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Racconti degli autori

Nuvole elettriche


Non riesci a vedermi, vero? Eppure io sono davanti a te.

Sono ore che state lì di guardia, con le vostre mimetiche ed i vostri fucili, ma noi di qui non possiamo andare via. Chissà cosa pensi. Ho visto il tuo sguardo velarsi di commozione quando portavano via i nostri corpi, ma la compassione non è una caratteristica di un buon soldato, hai celato quella leggera lacrima con uno starnuto impacciato.

Siamo gli ultimi pensieri dei passeggeri del volo MH17, cristallizzati in nuvole elettriche, che vaghiamo tra i resti del nostro aereo in attesa che arrivi la “chiamata”.

Tutti e 298 eravamo qui quando l’aereo, ormai diventato una palla di fuoco, si è schiantato al suolo. Molti erano già morti soffocati dal fumo o stroncati dalla paura. Ma qualcuno, come me, ha visto la terra avvicinarsi nel suo abbraccio mortale. Io ero il secondo pilota.

Buffo come, sebbene tra di noi ci fossero Musulmani, Cristiani, Indù, Atei ed Agnostici, tutti, al momento del trapasso, sapessimo benissimo cosa sarebbe successo dopo.

Come se si fosse innescato un nastro sepolto nella nostra anima che si sarebbe attivato solo al momento del distacco col corpo.

Il nostro ultimo pensiero si sarebbe cristallizzato lì, nel luogo dove il corpo si era posato, finché i guardiani non lo avessero compiuto. Allora saremmo stati mandati “di là”.

Vicino al motore c’è il pensiero di una mamma che vorrebbe salutare il suo ragazzo. Stava andando a trovarlo. Lui aveva iniziato a lavorare e l’aveva invitata a venire in Malesia. Sarebbe stata la prima volta che il figlio si sarebbe preso cura della madre.

Dietro la deriva c’è un uomo che pensa alla sua donna. Viaggiava per lavoro, era un medico invitato al convegno per l’Aids. Il suo ultimo pensiero è stato di poterla abbracciare ancora una volta.

Forse quel brivido di freddo che senti è il vociare di questi pensieri spezzati. Chissà di chi era la mano che ha premuto il pulsante di sparo. Era fatta di carne e sangue come la mia quando cercavo di riportare in assetto questo aereo ferito a morte. Era come la tua che scorre sul tuo anello nuziale come fosse un rosario.

Forse mi riesci a sentire, vedo che sei turbato, cerchi di non guardare verso i rottami, sicuramente avverti qualcosa.

Se potessi vedere, ora, gruppi di nuvole elettriche svaniscono. I guardiani stanno accompagnando le anime nel loro ultimo pensiero e poi li avrebbero portati di là. La mamma è appena andata. Sicuramente ora sta guardando il suo figlio e gli sta facendo l’ultima carezza; anche l’uomo è partito: lo immagino sfiorare il viso della sua donna mentre lei piange di nascosto.

Tocca a me. Vuoi sapere qual è stato il mio ultimo pensiero?

Io non ho nessuno da salutare. Volare era la mia passione ed ho pensato che avrei voluto vedere la Terra dallo spazio. Vado, fai buona guardia alla nostra ultima dimora. 

 

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yurji Alexeievich Gagarin)


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Roberto Paradiso

 

La voce di Badger

Il caldo era soffocante e quasi tutti i presenti si erano rifugiati sotto il grande gelso che sembrava essere il punto più fresco dell’aviosuperficie grazie ad un filo d’aria quasi sempre presente.

“Guarda guarda”, dissi arrivando, “è una riunione del Club del Gelso o dei Sunday Pilots?”

“Visto che ci sei anche tu”, mi venne risposto, “saranno i Sunday Pilots”.

Avuta la risposta che meritavo, mi unii a quella pigra brigata.

Si stava discutendo di eliche a passo variabile e dell’incremento della corsa di decollo causata dalla temperatura quando il mio vicino mi disse che non aveva ancora visto il mio nuovo aereo e mi chiese di dargli un’occhiata.

“Ma non è nuovo”, mi schernii, “lo ho acquistato usato, ha 130 ore”.

“Beh, quasi nuovo”, mi rispose, “e lo vedrei volentieri”.

Con un pizzico di riluttanza abbandonai quell’oasi ombrosa e ci ritrovammo nella penombra dell’hangar a togliere la copertura dal velivolo.

L’amico lo guardò non ben convinto; “Bella bestia”, disse, “ma è un ultraleggero?”

Lo rassicurai facendogli vedere la targhetta di coda con peso a vuoto e quant’altro.

“Beh, beh”, commentò, “meglio comunque che tu voli con un copilota snello, soprattutto se riempi quei due serbatoi, 130 litri di benzina sono un centinaio di Kg”.

Non aveva tutti i torti e cercai di distrarlo accendendo il glass cockpit che sembrò suscitare il suo interesse. Mi lanciai allora in una esposizione dei vantaggi che il passaggio al digitale offre, concentrando in un solo strumento la visualizzazione ed il controllo di una serie di accessori neppure immaginabili con una strumentazione tradizionale, dalla visione sintetica, all’autostrada nel cielo (Highway in the sky) che, se non hai voglia di inserire l’autopilota, ti guida dove sei diretto infilando una serie di porte come in un videogame, all’ADSB, al FLARM ed al PCAS che ti avverte quando hai qualcuno nelle vicinanze (“con il transponder acceso”, aggiunse, con una punta di malizia, il mio ospite).

