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Carrying the fire

titolo: Carrying the fire – [Portando il fuoco]

autore: Michael Collins

editore: Farrar, Strauss and Giroux, 120 Broadway, New York 10271

anno di pubblicazione:  1974 (prima edizione)

edizione ebook: 2019

eISBN: 9781466899261

Tutte le fotografie sono cortesia della NASA




Alla lettura di questo libro ho dedicato un tempo considerevolmente maggiore del solito. Non perché il libro fosse più lungo o più difficile da leggere ma perché, sin dalle prime pagine, si è rivelato straordinariamente interessante. L’autore, l’astronauta Michael Collins, è evidentemente dotato di una personalità insolita, accattivante, modesta, semplice, piacevole, sebbene si percepisca da subito la sua immensa preparazione, la sua profonda conoscenza tecnologica, unite, però, a un altrettanto immensa cultura umanistica.

La recensione di questo libro potrebbe essere scritta parlando solo dell’autore.

Il libro in sé stesso ricalca il classico percorso seguito da altri astronauti. Comincia dalla descrizione del periodo infantile, la vita familiare durante i primi anni di vita, le prime esperienze, non necessariamente relative al mondo aeronautico, ma che portano comunque a incontrare questo mondo, al primo volo etc.

A Roma, appesa alla facciata del civico numero 16 di via Tevere, c’è ancora oggi questa targa in marmo. Occorre aggiungere altro? Sì, c’è! In occasione del cinquantenario dell’evento che ha consegnato alla storia questo illustre romano – di nascita, s’intende – il Sindaco di Roma e la Giunta capitolina tutta hanno deciso di conferirgli la cittadinanza onoraria di Roma. Un po’ a scoppio ritardato – non c’è che dire – ma pur sempre un’onorificenza che Roma non concede così facilmente. Collins non l’ha ancora ritirata e temiamo  che, alla sua veneranda età, difficilmente la ritirerà di persona; diversamente da quanto fece in occasione dell’inaugurazione della sopracitata targa di via Tevere, numero 16. Le riprese conservate dall’Istituto Luce lo testimoniano ancora oggi al link: https://www.youtube.com/watch?v=dZ6YyLslLKM. La sindaca Raggi ha così commentato l’iniziativa: “Lo sbarco sulla Luna è uno di quei momenti in cui tutta l’umanità ha realizzato un grande salto in avanti. Un evento che tenne con il fiato sospeso il mondo e che si deve alla tenacia, alla preparazione tecnica, alla forza di volontà di tre leggendari astronauti. Nell’anno in cui si celebrano i 50 anni dallo sbarco sulla Luna, il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma a Michael Collins, rappresenta il riconoscimento dovuto a quell’impresa e a uno dei suoi grandi protagonisti». Notizia ripresa dal Il Messaggero, edizione del 21 settembre 2019.

Collins è nato a Roma nel 1930. Il padre era un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti. In quell’anno si trovava a Roma in qualità di attaché militare presso l’ambasciata americana. Ma l’anno successivo tornò in patria, quindi il tempo vissuto da Michael in Italia è stato davvero minimo. Eppure, leggendo il suo libro si sarebbe tentati di dire che quel tempo minimo sia stato sufficiente a conferirgli una sorta di imprinting, un qualcosa di italiano che sembra venire spesso fuori nel suo modo di essere e nel modo di esprimere il suo pensiero. I concetti che esprime, in altre parole, sembrano  fin troppo riconoscibili come familiari, almeno per una mentalità italiana.

Non sempre, in verità, ma è quasi una costante in tutto il libro.

Per il resto la sua carriera ha avuto uno svolgimento tipicamente americano.

Una foto che ritrae Michael Collins di profilo, scafandrato e intutato, intento a svolgere l’intenso ciclo di addestramento propedeutico alla missione Apollo 11. A proposito dell’astronauta romano un giornalista italiano scrisse: «Non c’è, in fondo, qualcosa del carattere del vero romano, ironico e sprezzante, nell’arrivare fino a un passo dalla Luna, senza però metterci piede, come se non fosse importante?».

In estrema sintesi, il percorso della sua vita è caratterizzato da poche pietre miliari. L’accademia di West Point, dove ha incontrato altri personaggi divenuti poi protagonisti delle stesse vicende in ambito NASA; l’Air Force, appena divenuta una forza armata indipendente; il servizio come jet pilot, sia in patria che in Europa; l’entrata nella NASA; la prima missione spaziale con la Gemini 10 nel 1963 e la missione Apollo 11 del luglio 1969, nella quale rimase in orbita intorno alla Luna mentre i suoi due compagni, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, effettuavano il primo allunaggio della Storia.

In mezzo a queste poche pietre miliari, però, c’è un’intera vita, intensa e piena di avvenimenti. Ed è questa vita che il libro racconta.

La sequenza delle vicende che copre decenni di servizio attivo dell’autore sembrerebbe la stessa di tutti gli altri suoi colleghi che hanno, a loro volta scritto libri. Quasi tutti quelli che ho letto e recensito cominciano dall’infanzia, raccontano di come sono entrati nei corpi militari dai quali sono poi transitati nella NASA, delle selezioni, dei personaggi che hanno incontrato, delle difficoltà e di come le hanno superate, dell’addestramento. Proseguono la narrazione descrivendo il loro o i loro voli spaziali e poi le missioni Apollo alle quali hanno partecipato e infine parlano del dopo, quando l’ultima missione Apollo 17 ha segnato la fine di un’era e l’inizio di un’altra, quella delle stazioni spaziali e dello Shuttle.

Il 19 luglio 2019, nella Sala Ovale della Casa Bianca, residenza del Presidente degli Stati Uniti – all’epoca Donald J. Trump – si è tenuta una cerimonia di commemorazione in occasione dell’anniversario del cinquantenario della missione Apollo 11. Alla cerimonia erano presenti, oltre al vice presidente Mike Pence e al presidente Donald J. Trump – ovviamente – i due astronauti sopravvissuti – all’incedere inesorabile del tempo, s’intende – Buzz Aldrin e Michael Collins nonché i familiari del terzo astronauta Neil Armstrong che, lo ricordiamo, fu il primo uomo che toccò fisicamente il suolo del nostro satellite. Per inciso Neil Armstrong ci ha lasciato nel 2012. Questo scatto, peraltro fornito dal fotografo ufficiale della Casa Bianca (certo Andrea Hanks), mostra un presidente Trump seduto nella sua poltrona dello Studio Ovale che stringe la mano, in piedi, a quel monumento dell’astronautica che risponde al nome di Michael Collins. Ora … il presidente è il presidente, per carità, ma ci domandiamo … di fronte a un uomo che ha segnato la storia dell’umanità non sarebbe stato il caso di alzarsi in piedi e salutarlo da pari a pari – sempre ammesso che Trump possa competere alla pari con la statura morale e culturale di Collins! –

Questo libro segue lo stesso schema ma c’è già una differenza: per quasi tutti il dopo ha portato difficoltà a riprendere la vita normale e questo ha causato divorzi, disordini nella vita familiare e affettiva e altri problemi.

Per Collins no.

Lui è addirittura rimasto sempre con sua moglie Patricia, che ha amato per tutta la vita, fin quando lei è scomparsa a causa di una malattia. Infatti il libro è dedicato proprio ed esclusivamente a lei.

Collins non ha  avuto problemi a riadattarsi alla vita normale.

 

Aver fatto parte del primo equipaggio che aveva portato due uomini, per la prima volta, sulla superficie di un altro pianeta, gli avrebbe permesso di ottenere qualunque posizione sociale ai massimi livelli, raggiungere guadagni altissimi anche solo facendo conferenze in tutto il mondo, pubblicità, incarichi politici etc.

Ma Collins avrebbe potuto continuare con la NASA e tornare nello spazio, o magari dirigere settori chiave nella stessa organizzazione. Oppure in qualunque società industriale che con la NASA aveva rapporti di collaborazione.

Poteva aspirare a tutto.

Ma lui, ancor prima di partire per la Luna, aveva detto che con questa missione avrebbe finito. Infatti, appena tornato ha prestato fede alle sue dichiarazioni e ha lasciato il servizio.

Non proprio subito, perché, come tutti gli equipaggi, negli anni successivi, anche il suo equipaggio ha dovuto fare il giro del mondo, visitando tantissimi stati e facendo conferenze in molte città. Pubbliche relazioni. Ma nel frattempo maturava la sua decisione e alla fine ha lasciato la NASA.

