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Racconti degli autori

Il sogno di Alice


Al risveglio o poco dopo, vieni accolto dal Sole e spinto di nuovo in alto, galleggi fluttuante nell’aria e poi … eccomi qua; sono Alice e ho deciso di raccontarvi la mia storia … naturalmente … sono una goccia!!!!

Abito a Pioggiandìa, un piccolo paese tra le nuvole di Catinelle e quelle di Rovesci, dove frequento l’istituto Tito Dritto, una scuola di volo nel vuoto per giovani gocce.

La mia vita era un circolo “noioso”: andavo a scuola, volavo a casa, giocavo con gli amici … le solite cose che accadono tutti i giorni in tutte famiglie di gocce del mondo. Fortuna che, una volta l’anno, c’è un giorno molto speciale che tutte noi gocce aspettiamo: il cielo diventa plumbeo, le nuvole si gonfiano e noi gocce veniamo lanciate giù in picchiata a vedere posti del mondo in cui non siamo mai state prima!

E’ il Giorno della Caduta, così lo chiamiamo, e può diventare il momento più bello della vita di una goccia perché in quel giorno i nostri sogni nel cassetto, con un po’ di fortuna, possono realizzarsi.

Una mattina arrivò a scuola a bordo di una foglia rossa scintillante la nuova maestra, la Signora Margherita, e chiese a tutte noi gocce quale fosse il nostro sogno e dove saremmo volute atterrare. La mia amica Cielcilia fu la prima ad alzare la mano e rispose: “Nel mare o nell’Oceano, maestra!”.

Poi toccò a Diego che disse che gli sarebbe piaciuto cadere sul tergicristallo di un aereo … Diego è così pigro che, se potesse, prenderebbe un aereo anche per andare dal banco alla cattedra. Arrivò il mio turno e alzandomi in piedi a gran voce dissi: “Vorrei volare nell’Arcobalenooooo!!!”.

Tutti si misero a ridere e a commentare: “Impossibile!”, “Non succederà mai”.

Decisi di ignorarli e finita la scuola cominciai ad andare ogni giorno alla pista dove si allenavano le Nuvole, per provare a convincerle a sganciarmi  sull’ Arcobaleno. Il primo giorno… un disastro totale: la Grande Nuvola mi urlò: “ Vattene, tu sei minorenne”.

Il secondo giorno l’istruttore Medina, il Vice Grande Nuvola, mi disse:“ Tuuuuuuu?!? Mi spiace, sei cicciottella, non hai il fisico per l’Arcobaleno”.

Tornai a casa ma ci riprovai il giorno seguente e quello dopo e dopo ancora …

Passarono gli anni e non avevo ancora raggiunto il mio sogno, ero molto scoraggiata ma non volevo mollare. Avevo già affrontato tre Cadute ed erano andate malino: ero atterrata in una pozzanghera, dentro l’occhio di un signore che stava guardando il cielo e l’ultima volta sopra il tetto di un auto appena lavata, assieme a Diego. Dell’Arcobaleno ancora nessuna traccia: lo vedevo solo lì, su un poster che avevo appeso nella mia cameretta.

Era l’estate del 2016 e mentre passeggiavo assorta nei miei pensieri, udii dietro ad un cespuglio uno strano rumore. Molto timorosa mi avvicinai ma non riuscivo a capire cosa fosse finché iniziarono a delinearsi i suoi tratti … era una stella. Le chiesi perché stava piangendo e cosa le fosse successo.

“Qui non ho nessuna amica e le stelle nel cielo non mi vogliono con loro perché sono troppo poco luminosa” mi rispose.

“Non è vero sei bellissima!!” esclamai e le chiesi di diventare mia amica.

Nei giorni seguenti diventammo inseparabili: si trasferì a casa mia e diventò la mia amica del cuore!

Ogni giorno che passava Stella diventava più luminosa e una sera mi prese le mani e disse:  “Grazie Alice ti voglio molto bene. Mi hai fatto capire che nel cielo siamo in tanti e diversi, che ognuno è unico e speciale, con i propri difetti e pregi. Tu hai creduto in me come nessun altro aveva fatto. Devo ritornare da dove sono venuta, sento che devo ancora compiere qualcosa di importante per qualcuno di speciale”.

Non riuscivo a capire molto per le emozioni che provavo in quel momento e con le gocce agli occhi la lasciai andare, sicura che un giorno ci saremmo ritrovate.

Finalmente anche il Giorno della Caduta 2016 era alle porte; la mia amicizia con Stella non mi ci aveva fatto pensare per un po’. Come tutte le sere dal balcone della finestra espressi il mio desiderio di diventare parte dell’Arcobaleno ma quella sera successe una cosa strana … Stella, era proprio lei, la riconobbi … era quella più luminosa di tutto il firmamento … era lei, non ci credevo … man mano che la guardavo capivo … tutti i tasselli iniziarono a comporsi come in un grande puzzle!

Ora capivo perché era dietro un cespuglio, perché era poco luminosa, perché doveva tornare indietro: lei era una stella cadente!!

Lei aveva scelto me e per ringraziarmi decise di aiutarmi.

Che altro dire? … secondo voi come sarà andata a finire? Il giorno dopo ero la più bella goccia rossa del più luminoso arcobaleno.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

## proprietà letteraria riservata ##


Emma Lucietto

NON RIMPIANGO NIENTE. ATTERRAGGIO SULLA PIAZZA ROSSA


“Non ce la farai mai. È una pazzia!”

Queste sono le ultime parole che ho scambiato con lei; l’unica persona alla quale avevo parlato del mio folle progetto. Le ho risposto con una scrollata di spalle, anche se le avrei voluto dire che se tutti coloro i quali in passato, si fossero arresi all’evidenza dei fatti e avessero abbandonato i loro folli progetti, come Colombo, i fratelli Wright, Pasteur, il mondo oggi sarebbe molto diverso. Meglio o peggio non so: solo diverso. Sono giovane e timido e quella ragazza mi metteva soggezione e così non ho replicato. Chissà dove è ora e cosa pensa di quel suo amico di un tempo, ora rinchiuso in un carcere sovietico, forse per sempre. 

É trascorso quasi un anno da quando, in quel parco di Amburgo, la città dove vivevo con i miei genitori, ho preso la decisione di atterrare sulla Piazza Rossa di Mosca.

“Perché l’hai fatto?”: quante volte mi sono sentito ripetere questa domanda durante gli estenuati interrogatori del KGB.

“Volevo portare un messaggio di pace: Est e Ovest, Russi e Americani devono deporre le armi e mettere fine alla Guerra Fredda. Un gesto simbolico. Un volo come un ponte ideale. Per dire ai leader dei due blocchi che la gente, dalle due parti della cortina di ferro, voleva solo vivere in pace” gli ho risposto ma loro non mi hanno mai creduto.