Alcune sigle non gli erano del tutto familiari e sembrò un po’ confuso poi disse: “Sarà, ma io preferisco gli strumenti tradizionali, quelli almeno sono semplici da usare”.

Leggermente piccato (ma come, la mia esposizione mi sembrava così convincente!) risposi: “Beh, se sei affezionato agli “orologi”, non è un problema, premi un tasto e…”

Così dicendo, feci comparire sul PFD i sei strumenti tradizionali evitando, per non infierire, di lasciare la visione sintetica sullo sfondo.

“Eh, così sì che va meglio”, disse soddisfatto, “gli manca giusto la parola”.

Non era vero neppure questo, scegliendo il livello di “loquacità” poteva diventare anche troppo ciarliero e, comunque, non c’era verso di evitare che strillasse disperato ‘Terrain! Terrain!’ quando riteneva che un finale fosse criticabile (e colorava anche di giallo, perfidamente, la zona dove riteneva possibile un contatto improprio con la madre terra). Altra inquietante ma ineliminabile fissazione il grido, egualmente disperato, ‘Traffic! Traffic!’ quando qualche altro aereo passava, a suo avviso, ad una distanza poco rispettosa. Ma non avevo alcuna voglia di raccontargli l’effetto un tantino lassativo di questi messaggi su alcuni passeggeri, così mi limitai ad un sorriso di assenso.

Mentre ritornavamo sotto il gelso mi chiese, sapendo che dò sempre un nome ai miei aerei, come lo avessi chiamato.

“Badger”, risposi. Mi aspettavo una richiesta di spiegazioni e non mancò.

“Sai”, gli dissi, “di notte il mio giardino è frequentato da una famiglia di tassi e, pur essendo animali un po’ schivi, siamo entrati in buoni rapporti; gradiscono molto gli spicchi di mela che preparo per loro, in particolare quelli di Golden Delicious. Ecco, mi sembra che il musetto del mio aereo assomigli un po’ al loro e per questo lo ho chiamato Badger cioè tasso in inglese”.

“Ah” , disse, poi mi guardò in maniera un po’ strana e non fece altre domande.

Quella domenica non volai, più per pigrizia che per il caldo, ma mentre ritornavo a casa, pensavo che, con ogni probabilità, non sarebbe stato difficile prelevare un certo numero di dati dallo SkyView che faceva bella mostra di sé sul cruscotto e dare a Badger, attraverso un sintetizzatore vocale, la possibilità di interagire con il pilota al di là dello schema, esteso ma prefissato, previsto dal suo Audio Advisory System.

Una volta arrivato sfogliai il corposo manuale di installazione e trovai rapidamente quanto cercavo. Tra i numerosi canali di comunicazione presenti nello SkyView vi erano anche quattro porte seriali, due delle quali, nel mio caso, ancora libere e rapidamente attivabili dal menù di configurazione. Decisamente sorprendente poi scoprire che il numero totale di misure che potevano venire prelevate era di alcune centinaia; fortunatamente era possibile selezionare, sempre da menù, solo quelle che interessavano. 

A questo punto era possibile disegnare uno schema a blocchi del piccolo sistema che avrei potuto realizzare e pensai ai seguenti moduli:

1) Un microcontrollore per leggere le misure inviate dallo SkyView, elaborarle, gestire i comandi inseriti dal pilota, predisporre le sequenze di controllo del sintetizzatore vocale ed inviarle;

2) Un sintetizzatore vocale;

3) Una unità di alimentazione;

4) Una logica di supervisione della priorità dei segnali audio (comunicazioni, sintetizzatore, musica) da inviare al pilota.

Nella configurazione mi sembrò poi opportuno inserire anche un amplificatore stereo di qualità elevata dato che l’impianto presente sull’aereo era monofonico e non prevedeva l’ingresso di una sorgente musicale esterna tipo lettore MP3, cellulare o altro.

Valutai che il costo totale dei componenti potesse aggirarsi sui 150 Euro e posi tra gli obiettivi progettuali quello di non effettuare un solo foro sull’aereo e di non modificare in nulla l’impianto di bordo se non per l’inserzione di due prese stereo al posto di quelle mono per le cuffie. Considerai anche che sarebbe stato quasi impossibile o, comunque, estremamente scomodo, effettuare la messa a punto del sistema in hangar quindi sarebbe stato opportuno mettere in conto anche la preparazione di un simulatore che fornisse, durante le prove, le sequenze di dati che avrei poi prelevato dallo SkyView. Un lavoretto in più che, tuttavia, mi avrebbe fatto risparmiare tempo e fatica.

Vario materiale era già disponibile e, in pratica, mi restava da scegliere il sintetizzatore e poco altro. Per il vero, ne avevo uno nel cassetto ma, vecchio di dieci anni, era poco flessibile e decisamente scomodo da controllare. Quello sul quale misi gli occhi si presentava invece come un piccolo gioiello in grado di pronunciare correttamente frasi sia in inglese che in lingue neolatine, già dotato di sei profili vocali diversi, peraltro ampiamente modificabili, della possibilità di variare accenti, toni e volume persino all’interno di una stessa frase e, dulcis in fundo, stando alle specifiche, molto facile da controllare.

