La missione segreta

titolo: La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale

autore: Eric Carter con Antony Loveless

editore: Newton Compton Editori

anno di prima pubblicazione: 2014, novembre

ISBN cartaceo: 978-88-541-6981-4





Confesso la mia ignoranza! E nell’accezione più genuina del termine: inconsapevolezza, non conoscenza, mancanza di informazione. Ossia, ammetto che ignoravo quasi completamente un episodio storico forse fondamentale  eppure religiosamente celato per anni nelle pieghe della storia della II Guerra Mondiale. Mi riferisco a quella che venne denominata in codice: missione “Force Benedict”.

Confessatelo: anche voi vi sentite molto ignoranti, nevvero? Tranquilli, temo che costituiremo una compagnia ben nutrita giacché avremo modo di parlarvi di una delle operazioni militari tra le più segrete fra quelle effettuate dalle forze armate alleate, in particolare britanniche. Soprattutto perché – udite, udite – praticata in collaborazione con quelle sovietiche.

Ma ora metteremo un po’ di ordine fornendo alcune coordinate temporali e geografiche.

Domenica 22 Giugno 1941.

Gran Bretagna.

Questo scatto è apparso nelle pagine del Daily Mirror e ritrae l’autore all’età di 93 anni alla vigilia della speciale cerimonia tenutasi nel 2013 a Downing Street nel corso della quale l’allora primo ministro David Cameron gli ha conferito uno speciale riconoscimento: la medaglia Arctic Convoy Star. Erano trascorsi solo 72 anni da che Eric era partito alla volta di Murmansk passando per l’Islanda e attraversando il burrascoso quanto gelido Mare Artico  col rischio continuo di affondamento ad opera degli U-boot tedeschi nonché delle forze aeree naziste di stanza in Finlandia. 72 anni: il tempo tecnico per riconoscergli i giusti meriti e riportare alla luce una missione di cui lui era rimasto uno dei pochi sopravvissuti. Nel corso dell’intervista dichiarò: “Non credo che l’operazione ottenga il credito che merita. Se Murmansk fosse caduta, l’intero corso della storia sarebbe stato molto diverso.”  Purtroppo la sua immagine serena e sorridente è riapparsa qualche anno dopo (luglio 2021) sempre nelle pagine dei giornali britannici quando il figlio ha annunciato la sua morte e ha dichiarato:”Ha condotto una vita piena e affascinante.” e ha aggiunto: “Sono orgoglioso di lui e degli altri di quella più grande generazione che ha sacrificato la propria giovinezza, se non la propria vita, per consentirci di godere delle libertà che abbiamo oggi”. foto proveniente dal Daily Mirror, www.https://www.mirror.co.uk/)

Primo ministro britannico, al secolo Winston Churcill.  

Alle 8 in punto del mattino egli riceve una notizia di una gravità inequivocabile: Hitler ha lanciato la missione in codice Operazione Barbarossa!

Vale a dire che l’invasione dell’Unione Sovietica è cominciata. E tutto lascia pensare che avrà luogo con la stessa fulminea ferocia con cui la Luftwaffe (l’Aeronautica militare germanica) e la Wehrmacht (l’Esercito germanico) hanno già sbaragliato la modesta Polonia, la grande Francia, gli indifesi paesi nordici di Svezia, Finlandia e Norvegia nonché i minuscoli stati neutrali di Olanda, Belgio, Danimarca e Lussemburgo. Solo l’intrepida Gran Bretagna ha resistito all’orda teutonica giacché, grazie ad una difesa aerea moderna e ben organizzata e, non ultimo, all’aiuto di piloti anche stranieri, la RAF (Royal Air Force – Aeronautica militare britannica) ha avuto la meglio in quella che viene universalmente chiamata come “La battaglia d’Inghilterra”. Tuttavia ancora brucia la fuga da Dunkerque del Corpo di spedizione britannico costretto a battere in ritirata, con la coda tra le gambe, lasciando il continente alla mercé dei teutonici.

La breve sinossi del libro di Eric Carter

In effetti, agli occhi miopi del primo ministro britannico, anche se l’assalto al suolo natio appare ormai scongiurato, la resistenza del colosso sovietico non sembra poi così scontata. Anzi.

