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Tornado

Alla fine del 1981, finalmente mi laureai in Ingegneria Meccanica, chiudendo un lungo e pesante periodo della mia vita. Lo studio, prettamente teorico e matematico, non si addiceva al mio carattere e fui ben contento di lasciarmi dietro le spalle il periodo universitario. A quel tempo già lavoravo in una società della mia città ma volevo perseguire il mio obiettivo che era quello di poter lavorare in un’industria aeronautica, feci quindi tutta una serie di domande d’assunzione, indirizzate esclusivamente ad aziende del settore. La prima a convocarmi fu la SIAI-Marchetti che, a quel tempo, cercava ingegneri da inviare in Libia come istruttori di terra, degli allievi piloti libici, che si addestravano sui SIAI 260. Quella fu la prima volta che ebbi modo di varcare l’ingresso della storica ditta, lo avrei fatto altre due volte, una da ingegnere dell’Aeritalia, l’ultima per un nuovo colloquio di assunzione. Tutto era datato, dai capannoni ai pavimenti, ai quadri sulle pareti. Si respirava un antico sapore di cose aeronautiche ormai andate ma che avevano a lungo soggiornato in quegli spazi. La seconda ditta a chiamarmi fu l’Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica, e prima ancora, Fiat Aviazione, da cui erano usciti aerei famosi, quasi tutti firmati dall’ing. Gabrielli, come il G55, il G91 e il G222, solo per citarne alcuni; fu anche il mio primo contatto con Torino. Al colloquio mi arrabbiai subito giacché non ero stato avvisato che la selezione sarebbe durata 3 giorni e non mi ero organizzato, né economicamente, né logisticamente per un soggiorno di tale durata, non avevo infatti portato con me alcun indumento di ricambio. Visto il mio sconcerto, l’organizzatore della selezione mi disse che avrebbe fatto in modo che il mio iter selettivo durasse solo 2 giorni, ravvicinando gli incontri previsti. La sera trovai una stanza in un albergo nei pressi della stazione di Porta Nuova e ricordo che rimasi stupito dal gran via vai di gente, anche abbastanza chiassosa, durante la notte; in seguito mi fu detto che quell’albergo era molto frequentato dalle prostitute e relativi clienti; mi colpì, fra l’altro, che la padrona, dopo avermi accompagnato a vedere la stanza, mi salutò accompagnando il saluto da un colpetto alla mia spalla, saluto che mi apparve alquanto insolito e cordiale. A sostenere la selezione eravamo in sette; ci avevano riunito in una sala con un bel tavolo ovale in legno molto grande che riempiva quasi tutta la sala; alle pareti foto storiche di velivoli dell’epoca gloriosa della Fiat aviazione. Eravamo tutti giovani ingegneri neo laureati, io ero quello che veniva da più lontano, gli altri avevano con loro copia della tesi di laurea, io non l’avevo. Ci chiamarono uno per volta, quando fu il mio turno, entrai come avevano già fatto coloro che mi avevano preceduto, in una stanza abbastanza piccola, in cui sedevano, attorno ad un tavolo, tre ingegneri della Ditta che formavano la commissione esaminatrice dal punto di vista tecnico-professionale. Mi domandarono se avessi portato la tesi, risposi che nessuno mi aveva avvisato di farlo, rimasero alquanto stupiti ma non ritennero la cosa così importante e mi chiesero l’argomento della mia tesi, argomento di carattere prettamente aeronautico, giacché avevo discusso una tesi di laurea su un progetto di un turbofan a calettamento variabile. Mi interrogarono su questo argomento, e rimasi piacevolmente stupito nel constatare la loro competenza, e devo confessare che questo colloquio-interrogazione fu decisamente più difficile, ma anche di maggior soddisfazione, della discussione della tesi di laurea stessa. Alla fine del colloquio furono soddisfatti e nel pomeriggio fui avvisato che avrei incontrato quello che poi sarebbe diventato il mio capo. Lo incontrai nella stessa saletta della mattina, eravamo solo noi due . Il colloquio fu abbastanza generico e cordiale, teso ad evidenziare per quale settore ero effettivamente più portato, anche se, già dalla mattina, era evidente la mia propensione per un incarico in produzione. Il mio interlocutore era il Responsabile degli stabilimenti di Caselle, e mi illustrò le varie attività svolte in quelle sedi, quella che più mi attrasse, e per la quale espressi la mia preferenza, era avere un posto al campo volo, ma mi disse che era impossibile per un giovane ingegnere, inesperto, entrare in quella sede giudicata difficile, perché lì, mi disse con testuali parole: “Sono tutti baffoni”, espressione colorita, che poi seppi significare, che chi lavorava al campo volo era tutta gente molto esperta. Durante il colloquio questo anziano ingegnere, mi chiese in vari momenti, se una volta assunto, anche i miei sarebbero saliti a Torino. La cosa mi seccò enormemente, giacché capii di essere anche considerato il “terun” che cerca lavoro al Nord, quando invece io già lavoravo da prima di laurearmi, guadagnando significativamente più di quanto loro mi stessero offrendo e dentro di me decisi che lo avrei mandato a quel paese se me lo avesse chiesto un’altra volta, rinunciando così al posto di lavoro. Fortunatamente non avvenne. Il colloquio continuò poi nella sua auto, poiché mi portò negli stabilimenti di Caselle Nord, che sarebbero stati la mia sede finale di lavoro. I capannoni erano vuoti perché eravamo oltre l’orario di lavoro, mi porto al “flusso”, l’hangar familiarmente così chiamato perché vi si svolgevano i tests di flusso dei serbatoi del Tornado. Quando aprì la porta dell’hangar tutti i miei sogni sembrarono avverarsi, tutti gli anni di studio faticoso trovavano infine una giusta ricompensa: di fronte a me troneggiava, in tutta la sua maestosità e potenza, un Tornado, penso che mi comparve un sorriso di ammirazione e soddisfazione che andava da un orecchio all’altro. Dopo un po’ ci salutammo, anche perché era imminente il mio volo di ritorno a casa, dicendomi che avrebbe dato parere positivo per la mia assunzione. Assunzione che avvenne il 3 Marzo 1982. Alla gioia per il successo avuto, si sommava il dispiacere per allontanarmi dalla mia città, dai miei genitori e, in poche parole, da tutto quanto fino ad allora era una sicurezza e una certezza. Ed era la prima volta che mi succedeva di staccarmi da queste cose, infatti quando partii per Torino, non sapevo dove avrei dormito la sera. I miei anni torinesi furono anni difficili ma di crescita, sia dal punto di vista umano che professionale. Me ne andai dopo circa tre anni perché, purtroppo, è difficile conciliare lavoro e passione ma, soprattutto, lo stipendio era realmente insoddisfacente.

Quattro anni dopo essermene andato, ebbi modo d’incontrare, durante il Salone Aeronautico de Le Bourget, a Parigi, il sig. Morbelli , capo-reparto del campo volo, il massimo dei famosi “baffoni”, e persona da me ammirata e stimata. Egli mi confidò: “Sapessi con quale insistenza abbiamo chiesto che tu fossi trasferito al Campo Volo … ma non ce lo hanno mai approvato”. Non si rese conto di avermi fatto un grande complimento, anche se masticai amaro.