Mi sembrò assolutamente straordinario, lo ordinai immediatamente e in un paio di giorni la Fedex suonava il mio campanello.

Scelsi poi un Burr-Brown high-end per i canali audio e mi chiesi per chi mai fosse stato progettato un oggetto con distorsione totale e rumore inferiore allo 0,00008%, forse per gli alieni visto che un orecchio umano addestrato non avverte granché oltre lo 0,1%.

Con tutte queste meraviglie tecnologiche a disposizione preparai un progettino ed assemblai un prototipo che mi consentì di restare sorpreso dalla qualità della riproduzione musicale ma … anche da qualche problemino non proprio previsto nella gestione del sintetizzatore dato che non lo avevano dotato di alcun modo di segnalare il termine della pronuncia delle frasi ma solo della segnalazione della acquisizione (praticamente istantanea) delle stringhe dei relativi comandi. Ad ogni buon conto, superato questo problema e testata la logica di controllo delle priorità, mi ritrovai con una ubbidiente scatoletta destinata a prendere posto, fissata con il velcro, sotto il sedile del pilota, collegata ad una unità di controllo a sua volta sistemata nel vano portaoggetti presente tra i due sedili. Avevo rispettato il proposito di non fare alcun foro.

L’unica messa a punto riguardò il settaggio del volume del sintetizzatore e, a questo punto, il giocattolone era pronto per essere programmato in modo da svolgere le funzioni desiderate. Non potei fare a meno di pensare a Mastro Geppetto con il Pinnocchietto appena terminato tra le mani e incrociai le dita; questo almeno aveva bisogno di corrente e nel caso, togliendola, non avrebbe potuto combinare troppi danni.

Iniziai scrivendo le piccole routine che intercettano le stringhe spedite dallo SkyView decodificando le misure di mio interesse, convertendo nodi in km/h ed altre bagatelle di questo genere. Avendo sottomano il simulatore che avevo costruito (in pratica solo un microcontrollore opportunamente programmato ed interfacciato) questo lavoretto fu rapido ed indolore. Ora, divertente o meno che fosse, dovevo scegliere le funzioni da implementare e scrivere i relativi software.

Mi sembrò logico partire dai controlli pre-volo senza tralasciare una breve frase di benvenuto e presentazione (Welcome on board. My name is India Bravo ecc.). Scordavo; la scelta era caduta in maniera naturale sull’inglese per la maggiore compattezza lessicale, per l’eccellente pronuncia di ‘perfect Paul’ (il profilo vocale scelto) e per il fatto che, volenti o nolenti, ce la ritroviamo come lingua ufficiale nel mondo dell’aviazione.

Dopo questi convenevoli inizia, con teutonica precisione, una lista di richieste (es. Arm emergency parachute). Al termine di ognuna il pulsante di conferma sull’unità di controllo si illumina di un blu intenso ed occorre premerlo per avere la conferma dell’operazione eseguita ed una nuova richiesta.

Alla fine della litania un beneaugurante “Ready for departure” gratifica, se tutti i controlli sono stati superati, la diligenza del pilota. Ovviamente un foglietto o la checklist caricata sullo stesso SkyView può svolgere la stessa funzione; questa però è più efficace e veloce e vale decisamente il modesto sforzo della sua preparazione. In pratica svolge compiti normalmente gestiti dal secondo pilota ma senza alcuno spiraglio per dimenticanze.

Al secondo modulo (attivato dalla posizione successiva del selettore) affidai una funzione di supporto nella fase di decollo che inizia con la lettura continua della velocità fino a raggiungere quella di rotazione, alla quale arriva il deciso suggerimento: “Rotation!”. Segue la lettura continua di velocità e quota fino al momento di ritrarre i flap al quale, come è facile immaginare, si è raggiunti da un “Retract flaps” che non ammette repliche e si è anche tenuti a confermare questa operazione.

Per la verità, pur non avendo difetti formali o necessità di modifiche, non apprezzo particolarmente questo modulo e non lo attivo quasi mai; a quale velocità effettuare la rotazione preferisco sentirmelo comunicare direttamente dall’aereo e non dal grillo parlante.

Il modulo successivo, dedicato alla crociera, ha un compito di tutto riposo; si limita infatti a ricordare, con la frequenza impostata dal pilota, prua magnetica, velocità indicata e quota barometrica.

Arriviamo così al modulo più delicato ed indaffarato, dedicato alla preparazione dell’aereo per l’atterraggio ed allo stesso atterraggio. E’ piuttosto improbabile che un pilota scordi qualche passaggio in questa fase; in ogni caso la sequenza delle istruzioni specifiche (quota e velocità nelle varie fasi, flap, passo dell’elica, luci e quant’altro) vengono ricordate chiedendo anche conferma per alcune delle operazioni (es. effettiva inserzione dei gradi di flap previsti). Durante il finale l’unica informazione ripetuta (con frequenza elevata) è la velocità.

L’ultimo modulo è dedicato ai controlli post volo, da quelli più ovvi come la ritrazione dei flap a quelli talvolta trascurati come il confronto tra il carburante presente nei serbatoi e quello indicato dal Fuel computer.