Tra i miei aguzzini c’era un tizio grosso in divisa, sempre sudato, dalle mani enormi, che ogni volta che rispondevo, mi riproponeva la medesima domanda con voce cavernosa, sottolineandola con uno schiaffone a palmo aperto: “Perché l’hai fatto?”, pam!

Ma credo comunque che anche se avessi fornito loro una qualsiasi altra giustificazione alla mia impresa, sarei comunque qui, in questa cella, non più in isolamento, come nel carcere di Lefortovo, in attesa di conoscere il mio destino.

Non rimpiango nulla, je ne regrette rien.

È stata un’avventura da giovane incosciente? Forse, ma insisto: a volte anche l’incoscienza giovanile è parte del mondo. Un volo segnato dalle paure, dal terrore di aver sbagliato e che fosse troppo tardi per tornare indietro? Sì. Eppure, solo ora me ne rendo conto, è stato è stato giusto vivere, volando, il mio sogno.

I miei legali sostengono che rischio fino a cinque anni di reclusione, anche se la mia impresa aviatoria ha scosso alle fondamenta la granitica certezza delle gerarchie del PCUS dell’inviolabilità del suolo russo. Tutti si aspettano che rotolino teste, tra i vertici del partito e dell’esercito a causa mia. È da questo potrei trarne vantaggio, perché qualcuno, tra i membri dell’esecutivo potrebbe approfittare della situazione per fare un ripulisti e mitigare la mia pena, concedendomi la grazia. Così hanno mi hanno confidato gli avvocati. Gioca a mio favore poi l’età: diciannove anni.

Ho un compagno di cella simpatico, che parla un po’ d’inglese. Non mi ha detto perché l’hanno incarcerato e ho il sospetto che lo abbia infiltrato il KGB per estorcermi notizie. Dice che era anche lui sulla Piazza Rossa in mezzo alla folla, a caccia di turisti, quando sono atterrato. Di quei momenti ho ricordi molto nitidi, anche se ero molto concentrato sui comandi.

Rammento che dopo il lungo volo da Helsinki, finalmente ho visto comparire davanti a me Mosca con la sua immensa periferia, i viali del centro città e i mastodontici edifici, su cui grava una cappa di umidità. La visibilità era eccellente.

Gliel’avevo fatta; ero ancora vivo e vegeto. Grido di felicità.

Punto sull’aeroporto internazionale Šeremet’evo e anche lì, per i venti minuti che impiego a sorvolarlo, nessuno ha fatto caso a me. Dopo quasi sette ore di volo, scorgo, di là dal parabrezza il centro della capitale dell’Unione Sovietica. Avevo come punti di riferimento, San Basilio e l’Hotel Rossiya: quello che cercavo però era la piazza Rossa. Sono sceso a spirale, riducendo i giri del motore per prepararmi all’atterraggio.

Il mio aereo – beh non proprio mio, visto che appartiene all’Aeroclub dell’aeroporto di Amburgo e dovrò in qualche modo restituirglielo, integro – il Cessna 172 Skyhawk (Falco del cielo), è quello che si dice “un mulo dell’aria”. Non si può consideralo un bell’aereo, ma non è nemmeno brutto: ad ala alta, è lungo poco più di otto metri, con un’apertura alare di undici metri e un’altezza di quasi tre. Pesa sette quintali, meno di una station wagon, e può imbarcare tre passeggeri e il pilota. Il carrello, fisso, è triciclo; ha un solo motore che gli consente di raggiungere i 228 chilometri orari.

La piazza m’incute terrore e timore. Dall’alto mi è sembrata molto più piccola di quanto la immaginassi. Ma per atterrare al mio Cessna bastano duecento metri: ho tentato tre volte, e per ben tre volte ho ripreso quota; la folla rincorreva curiosa il mio piccolo aereo, sembrava uno di quegli stralunati film di Fellini. Ero terrorizzato dall’idea di ferire o uccidere qualcuno, ma alla fine ho visto il Bol’shoj Kamennyj Most, il grande ponte a sei corsie, e così decido di atterrare là.

Quante volte ho sfogliato i dépliant che, mi sono procurato in quella agenzia di viaggi vicino a scuola, dove attraverso le immagini a colori dei monumenti moscoviti ho cercato di memorizzare i luoghi della città dove preventivavo di atterrare. Ma la realtà e ben diversa: di questo mi sono reso conto sorvolando il centro di Mosca. Così ho puntato la prua del Cessna verso il grande ponte che scavalca la Moscowa.

Rullando, sono arrivato fino alla fine della Piazza, tra la cattedrale, il monumento a Minin e Pozharskij, la spianata che sale verso l’ingresso della torre Spasskaja. Spento il motore, sono restato per un lungo, eterno, quarto d’ora, chiuso in cabina, senza bene saper cosa fare, un po’ stordito ma inebriato.

Non sapevo ancora che era iniziata la mia ultima ora di libertà prima dell’arrivo della polizia.

La gente accorreva da tutte le parti per cercare di capire chi fossi, e da dove venissi appena atterrato nel cuore di Mosca. Facevano domande in russo che non capivo. Mi avevano scambiato per un compagno comunista della Germania dell’Est: in effetti, i colori delle insegne del mio aereo sono giallo, rosso e nero, come quelli della bandiera della Germania comunista.

Così rimango in piedi accanto all’aereo, avvolto nella mia ridicola tuta di volo rossa, incredulo e quasi impacciato davanti a siffatta accoglienza; una donna si è avvicinata e offrendomi pane e sale, una ragazza ha preso da dentro una sporta, una focaccia e me la messa tra le mani. Gli ho sorriso dicendole: “Spasibo”, una delle poche parole di russo che avevo imparato.

Poi tra la folla si è fatto largo un gruppo di soldati della milizia territoriale guidati da un ufficiale, tutti quanti scesi da una grossa vettura nera; e, come se avessero fermato per un controllo un qualsiasi automobilista, mi hanno chiesto i documenti senza contestarmi nulla, sennonché non avevo il regolare visto d’ingresso e che lì non si poteva parcheggiare; ai loro occhi che un aereo fosse atterrato sulla piazza Rossa, era un aspetto secondario di tutta quella bizzarra faccenda.

Ci hanno pensato gli uomini che sono arrivati in seguito, a bordo di una Volga, sempre nera, l’unico colore disponibile delle auto sovietiche, seguiti da un camion. I poliziotti del Comitato per la Sicurezza dello Stato avevano le idee un po’ più chiare dei loro colleghi della milizia: con modi spicci e senza troppi complimenti hanno fatto sgombrare la folla e messo delle transenne attorno al Cessna, e invitandomi a seguirli; non sapevo ancora che si trattava del KGB e che mi avrebbero rinchiuso in una cella d’isolamento e percosso. E ora eccomi qua.

L’unico rimpianto è il dolore che sto provocando ai miei genitori che in questo momento saranno molto preoccupati per la mia sorte. Spero che i funzionari dell’ambasciata tedesca li tengano informati rassicurandoli.

