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Racconti degli autori

Parlare con l’aereo prima del decollo


Conosco Barbara a casa di Chiara.

Ho sentito parlare di lei ogni qual volta rientrava da un viaggio, quando le portava chili d’incenso, stoffe colorate e statuine di Budda. Chiara pubblicava le foto su Facebook dei regali ricevuti, corredate da tanti cuoricini di ringraziamento. Oggi ho l’occasione di sentire dal vivo le sue esperienze.

Dopo i convenevoli, mentre sorseggiamo un thè al gelsomino Barbara comincia la sua narrazione.

“Ho iniziato a volare tardi nel 2009 all’età di 34 anni. Un viaggio di nove ore più lo scalo”.

“Coraggiosa”, non mi trattengo, devo subito commentare.

Chiara mi lancia un’occhiataccia, come a dire che ha appena iniziato e già l’interrompo. Ma Barbara non si discosta, sorride e riprende il discorso.

“Sono andata in India, partendo da Milano e passando per Francoforte. La prima tratta è andata bene, ero così impegnata a guardarmi intorno che il tempo, è proprio il caso di dirlo: è volato. L’aeroporto tedesco è immenso, mi ci è voluta un’ora e mezza prima di trovare il gate per imbarcarmi alla volta di Bangalore. Tuttavia salita a bordo, subito dopo il “crew take off”, sono scoppiata a piangere, un pianto a dirotto, dirompente, un po’ celato per non farmi vedere o sentire dagli altri passeggeri, fortuna che ero seduta in fondo. Singhiozzavo e non riuscivo più a smettere, un misto di paura, quasi terrore, ma anche di stupore e agitazione si era impossessato di me”.

“Poverina”, mi lascio sfuggire. Ma la mia nuova amica prende fiato e ricomincia.

“Stavo lasciando a terra tutte le sofferenze di quel periodo. Un lavoro dove non venivo accettata, la laurea ancora lontana, se poi ci aggiungiamo il timore per gli attacchi terroristici. Insomma, avevo molte ragioni per sfogarmi e lasciarmi ogni cosa alle spalle. Questo è stato il mio battesimo dell’aria”.

“Le premesse ci sono tutte”, aggiungo io, per ascoltare il resto.

Chiara mi guarda e mi dice: “Ora viene il bello: il rito scaramantico”.

Barbara sorseggia il suo thè, si lascia andare sul divano e prosegue il suo racconto.

“Da quel primo viaggio alla scoperta di me stessa, tra volontariato e meditazione, cultura e turismo, ne sono seguiti altri nel Sud-est asiatico. Chennai, Bangkok, Kathmandu e Singapore. Ho cambiato compagnia aerea però e, di conseguenza, anche scalo, ora passo sopra il cielo di Dubai. E come ti ha anticipato Chiara, dalla seconda volta ho iniziato a compiere un rito prima di salire sull’aeromobile. Mi lascio superare dalle persone sulla mia sinistra, mi avvicino piano piano e accosto la testa alla carlinga. È così liscia, calda, morbida, di quel bianco immacolato. Entro in contatto col velivolo e gli sussurro: portaci a destinazione”.

“Immagino che le hostess e gli stewards ti guardino un po’ straniti, ma chissà quante ne vedono e ne sentono, mi sa che la tua consuetudine dev’essere la meno strana.”

“Infatti. Nessuno mi ha mai detto nulla. Arrivo poi al mio posto e aspetto, trepidante, il momento più bello di tutta la crociera: il decollo. Quando l’apparecchio gira e rigira sulla pista e poi gira ancora, che sembra che uno ci debba arrivare in quel modo in Asia, ecco che si posiziona diritto, qualche secondo d’attesa, punta la lunga lingua d’asfalto davanti a sé e, prende sempre più velocità, vedo tutto dal monitor, con un occhio sbircio fuori e sento la schiena che preme con vigore contro il sedile, trattengo il fiato, le orecchie si tappano, trema ogni cosa, è una sensazione così forte, eccitante, elettrizzante, unica, che vale tutto il costo del biglietto”.

“Caspita è così coinvolgente che mi sono vista proiettata in un film. Ma ti prego continua.”

“Finalmente l’aereo si stacca da terra, apro gli occhi, guardo fuori dall’oblò, gli edifici, gli hangar si allontanano, sento un sorriso stampato sulla faccia. Sono sollevata e penso che in Formula 1 sia più o meno la stessa cosa: la pista, l’alta velocità. Solo che sei da solo sulla monoposto, non hai la responsabilità di tutta quella gente.

Purtroppo quella sensazione fantastica che mi ha accompagnata nei vari viaggi, devo essere sincera, l’ultima volta non l’ho sentita. Cioè: è stata di minor intensità. La risposta credo che stia nei nuovi modelli d’aereo, proprio per evitare di essere schiacciati al sedile o magari sta nella bravura dei piloti”

“Può esser”, dico io, “ma che importa, lasciamo queste cose agli esperti. Io non ho mai viaggiato in aereo, sono tutta orecchi”.

“Dopo lo stacco da terra arriva un altro evento, quello magico per la sua solennità, si aspetta che l’aereo si stabilizzi, che venga portato in quota, o almeno credo si dica così, c’è silenzio a bordo, gli assistenti di volo seduti che tengono tutto sotto controllo, che nessuno si alzi o abbia bisogno, è un frangente talmente catartico che nessuno osa proferire parola. Ma appena la lucina delle cinture di sicurezza s’illumina e diventa verde, si sente un “cla clak cla clak” frenetico, a ripetizione, i membri dell’equipaggio si alzano, iniziano il turno e si scatena l’inferno. Tutti che chiamano, tutti che chiedono qualcosa, chi corre in bagno, chi prende qualcosa dalla cappelliera. E ogni volta resto a bocca aperta: ma se siamo appena partiti, ma se fino a un secondo fa non fiatavate, adesso avete tutte queste esigenze?”.

“Questa parte è molto divertente”, dice Chiara.

“E tu invece che fai?” le domando controllando l’ora sul cellulare.

“Io mi godo il panorama se è giorno, mentre se è notte cerco di appisolarmi, oppure leggo il menù e aspetto il mio pasto. Non guardo la tv, non smanetto col computer, non ascolto musica. Guardo gli altri: un crogiuolo di persone di ogni cultura ed età. Noto i loro abiti e ascolto, se sono vicini, i loro discorsi. Mi piacciono quei suoni così diversi dall’italiano.

Ho così tanti pensieri nella testa che non so neanche da che parte cominciare: un breve riassunto dell’anno scolastico appena trascorso e che mi ha fatto meritare di essere lì oppure cosa devo fare nelle prossime 24 ore? In genere tutte e due le cose, quindi, mentalmente passo in rassegna tutti gli spostamenti che dovrò fare prima di arrivare a destinazione. Controllo gli orari del prossimo volo, metto in ordine i biglietti, verifico di avere ogni cosa a portata di mano: macchina fotografica, passaporto, taccuino per gli appunti, felpa, porta occhiali”.

“Beh, non ti annoi, nonostante tutte quelle ore di volo”

“È così. E dopo quattro ore circa, arriva un altro dei miei momenti preferiti.

È notte fonda quando sorvoliamo la penisola arabica, c’è silenzio, mi alzo e vado dal portellone dove c’è un oblò un po’ più grande, non c’è nessuno seduto nei pressi e non intralcio il passaggio dello staff. Mi affaccio e guardo il firmamento di sotto. Così lo chiamo io, e per me è una delle cose più belle che possano esistere. È tutto buio, nero, tetro, c’è solo qualche lucina che irrompe nell’oscurità, è di qualche lampione o di qualche abitazione. Per questo sembra l’universo in terra. Le luci assomigliano alle stelle, vicine e lontane nell’immensità scura del cielo notturno. Poi quando si sorvola qualche villaggio allora le luci sono più concentrate e man mano che ci si allontana si fanno sempre via via più rade. Poi buio completo. Ma a breve cominciano a ricomparire, come lucciole d’estate, ecco che da lì a poco giunge un villaggio o se si tratta di un centro abitato più grande si vedono bene anche le strade nitide, illuminate, una piazza, uno slargo. Chissà che paese sarà. Non c’è nessuno in giro. Si vedrebbe un’auto in movimento. Invece, niente. Eppure non è tanto tardi, magari vige il coprifuoco da quelle parti o sono villaggi di pastori e contadini che rincasano presto e non escono la sera”.

Domani passo dall’agenzia a prendere un catalogo, penso fra me e me, ho fatto proprio bene a venire qui oggi.

“Complimenti” aggiunge Chiara “scaldo dell’altro thè, qualcuno ne vuole?”

“Sì grazie” annuisce Barbara “pensavo di annoiarvi con le mie descrizioni da viaggiatrice nostalgica. Mi piace osservare e memorizzare i particolari.

Dovete sapere però che le cose cambiano, quando si arriva a Dubai, l’illuminazione aumenta e anche le strade. A quel punto sono seduta e mi godo lo spettacolo: quel chiaro scuro arancione e nero, i grattacieli che si stagliano verso l’alto, le petroliere nel mare calmo, le auto tutte in fila in quel dedalo di incroci e rotatorie”

“Ma non chiudi occhio per tutto il tempo?” chiedo incuriosita.

“Cerco di dormire, ma non è facile. Ho troppa adrenalina in corpo, mista ad ansia e preoccupazioni, non riesco a rilassarmi. Mi son sempre chiesta come facciano gli altri a riposare beati e, a russare pure!”.

“Ah, caspita, mi spiace”, rispondo io.

“Ho sentito tutto, anche se ero di là”, aggiunge Chiara; appena arrivata dalla cucina con una teiera colma.

“Quindi c’è la discesa, non tanto del velivolo, non spetta certo a me; intendo, quando tocca ai passeggeri scendere dall’aereo. Piego la copertina che mi hanno dato, cerco di fare ordine, richiudo il vassoio, reclamo un cesto o un sacchetto per la spazzatura e recupero il bagaglio a mano.

Passando davanti ai sedili della business class non posso fare a meno di guardare il disordine che hanno lasciato, sembra una discarica. Non che l’economy fosse meglio. Calzini spaiati che emergono fra i sedili, lattine rovesciate, scatoline di cioccolatini semi aperte, avanzi di cibo, cartacce ovunque, monitor accesi, film che continuano da soli. Scuoto la testa e sorrido all’equipaggio, elargisco strette di mano, mi congedo e ringrazio dei servizi offerti e, a malincuore mi avvio all’uscita.

Mentre calpesto la moquette blu, guardo fuori dalle grandi vetrate: carrelli pieni di valigie sfrecciano sulla pista, uomini col gilet giallo scaricano altri bagagli, aerei pronti a partire, c’è un gran fermento là fuori. La parte più facile è finita”.

“Ora inizia l’avventura!” esclamiamo in coro.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Liza Binelli

Alan MC Carthy


Contea dell’Hampshire autunno 2015.

Un uomo sulla settantina se ne stava seduto a sorseggiare la sua pinta di birra in uno dei tanti locali disseminati sulla Oxford Street a Southampton. Era un ottobre stranamente gentile, il clima temperato invogliava gli avventori a frequentare, fino a tarda ora, i tavolini dei bar e dei club affacciati sul braccio di mare che separa la terra ferma dall’Isola di Wight.

La sera, con le sue ali nere, aveva scurito il mare e spento lo strillare dei gabbiani. Alan Mc Carthy scopriva il polso sinistro tirando in su la manica del giubbotto di pelle, per dare un’occhiata al quadrante del suo Hamilton w10 che marcava le otto spaccate.

La persona che aspettava da un po’ non s’era ancora fatta viva; nel frattempo una giovane cameriera di origine creola, con il suo surplus di sorriso, s’era avvicinata al suo tavolino chiedendogli se avesse bisogno di qualcos’altro. L’uomo annui ordinando una fried lake bass, tipico piatto a base di pesce fresco con uova e pan grattato, il tutto fritto in olio di semi.

Quel breve tratto di strada, dritta come un fuso, brulicava di ristoranti che disperdevano nell’aria odori di terre lontane, contaminazioni di una cucina inglese che sapeva di Nepal e di India, col sottofondo di una musica retrò che usciva dal – Pop World –, un Club disposto all’inizio della via.

Mister Mc Carthy, Mister Mc Carthy… mi scuso per il ritardo, ma la mia vecchia Austin mi ha lasciato a piedi a poco più di un miglio da qui”, farfugliò il giovane che si era presentato davanti al tavolo, sul quale Alan stava cenando; l’uomo, alquanto sorpreso nel vedere quel tipo, chiuso malamente in un trench color kaki, lo squadrò da capo a piedi e gli fece cenno con un dito di accomodarsi sulla sedia di fronte a lui. Il giornalista, trafelato per la corsa, appoggiò i suoi taccuini su un lato del tavolino ed allungò la mano destra per approcciare alle presentazioni: “Sono Robert Sinclair della rivista “Aviation Magazines” e sono qui per l’intervista…”, subito dopo l’atteso ospite si appoggiò allo schienale della seggiola asciugandosi la fronte imperlata di sudore con un clinex. “Avete cenato Mr. Sinclair?” gli si rivolse Mc Carthy. L’uomo col trench gli rimbalzò un “no”, ma dall’espressione del volto, trapelava chiaramente che quell’invito lui, lo avrebbe accettato volentieri.

Poco dopo la cameriera gli servì una porzione abbondante di fish and chips, che Robert mangiò avidamente, dopodiché si predispose per ottemperare al motivo per cui si era recato a far visita al comandante Alan Mc Carthy, ovverosia: procurarsi un’intervista esclusiva per il suo tabloid.