Il grillo parlante, come ho battezzato questo oggetto, svolge in maniera accurata il compito che gli è stato affidato, restando in paziente attesa per il tempo necessario ogni volta che una comunicazione interrompe l’operazione che sta svolgendo. Ha però un lessico un po’ limitato e non fa mai osservazioni inattese; magari, quando troverò un momento, gli darò un briciolo di autonomia consentendogli di fare qualche commento tutto suo in maniera non inopportuna ma nemmeno prevedibile. A dire il vero, qualcosa gli avevo già concesso, provvisoriamente, durante la scrittura del software, lasciandogli assemblare, in alcune circostanze, frasette diverse di significato analogo. Lo avevo però rapidamente epurato dopo che, per un modesto ritardo nel ritrarre i flap mi sono sentito apostrofare da un “Would you please retract those bloody flaps?”, più o meno “Ti vuoi decidere a metter dentro quei fo**uti flap?”.

Certamente colorito, magari anche efficace, ma non è quello il modo!


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Roberto Giudorzi

Un volo indimenticabile

Dopo un lungo e noioso inverno era grande la voglia di sgranchirsi le ali ed i 300 cavalli racchiusi nel cofano motore del mio F15E “Picchio” scalpitavano, ansiosi di galoppare.

Per quel weekend di fine maggio 2003 mettemmo a punto un programma turistico, addestrativo e culinario molto interessante: partenza dall’aeroporto di Viterbo e, dopo un veloce scalo a Perugia per espletare le allora previste formalità di dogana e polizia, di nuovo in volo diretti a Pola con piano di volo IFR per mantenere “current” la mia arrugginita abilitazione al volo strumentale. Una volta arrivati in Croazia la giornata sarebbe proseguita con la visita della città ed allietata da una buona cena a base di pesce.

Il programma prevedeva di tornare a casa il giorno seguente dopo aver riempito fino all’orlo i quattro serbatoi dell’aereo con dell’ottima benzina avio pagata la metà di quanto costava in Italia.

In questa occasione i quattro posti disponibili erano tutti occupati. L’equipaggio, infatti, era composto oltre che da Alessia, che abitualmente riveste il ruolo di navigatore durante i nostri viaggi, e da Iulia, il fedelissimo cane corso che ci seguiva in ogni spostamento, da mio figlio Giulio che, allenato pilota militare ed istruttore di volo, svolgeva la funzione di pilota di sicurezza.

Decollammo da Viterbo alle 10.15 ed alle 11.40 eravamo pronti a partire di nuovo da Perugia per atterrare a Pola alle 13.00. Tutto si svolse come programmato e la mattina del giorno seguente, abbandonati i panni del turista, andammo all’ufficio meteo dove ci confermarono che il tempo lungo la rotta era buono. Presentato nuovamente un piano di volo strumentale, rifornito l’aereo e fatti i controlli prevolo, staccammo le ruote da terra alle 11.50.

Il Controllo ci autorizzò a salire e mantenere il livello di volo 90 come da me richiesto; era la quota più bassa prevista per quell’aerovia e 3.000 metri erano più che sufficienti per scavalcare l’Appennino. Ormai sembrava di assistere ad un film già visto; il Picchio con i suoi 320 litri di carburante ed il suo carico prezioso in cabina correva veloce verso il VOR di Ancona per poi accostare a destra puntando il VOR di Bolsena con destinazione finale, questa volta, l’aeroporto di Roma-Urbe.

Lasciata la costa, le montagne erano nascoste da una densa coltre lattiginosa apparentemente innocua ma con il passare dei minuti il suo chiarore quasi abbagliante cominciò ad attenuarsi. Il Picchio sobbalzava come un’auto che corre su una strada sconnessa, all’improvviso il parabrezza ci apparve come una lastra di piombo ed in cabina si riusciva a stento a leggere le carte. Da lì a poco iniziò a piovere con violenza e mantenere la quota divenne molto impegnativo.

Niente di grave se la situazione fosse rimasta tale ma il peggio doveva ancora venire: le condizioni meteo continuarono a deteriorarsi e a noi non rimase altro da fare che accendere il riscaldamento al tubo di pitot, per evitare che il ghiaccio lo ostruisse, e ridurre la velocità per attenuare le sollecitazioni all’aereo, non avendo l’F15E altri sistemi antighiaccio né un radar meteo. Nel frattempo la grandine aveva preso il posto della pioggia investendoci a 140 nodi, smerigliando il bordo d’attacco delle ali e ammaccando le alette di raffreddamento del radiatore dell’olio. All’interno il rumore era assordante e, nonostante avessimo le cuffie, per me e Giulio era impossibile comunicare. La turbolenza rendeva il Picchio quasi ingovernabile mentre alcuni fulmini, ignorandoci, ci sfioravano per proseguire verso terra.

Speravo ardentemente che il plexiglass del parabrezza spesso 5 millimetri non si rompesse quando mi voltai per un attimo verso il sedile posteriore. Nella penombra vidi quattro occhi sbarrati che mi puntavano desiderosi di una immediata conferma che tutto andava bene e che saremo subito usciti da quella tempesta; poi vidi che Iulia, nonostante i suoi 40 chili, si era fatta piccola piccola e si era attaccata ad Alessia la quale a sua volta la stringeva tra le braccia. Entrambe tremavano…  non si saprà mai chi delle due trasmettesse il tremore all’altra né se la causa del tremore fosse il freddo, dovuto al brusco abbassamento della temperatura nell’abitacolo, o  qualcos’altro! In quella situazione nessuno aveva pensato di aprire le bocchette dell’aria calda per riscaldare la cabina.

