sottoscritto scorre sangue irlandese, non si sente dall’accento?”. Robert scosse il capo in segno affermativo e lo invitò ad andare avanti. “Ho lavorato come pilota su un altro BN-ZA MK III-2, come lei ama definirlo, in collaborazione con la Royal Montserrat Defence: un manipolo di militari inglesi volontari in stazza sull’isola, con il compito di polizia. Ci ho trascorso un periodo che va dal mille novecento novanta al mille novecento novantotto, un anno dopo la tremenda eruzione del vulcano Soufrière Hills, che distrusse due terzi dell’isola, compresa la sua Capitale Plymouth, che ancora oggi è sepolta sotto diversi metri di cenere.

Avevo come Base l’aeroporto di Osborne nel villaggio di Gerald’s, da cui decollavo giornalmente portando una quindicina di passeggeri che si spostavano tra la Dominica, Guadalupa e Antigua, e con qualche puntatina anche sull’isola di Puerto Rico, come quella volta che ci andai a recuperare il famoso gruppo musicale “The Police”, per trasferirli agli Air Studios di Plymouth per la registrazione di un disco.

Quell’ora di volo non la dimenticherò mai, quando tolsi per qualche secondo la radio-cuffia e canticchiai un brano dell’Album “Sinchroniticy” insieme a Sting, che poi mi autorizzò a chiamarlo con il suo vero nome: Matthew Sumner. Che tempi!”.

Alan, ad un certo punto smise di parlare e tirò fuori, da sotto la camicia, una catenina con appeso un medaglione e, mettendolo bene in mostra, disse mestamente a Robert: “Vede? Qui è raffigurato Saint Patrick protettore degli irlandesi” e, dopo aver esibita l’altra faccia, continuò dicendo: “qua è incisa una data tragica e dolorosa “25-07-1997”, a ricordare la seconda tremenda eruzione del vulcano che semi distrusse “l’Isola di Smeraldo”, così era chiamata precedentemente; poi invece gli venne affibbiato un appellativo ben diverso: “La Pompei dei Caraibi”, con le sue venti tre vittime e i tanti feriti.

Ricordo che già nei primi giorni di luglio”, disse l’ex comandante, “c’erano state le prime avvisaglie, con sciami di scosse sismiche.

Dalla cima del vulcano un pennacchio di fumo denso filava alto nel cielo. La popolazione venne posta in allerta e si predispose una sorta di piano d’ emergenza, sia logistico che medico.

Sulla carlinga del “Tris” fu disegnata una vistosa croce rossa inscritta in un cerchio dal fondo bianco; vennero smontati due terzi dei sedili passeggeri per fare posto ad alcune barelle e qualche dispositivo medico d’emergenza.

Anche i collegamenti tra le isole vennero ridotti, e nei giorni a seguire fu un susseguirsi di ricognizioni aeree, con a bordo geologi e personale militare. Il mio Trislander venne messo veramente a dura prova da decolli e atterraggi in stretta sequenza.

Spesse volte la parte terminale della fusoliera andava in surriscaldamento, nonostante il sistema di refrigerazione, progettato nell’aereo, fosse regolarmente in funzione, per sopperire al calore sviluppato dal terzo motore posto davanti al timone di coda…”. –

Ci prendiamo il tempo di una birra Comandante?”, disse Robert; la cameriera creola, nel frattempo, aveva portato al tavolo le birre chieste dal giornalista e si era trovata ad ascoltare, suo malgrado, una parte delle vicende raccontate su Montserrat. La ragazza appoggiò i due boccali sul tavolo e, con un leggero inchino, si dileguò nella penombra della sala.

