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No dream is too high

titolo: No dream is too high – Life lesson from a man who walked on the moon [Nessun sogno è troppo elevato – Lezioni di vita da parte di un uomo che ha camminato sulla Luna]

autore: Buzz Aldrin

con la collaborazione di: Ken Abraham

editore: Editore National Geographic Partners, LLC.

anno di pubblicazione: 2016

ISBN: 9781426216497 e 978-1-4262-1650-3





C’era una volta il libro. Intendo il libro fisico, fatto di pagine, copertina e rilegatura, con testo ed immagini e odore di carta.

Un odore che inebria. La prima cosa che ci si sente dire quando paragoniamo il libro fisico con quello elettronico è questa: “a me piace ficcare il naso tra le pagine e sentire l’odore della carta …”

Il libro elettronico, l’ebook, il nuovo venuto che ha sostituito il libro tradizionale, non ha odore. Non ha consistenza, non si può prendere da uno scaffale e sfogliarlo tra le mani. Non si può neppure prestare, scambiare tra amici e riavere indietro dopo un certo tempo.

Complice la copertina della prestigiosa rivista National Geographic, questa è l’immagine dell’impresa lunare rimasta più vivida nell’immaginario collettivo mondiale. Anche a distanza di tanti anni. Vi è ritratto Buzz Aldrin sulla superficie della Luna. Per gli amanti della bibliografia, si tratta della rivista nr 6, vol 136 del dicembre 1969

L’ebook sta nel suo scaffale virtuale, non occupa spazio fisico. Si apre all’interno di un lettore, su uno schermo e si sfoglia per modo di dire mandando avanti e indietro le sue pagine che sono solo schermate elettroniche.

Tuttavia, l’ebook è destinato ad inserirsi profondamente nel mercato del libro, per tanti motivi. Solo per citarne alcuni:

  • I libri elettronici non occupano spazio, non necessitano di enormi scaffalature, non raccolgono polvere e non costringono ad approfondite e frequenti pulizie.
  • In un Kobo o in un Kindle, che sono i più comuni lettori di ebook, entrano tanti libri, anche alcune migliaia, occupando solo la memoria interna, ma poi questi lettori hanno lo slot per una memoria aggiuntiva, tipo micro SD, di parecchi Gb. Allora nel lettore possiamo stivare l’equivalente di intere biblioteche.
  • I libri elettronici non si comprano in libreria, ma su siti internet appositi. Si pagano online e si scaricano in pochi minuti e subito sono disponibili per la lettura.
  • E’ possibile reperire libri da ogni parte del mondo. In altre parole non serve andare in America per avere un libro disponibile solo sul mercato americano, né dobbiamo ordinarlo e farcelo spedire. Si apre un mondo enorme di possibilità che non esisteva solo una decina di anni fa.

Che dire? Il futuro è già qui.

Una foto dal pregevole gusto artistico che ritrae l’equipaggio Apollo 11 (da sinistra verso destra: Michael Collins, Edwin E. “Buzz” Aldrin jr., Neil A. Amstrong ). In stile squisitamente hollywooddiano, la missione lunare ebbe un enorme supporto mediatico prima, durante e dopo.

Mi è stato regalato un Kobo. Le mie sorelle sapevano che ordinavo libri negli Stati Uniti attraverso una libreria specializzata che si trova al centro di Roma. Hanno pensato di farmi cosa gradita, così che potessi scaricare i libri desiderati, se disponibili.

Quando ho ricevuto questo regalo, mi ha fatto piacere, ma ero scettico sulla sua reale utilità. Anch’io appartengo a coloro che vogliono sentire l’odore della carta. Solo dopo un certo tempo mi sono deciso a scaricare qualche libro, giusto per fare la prova.

Poi mi si è aperto un mondo sterminato. In meno di un anno ho scaricato oltre centocinquanta libri nel mio Kobo. Ne ho letti molti e continuo a leggerli ogni volta che posso.

Tra gli argomenti di mio interesse c’è, ovviamente, il volo. Ma anche l’informatica, la scienza, i viaggi, la geografia etc.

Secondo la storia accreditata delle missioni Apollo, Il logo della missione nr 11 fu elaborato dall’astronauta Collins in persona. A ben guardarlo con gli occhi disincantati – per non dire maliziosi – di oggi, non possiamo non apprezzare una bella aquila con le ali spiegate in fase di atterraggio sul suolo lunare con, sullo sfondo, un affascinante spicchio del pianeta Terra. Ovviamente l’aquila è il modulo LM soprannominato appunto “Eagle” mentre, almeno nelle intenzioni dell’ideatore, tra gli artigli del rapace avrebbe dovuto esserci un ramoscello d ulivo, simbolo per antonomasia della pace. Il messaggio era dunque chiaro: l’aquila statunitense che atterra sulla Luna con intenzioni pacifiche. Peccato che il disegnatore, autore materiale del logo, non ebbe ben chiaro che forma potesse avere un rametto d’ulivo (pare un ramo di latifoglia!) e che – non dimentichiamolo- l’aquila è anche il simbolo degli Stati Uniti. Inoltre occorre notare come il numero 11 non fu indicato facendo ricorso ai numeri romani bensì ai numeri arabi e non appaiono i nomi dei tre astronauti che formavano l’equipaggio ufficiale. Sempre secondo la storia accreditata delle missioni Apollo, pare che la scelta dei numeri arabi fu per renderli universalmente riconoscibili mentre l’assenza dei nomi fu per rendere merito alla moltitudine di persone che resero possibile la missione. Vabbè!

E la storia della conquista dello spazio e le missioni Apollo.

Ho scaricato tutti i libri disponibili scritti dagli astronauti stessi, quelli che hanno fatto parte delle prime esperienze preparatorie alla corsa alla conquista della Luna e che poi sulla Luna ci sono andati veramente.

Uno dei personaggi più illustri tra questi astronauti è il secondo uomo a mettere piede sul suolo lunare: Buzz Aldrin.

Molto recentemente mi imbattevo spesso nella pubblicità di un libro che Aldrin aveva scritto, intitolato: “No dream is too high”. Su Facebook girano spesso notizie del genere. Non avevo idea su come poterlo ordinare e leggere, ma da una breve ricerca ho scoperto che era disponibile la versione ebook. Avevo il Kobo e in pochi minuti il libro era nella sua memoria interna, pronto per essere letto. Fantastico.

Aldrin è stato il secondo essere umano a posare il piede sulla superficie lunare. Il primo è stato Neil Armstrong.

Già essere stato sulla Luna non è un fatto di poco conto per chiunque. Sin dalle prime pagine si può intuire che l’autore è rimasto profondamente influenzato dall’esperienza. Il libro è un’autobiografia un po’ particolare, ma la cosa che traspare maggiormente riguarda proprio l’effetto che una tale impresa ha avuto sulla vita personale di Aldrin dopo il rientro sulla Terra.