Non sono in grado di dire quanto durò quell’inferno: il tempo si era dilato ed i minuti erano lunghissimi, interminabili. Ricordo soltanto che, attraversata la cellula temporalesca, ci fu un miglioramento repentino ed il cielo tornò sereno.

Alle 13.40 atterrammo all’Urbe dove splendeva lo stesso sole che avevamo lasciato due ore prima a Pola.

A terra, un ultimo sguardo pieno di amore e riconoscenza all’F15E, inconfondibilmente elegante, ed il pensiero corse veloce all’insuperabile genio italiano suo ideatore: grazie Ingegner Frati!


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Sandro Rosati

In volo tra le nuvole … e nello spazio

Ero con gli occhi chiusi alla ricerca della concentrazione e per mitigare la tensione. Sentivo solo il rimbombo ritmico del motore e nessun altro suono. Aprii gli occhi: ero seduto su una lunga panca metallica insieme ai miei commilitoni e di fronte a me, sull’altro lato della carlinga, si trovavano altrettanti compagni. Eravamo tutti con la stessa tenuta scura, giubbotto antiproiettile, guanti termici e uno stock di armi disseminato in tutto il corpo, compreso il pratico fucile laser e le granate ad onda d’urto. Il casco integrale mi impediva di vederli in viso e di incrociarne gli occhi, ma forse era meglio così: in quei momenti è preferibile stare da soli con i propri pensieri e non condividerli con nessuno, nemmeno attraverso uno sguardo.

All’improvviso il graduato segnalò con il pollice verso l’alto che dovevamo alzarci. In fila indiana ci accostammo alla parete dell’aereo per dirigerci verso il portellone già aperto. Fuori era buio pesto e percepivo solo il freddo glaciale che proveniva dall’esterno. Ricordavo che il lancio era previsto da alta quota, per impedire di intercettare l’aereo o vanificare la nostra discesa e le condizioni climatiche a quella altitudine non sono gradevoli: anche il respirare diventa un problema se non lo fai correttamente.

Una lieve esitazione quando fu il mio turno e poi il salto nel vuoto.

Istintivamente controllai subito l’altimetro, mentre mi coordinavo per trovare il corretto assetto in volo. Non mi ricordavo di aver mai usato quello strumento, eppure riuscivo a leggerlo perfettamente e interpretarne le indicazioni.

Arrivato all’altezza prefissata tirai la cordicella per liberare il paracadute. Maledizione, imprecai; non si era aperto. All’istante i battiti del cuore si impennarono ma cercai di mantenere la calma. Sentii il sudore freddo scorrere sotto i vestiti, mentre faticavo a deglutire e sentivo la gola secca.

Azionai il paracadute di emergenza, ma nemmeno quello si aprì. Ero nel panico. Iniziai a guardarmi intorno alla ricerca di aiuto da qualche compagno, ma con un lancio notturno sapevo di non poter scorgere nessuno. Guardai nuovamente l’altimetro e dall’altitudine segnalata capii che gli altri avevano già aperto i loro paracadute e si trovavano tutti al di sopra di me, in planata lenta.

Le tempie pulsavano all’impazzata contro il casco e la testa era in fiamme per la pressione. Cercai il microfono per chiedere aiuto, ma era inutile, non c’era più tempo per niente, solo per la disperazione. Urlai con tutta la voce che avevo in gola ma non riuscivo a sentirla. E la terra si avvicinava velocemente a me e alla mia fine.

Riuscii a fatica ad aprire gli occhi e provai ad orientarmi alla luce soffusa della cabina. Giacevo sdraiato nel letto, in una posizione scomposta; ed ero dannatamente sudato.

Mi avvicinai al frigo e sorseggiai una bevanda fresca. Non ero mai stato preda di un sogno di tale intensità e ne ero scosso.

Camminai intorno alla cabina, tentando di stimolare nuovamente il sonno, ma un po’ per timore di chiudere nuovamente gli occhi e un po’ per la sensazione di disagio che provavo, decisi presto di rinunciare.

Che strano incubo, pensai: non sono certo io che dovrei avere certe visioni notturne.

Non ho mai voluto provare l’ebrezza del volo, se non dentro a una sicura e affidabile astronave. Al lancio dall’esito imprevedibile con il paracadute avevo sempre preferito la meno adrenalinica  rampa di lancio. Eppure era stato tutto troppo realistico, soprattutto il terrore provato, e i particolari sembrava li avessi vissuti di persona, ma probabilmente erano frutto di qualche racconto sentito in famiglia che mi era rimasto in memoria. 

Guardai dall’oblò per ammirare Titano, una delle lune di Giove, la nostra prossima tappa del lungo viaggio che ci attendeva.

Mi venne in mente “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne e pensai a quanta strada aveva fatto l’uomo rispetto a quanto narrato in quelle pagine. Ci chiamavano viaggiatori, esploratori, colonizzatori alla ricerca di altri possibili mondi, ma c’erano anche mercenari, fuggitivi e commercianti. Chi lasciava la Terra lo faceva con un biglietto di sola andata, e la motivazione doveva essere forte. Il cosmo offriva spazi e opportunità infinite ed era al tempo stesso attraente ma denso di incognite, quindi non adatto a tutti.  