Il 13 agosto 1969 fu una giornata letteralmente memorabile per la città di New York. La grande metropoli statunitense rese omaggio ai tre membri della missione Apollo 11 con una parata che attraversò Broadway e Park Avenue. Negli annali cittadini è annoverata come una delle più grandi e memorabili parate della sua storia, forse eguagliata solo da quella con la quale salutò l’impresa di Charles Lindbergh, “l’aquila solitaria”, o l’altra che celebrò il nostro Italo Balbo con i suoi Atlantici. Questo scatto, di cui è depositaria la NASA, mostra nell’auto di testa il comandante della missione Neil A. Armstrong, Michael Collins (comandante del Modulo di Comando) e Edwin E. Aldrin Jr, pilota del Modulo Lunare “Eagle”. A giudicare dalle date, Armstrong aveva toccato il suolo lunare neanche un mese prima. Questa sarà solo una delle numerosissime parate, celebrazioni, manifestazioni propagandistiche/pubblicitarie che si tennero negli Stati Uniti e anche negli altri quattro angoli del pianeta cui vennero coinvolti i tre astronauti, loro malgrado. Si trattava del “Goodwill Tour” che li trascinò per 23 paesi del mondo in soli 37 giorni, osannati da circa 100 milioni di persone. La missione sulla Luna risulto loro meno faticosa.

Dopo una breve esperienza in politica si è ritirato in una piccola università del suo paese, Cincinnati, come professore.

Poi la dolorosa scomparsa della moglie. E nella assolata Florida, dove intanto aveva stabilito la sua residenza, ha continuato a vivere dipingendo quadri con la tecnica dell’acquarello e andando a pesca, che è un’altra delle sue passioni.

Alcuni anni fa mi trovavo a Washington. Tra le altre visite ho ritagliato un po’ di tempo per vedere lo Smithsonian National Air and Space Museum.

Appena si entra l’attenzione è catturata da un grande disco liscio e splendente, posto quasi in verticale in fondo alla prima stanza, grandissima e piena di mezzi aerei e spaziali. Ci si trova subito smarriti, appena si entra. L’ambiente è enorme e c’è tanta gente in giro. Ma dopo poco, appena ci si avvicina a quel disco, si scopre che quella è la parte più larga di una capsula a forma di tronco di cono, un modulo di comando che appartenne ad una delle missioni Apollo. Ed è proprio l’Apollo 11, nel quale Armstrong, Aldrin e Collins sono rimasti per giorni nel viaggio di andata e ritorno per la Luna. E nel quale Collins è rimasto da solo a girare in attesa del ritorno dei due che erano scesi sulla superficie con il Modulo Lunare.

Ecco il Modulo di Comando della missione Apollo 11 così come la descrive il nostro recensore all’interno dell’enorme salone del Museo dell’aria e dello spazio dello Smithsonian Institut

Nella realizzazione di questo museo Collins ha avuto un ruolo chiave e ne è stato il direttore per parecchio tempo.

Ho descritto solo la prima stanza alla quale si accede direttamente dall’ingresso principale. Ma il museo è immenso e dentro si trovano tantissime macchine, come il Flyer dei fratelli Wright e anche lo Spirit of Saint Louis di Charles A. Lindbergh, con il quale quest’ultimo ha attraversato l’Oceano Atlantico (ed è proprio di Lindbergh la prefazione alla prima edizione del 1974 del libro di Collins).

“Siamo cordiali estranei” ha dichiarato Michael Collins a proposito dei due colleghi della missione Apollo e, oggi, a distanza di cinquanta anni, sappiamo per certo che non rimasero amici dopo quella mirabile impresa che li vide condividere per giorni gli angusti spazi di quel budello – concedetecelo – che era il Modulo di Comando. E la foto che ritrae il cruscotto del Modulo e la il suo insieme esterno sono piuttosto eloquenti sulla questione.

Collins parla di tutto questo in “Carrying the fire“

Allora dove sta la differenza tra questo libro e gli altri, scritti dai suoi colleghi astronauti?

Il Modulo di Comando della missione Apollo più famosa della storia dell’astronautica, in occasione di una radicale operazione di restauro, fu privata della copertura trasparente e rimossa da quella specie di ceppo su cui è collocata normalmente. Appoggiata viceversa su un apposito supporto in piano, il Modulo appare in tutta la sua bellezza

Sta nel modo di scrivere. Nella semplicità con la quale parla di cose complesse come se fossero facilissime. Sta nella modestia con la quale affronta ogni argomento. Parla come chiunque di noi parlerebbe con gli amici, di un volo in aliante (Collins è un volovelista, tra l’altro).

La sua voce non sembra provenire dall’alto, da uno che ha addirittura conquistato la Luna, ma proviene dal nostro stesso livello. Anzi, a volte sembra perfino provenire dal basso, come quando descrive la sensazione di inadeguatezza che lo coglieva in alcuni momenti particolari. Proprio come chiunque di noi.

Non dichiara mai di essere un valoroso, uno che ha straordinarie capacità, quasi al di fuori dell’umano.

Dice, invece, di essere fortunato. E cita tanti episodi che dimostrano quanto la fortuna lo abbia favorito nella vita. Alcuni di questi episodi sono anche molto divertenti.

Uno per tutti: quando era in Francia con il suo reparto di volo, un giorno si trovava nel sud del paese e volava in coppia con un altro pilota. Procedevano a bassa quota. L’aereo era un F86. Ad un tratto il suo gregario segnalò che l’aereo di Collins aveva preso fuoco e che vedeva le fiamme uscire dalla fusoliera. In quel caso l’unica cosa da fare era lanciarsi e pure alla svelta. Collins si servì del sedile eiettabile un attimo prima che l’aereo esplodesse.

L’F86 si schiantò al suolo.

Collins atterrò con il paracadute. Fu preso da alcuni contadini della zona e accompagnato all’ospedale.

Intervistato in occasione del cinquantenario dell’impresa lunare, Collins si è espresso con un riconoscente: “Noi tre eravamo solo la punta di un gigantesco iceberg tecnologico”. Certamente si riferiva alla enorme mole di investimenti, alla moltitudine di uomini e al loro sovrumano impegno. Tutto questo aveva reso possibile la missione. Inoltre Collins confidò ai giornalisti che, al decollo, oltre alla pressione causata dalla forza di gravità, l’equipaggio avvertì anche qualcos’altro: “Abbiamo sentito il peso del mondo sulle nostre spalle”. Poi l’astronauta aggiunse: “Tutti guardavano, eravamo preoccupati che avremmo rovinato qualcosa”. In effetti non aveva granché torto perché, a seguire il loro operato c’era infatti il mondo intero, collegato in diretta tv per seguire lo sbarco. Una sorta di Grande Fratello planetario.Questo scatto ritrae l’equipaggio dell’Apollo 11 in posa accanto al Modulo di Comando donato allo Smithsonian Institute

La violenza dell’espulsione, che all’epoca era ottenuta tramite una vera e propria carica esplosiva posta sotto il sedile, gli aveva provocato una piccola lesione alla colonna vertebrale, anche se sul momento questa sembrava poca cosa.

All’ospedale fu messo in anticamera e costretto ad aspettare per ore.

Quando la sua pazienza venne meno, Collins costrinse qualcuno a rendergli conto del perché di questa lunga attesa e gli fu risposto, con i problemi di comprensione di allora a causa delle diverse lingue, che non c’era nessuno che potesse visitarlo, perché c’era stato un incidente aereo nelle vicinanze e tutti erano andati nella zona a cercare il pilota che non si trovava.

Divertente.

Ma a parte questo, negli anni successivi, la lesione che aveva riportato in questo incidente produsse dei problemi quando Collins era in addestramento come astronauta alla NASA.

Confessiamo che, almeno all’inizio, non avevamo compreso il senso estetico di questa copertina . Per un istante l’avevamo scambiata per l’icona di un bagliore di luce dai toni mistici, il ritratto multicromatico di un bastone magico con alla sommità una sorgente di potere divino … poi, a guardarlo bene, abbiamo intravisto il razzo vettore Saturno V e la possente scia di fuoco e fumo che esso generava in fase di decollo. E abbiamo stabilito che questa è la copertina più infuocata tra quelle disponibili del libro di Michael Collins

Dovette essere operato e rischiò addirittura di essere messo a terra ed escluso dalle missioni. Non fu così, l’operazione andò bene. Ma produsse un ritardo e uno slittamento nell’assegnazione a un equipaggio.

La fortuna fu che in questo modo venne assegnato proprio all’Apollo 11.

Nel corso di questi ultimi 50 anni, il volume di Michael Collins ha avuto diverse edizioni e dunque diverse copertine. Eccone una carrellata

Benchè Michael Collins abbia dimostrato un’ottime capacità narrative e soprattutto divulgative, non è stato granchè prolifico nei suoi scritti. Onestamente ci avrebbe stupito il contrario.

La descrizione del lungo viaggio verso la Luna e il ritorno verso la Terra occupa una gran parte del libro. Prima ci sono altri capitoli, che parlano delle fasi precedenti, come la missione Gemini 10. In questo volo Collins rivela aspetti straordinari del lancio, delle sensazioni che ha provato, dell’assenza di gravità sperimentata per la prima volta. E lo fa con quel suo modo colloquiale, preciso e semplice allo stesso tempo. Come si descriverebbe una gita fuori porta di un pomeriggio qualsiasi.