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Marco Longo

Oggi volo

Oggi volo. Basta volerlo. Basta la concentrazione Sbatto gli occhi. Apro, chiudo le palpebre. Non c’è tempo per i ripensamenti. Mi getto a capofitto in questa avventura. In un impulsivo gesto mi convinco che è questa la realtà che voglio. Devo lasciarmi guidare dal sentimento, non dalle convenzioni. Tutto si può cambiare, ma non cambiano le emozioni. Si può essere diversi. Anche se per gli altri potremo essere giudicati strani. Oggi volo. Ho tutto il coraggio necessario. Non sono più un bambino.

Mio padre mi insegnò l’arte del volo, piegando un semplice foglio di carta. Le mani erano sicure e forti, come la mia meraviglia. L’aereo di carta turbinò nell’aria. Virò e si gettò a capofitto dalla finestra aperta. Non ebbe paura dello schianto. Come se quel volo lo ripagasse di ogni eventuale caduta. In un’adrenalinica percezione della propria sicurezza, si lasciò andare. Si sentiva libero da ogni vincolo. Non c’erano più né se, né ma. Era solo un gioco. Non aveva vita. Era il vento che ammaestrava il suo volo. Lo faceva innalzare. Raggiungere un ramo. Sostare un attimo tra le foglie e poi … ecco riprendere la foga in una disordinata, scomposta traiettoria. Io però lo sentivo vivo. A otto anni si da l’anima alle cose. Quando planò, schiaffeggiato da una folata più energica, quando rasentò la superficie dell’asfalto onice, cupo, lo vidi che ebbe il tempo di specchiarsi in un riverbero di luce, per poi stendersi, schiacciarsi sotto la ruota di un’auto. Allora mi misi a gridare. Scambiai quell’urlo per il suo. “No! L’auto!” Mi misi a piangere. “No! Non voglio!”. Mio padre mi accarezzò i capelli. “Te ne faccio un altro. Vedi, ecco. Ho qui un altro pezzo di carta. E’ semplice!”. Gli strappai la carta dalle mani. Battei i piedi. “No! Voglio quello! Ritornamelo indietro, papà. Non farlo più cadere. Voglio quello che si è rotto. Aggiustalo! Andiamo giù in strada. Salviamolo. Te ne prego!” Lui non capì la mia sofferenza. Non mi accompagnò da quell’esile e gracile amico. Fece altri aeroplani, che io sistematicamente chiusi nel cassetto. Collezionai tanti aerei di carta stipati in un comò, al buio. Non li facevo volare per la paura che potessero cadere e morire. Li custodivo gelosamente. Li accarezzavo. Con un lieve respiro, ci soffiavo sopra. Svolazzavano piano nella camera. Arginavo il loro desiderio di volare. Li tenevo stretti, fermi sul palmo della mano. “Voi non morirete. Voi da me non andrete mai via!”.

Nella volontà di possedere cose, di ammansirle con la mia tenerezza, ho sempre avuto bisogno di trattenere, di chiudere ogni mia emozione. Nel timore che tutto mi scivolasse via, avevo timore delle perdite. Non ho mai voluto regalare nulla, neanche il mio amore. Il regalo di sé stessi presuppone un cedimento dei nostri sentimenti verso un’altra persona. Ed io non volevo soffrire. Anche mio padre, benché fosse l’unica persona che veramente amassi, mi lasciò presto. Per quel suo abbandono gli gridai contro tutta la mia rabbia. Non era colpa sua. No! Ma non doveva uscire dalla curva. Sarebbe dovuto invece rimanere con me, chiuso in un cassetto. L’incidente, lo schianto e poi più nulla.

Oggi volo. Non sento più il pericolo. Mi spalmo addosso tutto il coraggio. Oggi non torno indietro. Lo facci per mio padre. Lo faccio per me stesso. Una specie di riscatto, per non sentirmi più sottomesso.

Quando ero un ragazzo, i compagni mi deridevano. Ero gracile. Un’asta conficcata sul terreno arido delle mie insicurezze. Mi prendevano in giro. Sapevano che non avrei reagito. Un debole, un carattere fragile che si lasciava toccare, spaccare con violenza dalle parole, dai gesti. Senza battersi. Senza fare a pugni. Come quella volta i cui costruii un aquilone. Era fatto di carta leggera in tutte le tonalità del rosa. Passava dal fucsia, rosa confetto, fino al pesca. Non avevo trovato altri colori dal cartolaio. Non avevo esitato a comperare quelle veline rosa. In una primavera ventosa potevano benissimo volare. Anche se il rosa deve rimanere nella convenzione di un femminile, per me potevano andar bene lo stesso. Non mi sentivo vincolato dal colore. Mi ero messo in testa di fare un aquilone e l’avrei costruito. Era bello, grande, leggero. Era un portento. Feci una corsetta nel prato vicino a casa. Tenendo alto quel fiore volante. Lo sentivo vivere. Voleva sfuggirmi dalle dita. Aveva troppa irruenza dentro. Una grande fame d’aria che lo faceva sobbalzare ad ogni mio passo, ad ogni mio respiro. Più tenevo stretto e tiravo il filo, più voleva liberarsi. Ecco! Il volo dapprima esitante, prendeva ritmo, entrava in una corrente d’aria. “Così! Dai! Sempre più in alto! Non arrenderti. Prenditi tutto il filo che vuoi. Credi di essere libero, ma sono io che ti do il movimento. Sono io che ti ho creato. Ed ora ti sto dando l’opportunità di vivere. Tu sei mio! Coraggio, così! Vola sempre più in alto”. Gridavo la mia gioia attraverso quelle parole, perché avevo sfatato con quel gesto i tanti aeroplani di carta chiusi nel cassetto. Manovravo il momento a mio piacimento. Senza nessuno che potesse sbarrarmi la strada. Ero io l’artefice. “Più su! Il vento oggi è docile. Si lascia addomesticare. Non aver paura. Più su!”. Le risate mi arrivarono alle spalle. Mentre stavo facendo una virata difficile, perché avevo paura che l’aquilone si infilasse tra i rami de pini. Le risate si facevano più insistenti. “Guarda, guarda il deficiente con l’aquilone rosa …” Ero abituato a essere riconosciuto attraverso degli insulti. “Oltre a stupido, sei anche una checca.” Io non mi voltavo. Il braccio si stendeva. Si sforzava di cambiare rotta. Avrei voluto essere anch’io sull’aquilone per non sentire le risate, le villanie. Per essere altrove. Su nel cielo. Lo spintone arrivò all’improvviso. Marco, il più spavaldo, mi ringhiava addosso la sua prepotenza. Io continuavo a trattenere il mio aquilone. Ad essere impassibile verso quei quattro ragazzi che mi canzonavano e non smettevano di sghignazzare. Marco spaccò il filo. L’aquilone ebbe un sussulto. Diede una svirgolata. Ondeggiò. Rimase un attimo in sospeso. Precipitò con una evoluzione a zig zag repentina, veloce. Si sfiancò. Si gettò a terra. Sembrava un sasso rosa caduto da chissà dove. Mi misi a gridare. “Perché?”. Avevo messo la passione. Ci avevo creduto dopo tanto che volare può rendere felici. Poteva ripagarmi di tutte le rinunce. Di tutti quei sogni rimasti lì a covare senza mai essere realizzati. Non ebbi reazione. Solo un brivido. Avevo paura di andare a vedere il mio oggetto volante. Mi chiedevo come poteva essere ridotto. Malconcio, da gettare via, oppure … La cantilena dei ragazzi si faceva incessante. “Checca. Sei una checca.”. Li guardai smarrito, cercando di incutere in loro un che di misericordia. Loro invece si sentivano nel giusto. Avevano relegato lo strano nel suo angolo. Per loro non avevo il diritto di far volare. Né tanto meno di vivere. Me ne dovevo stare buono attaccato alla terra con la testa bassa, senza fiatare.