All’improvviso suonò l’interfono. Aprii il microfono e vidi che la chiamata proveniva dalla sede dell’Ammiragliato. Indicava una comunicazione diretta, senza possibilità di risposta: una cosa piuttosto inconsueta.

Sfiorai lo schermo trasparente per avviare la trasmissione.

“Capitano Travis, a nome delle alte cariche militari, con sommo dispiacere le comunico il decesso di suo fratello.

Durante una missione notturna di sabotaggio, che prevedeva il lancio con il paracadute, si è verificato un problema al sistema di apertura.

Purtroppo non si è potuto intervenire in nessun modo per evitare la tragedia e …”


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Massimiliano Murgia

Cronache interplanetarie


Ormai qui è diventata una mania a livello planetario. Su tutto il nostro pianeta che noi chiamiamo UNO, tramite i canali telematici ed i Social Network non si fa altro che parlare del pianeta TERRA.

Da qualche millennio stavamo cercando un pianeta grande come il nostro, con un’atmosfera come la nostra, distante dalla sua stella come il nostro e finalmente, ecco la Terra.

Finora abbiamo trovato centinaia di pianeti, generalmente senza alcuna forma di vita, oppure con forme di vita elementari, muffe, organismi monocellula. Ma la Terra è un’altra cosa. La Terra è un pianeta con vita intelligente, ha una natura bellissima, animali grandi e piccoli diversi dai nostri. L’ambiente non è dissimile dal nostro, ma ci sembra che le foreste siano più folte, le cascate più imponenti, i fiumi più impetuosi, gli oceani più vasti, le montagne più alte ed impervie, ma soprattutto l’Uomo, che spinto dalle sue passioni ha domato gli elementi, e ne conquista cime, abissi, copre distanze, mosso da un fuoco a noi sconosciuto.

Il nostro governo – c’è solo una nazione che occupa tutto il pianeta UNO – ha deciso che non avremmo interferito con i terrestri, non saremmo scesi sulla superficie della Terra, non avremmo preso contatto con nessuno. Abbiamo invece una grande attività di studio sul pianeta e sui suoi abitanti. Ci sono migliaia di sonde nostre che orbitano attorno alla Terra, ed altre che penetrano a livello del suolo, invisibili agli strumenti terrestri.

Le sonde sono in grado di rilevare immagini a tutti i livelli, riusciamo a vedere la signora che accarezza il gatto e che questo inarca la schiena dal piacere; il bimbo che fa tardi a scuola e la mamma che teneramente lo sollecita, i dettagli della vita lavorativa, dei momenti di svago e, quello che appassiona i nostri sociologi; le infinite liti, le faide ed ogni sorta di divisioni che si hanno tra gli abitanti della Terra.

Io sono uno dei co-piloti della nave spaziale che si è lanciata alla velocità della luce moltiplicata venti milioni verso la Terra.

Aziono l’acceleratore. E’ un complesso meccanismo costituito da ruote montate in serie: l’unità minima di lunghezza, poi, la decina, il centinaio, ecc. fino ad arrivare alla velocità della luce; poi il moltiplicatore; per due, per tre, ecc.

Aziono il puntatore direzionale, una sfera grande come la mano, e ne seguo le rotte sullo schermo.

Il viaggio è durato due anni, durante i quali aggirammo gli ostacoli, pianeti, asteroidi ed una grande varietà di corpi celesti.

Ora che siamo “arrivati”, cioè stiamo orbitando a duecentomila chilometri di distanza dal Pianeta Azzurro, in teoria, dovrei essere disoccupato, quindi il comandante della nave spaziale mi ha aggregato alla squadra Sonde cioè quella che si occupa di dirigere il volo di invisibili droni, ovvero le sonde scese sulla superficie della Terra. A ciascuno è affidato un centinaio di sonde, che vanno pilotate abilmente seguendo alcuni avvenimenti prescelti, e non la funzione di sorveglianza territoriale. Il gruppo di sonde affidate a me, sono scese sulla zona geografica chiamata Italia, un luogo grazioso con la forma curiosa di uno stivale.

Le sonde mandano il loro segnali alla nostra centrale di bordo, ed un team di analisti le invia alle nostre agenzie spaziali che ne traggono le informazioni  necessarie agli scienziati del governo di UNO, mentre alcuni filmati  sono invece canalizzati sui canali telematici, e trasmessi dai televisori degli abitanti del nostro pianeta. Ormai su UNO si guarda solo quello.

Ci sono canali sulla natura, gli animali. Nei periodi di pausa, anch’io mi godo questi filmati. Mi piacciono quei canali che trasmettono i comportamenti degli abitanti della Terra.

Gli umani terrestri sono simili a noi, a parte naso e bocca più grandi, e poi la curiosità: i maschi  hanno i capezzoli.

Ma la cosa che incuriosisce di più, è la passione con la quale i terrestri conducono la loro vita. Su UNO non è così. 8.500 anni fa (siamo infatti nell’anno 8500) sul pianeta UNO si decise di atrofizzare la passione. Eravamo stanchi di guerre, di lotte, di soprusi di ogni tipo, di prevaricazioni. I nostri scienziati comportamentali avevano capito che è la passione a portare l’uomo a commettere ogni sorta di nefandezze. E quindi ci fu tolta. Noi non abbiamo più la passione, di conseguenza non ci sono più tutti gli eventi tragici che sa creare l’uomo quando è pervaso da essa. Abbiamo avuto da subito più risorse ed abbiamo creato uno standard di vita decisamente superiore a quello della Terra. Però la vita con la passione, vista dal nostro pianeta, dove non corriamo alcun pericolo, è più divertente, più interessante.