A nostro parere questa è una delle copertine peggio riuscite tra quelle che ha  avuto “Carrying the fire” perchè mostra l’autore pensieroso, quasi annichilito dentro alla tuta spaziale con uno sfondo sbiadito (per non dire cinereo). Chi l’ha ideata possibile che non avesse a disposizione la miriade di fotografie che furono scattate dalla NASA o dai fotoreporter prima, durante e dopo l’impresa dell’Apollo 11? Bah … misteri dell’editoria

Allo stesso tempo, però rivela aspetti che altri hanno solo sfiorato. Spiega ogni cosa usando un insieme di modi che comportano una straordinaria vividezza di immagini, unica e personale. Il risultato è che i concetti riescono veramente a passare dalla sua mente a quella di chi legge.

Una grande efficacia di comunicazione.

Finalmente mi sono chiari aspetti che non avevo ben compreso leggendo altri libri.

Collins è un pilota, certo, anzi un test pilot, un pilota collaudatore, come si dice da noi. Ma è anche un ingegnere.

Ed ecco infine la retrocopertina dell’ultima edizione cartacea del libro “Carrying the fire”. Quella con la copertina inquietante

E deve essere sempre stato un ottimo insegnante, perché fa uso di molte tecniche della metodologia didattica. E il lettore capisce.

Sono passati più di 50 anni dalla missione Apollo 11. Ma il ritorno dell’interesse per lo spazio e la ripresa di progetti per nuove esplorazioni fa tornare attuali i fatti del passato.

La descrizione di Collins, riguardante l’intero viaggio, è talmente precisa che questi 50 anni svaniscono di colpo. E sembra di essere lì, ad osservare la Terra che diventa sempre più piccola nelle altrettanto piccole finestre del modulo di comando, intanto che questo si allontana ruotando lentamente su sé stesso. La lenta rotazione, proprio come quella di una fila di polli arrosto sopra un barbecue, si rende necessaria perché tra la Terra e la Luna c’è il giorno continuo. La notte non esiste e il Sole splende sempre. Perciò la parte di capsula esposta al Sole diventerebbe troppo arroventata, mentre la parte in ombra gelerebbe.

Per i tre giorni di viaggio i tre astronauti sono rimasti all’interno della capsula in lenta rotazione.

Collins descrive la vita a bordo, le operazioni, le lunghe check list da eseguire, l’allineamento della piattaforma inerziale, la posizione stabilita per mezzo di un sestante, i pranzi e le cene, le ore di riposo, le comunicazioni. Tutto.

Descrive le orbite da solo intorno alla Luna, il passaggio dietro la parte nascosta dove le comunicazioni con la Terra si interrompono, descrive il momento in cui la Luna è totalmente oscura perché non illuminata né dal Sole né dalla luce riflessa dalla Terra. Allora la Luna c’è, è lì, ma non si vede. Ed è totalmente solo.

Collins ha sempre detto di non aver mai avuto il minimo problema per questo, di non essersi mai sentito a disagio. Anzi.

“I like the feeling. Outside my window I can see stars – and that is all. Where I know the moon to be, there is simply a black void; the moon’s presence is defined solely by the absence of stars”.

“Mi piace la sensazione. Fuori dalla mia finestra posso vedere le stelle – e questo è tutto. Dove so che c’è la Luna, c’è semplicemente il nero vuoto; la presenza della Luna è definita soltanto dall’assenza delle stelle”.

Bellissima descrizione e bellissima immagine. Terrificante, però.

Collins descrive bene anche alcune cose meno belle, come gli odori. Tre uomini dentro una capsula chiusa per una settimana… ma questo è un aspetto che preferisco saltare, lasciandolo a chi leggerà “Carrying the fire“. Del resto, anche altri astronauti hanno scritto libri saltando, però, questa parte.

Il lettore troverà il piacere di leggere un libro bellissimo, dal quale non riuscirà a staccarsi neppure quando la fatica di leggere tante pagine in inglese arriverà a sopraffare la sua resistenza.

Nel quattordicesimo e ultimo capitolo troviamo una esauriente spiegazione dei motivi per i quali non ha avuto i problemi del dopo missione. O meglio, anche lui si è sentito disorientato, ma con pochi effetti.

Semmai, questi effetti, gli sono stati utili per migliorare. Non si innervosiva più per motivi futili. La soglia della misura di cosa è importante si era alzata di parecchio.

Il volo nello spazio ha cambiato tutti quelli che lo hanno compiuto, ognuno ha reagito in maniera personale. Tutti, però sono stati concordi su un aspetto: la Terra, vista da fuori della sua atmosfera, appare fragile. L’atmosfera stessa, un sottile velo di cipolla che la avvolge, appare fragile e vulnerabile. I politici dovrebbero essere tutti ben consci di ciò. Tutti i politici.

Collins dice:

“I really belive that if the political leaders of the world could see their planet from a distance of, let’s say, 100.000 miles, their outlook could be fundamentally changed”.

“Credo veramente che se i leaders politici del mondo potessero vedere il loro pianeta da una distanza, diciamo, di 100.000 miglia, la loro prospettiva cambierebbe in maniera fondamentale”.

I magnifici uomini della missione Apollo 11 posano per il fotografo ufficiale della NASA giusto ai piedi di quella scaletta del Modulo Lunare “Eagle” che il “nostro” Michael Collins non scenderà mai. Sempre a distanza di 50 anni, viene spontanea una considerazione a margine: Michael fu tra le poche persone del mondo occidentale a non assistere all’allunaggio. Egli ha confessato recentemente al New York Times: “Avevo questo piccolo spazio tutto per me. – intendendo quello del Modulo di Comando in cui orbitò in solitaria – Ero l’imperatore, il capitano. E avevo anche dell’ottimo caffè caldo”. Purtroppo l’inventiva giornalistica – a torto o a ragione – lo ha talvolta definito come: l’antieroe, l’uomo più solo di sempre, il tassista, l’astronauta dimenticato, il gregario, l’uomo ombra. Povero Collins … e pensare che se i suoi compagni avessero avuto dei problemi avrebbero potuto contare solo di lui.

La fragilità del nostro pianeta è apparsa talmente chiara ed evidente a tutti coloro che in qualche modo sono usciti dai limiti dell’atmosfera che tutti ne hanno parlato con enfasi, cercando di comunicare al resto del mondo la necessità di averne grande cura. Sono nati movimenti ovunque, organizzazioni ambientaliste, gruppi di scienziati e perfino partiti politici che hanno cercato di sostenere idee più conservative verso l’ambiente, ma, purtroppo con scarsi risultati. La società dei consumi e il mondo capitalista in generale, hanno inferto ferite profonde a questo fragile pianeta e le offese verso l’ambiente continuano.

Collins, con il suo linguaggio pacato e tranquillo, nel suo libro che risale al 1974, scrive:

“The Earth must become as it appears: blue and white, not Capitalist or Communist; blue and white, not rich or poor; blue and white, not envious or envied…”.

“La Terra dovrebbe divenire così come appare: blu e bianca, non Capitalista o Comunista; blu e bianca, non ricca o povera; blu e bianca, non invidiosa o invidiata…”

Sono perfettamente d’accordo con lui.

Dice anche, a proposito della sua fragilità:

“If I could use only one word to describe the Earth as seen from the moon, I would ignore both its size and color and search for a more elemental quality, that of fragility. The Earth appears “fragile”, above all else. I don’t know why, but it does. As we walk its surface, it seems solid and substanzial enaugh, almost infinite as it extends flatly in all directions. But from space there is not hint of ruggedness to it; smooth as a billiard ball, it seems delicately poised in its circolar journey around the sun, and above all it seems fragile”.

“Se potessi usare una sola parola per descrivere la Terra come si vede dalla Luna, ignorerei sia la grandezza che il colore e cercherei una qualità più elementare, quella di “fragilità”. La Terra appare “fragile”, sopra ogni altra cosa. Non so perché, ma così sembra. Quando camminiamo sulla sua superficie, sembra abbastanza solida e sostanziale, quasi infinita mentre si estende orizzontalmente in ogni direzione. Ma dallo spazio non c’è indizio di asprezza; liscia come una palla da biliardo, sembra delicatamente in bilico nel suo viaggio circolare intorno al sole, e soprattutto sembra fragile”.

Anche se questa immagine fu scattata nel corso della missione Apollo 15 – quindi ben dopo la 11 – , siamo certi che, agli occhi di Collins, la Terra apparve certamente così. Di fronte a una simile vista, come non essere attraversati dai pensieri e le riflessioni che Collins ci ha confidato nel suo libro?

Insomma, la Terra è fragile. E altrettanto lo sono i suoi abitanti. Tutti i suoi abitanti, animali e piante compresi.

E tanto fragili sono apparsi anche i pochi temerari che hanno avuto l’ardire di lasciare la fragilità del loro pianeta per dirigersi verso un altro, sorretti solo da una limitata conoscenza tecnologica e da una solida e incrollabile curiosità. E sete di esplorare.

Per un tempo interminabile sono rimasti all’interno di una fragile capsula che ha sfrecciato a velocità inimmaginabile attraverso il vuoto assoluto, circondati solo dal nero, altrettanto assoluto, ma punteggiato di stelle.