È l’ora del rancio e devo dire che nelle carceri russe non si mangia poi così male: il cibo è abbondante, anche se il menù è un po’ monotono. Mi ci dovrò abituare. 

Il mio compagno di cella non riesce a saziarsi né del vitto né del racconto del mio volo, che gli ho già ripetuto una decina di volte: lui vuole sempre nuovi particolare e sgrana sempre gli occhi esclamando «wow», nel punto in cui gli narro dell’arrivo dei Mig. Anche se fosse una spia, questo non modificherebbe di una virgola la mia posizione, visto che il racconto è identico a quello estortomi dal KGB. Così, mentre ripone la sua scodella ricomincio da capo.

A venticinque chilometri, a ovest della mia città, Amburgo, nei pressi di Uetersen sorge l’aeroporto internazionale: il Flugplatz Uetersen, che è un grande e importante scalo dove ogni giorno atterrano e decollano centinaia di aerei. Era il 13 maggio, una mite giornata di sole, è il mio minuscolo Cessna Skyhawk bianco immatricolato D-ECJB è appena stato rifornito. Ho il brevetto da soli due anni, e ho speso tutti i miei risparmi e facendomi aiutare dai parenti. Ho anche l’abilitazione al volo strumentale e fonia in inglese, ma ho al mio attivo solo cinquanta ore di pilotaggio. Sono poco più di un novellino, ma penso di avere un buon bagaglio d’esperienza nel volo sul mare aperto.

Ho noleggiato per tre settimane il piccolo monomotore dall’Aeroclub di Uetersen, che non mi domanda dove ho intenzione di andare: avrei mentito, naturalmente.

Ho dotato il mio Cessna di serbatoi supplementari, per aumentarne l’autonomia; porto con me pochissime cose: una piccola valigia, una borsa con delle mappe, un sacco a pelo, quindici litri di olio motore e un giubbotto di salvataggio. Avevo anche un casco da motociclista per proteggermi da un eventuale atterraggio di fortuna.

Avevo passato gli ultimi mesi a pianificare il volo che avrebbe dovuto condurmi a Mosca: numero di tappe, distanze da coprire, consumi di carburante, gli aeroporti dove sostare. Dopo aver preso in considerazione diverse rotte, ho deciso di puntare, per non insospettire nessuno, verso la Gran Bretagna, in direzione opposta rispetto alla mia meta finale.

Ai controllori di volo di Uetersen, ad Amburgo, ho consegnato un piano di volo che prevedeva una rotta a Ovest verso le isole Shetland. 

Il mare del Nord si spalanca dinanzi a me, freddo e inospitale. Lunghe e placide onde ne segnano la superfice, mentre sono concentrato sugli strumenti di volo e monitoro costantemente la rotta. Ho la mappa infilata in un involucro di plastica trasparente, fissata sopra alla coscia. Spira un leggero vento di prua, alternato a improvvise folate più intense che fanno sobbalzare il Cessna.

Per stemperare la tensione, ho estratto dal mio bagaglio un panino e lo addentato, mangiando svogliatamente per il groppo in gola che mi accompagnava da quando avevo lasciato Amburgo.

Dopo cinque ore di volo sul mare aperto atterro alle Shetland. Tiro un sospiro di sollievo. Fino a quel momento tutto è filato liscio.

Ho parcheggiato il Cessna e ho chiesto alla società aeroportuale di rifornirlo di carburante. La notte la passo quasi insonne: dormo poco e male e solo verso il mattino riesco a prender sonno; un sonno profondo che mi ristora. Ma sono fiducioso nel successo dell’impresa che sto per compiere.

Le isole Fær Øer mi appaiono simili ad alghe verdi che paiono galleggiare sul mare. Vagar è l’unico aeroporto di queste sperdute e rocciose isole, che appartengono al regno di Danimarca. Ci atterro, con qualche difficoltà il giorno dopo il mio arrivo alle Shetland. Il controllore di volo della torre di Vagar mi aveva avvertito della presenza di un banco di nubi basse sulla zona dell’aeroporto e di probabili piogge in arrivo.  Comunque appoggio le ruote sulla pista senza difficoltà.

Poi è la volta dell’Islanda, dove atterro all’aeroporto Keflavik di Reykjavik, il 15 maggio. Nella capitale islandese mi sono fermato una settimana. Così ho colto l’occasione di  visitare la Hofdi House, la villa bianca che fu il luogo del vertice Reagan-Gorbaciov. Mi sono sentito rincuorato, anche se edificio era chiuso a chiave e non si poteva visitare, sentivo di essere entrato in contatto con lo spirito del luogo. Ero così emotivamente coinvolto allora ed ero così deluso dal fallimento del colloquio. Così mi ha dato la motivazione per continuare.

Come dicevo dopo sette giorni riparto: direzione, la penisola scandinava. Ancora una sacco di mare da sorvolare: mi sono sentito un po’ come Lindbergh. Atterro a Helsinki: uno stretto braccio di mare separa la piccola capitale della Finlandia dalle coste baltiche dell’Estonia. Sono determinato a portare a termine quella che considero una vera e propria missione di pace, ma sono tormentato dai dubbi che scaccio concentrandosi sugli aspetti pratici e tecnici del volo illegale che sto per compiere. Sono consapevole di rischiare la vita: quattro anni fa un Sukhoi S-15TM dell’aviazione sovietica, se ricordi, ha intercettato, a Ovest dell’isola di Sachalin, e abbattuto un Jumbo jet delle linee aeree coreane, decollato da New York e diretto a Seul, colpevole di aver sorvolato senza autorizzazione il territorio dell’URSS. So che voi sovietici non scherzate e non tollerate gesti avventati: se non hanno avuto scrupoli a uccidere i 269 passeggeri del volo KAL 007, i piloti delle Voenno-vozdusnye ily (Flotta aerea rossa dei lavoratori e dei contadini) non avranno certo rimorsi di coscienza nel mitragliare un piccolo aereo che ha osato violare i confini della vostra grande nazione socialista; hanno la licenza di uccidere.

Dopo tre giorni consegno alle autorità aeroportuali di Helsinki un piano di volo farlocco, monto di nuovo sul mio Cessna Skyhawk e metto la prua dell’aereo verso Ovest, come se volessi tornare indietro verso la Svezia. Volo a circa seicento metri di quota. Poi, una volta raggiunto il mare aperto, cambio improvvisamente rotta.

Davanti a me vedo le coste dell’Estonia; inizia il silenzio radio: spengo il transponder; è un dispositivo che, se in funzione, rende visibile gli aerei ai radar. Da questo momento non esisto più per nessuno: io e il mio Cessna siamo soli nel cielo e tutto può accadere. Mi separano da Mosca, la mia ultima meta, cinque, lunghe, ore di volo piene d’incognite alla mercé dell’aviazione e della contraerea sovietica.