Intorno a quei due personaggi, seduti vicino a un tavolo tondo che sorseggiavano birra a piccoli sorsi, la notte si era consolidata, approcciando con discrezione al nuovo giorno. Click, il giornalista riaccese il suo voice recorder e formulò un’altra domanda all’ex Comandante: “Il suo spirito di avventura lo ha condotto da un capo all’altro del mondo, pilotando lo stesso tipo di aeromobile, adattandolo, di volta in volta, alle necessità del momento e…” l’ex pilota, con un gesto della mano, interruppe l’intervistatore, invitandolo ad ascoltare il prosieguo di quella storia per metà tragica e, al contempo esaltante. “Mi scuso per l’interruzione” disse con voce rotta dall’emozione Alan, “ma preferirei soffermarmi a ricordare alcuni eventi tragici che accaddero quel 25 luglio del novantasette, quando il vulcano eruttò facendo tremare la terra e il cielo si rabbuiò per quindici interminabili minuti.

Cenere e lapilli incandescenti piovevano dappertutto compreso il campo dove mi trovavo con l’aereo già pronto alla partenza. Il tempo di far salire a bordo un ingegnere dei pompieri e un medico, che avevano ricevuto un messaggio di emergenza, poi diedi lo starter ai tre motori e, dopo un breve rullaggio, su quel che era rimasto della pista, decollammo.

Su, verso l’oscurità. E i blocchi di pomice che battevano sulla carlinga e sul parabrezza del velivolo. Dieci minuti dopo scendemmo di quota portandoci a circa mille cinquecento piedi, a sorvolare una fattoria che stava prendendo fuoco.

Dovevo atterrare ad ogni costo, per tentare di salvare vite umane. Questo era l’imperativo! Buio, cenere che surriscaldava i motori, e le lancette dei termometri che si avvicinavano pericolosamente al fondo scala. L’aria che iniziava ad essere irrespirabile.

Laggiù! Indicò l’ingegnere; virammo bruscamente sulla destra e, in picchiata, scendemmo a pochi metri dal suolo, in prossimità del casolare in fiamme. Mi girai per un attimo a guardare i miei compagni, quasi a cercare da loro il modo in cui prendere terra senza sfracellarsi.

Un minuto più tardi atterrammo su un campo di cotone vicino la fattoria; all’impatto, dal carrello si udì un botto, dovuto allo scoppio di due dei quattro pneumatici anteriori. Il piccolo aereo arrancava sulla piantagione, da sembrare una ballerina zoppa.

Portai il “Tris” nei pressi della casa, dove alcune capre terrorizzate saltavano sopra tizzoni ardenti; restai in cabina con i motori accesi. Il flusso delle eliche spostava nugoli di cenere grigiastra.

Furono minuti concitati. Avevo saldamente in mano i comandi, freni attivati e motori quasi al massimo. Tutto vibrava e la fusoliera sembrava volersi schiantare da un momento all’altro.  Poco tempo dopo i due miei colleghi fecero salire a bordo una signora con una bambina entrambe ferite, e con i volti anneriti dal fumo. Capimmo, da qualche gesto della donna, che si trattava di una madre con sua figlia.

Mollato il freno, spinsi i tre pomelli verdi delle pompe carburante, girai il muso dell’aereo a cento ottanta gradi e, dopo molte peripezie, raccomandandomi a San Patrizio, diedi il massimo della potenza e il velivolo finalmente si staccò dall’inferno. Volavamo a vista, si fa per dire, verso nord- ovest in direzione della cittadina di Brades (la futura Capitale di Montserrat); la bambina piangeva e tutti si prodigavano a rassicurarla e a tenerla ben al caldo sull’improvvisata lettiga. Anche il sottoscritto, seppur impegnato nella difficile trasvolata, cercò un modo per distrarre la ragazzina chiedendo attraverso l’altoparlante di bordo, come si chiamasse e quanti anni avesse. Clarisse, mi chiamo Clarisse” ebbe la forza di rispondere la bambina. E questo mi rincuorò.  