In un istante egli comprende che, senza l’aiuto della Gran Bretagna e, in misura ancora maggiore, degli amici statunitensi, lo Stato comunista potrebbe cadere facilmente sotto l’incalzare delle armate germaniche. E una volta caduta la Russia quel satanasso di Hitler avrebbe di nuovo rivolto tutte le sue forze – non solo aeree stavolta – verso la Gran Bretagna.

Anche se la foto ha un non so che di poetico, in realtà mostra le difficili condizioni ambientali in cui dovette muoversi il 151° Wing britannico nell’aeroporto di Vaende prima che le copiose nevicate riducessero drasticamente la sua attività operativa. L’Hawker Hurricane qui ritratto era uno dei trentanove inviati in prima battuta da Churchill in aiuto a Stalin il quale aveva chiesto degli Spitfire. Ovviamente i Supermarine rimasero a difendere i cieli dell’isola britannica e, per quanto gli Hurricane non fossero da buttare via, erano ormai considerati superati dai più maneggevoli e veloci “Sputafuoco”. Sicuramente ancora peggio fecero gli alleati statunitensi che inviarono ai sovietici dei poco convenzionali Bell P-39 Aircobra (foto proveniente da www.flickr.com)

Churcill sapeva perfettamente che la Russia era ancora un paese arretrato con armamenti obsoleti e vertici militari impreparati a gestire un’invasione. Così, probabilmente senza neanche consultare i membri del suo gabinetto, la sera stessa, nel corso di un discorso radiofonico alla nazione, dichiarò il sostegno della Gran Bretagna al paese guidato dal dittatore Josif Stalin.

Detto fatto: dopo neanche un mese, esattamente il 20 luglio, a mezzo di messaggio telegrafico,  Churchill annunciò a Stalin che la Gran Bretagna avrebbe fornito un primo stormo di caccia Hurricane al completo. Era nato il 151° Wing e aveva preso avvio la missione Force Benedict.

Rigorosamente sorvegliati da un milite sovietico, alcuni equipaggi britannici ingannano l’attesa di una missione su allarme ascoltando un grammofono. (foto proveniente da www.flickr.com)

Come anticipato la missione si avviò, si sviluppò e terminò nella più assoluta segretezza e dunque non ci deve stupire se, a tutt’oggi poco sia trapelato o ricordato. Occorre perciò riconoscere il merito di aver provveduto a questa lodevole opera di divulgazione storica a Eric Carter e Antony Loveless che si sono cimentati nella stesura di un diario dal tono giornalistico che è appunto il volume oggetto di questa recensione.

Il primo, che ci ha lasciato per sempre nel luglio del 2021 alla veneranda età di 101 anni, partecipò alla missione in qualità di pilota mentre il secondo è un affermato giornalista-fotografo, autore di alcuni libri dedicati a piloti del II conflitto mondiale.

Dunque non corrucciatevi per la vostra “ignoranza” in fatto di Force Benedict. Non siete i soli.

Spiega Carter:

“L’obiettivo della nostra missione era consegnare la prima partita di Hurricane, difendere il porto di Murmansk e insegnare ai russi a volare e curare la manutenzione degli aerei. Semplice. Avremmo ceduto ai russi tutto l’equipaggiamento che avevamo portato con noi”

Alcuni numeri della Force Benedict: 550 uomini impegnati per circa 4 mesi in territorio russo. Tra questi 38 piloti. E tra questi il nostro autore. Sortite effettuate: 365. Attività operativa effettiva: 5 settimane. Aeroplani abbattuti: 11 Messerschmitt Bf-109, e 3 bombardieri Junkers Ju-88. Inoltre quattro velivoli probabilmente abbattuti ma non confermati, almeno sette velivoli nemici danneggiati. Hurricane trasportati dalla HMS Argus: 24. Hurricane trasportati in container e poi assemblati: 15. (foto proveniente da www.flickr.com)

A questo punto occorre premettere che difendere strenuamente la base navale di Murmansk non fu un vezzo eccentrico di Churcill o del ministro dell’Aria britannico. Semplicemente aggiunge Carter:

“Murmansk e il porto di Arcangelo sul mar Bianco assorbivano grandi quantità di aiuti dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, i quali avrebbero giocato un importante ruolo nella sopravvivenza della Russia”.