Mi sentii dentro un misto di tensione lacerante e di sollievo. Ero felice: volavo verso la mèta. Ma a ogni minuto che passava, sapevo che era impossibile ripensarci, tornare indietro.

Sono da poco passate le due del 28 maggio e mio il piccolo monoplano bianco compare sui vostri radar. Ho saputo poi, qualche mese fa da un resoconto dettagliato che mi hanno fatto i miei legali che. poco dopo il mio avvistamento, il telefono di Sergej Leonidovič Sokolov, ministro della difesa dell’Unione Sovietica inizia a squillare: tutti lo cercano, esercito, aviazione, colonelli e generali, per saper cosa fare dell’intruso che non risponde alle chiamate e che sembra diretto a Mosca, senza aver chiesto nemmeno “permesso”.

In un primo tempo i piloti dei caccia, decollati per abbattermi, mi avevano scambiato per uno dei loro: il Cessna assomiglia a uno Yak 12, un piccolo monoplano civile di fabbricazione russa.

Davanti, lontano qualche chilometro, mi apparve velocissimo e luminoso un oggetto argenteo, e puntava su di me. Era un Mig della PVO, la temuta difesa aerea della vostra aeronautica. Eccolo, fu il mio primo incontro con i vostri. Un colpo al cuore.

Fu duro tenere i nervi sotto controllo. Furono pochi minuti ma tremendi.

Il Mig mi raggiunse, virò strettissimo, mi si mise dietro, poi mi affiancò, le sgargianti stelle rosse dipinte sulla fusoliera e sulle ali. Era molto più veloce di me. Indovinai appena gli occhi del pilota sotto il casco. Sembrava fissarmi. Ho la presunzione di credere che mi stimasse per il mio coraggio. Per abbattermi non avrebbe avuto bisogno nemmeno di sprecare un missile aria-aria: gli sarebbe bastato mettersi davanti al muso del mio Cessna e arrostirmi con il postbruciatore.

Non fece niente di tutto ciò, non sarei qui a raccontare del mio volo: il Mig mi seguì per un po’, poi accelerò ancora e sparì nel nulla. Pochi minuti che mi sembrarono eterni. E restai in preda a nuovi sentimenti misti. Sollievo, perché non aveva sparato. Dubbio e angoscia, per la certezza che sapevano che ero in volo sul vostro territorio.

Mi tremavano le mani e grosse gocce di sudore scendevano lungo il volto che mi asciugavo continuamente passandogli sopra il dorso della mano: scrutavo con angoscia il cielo. Ogni tanto inclinavo leggermente le ali del Cessna per avere più visibilità. Non potevo sapere che i jet con la stella rossa mi avevano appena graziato.

I vostri Mig stavano per aprire il fuoco quando dal comando fu ordinato loro di aspettare, e così se ne sono andati. Mi piacerebbe incontrare il pilota al quale, in fondo, devo la vita. In quel momento sono in volo sopra Staraja Russa, una piccola e antica città della Russia europea occidentale, edificata sulla sponda sinistra del fiume Polist’, dove la famiglia Dostoevskij passava l’estate.

Ho proseguito indisturbato il mio volo a bassa quota. Sotto le ali del Cessna scorrevano i campi coltivati a segale, patate e lino e ampie zone paludose, volavo in mezzo alle nuvole, e vedevo solo scorci di quel paesaggio così mutevole. Non sapevo che ero arrivato fino a quel punto perché la difesa aerea era in preda al caos: aveva perso i contatti con me rintracciandomi più volte; non sapevano se identificarmi come amico o nemico e, non ci crederai, mi hanno scambiato persino per un elicottero del soccorso. Finalmente ho emergere sul filo dell’orizzonte Mosca: ho urlato di gioia.

“Cosa dici, i giudici saranno clementi con me?”

“Da.”



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

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Massimo Conti

 

Kindu è vendicata!


Correva l’anno 1982 e, nella ricorrenza del 40° anniversario della battaglia di El Alamein, si svolgeva a Viterbo il raduno nazionale dei paracadutisti italiani.

Il nostro gruppo era numerosissimo e molte autovetture si erano aggiunte ai sei pullman non bastanti a trasportare i soci dell’A.N.P.d.I. di Milano aderenti all’iniziativa, al punto che, i posti garantiti nella caserma per il pernotto della sera del sabato, non sufficienti per tutti, avevano costretto molti di noi a bivaccare nei sacchi a pelo.

Il pranzo della domenica si era svolto nella caserma della VAM, ed al mio fianco c’erano il fraterno amico Gianni, che purtroppo ci ha lasciati, e York ed Ezio con i quali sono ancora in contatto anche se non ci vediamo ormai da quasi trent’anni.

A qualche tavolo di distanza c’era un signore attempato ma energico nei modi e nella voce, un po’ burbero ed al tempo stesso sorridente e scherzoso, con i capelli bianchi e le foltissime sopracciglia, che conversava amabilmente con il presidente della nostra sezione Attilio Cambielli, e con Salvatore D’Oronzo reduce di El Alamein ed autore dello splendido libro “Folgore e si moriva”.

Dopo gli antipasti, divorati famelicamente, giunse come primo un’abbondantissima dose di ravioli e noi quattro ci soffermammo ad osservare con curiosità e commentare con quanta composta e raffinata eleganza il dirimpettaio li mangiasse, senza farsi influenzare dal vassoio da caserma che li conteneva e dalle posate di plastica che usava con una grazia particolare come fossero state d’argento.

Ci passò per la mente una voce più che attendibile che circolava su di lui, e ci venne spontaneo chiederci, scherzando, se quando si era cibato di carne umana il suo stile fosse stato lo stesso. Fu così che, finito il pranzo, corredato da vini ed amari che si erano susseguiti senza sosta nei nostri bicchieri, che pensammo di porgli qualche domanda.

Conoscevamo abbastanza bene Carlo B…a, sempre presente nelle serate associative, e posso affermare senza alcun timore di smentita che in maniera insuperabile lo avevo sentito parlare bene, a lungo e con estrema coerenza della pace.

Questa è un’altra storia ma la devo riassumere per evitare che l’uomo, per via dei suoi trascorsi, possa sembrare al lettore un violento guerrafondaio senza scrupoli.

A quei tempi ero studente universitario, istruttore di body building in una palestra per guadagnarmi qualche soldo, e volontaristicamente aiutavo alla preparazione fisica gli allievi paracadutisti che venivano forgiati dall’associazione.

Era consuetudine che nell’ultima lezione antecedente il primo lancio, un veterano venisse incaricato di fare un discorso etico dottrinale ai futuri parà. In quell’ultimo corso precedente di poco il raduno di Viterbo l’incombenza era toccata proprio a Carlo, e rimasi più che sorpreso quando egli, dopo i necessari preamboli, passò a parlare della pace, soffermandovisi a mio parere più di quanto avrebbe potuto fare un religioso, e con una cognizione ed una forma di coinvolgimento senza pari.