Un’altra memorabile copertina che è rimasta nella storia dell’umanità. Si tratta di Buzz Aldrin fotografato dal suo compagno di missione Neil Amstrong durante le quasi 3 ore in cui scorrazzarono sulla superficie lunare. “To the moon and back” – “Alla Luna e ritorno” recita lo strillo sotto il logo della rivista. Occorreva aggiungerlo? Da notare l’elevatissima nitidezza con cui fu scattata la fotografia. E dire che, al momento di rientrare sulla Terra, i due astronauti lasciarono sulla superficie lunare una preziosissima fotocamera Hasselblad e altra apparecchiatura scientifica di notevole valore. Barattarono il tutto con circa 20 chili di rocce lunari. Quello che si dice uno scambio alla dispari!

E’ un discorso complesso, tanto articolato da non poter essere sintetizzato in poche parole, neppure in una recensione come questa. Aldrin ha scritto diversi libri e, non esagero a dire, bisogna leggerli tutti per avere un quadro, se non completo, almeno migliore.

Il primo capitolo ha per titolo: “The sky is not the limit. There are footprints on the moon – [Il cielo non è il limite. Ci sono impronte sulla Luna]”.

Certo, si dice che il limite è il cielo. Perfino noi che voliamo usiamo questa espressione. Ma per un astronauta non vale. Lui va ben oltre il cielo. E già questo, si intuisce, può dare una sensazione di onnipotenza dalla quale diviene poi difficile difendersi affinché non diventi patologica.

La tuta di volo dell’autore del libro. Non che i cimeli astronautici siano diventati delle reliquie tuttavia esiste un certo mercato di oggettistica aerospaziale alimentato da una notevole massa di collezionisti o di musei.

Il capitolo quattro è altrettanto illuminante: “Second comes right after first”

Il secondo viene subito dopo il primo. Questa è la frase che Aldrin si è sentito ripetere molto spesso, sia prima che dopo l’impresa di sbarco sulla Luna. Tutti lo volevano in qualche modo consolare della delusione di essere stato il secondo a scendere dalla navetta. Il mondo avrebbe ricordato il primo. Lui sarebbe passato alla storia. Il secondo avrebbe avuto una minore importanza, la sua figura sarebbe rimasta inesorabilmente nell’ombra del primo. E pensare che secondo le regole in vigore fino a pochi giorni prima del lancio sarebbe spettato a lui scendere la scaletta davanti ad Armstrong. Ma poi le regole sono state cambiate per ragioni forse politiche e anche di opportunità.

Ma per lo spirito ferocemente competitivo esistente a quel tempo tra gli equipaggi … la differenza tra il primo e il secondo era abissale. Infatti per tutto il libro se ne percepisce l’effetto sulla capacità di riadattamento alla vita comune dell’autore.

Nessun sogno è troppo alto, dice il titolo. Ma il sottotitolo dice anche che nel contenuto ci sono lezioni di vita da parte di chi ha camminato sulla luna.

La targa commemorativa della missione Apollo 11 che fu applicata su uno dei nove gradini di cui era dotato il LM lasciato poi sulla Luna. Tradotta in italiano suona così: “Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna Luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità”. Seguono poi le firme dei tre astronauti con il loro nome in chiaro e quella del presidente degli USA Richard Nixon, in carica al momento della missione. Occorre ricordare però, che fu per merito del suo precedecessore, certo John F. Kennedy, se le missioni spaziali statunitensi ebbero un fortissimo impulso (oltre al primo successo sovietico con il cosmonauta Yuri Gagarin). Davanti al Congresso degli Stati Uniti, il giovane presidente Kennedy pronuciò un famoso discorso in cui proclamò: “Questo paese deve impegnarsi a realizzare l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra”. Mai discorso fu così profetico

Le lezioni ci sono. Resta da capire se Aldrin le ha scritte per aiutare gli altri nelle scelte di vita, per raggiungere i sogni, per quanto alti questi possano essere, oppure per aiutare se stesso ad affrontare la propria incapacità di tornare ad una vita normale, dopo essere salito tanto in alto.

Tutta la vita di questo astronauta è stata eccezionale. Pilota militare, ha combattuto in Corea, abbattendo anche un MIG. Laureato al MIT in scienze aeronautiche con una tesi che riguardava proprio le tecniche di aggancio tra due veicoli spaziali, il famoso rendez-vous che è divenuto poi la manovra chiave che ha reso possibile la conquista della Luna, è entrato alla NASA ed ha cominciato un difficilissimo programma di formazione e addestramento durato anni.

Lanci e passeggiate spaziali eseguiti con successo si sono svolti insieme alle vicende di vita personale, come il matrimonio, i figli, i viaggi, lo studio etc.

Infine il programma Apollo, funestato da un paio di incidenti che ne hanno rallentato lo svolgimento. L’Apollo 11, quello del primo sbarco sulla Luna rappresenta la vetta più alta raggiunta. Il libro riguarda anche questo. Ma soprattutto riguarda il dopo. La vita che segue un simile, grandissimo evento. Gli effetti inaspettati e all’epoca sconosciuti che da quel momento in poi, in un lento crescendo, hanno travolto la vita personale e familiare di Aldrin, con problemi di alcolismo e di depressione.

Gli astronauti erano tutti piloti, tranne uno, che era un geologo e ha fatto parte dell’Apollo 17, sbarcato sulla luna nel 1972 insieme a Gene Cernan.

Impensabile parlare di depressione per un pilota. Solo parlarne avrebbe avuto ripercussioni sulla carriera. E l’alcolismo non era considerato un problema. Tutti bevevano, era un fatto comune.

Aldrin ha capito che le cose non stavano così. Ha avuto il coraggio di affrontare l’argomento e i rischi connessi ed ha chiesto aiuto.

I luminari di allora non erano molto preparati. Tutto andava studiato e sperimentato.

Lo studio e la sperimentazione di cure idonee per problemi del genere sono iniziati grazie ad Aldrin. Di questo, poi, hanno tratto beneficio anche altri astronauti, che si sono trovati a dover affrontare gli stessi problemi.

La retocopertina del libro di Buzz Aldrin che in italiano suona più o meno come: “Alla Luna e oltre”. Classe 1930 – come i suoi due compagni di avventura – Aldrin è autore di ben nove libri dedicati allo spazio ed è stato sempre un infaticabile sostenitore delle missioni spaziali a carattere esplorativo, ivi comprese quelle finalizzate al raggiungimento del pianeta Marte nonchè all’insediamento di una stazione permanente umana sul pianeta rosso.

Il libro parla anche di queste cose.

Leggere il racconto dettagliato di chi ha vissuto fatti tanto eclatanti è molto interessante. Se ne percepisce la complessità, la difficoltà, le emozioni che hanno accompagnato avvenimenti che conosciamo solo attraverso i giornali e la televisione. Il primo sbarco sulla Luna è stato per tutti un fatto epocale e ognuno di noi sa dire dov’era in quei giorni. Tutti ricordano la notte di luglio e le immagini in bianco e nero dei due uomini che per la prima volta si muovevano sul suolo lunare. Leggendo il libro mi sono ritrovato spessissimo a ricordare e a fare un parallelo tra le mie vicende personali di quei giorni, mentre Aldrin descrive la sua storia.

Ci sono tante altre cose da dire su questo argomento. Come ho già detto, non è possibile sintetizzare in poche righe la storia delle conquiste spaziali. Ma Aldrin ha scritto altri libri. Ed anche molti altri astronauti lo hanno fatto. Ci sono elementi in comune tra queste storie.