In effetti Murmansk, porto libero dai ghiacci anche in pieno inverno, era collegato con le regioni della Russia centrale mediante una valida rete ferroviaria tanto che in quel luogo giunsero innumerevoli convogli artici alleati destinati a rifornire tutta la Russia di ogni ben di Dio possibile e immaginabile. Ecco perché la base navale – parole di sir Winston Churchill – “andava difesa ad ogni costo”.

Le copertine delle edizioni in lingua originale. Il ragazzone cresciuto con i baffetti e in divisa della RAF è ovviamente l’autore del volume quando partecipò appunto alla missione Force Benedict. Sullo sfondo, in basso, è possibile notare alcuni soldati russi che sorvegliano – armati – gli Hurricane del 151° Wing parcheggiati in una delle tante aeree di diradamento completamente innevate dell’aeroporto di Vaende; in alto è ritratto uno stuolo di Hurricane che scortano i bombardieri russi in una delle tante missioni congiunte di bombardamento delle linee tedesche. La copertina risulta perciò perfettamente attinente al contenuto del libro che custodisce e pubblicizza. Purtroppo ben altra storia riguarda la copertina della versione italiana.

Affinché i nazisti non potessero dilagare nella penisola di Kola partendo da Norvegia e Finlandia e sfondando definitivamente il fronte per giungere poi fino a Mosca, i britannici decisero di dislocare il reparto nell’aeroporto di Vaende, proprio nelle immediate vicinanze di Murmansk. Proprio a ridosso del fronte.

E fin qui – direte voi – niente di particolare. Sì, in effetti … se non fosse per un espediente alquanto originale: una parte degli Hurricane – rigorosamente terrestri, occorre precisarlo – vennero trasportati e lanciati in volo dal ponte della portaerei HMS Argus che incrociava a diverse centinaia di miglia dalla costa russa mentre la restante parte giunse ad Arcangelo (dall’altra parte del Mar Bianco) via Islanda, in nave, smontati all’interno di container. Al loro seguito uomini e mezzi necessari per rimontarli, renderli e mantenerli operativi. Dunque piloti, meccanici, magazzinieri, addetti alla logistica, insomma uno stormo completo e operativo in tutte le sue attività.

Siamo nel settembre del ’41, a soli tre mesi dall’inizio dell’invasione del colosso sovietico. Perdonate la precisazione.

Accenniamo invece all’episodio dell’Argus per farvi comprendere il grado di audacia che contraddistingueva questa missione e che – altra precisazione – presupponeva la piena collaborazione – non certo scontata – dei russi. Viceversa non aggiungeremo altro circa quanto accadde a Vaende fino 6 al dicembre del 1941 quando, ufficialmente, la missione ebbe termine … lasciamo perciò ai lettori il piacere e la sorpresa di leggere di combattimenti aerei all’ultima pallottola, di memorabili ubriacature, nevicate impensabili, miracoli tecnologici e, purtroppo, anche incidenti tragicomici.