Il reporter estrasse dal fondo della tasca il suo voice recorder, lo pose in mezzo al tavolo, lo accese e, rivolgendosi al suo interlocutore, gli disse: “Eccoci qua, da dove incominciamo”? – “Giovanotto” gli rispose Alan, “non perdiamo tempo.”.

“Una volta avrei affermato che il tempo è denaro, ma ora, che sono in pensione, dico che il mio tempo è ancora più prezioso. Ed è per questo che non vorrei, come dire, sprecarlo inutilmente.”, gli rispose guardandolo dritto, dritto negli occhi, quasi a volergli tirar fuori le domande dalla bocca.

L’intervistatore spulciò brevemente il taccuino e andò alla domanda: “Mr. Mc Carthy lei è ormai  considerato una celebrità nell’ambiente aeronautico della Gran Bretagna e non solo, soprattutto in relazione alle sue missioni svolte in luoghi più o meno remoti del globo, compresi i territori del Commonwealth britannico, volando sulla sua appendice alata per antonomasia: il Britten Norman BN-ZA MK III-2, famoso per i tre motori ad elica a due pale, dislocati su entrambe le ali e sul timone di coda del piccolo aeromobile dal naso appuntito, ben noto per la sua originalità”.

L’ex pilota, seduto dall’altra parte del tavolino, dava l’impressione di non aver percepito la domanda formulatagli dal giovane intervistatore, come si fosse lasciato distrarre dal caotico movimento di persone che si avvicendavano tra i tavoli del pub e dall’andirivieni di cameriere fasciate da divise colorate, come  hostess in servizio sugli aerei di linea; qualche istante dopo Alan riallineò lo sguardo collimandolo su quello del suo interlocutore e, dopo aver sorbito un altro sorso della sua Plassey bionda rispose: “Bando alle formalità, si fa prima a chiamare l’ aeromobile coll’appellativo che meglio lo caratterizza e cioè: Trislander, il trimotore più versatile e originale che abbia mai pilotato. Un piccolo velivolo; una sorta di minibus dei cieli ad ala alta a sbalzo e a carrello fisso, spinto da tre motori a sei pistoncini piatti Lycoming 0-540, capaci di erogare una potenza di 195 kW ciascuno. Bastano poco più di cinquecento quarantasei yarde per spiccare il volo e quattrocento novantacinque per atterrare su qualsiasi pista, che sia tradizionale in cemento, asfalto o in terra battuta. Più volte, in situazioni di emergenza, è capitato di atterrare bruscamente su spazi erbosi coltivati, tra le ire di qualche contadino, rischiando quel che è giusto, perbacco!”.

Robert, abbozzando un sorriso tirato, dovuto forse all’eccitazione del momento, gli chiese: “Mr. Alan mi dica, la sua formazione è civile o militare? Il suo primo brevetto dove e quando lo ha acquisito?”.

L’ex ufficiale tirò fuori dal taschino un pacchetto di Lucky Strike e fece cenno di offrirne una al giornalista che, dopo un attimo di esitazione, farfugliò: “La ringrazio signore, ma non fumo”. – “Di qualcosa bisogna pur morire, non crede giovanotto?”, disse Mc Carthy con una punta di sarcasmo tipicamente irlandese; accese la sigaretta, da cui trasse una lunga boccata di fumo e, quando la nuvola azzurrognola si diradò, l’uomo continuò dicendo: “Una bella domanda stringata, sintetica nella formulazione, ma che richiederebbe molto tempo per soddisfarla appieno ragazzo, cercherò di spulciare ugualmente nel mio disordinato armadio dei ricordi per trarne qualcosa che possa essere utile a soddisfare la sua curiosità di pennivendolo.”.

Cominciamo dal principio: Sono entrato al Royal Air Force College Cranwell, vicino Sleaford, che avevo poco più di diciott’anni, uno sbarbatello insomma e, dopo un periodo di ferma per l’addestramento, mi hanno spedito a Cipro, dove ho acquisito il brevetto di terzo livello, in forza alla base aerea britannica di Dhekelia, vicino alla città di Larnaca…” Alan tirò un’altra boccata di fumo dalla sigaretta, poi, sospirando, si concesse qualche pennellata di colore per abbellire il discorso: “Larnaca. Bella città, belle ragazze dai capelli neri e dalle forme generose, sedute sui divani bianchi a bordo piscina del Sentido Sandy Beach, a mangiare fette di cocomero fra un tuffo e l’altro.

L’intervistatore, preso dal suo ruolo, formulò al volo un’altra domanda dicendo: “Cipro? Beh… penso sia stato, comunque, un inizio difficile, dato il contesto politico che si era venuto a creare nell’isola, dopo che, nel mille novecento settantaquattro, la Turchia invase la parte nord del territorio, tagliando di fatto a metà anche la città di Nicosia che, a tutt’oggi, è l’unica Capitale europea divisa dal filo spinato e vigilata dai caschi blu dell’ONU…” – “Stop! Okay, okay”, ribatté Mc Carthy, facendo un gesto con entrambe le mani al suo interlocutore: “abbiamo capito che lei conosce la storia, e questo ci fa piacere, ma mi conceda gentilmente di portare sino in fondo il discorso”. Robert annuì facendo cenno col pollice all’insù, dando così modo ad Alan di proseguire il discorso.

“Tralasciando le avventure domenicali, non appena conseguito il brevetto,” proseguì l’ex pilota “il Comando della Base mi affidò un Britten Norman Trislander con le insegne della British Armed, con il quale avrei scarrozzato qua e là per l’isola alti ufficiali, diplomatici e funzionari delle Nazioni Unite, il tutto fino al mille novecento ottantacinque, quando appesi al chiodo l’uniforme per fare altro nella vita. Allora Cipro era, ed è tutt’ora spaccata in due come una mela: due sovranità, una turca a nord e una greca a sud; due popoli che non si capiscono, due valute, due culture divise dalla cosiddetta “LINEA VERDE”, un muro lungo più di quarant’ anni.

Tante volte ho sorvolato a bassa quota quella linea di filo spinato che punteggia il cielo azzurro, e il check point di Ledra Street, delimitato dai bidoni bianchi e celesti delle forze ONU che pattugliano la zona cuscinetto a cui lei si è riferito. Ho volato su Nicosia, città circolare antichissima circondata da mura possenti, il Teatro Greco di Famagosta, ma anche sui ruderi delle case distrutte dalle cannonate lungo quella linea surrettizia di confine, con ancora i sacchi di sabbia ammassati su quel che rimane delle porte e delle finestre delle case distrutte.”.

Il giornalista, consapevole che non gli sarebbe stato possibile tenere a lungo inchiodato su una sedia il suo estemporaneo interlocutore con un ping pong serrato tra domande e risposte, pensò allora di impostare la sua “intervista” più come una chiacchierata informale, lasciando all’ “attore” la gestione del suo palcoscenico là, dove ha recitato la sua vita movimentata, ricca di succosi aneddoti.

La strategia messa in atto dal giornalista si rivelò giusta, tant’è che l’ex comandante, senza che gli fossero rivolte altre domande, riprese la trama cipriota del suo racconto affermando:“ Quella giornata di fine aprile dell’ottantadue avevo decollato dall’aeroporto della base di Dhekelia di primo mattino per andare a recuperare un alto esponente del governo inglese in missione a Nicosia; la pista era una lunga striscia grigiastra che puntava dritta sulla linea dell’orizzonte che cuciva il mare al cielo.

La check list era stata completata con successo, un ultimo scambio con la torre di controllo e i tre motori del “Tris” iniziarono a ronzare come grossi calabroni; prima di dare gas, con i trimmer throttl, dovevo solo ricordarmi di far ritrarre il piccolo carrello che sostiene il peso della carlinga, proprio sotto il timone di coda, abbassando la levetta del tail rim….

Il giornalista, alzando l’indice della mano destra, come di solito si fa per catturare l’attenzione di un cameriere, o meglio, di un cameriera, dava l’impressione di voler intervenire nella discussione, ma questa sua intenzione venne amichevolmente stoppata sul nascere da Mc Carthy, che gli si rivolse dicendo: “Lo so, lo so!” sogghignò, “lei mi dirà che cosa c’è di speciale in una situazione di routine come quella dei preparativi a un decollo, per giunta effettuata centinaia di volte. Mhh…? Okay, vengo al punto: una volta raggiunta la quota stabilita di 10.000 piedi, con i miei 185 galloni di kerosene assicurati nel serbatoio, che avrebbero potuto garantirmi oltre 1.000 miglia di autonomia, viaggiavo tranquillo sui 250 Km orari sulla rotta per Nicosia, concordata con le Nazioni Unite.

Venti minuti più tardi atterravo in un campo erboso lungo un miglio, opportunamente predisposto dall’ONU per missioni diplomatiche riguardanti le tensioni tra Greco e Turco ciprioti, gli occupanti antagonisti che si disputano la sovranità sull’isola.

L’area di parcheggio era posta sul lato ovest della pista, a ridosso della linea di confine. Avrei dovuto attendere là, nella zona cuscinetto, il funzionario britannico; intanto scesi a dare un occhio all’aeromobile. Il sole, già di primo mattino, picchiava forte e faceva tremare l’aria tutt’intorno…”  L’ex pilota, appoggiando gli avanbracci al ciglio del tavolo, sospese per un attimo il discorso e si sporse in avanti avvicinandosi lentamente verso il giornalista, aggiungendo: “Da quell’aria tremolante si erano materializzate all’improvviso due figure che si avvicinavano velocemente verso di me; mi abbassai sotto la pancia della carlinga e, dall’altra parte, vidi comparire un ragazzo e una ragazza trafelati che si tenevano per mano e che mi guardavano come fossi un marziano in procinto di rapirli, tanto erano spaventati. Girarono attorno all’aereo e mi si avvicinarono, dopodiché la ragazza prese coraggio e, in lingua inglese, cercò di spiegarmi in poche parole la situazione in cui si trovavano, dopo che avevano deciso di fuggire dall’isola, per andare lontano, da qualsiasi parte del mondo, dove il loro amore non venisse ostacolato da pregiudizi tribali, di appartenenza o, peggio ancora, dalle ferite causate da guerre, conflitti assurdi che dividono popoli, famiglie e che dispensano odio verso l’altro”. – “Ma perché volevano scappare…e da chi?”, domandò Robert. “Ci stavo arrivando ragazzo”, bofonchiò Alan, riprendendo da dove era stato interrotto: “la ragazza era in un evidente stato di agitazione e, dopo essersi rivolta verso il compagno, disse che lui era turco cipriota, si chiamava Deniz e proveniva dalla parte nord di Nicosia, che loro chiamano col nome di Kuzey, e lei invece era Alike e viveva nella parte greca della capitale.

Non persi tempo, proseguì Alan, “li feci salire a bordo, li invitai a prendere posto su due strapuntini in coda alla cabina, e lì mi raccontarono le loro vicissitudini, a cominciare da quando si erano conosciuti in un convegno internazionale organizzato dalle Nazioni Unite: l’inizio dei loro guai; il vedersi ogni tanto di nascosto, sopportare l’ostilità delle famiglie, i grossi rischi, eccetera. Fino a quando decisero che era giunta l’ora di darci un taglio. Scappare!”.

Robert rimase ad ascoltare senza fiatare, difatti Alan non lo deluse, fornendogli uno scoop di quelli da sbattere in prima pagina, perché gli rivelò il modo rocambolesco in cui, in quella stessa notte, i due giovani riuscirono a saltare i rispettivi confini, fatti di sacchi di sabbia e di chilometri di filo spinato, e ritrovarsi nel punto stabilito nella “terra di mezzo”. Una sorta di limbo dal quale spiccare il volo verso l’agognata felicità.

Hai presente un deltaplano? Quell’accrocco volante che galleggia nell’aria sfruttando le correnti ascensionali, sul quale è appeso, infilato in un sacco, un moderno Icaro”? Disse l’ex pilota, rivolgendosi all’intervistatore che lo ascoltava a bocca aperta. “Beh.”, prosegui: “il giovane ha spiccato il volo, appeso a quel fazzoletto di stoffa, si è buttato da un’altura sferzata dai venti, nelle vicinanze di casa sua e all’imbrunire, complice una foschia densa e un residuo vento ascensionale, è riuscito ad arrivare fin là, dopo essersi schiantato tra gli ulivi di una piantagione, che era già buio.”.

E quale altra diavoleria ha adottato la ragazza per onorare l’appuntamento?”, gli domandò Robert. “Nessun marchingegno, solo furbizia, sangue freddo e buone gambe”, rispose Alan, lanciando in aria cerchietti di fumo dalla bocca.

La fine della storia arrivò, dopo che la cameriera creola aveva servito due bicchierini di Heering Cherry Original ghiacciato; un brindisi al coraggio di Deniz che aveva sfidato la gravità, come anche ad Alike, che si era presa gioco delle guardie di confine, facendosi passare per un’addetta alle pulizie dei cessi. “E il funzionario inglese cosa pensò quando vide quei due ragazzi raggomitolati in fondo alla cabina del Trislander?” chiese il reporter. “Niente di che, bevve anche lui, nel senso che credette in pieno ad una banale scusa appositamente confezionata, di cui al momento non ho memoria. Portai il muso aguzzo dell’aereo verso sud sud-est, gas a manetta e, dopo una breve e barcollante corsa sull’erba, l’aereo staccò nel rumore assordante dei motori, puntando dritto sulla Base di Dhekelia, dove la polizia prese in carico il diplomatico e pure i due ragazzi che, mi risulta abbiano trovato la loro strada in Irlanda, dove avrebbero cercato di costruirsi una nuova vita.”.