Avremo modo di riparlarne.



Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)


Mission to Mars

Magnificient desolation

Return to Earth



In volo tra le nuvole … e nello spazio

L’autore di questo breve racconto – forse fin troppo breve – ci ha confessato che “[…] non è altro che la trasposizione su carta di un sogno che ho fatto tempo fa”.

Ha inoltre ammesso: “Essendo uno scrittore per hobby ho dato una mia interpretazione al sogno per integrarlo con la mia passione per le letture e il cinema di fantascienza, soprattutto quello dei classici anni ’40 e ’50”.

Una possibile versione onirica in cui potrebbe essere in volo nello spazio il protagonista del racconto di Massimiliano Murgia

Dunque una confessione chiara e articolata cui, per concludere ha aggiunto: “Ne è uscito forse un racconto dai tratti inquietanti, ma credo che ognuno di noi abbia un incubo ricorrente, che vorrebbe magari esorcizzare traducendolo in parole.

In sintesi, qui in poche righe si narra di un volo virtuale e di uno reale”

Può il rapporto parentale attraversare il cielo e lo spazio … ebbene questa è la congettura sulla quale si base il racconto “In volo tra le nuvole … e nello spazio”. Questa è una raffigurazione creativa di Titano, una delle lune di Giove

La giuria della V edizione del Premio, purtroppo, non lo ha valutato di particolare originalità e neanche di sufficiente contenuto aeronautico tanto che non ha ritenuto opportuno promuoverlo alla fase finale del concorso e dunque ammetterlo alla rosa dei 20 racconti che sono stati poi inseriti nell’antologia del Premio. Purtroppo per l’autore, fortuna per noi che possiamo leggerlo in anteprima.

Ad ogni modo, al di là di ogni personale opinione, il racconto a noi è piaciuto nella sua scorrevolezza, nella rapidità espositiva, nel parallelismo della vicenda reale e onirica che unisce i due fratelli (gemelli?). Certo non piacerà ai praticanti del paracadutismo e neanche a coloro che amano i testi ben sviluppati in tutte le loro sfaccettature … ma se faranno una ragione perché i racconti tra le nuvole sono così: imprevedibili, eterei, informi … praticamente come volare tra le nuvole e nello spazio


Narrativa / Breve

Inedito

Ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2017;

in esclusiva per “Voci di hangar”

Cronache interplanetarie

Nel dicembre 2017 tutti i mezzi d’informazione hanno concesso un notevole risalto alla notizia secondo cui la NASA, a mezzo del portentoso telescopio orbitale Kepler e di un mirabolante sistema di interpretazione dei dati rilevati, avrebbe avvistato un sistema solare del tutto simile al nostro, ossia dotato di un Sole e otto pianeti orbitanti attorno ad esso tra cui – almeno uno – forse capace di ospitare delle forme di vita così come la intendiamo noi.

Ecco come apparirebbe il nostro pianeta ad un potenziale osservatore esterno. Casualmente vedrebbe alla sua sinistra una magnifica terra emersa dalla singolare forma di stivale chiamata “Italia” mentre n basso non potrebbe fare a meno di notare uno strano agglomerato di scatole metalliche e pannelli riflettenti che prendono il nome di ISS – International Space Station o semplicemente Stazione Spaziale Internazionale

E in questo – penserete voi – nulla di sconvolgente, fatto salvo che il sedicente sistema planetario si troverebbe ad una distanza inimmaginabile secondo le unità di misura terrestri. Si parlava di alcune migliaia di anni-luce: praticamente irraggiungibile con gli attuali sistemi di propulsione aerospaziali.

Per quanto ci riguarda – intesi come Redazione di VOCI DI HANGAR – la questione ci è subito apparsa ancora meno sconvolgente in quanto, già a settembre dello stesso anno, un partecipante della V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” di cui – lo ricordiamo – il nostro sito è uno degli organizzatori, ci aveva già preannunciato l’esistenza del pianeta UNO nonché di una civiltà ivi residente addirittura più tecnologica della nostra. E questo alla faccia della NASA e a dispetto del costosissimo telescopio Kepler o dell’intelligenza artificiale ad esso associata.

Ecco come apparirebbe ad un eventuale osservatore interplanetario la semiala di un aeroplano in restauro da parte di un invasato soco dell’HAG. Roba dell’altro mondo!

Ed ecco come apparirebbe, spendendo centinaia di ore di lavoro, la fusoliera di un glorioso Stinson L5-Sentinel durante un restauro radicale. Viene davvero da pensare: sono proprio alieni questi piloti dell’HAG!

Noi, con pochissima o nulla spesa, grazie a quel mostro di veggenza visionaria di Vito Grisoni – così si chiama il nostro scrittore -, sapevamo già tutto. Anzi sapevamo molto di più perché il nostro Vito ha redatto nientemeno che delle “Cronache interplanetarie” in cui ci spiega come gli abitanti di UNO ci osservino già da tempo, di quanto siano curiosi di fronte al grande spettacolo costituito dall’umanità e dai suoi molteplici singolari comportamenti.

Insomma – la NASA non ce ne voglia – ma a noi, per giungere su Keplero 90 – così è stato battezzato il lontanissimo sistema planetario – è stato sufficiente leggere il racconto anziché viaggiare nello spazio per diversi miliardi di miliardi di chilometri!

A parte gli scherzi, contrariamente a quanto lascia presagire il titolo, queste “cronache interplanetarie” non hanno nulla a che vedere con quelle ben più blasonate di Asimoviana memoria (Cronache della galassia). Il nostro affezionato Vito ci ha infatti regalato un breve testo, leggero, piacevole, scritto in modo disinvolto e che vuol essere il pretesto per additare taluni vezzi ma anche talaltri malcostumi di cui il genere umano è depositario. Vezzi e malcostumi che saltano agli occhi specialmente ad un probabile osservatore esterno, magari proveniente appunto dal pianeta UNO.

In realtà, il tema aeronautico è presente in modo davvero marginale e – non a caso – la giuria ha pesantemente penalizzato questa composizione non ritenendola meritevole di accedere alla fase finale del Premio tuttavia, l’autore ha tentato di porre in risalto l’insano entusiasmo che anima certi sedicenti piloti – pochissimi in verità – nel restaurare e poi far volare antiche macchine volanti, cimeli di un’aviazione terrestre ormai datata. Praticamente il ritratto dei piloti dell’HAG! HAG che – lo ricordiamo – è l’associazione italiana composta proprio da piloti che riportano in condizioni di volo i velivoli storici più disparati e che – casualmente – assieme al nostro sito, è l’altro organizzatore del Premio letterario “Racconti tra le nuvole”. In altre parole: un racconto scritto su misura dell’HAG,

In verità le nostre “cronache” diventano addirittura goderecce quando mostrano anche qualche sfumatura di nero, di grigio, di rosso o di fucsia – se lo preferite – in quanto riportano, sempre secondo il racconto del famoso osservatore del pianeta UNO, le prestazioni coniugali nonché extra coniugali di un maschio terrestre preso a campione.