Ricordo la sua voce tonante nel silenzio della palestra, il suo sguardo sugli allievi uomini e donne di tutte le età, e la commozione che seppe suscitare negli astanti.

Sapevamo che Carlo era stato istruttore di paracadutismo alla scuola militare di Tarquinia, che aveva combattuto nella seconda guerra mondiale aderendo alla Repubblica Sociale, e che nel 1945 si era arruolato nella legione straniera procurandosi una ferita in Algeria e la ben più dolorosa cattura da parte dei vietcong a Dien Bien Phu.  Aveva scontato una lunga e durissima prigionia in un campo di concentramento vietnamita prima di rientrare in Italia negli anni ’60 da dove era ripartito per fare il soldato di ventura in Africa.

Era questo il periodo della sua vita che maggiormente ci incuriosiva, soprattutto quanto fosse avvenuto in una particolare giornata, e studiavamo come approcciarci quando, finito il pranzo, dopo aver esaurito tutto il repertorio di canzoni di marcia dei paracadutisti, intonammo la tristissima canzone “avevo un camerata” seguita a ruota dall’ancor più nostalgica “il mercenario di Lucera”.

Proprio su queste note, mentre avvenivano degli spostamenti per favorire convenevoli fra i gruppi che durante il pranzo erano rimasti distanti, che si liberarono dei posti vicino a Carlo, che io, Gianni, York ed Ezio ci precipitammo ad occupare.

Potemmo intavolare il discorso che ci eravamo prefissati senza alcuna difficoltà, e Carlo, facendoci il punto di un momento storico internazionale e di uno stralcio della sua vita, ci narrò fra ritagli di storia pubblica e privata, come fosse diventato cannibale, anche se solo per un giorno.

Non sarebbe stato facile, ancora nel fiore degli anni, con i miei trascorsi ed il mio temperamento, restare con le mani in mano, pertanto, anche se avrei potuto vivere con la pensione di legionario, avevo provato a trovare una qualsiasi occupazione onesta e dignitosa ma senza successo.

Così, man mano che passavano i giorni dal rientro, avanzava in me sempre più la convinzione che stessi sprecando il mio tempo, mentre prendevo cognizione che la mia sete di avventura non si era ancora placata, e che dovevo trovare una via d’uscita all’immobilità che mi intristiva.

Radio e giornali riportavano notizie che nel cuore dell’Africa erano in atto sanguinose guerriglie alimentate da poteri forti attraverso la vendita di armi e mezzi, e che permettevano con i taciti consensi governativi statunitensi, sovietici ed anche europei che, su base volontaria ed incentivata, potessero parallelamente affluire uomini per insegnare l’arte della guerra e l’uso di armi agli abitanti del terzo mondo.

Anche se con la fine della seconda guerra mondiale apparentemente si era dissolto lo spirito colonialistico di cui era stata vittima per quasi cento anni, l’Africa rimaneva comunque un territorio di conquista dagli immensi spazi e dalle grandi potenzialità.

Alcuni stati europei avevano perso il loro “posto al sole” e non avevano più alcuna ingerenza su quei territori, mentre altri cercavano di convertire i paesi che avevano già sfruttato a dismisura, in stati apparentemente indipendenti sotto il profilo politico ma non sotto quello economico, anzi, tentavano di gettare le basi affinché tale vincolo diventasse perpetuo.

Il ritiro delle loro truppe lasciava i territori nel caos più completo, dove le tribù più bellicose si schieravano con i trafficanti, prendendo il sopravvento sulle popolazioni inermi che restavano alla loro mercé.

Il caso più eclatante lo viveva il Congo, ove a seguito della proclamazione dell’indipendenza da parte del Belgio, si accese un’aspra guerra civile fomentata da entità che volevano assumere il controllo delle grandi ricchezze minerarie del paese.

Fu in questo contesto che si sviluppò l’idea secessionista del Katanga (l’area più ricca) dove si costituirono due blocchi armati: uno appoggiato dai sovietici, l’altro, più occidentalista, rinforzato da mercenari europei.

Le notizie che giungevano in Italia riguardo ai massacri che venivano perpetrati giornalmente in quell’area geografica non destavano alcuna preoccupazione e non suscitavano alcun coinvolgimento emotivo sui cittadini ancor memori delle tragedie della seconda guerra mondiale, che consideravano quegli scontri come dei modesti focolai di rivolte lontane e di nessuna influenza sulla propria vita.

La stampa, oltretutto, ben poco pubblicizzava l’intervento dei caschi blu dell’ONU inviati in “missione riappacificatrice”, tanto che in pochissimi sapevano della partecipazione dell’Italia a tale attività.

Il nostro governo, impegnato ad acquisire credibilità nei confronti degli alleati del blocco occidentale, aveva messo a disposizione un piccolo contingente che svolgeva missioni a favore della popolazione civile, ma senza provvedere a tutelarlo adeguatamente. Così quando i nostri uomini vennero catturati, non fece in tempo per tentare di liberarli e successivamente all’eccidio, nulla per fare chiarezza sui fatti insabbiando addirittura l’inchiesta.

Si trattava di uomini di vara età e grado, che avevano aderito su base volontaria a portare un aiuto umanitario in quelle zone disagiate, e servire così non solo il proprio paese, ma altruisticamente e senza remore di sorta, degli abitanti che soffrivano persino la fame ed erano sprovvisti di medicinali, emarginati in località dove la guerra portava via quel poco che poteva servire alla normale sopravvivenza. Quei cargo messi a disposizione dall’Italia, non trasportavano armi ed esplosivi ma movimentavano materiali che servivano esclusivamente ad alleviare le sofferenze dei deboli e degli oppressi.

Dopo essere stati uccisi, i militari italiani erano stati cannibalizzati, ma l’ambasciata, imbeccata dal nostro governo, riportò come conclusione che la mattanza fosse stata causata da un errore di regolari soldati congolesi e che comunque i resti delle vittime “dell’incidente” fossero stati debitamente sepolti. In seguito fu effettuato il recupero di una parte dei resti che vennero tumulati in Italia.

Non sarei onesto se affermassi che mi arruolai per vendicare l’eccidio dei tredici membri dell’equipaggio dei due aerei C119 della 46° Aerobrigata di Pisa, avvenuto il 12 novembre 1961, in quanto già da più di un mese avevo preso contatto con il centro arruolamento mercenari, sito in una villetta di Milano in zona Fiera.

Avevo compilato un facsimile di domanda inserendo i miei dati, i precedenti militari ed il mio recapito e, scelto un nome di battaglia avevo contrattato su quello che sarebbe stato il mio compenso (costituito da premio d’ingaggio, un corrispettivo mensile e la liquidazione).