Oggi volo. Sto sopra le cose, alla mediocrità della gente. Sto contro le ingiustizie di non essere mai stato trattato come normale. La normalità è omologazione. E’ esercito in catena di montaggio. Io sono diverso. Nella mia diversità, nella eccentricità del mio modo di essere ci sta tutta la bellezza della mia vita. Sono un tipo. Sono unico. Attraverso le battaglie che ho fatto in tutti questi anni mi sono fortificato. La sensibilità non è più zavorra, ma è diventata un dono leggero. Non mi interessa il giudizio. Io sto bene, ora. Ho aperto tutti i cassetti del comò. Ho lasciato volare i miei aeroplani di carta. Ho rattoppato il mio aquilone. Ho tagliato il filo. L’ho lasciato specchiarsi su in alto in un raggio di sole. E so che lui non ha avuto paura di bruciarsi. Basta volerlo. Basta la concentrazione. Mi do la spinta. Corro. Mi lascio andare. Volo. Il parapendio colora di fucsia il cielo. Questa volta non mi tiro indietro. Questa volta io sono con lui. Io oggi volo.


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Rita Mazzon

Stasera l’aria è fresca

Ricordo quando ero un ragazzino, non ricordo con esattezza quanti anni avevo, forse nove o forse dieci … ma ricordo con estrema chiarezza questo particolare momento della mia vita che, probabilmente, determinò il primordiale leitmotiv per il quale sono qui a raccontarvi di me e della mia intramontabile passione per l’aeronautica. Ho provato più di una volta a lambiccarmi il cervello per cercare di rammentare in quale ricorrenza si verificò tale circostanza, senza però ottenere lauti risultati. “Sarà stato a Natale …”, pensai, “… sì, può darsi … proprio in un Natale di tanti anni fa, ma non ne ho la certezza …” Nostro zio regalò a me e a mio fratello due kit di aerei da montare in scala 1/72, uno splendido idrovolante Short Sunderland III per me, ed un Boeing B-29 Superfortress per mio fratello. Ricordo ancora quella magnifica scatola di montaggio, riesco tuttora a visualizzarne l’illustrazione che mostrava quello splendido idrovolante sorvolare un tratto di mare … e le stampate ad iniezione interamente in plastica bianca, che meraviglia per i miei occhi di fanciullo !!! Una volta aperta la scatola, cominciai ad esaminare con attenzione il foglio delle istruzioni di montaggio, le varie fasi di assemblaggio, le colorazioni da adottare e, infine, le decals (decalcomanie) da applicare a modello finito. Ma c’era qualcosa in quel kit che non mi quadrava … era come se mancasse qualcosa, qualcosa di estremamente importante … ma non riuscivo a capire cosa!!! Sfogliai e risfogliai in continuazione le istruzioni di montaggio per effettuare un controllo incrociato dei pezzi, fra quelli elencati sul foglio delle istruzioni e quelli ancora attaccati allo sprue (scheletro al quale sono fissati tutti i pezzi del kit) … “Ma certo!!!”, esclamai stupefatto, “… mancano i trasparenti!!!”, che guaio … mancavano proprio i trasparenti, cioè tutti i finestrini laterali e le sfinestrature anteriori dell’abitacolo che, in quel modello, erano davvero numerosi. Mentre mio fratello era tranquillo e contento, lì ad assemblare il suo maestoso B-29, io rimasi a contemplare i pezzi del mio modello per giorni, forse per settimane, consapevole del fatto che non avrei mai portato a termine il mio Sunderland per la mancanza di quei dannati trasparenti. “Ma dai, non disperare … costruisci lo stesso il tuo modello”, esclamò mio fratello, “… tanto, male che va, ai due piloti in cabina gli metti una sciarpa per proteggersi dall’aria fresca che entra dai fori dei finestrini, ah, ah, ah !!!”, rideva, e come si divertiva a prendermi in giro !!! “Sì, sì … ridi, ridi …”, gli dicevo dispiaciuto e poi, come se non bastasse, era diventata una consuetudine-tortura quotidiana canticchiarmi il ritornello della canzone “Stasera l’aria è fresca” del cantante Goran Kuzminac, un vero e proprio tormentone ante-litteram!!!

Il mio sfortunato Sunderland rimase per sempre una scatola di montaggio-deposito, i suoi pezzi furono debitamente cannibalizzati per realizzare parti di altri modelli che realizzai in seguito nella stessa scala, mentre i due semigusci di fusoliera e le semiali rimasero per anni attaccati allo sprue.

Alcune settimane dopo quel Natale, nel giorno del mio compleanno, suonarono al campanello di casa. “Chi è ??”, chiesi prima di aprire, come consuetudine. “Sono Anna, tanti auguri per il tuo compleanno!!!” Anna era la signora del portone affianco e conosceva bene la mia passione per gli aerei. Aprii la porta e la gentile vicina mi consegnò un pacchetto che non esitai ad aprire. “Grazie!!!”, esclamai contento … “Woooow, un Fouga Magister!!!”, il pacchetto conteneva un modellino di aereo da montare in scala 1/72, un addestratore a getto biposto in tandem di costruzione francese Fouga CM-170, proprio quello con i caratteristici impennaggi a V.

Tolsi il nastro adesivo che sigillava la scatola di montaggio, rovistai nella busta che conteneva i vari pezzi del kit ed urlai: “…trovati !!!”

Quella volta i trasparenti del modellino non mancavano, i piloti nella carlinga potevano fare a meno delle sciarpe !!!