La notte, nel frattempo, si era assestata sulle venti tre, almeno così segnava l’orologio dell’ex comandante che disse: “Fine della storia direbbe lei? Certo che no!  C’è molto altro, ma pare sia un po’ tardi per continuare, non crede?”, sbottò Alan rivolgendosi all’intervistatore. “Vuole concedermi un’altra mezz’ora del suo prezioso tempo Mr. Alan, o preferisce “atterrare” anzitempo, per dirla nel gergo aereonautico?”, si sentì rispondere.

Nel frattempo, un banglà dall’aria gentile, girava fra i clienti del locale e proferiva rose scarlatte, sperando che qualche signore ne acquistasse una per donarla alla sua patner.

Robert chiamò il venditore indiano, invitandolo ad avvicinarsi al suo tavolo e, in un non men che non si dica, acquistò un fiore depositandolo sul pianale della sedia rimasta vuota, poi fece cenno alla cameriera creola di portare altri due cherry. La ragazza, poco dopo, servì il liquore al tavolo e Robert la sorprese, regalandole la sua rosa cellophanata. La giovane arrossì e ringraziando se ne andò. “Bel gesto ragazzo, è così che si fa. Un brindisi alla faccia tosta!”, disse Alan alzando il calice.

Da dove riprendiamo Mr. Alan?” chiese il giornalista. “Nuova Zelanda. Cinque anni di servizio confinato sulla North Island, a mezz’ora di volo da Auckland, a scarrozzare turisti, esploratori, amanti della natura e dello shopping e perfino astrofili alla ricerca delle stelle nei “Cieli Scuri” di Aotea; tutti a bordo di un altro B&N – Trislander, dal muso cromato con la livrea rossa della “Island Air Charter”.

Mi viene ancora da ridere se ripenso a quel piccolo aeroporto di Claris, su quell’isoletta al di là del Golfo di Aurukaki, dove non era possibile rifornirsi di carburante; dovevi accertarti preventivamente che il “Tris” decollasse a pancia piena da Auckland.

Non di rado attendevo i clienti nel piccolo villaggio di Aotea, vicino l’aeroporto. Abitavo, si fa per dire, all’interno di un camping, in una casetta fatta di legno, dalla porta rotonda come quella delle favole, ospite di una gentile signora di nome Yolo, una “nativa” dalla pelle dorata e lo sguardo suadente.

Tre voli al giorno, sedici passeggeri che pagavano il biglietto direttamente a bordo, ai quali fornivo cuffie da indossare nella fase del decollo, tanto era il rumore causato dai tre motori al massimo dei giri. Se c’era vento poteva rivelarsi un giro accidentato, ma i passeggeri stringevano i denti, pur di ammirare dall’alto la spiaggia di Okupu, dove c’è l’icona della Nuova Zelanda: il gigantesco albero chiamato Pòhutakawa, che a dicembre esplode di rosso, diventando l’Albero di Natale della Nazione.

Mettiamoci pure qualche atterraggio rocambolesco sui fazzoletti erbosi ai bordi di Gisborne, la prima città al mondo a vedere l’alba del nuovo giorno, e magari accompagnare i turisti a farsi un bell’ hamburger di cozze alla baracca di Swallow.”.

Alan si fermò per un attimo accennando ad una breve risata, poi riprese a dire: “Ricordo quel giorno, dove il pappagallo kakapo, che tenevo con me in casa, sobbalzò per la chiamata ricevuta alla radio dalla torre di controllo. Dovevo andare a prendere il professor Hidding all’ University of Auckland, presso il dipartimento di Genetica Molecolare. Per l’occasione indossai il pullover blu di ordinanza nuovo di zecca, con tanto di spalline ornate da quattro luccicanti galloni dorati.

Per farla breve, atterrai un’ora dopo la chiamata, al Terminal per i voli interni e, rullando sulla pista di calcestruzzo, mi ero portato davanti al –  gate – assegnato; c’era un gran movimento di persone intorno al Professore, che avevo conosciuto in altre occasioni. Il segnalatore mi comunicava di spegnere i motori all’istante. Ciò fatto scesi dalla cabina, apri il portello di accesso ai passeggeri e vidi lo scienziato avvicinarsi con un animale al guinzaglio che, a ben vedere, non era per niente un cane, bensì una pecora dal folto mantello e dall’aria impaurita, per giunta. Si era venuta a creare una situazione comica e nello stesso tempo surreale, perché la bestia non aveva nessuna intensione di imbarcarsi, e Hidding che la tirava con il guinzaglio e due suoi assistenti che la spingevano da dietro. Dopo un po’ eravamo pronti a partire: motori al massimo e, raggiunta la V1, il decollo. Rabbioso come sempre.

L’animale era in uno stato di agitazione latente e si guardava attorno con i suoi occhi rossastri; il Professore lo teneva a bada col guinzaglio, sussurrandogli qualcosa all’orecchio. A un certo punto la pecora si divincolò e, in preda al panico più assoluto, saltò sullo strapuntino del secondo pilota e si attaccò al volantino. L’aeromobile andò in picchiata, facendo sbattere il muso al passeggero sul margine della poltroncina del pilota. Feci i numeri per riprendere il controllo del velivolo e contemporaneamente avere la meglio sulla pecora. Poco prima di atterrare a Claris, Hidding mi svelò il nome dell’animale: “Pretty”, la pecora che aveva clonato in laboratorio e che doveva condurre in una fattoria dell’isola per studiarne, in gran segreto, i comportamenti. Morale, ancora oggi non saprei distinguere chi tra i due fosse l’elemento più bizzarro.”.

 

La mezzanotte, nel frattempo, aveva aggiunto un altro numero al calendario, ma la gente continuava ad andare e venire, le ragazze sparecchiavano e riapparecchiavano per accogliere i nottambuli della movida. Il giornalista si fece portare dei salatini e due calici di vino bianco d’Alsazia dalla solita cameriera, che gli ammiccò un sorriso; Alan, strizzando l’occhiolino, concesse al giovane un’ulteriore proroga alla fine dell’intervista.

E che mi dice del suo successivo trasferimento nell’isola caraibica di Montserrat, dove mi risulta abbia effettuato un servizio di Taxi Plane e altro ancora per alcuni anni, proprio in quelle isole dell’arcipelago a nord del Venezuela?”, chiese il giornalista.

La risposta arrivò puntuale e precisa come sempre: “Come lei certamente saprà” continuò Alan “Monserrat fa parte anch’essa del Commonwealth; questo sputo di isola, dal 1623 fu il rifugio degli irlandesi cattolici cacciati dall’Inghilterra per motivi di religione; del resto anche nel sottoscritto scorre sangue irlandese, non si sente dall’accento?”. Robert scosse il capo in segno affermativo e lo invitò ad andare avanti. “Ho lavorato come pilota su un altro BN-ZA MK III-2, come lei ama definirlo, in collaborazione con la Royal Montserrat Defence: un manipolo di militari inglesi volontari in stazza sull’isola, con il compito di polizia. Ci ho trascorso un periodo che va dal mille novecento novanta al mille novecento novantotto, un anno dopo la tremenda eruzione del vulcano Soufrière Hills, che distrusse due terzi dell’isola, compresa la sua Capitale Plymouth, che ancora oggi è sepolta sotto diversi metri di cenere.

Avevo come Base l’aeroporto di Osborne nel villaggio di Gerald’s, da cui decollavo giornalmente portando una quindicina di passeggeri che si spostavano tra la Dominica, Guadalupa e Antigua, e con qualche puntatina anche sull’isola di Puerto Rico, come quella volta che ci andai a recuperare il famoso gruppo musicale “The Police”, per trasferirli agli Air Studios di Plymouth per la registrazione di un disco.

Quell’ora di volo non la dimenticherò mai, quando tolsi per qualche secondo la radio-cuffia e canticchiai un brano dell’Album “Sinchroniticy” insieme a Sting, che poi mi autorizzò a chiamarlo con il suo vero nome: Matthew Sumner. Che tempi!”.

Alan, ad un certo punto smise di parlare e tirò fuori, da sotto la camicia, una catenina con appeso un medaglione e, mettendolo bene in mostra, disse mestamente a Robert: “Vede? Qui è raffigurato Saint Patrick protettore degli irlandesi” e, dopo aver esibita l’altra faccia, continuò dicendo: “qua è incisa una data tragica e dolorosa “25-07-1997”, a ricordare la seconda tremenda eruzione del vulcano che semi distrusse “l’Isola di Smeraldo”, così era chiamata precedentemente; poi invece gli venne affibbiato un appellativo ben diverso: “La Pompei dei Caraibi”, con le sue venti tre vittime e i tanti feriti.

Ricordo che già nei primi giorni di luglio”, disse l’ex comandante, “c’erano state le prime avvisaglie, con sciami di scosse sismiche.

Dalla cima del vulcano un pennacchio di fumo denso filava alto nel cielo. La popolazione venne posta in allerta e si predispose una sorta di piano d’ emergenza, sia logistico che medico.

Sulla carlinga del “Tris” fu disegnata una vistosa croce rossa inscritta in un cerchio dal fondo bianco; vennero smontati due terzi dei sedili passeggeri per fare posto ad alcune barelle e qualche dispositivo medico d’emergenza.

Anche i collegamenti tra le isole vennero ridotti, e nei giorni a seguire fu un susseguirsi di ricognizioni aeree, con a bordo geologi e personale militare. Il mio Trislander venne messo veramente a dura prova da decolli e atterraggi in stretta sequenza.

Spesse volte la parte terminale della fusoliera andava in surriscaldamento, nonostante il sistema di refrigerazione, progettato nell’aereo, fosse regolarmente in funzione, per sopperire al calore sviluppato dal terzo motore posto davanti al timone di coda…”. –

Ci prendiamo il tempo di una birra Comandante?”, disse Robert; la cameriera creola, nel frattempo, aveva portato al tavolo le birre chieste dal giornalista e si era trovata ad ascoltare, suo malgrado, una parte delle vicende raccontate su Montserrat. La ragazza appoggiò i due boccali sul tavolo e, con un leggero inchino, si dileguò nella penombra della sala.

Intorno a quei due personaggi, seduti vicino a un tavolo tondo che sorseggiavano birra a piccoli sorsi, la notte si era consolidata, approcciando con discrezione al nuovo giorno. Click, il giornalista riaccese il suo voice recorder e formulò un’altra domanda all’ex Comandante: “Il suo spirito di avventura lo ha condotto da un capo all’altro del mondo, pilotando lo stesso tipo di aeromobile, adattandolo, di volta in volta, alle necessità del momento e…” l’ex pilota, con un gesto della mano, interruppe l’intervistatore, invitandolo ad ascoltare il prosieguo di quella storia per metà tragica e, al contempo esaltante. “Mi scuso per l’interruzione” disse con voce rotta dall’emozione Alan, “ma preferirei soffermarmi a ricordare alcuni eventi tragici che accaddero quel 25 luglio del novantasette, quando il vulcano eruttò facendo tremare la terra e il cielo si rabbuiò per quindici interminabili minuti.

Cenere e lapilli incandescenti piovevano dappertutto compreso il campo dove mi trovavo con l’aereo già pronto alla partenza. Il tempo di far salire a bordo un ingegnere dei pompieri e un medico, che avevano ricevuto un messaggio di emergenza, poi diedi lo starter ai tre motori e, dopo un breve rullaggio, su quel che era rimasto della pista, decollammo.

Su, verso l’oscurità. E i blocchi di pomice che battevano sulla carlinga e sul parabrezza del velivolo. Dieci minuti dopo scendemmo di quota portandoci a circa mille cinquecento piedi, a sorvolare una fattoria che stava prendendo fuoco.

Dovevo atterrare ad ogni costo, per tentare di salvare vite umane. Questo era l’imperativo! Buio, cenere che surriscaldava i motori, e le lancette dei termometri che si avvicinavano pericolosamente al fondo scala. L’aria che iniziava ad essere irrespirabile.

Laggiù! Indicò l’ingegnere; virammo bruscamente sulla destra e, in picchiata, scendemmo a pochi metri dal suolo, in prossimità del casolare in fiamme. Mi girai per un attimo a guardare i miei compagni, quasi a cercare da loro il modo in cui prendere terra senza sfracellarsi.

Un minuto più tardi atterrammo su un campo di cotone vicino la fattoria; all’impatto, dal carrello si udì un botto, dovuto allo scoppio di due dei quattro pneumatici anteriori. Il piccolo aereo arrancava sulla piantagione, da sembrare una ballerina zoppa.

Portai il “Tris” nei pressi della casa, dove alcune capre terrorizzate saltavano sopra tizzoni ardenti; restai in cabina con i motori accesi. Il flusso delle eliche spostava nugoli di cenere grigiastra.

Furono minuti concitati. Avevo saldamente in mano i comandi, freni attivati e motori quasi al massimo. Tutto vibrava e la fusoliera sembrava volersi schiantare da un momento all’altro.  Poco tempo dopo i due miei colleghi fecero salire a bordo una signora con una bambina entrambe ferite, e con i volti anneriti dal fumo. Capimmo, da qualche gesto della donna, che si trattava di una madre con sua figlia.