Il premio d’ingaggio mi sarebbe stato versato sul conto corrente all’arrivo in zona operazioni, il mensile ogni primo giorno del mese e la liquidazione a fine attività, e mi era stato richiesto il nominativo di una persona alla quale destinare l’ultimo importo in caso di morte (per questo scelsi mia sorella alla quale mentii dicendo che partivo per andare a lavorare in un cantiere).

Si trattava di una cifra importante, più di quanto avevo guadagnato in quindici anni di Legione, e soddisfatto di andare incontro a questa avventura passavo quasi tutta la giornata al bar del quale avevo dato il numero di telefono, non disponendo di tale comodità nella stanza ammobiliata che avevo preso in affitto.

Fu proprio nel giorno in cui giunse la notizia che in Congo erano stati trucidati i tredici militari italiani, che arrivò la chiamata per passare dal centro di arruolamento a definire alcuni dettagli. Mi vennero presentati due colleghi che sarebbero partiti assieme a me e ci venne consegnato un biglietto ferroviario per Bruxelles da dove avremmo proseguito per via aerea alla volta del Congo.

Non sto a raccontarvi i dettagli del viaggio né le azioni in cui venni coinvolto, alcune incruente ed altre decisamente più vivaci, ma solo che, man mano che passavano i giorni di servizio in zona operazioni, prese forma nella mia mente l’idea bizzarra di cibarmi per vendetta di carne umana.

Mi accorgevo senza stupore, avendolo già provato sia nella guerra mondiale che nel periodo legionario, che ogni volta che tiravo il grilletto del mio fucile o lanciavo una granata sentivo di vendicare qualcuno che, combattendo dalla mia parte, era stato ucciso. Probabilmente questo tipo di pensiero è abbastanza diffuso fra i soldati, costituendo un modo per alleggerire la coscienza, così da riuscire ad uccidere non solo per provare a sopravvivere al combattimento ma anche per poterla far franca un giorno davanti al Padreterno.

Sulla scia di questa idea, ebbi la certezza che per vendicare quei tredici ragazzi non bastasse combattere la gente che stava dalla parte di chi li aveva assassinati, ma che fosse necessario effettuare una ritorsione di pari entità.

Ne parlavo ogni tanto con i due italiani che con me erano partiti, ma non riuscivamo mai a farlo seriamente, o meglio se il discorso inizialmente lo era, si finiva poi sempre sul faceto. Uno dei due, il più scherzoso, arrivava addirittura a chiudere sempre con una barzelletta sui cannibali del tipo:

  • Cosa mangia un cannibale al venerdì? Risposta: Palombaro
  • Cosa mangia un cannibale a Pasqua? Risposta: donna incinta
  • Cosa mangia un cannibale il 25 dicembre? Risposta: Babbo Natale

E via di questo passo…

Il nostro cuoco/interprete, Mabili, un ragazzo congolese che aveva vissuto per un certo periodo a Parigi dove aveva lavorato in un grande ristorante, si era più volte offerto di cucinarci qualche caduto, assicurando che la carne umana, se ben preparata, è più appetibile della bovina, ma avevamo sempre sorvolato sull’argomento. Lo avevo visto indugiare più di una volta presso qualche vittima della battaglia per poi appartarsi a cucinare separatamente  e solo per sé, ma non indagai mai per sapere di cosa si trattasse, anche se ero certo che i miei non fossero solo dei sospetti.

Il 20 aprile 1962 avevamo effettuato un posto di blocco all’uscita di un villaggio dichiaratamente ostile, dove avevamo catturato tre individui che procedevano su una Land Rover con a bordo dieci fucili d’assalto e svariate casse di munizioni. Al nostro interprete i tre avevano giustificato tale armamento come necessario per una battuta di caccia all’elefante, ma il tipo di materiale non lasciava alcun dubbio su quale sarebbe stato il suo reale utilizzo, così li arrestammo e sequestrammo i loro beni.

La sorte volle che quella sera non potessimo rientrare al quartier generale distante quasi trecento chilometri dove avremmo dovuto consegnare i prigionieri, e che ci accampassimo, dovendoci spingere il giorno successivo più a sud per congiungerci con un’altra pattuglia. Legammo i catturati fra loro e, per maggior sicurezza ad un albero, e ci accingemmo a fare una partita a carte mangiando carne in scatola con gallette e bevendo birra.

Era già buio quando i prigionieri, che fino a quel momento erano stati tranquilli, iniziarono ad intonare una nenia forse per passare il tempo, ma più probabilmente per segnalare la nostra posizione. Dicemmo più volte all’interprete di farli smettere, ma ogni volta riprendevano e, da un commento fattoci da Mabili, capimmo che avrebbero continuato così fino all’alba. Mi alzai e mi avvicinai a loro per ammonirli in italiano,  facendo capire con chiari gesti che non mi sarei ripetuto. Smisero per una decina di minuti per poi riprendere a cantare a squarciagola.

In quell’attimo il ricordo degli equipaggi italiani dei due C119 e la voglia di vendicarli sul serio ebbe il sopravvento. Presi il mio fucile scarrellandolo e, ponendo la leva del selettore sul colpo singolo, percorsi la breve distanza che mi separava da loro.

Fu un’esecuzione veloce, un proiettile alla testa per ciascuno, prima di tornare dal cuoco che incaricai della preparazione delle carni e che fu oltremodo felice dell’incarico.

Erano squisiti, e fu l’unica volta che mangiai carne umana.

Con quel gesto ebbi la piena certezza che io, Carlo B…a, avevo vendicato i ragazzi dell’eccidio di Kindu”.



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Il pappagallo


I Lupi della 46° Aerobrigata erano chiamati così perché a quei tempi era l’unico reparto che volasse con qualsiasi tempo per arrivare dovunque e sempre.

Il C-119 era una gran bella macchina per l’epoca e consentiva un’operatività molto vasta. Due meravigliosi motori, da 3500 cavalli ciascuno, un grosso vano di carico ed equipaggi molto preparati con un forte spirito di corpo.

Quel giorno mi fu affidata una missione di routine. Andare a caricare del materiale in una base statunitense della NATO in Germania, non ricordo quale. La navigazione non fu delle più tranquille. Maltempo su tutta la rotta così come previsto nella base di arrivo.

L’unica cosa che mancava al “vagone volante” era un radar meteo, a quei tempi tutt’altro che diffuso, e a volte la cosa creava qualche problema. In altre parole quando in volo si notavano grosse nubi cumuliformi … si evitavano accuratamente variando la prua in maniera da non finirci dentro, ma poteva capitare di trovare un cumulo nembo embedded che noi definivamo “affogato”, quando si trovava proditoriamente ben occultato in altre formazioni di nubi inoffensive. Capitava, in tali casi, che il velivolo venisse sbattuto da tutte le parti come se si trovasse dentro una lavatrice in centrifuga. In cabina si creavano scene da tregenda, manuali, matite, carte di navigazione, occhiali e altri oggetti che volavano e sbattevano dappertutto. Il velivolo doveva essere pilotato manualmente perché l’autopilota era poco affidabile anche con aria calma e la situazione era tutt’altro che allegra.