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Luigi Orlandi

Il ritorno del falco

La superficie di metallo scintillava sotto i primi raggi del sole. I passi decisi del capitano Nicoteri sembravano lasciare una traccia sull’asfalto levigato della pista. L’uomo si dirigeva verso il velivolo che era hangarato, a circa quaranta metri di distanza, nello shelter numero 12. Gioiello della moderna tecnologia, l’AFC, acronimo di: “Air Free Control”, questo il suo nome tecnico, faceva la sua bella figura: aspetto snello e scattante, cruscotto super equipaggiato, cabina di pilotaggio comoda ed ergonomica. Insomma, era davvero il vanto dell’aeronautica! Era stato progettato, per missioni di pace, in cui la ricognizione e il recupero rappresentano aspetti importanti; ma era dotato, anche di un discreto armamento per la difesa. Quella mattina, l’ufficiale era particolarmente silenzioso: si preparava ad affrontare una missione importante, ma, i suoi pensieri erano immersi in ben altre preoccupazioni. Salendo a bordo del suo aereo, si sistemò e poi chiese, alla base, l’autorizzazione per il decollo. Era ormai, da mesi, che venivano effettuati gli ultimi test di controllo tecnico e di volo, in vista dell’incarico imminente. Con la calma e la sicurezza di un pilota esperto, Daniele, questo il nome del capitano, cominciò a librarsi nel cielo limpido a bordo del suo compagno di missione. Sin da bambino, aveva desiderato di far parte dell’Aeronautica Militare e quando dieci anni prima, il suo sogno era diventato realtà, credeva di essere l’uomo più felice del mondo! Però, non aveva fatto i conti con un aspetto importante della vita: non si può impedire alle ali del cuore, di raggiungere le vette più alte! Durante il volo, i suoi pensieri presero una direzione inaspettata: ritornarono indietro, ad un mese prima, quando l’ufficiale era a Parigi per un seminario con i suoi colleghi francesi presso il Comando Centrale, ospite dell’Armée de l’Air, l’Aeronautica militare francese. Una sera, durante le ore di libertà, si ritrovò in un locale della capitale ed incontrò lei: splendida figura, appoggiata al bancone del bar, che sorseggiava il suo cocktail con un’espressione malinconica sul volto. Avvicinatosi, le chiese come stava, quasi la conoscesse da tempo e da quel momento la sua vita cambiò radicalmente. I battiti del cuore seguivano fedelmente lo sguardo della donna che, con tono secco ed asciutto, gli parlò della sua delusione amorosa. Quando la sconosciuta stava per andare via, il capitano si offrì di accompagnarla. La magia avvolse entrambi ed assieme furono trasportati al settimo cielo, dalla forza magnetica dell’innamoramento. Il giorno seguente, l’uomo non la rivide e solo dopo una settimana, la donna gli comunicò la sua decisione di lasciare la città. Era anche lei di passaggio, giunta a Parigi, soltanto per un seminario sul birdwatching. La giovane donna di cui si era innamorato, era un’esperta naturalista che si occupava di volatili, più precisamente, organizzava visite guidate nei luoghi più suggestivi del mondo per appassionati di avifauna. Ma ciò che apparve più sorprendente fu che anche lei era italiana come lui. Era andata a Parigi per lavoro, sì, ma anche per dimenticare. Improvvisamente, la voce del collega, controllore del traffico aereo della base militare, lo distolse da quei ricordi: “Falco da Centrale operativa. Capitano, è ora di rientrare”. “Centrale, da Falco, ricevuto: rientro subito.” Nella discesa l’uomo avvertì un senso di liberazione. L’indomani avrebbe avuto del tempo libero per poter incontrare di nuovo la creatura che l’aveva così tanto ammaliato. Natascia, questo il nome della donna, era arrivata in città per motivi di lavoro; il capitano non poteva lasciare nulla di intentato … Tornato a casa quella sera, stava per addormentarsi, quando il telefono squillò. Era suo fratello Andrea: gli comunicava che il padre aveva avuto un malore ed era stato ricoverato d’urgenza, al policlinico della città. La notizia imprevista rattristò non poco l’ufficiale e promettendo di fare visita all’anziano genitore, avvertì una leggera morsa, che gli stringeva il cuore. La mattina seguente, sotto la pioggia, l’aeronauta si recò in ospedale. Attorno al letto dell’anziano genitore c’erano proprio tutti: sua madre, il fratello maggiore e sua moglie, sua sorella Sabrina. Appena lo vide, papà Guglielmo lo invitò ad avvicinarsi: “E’ da tempo, che non ci vediamo, noi due. Come stai, figlio mio?” Era davvero curioso: il malato chiedeva al sano, notizie sul suo stato di salute! Daniele si commosse ed abbracciò con tenerezza il genitore. “Vedrai, che tutto andrà per il meglio. Ne sono sicuro …” lo rassicurò, lasciando la presa, carica di affetto. Lo sguardo dell’altro si commosse, padre e figlio parlarono ancora, per una decina di minuti. All’uscita dall’ospedale, il capitano si sentì sollevato; il lavoro lo portava spesso fuori casa e quindi non aveva molto tempo a disposizione da trascorrere in famiglia. Incamminandosi verso l’albergo di Natascia, fece una promessa a sé stesso: in futuro avrebbe cercato di essere più presente, per le persone che amava. Arrivato nella hall dell’albergo, chiese della donna alla reception, salì al quarto piano dello stabile e bussò alla porta, con fare deciso. Dopo alcuni secondi di silenzio, udì dei passi che si avvicinavano all’ingresso: l’uscio si aprì e due occhi azzurri fecero capolino dalla penombra della stanza. Entrato, l’uomo iniziò col dire: “Scusa la mia insistenza, ma avevo davvero bisogno di vederti!”. Una pausa di riflessione riempì i due minuti che seguirono ed infine il capitano proseguì, come un fiume in piena: “Fra tre giorni, partirò per una missione all’estero, ma al mio ritorno, desidero una risposta da parte tua.” “Una risposta a cosa?” fu la domanda spontanea, della sua interlocutrice. Nella fretta, Daniele aveva trascurato di farle la fatidica domanda: “Sì, hai ragione; al mio ritorno mi dirai, se hai intenzione di accettare la mia proposta di matrimonio!” Un sospiro forzato, ma liberatorio, concluse il breve discorso e Natascia arrossì. Passarono alcuni interminabili minuti e poi la voce della donna giunse alle orecchie dell’uomo: “Non so proprio cosa dire! Questa incredibile proposta, mi lascia senza parole …” L’espressione sul suo viso era sinceramente sorpresa. Mentre parlava, la sua mente ritornò a quella notte magica di Parigi, trascorsa assieme al capitano. Era stata travolta da un sentimento mai conosciuto prima, così potente ed inarrestabile, come la forza di un uragano. Aveva avuto paura e per questo motivo si era allontanata da lui; riprese quindi dicendo: “ Fra quanto tempo, ritornerai?” “Una decina di giorni al massimo, si tratta di una missione lampo.” “Al tuo ritorno, avrai la risposta.” Fu questa l’affermazione precisa, della donna. A Daniele bastava, per il momento, così, salutandola freddamente, uscì dalla sua camera. Un soffio di vento lo colse lungo la strada, appena voltato l’angolo dell’isolato. Ancora pochi giorni e sarebbe partito: la meta era uno stato africano dove, secondo fonti sicure dei servizi di intelligence, si stava formando un nuovo nucleo terroristico. Trascorse i giorni che rimanevano alla partenza per la missione, in assoluto relax, cercando si concentrarsi sul delicato lavoro da compiere. La mattina tanto attesa arrivò ed il capitano si librò in volo, con il suo velivolo, non prima di aver saputo che le condizioni di salute di suo padre, miglioravano. Avrebbe percorso il tragitto in tre tratte, con soste in basi logistiche, predisposte sul territorio straniero. Era trascorsa una buona mezz’ora, dal momento in cui aveva decollato, quando ebbe una strana sensazione; avvertì un senso di torpore che salendo dalle gambe lo avvolgeva, come le spire di un cobra. In pochi minuti si addormentò, fu inevitabile, ma il suo aereo, governato dall’autopilota cambiò rotta. Vettorato da un comando remoto , giunse alfine in Arabia Saudita.