Mollato il freno, spinsi i tre pomelli verdi delle pompe carburante, girai il muso dell’aereo a cento ottanta gradi e, dopo molte peripezie, raccomandandomi a San Patrizio, diedi il massimo della potenza e il velivolo finalmente si staccò dall’inferno. Volavamo a vista, si fa per dire, verso nord- ovest in direzione della cittadina di Brades (la futura Capitale di Montserrat); la bambina piangeva e tutti si prodigavano a rassicurarla e a tenerla ben al caldo sull’improvvisata lettiga. Anche il sottoscritto, seppur impegnato nella difficile trasvolata, cercò un modo per distrarre la ragazzina chiedendo attraverso l’altoparlante di bordo, come si chiamasse e quanti anni avesse. Clarisse, mi chiamo Clarisse” ebbe la forza di rispondere la bambina. E questo mi rincuorò.  

Atterrammo su un campo da golf a St. Peter’s nella Belham Valley, dove ci attendeva un’ambulanza. Presi la bambina in braccio e la condussi all’auto medica, dove sua madre la attendeva piangendo; prima che la portiera si chiudesse e l’auto partisse per il “Davy Hill Medical Centre”, presi la manina della bimba e, con una carezza, le dissi ciao. Questo è quanto.”, chiosò Alan, alzandosi in piedi, dando l’idea di volersene andare. Robert fece di conseguenza e si offrì di pagare il conto, che andò a regolare al banco, dove la ragazza creola che li aveva serviti, gli dispensò un bel sorriso.

Le luci dei locali via, via si spegnevano; il rumore cupo del mare accompagnava i due uomini sulla Oxford Street semi deserta, il comandante si offrì di dare un passaggio al suo intervistatore, visto che la sua auto era rimasta in panne.

Quello che i due si dissero all’interno della macchina, in quel tratto di strada che separava la Oxford dall’abitazione di Robert Sinclair, non ci è dato sapere. Si può immaginare che Alan Mc Carthy, con una breve, quanto generica appendice all’intervista, abbia voluto ribadire che tutto ciò che riteneva importante da raccontare, lo aveva riferito in “quella chiacchierata tra amici” in un Pub della Oxford Street, tralasciando, probabilmente, l’ultimo periodo della sua carriera consumato sopra cieli grigi della Manica, al comando di un BN-ZA MK III-2, questa volta con una livrea gialla e con le insegne della compagnia Aurigny, in rotta sulle Blue Island a trasportare pendolari, impiegati e uomini di affari sulle Isole del Canale.

Non sappiamo nemmeno se Alan abbia accennato al suo intervistatore, della telefonata che aveva ricevuto, giorni prima, da un Dirigente della Britten Norman, con la quale lo avevano invitato nell’ Isola di White per ritirare un “Premio alla Carriera”, in merito alle sue avventure celesti intraprese con il suo mitico Trislander, qua e là per il mondo.

Sappiamo solo che la cerimonia avvenne in pompa magna alla vigilia di Natale del duemila quindici, proprio nella fabbrica di aerei della B&N, con la stampa, la TV e parecchi invitati, tra i quali: Robert Sinclair, il suo intervistatore, Clarisse, che era diventata, nel frattempo, la sua ragazza e che si era rivelata come la bambina creola che Alan aveva portato in salvo nell’isola di Montserrat, anni prima; c’erano anche un uomo e una donna: Deniz e sua moglie Alike, che non dimenticheranno mai l’aiuto avuto dall’ex Comandante che li raccolse nella zona cuscinetto della Cipro divisa tra turchi e greci, portandoli al sicuro nella Base inglese di Dhekelia.

Per l’occasione, Alan fu invitato a salire sull’ultimo esemplare del Trislander ancora in circolazione, per condurlo in un Hangar, dove sarebbe stato smantellato per raggiunti limiti di servizio.

Il Comandante, attorniato da un piccolo pubblico festoso, premette per l’ultima volta i tre pomelli verdi della pompa carburante, mollò i freni e rullò pian piano sulla pista per pochi metri, fino a scomparire dietro una fitta pioggia innescata dalle auto pompe dei vigili del fuoco che, a modo loro, vollero salutare il minibus dei cieli e, soprattutto il suo Comandante Alan Mc Charty.

L’ex pilota, quel giorno, aveva vissuto la più bella ed emozionante avventura della sua movimentata esistenza, ritrovando amici inaspettati, che ancora oggi lo ricordano con affetto e ammirazione.

Robert Mc Carthy ed Alan Sinclair si abbracciarono nel mezzo della pista senza dire una parola, mentre gli obiettivi delle macchine fotografiche e delle telecamere mettevano a fuoco quelle due figure, di cui l’una incarnava lo spirito indomito dell’avventura, e l’altra la capacità di trasferirla, nero su bianco, al grande pubblico dei tabloid.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Bruno Bolognesi

1933, la conquista di un record


Sono stanco.

Sarà il caldo torrido di questi giorni, sarà l’ansia per gli esami di dopodomani che inizia a farsi sentire.

Stanotte ho dormito poco e male.

Diciamo la verità, oggi sono venuto solo per vederla.

Se solo sapesse quello che provo per lei. Valeria! Vorrei poterglielo dire ma non ci riesco, anche se traspare lo stesso.

L’universo femminile si accorge di certe cose e lei se n’è già accorta.

Lo sa e le piace giocarci sopra. Senza malizia, perché non è presuntuosa come tante altre, è diversa, per questo mi ha fatto perdere la testa.

Credo che se non fosse per la sua migliore amica che è invaghita di me, magari sarebbe tutto più facile e forse sarebbe già tutto scritto, ma io non sono una ragazza, certe cose non le capisco come fanno loro.

Il dubbio mi sale perché di Ilaria l’ho capito bene e subito. Mentre lei rimane un mistero.

Cosa pensi? Cosa provi? Non riesco a decifrarti, so solo che mi piaci!

Tutti hanno una cotta per te e a volte ne sono geloso. Lo so di non avere nessun diritto di esserlo ma non sopporto vedere qualcuno fare il cascamorto con te. Soprattutto quell’inglese lì, che mi sta proprio sulla bocca dello stomaco e mi brucia quando gli dai spago! Se devo competere con lui so di partire svantaggiato, non ho i suoi soldi e non mi pavoneggio come lui, ma so anche che tu vai oltre l’apparenza e lì la situazione si ribalta.

A parte quell’inglese e il fratello, mi trovo bene con i miei amici.

Ridiamo, scherziamo, insomma, ci divertiamo.

So che non durerà per sempre questa spensieratezza, ma non vorrei che sia giunta al termine così presto con la fine della scuola.

Le nostre strade stanno per dividersi a causa delle nostre scelte.

Eppure non sarebbe difficile mantenere i contatti, siamo un gruppo unito, ma per sentito dire da fratelli e amici più grandi, ci si perde di vista col tempo. A volte le persone con cui abbiamo condiviso quei giorni che ricordi per sempre, diventano soltanto dei volti tra la folla.

C’è Massimo che, come me, non ha ancora deciso cosa fare dopo la scuola. E’ l’ultimo che si è aggiunto al gruppo, ha cambiato liceo due anni fa, da quando i suoi genitori hanno preso in gestione un negozio nel nostro quartiere.

Lo considero il mio migliore amico, siamo come fratelli, basta uno sguardo ed è già intesa per combinare qualche guaio. È l’unico che mi conosce veramente.

Insieme siamo gli scalmanati del gruppo, quelli che sono sempre sulla bocca dei professori. Non per essere elogiati ovviamente.

Siamo uniti dalla stessa passione per le auto, le moto e gli aeroplani. Nei nostri sogni un giorno riusciremo a vivere di questo, a farne una professione.

Poi c’è Roberto, per lui il liceo scientifico è stata la scelta naturale visto che vuole diventare un medico. Vorrei avere la sua stessa determinazione. Non è una cima ma si impegna molto, so che riuscirà nel suo intento;

Maurizio. Il suo passatempo preferito è sperperare il patrimonio di famiglia, oltre a far infuriare il padre a giorni alterni. Totalmente inaffidabile.

È più grande di noi in quanto ripetente incallito;

Leonardo, aspirante avvocato, almeno è quello che si aspetta il padre, un affermato professionista del foro. Vorrebbe che il figlio seguisse le sue orme e divenire un brillante avvocato ma lui di studiare non ne vuole proprio sapere;

Infine ci sono loro, l’inglese e il fratello minore, all’anagrafe Christian e Thomas. Non so chi dei due sia più odioso. Fanatici, montati, prepotenti e presuntuosi.

La loro madre, una soubrette inglese caduta nel dimenticatoio, non voleva rassegnarsi a rinunciare alla bella vita e così sposò un dentista ricco sfondato, da cui nacquero questi due sottoprodotti.

Non mancano le ragazze, oltre a Valeria e Ilaria ci sono:

Lina, la storica fidanzata di Roberto e le inseparabili simpatiche e sbarazzine Martina, Alessandra e Simona, un’unica mente separata in tre corpi diversi.

Oggi, approfittando del sole estivo, abbiamo organizzato una visita al Museo Storico dell’Aeronautica Militare Italiana di Vigna di Valle dopodiché andremo sulla spiaggia del lago di Bracciano a fare il bagno.

Ci vuole un po’ di relax prima di un evento importante come gli esami di maturità, ma sono proprio stanco. Ho studiato fino a tardi e avrei preferito restarmene a dormire.

Ci siamo dati appuntamento al solito posto alle 9 in punto. Tranne per me che vivo in costante fuso orario di 30 minuti in ritardo rispetto al resto del mondo.

Eppure nel mio sistema di riferimento sono sempre in anticipo, vallo a spiegare …

“Francesco non è possibile! Dobbiamo sempre aspettarti. Mai una volta che non sei l’ultimo ad arrivare…” esclama Roberto, arrivato in anticipo.

“Scusate ragazzi, non riuscivo proprio a svegliarmi. Ringraziate mia madre che mi ha tirato giù dal letto altrimenti l’attesa per voi sarebbe stata ancor più lunga…”

“Scherza scherza, tanto prima o poi ti lasceremo a piedi.” mi risponde l’inglese un po’ irritato.

Sorrido per non risultare scortese, in fondo non è giusto che gli altri debbano aspettare i miei comodi, quindi mi unisco al gruppo e siamo pronti a partire.

Dal nostro punto di ritrovo, occorre circa mezz’ora di tragitto per giungere a destinazione.

Come al solito l’inglese si è presentato col macchinone del padre perché lui deve sempre sottolineare il suo status sociale più agiato degli altri.

Infatti, a parte la moto nuova di zecca di Maurizio, per noi comuni mortali c’è una vecchia Fiesta e una manciata di motorini.

Valeria ha il divieto dei genitori di andare su due ruote, quindi non posso portarla con me, fortunatamente tutte le ragazze vanno insieme sull’auto di Simona, perché se lei andasse con gli inglesi mi roderebbe non poco.

E neanche a nominarlo, ecco che subito prima di partire inizia l’esibizione dell’inglese:

“Che faccio vi aspetto lì oppure mi fermo a fare colazione?”

Come ogni volta però, la sua spavalderia dura ben poco:

“Ma dove vai che non sai nemmeno come si mette in moto! La prima è avanti a sinistra …”

Scoppiamo tutti in una grossa risata.

Maurizio ha sempre la battuta pronta in modo tale da ammutolire puntualmente i fratelli britannici o il malcapitato di turno che gli capiti a tiro.

“Dai Christian, non prendertela, te la sei cercata!”

“Brava Marty, vieni con me in moto?” aggiunge Maurizio approfittando subito della situazione per fare delle avances alla graziosa Martina.

“No, perché neanche tu sei capace a mettere in moto la tua carretta!”

E naturalmente Christian prende la palla al balzo per pareggiare il conto.

“E bravo Maurizio, in bianco come sempre!”

Come si dice? Chi di spada ferisce di spada perisce! Del buon sano umorismo da comitiva non guasta mai e le risate accompagnano la nostra partenza.

Naturalmente Maurizio e i ragazzi d’oltremanica continuano la loro battaglia su strada e presto li perdiamo di vista per rivederli solo una volta giunti a destinazione.

Io e i restanti scooter, complice anche la lenta giuda di Simona, arriviamo all’aeroporto Luigi Bourlot con 15 minuti di ritardo.

Appena giunti sul posto, Maurizio si sincera del nostro arrivo: “Ce l’avete fatta ad arrivare, temevo che vi foste persi tra le campagne…”

Pronta la risposta della lenta Simona: “Chi va piano va sano e va lontano”.

E secca arriva la replica: “Si, ma arriva dopo!”

Ho visitato almeno cento volte il museo; è stata mia l’idea di venire oggi tutti in gruppo. È sempre una novità perché è un luogo in continuo cambiamento.

Non ricordo due visite uguali, c’è sempre qualcosa di diverso.

“Speriamo che ne valga la pena” brontola l’inglese sempre scontento di qualcosa, mentre si sposta gli occhiali da sole sulla fronte.

“Ti pareva che non aveva niente da dire il signorino?” gli risponde Valeria.

Mi viene da sorridere ma subito il sorriso mi si spegne alla sua risposta:

“Tesoro, lo sai che sono qui solo per te!”

“Stupido” la pronta replica della sorridente fanciulla.

Resto imbambolato dalla bellezza del suo sorriso e al tempo stesso infastidito per il motivo che lo ha fatto sbocciare.

Ci apprestiamo verso l’ingresso camminando accanto al mio “fratello” Massimo, mentre Ilaria mi prende sottobraccio.

Mi stupisce la naturalezza con la quale si avvicina e cerca un mio contatto continuamente. Le ragazze sono più spigliate di noi maschietti.

Ilaria non fa nulla per mascherare la cotta che ha per me, vorrei riuscire a fare lo stesso con Valeria, un po’ la invidio.