Quel giorno, per l’appunto, la navigazione divenne IMC subito dopo il decollo e prosegui verso la Germania con tutti i dispositivi antighiaccio in funzione, ma senza turbolenza particolare.

In avvicinamento al campo le cose presero una piega diversa. Turbolenza da media a forte, turbinio di fiocchi di neve davanti al muso, colpi continui contro la fusoliera per i blocchi di ghiaccio che si staccavano dall’elica grazie all’antighiaccio sulle pale …

Passammo alla frequenza GCA. Un operatore piuttosto bravo, con una cadenza  di voce da afroamericano, ci condusse speditamente verso il tratto finale. Nel turbinio di fiocchi bianchi, a qualche centinaio di piedi sul terreno intravidi la luce guizzante dell’EFAS e finalmente la pista, non molto lunga, con larghe chiazze bianche … che non erano zucchero vanigliato, ma semplicemente ghiaccio.

Atterrai con molta attenzione e non senza una certa apprensione per le vaste aree ghiacciate, usando i freni con parsimonia. Mi fermai, tirando un sospiro di sollievo, poco dopo metà pista, in attesa di istruzioni.

Back track on the active, strangle parrot” … Strangola il pappagallo! Questo è scemo, pensai.

Temendo di non aver capito replicai: “Say again”, mentre girando, mi accingevo a tornare indietro.

Strangle parrot” … Aridaje col pappagallo! Mi girai verso l’equipaggio. Qualcuno c’ha un pappagallo? … così ‘o strozzamo e famo contento ‘sto matto col mio inguaribile accento romanesco.

L’operatore GCA, pensando che non capissi l’inglese, me lo disse in italiano … beh insomma, quasi … “Sciangoula pep ghelou” e finalmente intuii … spensi l’IFF.

“Clear runway on the first intersection on your left and check the marshal”

Anni ‘60, guerra fredda. Gli americani avevano fatto installare su tutti i velivoli NATO un apparato il cui acronimo ne chiariva l’intento: IFF stava per  Identify Friend or Foe. In altri termini: identifica se è dei nostri o no. Era il precursore degli odierni transponder e forse i piloti giovani non ne hanno mai sentito parlare. In pratica non faceva altro che ritrasmettere un codice ricevuto da terra … ecco perché pappagallo. Serviva a discriminare i velivoli NATO da eventuali visite indesiderate dal Blocco di Varsavia.

Gli americani lo chiamavano parrot per il fatto che ripeteva quello che aveva ricevuto, ma per me, giovane capo equipaggio non ancora venticinquenne, era un IFF



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Glauco Nuzzi

Il viaggio – L’inizio dell’avventura


Con un leggero sorriso il Comandante del 2° Gruppo della 46° Aerobrigata, del quale facevo parte: “Allora lei parte volontario per il Congo?”

Che fossi un volontario per la missione africana non me ne ero ancora accorto … ma a 23 anni lo spirito di avventura spesso ha il sopravvento. Inoltre, avvelenato come ero per essere stato destinato a un sonnolento reparto di trasporti, dopo aver conseguito il Brevetto Militare alla Scuola Aviogetti per una ovvia destinazione a un reparto da caccia, questa variante nel mio impiego non mi dispiacque. Sì, il Congo era una zona di guerra, ma …

Che un reparto di trasporti non fosse poi tanto “sonnolento” lo scoprirò ben presto …

Avevo appena terminato l’addestramento per l’impiego previsto del Reparto e avevo raggiunto la qualifica di combat ready, secondo gli standard NATO. Praticamente “pronto al combattimento”, in altre parole non ero più un addestrando, ma un pilota pronto all’impiego bellico e se dovevo andare in zona di guerra … beh, faceva parte del copione.

L’Italia aveva aderito, come membro ONU, all’operazione Congo e segnatamente con una cooperazione dell’Aeronautica Militare per il supporto logistico dei reparti multinazionali schierati nell’area per aiutare il governo centrale nella lotta contro la secessione mossa da Tchombe

Dopo qualche giorno ci fu il volo di trasferimento. Dovevamo portare un velivolo a Leopoldville (oggi Kinshasa) dove era la nostra base operativa, per ampliare la flotta dei velivoli già schierati in loco. La rotta prevedeva una sosta ad Atene, poi Il Cairo, quindi Khartoum, Entebbe e finalmente Leopoldville. C’è da tener presente che la velocità di crociera del panciuto C 119 era di circa 150 nodi e, date le distanze da percorrere, si prevedevano tratte lunghissime con pilotaggio manuale … sì, perché l’autopilota c’era, ma spesso, anzi troppo spesso, si surriscaldavano i servomotori dei comandi e l’aereo cominciava a prendersi iniziative strane per cui toccava sbrigarsi a staccarlo …

Dopo la breve sosta ad Atene iniziò il volo verso l’Africa, tratta interminabile alternandosi ai comandi con i colleghi (l’equipaggio era doppio o forse di più perché c’era anche da sostituire chi aveva terminato il suo periodo in area operativa).

Si interrompeva il digiuno ogni tanto con le combat rations, dette le “razioni K”. La dotazione consisteva in una scatola di cartone (che poteva far supporre che all’interno ci trovassimo un paio di scarpe). Ci si trovava uno scatolame vario, preparato negli USA, con gusto ben lontano da quello italiano. Il contenuto, spesso carne con sughi piuttosto grassi e rappresi … richiedeva uno stomaco robusto ma avevamo trovato il modo di renderli più appetibili … scaldando il barattolo. Non c’erano fornelli di nessun tipo su un velivolo spartano come il C-119, ma, l’italica fantasia, aveva trovato la soluzione … A metà fusoliera, all’altezza grosso modo delle semiali, c’era un vano nel quale era alloggiato un cilindro metallico con alettature … era il regolatore di tensione dei generatori che in volo diventava pressoché rovente … un barattolo adagiato sopra per una ventina di minuti pareva uscito dal forno. Aperto i barattolo … il tutto diventava profumato (beh, insomma) e appetibile.

Quando all’orizzonte vidi apparire una striscia gialla che si staccava dal blu del mare “Ecco l’Africa”, pensai e cominciammo una lenta discesa. Sorvolato il delta del Nilo ci addentrammo verso Il Cairo, dove, finalmente, atterrammo.

Al Cairo, ormai è un bel po’ che non ci passo, a quei tempi, anni ‘60, la città appariva alquanto caotica. Traffico intenso, un perenne coro di clacson, costruzioni di scarso valore architettonico, palme dappertutto, venditori ambulanti e un senso olfattivo completamente diverso.