Il quattordicesimo capitolo di questo libro rappresenta la sintesi di tutto il libro. E’ come la conclusione di un racconto, quello della vita di un astronauta, un uomo che è stato tanto fortunato da vedere cose che tutto il resto dell’umanità, tranne pochissimi, neanche immagina.

Ma nonostante questo resta umile. Comprende la bellezza del mondo ed esorta ad averne cura.

L’umiltà, la mancanza di protagonismo, la semplicità, l’essere schivo e distaccato, qualità che lo hanno sempre fortemente caratterizzato, hanno prodotto l’effetto che, nei decenni successivi alla missione, il mondo lo dimenticasse. Soltanto oggi, con i social media, ha ritrovato un minimo di visibilità. Oggi Mike Collins è su Facebook. Se lo cercate, trovate il suo profilo, ed è anche piuttosto attivo. Chatta con tutti, apprezza i commenti con un like o risponde a chi gli chiede qualcosa. Ve lo garantisco per esperienza personale.

Ma solo oggi è così. Finora era stato per decenni “l’astronauta dimenticato”.

Il 16 settembre 1969, Collins parlò ad una riunione del Congresso, a Washington, la sua città.

“Mr President, members of Congress, and distinguished guests”…

così iniziò il discorso, che si snoda in diverse pagine.

“Signor Presidente, membri del Congresso e distinti ospiti”…

Ma poche righe prima, scriveva:

“For me, that date and these words marked the end of Apollo 11, and closed an extraordinary chapter in my life”.

“Per me quella data e quelle parole segnarono la fine dell’Apollo 11, e chiusero uno straordinario capitolo nella mia vita”.

Il discorso di cui parlo si trova facilmente su YouTube.

In questi anni, alcuni degli astronauti delle missioni Apollo ci hanno lasciato. John Young e Gene Cernan tra questi.

Si dice che, dichiarando erroneamente la morte di una persona, non si faccia altro che allungarle l’esistenza. Siamo certi che questo sia accaduto anche a Michael Collins. Realisticamente però,  prima o poi avverrà inevitabilmente la sua dipartita, ebbene è con questa immagine del 1969 che vorremmo ricordarlo. La foto ufficale NASA ce lo mostra alla vigilia dell’impresa lunare, avvolto nella sua divisa da lavoro. Non che la sua fisionomia sia completamente cambiata nel corso di questi ultimi 50 anni, certo che no, è che a noi piace ricordarlo come l’eroe senza tempo che non invecchia e rimane sempre uguale a sè stesso

Qualche giornalista deve aver fatto confusione con i nomi e riportato, per sbaglio, la morte di Collins (proprio in questi giorni, mentre mi accingo a chiudere questa recensione, ci ha lasciato per sempre anche Al Worden).

A questa notizia avevo creduto. Ma poi, per fortuna ho scoperto che Mike Collins è ancora vivo e vegeto. E continua a dipingere e pescare nel Sud della Florida. Sono sicuro che tante persone credono ancora che sia morto. Nessuno parla di lui, nessuna cronaca, nessun telegiornale. Armstrong non c’è più, ma se ne parla ad ogni occasione. Aldrin continua a spingere a tutta forza l’idea di andare alla conquista di Marte, senza nemmeno passare prima per il ritorno sulla Luna almeno per costruirci sopra una stazione intermedia. Tutti i media continuano a diffondere i suoi appelli, perché lui vende magliette e gadget online con la scritta;

“get your ass to Mars“,

letteralmente; “porta il culo su Marte“….

Di Collins non si sente dire mai nulla.

Ma lui era anche chiamato “l’astronauta dimenticato”. Tutti conoscono Armstrong e Aldrin. Collins… se lo ricordano in pochi.

Se cercate Mike Collins su Google troverete molto probabilmente qualcun altro, che non è lui e che appare nei primi posti della lista.

Per trovare lui, dopo aver digitato il suo nome, dovete aggiungere un’altra parola: astronaut.




Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer),

Didascalie della Redazione di VOCI DI HANGAR




Flying to the moon



Andrà bene di sicuro

Anche VOCI DI HANGAR si unisce all’augurio che gli italiani, in questi momenti di grandi difficoltà, si stanno scambiando reciprocamente in modo assai frequente. Ma con una piccola variante mutuata dal titolo di un libro di Alessandro Soldati che abbiamo avuto il piacere di leggere e di recensire.

Ebbene a tutti gli italiani, di cuore, diremo:

ce la faremo,

teniamo duro,

perchè

Andrà bene di sicuro!



La Redazione di Voci di hangar

Le oche delle nevi

titolo: Le oche delle nevi

autore: William Fiennes

editore: Bompiani

ISBN: 88-452-4968-9

anno di pubblicazione:  2003





Cosa ci fa la recensione di un libro sulla migrazione delle oche in un sito di carattere aeronautico?

Ci ho pensato un po’ sopra, prima di proporlo. Poi ho realizzato che le oche, in quanto uccelli, sono quanto di più aeronautico esista al mondo. Noi aviatori abbiamo copiato gli uccelli, non il contrario. E ancora non siamo riusciti a fare meglio di loro, anzi, neanche ad eguagliarli.

Le oche in particolare, volano a quote che vanno da pochi metri dal suolo fino a oltre novemila metri. Senza ossigeno, senza equipaggiamenti speciali, solo con il loro corpo, volano in formazioni spettacolari per migliaia di chilometri, navigando con mezzi propri, fino a raggiungere la meta, passando attraverso mille pericoli. Un certo numero non ce la farà, magari proprio mentre si preparano all’atterraggio, esauste, alla fine della tappa finale. La loro vita può finire proprio lì, nel tempo di un colpo di fucile che neanche sentiranno.

La copertina dell’edizione in lingua originale del libro di William Finnies. Il titolo è appunto “The snow geese” e fu pubblicato nel 2002. Sebbene si tratti indiscutibilmente di un volume affascinante, occorre ammettere che è anche molto settoriale – di nicchia, si direbbe in modo elegante – e dunque non ebbe un grandissimo successo di vendite tanto da poter essere considerato un best sellers. In compenso, come sempre accade in queste situazioni, il giornale “The Guardian” , recensì assai positivamente “Le oche delle nevi” definendolo quale: “il debutto di un talento sorprendente”. E in effetti esso costituisce il libro di esordio assoluto.di William Finnies cui è seguito solo alcuni anni più tardi il suo secondo libro “Music room”

Comunque questo libro non è un trattato scientifico sulla migrazione delle oche.

L’autore, William Fiennes, a venticinque anni si ammalò. Era il 1995. Fu operato, ma la sua situazione non migliorò e dovette subire altri interventi. Rimase a lungo in ospedale. Era impaziente di guarire e di andarsene, ma la ripresa fu molto lenta. Perciò si dovette rassegnare a rimanere in ospedale e ad evadere solo con la mente, l’unica parte di lui che poteva andare dove voleva.

Si mise a ricordare le cose che faceva quando era sano, nella vita normale di prima della malattia. Come quando si sedeva nel cortile di casa, una casa medievale costruita in pietra e situata nel mezzo dell’Inghilterra, a parecchie miglia di distanza dalla più vicina città, ad osservare i rondoni che volteggiavano intorno al tetto. Generazioni e generazioni di quegli uccelli andavano e venivano nelle loro migrazioni, anno dopo anno. Sparivano, ad un certo punto, ma tornavano sempre.

Aveva letto un libro, “The snow goose”, scritto nel 1941 da un certo William Paul Gallico, senza peraltro apprezzarlo troppo. Da questo libro fu tratto un film nel 1971.

L’autore di questo scatto, al secolo Kim Tashjian, ha così commentato il suo splendido scatto intitolato “Snow Goose Migration”: “Non c’è niente come la vista e il suono di migliaia di oche delle nevi che prendono il volo”. Aggiungiamo che questo è l’istante in cui l’occhio sintetico, per quanto dilatato, di un apparecchio fotografico dimostra tutta la sua congenita limitatezza nel cogliere una tale immensità di corpi animati volanti. Invero, questo scatto è davvero impeccabile e testimonia l’enormità – in termini di numeri – che comporta la migrazione delle oche delle nevi. Quanto alla rumorosità delle oche beh … come dimenticare le famosissime oche del Campidoglio che, secondo la leggenda, salvarono le sorti di Roma? Ebbene – a beneficio di coloro che non ricordano questo episodio della millenaria storia romana – si narra che le oche, unici animali superstiti in quanto ritenute sacre a Giunone, cominciarono a starnazzare rumorosamente avvertendo i romani asserragliatesi sul colle del Campidoglio della presenza di estranei. Questi estranei c’erano davvero ed erano nientemeno che i Galli giudati dal terrificante Brenno che  avevano già messo al sacco la città. L’assalto al Campidoglio, proprio grazie alle oche, fu respinto e Roma potè tornare grande. In effetti, tra le  nostrane europee e le nordamericane oche (delle nevi), esistono delle notevoli differenze dal punto di vista ornitologico sebbene il loro comportamento guardingo noché chiassoso le accomuni oggi come allora. 