Forse dietro quella naturalezza nasconde anche lei la stessa delusione che ho io nei confronti di Valeria.

Non è che Ilaria sia brutta. Anzi è piuttosto carina…

Potrei averla anche subito, è solo che non sento lo stesso sussulto che provo quando mi si avvicina Valeria e non mi voglio accontentare.

E poi non sarebbe giusto usarla così, non se lo merita.

Mentre camminiamo lungo l’ingresso del museo vediamo i primi aerei parcheggiati all’esterno: il solito (almeno per me) PD-808 e l’Albatros davanti alla gru sulla riva del lago. Un’immagine davvero suggestiva.

Una volta entrati nel primo padiglione, l’hangar Troster, ci aspettano gli aerei della Prima Guerra Mondiale.

Dopo una breve permanenza tra i rudimenti dell’aviazione italiana giungiamo all’hangar Velo, per me il più bello di tutta la mostra.

Mi dirigo subito verso gli idrocorsa, le splendide macchine volanti che hanno lottato per il trofeo Schneider tra l’inizio del secolo fino agli anni Trenta.

La loro livrea rosso fuoco li fa spiccare tra tutti e vengono presto notati dal gruppo.

“E questi cosa sono? Perché sono colorati così? Non ho mai visto aerei con le zattere, rosso fuoco!” i primi commenti incuriositi delle inesperte ragazze.

“Ma quali zattere e zattere!? rispondo inorridito. Poi replico: “Quelle le indossi tu il sabato sera per andare a ballare… Questi si chiamo s-c-a-r-p-o-n-i”

“Per la neve…” si intrufola Leonardo nel discorso.

“Sul serio servono per la neve?” mi chiede Ilaria con l’ingenuità di una neonata.

Sorridendo rispondo:

“Ma cheeeee… Dovete sapere che in passato, agli albori dell’aeronautica l’idrovolante era ritenuto il mezzo del futuro, tanto che fu istituita una competizione, il trofeo Schneider. Ogni nazione partecipante si iscriveva con un certo numero di aerei, creati da diverse case costruttrici rappresentanti il meglio della tecnologia di allora, per gareggiare in velocità”.

Mi guardo attorno. Si è formato una specie di capannello attorno a me. Mi sento un vero storico dell’aviazione. Deglutisco e riprendo a dire: “Inizialmente la gara si teneva ogni anno ma poi, per dare modo ai partecipanti di progettare, costruire e mettere a punto i prototipi sempre più complessi, si tenne ogni due; e a ogni edizione venivano presentati velivoli di nuova concezione, alcuni davvero straordinari come quelli che vedete. Un po’ come la Formula 1 di oggi”.

Leggo lo stupore negli occhi dei miei compagni. Per dare il colpo finale esclamo: “Solo che era l’inizio del ‘900 e l’aviazione muoveva appena i primi passi verso le alte velocità”. Sorrido compiaciuto.

Questa storia mi ha sempre attratto, ho sempre avuto il piacere di leggerla e rileggerla, al punto che ormai la conosco a memoria.

Gli altri ragazzi si radunano intorno a me per ascoltare il resto del racconto:

“Si partiva uno alla volta e si correva contro il tempo su un circuito (chiuso) delimitato da punti di riferimento come boe galleggianti sull’acqua o torrette su terraferma. Chi risultava il più veloce si aggiudicava l’edizione e aveva diritto a trasferire in patria la gara per l’edizione successiva.

Il trofeo veniva aggiudicato alla nazione che avesse vinto tre edizioni consecutive”.

“E chi ha vinto?” Mi domanda Ilaria.

“Beh gli Stati partecipanti erano Italia, Francia, Stati Uniti e Inghilterra…” cerco di sviare la risposta, ma non per molto. La domanda è troppo diretta e ritorna decisa.

“Sì ma chi ha vinto?”

“Gli inglesi, purtroppo” replico infastidito.

A quel punto Christian, che fino a un attimo prima sembrava non ascoltare, esclama con spavalderia e tutto impettito:

“Certo! Noi inglesi vinciamo sempre, quelli come me vincono sempre!”.

Meno male che c’è sempre il buon Maurizio a spodestare il lord inglese dal suo trono di cartapesta con sentenza solenne:

“Senti bello, si fa per dire… Più tardi è l’ora del the! Da quella parte c’è il bar, vai e aspetta le 5 di sera così per un po’ non rompi più!”.

Tutti sbottiamo a ridere naturalmente, mentre Christian accusa il colpo in un silenzio tombale guardando il fratello che, come lui, resta ammutolito.

Smorzati i toni, il gruppo si disperde a girare per l’hangar a curiosare in giro.

Mi isolo un po’ pensando tra me e me, ma sono stanco. Mi spiace dirlo ma preferirei stare già in spiaggia almeno una mezz’ora di sonno forse riuscirei a farla.

Sono giunto quasi in automatico davanti al Macchi Castoldi MC72. Il pezzo più prezioso della collezione.

Sua maestà degli idrocorsa.

È li davanti a me come molte altre volte.

Sembra una belva feroce assetata di sangue, e doveva esserlo! Immagino a fatica cosa doveva provare il pilota in quell’angusto abitacolo aperto a cavalcare il drago.

Sensazioni d’altri tempi.

Con quelle forme ardite e armoniose; il muso lunghissimo per far posto all’immenso motore; l’ala sottile come la lama di una spada e i radiatori a sfioramento per ridurre al minimo le resistenze parassite.

Che spettacolo da guardare!

Figuriamoci l’effetto che doveva fare oltre 85 anni fa, quando i normali velivoli erano poco più di un aquilone…

A fianco poi c’è il mostruoso motore in mostra.

Due unità a dodici cilindri uniti insieme come due gemelli siamesi, collegati a due eliche controrotanti. Una creatura mitologica spinta da oltre 3000 cv.

Come tutte le altre volte, non trattengo il sorriso. Quell’emozione che viene quando l’entusiasmo ti accende il fuoco dentro, ma guardandomi intorno sono costretto a posarmi coi piedi per terra.

Noto che li vicino, è stato messo uno schermo che manda in onda filmati e immagini dell’epoca e delle sedie per guardare il video in comodità, ma non mi basta.

Favorito della momentanea assenza di personale, approfitto per oltrepassare la transenna, che come una barriera spazio-tempo mi separa dal velivolo, e toccare il mito per un istante e sentirlo mio.

Tutto d’un tratto l’atmosfera s’ingiallisce, per un attimo mi gira la testa.

Le cose intorno a me sparisco, l’hangar non c’è più … vedo il lago al suo posto, mi sento spaesato…

Mi guardo addosso e non ho più i miei vestiti ma una tuta di volo!

I miei ricordi si fanno confusi, mi sovvengono ricordi che non m’appartengono.

Che mi sta succedendo!?

Vedo il pontile a pochi centimetri dall’acqua e la belva ferma davanti a me.

Accanto all’aereo c’è una semplice scala.

Ci sono molte persone con vecchie tute da meccanico che mi guardano, come se aspettassero un mio gesto.

Ci sono anche persone vestite in uniforme e qualcuno in abiti civili.

Sembra gente d’altri tempi.

“Maresciallo Agello è giunto il momento!”…“Francesco!”

Ancora non mi capacito della situazione, cosa ci faccio qui?

Quasi spontaneamente mi giro verso la voce che mi sembra quasi familiare.

Lo stupore e il disorientamento lasciano piano posto a ricordi più nitidi.

“Sono pronto anche io, signore.” Replico automaticamente, come fosse un’abitudine ancestrale.

Un attimo di riflessione e riconosco la voce del mio comandante, il Colonnello Bernasconi che, come sempre, segue da vicino ogni attività volativa del RAV.

Ora riconosco anche gli altri avieri del Reparto Alta Velocità, e riconosco le rive del lago di Garda.

Riconosco per ultimo anche l’MC 72 Marche Militari 177 fermo dinanzi a me sul pontile, anzi mi sembra di conoscerlo come le mie tasche.

Ora ricordo bene, oggi è il 10 Aprile 1933.

Ormai, da semplice riserva proveniente dalla ‘poco nobile’ ricognizione, sono rimasto solo io in vita abilitato al pilotaggio di questa splendida macchina volante, la più tecnologica al mondo.

Dopo tanta fatica, adesso sono il protagonista assoluto.

Purtroppo però non posso gioirne. I miei compagni di corso sono morti tutti nel tentativo di addomesticare questi terrificanti apparecchi. L’ultimo in ordine cronologico è stato l’amico Stanislao proprio nel tentativo di domare le bizze del ‘Drago’ e del suo alito di fuoco!

Per non parlare di Giovanni, Giuseppe, Tommaso, Ariosto e tutti gli altri caduti prima.

Il motore FIAT AS6, ha sofferto fin dall’inizio di pericolosi problemi causati da ritorni di fiamma per un difetto nei carburatori.

Per me però è diverso, sono sfuggito alla morte per ben due volte col C29. La macchina creata dall’ing. Rosatelli non ha avuto la meglio su di me.

Se la mia buona sorte non mi abbandonerà proprio oggi, entrerò nella storia.

Non c’è più tempo per tornare indietro, adesso è il mio turno. È il tempo di rendere onore alla superba macchina creata dalla dagli ingegneri Castoldi e Zerbi e alla mia Nazione.

Ho compiuto un volo di perlustrazione col FIAT CR20i e prima di me il Comandante Bernasconi.

Sono tutti al loro posto. Le motovedette sono pronte, i cronometristi sono al loro posto, un S59 pilotato da Cassinelli sta portando il commissario per il controllo delle quote.

Il motore del mio aereo è stato scaldato e le candele sostituite.

Le condizioni meteo sono favorevoli anche se non ideali.

L’aereo è in perfetta efficienza. Dopo tanta fatica il genio di Armando Palanca è riuscito a risolvere il problema di carburazione. Adesso il “Drago” è stato domato.

Devo riuscire a strappare all’inglese S6B il record di velocità. So che posso farcela, sulla carta l’MC 72 è più veloce. Risolti i problemi siamo riusciti a ottenere al banco ben 2600 cv, quanto basta per battere gli avversari e superare anche il muro dei 700 Km/h.

Brucia ancora la sconfitta di Calshot.

Non siamo riusciti a preparare in tempo nessuno dei 4 aerei progettati per l’occasione e non siamo riusciti nemmeno a presentarci alla gara;

Anche se i controlli prevolo sono tutti favorevoli, non so se posso fidarmi a spingere al massimo il mio apparecchio.

Le volte precedenti che si è tentato di avvicinare i limiti delle macchine non sono andate a buon fine…

Il Savoia Marchetti S65 ha ucciso Tommaso, l’MC72 ha ucciso Stanislao e io ho rischiato di morire col FIAT C29.

Il Piaggio Pegna PC7 non ha mietuto vittime perché rimasto alla fase di prototipo e forse è stato un bene…

La nostra puntuale impreparazione ci si rivolge puntualmente contro.

Neanche i francesi sono stati in grado di prepararsi in tempo per fronteggiare i britannici che facilmente si sono aggiudicati sia il trofeo che il record di velocità.

Se non ci avessero annullato la vittoria del ‘19 il trofeo sarebbe adesso in mano nostra! Ma non è andata così.

Ormai l’unica cosa che posso fare è battere il primato assoluto di velocità.

“Maresciallo, abbiamo perso la coppa e non possiamo più farci nulla. Dobbiamo conquistare il record a tutti i costi!” mi dice il comandante al quale rispondo con un semplice “Sì, signore”.

Salgo a bordo dell’angusto abitacolo tramite la scaletta, gli specialisti del RAV mi aiutano a sistemarmi sul sedile.

La sensazione è sempre la stessa. La visibilità anteriore è praticamente nulla, quella laterale poco più che sufficiente.

Accendo il motore posteriore e l’elica numero uno inizia a girare, subito dopo accendo il motore anteriore e anche l’elica numero due inizia a muoversi in senso contrario alla prima.

Vengo spinto in acqua lungo lo scivolo dal personale di manovra e dò manetta.

Mentre prendo il largo due motoscafi mi seguono a distanza.

A poco a poco aumento la potenza per iniziare la manovra di decollo e in breve tempo la manetta è a fondo corsa.

L’aereo si comporta benissimo, la spinta che sento alle mie spalle è possente mentre acquisto velocità, e dopo una lunga corsa sul pelo dell’acqua del Garda sono in aria.

Riduco i giri e prendo quota.

Ho memorizzato il tracciato dopo numerose prove effettuate, le due torrette si trovano una a Moniga e l’altra a Manerba.

Devo fare attenzione perché c’è uno strato di nubi a quota 1000 m quindi posso salire solo fino a 800 per poi picchiare sotto i 150 come previsto dal regolamento.

Ore 11:00.

Adesso o mai più!

Punto verso Manerba e dopo una virata picchio verso la base del tracciato e porto la manetta al massimo dirigendomi a sud verso Moniga.

Durante la picchiata sono tutt’uno con la macchina, posso sentire la benzina che dai serbatoi fluisce nel carburatore, come se fosse il mio stesso sangue che pompa nel motore.

Sento ogni singolo pistone spingere con tutta la loro forza proprio lì davanti a me, mi sembra di vederli uno ad uno tutti e ventiquattro e di riuscire a spingerli con i miei pugni al ritmo del ruotare dell’albero a gomiti.

Odo il possente ruggito motore, vedo le fiammate uscire dai corti collettori di scarico come fosse il fuoco che esce dalle narici del drago.

Mi sento catapultato in avanti come mai prima ad ora, mentre mi abbasso alla quota consentita.