Il capitano sembrava rilassato, steso sul letto in una stanza poco illuminata. Dopo alcuni istanti, lentamente, si svegliò: un forte mal di testa gli impediva, di rendersi conto della situazione. Poi, poco a poco, si alzò e rifletté, su quello che era successo. Era ancora vivo e questo gli sembrò davvero strano! Mentre aveva iniziato a ricostruire gli avvenimenti che l’avevano condotto lì, fu interrotto dal rumore di una chiave che aprì la porta della camera. Un militare di carnagione olivastra e dagli occhi grigi, gli fece cenno di seguirlo: dopo aver percorso un lungo corridoio, arrivarono ad una sala rotonda, in cui lo attendeva, quello che sembrava essere un generale. Lo sconosciuto non badò ai convenevoli: aveva intenzione di carpire i dettagli della missione, che il capitano Nicoteri avrebbe dovuto compiere. Naturalmente, Daniele si rifiutò di rivelare i segreti militari che custodiva, così il suo avversario lo invitò a ritornare nella stanza dove era tenuto prigioniero; senza mangiare né bere (per giorni), forse la sua decisione sarebbe cambiata. Una volta accompagnato nella sua cella, Nicoteri, realizzò, che doveva agire alla svelta. Individuò la grata del condotto di aereazione e in breve fu all’estero dell’edificio che lo intrappolava. Intravide il suo velivolo hangarato in una specie di ricovero di fortuna, coperto da reti mimetiche e lo raggiunse. Durante la corsa, avvertì un dolore sordo al braccio destro: era stato colpito di striscio da una guardia, che ne aveva scoperto il tentativo di fuga. Senza smettere di camminare, velocemente, l’uomo arrivò comunque, al piccolo aereo. Si sistemò nell’abitacolo e lo mise in moto. Un breve sguardo agli strumenti di bordo gli confermò che era stato rifornito ma era privato delle armi. Il velivolo si avviò immediatamente. Inutile fu la reazione che i militari arabi ingaggiarono per cercare di fermare il suo decollo. Una volta staccatosi da terra, l’AFCdivenne irraggiungibile. Dopo oltre quattro ore di volo, il nostro eroe improvvisato, intravide le coste del suo paese ed emise un lungo sospiro di sollievo. Il destino era stato gentile con lui, ed anche se la ferita continuava a dolergli, ormai poteva considerarsi fuori pericolo. Nel frattempo, la sorella Sabrina era stata avvertita della sua scomparsa e, preoccupata, aveva avvertito Natascia, che conosceva già da tempo. Le donne si era precipitate alla base, in attesa di notizie confortanti. Mentre Daniele rientrava alla base, riaffiorò in lui un ricordo che sembrava sepolto nelle pieghe della memoria. Quando era bambino, durante una vacanza estiva a contatto con la natura, aveva visto un falco che cercava un nido per i suoi piccoli; è noto, infatti, che questi volatili non costruiscono nidi propri, ma utilizzano quelli lasciati da altri uccelli, oppure sfruttano tronchi cavi o cavità nella roccia. La sua curiosità infantile era rimasta così impressionata dall’aspetto regale di quell’animale alato che aveva pregato il padre di condurlo ogni giorno, in quel luogo, per seguire la cova delle uova. Dopo circa un mese, ebbe la meravigliosa sensazione di essere stato, anche lui, un membro della famiglia dei falchi: vennero alla luce quattro splendidi falchetti, che non aspettavano altro di essere imboccati da papà falco. L’abile e rapido volatile ritornava sempre dai sui piccoli … Il ricordò sfumava, lasciando il posto alle manovre di atterraggio che Daniele eseguì con cura ed attenzione, assistito dalla torre di controllo militare. Con sua grande sorpresa, vide ai bordi della pista, le due donne che attendevano con trepidazione il suo ritorno. Sabrina e Natascia unite dall’ansia per la sorte del pilota che, magicamente, si stava trasformando in gioia, erano abbracciate e si lanciarono verso l’uomo, non appena l’aereo raggiunse lo shelter. Calde lacrime di serena commozione, invasero il volto dell’ufficiale, che fu quasi soffocato dall’entusiasmo del loro abbraccio. Finalmente anche lui era ritornato a casa, come il falco dei suoi ricordi di fanciullo …


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Chiara Scamardella

L’ultimo volo

Andrea era stato il primo ad arrivare. Come sempre. Ora era fermo, parcheggiato di fronte all’hangar, scrutando il cielo dal finestrino. Una breve passeggiata all’aperto, poi il freddo l’aveva subito ricacciato nell’automobile. L’erba era piena di brina e il tepore artificiale del riscaldamento era decisamente più invitante del pallido sole che si era appena staccato dalle colline e che ancora non svolgeva bene il suo lavoro. I suoi pensieri, vagamente assonnati, ruotavano intorno a una tazzina di caffè, ma la macchinetta automatica che aveva ispezionato nel suo breve giro all’aperto, era chiaramente fuori servizio. Aveva considerato, per un istante, l’ipotesi di uscire dall’aeroporto, per raggiungere il bar, a circa tre chilometri di distanza. Poi aveva abbandonato l’idea. Meglio restarsene fermi in macchina, al caldo, guardando il sole che, lentamente, disegnava le prime ombre sulla pista, sciogliendo la brina. Si era appoggiato al sedile stiracchiandosi, considerando pigramente lo spiazzale deserto, la porta dell’hangar leggermente arrugginita. Un vago senso di abbandono, di trascuratezza. L’erba, lungo i raccordi della pista, alta, incolta.

“Quest’aeroporto ha conosciuto tempi migliori” pensa, mentre alcune immagini si fanno largo tra i ricordi. Sono almeno dieci anni, forse di più, che non viene da queste parti. Gli viene in mente, bruscamente, la prima volta in cui era entrato nell’hangar di fronte a lui, quando aveva visto per la prima volta un aliante da vicino. Tutto era nuovo in modo sorprendente e ancora non aveva idea di quello che stava per fare, non immaginava le conseguenze straordinarie di quel suo gesto impulsivo che l’aveva spinto a cominciare a volare. Ripensa alle giornate del suo addestramento, quando affidava la sua vita a un uomo silenzioso. Calde, colorate, piene di emozioni. Il vociare degli allievi, i comandi degli istruttori. Le operazioni di controllo nell’hangar, l’ispezione delle lunghe ali bianche dell’aliante su cui avrebbe volato. La ricerca del secondo paracadute per il suo istruttore, la cui assenza avrebbe scatenato la battuta di sempre: «Col cavolo che salgo in aliante senza paracadute. Come prima cosa è vietato, poi sto scomodo e, infine, ci sei tu ai comandi …». Una delle poche frasi scherzose che gli avesse mai sentito pronunciare. Forse il suo modo di volerlo mettere a suo agio, il tentativo di attenuare quella tensione che spesso accompagna i primi voli di un allievo. Per il resto del tempo insegnava senza parlare, toccando i comandi il meno possibile. Salvandogli la vita di tanto in tanto. Poi la lunga fila di alianti allineati sulla pista di asfalto sotto il sole impietoso; gli allievi seduti sotto le ali, all’ombra, in attesa che il traino, il Bravo-Kilo, li staccasse faticosamente da terra, uno dopo l’altro. Il Bravo-Kilo. Un robusto aereo a motore, un Robin, che lo aveva portato in aria decine e decine di volte… E oggi era lì per lui.