Ma aveva anche l’abitudine , appunto, di osservare gli uccelli, molti dei quali erano stanziali. Altri, quelli migratori, poteva osservarli solo in certi periodi dell’anno quando erano presenti nei dintorni della casa.

Per superare la smania di lasciare l’ospedale e tornare a casa alla fine di una guarigione che sembrava non arrivare mai, rilesse  le osservazioni di Paul Gallico  sulla migrazione delle oche delle nevi e finì per rimanere affascinato da tutti quegli elementi di mistero riguardo a come sapevano quando fosse il momento di partire, come si orientavano, come interagivano tra loro.

Avrebbe voluto anche lui poter migrare attraverso un territorio sterminato, libero, invece di essere costretto a rimanere confinato tra le mura di un edificio per un tempo indefinibile, apparentemente interminabile, infinito.

Prima o poi sarebbe uscito, ma intanto aveva bisogno di aggrapparsi a qualcosa che lo aiutasse a superare la lunga permanenza, il peso dell’immobilità forzata, la noia del quotidiano.

Aveva bisogno di un progetto, di un’idea, di una via di fuga.

Si fece portare in ospedale tutti i libri possibili che riguardavano l’ornitologia e le migrazioni degli uccelli.

Quando finalmente guarì, decise di andare negli Stati Uniti d’America a seguire lo spostamento delle oche attraverso il continente, da Huston fino ai ghiacci della Terra di Foxe.

Appena lasciato l’ospedale Fiennes partì per l’America del Nord coma aveva sognato durante la lunga degenza, per seguire lo spostamento delle oche delle nevi attraverso il loro lunghissimo viaggio da Sud a Nord.

Il libro racconta questo viaggio.

Non è un libro comune. Non avevo mai letto niente di simile. Ma proprio per questo l’ho trovato altamente interessante, sorprendente, unico. Tanto da accarezzare l’idea di fare la stessa cosa, un giorno o l’altro in questa vita.

Né mancano aspetti tragici. Leggendo il racconto si finisce per amarle molto quelle oche. E non si può certo rimanere indifferenti alla loro sorte, quando si comprende che,  inevitabilmente, molte di esse lasceranno il loro posto nelle lunghissime formazioni, vittime di qualcuno dei tanti pericoli.

Solo per farci rendere conto della densità con cui le oche delle nevi svolgono la loro migrazione annuale, riportiamo la foto di Jeff Dyck che ci ha regalato questa vista in grandangolo intitolata: “Snow Goose Panorama” scattata sulle rive di un laghetto di Bosque del Apache, negli Stati Uniti. Sono ben lontani i territori del Canada del Nordest ove le oche andranno a riprodursi.

 

Verso la fine del libro, quando ormai l’autore e gli stormi di oche hanno raggiunto i ghiacci del Nord, ecco comparire i cacciatori. Fiennes si unisce a loro per raggiungere i luoghi dove finalmente la migrazione ha termine. Solo con le loro slitte, infatti, può raggiungere posti tanto impervi. E immancabilmente assiste all’uccisione di un gran numero di oche.

Una delle ragazze che fanno parte della spedizione dei cacciatori si incarica di far bollire alcune oche per mangiarle tutti insieme, la sera, intorno alle tende. Loro sono accampati sul ghiaccio coperto di neve, mentre nei dintorni stazionano anche migliaia e migliaia di oche accucciate a gruppi per passare la notte.

Contrariamente a quanto facciamo abitualmente, non abbiamo pubblicato la copertina del libro quale immagine in evidenza della recensione. Questo perchè la copertina del libro, nella versione italiana più che in quella originale in lingua inglese, ci è apparsa subito inadeguata rispetto all’enormità dell’argomento trattato dal volume e addirittura fin troppo approssimata se si considera l’enormità di materiale disponibile in rete a proposito delle oche delle nevi. Per questo motivo abbiamo preferito questo scatto di Sandy Paiement che ritrae una coppia di oche in volo formazione serratissima. Ricordiamo che le oche sono tendenzialemente monogame e rimangono assieme con il loro compagno/a nel corso di tuttta la loro esistenza

E’ una scena triste, ma è costretto ad uniformarsi alle necessità.

Descrive così la situazione:

“Mangiammo seduti sulla neve con la schiena contro il capanno. Non avrei voluto mangiare l’oca. Mi ero spesso immaginato nella Terra di Foxe, alla fine del mio viaggio, a guardare le oche delle nevi che tornavano nella regione in cui erano nate. Non mi era mai venuto in mente che avrei potuto mangiarne una. Ero affezionato a quegli uccelli. Non potevo fare a meno di considerarli miei amici. Ma non volevo distinguermi da Paula e Natsiq, così me ne stetti quieto a mangiare l’oca. Nel brodo galleggiava qualche piuma. Prendevo piccoli bocconi che masticavo con aria assorta. La carne era sostanziosa: potevo sentirci dentro i chilometri. I pezzetti mi rimanevano nello stomaco come sassi. Mangiammo in silenzio, accovacciati nei nostri parka; oche dentro e fuori di noi”.

Dopo questa ultima tappa Fiennes tornò a casa. Non ci volle molto perché nel lungo viaggio attraverso tanti stati americani si era spostato verso Nord-Est e ormai si trovava geograficamente molto più vicino alla sua nativa Inghilterra.

La penisola di Foxe è situata nell’estremità meridionale dell’isola di Baffin, nella regione di Qikiqtaaluk dello stato del Nunavut, in Canada. Da quella posizione, per tornare in Inghilterra, rimaneva “soltanto” il sorvolo della Groenlandia e dell’Islanda.

Il libro non finisce qui. Il viaggio di ritorno viene descritto molto dettagliatamente. Ma una volta tornato, Fiennes ritrova i luoghi a lui familiari, la casa, gli alberi, il paesaggio e gli animali.

Qui

Che le oche abbiano delle innate doti volative non occorre neanche sottolinearlo e, se ce fosse necessità, il racconto di William Finnies lo testimonia indiscutibilmente.In questo scatto si può notare l’imperiosa estensione dell’ala dell’oca delle nevi in fase di atterraggio. Diffcile immaginare di riprodurre le prestazioni aerodinamiche di un’oca delle nevi a mezzo di un congegno meccanico. Gli uccelli rimangono per noi umani terricoli un universo affascinante che possiamo solo emulare e imitare maldestramente. Oggi come ai tempi di Leonardo da Vinci. Chissà se in un prossimo futuro non si riesca a fare anche solo una frazione minima di quanto la natura ha concesso alle nostre oche …

Ritrova tutto. Ogni cosa era al suo posto, come l’aveva lasciata. Nulla di cambiato.

Lui, però, era cambiato.

Il lunghissimo viaggio insieme alle oche delle nevi, le vicende estremamente avvincenti che aveva vissuto insieme a loro, avevano lasciato una traccia indelebile nella sua anima, nel suo modo di pensare e di essere.

E adesso torniamo alla domanda iniziale: cosa ci fa la recensione di un libro sulla migrazione delle oche in un sito di carattere aeronautico?

Come dicevo, gli uccelli sono quelli che ispirano la nostra passione per il volo e le oche, ma direi tutti gli uccelli migratori, sono quelli che ammiriamo di più. Loro volano per migliaia di chilometri. Noi facciamo lo stesso (e quando non possiamo farne migliaia, ci rassegniamo a farne centinaia. Ma anche solo decine…).

Alcune oche non raggiungeranno la destinazione. Cadranno vittime di incidenti di varia natura, come purtroppo accade anche nel nostro ambiente.

Tra loro c’è una gerarchia e c’è anche nelle nostre aviazioni.

Tra loro c’è coesione e spirito di corpo. Come tra noi.

Loro come noi ragionano in termini di quota, velocità, orientamento, salita, discesa, veleggiamento, planata, decollo, atterraggio, mantenimento della posizione nella formazione e cambio di posizione quando occorre.

Una foto estremamente artistica che ritrae le oche delle nevi al tramonto in località: Bosque del Apache nello stato del New Mexico (Stati Uniiti), La foto è disponibile all’indirizzo: https://www.flickr.com/photos/manuelromaris/35891649870/ ma sappiate che le oche delle nevi sono state fotografate moltissimo nel corso degli anni in occasioni delle loro rituali migrazioni e dunque sono disponibili un’infinità di immagini che le ritraggono in tutte le posizioni, in tutti i loro assembramenti e a tutte le ore del giorno.

Loro come noi stanno attente ai pericoli e cercano di evitarli, quasi sempre con successo, ma a volte no.

Loro come noi provano la gioia di partire, di volare, di arrivare. Provano ansia e paura e, forse, anche indifferenza e noia.

Potrei continuare per molte righe ancora.

Ma soprattutto, vorrei mettere in evidenza un aspetto particolare. Come ho detto, un giorno vorrei anch’io seguire la migrazione di queste oche. O di altri uccelli migratori. Volando, però, insieme a loro.

Molti piloti lo hanno fatto. Angelo D’Arrigo è solo un esempio, ma anche Achille Cesarano. E altri ancora.