Se la IV di copertina della versione in lingua italiana riporta diligentemente le opinioni di due prestigiosi quotidiani britannici (ma in realtà di diffusione internazionale), la I di copertina ci è apparsa letteralmente scandalosa. Anzitutto non si capisce come sia venuto in mente ai curatori (Carol Gullo per il progetto grafico e Alessandro Tiburtini per la realizzazione) di porre in primo piano un cappello di ordinanza di un ufficiale tedesco quando il libro ha per protagonista un pilota britannico. Della serie: che c’azzecca? Praticamente nulla! Nondimeno equivoca è la foto di sfondo che mostra un drappello di soldati germanici a rapporto di fronte ad alcuni loro ufficiali. Peccato che i primi indossino il classico elmetto con la punta di lancia in uso nel corso della I Guerra Mondiale anziché nella seconda. Potremmo sorvolare sugli sbarramenti di filo spinato e paletti posti alle loro spalle tuttavia, la sensazione che l’immagine reca nell’insieme è quello tipico della tristemente famosa guerra di trincea che caratterizzò il I conflitto mondiale. Probabilmente l’unico aspetto visivo allineato con quanto narrato da Eric Carte è la coltre di neve che ricopre il terreno. Insomma una copertina da dimenticare che non ha alcuna pertinenza con il volume che ricopre. Anzi testimonia in modo pressoché inequivocabile che chi l’ha allestita non ha neanche sbirciato il risguardo interno contenente la sinossi del libro, figuriamoci leggere tutto il libro. Peccato perché questo squalifica immancabilmente la qualità editoriale del prodotto e l’editore stesso sebbene abbia sostenuto in modo tangibile questa lodevole iniziativa culturale in un mercato editoriale – quello italiano – non certo curioso su simili tematiche. D’altra parte, se è vero che un buon editore deve incaricare un valido traduttore – nel caso specifico Alessandro Borelli – e deve affidarne la stampa a una buona tipografia (la Puntoweb) affinché stampi il libro con carta opaca di buona qualità, lo rileghi accuratamente e infine lo confezioni con una copertina  altrettanto valida … beh, su questo aspetto la Newton Compton Editori è scivolata letteralmente su un casco di banane.

Ora, a distanza di tanti anni da quei giorni, viene da chiedersi: il buon Winston aveva visto giusto? E la Force Benedict fu davvero determinante nella vittoria contro Hitler?

Ebbene, con il senno di poi, noi posteri possiamo affermare che il primo ministro britannico aveva visto giusto: le forze militari tedesche, nelle prime settimane di ostilità fecero letteralmente scempio dell’Aviazione con la stella rossa e nondimeno dell’Esercito con la stella rossa. Il paese rischiò davvero di crollare e lo salvò il famoso “generale inverno” di bonapartiana memoria, l’immensità del suo territorio e l’allungamento impossibile delle linee di rifornimento tedesche. Non ultimo la drammatica tattica russa di fare terra bruciata attorno alle armate hitleriane oppure i vertiginosi ripiegamenti o la folle resistenza delle truppe sovietiche con combattimenti casa per casa.

Per quanto concerne la reale utilità  della Force Benedict, nell’epilogo del volume, l’autore ammette che non fu una missione davvero determinante ai fini della vittoria della II Guerra Mondiale. Piuttosto fu certamente la missione con la quale presero avvio i convogli artici diretti verso la Russia e, aspetto fondamentale, dimostrò che era possibile una coalizione contro Hitler anche con i sovietici. Non dimentichiamo infatti che, al momento in cui prese avvio della missione, gli Stati Uniti erano ancora ufficialmente neutrali e ben si guardavano, sulla scorta dell’esperienza del precedente conflitto mondiale, di impegnarsi in un’altra guerra sul suolo europeo. Poi avvenne Pearl Harbour … e la storia ebbe tutto un altro percorso!

I russi, viceversa, nel 1939 avevano sottoscritto un patto di non aggressione (il famoso Molotov-Ribbentrop) con la Germania ciononostante erano stati ugualmente invasi dalle armate naziste e dall’oggi al domani si erano trovati nella medesima situazione della Gran Bretagna. Forse peggiore.

Il risguardo interno del volume che contiene alcune note biografiche degli autori

In effetti, sintetizzando l’opinione dell’autore espressa nel libro, anche se Murmansk rimase sempre saldamente in mano ai sovietici, poco e quasi nulla fecero a tal fine le prime dozzine di Hurricane del 151° Wing mentre qualcosa di ben più consistente poterono le migliaia di velivoli che giunsero nei mesi successivi attraverso il corridoio artico inaugurato dalla missione Force Benedict.

Intendiamoci: durate la loro breve permanenza a Vaende i piloti britannici le suonarono di santa ragione ai nazisti come pure gli Hurricane scortarono diligentemente  i bombardieri sovietici senza che questi fossero minimamente disturbati dai caccia nemici ma di qui a dire che la loro presenza diede una svolta al conflitto … beh, ci siamo capiti!? 