Una telefonata di Carlo, due settimane prima, lo aveva catapultato di nuovo in quel mondo, in quell’aeroporto, risvegliando ricordi lontani. La sorpresa della sua voce, erano almeno dieci anni che non si sentivano. Poi la spiegazione di quello che stava succedendo, la crisi economica dell’Aeroclub, la decisione di disfarsi di quell’aereo, oramai troppo vecchio, sul quale non aveva più senso investire. «Alla fine del mese scade il certificato di navigabilità. Poi sarà smontato, si recupereranno gli strumenti ancora funzionanti e alla fine verrà rottamato». Un lungo silenzio. L’iniziale stupore nel sentire la voce del suo vecchio compagno di volo si era spostato sulla notizia che aveva appena ricevuto. Il Bravo-Kilo stava per esser messo a terra. Ancor più della voce del suo amico la sigla familiare di quell’aereo lo aveva riportato indietro nel tempo, quando aveva ripetuto mille volte la stessa frase: “Bravo-Kilo il cavo è teso, pronti al decollo”. Con un tremore nella voce che ogni volta stentava a dominare, lo sguardo fisso su quella fune che lo legava all’aereo di fronte a lui, aereo che a breve l’avrebbe trascinato sulla pista, strappandolo da terra. Per un altro dei suoi infiniti voli di addestramento, pieni di emozioni che non riusciva a raccontare neanche a se stesso, in giornate assolate e senza tempo, in cui tutto sembrava non avere fine. Il volo, la gioventù, la vita.

Poi le cose si erano improvvisamente ingrigite, una nuova consapevolezza aveva cominciato ad accompagnarlo. E ora quel tozzo aereo che lo aveva preceduto per i primi minuti di innumerevoli voli, quasi sempre con Carlo ai comandi, era prossimo a uscire di scena. Non aveva trovato una risposta, un commento appropriato. Si era limitato a rimanere in silenzio, con la cornetta in mano, assorto in ricordi lontani, prepotenti. Carlo, dopo poco, aveva ripreso a parlare. I discorsi si erano mescolati, avevano raccontato di loro, della loro vita, dei loro figli. Delle loro compagne, del lavoro. A tratti, quasi sottovoce, della loro salute. Poi, inevitabilmente, erano tornati a parlare di volo. Sì, Carlo ancora volava. L’estate scorsa aveva trainato gli alianti che partecipavano ai campionati europei. No, lui aveva smesso. Erano anni che non volava. Mille cose si erano messe di mezzo, ostacolando sempre di più quella sua passione che credeva invincibile. E invece, alla fine, quella moltitudine di piccoli ostacoli ce l’aveva fatta. Era a terra da tempo. L’ultimo volo in aliante l’aveva fatto sei/sette anni prima in un altro aeroporto. Con un amico ai comandi. Poi, più nulla. Un altro, lungo istante di silenzio, poi Carlo era tornato a parlare, gli aveva raccontato la sua idea. E allora, lentamente, il piano aveva preso forma.

Staccare da terra per l’ultima volta il Bravo-Kilo. Insieme.

L’idea lo aveva colpito, incuriosito e, in pochi istanti, entusiasmato. Dopo poco stavano già prendendo accordi, guardando le date. Occorreva sbrigarsi, la fine del mese era vicina e la situazione metereologica non era clemente. Alla fine avevano individuato un giorno. «E Giovanni?». Il loro terzo amico, anche lui un appassionato pilota di aliante, avevano fatto squadra centinaia di volte. «Non so» aveva detto Carlo «io l’ho perso di vista, non trovo più il suo numero di telefono». «Forse io lo posso rimediare» era stata la risposta di Andrea «lo cerco e lo avverto». Poi, un momento di esitazione: l’entusiasmo di risentirsi è ostacolato dalla sua stessa sorgente, il tempo che è passato. Un incontro tra vecchi amici è spesso accompagnato da esagerate pacche iniziali, da frasi enfatiche, pronunciate ad alta voce. Si fa rumore, per festeggiare, per dimostrarsi la contentezza dell’essersi ritrovati. E per mascherare quel vago senso di tristezza, di impalpabile imbarazzo che, a volte, accompagna questi incontri. Ma loro avevano un piano e questo semplificava le cose. Avevano fissato una data, discusso gli orari, le operazioni da svolgere. Si erano salutati allegramente, chiudendo la conversazione con qualche battuta: «Ma è sicuro che ti ricordi come si fa?».

La telefonata aveva messo Andrea di buonumore. Aveva subito cercato, senza successo, di rintracciare Giovanni. Il cellulare, inesistente o non raggiungibile, il vecchio numero di casa che squillava a vuoto. L’unico contatto era stato quello con una gracchiante segreteria telefonica, su cui aveva registrato un lungo messaggio, spiegando cosa volevano fare e lasciando i recapiti telefonici di entrambi. Niente. Giovanni era scomparso nel nulla …

«Chissà che fine ha fatto» pensa Andrea mentre si avventura per la seconda volta fuori dall’automobile. Il sole ora è più alto, il cielo azzurro, senza nuvole; solo un leggero vento, appena freddo. Mette le mani nelle tasche della giacca e si ritrova a toccare la sua licenza di volo a vela. Scaduta da tempo. “Ma perché diavolo me la sono portata appresso?” pensa stizzito. Ma è un attimo, si avvicina all’hangar, ne saggia la porta che, a dispetto della ruggine, scorre libera nelle sue guide. Il gesto, familiare, scaccia i pensieri tristi. Entra. Lo sguardo corre veloce, cerca le tracce di quello che è stato. L’aliante su cui ha preso il brevetto, un aereo di tela e legno, robustissimo, facile a pilotarsi. Altri alianti smontati, sgraziati senza le lunghe ali bianche, polvere ovunque. Molto più spazio di quanto non ce ne fosse quando ancora volava. Si aggira lento nell’ampio locale, i passi amplificati da un leggero eco metallico. Si blocca di colpo, interdetto, ipnotizzato dalla carcassa di un motoaliante, un Falk, un vecchio aereo a due posti bianco e blu su cui aveva volato molte volte d’inverno, quando la situazione metereologica rendeva inutile andare per aria con un aliante normale. Considera i vetri rotti, l’elica spezzata, l’abitacolo distrutto, un esiguo spazio in cui ha passato ore e ore infastidendo le cime innevate che contornavano l’aeroporto. Con il riscaldamento acceso. Il riscaldamento. Un lusso da aerei a motore … Cerca di immaginare cosa sia successo. Chi fosse ai comandi, quale fosse stato l’errore che aveva trasformato quel goffo aereo in un ammasso di rottami. Prova a immaginare le sensazioni del pilota mentre provava inutilmente a recuperare la situazione, l’elica che si spezzava, i rumori che avevano accompagnato l’evento … Si domanda, sottovoce, se e quanto si fosse fatto male… Rimane a lungo a fissare il posto di pilotaggio, ancora pieno di vetri. È il primo incidente di volo a cui assiste, sia pur in differita, e prova una strana, indefinibile sensazione. Non sa chi sia il pilota coinvolto, né le circostanze, né quando la cosa sia successa. Ma conosce perfettamente quell’aereo, i suoi comandi, la lentezza con cui si staccava da terra, il suo goffo comportamento in aria. La procedura per accendere il motore in emergenza, picchiando sino a quando l’aria che investiva la prua, prima a scatti, poi in modo deciso, costringeva l’elica a girare, sempre più veloce e il motore si avviava rumorosamente. Rimane fermo a lungo, la mente divisa tra i ricordi di voli lontani e le emozioni che quell’aereo incidentato gli provocava.