Controllo l’altimetro per mantenermi a 100 m e sfreccio per il primo passaggio.

Sono concentrato al massimo, devo riuscire nell’impresa per riscattare il RAV e tutti i centauri che sono caduti prima di me.

“Aiutatemi amici! Soffiate alle mie spalle, eroi caduti soffiate forte, così da spingere il drago più veloce della propria ombra”.

Compio i 3 Km in meno di 16 secondi, il rombo del motore è assordante e domina tutto il lago.

Riduco i giri e riprendo quota per prepararmi al secondo passaggio.

Devo effettuare 5 tornate e la media sarà fatta con i 4 migliori tempi.

Non c’è tempo da perdere.Per essere il più leggero possibile, nei serbatoi c’è solo la benzina necessaria alla prova e non una goccia in più.

Inverto la rotta e giù di nuovo a tutta manetta. In un lampo, con una manovra ormai automatica, eseguo un altro passaggio mozzafiato e poco dopo, senza rendermene conto, ho terminato tutti i passaggi.

So di essere stato velocissimo, sorvolo l’idroscalo ed eseguo una stretta virata a 90° in segno di saluto alla folla accalcata a fare il tifo per me.

Sento la forza g che mi preme sullo stomaco, raddrizzo le semiali dopodiché ammaro delicatamente e mi fermo a largo.

I serbatoi sono praticamente quasi vuoti e l’aereo è talmente sbilanciato all’indietro da permettereagli scarponi di sprofondare in acqua e far sollevare il muso dell’aereo in aria.

Per evitare che lo splendente velivolo si inabissi, velocemente spengo i motori, ribalto il parabrezza ed esco sul lungo muso del velivolo per sedermi sul rovente cofano proprio dietro l’elica e ristabilire l’equilibrio.

Il calore che avverto sotto le gambe è infernale mentre aspetto che mi vengano a trainare i rimorchiatori.

Subito le motovedette si dirigono verso di me per trainare a riva l’aereo. Su una di esse vedo Bernasconi che sbraccia come un forsennato.

Il responso aveva parlato chiaro. Il precedente record inglese era stato sbriciolato!

682 Km/h, con il miglior passaggio a 692.

In alcuni punti devo aver superato anche i fatidici 700 Km/h ma non c’è modo di saperlo.

Salito a bordo dell’imbarcazione vengo letteralmente lanciato in aria dal mio comandante:

“Maresciallo ce l’hai fatta! Sei l’uomo più veloce del mondo! Il record è di nuovo italiano!”

Tutti mi acclamano mentre vengo sollevato in aria, sono felicissimo.

“Penso di aver pareggiato i conti con gli inglesi” rispondo.

“Puoi dirlo forte, oggi sei entrato nella storia.”

Mentre continuano le strette di mano e gli abbracci, giungiamo all’idroscalo.

Guadagnata la riva vengo accolto da tutti. Ci sono molte persone ad attendermi: ufficiali, meccanici, ingegneri e tutti i membri del RAV.

C’è anche una nutrita folla di persone fuori dai cancelli, giunte dai dintorni per l’occasione.

Vedo tanti volti di persone che non conosco e che mi acclamano come un eroe, li guardo uno ad uno e rispondo ai saluti quando la mia attenzione viene inesorabilmente catturata.

Una fanciulla dal volto angelico che da dietro la rete divisoria si aggiusta i capelli.

Un volto celestiale ma stranamente familiare.

È come se la conoscessi da sempre ma non l’ho mai vista.

Resto fermo immobile imbambolato e quasi in attesa di un riscontro: dai girati! Guardami ti prego… penso tra me e me.

La giovane ragazza resta un attimo immobile come se avesse recepito la mia richiesta.

Resto fermo a guardare mentre ricevo pacche sulle spalle e vengo strattonato dai miei commilitoni ma quasi non me ne accorgo, la mia mente adesso è altrove.

Dopo aver fatto qualche passo a forza trascinato dai militari ecco che accade il miracolo.

Lo sguardo splendente della ragazza incontra il mio per un istante, resto letteralmente ammaliato da cotanta bellezza!

Quasi istantaneamente sboccia il più bel sorriso che abbia mai visto sul suo volto e resto impietrito, già provato dall’emozione dell’impresa appena compiuta.

Resto a guardare e intorno a me sento il vuoto totale. Tutte le persone che mi circondano scompaiono nel buio e resto da solo a guardare la luce di quel sorriso.

Chi sei? Come hai fatto a rapirmi così? E perché ti vedo così familiare?

I pensieri si confondono di nuovo e sono confuso, ora mi importa solo di scoprire chi si cela dietro quella visione!

Ad un tratto l’immagine scompare e ho un violento sussulto!

Cosa mi è successo di nuovo? Dove mi trovo? L’MC 72 è ancora lì affianco a me, ma dove sono finiti tutti? Dov’è il comandante? Dov’è il lago?

Ma soprattutto, dov’è finita quella splendida fanciulla?

Un attimo per riprendermi e vengo avvolto dalle risate ed esclamo ad alta voce: “Comandi signore!”

“Ma quale signore! Aoooo, sveglia, che fai dormi come un salame?”

Mi sento la schiena bagnata e vedo Maurizio con una bottiglietta d’acqua in mano stappata.

Non tardano gli altri commenti:

“Guarda che chi dorme non piglia pesci!” e giù via con gli scherni.

“Siete proprio stupidi!” rispondo imbarazzato.

Ancora non capisco bene cosa mi sia successo, era tutto così reale…

Poi realizzo. Complice la stanchezza, devo essermi accomodato sulle sedute e addormentato. Forse il vero stupido sono io… Che figuraccia!

Mi allontano infastidito e deluso restando in disparte mentre iniziamo a muoverci verso l’hangar Badoni, il terzo della mostra statica del Museo.

Ancora non mi capacito di cosa mi sia successo, nel presente e nel passato…

Ero talmente suggestionato da essermi sognato tutto oppure sono stato veramente catapultato nel passato?

Mi rimane una vaga sensazione di nostalgia, ma adesso sono qui nel presente a camminare.

Focalizzo l’attenzione, davanti a me c’è lei. Adesso che ti ho ritrovata non voglio perderti di nuovo.

Dai girati! Guardami ti prego…

Compi di nuovo quel miracolo compiuto 87 anni fa…

Come per magia, Valeria si gira mi guarda e mi sorride mentre si aggiusta i capelli.

Ho già visto quella scena.

Ho già sentito quella sensazione allo stomaco, ma stavolta non è la forza g.

Resto impietrito mentre mi volta le spalle.

Ore 11:00.

Adesso o mai più!

Affretto il passo tanto da coprire i pochi metri che ci separano e la raggiungo in pochissimo tempo.

Allungo il braccio e le prendo la mano…

Lei si gira verso di me e mi sorride di nuovo.

La resto a guardare senza dire nulla.

Vorrei che il tempo si fermasse.

Ci avviciniamo al possente idrovolante CANT Z-506 e ci fermiamo.

“Christian!” esclama Valeria “ci faresti una foto qui?”

“Come vuoi” risponde l’inglese.

“Brucia di invidia inglese! Brucia tu e il tuo smartphone da 1000 euro!” vorrei rispondere.

Invece resto in silenzio. Voglio godermi il mio momento di gloria.

Restiamo abbracciati per il tempo di uno scatto, troppo poco, e le mie speranze si sbriciolano.

Valeria mi lascia lì davanti come un baccalà, mentre si allontana con gli altri.

Mi rattristisco.

Abbiamo fatto solo una fotografia e pochi passi mano nella mano, cosa mai mi ero messo in testa? Cosa mi aspettavo?

Non so, però sento che non è questo il momento di arrendersi, riprendo le forze e mi dirigo a tutta manetta verso di lei.

Giunto alle sue spalle, tendo la mano verso la sua e la afferro con una presa decisa. La splendida fanciulla si gira verso di me e sorride di nuovo.

Stavolta non ti lascio andare! Sono deciso ad andare fino in fondo.

Ci sono altri record da battere, altri trofei da conquistare…

E voglio farlo con te!



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Roberto Ferri

Un messaggio nel cielo


“Insomma!”

Mauro battè il pugno sulla scrivania, come se l’interlocutore all’altro capo del filo avesse potuto vederlo ed essere quantomeno intidimidito dal gesto.

“Come sarebbe, un ritardo di mezz’ora? Abbiamo delle tabelle di marcia, ve ne rendete conto?”

La risposta gli arrivò come un ronzio vago e lontano, mentre si detergeva la fronte sudata e rifletteva che no, non conveniva farsi alzare la pressione in pieno agosto, nel caldo afoso di quel casottino di lamiera.

Ascoltò distrattamente discorsi confusi sulle difficoltà di stampa e sul corriere partito in ritardo, premurandosi di afferrare con la mano libera una bottiglia di acqua e di versarsene un generoso bicchiere, che trangugiò aspettando che il tipografo la finisse con le scuse.

“Va bene, va bene” disse infine, “ma che sia qui entro mezz’ora, non più tardi. E non voglio più sapere di simili disguidi!”

Senza attendere risposta, buttò giù il telefono con gesto impaziente e si passò una mano fra i capelli.

“Buongiorno! Tutto bene?”

Mauro sobbalzò, al rumore della porta e alla voce squillante di Moreno, che, come ogni mattina, esibiva un sorriso a trentadue denti. Ma come accidenti faceva, si chiese, a essere sempre così entusiasta e positivo? Lo squadrò dalla testa ai piedi, prima di alzare le spalle.

“Mah!” rispose. “Tutto bene non direi, lo striscione è in ritardo di mezz’ora.”

Moreno non smise di sorridere.

“Poco male, vuol dire che, nell’attesa, ci prendiamo un caffè. Avanti, metti sù quella macchinetta!”

Mauro, non del tutto convinto, accese il fornello elettrico e iniziò a riempire la moka, mentre Moreno si accomodava tranquillamente su di una sedia. Mauro lo guardò di sghimbescio.

“Sicuro che lo vuoi, questo caffè?” chiese.

Moreno rise. “Se ti fa fatica, faccio io.”

“No, no… E’ che mi chiedo come tu faccia a non essere nervoso, all’idea di decollare. Io tremerei come una foglia dalla paura.”

“E infatti tu non voli, organizzi.” Mauro fece una leggera risata. “E sono nervoso lo stesso, con tutti i casini che vengono fuori.”

“Vedi?” sorrise Moreno. “Io me ne frego, dei casini. Mi basta salire sull’aereo, farlo partire, ed ecco che sono libero nel cielo, senza pensieri e senza altra preoccupazione se non quella di mantenere la rotta! Anzi” sospirò, “ti dirò che a volte questo lavoro mi sembra fin troppo tranquillo. Sempre lo stesso volo, avanti e indietro davanti alla spiaggia, un giro e via da capo, sempre con quella coda svolazzante dietro. Ma non importa: sempre meglio delle scartoffie di un ufficio” concluse, con aria canzonatoria.

“Saranno anche scartoffie, ma quantomeno sono sicure” sottolineò Mauro.

“Mi fai sorridere, con la tua assurda paura di volare. Nemmeno fossi un bambino! Anzi, i bambini sono più coraggiosi. E poi non sai cosa ti perdi! Non hai mai provato la sensazione di fendere il vento, fiaccarne la resistenza, fluttuare nell’aria come senza peso…”

“E neppure ci tengo a provare!”

“Bah! Sei proprio un coniglio!” Mauro fece per ribattere, ma il gorgoglio del caffè lo trattenne. “Pronto!” sospirò, tirando fuori da un mobiletto due tazzine.

Sorseggiarono in silenzio per alcuni minuti.

“Che cosa pubblicizziamo oggi?” chiese poi Moreno. “Gelati? Un amaro? Passata di pomodoro?”

“Il solito analcolico” alzò le spalle Mauro.

“Ma come?” si stupì l’altro. “E a cosa serve lo striscione nuovo, quindi?”

“Cambio di slogan, ma il prodotto è sempre quello.”

“Che pizza” sbuffò Moreno. “Ma non hanno paura che il pubblico si stufi e finisca per averlo in antipatia?”

Mauro scosse la testa. “Evidentemente non è così, visto che hanno prenotato il nostro servizio per le prossime due settimane.”

“Sarà. Io, personalmente, ho smesso di berlo.”

Mauro allungò le gambe, pensieroso.

“Eppure mi piacerebbe fare di meglio… Spesso mi chiedo se non sarebbe possibile gettare alle ortiche gli striscioni pubblicitari e far volare nel cielo qualche messaggio più importante. Che so, una poesia, una frase celebre, uno slogan pacifista…”

Mauro scoppiò a ridere. “Ma che idea! Sei sempre il solito romanticone, eh? Ma almeno la fidanzata, quando te la trovi?”

Moreno fece per ribattere, quando la porta del casotto si spalancò.

“Buongiorno, dottò! Lo striscione!”

“Alla buon’ora!” Mauro si trattenne dallo sbottare: non c’era tempo da perdere. “Posizionatelo, fra dieci minuti al massimo bisogna decollare.”

Moreno si alzò stirandosi. “Bene, mi preparo anch’io. Ci vediamo alla fine del giro!”

Accensione, riscaldamento del motore, decollo e aggancio dello striscione con il consueto passaggio basso e relativa cabrata per l’aggancio.