In verità circa l’utilizzo di velivoli britannici, in particolare Hurricane, da parte dei sovietici ne avevo una sbiadita memoria. Ero incappato nei pregi e difetti espressi dai sovietici proprio in occasione della stesura di alcune note didascaliche a corredo di una recensione di un volume che li aveva per protagonisti. E dire che le opinioni formulate (e pedissequamente riportate), non erano per nulla entusiasmanti … tutt’altra storia invece nel libro di Eric Carter. A suo dire, i piloti della forza aerea con la stella rossa, furono entusiasti fin da subito dei velivoli della Hawker e furono ben lieti di utilizzarli dopo un breve addestramento sebbene Stalin avesse chiesto per loro i più performanti Spitfire. Naturalmente ricordavo perfettamente la “Legge affitti e prestiti” con la quale gli Stati Uniti, non ancora entrati nel conflitto mondiale, riversarono tonnellate e tonnellate di materiale di tutti i generi (non solo bellico) sulla Gran Bretagna prima e verso la Russia dopo. Come dimenticare poi convogli facevano la spola tra il continente americano e quello europeo o la battaglia navale nell’Atlantico degli U-boot contro le frotte di navi cargo dirette in Europa? Ma di una missione britannica in terra sovietica proprio non ci avrei giurato. Tutto merito del com.te Fernando Bucciolotti che, prima mi ha pungolato con un: “Non conosci la Forza Benedict” ?! e poi mi ha concesso in prestito (un lungo prestito) il volume di Eric Carter affinché ne potessi scrivere la recensione. Questa (foto proveniente da www.flickr.com) 

Quanto alla collaborazione dei sovietici … la loro vena di disponibilità si esaurì molto rapidamente e divenne pressoché unidirezionale. I sovietici infatti tornarono ad essere sfuggenti, atavicamente diffidenti nei confronti degli stranieri, ossia approfittarono a mani basse degli aiuti alleati ma non si coordinarono mai con loro né adottarono le efficaci tecniche di combattimento introdotte proprio dai piloti britannici. Insomma manifestarono ciò che poi divennero negli anni a venire: un blocco monolitico impermeabile e addirittura avverso all’Occidente.

In buona sostanza il contenuto del libro smentisce i caratteri cubitali maldestramente presenti in copertina che molto ricordano quei tabloid scandalistici britannici attentissimi agli scandali di corte. Copertina sulla quale preferiremmo stendere un velo pietosissimo salvo esprimere la nostra spassionata opinione nella didascalia relativa. E dire che l’edizione in lingua originale ha una copertina impeccabile!

Anche sul modo con cui è stato convertito il titolo originale del libro nutriamo una sincera perplessità. Con tutto il rispetto per la regista Lina Wertmuller … ma questo sembra il titolo chilometrico di uno dei suoi film anziché un libro di guerra!?

Generalmente un editore avveduto si prefigge di catturare l’attenzione di un potenziale acquirente appassionato del mondo aeronautico o di storia dell’aviazione a mezzo di copertina e titolo  … beh, questa copertina e questo titolo non lo aiutano certo nel suo scopo. Già il settore della narrativa aeronautica in Italia è ridotto a un lumicino, se poi consideriamo che un siffatto libro non brilla sicuramente di luce propria, è probabile che un potenziale lettore non lo vedrà neanche per errore nel marasma di volumi presenti in libreria, convenzionale o digitale sia. Obiettivo mancato, libro dimenticato.

Venendo al testo del volume, benché diviso in capitoli disposti in modo cronologico, ci è  apparso alquanto disordinato nella narrazione iniziale. Infatti, contrariamente a quanto ci potremmo aspettare sfogliando le prime pagine, il libro non segue la logica ferrea di un diario con tanto di date che cadenzano i vari capitoli. E forse, detto tra noi, sarebbe stata la salvezza per il lettore …

In osservanza allo scopo della missione, un pilota britannico istruisce un suo omologo sovietico al pilotaggio dell’Hurricane. Naturalmente occorreva sempre passare attraverso la mediazione di interpreti tuttavia, nonostante la barriera linguistica, tra piloti ci si capiva facilmente e l’addestramento fu relativamente veloce (foto proveniente da ww.flickr.com)

Il secondo capitolo, in particolare – quello dedicato alla Battaglia d’Inghilterra – espone una tale sequela di personaggi e di fatti che il lettore ne rimane disorientato. Fortunatamente i capitoli successivi diventano più ordinati e i filo cronologico riprende a dipanarsi senza deviazioni disordinate.