Per ora sono stati impiegati mezzi lenti, come deltamotore o parapendio motorizzati.

Al momento sono questi gli attrezzi migliori che ci offre la tecnologia.

Qual’è l’ambiente più congiale alle oche delle nevi? … ma il terreno innevato, che domande! Un grazie dello scatto “bianco” a Ted Sakshaug che ha colto le nostre oche a Romulus, stato di New York, dopo una bufera di neve

Ma il progresso tecnico è in continua evoluzione e presto o tardi fornirà qualcosa di molto più evoluto, più ecologico e più versatile. E allora davvero potremo unirci agli stormi di oche che migrano attraverso i continenti, di giorno e anche di notte. E potremo posarci con loro per una sosta qua e là e dormire in mezzo agli stormi per ripartire alle prime luci dell’alba.

Ma senza sparare a nessuno. Senza mangiare nessun esemplare.

Niente oche dentro e fuori di noi.

Solo oche intorno a noi.


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

 





The astronaut wives club

titolo: The astronaut wives club. A true story – [Il club delle mogli degliastronauti. Una storia vera]

autore: Lily Koppel

editore: Headline Publishing Group An Hachette UK Company

eISBN: 978 0 7553 6261 5

anno di pubblicazione:  2013





La dedica che troviamo subito nella prima pagina, dopo l’indice e una brevissima presentazione dell’autrice, è già di per sé illuminante. Nella sua essenzialità, otto parole in tutto, rivela l’intero contenuto del libro: –for the wives who have the “right stuff”- [Per le mogli che hanno la stoffa giusta].

Chi non ricorda il famoso film, a sua volta tratto dal famoso libro di Tom Wolfe, che aveva proprio il titolo di “The right stuff” – [La stoffa giusta]? In effetti in Italia la pellicola fu presentata con il titolo: “Uomini veri”.

Se qualcuno lo avesse dimenticato, o non lo avesse addirittura mai sentito nominare, consiglio di procurarselo con ogni mezzo. Non sarà certo difficile, dopo una rapida ricerca sul web. 

La copertina del libro di Lily Koppel nella sua versione cartacea. Purtroppo, ad oggi, non ne esiste una versione in lingua italiana, viceversa è  disponibile una versione digitale in un comodo e-book 

Sia il libro che il film riguardano, in estrema sintesi, le conquiste che nel ventesimo secolo si sono succedute a ritmo vertiginoso nel campo dell’aviazione, prima, e nel campo spaziale, poi.

E riguardano, soprattutto, i protagonisti che hanno fatto parte di questa straordinaria, lunga, ma per altri versi anche corta, storia umana. Un secolo o poco più di avvenimenti, scoperte, esperimenti, imprese, rischi, disastri e perdite di vite umane e di mezzi, ma anche di conquiste, come non si era mai visto nei millenni precedenti.

Gli uomini che questa storia hanno costruito un pezzo alla volta dovevano certamente avere la stoffa giusta per farlo.

E per uomini intendo proprio uomini, esseri umani di sesso maschile.

Il libro riguarda un periodo storico dove le donne, tranne qualche caso sporadico, restavano in disparte, dietro le quinte. Semmai se ne trovavano in maggior numero negli uffici, all’interno di strutture e servizi che quasi mai arrivavano agli onori della cronaca. In aviazione la maggioranza erano militari di sesso maschile. La struttura sociale era quella che era e la mentalità pure. Stiamo parlando degli Stati Uniti della fine degli anni ‘50

E’ fuori discussione che questi uomini, in pace come in guerra, dovessero avere la stoffa giusta per affrontare le prove alle quali erano chiamati ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Gli aviatori in special modo e gli astronauti ancor di più.

E allora, le mogli degli aviatori e degli astronauti potevano mai fare eccezione?

La dedica in questo ebook, infatti, attribuisce subito anche a loro la stoffa giusta. Ma per fare cosa?

Diciamo subito che, almeno all’inizio, nella selezione degli astronauti, oltre ai requisiti e alle tremende e a volte stravaganti prove che i candidati dovevano superare, c’era anche la clausola, forse non scritta, che la loro situazione familiare dovesse essere irreprensibile e serena. Per gli scapoli, beh, c’era poco da pretendere, ma per gli sposati…

Niente diverbi familiari, separazioni e, men che mai, divorzi.

Dopo una manciata di righe che descrivono le prove psico-fisiche previste dai medici della NASA per selezionare i piloti (inizialmente scelti solo tra i test-pilots, i piloti collaudatori), un altro paio di righe chiariscono i criteri di selezione del momento: “NASA looked into the backgrounds of not only the men but also their wives”. – [La NASA guardò dentro i trascorsi non solo degli uomini, ma anche delle loro mogli].

In questo scatto risalente al 1963 ecco le famose sette mogli del progetto Mercury. Le signore erano spesso coinvolte in celebrazioni, cerimonie e incontri dal chiaro scopo “vetrina” alla stregua delle ben più fotogeniche attrici di Hollywood.

Sembra incredibile, oggi, ma venivano poste domande come: quante volte alla settimana tua moglie cucina in casa? Beve troppo? Frequenta spesso persone di credo comunista?

E così via.

Inizialmente erano stati selezionati i primi sette neo-astronauti, che presero il nome di “the original seven”. Era l’Aprile del 1959.

A questi, nel settembre del 1962, seguirono altri nove.

E in ottobre 1963 fu annunciato il terzo gruppo di astronauti per coprire le esigenze delle missioni Gemini ed Apollo che sarebbero state sviluppate negli anni seguenti. Altri 14 elementi.

E, ovviamente, le loro mogli.

La NASA selezionò altri elementi anche nel 1966. I nuovi si auto-nominarono “the original nineteen”. E arrivarono le mogli anche di questi ultimi. Come è scritto sul libro, tutto ciò significò “another gang of gals” – un’altra banda di ragazze.

Se nella copertina del volume “The astronaut wives club” troviamo le moglie degli astronauti, nella retrocopertina non potevano mancare gli astronauti del progetto Mercury avvolti nella loro tuta argentata

La vita di queste famiglie, già molto prima che i piloti venissero scelti per le missioni spaziali, era quella tipica delle famiglie dei militari. Vivevano in alloggi di fortuna nei dintorni delle basi, o addirittura dentro le basi. Le comodità erano poche. I mariti erano fuori gran parte del giorno, rientravano dopo le cinque del pomeriggio, a volte stanchi, troppo affamati e sfiniti per giocare con i figli o prendersi cura delle faccende domestiche. Spesso partivano in aereo e stavano fuori giorni o settimane.

I piloti collaudatori convivevano con il rischio continuo. E le loro mogli lo sapevano. Si alzavano prima dell’alba per preparare le loro colazioni, salutavano il marito che andava in volo, coscienti che avrebbero anche potuto non vederlo rientrare. C’erano periodi in cui qualche squadriglia perdeva anche due uomini alla settimana. E le donne non potevano farci nulla se non andare al funerale, cantare l’inno della Navy e piangere quasi di nascosto, nascondendo gli occhi dietro il fazzoletto e il bianco dei loro guanti. Alla fine tutte si rassegnarono, continuando a condurre la loro vita fra innumerevoli difficoltà, occupandosi della casa, della logistica, dei figli e cercando di far quadrare il bilancio tra le spese e la modesta retribuzione dei loro mariti.

E conosciamole allora le famose “Mercury wives”! Da sinistra verso destra: Annie Glenn, Renè Carpenter, Louise Shepard, Betty Grissom, Trudy Cooper e infine Marjorie Slayton. Non è presente la la signora Josephine Schirra. Lo scatto le ritrae in gran spolvero in occasione del pranzo offerto in loro onore a Washington D.C. dal club delle donne giornalista statunitensi. Non stupitevi per gli abiti o il parrucco assolutamente desueto … era l’aprile 1962!

Facciamo un esempio per tutte. Marge Slayton, la moglie di Deke Slayton, ossia colui che sarebbe poi diventato il responsabile dei reclutamenti, delle assegnazioni dei piloti e della formazione degli equipaggi, ogni volta che sentiva il rumore delle pale di un elicottero in volo, aveva degli attacchi di paura e di nausea. Non perché temesse quel tipo di macchina, ma perché sapeva che se un elicottero si era levato in volo, probabilmente un jet era caduto e andavano a cercarlo. Lei usciva subito fuori a guardare l’orizzonte, alla ricerca di una eventuale colonna di fumo che salisse da un qualche punto del deserto del Mojave che circondava la base da un orizzonte all’altro. Ma anche se non c’era alcun fumo restava sempre in attesa nella più profonda preoccupazione. Si aspettava che il campanello della porta di casa suonasse e che il cappellano della base venisse ad annunciarle che ora era una vedova.

Queste mogli di aviatori conoscevano bene i disagi della vita militare. Venivano dislocate attraverso l’intera America, con le loro famiglie, sacrificando i migliori anni della loro vita facendo crescere i figli nei diversi angoli del mondo, supportando la carriera dei loro mariti. L’unica facilitazione loro concessa era il trasporto gratuito dei mobili e degli effetti personali ad ogni trasferimento.