Da alcune settimane una delle mie sonde  si sta muovendo su uno speciale campo di volo. Ai margini del campo, in un grosso hangar sono rimessati alcuni velivoli storici, ad attorno a questi si sviluppa un’attività quasi frenetica inerente la manutenzione di questi velivoli, vecchi anche di cento anni, costruiti con una tecnologia antiquata, elementare, ma di certo ingegnosa.

E’ un’attività questa che non è capita su UNO, ed uno speciale commentatore deve spiegare che non essendo facile mantenere in funzione questi velivoli, tutto il lavoro sembrerebbe noioso, se non rappresentasse una sfida continua nel reperire i ricambi che non esistono più, nello studio di soluzioni tecniche che non alterino l’originalità del velivolo e poi il reperimento di fondi che sembra non bastino mai. Ma alla fine c’è il premio. Questi aviatori amatoriali, dopo aver lavorato parecchie ore, in modo gratuito, finalmente possono far uscire il velivolo dall’hangar, e lo fanno con una cura tale, che sembrano giovanotti che accompagnano il nonno in un luogo dove ritorna giovane ed aitante.

La sonda registra dati quali il battito cardiaco del pilota, la produzione di adrenalina, la pressione sanguigna, e ne deduciamo che il godimento è altissimo.

L’aereo viene fatto rullare su una vecchia pista in erba, il motore emana un rumore assordante, ma fa parte anche questo del godimento, e poi via, si lancia in cielo.

Il pilota ha ben pochi strumenti che lo aiutano. Le semiali vengono governate ad occhio, secondo l’esperienza e la sensibilità. Le correnti aeree sbattacchiano il leggero velivolo come un fuscello, ma il pilota non perde il controllo, anzi, alcuni si lanciano in voli acrobatici; inanellano looping, tonneau, si lanciano in Schneider azzardate, si gettano in basso verso la pista per acquistare velocità, e per risalire poi in un volo verticale, fino a cercare la posizione di stallo.

All’atterraggio il pilota viene accolto, salutato e complimentato; si beve vino buono, per aggiungere ebrezza all’ebrezza.

Un altro gruppo di sonde, delle quali sono pilota, segue alcuni eventi lavorativi meno ludici.

Una delle mie sonde segue la vita di un uomo in particolare, in modo che noi del nostro pianeta riusciamo a capire la vita sulla Terra e ad imparare che quegli sono esempi che non vanno imitati.

Il tipo in questione si chiama Danilo Bianchi. E’ un quarantenne, sposato, ha una bella moglie, spiritosa e sensuale, un figlio. Danilo Bianchi lavora al comparto vendite di una fabbrica di mobili. Lavora dieci ore con una resa molto al di sotto di quella del pianeta UNO. Su UNO si lavora per quattro ore e si produce molto di più.

Le vicende di Danilo Bianchi sono seguite mediamente da seicentomila persone del mio pianeta.

Danilo a volte va a giocare a calcetto, a bere una birra con gli amici, ma per il resto fa vita di casa, così tutti possono vedere le liti, che da noi non avvengono, però si vedono anche i baci, gli abbracci, tutti gli atteggiamenti amorosi che da noi sono ridotti al minimo. Ma quello che ha combinato ieri sera Danilo Bianchi resterà memorabile per tutti i suoi fans. Danilo è stato invitato ad una cena tra impiegati della sua azienda.

In quelle cene i maschi non si portano le mogli né le femmine i mariti, e già per questo, a noi, abitanti di UNO, cominciano a scorrere brividi sulla schiena.

Danilo si sedette vicino alla signora Ileana-dell’ufficio-Acquisti. Una bella mora procace, elegante, più attraente della moglie di Danilo. Tutti i seguaci della rete cominciarono a mandarsi messaggi dicendo che qualcosa di interessante stava succedendo a Danilo.

La scena sopra la tavola era abbastanza noiosa, ma io inviai la sonda a spiare  quello che accadeva sotto la tavola: Ileana-dell’Ufficio-Acquisti, che aveva delle belle gambe inguantate in calze scure, cominciò a strusciare il ginocchio contro quello di Danilo.

Danilo non si spostò, né la rimproverò, anzi, prese anche lui a massaggiare il ginocchio di Ileana in su ed in giù. Infine le due gambe si accavallarono l’una sull’altra. La rete era stracarica di spettatori. Quanto accadeva sopra il tavolo non aveva niente a che fare con le manovre sotto di esso. Discutevano di politica, di sport, ed immancabilmente del lavoro.

La cena finì, ed eravamo tutti curiosi di vedere come sarebbe evoluta la situazione tra Danilo ed Ileana.

I due lasciarono che tutti partissero. Danilo salì in macchina, ma invece di uscire dal parcheggio del ristorante, andò a posteggiare dietro ad un grosso cespuglio. Dopo un attimo arrivò anche Ileana aprì la portiera dell’auto di Danilo e si accomodò.