Atterrammo su un campo da golf a St. Peter’s nella Belham Valley, dove ci attendeva un’ambulanza. Presi la bambina in braccio e la condussi all’auto medica, dove sua madre la attendeva piangendo; prima che la portiera si chiudesse e l’auto partisse per il “Davy Hill Medical Centre”, presi la manina della bimba e, con una carezza, le dissi ciao. Questo è quanto.”, chiosò Alan, alzandosi in piedi, dando l’idea di volersene andare. Robert fece di conseguenza e si offrì di pagare il conto, che andò a regolare al banco, dove la ragazza creola che li aveva serviti, gli dispensò un bel sorriso.

Le luci dei locali via, via si spegnevano; il rumore cupo del mare accompagnava i due uomini sulla Oxford Street semi deserta, il comandante si offrì di dare un passaggio al suo intervistatore, visto che la sua auto era rimasta in panne.

Quello che i due si dissero all’interno della macchina, in quel tratto di strada che separava la Oxford dall’abitazione di Robert Sinclair, non ci è dato sapere. Si può immaginare che Alan Mc Carthy, con una breve, quanto generica appendice all’intervista, abbia voluto ribadire che tutto ciò che riteneva importante da raccontare, lo aveva riferito in “quella chiacchierata tra amici” in un Pub della Oxford Street, tralasciando, probabilmente, l’ultimo periodo della sua carriera consumato sopra cieli grigi della Manica, al comando di un BN-ZA MK III-2, questa volta con una livrea gialla e con le insegne della compagnia Aurigny, in rotta sulle Blue Island a trasportare pendolari, impiegati e uomini di affari sulle Isole del Canale.

Non sappiamo nemmeno se Alan abbia accennato al suo intervistatore, della telefonata che aveva ricevuto, giorni prima, da un Dirigente della Britten Norman, con la quale lo avevano invitato nell’ Isola di White per ritirare un “Premio alla Carriera”, in merito alle sue avventure celesti intraprese con il suo mitico Trislander, qua e là per il mondo.

Sappiamo solo che la cerimonia avvenne in pompa magna alla vigilia di Natale del duemila quindici, proprio nella fabbrica di aerei della B&N, con la stampa, la TV e parecchi invitati, tra i quali: Robert Sinclair, il suo intervistatore, Clarisse, che era diventata, nel frattempo, la sua ragazza e che si era rivelata come la bambina creola che Alan aveva portato in salvo nell’isola di Montserrat, anni prima; c’erano anche un uomo e una donna: Deniz e sua moglie Alike, che non dimenticheranno mai l’aiuto avuto dall’ex Comandante che li raccolse nella zona cuscinetto della Cipro divisa tra turchi e greci, portandoli al sicuro nella Base inglese di Dhekelia.

Per l’occasione, Alan fu invitato a salire sull’ultimo esemplare del Trislander ancora in circolazione, per condurlo in un Hangar, dove sarebbe stato smantellato per raggiunti limiti di servizio.

Il Comandante, attorniato da un piccolo pubblico festoso, premette per l’ultima volta i tre pomelli verdi della pompa carburante, mollò i freni e rullò pian piano sulla pista per pochi metri, fino a scomparire dietro una fitta pioggia innescata dalle auto pompe dei vigili del fuoco che, a modo loro, vollero salutare il minibus dei cieli e, soprattutto il suo Comandante Alan Mc Charty.

L’ex pilota, quel giorno, aveva vissuto la più bella ed emozionante avventura della sua movimentata esistenza, ritrovando amici inaspettati, che ancora oggi lo ricordano con affetto e ammirazione.

Robert Mc Carthy ed Alan Sinclair si abbracciarono nel mezzo della pista senza dire una parola, mentre gli obiettivi delle macchine fotografiche e delle telecamere mettevano a fuoco quelle due figure, di cui l’una incarnava lo spirito indomito dell’avventura, e l’altra la capacità di trasferirla, nero su bianco, al grande pubblico dei tabloid.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Bruno Bolognesi