Per il resto, sebbene l’invenzione narrativa non sia proprio originale, consente all’autore di additare nefandezze molteplici e comportamenti miserabili di cui l’umanità non può certo esserne fiera. Inoltre – diciamolo chiaramente – appare come un’occasione mancata dal punto di vista squisitamente letterario. Forse per l’eccessiva brevità, forse per il tentativo – peraltro assai difficile – di dare un taglio aeronautico/aerospaziale che lo rendesse pertinente al tema stringente del Premio. E sì che il notevole numero di battute ammesse dal bando di concorso avrebbe consentito all’autore di dare corpo e spessore al racconto che – lo ripetiamo a scanso di fraintendimenti – risulta comunque godibile.

Lo Stinson è stato finalmente restaurato ed è in volo assieme al suo figliolo prediletto:  un Cessna L19 Bird Dog.

In definitiva un racconto da leggere anche per riflettere su ciò che siamo come genere umano, che strappa un accenno di sorriso in alcuni punti e produce una sensazione agrodolce in altri cui – ci auguriamo – Vito Grisoni vorrà dare un seguito … perché questo – in fin dei conti – potremmo considerarlo a tutti gli effetti un “pettegolezzo interplanetario” più che delle vere e proprie “cronache interplanetarie”. Con grande pace del il grande Isaac Asimov, buonanima. 


Narrativa / Medio – Breve Inedito;

Ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2017;

In esclusiva per “Voci di hangar”

Scacchi e volo a vela

Il titolo di questa breve serie di riflessioni potrà sorprendere, destare perplessità, sembrare solo un titolo ad effetto o, semplicemente, incuriosire.

In considerazione del numero degli scacchisti e di quello dei volovelisti, instaurare un simile rapporto, probabilmente, non sarebbe potuto venire in mente a nessuno che non si trovasse nella singolare condizione di praticare (o di aver praticato), abbastanza seriamente, sia l’una che l’altra disciplina; una condizione – sottolineo – privilegiata, per la bellezza e la ricchezza di entrambe, che ti ammettono a mondi ben lontani dalla comune esperienza quotidiana.

Un aliante in volo così come potremmo vederlo da terra. Anche l’osservatore più sprovveduto noterà le semiali lunghissime … che, tra tutte le macchine volanti costruiti dal genere umano – ad oggi – , sono una prerogativa tipica solo degli alianti

Gli amici volovelisti mi perdoneranno ma, in estrema e molto approssimativa sintesi, utile solo per capire quanto sto per esporre, il volo a vela (detto anche volo veleggiato), è quello condotto a bordo di una macchina volante sprovvista di motore e dalle speciali caratteristiche aerodinamiche che le conferiscono eccezionale efficienza: l’aliante. Gli scopi di un simile tipo di volo, esclusivamente sportivi, sono:

  • restare in aria numerose ore,
  • guadagnare più quota possibile,

e, per i più esperti,

  • percorrere varie centinaia di chilometri di distanza libera o secondo un percorso prefissato prima del decollo.

Ecco lo stesso aliante della foto precedente ritratto stavolta a terra. La prospettiva dell’obiettivo fotografico deforma notevolmente le proporzioni in quanto la fusoliera appare molto più lunga delle semiali ma, in realtà, occorre percorrere ben 18 metri per spostarsi da un’estremità alare all’altra. E questo aspetto – quello dimensionale dei due attrezzi necessari a praticare le due discipline messe a confronto – costituisce una differenza incolmabile. Quante scacchiere occorrono per fare un aliante?

Per far ciò, l’aliante sfrutta le correnti termiche generate dal riscaldamento del terreno e gli effetti del vento in relazione all’orografia. Le principali strategie di volo sono:

  • il volo termico, che consiste nel salire nelle colonne d’aria calda e poi compiere lunghe planate trasformando in distanza la quota acquisita fino a raggiungere la termica successiva e ripetere il ciclo;
  • il volo dinamico, grazie al quale si corre lungo i costoni montani investiti dal vento facendosi sostenere senza perdere quota;
  • il volo d’onda, troppo raro e particolare per considerarlo in questa sede.

Generalmente, in un volo si combinano in diversa misura, a seconda delle condizioni meteorologiche che si incontrano, i tipi 1 e 2.

Ecco cosa può vedere un pilota di aliante mentre vola a mezzo del suo “attrezzo sportivo”, altrimenti definito “aliante”. Senza nulla togliere alla visione dall’alto di una scacchiera adorna di tutti i pezzi (possibilmente i propri e non dell’avversario) quella da 3-4 mila metri d’altezza è tutta un’altra storia! Per dovere d’informazione occorre precisare che i voli a quote così elevate si praticano prevalentemente d’inverno, con temperature che ll’interno dell’abitacolo raggiungono anche diverse decine di gradi sottozero, avvengono dopo aver beccato botte da orbi dovute alla turbolenza feroce tipica dei rotori che precedono la salita e infine che si tratta di voli rari che non sono alla portata di tutti i piloti. Evidentemente non di quel satanasso di Tristano Gargiulo che l’ha scattata.’

Quello che vorrei provare a far notare è che tra scacchi e volo a vela, per strano che possa sembrare, esistono non poche e non piccole analogie, affinità, somiglianze, consonanze o – comunque vogliamo chiamarle – correlazioni. Sono due attività così diverse, eppure hanno tanto in comune. Inoltre, i tratti che ne derivano e che si possono mettere a confronto, sono d’importanza rilevante per entrambe le discipline.

Naturalmente esiste tutta una serie di differenze che è bene elencare subito – giusto per far rilevare come siano, seppure importanti – strutturalmente di minore rilievo. Ebbene, almeno a mio avviso, sono:

  • il giocatore di scacchi opera nel chiuso di una sala da torneo, il pilota en plein air;
  • il primo è indipendente dal tempo atmosferico, il secondo ne dipende totalmente;
  • l’uno, seduto su una sedia, non corre alcun rischio, l’altro, in continuo movimento e in scenari che mutano, è soggetto a un rischio potenziale elevato;
  • l’uno contende con un avversario, l’altro contende con altri suoi simili solo in alcuni tipi di competizioni agonistiche e, per lo più, effettua un tipo di volo solitario in cui si misura con un obiettivo da raggiungere.

Analizziamo, però, meglio queste differenze.

La prima è solo di contorno.

Quando le condizioni meteo o le scelte operate dal pilota di aliante non si rivelano felici, ecco cosa accade: il fuoricampo!

Nella seconda, la situazione meteorologica – come vedremo – è il principale dei fattori che condizionano la strategia del pilota e diventa il contraltare delle forze in gioco sulla scacchiera.

Il termine “fuoricampo”, tipico del mondo del volo a vela, sottintende che l’aliante, decollato da un aeroporto o un’aviosuperficie, è atterrato in un campo diverso da quello di partenza. Quasi sempre si tratta letteralmente di un “campo”, ossia di un appezzamento di terra abbastanza grande e levigato da consentire al malcapitato pilota di effettuare l’atterraggio con un certo margine di sicurezza. Quello ritratto è il campo in cui, alcuni anni orsono, l’autore decise di atterrare con il suo I-CYAO. A guardarlo bene non si trattò di una campo poi così grande, viceversa, al momento dell’atterraggio era fin troppo levigato … davvero troppo se si considera che in fondo al declivio c’era il fiume con una sorta di strapiombo.