Che ci fosse un ristorante italiano al Cairo, il “Roma”, non me lo aspettavo. Alcune cose restano indimenticabili anche col passare degli anni. Mi restò impresso il sapore della rucola e dei ravanelli, molto più grossi di quelli che abitualmente vediamo in Italia, le bistecche (qualcuno dubitò, sarà mica cammello?) in realtà erano ottime, anche se di zebù, un bovino diffuso in Africa.

La sera una lunga passeggiata fra negozietti e bancarelle. Da bravo turista subito comprai qualche souvenir africano: una sella di cammello, che ancora uso come sgabello e una capiente borsa di pelle che diventerà la mia borsa “operativa” per tutto il periodo. Era capiente abbastanza per farci entrare, oltre ai ricambi necessari, anche il MAB, caricatori, bombe a mano e tutto quello che mi accompagnerà in tutti i voli operativi a venire.

Uno o due giorni dopo, non ricordo, partimmo per Khartoum. La rotta prevedeva un percorso che faceva risalire il Nilo e mi faceva vedere dal vivo quello che avevo studiato, a scuola, in geografia. Larghe chiazze di verde costeggiavano il fiume: le periodiche esondazioni fertilizzavano le aree circostanti rendendo le zone abitabili.

Mano a mano che si procedeva verso sud le temperature, naturalmente, aumentavano e a bordo non c’era nessun tipo di condizionamento. Il fatto che si volasse fra gli otto e diecimila piedi portava un sollievo solo parziale e, avvicinandosi al suolo per l’atterraggio, i 40 e oltre gradi di temperatura si sentivano tutti.

La sosta in Sudan mi è rimasta in memoria come una lunga sauna. L’albergo non disponeva di aria condizionata (anni ’60!) e anche di sera le temperature erano insopportabili. Ricordo che, per potermi addormentare, dovetti bagnare il lenzuolo.

Ma il problema principale era il decollo. Esaminando le tabelle di pista ci rendemmo conto che con quel carico dovevamo aspettare che la temperatura scendesse a non oltre 31 gradi, cosa che si verificava intorno alle tre di notte, ma durava poco … subito dopo si tornava verso i 35/36 gradi.

Scegliemmo, o meglio, fummo costretti a scegliere, di decollare alle tre di notte.

A Entebbe era tutto diverso. Sull’altopiano la sera si godeva di una temperatura piacevolmente fresca. La città, ex colonia britannica, mi apparve come un gioiello. Costruzioni di tipo europeo contornate di vegetazione africana e fu in quella occasione che ebbi la sensazione di essere un privilegiato, remunerato per fare il turista. Ci fermammo qualche giorno e fu una vera vacanza. Passeggiate lungo il lago Vittoria, vegetazione e fiori che mi incuriosivano e mi sorprendevano ad ogni passo, il pensiero che stavo andando verso una zona di guerra al momento non mi sfiorava nemmeno.

Lasciai a malincuore quel piccolo paradiso africano per l’ultima balzo, il volo per Leopoldville.

La tratta era piuttosto lunga e si ponevano problemi di autonomia: esaminammo la possibilità di un eventuale scalo tecnico per rifornimento, ma, un imprevisto e robusto vento in coda che ci fece aumentare la velocità e diminuire il consumo, ci risparmiò la fatica.

A Leopoldville fummo accolti calorosamente dai colleghi che ci aspettavano con ansia, per pezzi di ricambio e rifornimenti vari dalla madrepatria … nonché  per l’atteso avvicendamento di personale. Ci furono assegnate, due ufficiali per abitazione, delle belle villette nel quartiere di N’Djili, a una decina di chilometri dalla città.

Ci fu un briefing generico al palazzo ONU sul tipo di attività che avremmo svolto, raccomandazioni generiche e indicazioni sulle norme di comportamento con i nativi. Alcuni particolari mi sorpresero: “Donne, se dicono di sì, ok, altrimenti non insistere, potrebbe finire male. Se fate a pugni non colpiteli alla testa … è inutile … pugni allo stomaco …”.

L’ambiente non mi appariva particolarmente familiare ma tenni conto delle raccomandazioni e mi resi conto che dovevo, in qualche modo, adattarmi all’ambiente.

L’alloggio del Comandante del distaccamento era il più grande e aveva un ampio salone che diventò la mensa ufficiali e faceva anche da sala briefing. A cena venivano formati gli equipaggi e si assegnavano i voli per l’indomani. Si parlava dei voli del giorno, problemi vari, pericoli potenziali e difficoltà generale per portare a termine le varie missioni. Aeroporti con piste corte, affogati nel verde fitto della foresta, difficoltà dei rifornimenti (da un bidone su una carriola il negretto pompava a mano … centinaia di litri di benzina 115/145 e passavano ore nel caldo torrido) e l’alea di trovarsi, dopo l’atterraggio, invece che i Baschi Blu, i mercenari dei secessionisti katanghesi …

Mi resi conto che per conoscere l’Africa … beh, forse ci potevano essere condizioni migliori, ma ero un militare … e poi “volontario”.

All’inizio qualche giro per Leopoldville. Era una bella città, costruzioni europee, vegetazione africana, giardini fioriti dappertutto e si apprezzava un certo ordine e pulizia (… rispetto al Cairo e Khartoum …) ordine e pulizia che tornandoci molti anni dopo, volando per l’Alitalia … erano un bel ricordo.

Mercatino dell’avorio e manufatti artigianali locali, un forte vocio di contrattazioni, un odore tipico africano indescrivibile, di cuoio e pelli animali. Mi accorsi che il francese imparato a scuola … non era stato inutile e cominciai a integrarmi nel nuovo ambiente. Bar affollati di varie razze, qualche ragazza indigena carina e disponibile, birra fredda che attutiva il caldo soffocante, cambio dei dollari  con franchi congolesi (borsa nera, in banca ci si rimetteva troppo ) … ed un po’ per volta mi trovai a mio agio … beh, a terra. Durante le operazioni un po’ meno …

Indimenticabile il mio primo volo operativo.

Luluaburg, si carica il velivolo col materiale da portare a destinazione, Stanleyville. Vedo imbarcare casse su casse, bidoni di carburante, altre cassette metalliche di munizioni … un ufficiale svedese mi consegna il piano di carico … peso totale piuttosto elevato … sento il Comandante chiedere il pieno di carburante … regolo di bilanciamento in mano … faccio qualche calcolo e …

“Comandante … siamo fuori peso, e con questa temperatura …”.

Senza cambiare espressione del volto o mostrare alcuna emozione: “Ragazzo! Qui c’è la guerra e si fa così. Salta a bordo e fai i controlli che andiamo!”

Decollo indimenticabile (ma non sarà l’unico in quel periodo) … lunga corsa si accelerazione, a fondo pista (sì, proprio fondo pista) … una cabrata secca e ci troviamo per aria … con le cime degli alberi che parevano spazzolarci il fondo della fusoliera …

Deglutii sospirando … bell’ambiente pensai … ma in seguito questo tipo di volo diventerà abituale …



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Glauco Nuzzi