«Allora, che fai? Stai cercando un aliante per andare in volo senza di me?». La voce di Carlo, robusta come sempre, lo fa sobbalzare, lo strappa dai sui pensieri. Si gira, lo guarda. Si sorridono incerti, cercando le tracce del tempo sui loro volti. Carlo si avvicina sorridendo. «Certo che sì,» risponde «l’idea di mettere a repentaglio la mia giovane vita volando con te mi ripugna decisamente. Forse è meglio che lo piloti io quell’aereo». Il sorriso di Carlo si allarga mentre Andrea aggiunge: «E poi hai messo su pancia, come cavolo ci entriamo in due dentro il Bravo-Kilo?». «Giovane vita una sega» ribatte Carlo avvicinandosi ancora «guarda come sei ridotto. Dubito che tu ce la faccia a salire sul Bravo-Kilo. Figuriamoci pilotarlo, poi. Ora perché sei andato in giro due volte su un motoaliante pensi di essere in grado di pilotare un aereo vero …». Mentre pronuncia la parola motoaliante guarda di sfuggita la carcassa che è ora alle spalle di Andrea. Ha volato anche lui su quella macchina, proprio con il suo amico. Tanti, tantissimi anni prima. Strizzati come due sardine nella cabina di pilotaggio, sorvolando a lungo le montagne piene di neve. Distoglie veloce lo sguardo. Andrea ora è di fronte a lui, lo guarda negli occhi e gli dice: «Beh, su quello che so e non so fare credo che dovresti chiedere a tua sorella …». Carlo scoppia a ridere, insieme all’amico. Bene, le battute di rito sono state pronunciate, ora è possibile abbracciarsi. Si stringono forte, pacche sulle spalle. Poi si guardano in faccia, appena imbarazzati, c’è il rischio di dover parlare di cose serie, quelle che ciascuno intravede sul fondo degli occhi dell’altro. Ma Andrea ha una soluzione: «Allora, questo Bravo-Kilo?». Carlo annuisce, si avvia verso il fondo dell’hangar. Dietro un vecchio bimotore bianco, la sagoma del Bravo-Kilo, azzurra, tozza. Pieno di polvere, coperto in parte da teli che un tempo erano stati bianchi. Qualche solco sull’elica di legno, le gomme sgonfie. «Beh» dice Andrea «è ridotto più o meno come te. Solo che a lui è possibile cambiare i pezzi». Carlo sorride, ma non ribatte. È preso dall’aereo. Gli gira intorno, picchietta leggermente con un dito la tela delle ali, smuove gli indicatori di stallo. «Bene,» dice con la mente che già insegue quello che devono fare «al lavoro! Abbiamo parecchie cose da sistemare se vogliamo andare per aria». Si fanno spazio, spostano alcuni aerei e cominciano a ispezionare il vecchio traino. Livello dell’olio, spurgo della benzina, controllo della batteria che era stata messa in carica durante la notte. Andrea gonfia le gomme, poi ispezionano insieme i comandi, gli alettoni, il timone di direzione e di profondità, l’escursione dei flap. Un ultimo giro intorno alle ali. Controlli effettuati centinaia di volte. Carlo ricorda le parole del suo istruttore: «Hai fatto i controlli?». E lui: «Sì». E l’istruttore, dopo un istante: «Ma, dato che io mi voglio bene, li rifaccio». Ha capito dopo anni che non era sfiducia, era solo un modo per consolidare quell’abitudine nella sua mente, per impedire che si trasformasse in una semplice routine da poter disattendere.

Occuparsi dell’aereo li rilassa, cominciano a parlare senza prendersi in giro. Di volo e di altro. Una figlia che si è appena laureata, un figlio che ha divorziato, un bambino preso nel mezzo. E quando quello che si stanno raccontando diventa troppo personale, appena imbarazzante, cambiano argomento, tornano a parlare di volo. Hanno mille ricordi comuni, hanno spesso fatto coppia per aria. Carlo, condividendo i voli di costone dell’amico, le prime acrobazie in aliante, il primo looping della loro vita, insieme. Un lungo giro in motoaliante, proprio quello che stavano guardando prima, in una gelida giornata di febbraio, sfiorando il Corno Grande del Gran Sasso, in un mare di neve che brillava sotto il sole invernale, per poi arrivare in vista del lago coperto di ghiaccio. Oppure, un’altra volta, sul Bravo-Kilo, con Carlo ai comandi, un volo basso, bassissimo, sull’acqua ghiacciata del lago, facendo il pelo ai campanili dei paesini sottostanti, per poi salire bruscamente verso la montagna. Si era formato del ghiaccio nel carburatore, il motore aveva perso colpi, aveva borbottato per qualche minuto, per poco non avevano rischiato di trovarsi nei guai. Oramai hanno preso il via, il passato li ha travolti nuovamente, della loro vita di oggi non parlano più. Volano nei ricordi.

Finalmente l’aereo è pronto, bisogna solo fare benzina. Ma loro continuano a parlare. Per ricordare a quelle pareti fredde, di cemento e metallo, che rimandano indietro la loro voce, che loro hanno fatto, che qui un tempo si volava sul serio, si faceva il solletico alle nuvole … Prendono fiato, in silenzio per qualche istante. Si limitano a guardarsi e sorridere, immersi nel calore di quei ricordi.

«Ma guarda tu che bella coppia di checche. Cosa preferite? Vi porto del tè e pasticcini o faccio un giro di dieci minuti e vi lascio soli, in pace, così finite quello che state facendo?». Giovanni alle loro spalle. Alto, abbronzato, con un sorriso che gli spacca la faccia. Si girano di scatto, ridendo. Altre battute. «Certo che, parlando di checche, mancavi solo tu». «Non è cambiato di una virgola, a parte i capelli che ha scordato a casa: arriva sempre quando non c’è più nulla da fare …». Si abbracciano, chiedono notizie. Lui si è separato due volte, tre figli in tutto, due dalla prima moglie uno dalla seconda. Ora vive solo da sei anni. «Una favola,» dice a voce appena troppo alta «lo consiglio a chiunque. E poi, sapete qual è la conclusione più seria a cui sono arrivato dopo sei anni di vita da single?». «In realtà non vorremmo saperlo» dice Carlo «ma ho il sospetto che ce lo dirai lo stesso». «Esatto!» esclama lui «Spargete la novella: le mutande sono un capo di abbigliamento decisamente sopravvalutato …». Ride, ridono, ma c’è qualcosa dietro quegli occhi che vorrebbe essere raccontata. Forse più tardi. Poi tornano a occuparsi dell’aereo. Meglio. Ora è tutto pronto, lo portano fuori per fare benzina. Mentre spingono Gianni dice: «Ero fuori per lavoro, sono rientrato ieri sera tardi, ho sentito la telefonata solo questa mattina presto e mi sono precipitato. Ma davvero pensavate che vi avrei lasciato andare da soli sull’ultimo volo del Bravo-Kilo? Ma scherziamo? Almeno uno in grado di pilotare ci deve essere a bordo …». Ridono, ma ancora c’è qualcosa nella frase che appena non va, che torna a disturbare la situazione. E allora continuano a occuparsi dell’aereo, attaccano il cavo di massa alla marmitta, fanno benzina. Durante il rifornimento Giovanni tira fuori dalla sacca una bottiglia di Ferrari ghiacciata e, mentre la agita nell’aria, dice: «Se Carlo ha l’accortezza di riportarci a terra intatti poi festeggiamo con questa!». È il suo modo di sempre di scusarsi, di farsi perdonare delle sue ripetute assenze, del suo continuo esser preso dalle sue cose, un modo di fare che spesso mascherava l’affetto che ha per gli altri. Con le sue due ex mogli le scuse non hanno funzionato. Gli amici invece, di bocca più buona, esultano, e Andrea commenta: «Certo, dobbiamo sperare che Carlo atterrando non rompa la bottiglia».