La terza è in sé valida, ma si attenua nella sua portata se consideriamo più pertinente – riguardo ai casi che ci interessano – l’accezione non di “rischio per la persona” ma di “rischio sportivo”. In altri termini, per il giocatore, fare una mossa o seguire un piano con una forte componente di azzardo (nel tentativo di forzare il gioco), può comportare la perdita della partita; per il pilota, fare una scelta, altrettanto azzardata, può comportare il mancato completamento del percorso che si era prefisso.

Tutto è bene ciò che finisce bene. Questa è la foto finale che dovrebbe sempre concludere l’evento chiamato “fuoricampo”. La squadra di supporto al pilota ha raggiunto il “campo”, ha provveduto allo smontaggio dell’aliante, lo ha collocato all’interno dell’apposito carrello di trasporto e, trainato dall’auto della squadra, riprende la via per l’aeroporto di partenza. Che è proprio quanto accaduto all’autore in occasione di un fuoricampo di qualche anno fa, sempre a bordo del mitico I-CYAO. In virtù del dovere d’informazione di cui sopra, occorre riportare che, generalmente, la giornata “storta” del pilota “fuoricampo” si conclude con una pantagruelica cena da lui offerta a tutti i membri della squadra di recupero. E questo spiega perchè i piloti di volo a vela evitino come la peste i “fuoricampo”!!!

Anche la quarta si riduce, se concordiamo sul punto che, sia per uno scacchista sia per un volovelista, il principale avversario che deve superare è lui stesso. Anzi, questa è una delle analogie più importanti: sia gli scacchi sia il volo a vela costringono a guardare dentro sé stessi, a imparare a conoscersi, a studiare i propri limiti e i modi che ciascuno individualmente ha di “spingerli un po’ più in là”, per usare le parole di Angelo D’Arrigo. Come? Per esempio, osservando il nostro modo di prendere le decisioni e quale elemento più le caratterizza: rapidità, esitazione, decisione, incertezza, calma,coraggio, ripetitività, inventiva, rinuncia. Basti ricordare che, nel momento della verità – quello delle scelte decisive, per intenderci – sia il giocatore di scacchi che il pilota sono fondamentalmente soli.

Oppure – occorre chiedersi – con che grado di resilienza reagiamo alle frustrazioni? Quali pensieri riusciamo a concepire quando dubitiamo di noi stessi? Quanto conta per noi una motivazione forte rispetto alle difficoltà e ai potenziali rischi? O come gestiamo quei rischiosi momenti in cui ci accade di avere un eccesso di fiducia in noi stessi?

La carriera del pilota di volo a vela – se di carriera si può parlare – è lunga e perigliosa. E’ un continuo apprendere, un incessante miglioramento di quanto si è già appreso, è un frequente confrontarsi con altri piloti più bravi e talentuosi. Capita anche che, andando a volare in luoghi a lui non familiari, il pilota di aliante, seppure provetto, chieda ad un pilota indigeno di mostrargli aree favorevoli e/o sfavorevoli al volo, procedure di decollo e atterraggio. Poi, anche solo in considerazione del fatto che ogni volo è una storia a sé stante, il volo a vela è uno di quelle discipline in cui non si smette mai d’imparare. E in questo – l’autore ce lo concederà – non è affatto dissimile dalla scacchistica.

L’aspetto che accomuna volo a vela e scacchi è che la performance è un continuum che ha una progressione ininterrotta fino all’esito finale; non è – a differenza di molte altre attività sportive e agonistiche individuali – una prova composta di azioni “discrete”, ciascuna delle quali genera un punteggio parziale che contribuisce a quello totale.

Ci sono poi le somiglianze esteriori, o forse solo apparentemente esteriori, come la posizione di virtuale immobilità del pilota, seduto o disteso, e dello scacchista che può rimanere tutta la partita davanti alla scacchiera. La durata del tempo in cui questa situazione statica si prolunga è assolutamente comparabile: è infatti di alcune ore, sia per una partita sia per un volo di un certo impegno agonistico.

Il parallelismo non è così banale: vuol dire che, anche per il volo come per gli scacchi, quello che conta non è tanto un atto fisico, come l’uso dei comandi per governare l’aeromobile (che a un certo punto di esperienza diventa istintivo e automaticamente efficace), quanto l’attività intellettuale, la gestione mentale del tempo e della strategia. Ed è questo che costituisce la specificità del volo a vela rispetto al volo praticato con l’ausilio di un motore (usualmente definito volo a motore).

Lungo quelle ore si distribuisce, sia per il pilota che per il giocatore, un notevole e prolungato dispendio di energie psichiche e nervose. Esse si riflettono sul fisico, che, se non debitamente allenato a quel tipo di sforzo, subisce un calo di prestazioni. E quel calo avverrà proprio in momenti decisivi per entrambi, ossia quando si richiederà loro il massimo di concentrazione e di efficacia delle proprie azioni. Per l’uno potrà pregiudicare il completamento del tema e -ottimisticamente parlando – il ritorno sull’aeroporto di partenza; per l’altro, l’esito infausto della partita.

L’aspetto probabilmente fondamentale che hanno in comune gli scacchi e il volo a vela è che sono discipline fondate entrambe sulle scelte. Sono discipline in cui l’attività fondamentale è prendere decisioni. Esse si basano su:

  • fattori esterni (la valutazione)
  • fattori interni (il carattere della persona, la sua attitudine comportamentale).

L’autore in procinto di decollare con il suo aliante che lo condurrà … forse neanche lui sa esattamente dove … ma di sicuro in volo

Questo fattore è talmente importante che due piloti o due giocatori potrebbero fare scelte anche notevolmente diverse pur partendo da una base di una valutazione analoga. Figuriamoci poi quante volte valuteranno in modo diverso le molteplici possibilità che offre una posizione complessa sulla scacchiera o un cielo da interpretare che si apre davanti a loro.

L’insieme delle nozioni apprese, lo studio delle partite e dei voli effettuati dai campioni o da altri, non sono altro che un bagaglio che deve essere accumulato ma che non è utilizzabile per imitazione, bensì servirà a favorire la ricerca della scelta giusta ogni volta che ne giunga il momento.

Ogni partita e ogni volo sono costruiti su una lunga serie di scelte, alcune più semplici, altre decisive e difficili perché da esse dipende il successo o l’insuccesso dell’intero piano complessivo. E – come dicevo prima – a mano a mano che gli eventi seguiranno il loro corso, nella partita come nel volo, le scelte diventeranno sempre più delicate e irrevocabili.

Che tipo di scelte sono quelle dello scacchista e del volovelista? L’approccio mentale che ad esse presiede – in entrambi i casi – è quello della selezione di un piano; ovvero, prima di tutto, occorre una strategia generale, che per il giocatore di scacchi dipende da:

  • le varianti d’apertura;
  • la personalità dell’avversario;
  • la maggiore o minore aggressività che si vuole conferire al proprio gioco.

Per il pilota dipende da:

  • la stagione (cioè quante ore di sole sono prevedibili);
  • le condizioni meteo del giorno;
  • il tipo e dalla lunghezza del percorso;
  • le caratteristiche di performance dell’aliante con cui vola.