Moreno conosceva a memoria la procedura; tuttavia, ogni volta che si alzava in volo, la sensazione di quella striscia colorata che fendeva l’aria dietro al velivolo gli dava l’impressione di assomigliare a uno di quei pesci dalla coda variopinta e fluttuante. Betta splendens, si chiamavano, ma tutti li conoscevano come pesci ballerina. Ecco, lui era un pesce ballerina nella grande distesa d’acqua del cielo. Certo, era un cielo un po’ limitato: avanti e indietro, avanti e indietro nello stesso percorso per innumerevoli volte al giorno. Chissà: se si fosse impegnato di più, se avesse seguito un corso di addestramento, avrebbe potuto diventare un pilota di linea, ma era troppo pigro. L’idea di viaggiare da un capo all’altro del globo, passare le nottate in hotel sempre diversi e avere a malapena un paio di settimane l’anno da trascorrere con la famiglia, a gustarsi l’aria di casa, lo angosciava. Non era fatto per quel tipo di vita raminga: aveva bisogno delle sue certezze, dei suoi punti fermi.

Già, si disse, con una punta di amarezza: certezze, punti fermi? Ma se non era neppure fidanzato! Eppure era un bel ragazzo, la scelta non gli sarebbe certo mancata: era troppo selettivo, dicevano gli amici. Chissà che cosa voleva, facevano eco le ragazze, storcendo il naso. Dopo di che, gli uni e le altre si scambiavano sguardi divertiti e perplessi, chiedendosi se, per caso, dietro a tutta quella ritrosia, non ci fosse qualcosa di strano. Ma la verità era un’altra.

Moreno guardò giù, accarezzando con lo sguardo la spiaggia e chiedendovi quale di quei puntini colorati si chiamasse Marina. Marina, Marina, sempre quel nome e solo quello: non gli usciva di testa né di giorno né di notte, era la sua ossessione, il suo chiodo fisso. Un solo sorriso di lei bastava a illuminargli la giornata, il suono della sua voce era la migliore colonna sonora dei suoi sogni. Eppure, con lei non gli riusciva che di comportarsi amichevolmente: era terrorizzato dall’idea di essere respinto, e che una sua eventuale dichiarazione non gradita potesse porre fine anche alla loro amicizia. Ultimamente, poi, lei era sempre più nervosa: non lo ascoltava più pendendo dalle sue labbra come prima, ma sbuffava dopo due minuti, e trovava sempre una scusa per alzarsi e andare a giocare a pallavvolo con gli amici, o a prendersi un gelato. Ma non al bar dello stabilimento, no: preferiva spostarsi di diversi metri, sostenendo che il baracchino di Giorgio aveva gelati migliori. Eppure erano della stessa marca, pensava Moreno, perplesso. Probabilmente Marina aveva discusso con Luisa, la barista: ogni volta che la vedeva, faceva certe smorfiette che arrivavano a renderla sgradevole, addirittura brutta. Chissà che torto le aveva fatto, quella poverina.

Moreno sospirò. Come fare per dichiararsi a Marina? Se solo avesse potuto portarla in volo con sé: le avrebbe mostrato la bellezza del cielo, il brivido dell’assenza di peso, l’ebbrezza del fluttuare nell’aria, e allora avrebbe potuto esprimerle tutto quello che provava. Ma era assolutamente escluso far salire un passeggero su quel leggerissimo aereo pubblicitario.

Perso nei suoi pensieri, quasi non si accorse che l’orologio segnalava già la fine del turno. Concluse il giro, poi virò dolcemente dirigendosi verso il campo di atterraggio. Scorse un puntino accanto alla baracchina: era Mauro, che guardava verso di lui. Lo immaginò con le labbra tirate in una vaga espressione di preoccupazione, e non poté impedirsi di sorridere dell’irrazionale paura del volo che affliggeva l’amico. Non sapeva che cosa si perdeva. Peccato non poter portare in volo neppure lui.

“Ciao Luisa, che cosa mi dai da bere oggi?”

Un paio di occhi neri e profondi si voltarono e si fissarono nei suoi, mentre sotto di loro si accendeva un sorriso radioso e sensuale.

“Quello che vuoi, Moreno” fece una voce suadente, carica di sottintesi.

Moreno si appoggiò al bancone, vagando con lo sguardo in direzione del mare, e Luisa capì di avere, una volta di più, scoccato invano le sue frecce.

“Fai tu, Luisa… basta che non sia quell’analcolico che non voglio più neppure nominare.”

Suo malgrado, la ragazza si trovò a ridere. “Ne hai abbastanza, eh? Però ti capisco, essere obbligato a portare in giro sempre la stessa pubblicità… ma non ti andrebbe di mostrare qualche messaggio un po’ più importante? Una dichiarazione d’amore, per esempio” suggerì, avvicinandosi.

Moreno non lo notò neppure.

“Eh, sapessi quante volte ci ho pensato! Ma poi, chi mi pagherebbe?”

Luisa lo guardò stupita. “Chiunque volesse mandare un messaggio importante a una persona cara! Un compleanno, un anniversario… pensa che ressa per San Valentino! Potresti lavorare tutto l’anno, non solo durante l’estate. Natale, Pasqua, Festa della Mamma… E pensa a tutti i ragazzi che ti noleggerebbero per le loro dichiarazioni! Puoi immaginare niente di più bello, per una ragazza, che leggere il suo nome nel cielo, magari con contorno di cuoricini?” sospirò Luisa, sbattendo gli occhi.

Moreno la guardò interdetto: dichiarazioni d’amore in cielo? Riflettè un attimo: ma sì!

D’un tratto scattò in piedi. “Grazie, Luisa, sei un angelo!” esclamò, correndo via. “Ma… non hai più sete?”

Non ci fu risposta. Luisa lo guardò andare, poi, scuotendo la testa, si rimise a lavare bicchieri.

“Ma scusa, ti rendi conto? Così mi fai saltare una giornata di lavoro! E io come mi giustifico con il nostro cliente?”

Mauro scuoteva la testa. Ma che cosa era saltato in mente a Moreno?

“E dai, Mauro, te l’ho detto: gli spieghi la situazione e gli offri una giornata in più. Te la faccio gratis, te lo giuro. Lo striscione l’ho commissionato e pagato io, lo consegnano già domattina. Si tratta solo di una giornata, che tu oltretutto non mi paghi, quindi, in definitiva, io lavoro gratis due giorni. Non mi sembra che sia un così grande sacrificio, per te…”

Mauro lo guardò negli occhi, con le braccia conserte. “E che cosa hai fatto scrivere, sullo striscione?”

“La cosa più semplice del mondo: Moreno e Marina, e un paio di cuoricini intorno.”

“Ma è davvero così importante, per te, questa Marina?”

Moreno sì morse le labbra, annuendo. 

“E va beh!” Mauro alzò le spalle. “Del resto, ti ho sempre detto che volevo vederti sistemato… Ma guarda che poi voglio la bomboniera, eh!”

Moreno sorrise. “Altro che bomboniera! Mi farai da testimone, stanne certo!”

Mauro lo guardò di sbieco. “Furbo, tu! Così poi devo farti il regalo…”

Scoppiarono a ridere.

Accensione, riscaldamento del motore, decollo, aggancio dello striscione. Niente di nuovo, in teoria, ma quel giorno era come se fosse la prima volta.

Moreno non aveva neppure guardato lo striscione, temendo che quei due nomi scritti così, uno accanto all’altro, potessero emozionarlo a tal punto da fargli mancare il coraggio.

Cercò di non pensare ad altro che non fosse il rumore del motore, il soffio gentile dell’aria sulla carlinga, il suono un poco nervoso del vento che scuoteva la sua coda colorata e densa d’amore.

Come avrebbe reagito Marina? Un attimo di incertezza si fece largo nei suoi pensieri: e se quell’azione così plateale avesse offeso la sua riservatezza? E se si fosse vergognata davanti ai suoi amici? E se…

Moreno scosse la testa: era tardi per i ripensamenti. Ormai era già in volo, con lo striscione che svettava dietro di lui, come una confessione pubblica, un impegno serio e senza tentennamenti.

Si rilassò, pur mantenendo il controllo del velivolo e la mente lucida, prendendo quota. La sua mente, come sempre gli succedeva quando imboccava la sua strada d’aria, si aprì, pronta ad accogliere il sole e l’aria salmastra che arrivava fin lassù a solleticare le sue narici.

Gli sembrava di essere lui stesso l’aereo, o di essersi mutato in un gabbiano, un’aquila o chissà quale altro animale del cielo, di una razza indefinita, intento solo a volare con le ali ferme, dolcemente aperte verso il vento. In quei momenti, avrebbe voluto davvero volare via lontano, lasciandosi tutto e tutti alle spalle, per non scendere mai più sulla terra. Ogni volta, solo pure questioni pratiche riuscivano a convincerlo a terminare il suo giro e a tornare a terra come stabilito, restituendo il suo aereo, le sue ali, al legittimo proprietario, e riscuotendo la necessaria paga del giorno.

Ora, però, c’era un nuovo motivo, molto più importante degli altri, a trattenerlo: Marina. Ora il suo volo aveva un altro senso, diverso, forse più profondo, sicuramente più importante per la sua vita: comunicarle quello che sentiva.

Guardò, come sempre, verso la spiaggia, cercando di immaginarsi la sua reazione, quando avesse visto il messaggio sullo striscione. Ne sarebbe stata felice? Avrebbe accettato di salire a bordo e volare insieme a lui? Oppure gli avrebbe riso in faccia, spezzandogli le ali e mandando il suo aereo in picchiata?

No, si disse, non era possibile. Era così chiaro che Marina lo ricambiava: aspettava solo che lui si facesse avanti, e, se fino a quel momento non era successo niente, era solo colpa della sua assurda timidezza. Si vedeva a occhio nudo: lei non voleva altro che un passo da parte sua. E se non era un passo quello! Altro che passo, era un vero e proprio volo!

La sua mente prese a correre, e iniziò a immaginarsi Marina che saliva insieme a lui su di un aereo noleggiato appositamente per loro due: dietro alla coda, al posto dello striscione pubblicitario, un enorme velo bianco da sposa, disseminato di boccioli di rosa, avrebbe annunciato al mondo la loro felicità. Vedeva il sorriso di lei accanto a lui, sentiva la sua mano leggermente nervosa per una leggera paura del volo, e immaginava di stringerla per darle conforto, nel condurla attraverso i sentieri del cielo. 

Si morse le labbra. Stava correndo troppo. Per il momento c’era da portare bene a termine il suo compito, e far sì che lei fosse fiera di lui. Si concentrò sulla rotta, pensando che proprio il suo essere sempre la stessa poteva causargli facilmente qualche distrazione, e si impegnò a mantenere saldamente il controllo del velivolo.

Un giro, due giri, tre giri… Avanti e indietro, finché il suo messaggio non fosse stato chiaro a tutti i villeggianti sparpagliati per la spiaggia, finché non fosse stato recepito anche dai neonati urlanti in braccio alle mamme cosparse di sabbia e di resti di gelato. Dovevano saperlo i bagnini e i gruppi di ragazzi impegnati nelle loro partite di pallavvolo, i venditori di cocco e quelli di collanine, le ragazze in bikini e le signore anziane coperte dai loro vestiti a fiori. Tutti dovevano sapere che era innamorato di Marina, e che quello striscione era il suo regalo per lei. C’è chi regala rose, e chi regala messaggi nel cielo…

Guardò l’orologio e i televel: il tempo a disposizione era terminato. Bisognava rientrare alla base: del resto, anche il carburante non era certo eterno. Con un’ultima, elegante virata, Moreno guidò il velivolo verso l’atterraggio. Mauro, come sempre, lo aspettava accanto al casottino.

“Tutto a posto?” gli chiese, con aria perplessa.

“Certo! Non poteva andare meglio!” rispose Moreno, con un ampio sorriso.

Mauro lo guardò esitando. “Sicuro?”

“Certo! Perché? Ho fatto qualcosa di sbagliato? Mi sembra di avere fatto del mio meglio come al solito, no? Anzi, forse più del solito!”

“Ah sì, certo, certo” si affrettò a rispondere Mauro.

“Marina sarà contenta…”

“L’hai vista? E’ venuta qui?”

Mauro scosse la testa. “No, no, qui non s’è vista, ma di sicuro sarà in spiaggia, come ogni giorno. Anzi, se fossi in te mi affretterei a raggiungerla. Vorrai pure conoscere la sua opinione riguardo al tuo… exploit, non è vero?”

Sì, certo che era vero. Non vedeva l’ora di raggiungerla e di leggere nei suoi occhi la sua reazione.

“Ciao Mauro, ci vediamo domattina!”

Moreno si allontanò correndo, impaziente di raggiungere la spiaggia.

Mauro lo seguì con lo sguardo, senza perdere la sua espressione corrucciata. Si voltò a guardare ancora una volta lo striscione, che giaceva abbandonato sulla pista, ancora attaccato al velivolo. Poi, con un’alzata di spalle, rientrò nel casottino e si rimise al lavoro.

Moreno scansò intenzionalmente il bar: non aveva voglia di venire invischiato nella solita chiacchera di Luisa. Ogni volta che lo vedeva gli attaccava un tale bottone, quella! E chissà poi cosa voleva da lui. Ma come faceva, il suo amico Franco, a morirle dietro? A lui non sembrava proprio niente di speciale. E, del resto, davanti a Marina tutte le altre impallidivano. No, davvero, non aveva tempo per Luisa, quel giorno.

La sabbia che scottava sotto i suoi piedi aumentava il suo senso di urgenza. Rispondeva vagamente ai saluti degli altri bagnanti, che lo guardavano con aria canzonatoria e con dei sorrisetti ironici. Certo, si diceva lui, una dichiarazione d’amore attira sempre le prese in giro degli estranei: ma di che cosa si trattava, se non di invidia? Avrebbero avuto meno da ridere, quando Marina gli si fosse fatta incontro buttandosi fra le sue braccia e coprendolo di baci! Sì, ma intanto lei non si vedeva. Dove accidente si era cacciata?