Se nel numero in edicola il 12 settembre 1959 la prestigiosissima rivista statunitense Life aveva dedicato la copertina ai magnifici sette aspiranti astronauti del programma Mercury – quello che, dopo il volo del sovietico Yuri Gagarin, avrebbe riportato l’uomo nello spazio, ma stavolta un uomo di nazionalità statunitense – il numero successivo, pubblicato giusto una settimana dopo, rendeva onore alle rispettive magnifiche sette signore del progetto Mercury. Il primo caso editoriale di parità di genere? … macché! Un subdolo espediente per vendere copie? … probabile! … una maldestra risposta al alla curiosità morbosa dei lettori? … forse. Ad ogni modo questa copertina ha fatto la storia e noi siamo lieti di riproporvela a distanza di tanti anni, come se fosse stata appena stampata

L’era delle esplorazioni spaziali arrivò come un fulmine a ciel sereno con il lancio, da parte dell’ Unione Sovietica, del primo satellite artificiale, lo Sputnik. Gli americani si trovarono spiazzati e reagirono subito mettendo a punto la struttura che si sarebbe incaricata di fare di più e meglio di quanto avevano fatto i sovietici, quella che poi divenne la NASA.

E selezionarono i piloti che avrebbero dovuto diventare astronauti.

Perché ormai non si trattava più di lanciare in orbita un satellite che inviasse a terra un bip-bip.

Ora si pensava di mandare nello spazio degli esseri umani.

Improvvisamente le mogli degli aviatori si trovarono ad essere non più solo semplici mogli di aviatori, ma niente di meno che mogli di astronauti, sebbene inizialmente nessuno di loro avesse mai preso parte ad alcun volo spaziale. Per anni si dovevano addestrare e dovevano studiare una montagna di materie, prima di pensare soltanto ad entrare su una navicella posta in cima ad un razzo ed essere sparati fuori dall’atmosfera.

In quel periodo i razzi dei primi esperimenti avevano manifestato l’attitudine ad esplodere direttamente sulla rampa di lancio, prima di essersi alzati di più di qualche metro. Oppure subito dopo. Ormai di quei razzi si diceva che fossero i più grandi candelotti di dinamite del mondo …

Ma anche dopo, quando la tecnologia si era sviluppata al punto di fornire un buon grado di affidabilità, non mancarono gli incidenti. Alcuni di questi avvennero a bordo, non di razzi, ma di comuni aerei da caccia. E allora, di nuovo, funerali, cerimonie, mogli che da sole caricavano la loro macchina e si allontanavano dalla base, con i loro figli, verso un incerto e forse triste futuro.

C’è sempre, in ogni cosa, la cosiddetta altra faccia della medaglia. E arrivò anche per queste donne.

La nuova condizione di mogli di astronauti aveva portato una novità: la celebrità.

La televisione, dal 1945 in poi, si era andata sviluppando in maniera esponenziale. Aveva soppiantato la fotografia, perché la gente preferiva le immagini in movimento rispetto a quelle statiche, anche se in entrambi i casi erano in bianco e nero.

Non è certo il primo né sarà l’ultimo libro a essere oggetto di attenzioni da parte dell’industria cinematografica statunitense. In effetti anche “The astronaut wives club” ha ispirato una serie televisiva che porta lo stesso titolo e che ha come protagoniste, così come nel libro, le sette mogli dei Mercury Seven, ossia il primo gruppo di astronauti del progetto Mercury, antesignano del programma Apollo. Per intenderci, il famosissimo programma Apollo che, in occasione della sua undicesima missione, porterà l’uomo sulla Luna. La serie tv, prodotta dalla rete statunitense ABC, è stata messa in onda negli USA nel 2015 mentre è giunta in Italia nel 2019 con responsi appena tiepidi da parte della critica e addirittura pessimi da parte del pubblico televisivo. Così, se negli Stati Uniti le puntate sono state visionate da uno sparuto numero di spettatori (poco più di 5 milioni, per la prima puntata pilota e sempre peggio per le successive, praticamente una vera inezia per l’enorme platea televisiva statunitense), nel nostro paese è andata addirittura peggio. La rete televisiva La7, a fronte di una pubblico praticamente assente, ha rimodulato la messa in onda in prima serata spostandola al pomeriggio in quello che, in gergo, si dice un vero flop in termini di audiance. E dire che il 2019, complice il cinquantenario del primo allunaggio, una siffatta serie televisiva dedicata allo spazio, astronauti e relative moglie avrebbe potuto riscuotere l’attenzione del grande pubblico, invece … Ovviamente alla prima stagione non seguirà una seconda. Questa è la copertina dell’omonima serie tv, appunto, e questo il link al sito della serie statunitense

I reporters, sia fotografici che televisivi, di fronte a quella immensa novità che era la NASA e la corsa allo spazio, sciamavano a frotte lungo i viali che portavano alle case dove risiedevano le famiglie degli astronauti. Donne che prima se ne stavano in incognito nelle loro case, che uscivano per fare la spesa senza che quasi non si sapesse chi fossero, ora erano braccate ovunque, perfino all’interno delle loro stanze. In molti casi, infatti, si ritrovavano ad essere inquadrate nel mirino di un apparecchio da ripresa che qualche reporter più intraprendente era riuscito ad infilare tra le persiane della finestra. I giardini di cui ogni casa era dotata pullulavano di giornalisti e delle loro attrezzature, cavalletti e luci da ripresa.

La NASA non aveva fornito loro alcuna preparazione su come affrontare queste situazioni. All’inizio dovettero cavarsela da sole. E in breve tempo l’assedio dei media divenne estremamente fastidioso. Ci furono anche casi di crisi nervose e almeno un suicidio.

Ma era anche gratificante. Molte si lasciarono travolgere da quella improvvisa esplosione di popolarità. Indossavano i migliori capi di vestiario, si truccavano in modo da risultare al meglio nelle riprese, assumevano tutte le pose che i reporters richiedevano.

C’erano sempre party, feste di ogni tipo e per ogni occasione.

Negli anni, con il succedersi delle missioni, prima Mercury, poi Gemini e poi Apollo, gli astronauti cominciarono ad essere impegnati per moltissime ore. Lo studio delle materie specifiche, l’addestramento al simulatore, gli spostamenti per tutti gli Stati Uniti, ovunque ci fosse motivo di andare, li tenevano lontani da casa quasi sempre. Per raggiungere gli stabilimenti dove venivano costruiti i vari elementi che costituivano i razzi, le navicelle o i sistemi di ogni tipo, usavano un bel numero di jet militari, i T38, come se fossero aerotaxi privati. Ogni astronauta doveva seguire lo sviluppo di ogni tecnologia, non solo per sorvegliare la loro costruzione, ma soprattutto per fornire indicazioni, affinché tutto rispondesse alla massima adeguatezza possibile.

Erano tutti piloti sperimentali, abbiamo detto.

Ma la loro assenza non poteva lasciare la situazione della famiglia senza conseguenze.

Una volta rientrati felicemente sulla Terra, nell’incertezza che potessero recare un qualche virus non meglio definito o un agente patogeno sconosciuto contratto nello spazio o sulla superficie lunare – con effetti imprevedibili quanto devastanti per l’intero genere umano – , i tre astronauti della missione Apollo 11 furono posti dalla NASA in rigorosa quarantena all’interno del Mobile Quarantine Facility. Furono lì segregati per 21 giorni dopo il volo che, i primi nella storia dell’umanità, aveva permesso loro (in realtà a solo due dei tre) di toccare il suolo incontaminato della Luna. Gli astronauti Neil A. Armstrong, Edwin E. Aldrin Jr., and Michael Collins in questo famoso scatto del 27 luglio 1969, si mostrano attraverso la grande finestra del modulo di quarantena per salutare – le vediamo di spalle – le loro rispettive consorti che sono (partendo da sinistra verso destra): Mrs. Pat Collins, Mrs. Jan Armstrong, and Mrs. Joan Aldrin. Sono sicuramente le “astronaut wives” più celebri di questo singolare club per sole donne. Foto proveniente dall’archivio NASA presente all’indirizzo: https://www.flickr.com/photos/nasa2explore/9352707408/

Le mogli, lasciate da sole con il peso della conduzione della casa, dove l’elemento mancante non poteva apportare alcun aiuto, resistettero a lungo. Passarono parecchi anni, ma le prime avvisaglie di disagio cominciarono a manifestarsi nelle famiglie. Molte si sarebbero separate e divorziate già da tempo, ma resistettero per non provocare problemi tra i loro mariti e la NASA, visto che non sarebbero stati tollerati disordini familiari.

Poi, dapprima in sordina, in gran segreto, ma inesorabilmente, la disgregazione delle famiglie divenne un fatto frequente, quasi normale. Tanto che anche la NASA finì per accettare tacitamente l’andamento di certe dinamiche.

La serie delle separazioni e divorzi continuò per tutto il periodo delle missioni spaziali.