Nel corso dell’attuazione di tale piano ci si troverà, però, quasi di continuo a confrontarsi – stavolta su una scala più piccola – con il vaglio delle possibilità e con il calcolo delle varianti, aspetto ben noto negli scacchi ma presente anche nell’applicazione di una strategia di volo (esempio: Ho bisogno di quota; mi conviene avvicinarmi al costone o dirigermi verso un cumulo più promettente ma più distante? E quale alternativa ho se la scelta che faccio fallisce?).

L’autore mentre si cimenta in una partita all’ultima mossa durante un torneo di scacchi

E’ in special modo interessante notare che, sia negli scacchi che nel volo, a volte ci si basa su una sorta di “teoria dei vantaggi”. Al sacrificio combinativo o posizionale degli scacchi corrisponde nel volo – sempre a titolo di esempio – l’abbandono di un’ascendenza sicura per una migliore (di cui però s’indovina solo l’esistenza secondo i principî generali e l’esperienza), oppure la decisione di continuare a seguire la dinamica del costone a quote più basse, rinunciando a perdere tempo con una deviazione di rotta allo scopo di salire più in alto sotto i cumuli di valle. Scelta quest’ultima che garantirebbe un volo più sicuro ma meno fluido e veloce. In entrambe le discipline si tratta di scelte esposte ai rischi legati alla giustezza del calcolo e all’assenza di imprevisti.

Oltre a questa capacità di valutare le alternative, un buon giocatore e un buon pilota devono sviluppare l’attitudine alle previsioni intuitive, soprattutto sotto quella peculiare forma che chiamiamo senso del pericolo (Non mi fido, quindi questa mossa, seppure attraente, non la faccio / Passare di lì, benché sia la cosa apparentemente più ovvia, non mi convince del tutto, quindi percorrerò un’altra strada).

A questo proposito, si può aggiungere che l’azzardo fine a sé stesso (cioè con una percentuale di rischio inversamente proporzionale alle possibilità di successo) è considerato un errore di prospettiva, e qualcosa di alieno dai sani principî dell’una e dell’altra disciplina, benché occasionalmente sia il giocatore di scacchi sia il volovelista sperimentino l’ebbrezza di mettere alla prova la loro fortuna.

Al tema delle scelte è connesso almeno un corollario che vale per entrambe le discipline. E’ quello secondo il quale“è meglio un cattivo piano che nessun piano” (qui dissento da G. Kasparov, Gli scacchi, la vita, Milano, Mondadori, p. 26). Per un giocatore di scacchi e per un pilota di aliante, infatti, la scelta più grave e sicuramente destinata all’insuccesso è giocare/volare senza idee, senza aver concepito un piano. Un piano, invece, anche se ad una verifica risulta sbagliato, può ispirarne un altro basato su diversi presupposti validi. Magari salvifici o vincenti.

Quello che sia lo scacchista sia il pilota ricercano sono le linee invisibili di energia. La bravura dell’uno e dell’altro risiede spesso nel saper individuare – o, diremo meglio, intuire – le sottili linee non discernibili dall’occhio che collegano, non necessariamente in linea retta, due punti distanti della scacchiera (si pensi alle “triangolazioni” nei finali; con le parole di Y. Averbach: “Un postulato essenziale della geometria della scacchiera è che la linea retta non è sempre la via più breve fra due punti”). Stesso discorso se si tratta due zone del cielo.

In un caso, si tratta dell’energia – anzi, della potenziale sinergia – insita nella posizione reciproca di alcuni pezzi vantaggiosamente collocati dal giocatore e in quella sfavorevole dei pezzi dell’avversario. Occorre prenderne coscienza per concepire il piano giusto e procedere con la sequenza di mosse corretta. Nell’altro, abbiamo a che fare con linee di energia termodinamica derivanti dalle condizioni generali della meteo (documentate da specifiche previsioni meteorologiche applicate al volo a vela) ma combinate – e questo è davvero difficile – con quelle micrometeorologiche del luogo e del momento, che, se colte, ispireranno la scelta dell’opportuna strategia e la conduzione del volo per raggiungere un certo punto del percorso, o per fare ritorno da esso una volta raggiunto.

Gli alianti non fioriscono nei campi. E’ bene precisarlo perché qualcuno, vedendo questa fotografia, potrebbe supporlo. In effetti così come l’incubo peggiore di un pilota di volo a vela è costituito dal fuoricampo, allo stesso modo il sogno più lussurioso che si può concedere è di atterrare in un campo pieno di fiori gialli. All’autore è capitata l’una e l’altra cosa e questo scatto lo testimonia. Della serie: anche l’incubo peggiore può diventare il sogno più lussurioso. Fortunatamente – per quanto ci è dato sapere ad oggi – gli alianti non parlano perché, altrimenti, saremmo curiosi di sapere cosa ne pensano loro a proposito del “fuoricampo”. E, almeno orientativamente, non dovrebbero essere opinioni edificanti.

Anche il concetto della dimensione temporale presenta molte affinità negli scacchi e nel volo. Di solito, sia il giocatore che il pilota hanno sufficiente tempo per riflettere e prendere le decisioni che a loro sembrino configurare le migliori strategie, a breve e a lunga scadenza. Ma questo non vuol dire che ce ne sia sempre abbastanza per elaborare ciascun piano o per sottoporre ad approfondita verifica quello che sembra più promettente. Ci sono casi, non infrequenti, in cui lo scacchista è nella necessità di muovere velocemente (Zeitnot); così pure il volovelista può dover compiere delle scelte rapide, per esempio a causa di un repentino cambiamento delle condizioni meteo (l’arrivo di una copertura, un cambiamento di vento) o di situazioni impreviste (una discendenza prolungata, che sta dissipando la quota), ma anche quando non ha più quota per mantenersi in volo e deve scegliere in pochissimi minuti un campo di fortuna in cui atterrare (cioè effettuare un fuoricampo: un’evenienza che, benché sia sempre da tenere in conto nel volo a vela sportivo, è tuttavia non sempre scevra di pericoli). Ad entrambi è richiesta l’attitudine (che si può consolidare con l’allenamento specifico e soprattutto con l’esperienza), a pensare e decidere in fretta, a volte in poche decine di secondi, anche quando la posta in gioco è davvero alta.

Accade anche il contrario: il giocatore o il pilota possono dover applicare una tattica attendista o di resistenza in una situazione difficile. Per il primo si tratta delle cosiddette “mosse d’aspetto” o del trovarsi in una posizione passiva senza un controgioco. Per il secondo, di una fase di attesa del volo dovuta a particolari situazioni meteo (come quando il passaggio di una copertura non estesa blocca solo temporaneamente l’attività termica e costringe il pilota a cercare di “parcheggiarsi” nel punto meno sfavorevole, dove la perdita di quota sia la minima possibile, in attesa che il cielo sia di nuovo sgombro da nubi alte e rifioriscano le ascendenze; oppure del dover faticosamente risalire da un punto basso in condizioni termodinamiche estremamente deboli).