Inoltre il testo del volume, benché in buona parte autobiografico, è fastidiosamente costellato di citazioni di altri volumi, di altri autori o voci narranti che – a nostro modesto parere – sono state enfatizzate in modo assai discutibile da un carattere di dimensioni più minute rispetto al testo di Eric Carter e Antony Loveless. Forse un corsivo sarebbe stato più adeguato a renderlo tipograficamente omogeneo. E anche meno faticoso da leggere giacché siamo a limiti dell’uso di una lente d’ingrandimento. In verità ci domandiamo: da quando in qua si inserisce una citazione con un carattere più piccolo di tutto il resto? Solo in questo libro! Bah …

Anche la scelta di narrare la storia personale dell’autore in ordine cronologico ci appare poco strategica ai fini della cattura dell’attenzione del lettore. Avviare il libro con l’adunata inspiegabile e segretissima dei piloti della missione avrebbe letteralmente incollato il lettore alle pagine successive mentre qualche flashback collocato ad arte avrebbe potuto fornire gli elementi per comprendere meglio certi personaggi, Eric Carter per primo. Ma gli autori lo hanno impostato in altro modo … peccato! 

Strepitoso invece il prezzo di vendita per un volume in brossura, rilegato in modo impeccabile, con tanto di sovraccoperta a colori. 

Per carità, siamo di fronte ad un libro di nicchia, di buona fattura che, solo per la sua nobile opera divulgativa, merita tutto il nostro rispetto. Inoltre la narrazione risulta piacevole e solo in alcuni tratti appena poco più lenta.

Hurricane e pilota in russia
L’inconfondibile muso di un Hurricane spicca in mezzo alla landa imbiancata e gelida dell’aeroporto ove si dislocò la forza aerea britannica inviata a dare man forte ai sovietici. Le proibitive condizioni ambientali rallentarono inesorabilmente le attività del reparto e inoltre, poiché lo scopo della missione era ormai raggiunto, già a novembre i piloti di Sua Maestà bighellonavano indolenti. La missione Force Benedict rimase sempre celata giacché i britannici non vollero mai mettere in imbarazzo gli assai suscettibili alleati sovietici dichiarando che erano andati in loro soccorso e, di contro, Stalin non ammise mai apertamente di aver chiesto aiuto a Churchill. Lo stesso primo ministro britannico si ostinò a mantenere segreta la missione malgrado i membri dello stormo fossero rientrati in patria da più di due mesi e la pressione della stampa fosse divenuta ingestibile. Tuttavia, pur di non fornire argomenti alla propaganda tedesca, tentò in ogni modo di minimizzare la portata della missione pilotando l’opinione pubblica verso altri fronti e argomenti. Viceversa egli teneva molto alla Force Benedict, missione che volle fortissimamente e, come se fosse una sua creatura, la seguì sempre con molta attenzione nonostante non fosse certo privo di impegni e preoccupazioni. (proveniente da www.flickr.com)

Ottimo il racconto di episodi di battaglia aerea e praticamente assenti svarioni di carattere tecnico.

Eccellente la premessa del libro di un certo Fermot O’Leary il quale chiude con una riflessione la cui bontà costituisce il vero valore aggiunto del libro. Eccola:

“Col passare degli anni è molto importante preservare queste testimonianze di prima mano.”

Si riferisce chiaramente alla testimonianza oculare di Eric Carter. E conclude affermando:

“Voglia il cielo che i nostri figli e i figli dei nostri figli non debbano mai sopportare le cose che Eric e quella della sua generazione hanno vissuto. Ma dovranno conoscere ed essere grati per il sacrificio che tante persone hanno fatto per tutti loro.”

 Che poi è il senso ultimo del libro di Eric Carter …






Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





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