Ma bisogna comprendere che la pressione alla quale le mogli degli astronauti si trovarono esposte era davvero immensa.

Furono costrette per anni a mostrare in pubblico una vita di perfezione. Ma i loro uomini erano impegnati nel programma spaziale anche per 18 ore al giorno. O per periodi lunghissimi di giorni, anche di settimane.

Molte mogli aspettarono la fine del programma spaziale per chiedere finalmente il divorzio e nel frattempo sostennero la parte della moglie perfetta con stoica rassegnazione.

Gli astronauti erano molto famosi, all’epoca. Specialmente quelli che avevano volato nello spazio almeno una volta. Erano più richiesti dalle donne di quanto lo siano oggi le rock star. Venivano “assediati” da un gran numero di ragazze, impazienti di poter avere una storia con loro. Lontano dalle famiglie, molti di loro, forse tutti, approfittarono della situazione. Le mogli, a casa, sapevano anche questo. I tradimenti coniugali erano frequenti.

Dopo ogni missione Apollo, che aveva impegnato nel modo suddetto i membri degli equipaggi, fino al loro ritorno sulla Terra, quando ormai si sarebbe potuto pensare che gli uomini potessero finalmente riprendere la normale vita familiare, cominciarono invece gli interminabili viaggi per esigenze di pubbliche relazioni. Altri mesi e mesi lontani da casa, stavolta gli astronauti potevano portare con loro anche la famiglia. Ma neppure in viaggio c’era l’opportunità e il tempo per alcuna intimità.

Il ritratto dell’affascinante autrice del libro “The astronaut wives club”, al secolo Lily Kopp, ripresa dalla pagina che l’editore Hachette le dedica. In effetti nel web sono presenti numerose foto della giornalista statunitense che, in età matura, ha cambiato notevolmente il suo aspetto.

Molte mogli abbandonarono l’impresa e se ne tornarono a casa. Di nuovo sole, come erano sempre state.

Ecco di cosa parla questo libro. Della vita di donne semplici, travolte per anni dai danni collaterali che anche i loro mariti hanno subito durante lo stesso periodo storico. Del sacrificio degli uomini si era abbondantemente parlato. Di quello, immenso, delle mogli, invece no.

Per questo fondarono l’Astronaut Wives Club. Per avere una valvola di scarico alle loro frustrazioni e avere un’opportunità di evadere dalle occupazioni familiari.

L’Astronaut Wives Club le mostra come eroine. Un onore che si meritano.

Secondo Lily Koppel, l’autrice di questo libro, queste mogli sono state le pioniere del Movimento delle Mogli che cominciò nel 1960.

Lily Koppel ha dovuto viaggiare attraverso l’intera America per riuscire ad intervistare queste donne prima ancora di cominciare a scrivere The Astronaut Wives Club.

Una di loro, alla domanda di cosa provasse ad essere la moglie di un astronauta, rispose: “se credete che andare sulla Luna sia difficile, provate a rimanere a casa”. Dopo aver letto questo libro non stentiamo a crederle.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

 





Ghiaccio vetrone





Anche nel nostro paese – il paese del sole – giunge prima o poi l’inverno. Inevitabilmente.

Sebbene si alternino giornate di pioggia intensa a periodi di caldo fuori stagione, l’inverno ci ricorda che esiste ancora. Non solo nei ricordi degli anziani.

Nonostante sia ormai ufficialmente sfasato dal calendario, con la sua aria gelida, la nebbia ghiacciata, il vento tagliente, le temperature abbondantemente sotto lo zero termico l’inverno ci ricorda puntualmente che è e sempre rimarrà una delle quattro stagioni; sembra quasi volerlo sottolineare ogni volta all’inizio della primavera che – già da diversi anni – ci ha abituato a colpi di coda dell’inverno ben più fredde o nevose dell’inverno stesso.

Qualche giorno fa, io imbacuccato all’inverosimile, lui fasciato da un cappotto sportivo dal taglio elegante, ne parlavo giusto con il com.te Antonino Desti.

– Che ghiacciata, stamattina! Visto che roba, command? – dicevo mentre abbassavo ulteriormente il bordo del cappello fin quasi a coprire le ciglia.

– Ghiaccio oggi? … mai quanto alla Malpensa!

– Malpensa? – Gli chiesi interlocutorio.

Quella mattina io m’ero impressionato del prato dell’aeroporto completamente bianco e dell’asfalto sdrucciolevole delle strade della mia città al centro dell’Italia … egoisticamente il pensiero non m’era certo andato  alla distesa gelata della Padana, alla famosa galaverna che imperversava sicuramente in tutte le regioni del Nord.

– Sì, una volta che atterrai a Linate …

– Ah, ecco … atterrando alla … – gli feci eco, fiducioso che mi avrebbe spiegato il perchè, il per come, quando, con chi e in mancanza di cosa gli era capitato quello che mi aveva appena accennato.

I piloti di secolare esperienza come il comandante Desti sono così: hanno una storia per ogni situazione, per ogni luogo, per ogni epoca. Beati loro! Solo che non è facile farsi spiegare, farsi raccontare o meglio: ti devi guadagnare il loro racconto mostrando loro sincero interesse altrimenti si richiudono a riccio e allora addio!

Devo confessare che, di mia natura, sono sfacciatamente curioso. Almeno per quanto riguarda le questioni aeronautiche. Mi piace apprendere spezzoni della vita aerea altrui o delle persone che, come il comandante Desti, presumo abbiano trascorso più tempo in volo che a terra. Amo immedesimarmi nelle avventure che riesco ad estorcere ai piloti militari, commerciali o sportivi che siano perchè è un po’ come vivere tante vite contemporaneamente. Mica male, eh?

Insomma drizzai tutte le antenne, accesi il registratore della memoria e pungolai il comandante affinchè mi confidasse la sua esperienza.

Quello che mi descrisse, dopo aver toccato terra sulla pista della Malpensa, mi impressionò molto più del più terrificante film horror. E sappiate con sono così facilmente impressionabile.

Le foto che gli ho poi estorto ne sono la testimonianza visiva. Incontestabile.

Anche l’articolo che gli ho sottratto minacciandolo fisicamente ne è la conferma. A quelli vi rimando e lascio a voi i commenti.

Articolo in .pdf: Ghiaccio vetrone articolo Alitalia 




Fotografie del Com.te Antonino Desti

Testo liberamente tratto dal racconto

del Com.te Antonino Desti

e scritto dalla Redazione di Voci di hangar





L’articolo pubblicato sulla rivista interna dei piloti Alitalia. Il command Desti, un poco contrito, mi confessò che nel testo è presente un imperdonabile piccolissimo refuso: l’EPR dei motori era 1,57 anzichè 1,5. Il linguaggio pilotese usato dall’autore è piuttosto  tecnico … d’altra parte l’articolo non era nient’altro che una relazione tecnica riservata ai colleghi e non a poveri “terricoli” come noi; fortunatamente le foto sono piuttosto eloquenti e non abbisognano di commenti, vero?  

Ed ecco la foto originale che è stata utilizzata nell’articolo. Il com.te Desti la scattò fortunosamente a mezzo di una macchina fotografica (all’epoca c’erano ancora solo quelle a rullino) che, da buona abitudine, portava sempre con sè in cabina. Secondo noi per ritrarre le hostess di bell’aspetto … lui dice per motivi di servizio. Bah … La sua attenzione fu richiamata dal personale di terra che – ce lo immaginiamo – potrebbe avergli urlato in dialetto linatese: “Venga, venga Comandà, venga un po’ a vedè c’ha fatto!?”  Chiaramente si trattava di personale romano in trasferta a Linate.

La disavventura occorsa al nostro comandante poteva passare inosservata? Certo che no … e infatti, alcuni anni dopo, facendone tesoro, lo scatto è stato scelto addirittura per la copertina di un libro che trattava appunto l’argomento del ghiaccio che si accumula e si può accumulare in certe condizioni particolari sugli aeromobili. Diciamoci la verità: alle nostre latitudine è probabile che nella lunga carriera di un pilota commerciale, statistiche o non statistiche,  non gli accada mai un evento del genere. Viceversa il com.te Desti può dirlo: a me è capitato e queste sono le prove incontestabili! Che la sua esperienza sia utile a tutti i piloti, commerciali e non nonchè un grazie sincero agli autori del libro per aver posto la loro attenzione a questo raro ma possibile fenomeno meteorologico 

 

L’immagine raccapricciante che è stata – e meritatamente – scelta per la copertina del libro dedicato al ghiaccio aeronautico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ruotino anteriore poteva essere risparmiato dal ghiaccio vetrone? Niente affatto … ed eccolo qui immortalato dall’occhio impietoso della fotocamera del comandante-fotografo.

In questo scatto il ghiaccio si è già sciolto per lo più: pericolo scampato! Quyalcuno sostiene che i passeggeri, resisi conto, abbiano festeggiato brindando con dell’ottimo spumante italiano. Per rinfrescare le borttiglie indovinate un po’ dove hanno preso il ghiaccio?