Eccola finalmente, proprio laggiù, in fondo alla fila delle cabine. Stava avanzando verso di lui, con il gruppo degli amici a seguirla da vicino: ovviamente non volevano perdersi lo spettacolo, pensò Moreno. Beh, non li avrebbe delusi, ne era certo: che preparassero canzonature e prese in giro, se era il prezzo da pagare per avere lei.

Che strano, però: man mano che si avvicinava, l’espressione sul volto di Marina sembrava tesa, scura. Sicuramente era solo un effetto dell’ombra sul suo viso: non poteva essere diversamente. Oppure?

Moreno si sentì un attimo vacillare: forse aveva davvero esagerato, forse si era sentita imbarazzata, ma se era così le avrebbe chiesto scusa. In fondo l’aveva solo fatto a fin di bene, in fondo era stato solo il suo modo per dichiararsi…

I suoi pensieri si interruppero quando Marina si arrestò di fronte a lui: aveva le braccia conserte e una smorfia truce sul viso.

A Moreno si asciugarono le parole in gola. Lei, invece, parlò, secca, incisiva, lapidaria.

“Complimenti,” disse, “complimenti vivissimi. Auguri e figli maschi!”

Dopo di che, voltò le spalle e filò via impettita, inseguita dalle risatine degli amici, invano nascoste dalle mani premute sulle bocche alla ricerca di un vano senso di decenza.

Tutti guardarono Moreno con maligno divertimento, prima di defilarsi a loro volta. “Bravo, eh!” commentò qualcuno.

Solo Franco lo squadrò con un’espressione triste, quasi impotente. “Bene, bene” gli disse. “Povera ragazza, chissà che soddisfazione ti sei preso, a deluderla in questo modo! Neppure non avessi capito quanto teneva a te: era evidente! Beh, auguri anche da parte mia.”

E con quello anche Franco si allontanò, lasciando Moreno alla propria perplessità. Che cosa aveva fatto di male? Va bene, aveva messo in imbarazzo Marina, ma quantomeno le aveva detto pubblicamente quanto anche lui teneva a lei, no? E allora? Che cosa c’era di così tragico? Per quanto si lambiccasse il cervello, Moreno non riusciva a capacitarsene. Insomma, la riservatezza andava bene, ma in quel modo gli sembrava troppo.

Deluso, tornò sui suoi passi, in aeroporto, fino al baracchino di Mauro, che se ne stava lì, davanti alla porta, quasi lo stesse aspettando.

“Senti,” esordì, “ho già provveduto a fare due urli a Gino della tipografia. Alla prossima che mi fa, è fuori: ritardi di stampa, ritardi del corriere, e adesso sbaglia pure i nomi…”

“Sbaglia i nomi? Come sarebbe?” Mauro si morse le labbra.

“Senti, prima non ho avuto il coraggio di dirtelo, ti ho visto così entusiasta che non ho avuto cuore di fermarti… Vai un po’ a dare un’occhiata allo striscione.”

Moreno sgranò gli occhi, poi, con un brutto presentimento, si avviò verso la pista. E fu lì che lo vide, ancora abbandonato sul prato, come uno straccio usato disteso per terra, in tutto lo splendore dei cuoricini e dei due nomi che vi troneggiavano.

“Moreno e Marisa”

Marisa? In un attimo, tutto gli fu chiaro. Ecco spiegata la rabbia di Marina: credeva che lui l’avesse snobbata, messa da parte in favore di una fantomatica Marisa! Ma chi era quella Marisa? Non esisteva nessuna Marisa!

Non c’era un attimo da perdere: doveva rincorrere Marina e spiegarle tutto. Se necessario, l’avrebbe anche fatta parlare con Gino, il tipografo: ci avrebbe pensato lui a giustificarsi! Una bella professionalità, sbagliare il nome della destinataria di un messaggio così importante. Ma non c’era tempo per pensarci: bisognava correre, tornare alla spiaggia.

Non fece in tempo ad arrivare davanti al bar prima di arrestarsi a bocca spalancata. Non poteva essere, aveva le traveggole: Marina che usciva dal bar? Non era possibile, non sopportava Luisa! E soprattutto non era possibile che se ne stesse abbracciata stretta a Franco! Eppure erano proprio loro due, con due bei coni gelati in mano, e avanzavano verso di lui.

Franco aveva l’espressione quasi ebete di chi ha raggiunto un traguardo insperato, mentre Marina esibiva una smorfia sfrontata di sfida aperta.

Lo superarono: lui gli fece un cenno di saluto, lei girò la testa dall’altra parte, col naso per aria. Moreno li guardò allontanarsi, incapace di reagire.

“Lo sapevo, che eri soltanto timido!”

Moreno sobbalzò e si voltò di scatto, chiedendosi chi avesse parlato.

Dietro a lui, sorridente, con una mano languidamente appoggiata sul fianco, Luisa lo guardava come se volesse mangiarselo.

“Scusa?” chiese lui, confuso. Lei eluse la sua domanda retorica.

“E ti sei anche ricordato il mio diminutivo…”

Un pensiero improvviso colpì la testa di Moreno: era vero! Tutti lo sapevano, in spiaggia: Maria Luisa, detta Luisa, per gli intimi Marisa!

Maledette coincidenze, ecco perché Marina aveva creduto… Ma non era troppo tardi.

“Scusami, Luisa, c’è un equivoco” iniziò, ma venne immediatamente bloccato da un bagnante appena entrato nel bar.

“Mi perdoni, ha un minuto? Splendida idea davvero, quella della dichiarazione d’amore con l’aereo! Senta, fra qualche giorno è il compleanno di mia moglie, quanto costerebbe fare una cosa del genere?”

“Ma, io, veramente…”

“Ah, eccola qua! Senta” si fece avanti un altro, “io vorrei augurare Buon Ferragosto alla mia famiglia, c’è ancora posto per quel giorno?”

“Ma…”

“O non fa servizio, nei festivi?”

“Io ho bisogno prima possibile” si affrettò un terzo, con un sorrisetto di scusa. “Sa, anch’io troppo timido per dichiararmi… Ma con un’idea come la sua, impossibile fallire! Se è riuscito a conquistare Marisa!”

Moreno scosse la testa. “Ma guardi che io…”

“Scusateci un attimo” disse, decisa, Luisa, prendendolo per un braccio e portandolo sul retro.

“Senti,” esordì, “non sono una stupida, e immagino che lo striscione, in realtà, non fosse diretto a me, ma non è il momento di scandagliare i perché e i percome: in un modo o nell’altro, ha fatto un successo strepitoso.”

Moreno si fermò a riflettere. “Adesso tutti credono che tu mi abbia conquistata semplicemente portando in volo quella frase, e sono impazienti di imitarti per rendere felici i loro affetti più cari. Non ti pare che valga la pena di reggere il gioco? Non era questo che volevi, portare nel cielo messaggi più consistenti di uno striscione pubblicitario?”

Certo, si disse Moreno, Luisa non aveva torto… Ma Marina?

“Del resto” continuò lei, come se gli avesse letto nel pensiero, “hai chiaramente visto che Marina non ci ha messo molto a consolarsi. Vale la pena di rovinare tutto per correre dietro a una così?”

Caspita, pensò lui, era vero. Marina non gli aveva neppure chiesto spiegazioni, si era solo defilata appiccicandosi a Franco che, fino al giorno prima, non guardava neppure di striscio. Che delusione!

Sì, era il caso di lasciarla perdere, e pensare a inseguire l’attività che aveva sempre sognato. Avrebbe potuto parlarne con Mauro, iniziare ritagliandosi un’ora o due al giorno, e poi, col tempo, formare una vera e propria società… E sarebbe stato possibile volare tutto l’anno, non solo in estate per pubblicizzare una bibita o un gelato. Certo, però, che fingere una relazione per farsi pubblicità…

Ancora una volta Luisa indovinò i suoi pensieri. “Ovviamente non dovremo fingere per sempre: solo per qualche mese, giusto il tempo di iniziare e consolidare la tua nuova attività. Poi saremo liberi di andare a cercarci altre persone.”

“Scusate” li interruppe un signore con al collo una macchina fotografica, affacciandosi alla porta, “sono Giacomo Cosi, della Gazzetta. E’ lei l’artefice della bellissima idea dello striscione? Vorrei intervistarla. E lei deve essere la fortunata… Permette, una foto o due con il suo fidanzato?”

Con un sorriso a trentadue denti, Luisa si avvinghiò letteralmente al braccio di Moreno, prestandosi a diverse pose.

“Bene, ora mi deve scusare, Signorina, dovrei iniziare l’intervista. Mi dica…” esordì, rivolgendosi a Moreno, che, beché ancora un poco perplesso, si dispose a rispondere alle sue domande.

Luisa si fece da parte, sorridendo sorniona e annuendo. Era stata lei a chiamare Giacomo, raccontandogli tutta la storia prima ancora che Moreno atterrasse e si rendesse conto della gaffe. Ma questa era stata solo la ciliegina sulla torta: aveva dovuto dare fondo ai suoi risparmi per corrompere Gino, che le aveva riferito le intenzioni di Moreno, e convincerlo a sostituire quella trascurabile letterina, quella “N” con quella “S”: sapeva bene che Moreno, troppo eccitato, non ci avrebbe fatto caso.

Sarebbe servito a qualcosa? Chissà. Intanto si era tolta di mezzo quella gatta morta di Marina, che, come aveva previsto, era stata troppo orgogliosa per andare in fondo alla questione, e allo stesso tempo, aveva dato a Moreno la spinta giusta per dare una svolta alla sua attività. Un giorno, lo sapeva bene, l’avrebbe ringraziata.

E poi, non si sa mai: a volte, a forza di fare finta, si finisce per credere al castello di carte che si è costruito… Chissà se, un giorno, Moreno l’avrebbe guardata finalmente con occhi diversi.

Magari, prima o poi, appeso dietro all’aereo, ci sarebbe stato il suo velo da sposa.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Cristina Giuntini

Pensieri sospesi … in mongolfiera


Nell’aria frizzante di un’aurora primaverile in Cappadocia, imbaccuccata negli unici abiti caldi trovati nello zaino, salgo sulla jeep che attende davanti all’albergo coi miei compagni di avventura.

Dopo pochi chilometri di strada tortuosa lasciamo il tracciato per addentrarci su piste battute nella campagna.

È ancora buio e s’intravvedono dei bagliori.

Non sono fuochi, ma le fiammate che fuoriescono dalle mongolfiere, come scopriamo giungendo nella vasta radura.

Enormi palloni aerostatici giacciono sgonfi, adagiati sul terreno in un ammasso di corde, i loro colori sgargianti che spiccano nel chiarore incerto di quei momenti prima dell’alba. I cesti per il trasporto dei passeggeri sono dei grandi canestri in vimini, che ricordano i cesti da picnic.

Ogni mongolfiera trasporterà 16 viaggiatori, disposti a coppie negli 8 settori della cesta. Intorno si muovono con ordine e precisione gli addetti, ciascuno impegnato nel proprio ruolo.

Lentamente, i palloni variopinti si gonfiano e assumono la posizione verticale. Le ultime operazioni sono concluse e il nostro pilota – un turco che ci parla in un inglese dalla forte inflessione americana – dà le informazioni sul volo.

Tutto finalmente è pronto e intorno a noi qualche mongolfiera si è già alzata.

La luce aumenta, mostrando uno spettacolo difficile da descrivere.

Siamo a bordo, le fiammate riscaldano l’aria ancora fredda. Saliamo lentamente, in assenza di vento. Un’ascensione lieve, quasi impercettibile, più dolce di quella di un moderno e silenzioso ascensore.

Siamo sospesi nel vuoto, in un caleidoscopio di 150 palloni aerostatici che popolano il cielo.

È l’alba: il sole si alza e rischiara il cielo rosato e azzurro, delicato acquerello di un pittore innamorato. Sotto di noi, lo spettacolo della Natura si rinnova in un’alternanza di verde e di rocce, e avvistiamo i Camini delle Fate, coi loro comignoli e tetti aguzzi, nei colori sabbiosi del tufo.

La commozione prende alla gola, m’impedisce di parlare.

I miei compagni di viaggio ridono eccitati, parlano, scattano foto. Ma i loro commenti mi giungono indistinti e smorzati, filtrati dall’emozione.

Mi estranio da tutto e ammiro il panorama. Tuttavia non posso esimermi dallo scattare qualche foto. Voglio immortalare nel tempo questa sensazione di sospensione, di attesa, d’immobilità.

Sono in balìa dell’aria e dell’abilità del pilota, che dirige il velivolo e dolcemente lo fa abbassare, mostrando i dettagli di un paesaggio unico al mondo.

Da quassù i pensieri sono diversi, rarefatti. Forse non penso nemmeno ma lascio emergere solo le sensazioni. È incredibilmente affascinante.

Stiamo planando, e il sogno ad occhi aperti s’infrange nella realtà dell’atterraggio. Placidamente il pallone tocca terra. Anzi, no. Siamo atterrati direttamente sul carrello trasportatore del velivolo.

Tutti applaudono alla maestria del conducente. E si scende, per un improvvisato brindisi a base di champagne e le ultime foto di rito con il pilota.

L’avventura è finita. Resta nel cuore quella sospensione dei pensieri, quel pacifico volo nel blu e nell’oro di un’alba turca che non teme uguali.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Paola Trinca Tornidor