Bene, è ora di andare.

In realtà non hanno mai volato tutti tre insieme. Tranne una volta, ma su due aerei distinti, durante un traino in cui avevano rischiato di farsi male. Tanto. Andrea e Gianni su un aliante biposto, trainati da Carlo, proprio con il Bravo-Kilo, con accanto un istruttore che doveva accertarne le competenze. Tre problemi di fondo: erano molto pesanti, c’era un forte vento al traverso e l’istruttore istruttore non era. Era solo un bravo pilota e un bravo trainatore. Ed è noto che non basta. Gli era stato affidato un ruolo a cui non era adatto. E aveva paura, aveva sbagliato. Erano passati bassi sulla rete di recinzione, completamente disallineati dalla pista. Bassi come l’ascella di un serpente nano. Sfiorando i pali di metallo. Letteralmente. Andrea, ai comandi dell’aliante, ricorda perfettamente la sua mano sulla manopola di sgancio, mentre stimava la distanza tra le ruote del Bravo-Kilo e la rete, pronto a sganciarsi se il traino non ce l’avesse fatta a passare. Carlo ricorda di aver incrociato le braccia, lasciando il destino di quell’aereo al pilota spaventato al suo fianco che li aveva messi in quella situazione. Giovanni ricorda e basta. Per un pelo. Veramente per un pelo. E l’episodio era oramai stigmatizzato da tre battute, ripetute centinaia di volte, come spesso accade quando si vuole esorcizzare qualcosa. «E a peggiorare le cose c’eri tu a pilotare l’aliante …». «Per fortuna che il Bravo-Kilo non lo pilotavi tu …». «Ma guarda questi due in che cavolo di situazione mi hanno messo. Quasi quasi ora scendo e li lascio andare per i fatti loro …».

E oggi, per la prima volta nella loro vita, si sarebbero ritrovati insieme sullo stesso aereo. Per l’ultimo volo di quel vecchio traino.

Cominciano a discutere animatamente nello spiazzale deserto, ipotizzando cosa fare per aria. Andare verso nord, arrampicandosi sulle montagne di fronte a loro, ancora sporche di neve, dove è possibile incontrare dei falchi che, con le ali immobili, si arrampicano senza fatica sulle prime correnti ascensionali della giornata. O scendere verso sud, sorvolando le colline più basse, di un verde vivido, dove la primavera, oramai alle porte, cominciava a riempire di gemme le cime degli alberi. Si prendono in giro, parlano a voce alta, ognuno dice la sua, non trovano un accordo: ogni luogo è pieno dei loro ricordi e il dialogo, sempre più confuso, si conduce mescolando le storie di mille voli diversi. In breve emerge una sola certezza: dove andare non è affatto chiaro (“Basta che non sia troppo lontano, altrimenti Carlo non è in grado di tornare indietro …”), ma una cosa è certa: è ora di staccare il sedere da terra. Poi si vedrà.

Salgono sul Robin vociando, Giovanni insiste sul portarsi appresso la bottiglia di Ferrari, “utilissima per un atterraggio di emergenza”. Litigano scherzosamente su chi debba andare di dietro, discutendo su chi sia più adatto ad affiancare Carlo, per impedirgli di fare errori. «Ma deve proprio pilotare lui? Non potremmo chiamare uno esperto?». Fanno caciara, parlando a voce alta, prendendosi in giro, sino a quando Carlo non grida: «Attenti all’elica!» e mette in moto.

Il Bravo-Kilo, quasi a voler sottolineare quanto sia fuori luogo metterlo a terra, emette uno sbuffo di fumo azzurrino e si accende immediatamente. Si azzittiscono tutti e tre, di botto. Il motore gira regolarmente, un secco scoppiettio nell’aria ancora fresca del mattino. Rullano lentamente sul raccordo laterale, tra l’erba alta. Arrivano in fondo alla pista, si allineano, il ruotino centrale in mezzo alla scritta 17, il lungo nastro di asfalto di fronte a loro. Una chiamata radio per segnalare le loro intenzioni. Completamente inutile, non c’è nessuno in giro, né in aria né in terra. Il motore è oramai caldo e Carlo preme a fondo i freni, porta il motore al massimo dei giri, per cinque secondi. Vibra tutto, un rumore assordante, ma lui è soddisfatto. Poi toglie gas. «Com’era» dice con un ghigno mentre stringe la cloche «avanti per scendere, indietro per salire, sinistra e destra per girare?». Un rapido sguardo agli strumenti, un ultimo controllo, poi lascia i freni e dà tutto gas. L’aereo comincia a muoversi, prendendo pian piano velocità. Carlo, seguendo un’abitudine di sempre, controlla la situazione nello specchietto retrovisore, cercando un aliante che, questa volta, non c’è. Incontra, invece, lo sguardo divertito di Andrea che gli fa una smorfia dai sedili posteriori. Allora si gira a guardare Giovanni, al suo fianco, anche lui con la faccia sorridente mentre stringe in mano la bottiglia di Ferrari, come a dire: “Dopo brindiamo, dopo parliamo. Ma ora andiamocene per aria …”. “Ma possibile che non ci si stanchi mai di volare?” pensa d’un tratto, mentre la consapevolezza di quel volo, dell’essere di nuovo insieme a due amici di sempre, del fatto che quella è l’ultima volta che pilota il Bravo-Kilo si fa strada in modo prepotente dentro di lui.

La prima volta insieme per aria, per salutare un vecchio traino che li ha accompagnati per anni.

Poi viene preso dall’urgenza del momento, si concentra sui comandi, mentre gli amici continuano a prenderlo in giro. L’aereo, oramai veloce, corre sul centro pista con la coda alzata, sobbalzando, sempre più leggero, rincorrendo la sua ombra che il sole alle spalle spinge più avanti di lui. L’ombra, ignara del chiacchiericcio che si svolge nell’aereo dietro di lei, scivola veloce sull’asfalto, adattandosi senza esitazioni alle piccole gobbe e crepe della pista, inseguita dal Bravo-Kilo che arranca, senza guadagnare un centimetro. Una gara che non potrà mai vincere. L’asfalto si consuma sotto le ruote, unico punto di contatto tra l’aereo e l’ombra e, dopo circa trecento metri, Carlo solleva la prua, staccando il traino da terra.

L’ombra continua a correre, prigioniera, sul terreno, mentre il Bravo-Kilo comincia salire e vira verso il sole. Dopo poco è solo un minuscolo punto nel cielo.


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Giuseppe Santucci