Chi si aspettava un discorso d’amore rimase deluso. L’unica parola che disse Ileana fu: “Finalmente!” iniziarono presto a spogliarsi di alcuni indumenti ed a baciarsi freneticamente, poi ebbero un amplesso. Una specie di ginnastica erotica nella quale Ileana-dell’ufficio-acquisti si dimostrò più sfrenata e disinibita della moglie di Danilo.

Sul pianeta UNO esplosero letteralmente le reazioni nella rete. Il che significa che qualche milione di persone postò dei simboli di mani che battevano. Su UNO questo corrisponde a quanto accade sulla Terra quando una squadra di calcio porta a casa la Coppa Continentale.

Ma non finì qui. Il nostro eroe, finito l’amplesso, stette ancora un poco a godersi gli abbracci della bella Ileana, poi aprì il cruscotto della macchina, ne trasse due arance, le sbucciò e prese a strofinarsi i vestiti con le bucce.

Noi del pianeta UNO non capivamo un accidente, ma anche Ileana si trovò a chiedere: “Ma cosa fai?”

Danilo, il nostro eroe, disse che così la moglie non avrebbe rilevato l’odore di Ileana sui suoi vestiti.

Una trovata così geniale non l’avrebbe avuta nessuno sul pianeta UNO. Danilo Terrestre aveva messo in ombra gli scienziati di UNO!

Piovvero i consensi in rete, ancor più che per la bella performance dei due amanti.

Ma non finì così. I terrestri non finiscono di stupirci: Danilo rientrò a casa. Fu accolto dalla moglie in vestaglia, lei gli buttò le braccia al collo, fece aderire tutto il suo corpo a quello di Danilo (immaginatevi l’eccitazione su tutto il pianeta: qui da noi ci si unisce in amplesso solo per procreare ed è un atto meramente meccanico).

L’eroe terrestre si trovò a spiegare alla moglie che i colleghi a cena lo avevano spruzzato per scherzo con le bucce d’arancia. La scusa fu ritenuta debole e la reazione della rete dimostrò la delusione degli spettatori remoti. La signora Bianchi però non considerava conclusa la serata; in breve si liberò della vestaglia, apparve in tutta la sua bellezza con un completino nero di pizzo, e parlando sottovoce strascicando le parole, pretese quanto le era dovuto in materia di coccole.

Il nostro eroe indossò la sua maschera di faccia-di-tolla e con un sorriso poco convincente rispose alla moglie. :”Ma certo amore! Non aspettavo altro che questo momento” e tolse le coperte dal letto con fare invitante.

A questo punto il canale telematico che segue Danilo Bianchi registrò numerose domande di adesione. Pare che il trenta percento degli  spettatori  del pianeta fosse collegato.

Si spensero le luci della stanza, la sonda dedicata a Danilo passò alla visione notturna e potemmo, tutti noi del pianeta UNO, sapere che alcuni terrestri hanno potenzialità sessuali decisamente avanzate, dato che Danilo Bianchi, esibendosi in un’altra sessione di ginnastica erotica, fu in grado di far credere alla moglie che quella serata era stato innocente.

A noi del pianeta UNO queste cose sono sconosciute, inibite, vengono considerate pericolose. Come poi spiegò il responsabile dell’emittente, invariabilmente queste scene finiscono male. Prima o poi il colpevole viene scoperto e si aprono tutti gli scenari più orribili: fallimento dell’unione, figli senza più i due genitori, ultimamente sulla Terra sono perfino in aumento i femminicidi. E poi noi del pianeta UNO non abbiamo neppure questi desideri, o almeno non dovremmo averli. Da 8.500 anni ci hanno tolto la passione, così come si toglie l’appendice, ed ormai genitori con sentimenti atrofizzati generano figli uguali a loro. Abbiamo l’obbligo di unione e di procreazione. Sfoghiamo i nostri istinti con il lavoro e con l’inventiva, ma mi sembra che non arriviamo mai agli apici di gioia che raggiungono i terrestri, e questo, appunto per non raggiungere gli abissi di dolore, terrore, paure di cui sono preda gli abitanti della Terra.

Su questo argomento le discussioni tra di noi sono infinite, anche nelle aule universitarie si dibatte il tema della passionalità dei terrestri, e dei suoi effetti positivi e negativi. Per ordine del governo, gli effetti negativi sono ingigantiti e quelli positivi minimizzati.

Ma a me però piace sognare. Vorrei essere inviato sulla Terra, rischiare di rimanere ucciso in Congo, o in una favela brasiliana, rimanere magari vittima di quelle incomprensibili guerre di religione. E se rimango vivo? Allora mi può capitare di essere vittima dei soprusi del mio capo o dei colleghi sul lavoro, del bullismo, posso cadere nelle innumerevoli truffe astute che ci sono sulla Terra. Ma forse no, potrei uscirne indenne, trovarmi una ragazza come la moglie di Danilo Bianchi, provare ad essere tutto per lei, e lei tutto per me, e la sera, quando rientro a casa, lei mi bacia, e se è solo un bacetto, io che sono a credito di baci da infinite  generazioni, la stringo a me, voglio sentire il suo corpo che aderisce al mio, provare ad approfondire il bacio. Chissà cosa si prova. Ma non solo quello; quando lei è in difficoltà, sollevarla, alleviare la sua pena, essere per lei la soluzione, per guadagnarsi quell’occhiata carica d’amore che sanno lanciarti solo le donne terrestri.


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Vito Grisoni