Esistono, infine, analogie anche nell’evoluzione dei progressi di uno scacchista e di un volovelista in termini di abilità acquisita. Entrambi cominciano mantenendosi nell’ambito di ciò che si vede, di ciò che è evidente agli occhi e alla mente per poi muoversi gradualmente verso territori dove acquista efficacia ciò che non si vede, e che per ciò stesso esercita il fascino del mistero.

Attraverso una serie complessa di fasi, il giocatore passa dalla banalità delle mosse elementari dei pezzi all’universo sconosciuto che si cela in una scacchiera, quando la si sappia guardare. Allo stesso modo, il pilota, dopo che ha raggiunto la padronanza del pilotaggio, procede dai sicuri voli attorno al campo all’avventurarsi in nuovi scenari fuori dalla valle, in luoghi, pur vicini, ma da cui gli appare arduo e incerto il ritorno.

La scoperta di tali nascoste possibilità riempie l’uno e l’altro di gioia, soddisfazione e fiducia nei propri mezzi.

Il volo a vela – come d’altra parte gli scacchi – è uno sport per molti ma non per tutti. Quando un pilota di aliante sarà sufficientemente esperto volerà per lo più da solo: lui, il cielo, il sole, il terreno, il vento, la distanza da percorrere la quota da guadagnare. A volte però, per il piacere d’accompagnare un amico, un pilota novello o un pilota “arrugginito”, egli tornerà a volare in biposto o addirittura in un gruppo di alianti. E siccome la macchina fotografica (ora lo smartphone) non può mancare nella dotazione del bravo pilota … ecco che anche una fotografia come questa non può mancare nell’album dei ricordi dell’autore. Dall’abitacolo di un aliante vicino, ecco l’aliante biposto con a bordo l’autore e una seconda persona. 

Raggiungere simili traguardi di competenza e di esperienza, tuttavia, richiede una speciale dedizione e un grandissimo investimento di tempo: è la ragione per cui molti praticanti di entrambe le discipline si fermano alle soglie di questa fase e rinunciano ad andare oltre. Per chi prosegue nell’ascesa e continua ad impegnarsi con costanza e sacrificio, la migliore fonte di progressi, sia negli scacchi sia nel volo, è l’analisi dei propri processi decisionali, ma soprattutto di quelli viziati da manchevolezze, perché inducono alla ripetizione degli errori. È solo studiando la natura dei propri errori che uno scacchista o un volovelista può far crescere le sue abilità e di conseguenza le sue aspirazioni.

Il modo ottimale di migliorare il proprio modo di giocare o di volare non è, infatti, di concentrarsi sulle competenze acquisite ma di confrontarsi con l’erroneo trattamento di determinate situazioni per capire come e perché si siano insinuate (talora radicate) in noi convinzioni e risposte fallaci. E – magari – per compiere l’operazione – talvolta indispensabile – di reimparare nozioni e procedimenti ad un livello di comprensione più approfondita, giacché potrebbero essere stati appresi superficialmente o su basi meccaniche, come è tipico, per ragioni di semplificazione didattica, nell’insegnamento basico dei fondamenti di una disciplina.

L’autore a bordo dell’aliante con cui spesso e volentieri lascia la dimensione “terra” per concedersi un po’ di dimensione “cielo”. Quando vola non porta con sè la scacchiera.

Qualcuno dei punti che ho trattato potrà apparire forse poco convincente (In fondo – mi obiettò, tra il serio e il faceto, un amico cui avevo chiesto di fare l’avvocato del diavolo – alcune delle cose che hai detto si potrebbero applicare anche ad un analista finanziario), ma credo che sia l’insieme – a mio avviso non trascurabile – di questi fattori a configurare la profonda affinità identitaria che avverto dentro di me quando sono seduto a una scacchiera e quando sono sdraiato nell’abitacolo di un aliante.


# proprietà letteraria riservata #

§ § in collaborazione con il sito web Soloscacchi §§

 

 

Falco F8L

titolo: Falco F8L – Album del Falco Club – I capolavori di Stelio Frati

a cura di: Gherardo Lazzeri con la collaborazione di Sandro Rosati e Luigi Aldini

editore: LoGisma

anno di pubblicazione: 2008

ISBN: 9788887621730





Questo libro, pubblicato dall’editore LoGisma in collaborazione con il Museo aeronautico “Gianni Caproni” di Trento, è una raccolta di articoli, notizie, pubblicazioni e presentazioni, corredate da moltissime foto e da interessanti documenti. La prefazione è di Maria Fede Caproni Armani, di recente scomparsa.

Le 168 pagine del libro tracciano la storia di un fantastico aereo, l’F8L, in particolare, ma anche di tutti gli altri aerei usciti dalla mente e dalla matita del grande progettista Stelio Frati.

Questo aereo fu costruito inizialmente dalla ditta Aviamilano, con sede proprio a Milano, poi la produzione si spostò a Trento, presso lo stabilimento industriale Caproni. La ditta che lo costruiva era la Aeromere, ma in seguito divenne Laverda.

L’immagine che ritrae uno splendido AVIAMILANO F8L (con il Monte Pellegrino sullo sfondo) ha partecipato nel 2016 alla sezione fotografica del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” di cui il nostro sito è organizzatore assieme all’HAG. Lo scatto è stato inviato dal sig Angelo Lodetti, all’epoca Rappresentante Volo a motore presso l’Aeroclub “Beppe Albanese ” di Palermo e coglie il velivolo al parcheggio nel piazzale proprio dell’Aeroclub di Palermo presso l’Aeroporto Boccadifalco, in occasione del 67° Giro Aereo di Sicilia, in data 17/07/2016.

Ho sempre sostenuto che l’aeronautica e il motociclismo hanno gli stesso cromosomi e qui, una volta in più si dimostra che un aereo può essere costruito da una fabbrica di motociclette (ma, ovviamente, la Laverda non costruiva solo quelle).

La Laverda, comunque, da quel momento in poi, costruì tutti gli esemplari oggi ancora volanti, veri gioielli, contesi dagli appassionati e dai collezionisti di tutto il mondo.

L’F8L è conosciuto anche come “la Ferrari del cielo”. Le sue linee pulite, la levigatezza delle sue superfici ed il ridotto ingombro frontale fanno sì che l’aereo possa beneficiare di una ridottissima resistenza aerodinamica e possa raggiungere velocità considerevoli, con una motorizzazione di limitata potenza, di cento o centocinquanta cavalli. Il tutto, unito a consumi davvero molto contenuti.

Uno dei Falco più fotografati e giornalisticamente più conosciuti è l’F8L America con le sigle I-CECI che, probabilmente, per merito del suo ottimo stato di conservazione ma anche e soprattutto per la livrea particolarmente gradevole, risulta davvero fotogenico. Siamo certi che non ce ne vorranno gli altri fortunati proprietari di Falco … ma il CECI, con il suo indovinatissimo bianco e turchese metallizzato, pare strizzare l’occhiolino all’apparecchio fotografico. Questa è l’immagine con cui il bel velivolo di Frati fa bella mostra di sè nell’ambito della pagina monografica del sito web dell’HAG all’indirizzo: http://www.hag-italy.it/laflotta/239-AEROMEREF8LICECI.html cui rimandiamo per saperne di più circa questo gioellino dell’italico ingegno.

Oltre al Falco, dalla matita di Stelio Frati sono usciti altri prestigiosi aeroplani, citati ed illustrati nel libro:

  • l’F7 Rondone,
  • l’F15 Picchio,
  • l’F14 Nibbio,
  • l’F20 Pegaso 
  • l’SF 260

L’ultimo nato era l’LN 27 Furio.

Le caratteristiche eccellenti de questi aerei ne hanno fatto, specialmente nel caso del Falco, una macchina ideale per le gare di rallye aereo, che sono gare di regolarità, ma anche per le gare di velocità, disputate prevalentemente intorno a dei piloni. Infatti nel corso di tanti anni hanno partecipato e vinto numerose gare. Qualche pilota è diventato perfino famoso.

Una menzione a parte merita il Falco F8AL con le marche I-ALDI, realizzato nel corso di sette lunghi anni da Luigi Aldini, reggiano d’origine ma reatino d’azione. Il suo è un Falco di V serie, versione AL (Aldini) modello unico al mondo e rappresenta, a detta del suo progettista (che, prodigo di suggerimenti e miglioramenti, fornì ad Aldini la sua preziosa collaborazione poco prima di lasciarci per sempre), il “Falco” allo stato dell’arte, ossia così come lui stesso avrebbe voluto costruire ma che, per motivi di costi e di difficoltà produttive, non riuscì mai a realizzare in modo industriale. La splendida livrea “rosso Ferrari”, l’elica tripala a sciabola in composito, gli interni in pelle e alcune soluzioni avioniche all’epoca all’avanguardia ne fanno sicuramente l’oggetto del desiderio di molti piloti e anche di moltissimi fotografi che ne hanno immortalato ogni angolo, ogni dettaglio in una sequela di scatti ripresi da riviste del settore e amanti di purosangue alati. Chi lo volesse vedere dal vivo può farlo sicuramente in occasione del Fly-party di Montagnana (PD), raduno aviatorio che è organizzato in estate dall’HAG con la presenza numerosa dei membri del Falco Club, presenti con molte delle loro favolose macchine volanti.

Uno dei più famosi è stato Luciano Nustrini. Un personaggio piuttosto particolare che ho avuto modo di conoscere di persona per aver partecipato al Giro Aereo d’Italia del 1982. Il mio aereo era un Morane Saulnier 150, uno dei più lenti. Il suo era un F8L Falco, velocissimo, divenuto famoso per le vicende che si sono svolte negli anni successivi. Il nominativo era I-ERNA.

Nustrini emigrò in Nuova Zelanda e si portò appresso molte cose, tra cui il suo Falco. E con questo, purtroppo, precipitò in mare perdendo la vita, insieme alla moglie Giuliana, mentre sorvolava una regata che era appena cominciata e alla quale partecipava il suo amico Giovanni Soldini. Pochi giorni prima, Nustrini aveva volato su quelle acque neozelandesi con Soldini come passeggero.

Un’altra bella immagine del Falco marche I-CECI che, non smentendo il fascino che da sempre aleggia intorno ad esso, è stato oggetto di un dettagliatissimo articolo giornalistico nell’ambito della prestigiosa rivista aeronautica VFR Magazine (oggi VFR AVIATION) che potete trovare all’indirizzo:  http://www.vfrmagazine.net/aerei/in-volo/aeromere-f8-l-falco-%E2%80%9Camerica%E2%80%9D/

 

Come ho detto il libro è una raccolta di tanti racconti e articoli, molti scritti dai proprietari stessi, tra cui proprio Nustrini. Nel Giro aereo d’Italia del 1982, nella tratta tra Crotone e Lamezia Terme, il percorso attraversava lo stretto di Sicilia e prevedeva il sorvolo di un punto di controllo situato su una montagna, nella punta nord orientale della Sicilia. Mi ricordo di quella tratta, perché non capita tutti i giorni di attraversare lo stretto a volo d’uccello. Non sono mai stato in Sicilia. L’ho sorvolata quel giorno e basta. Ma la salita verso la montagna siciliana, Antennamare, fu memorabile. Avevo cominciato a salire già dal traverso di Reggio Calabria. Impiegai tutti i circa venti km di mare per raggiungere la quota.

La retro copertina del libro che costituisce una monografia preziosa quanto l’oggetto cui è dedicata

Sul libro Nustrini racconta come condusse lui la traversata e la salita. Altro aereo, altro approccio al problema. Lui si fece i venti chilometri dello stretto a due metri dall’acqua, a 360 km orari, per poi salire ripido, sfruttando anche la spinta di alcune correnti ascensionali dinamiche lungo i costoni che incontrava.

Questo libro è opera di Gherardo Lazzeri, editore LoGisma, che si è avvalso della collaborazione di due piloti proprietari di Falco F8L, Luigi Aldini e Sandro Rosati.

Di Luigi Aldini ho già scritto la recensione del suo libro,”Passione”. Ed ho accennato al Falco che si è costruito da solo. Andate a leggere la recensione pubblicata proprio qui, su Voci di Hangar. Comunque, anche su questo libro, si trova tutta la storia della costruzione, raccontata da Aldini stesso.

Sandro Rosati, del resto, è proprietario di un altro Falco ed è il Presidente del Falco Club. Anche lui partecipa alle gare e insieme ne abbiamo fatte molte, in passato.

Ho citato questi due illustri piloti solo come esempio, ma il libro contiene racconti di altri. Ognuno ha dato il proprio contributo per aggiungere qualcosa alla storia di questi splendidi aerei. Nel libro sono citati tutti i nominativi, con foto ed informazioni. Perfino Stelio Frati, l’ingegnere che li ha creati, ha fornito materiale proprio.

Ancora un’altra spettacolare immagine del Falco F8L America (pilotato dal suo attuale proprietario, nonché attivo animatore dell’HAG) rubata all’allora rivista VFR Magazine. La foto è stata scattata nei cieli di Rieti e dunque la pianura che s’intravvede sullo sfondo è quella reatina. Inutile dire che il CECI costituisce una piccola perla del parco macchine che trova ospitalità negli hangars dell’aeroporto di Rieti dove, proverbialmente sono molto più numerosi gli alianti piuttosto che i velivoli … quel che si dice un falco fra tanti gabbiani.

Ma un aereo tanto blasonato non poteva rimanere confinato nel ristretto ambito del paese di appartenenza. Negli Stati Uniti, dal 1982 la “Sequoia Aircraft Inc.” ha messo in vendita un kit di montaggio dell’F8L e sono già stati costruiti centinaia di modelli. Molti tra i proprietari degli esemplari di cui abbiamo parlato fin qui storcono il naso, quando si parla dei Falchi statunitensi. Ma si sa. I puristi lo fanno. In realtà la Sequoia Aircraft Inc. ha impedito che una macchina tanto ben riuscita si disperdesse tra i rottami di un’infinità di altri modelli, nei vari cimiteri degli aeroplani che ogni tanto capita di vedere in qualche angolo di aeroporto o tra mucchi di auto degli sfasciacarrozze delle nostre città. Gli esemplari storici sono qui. Aerei d’epoca, ancora tanto attuali. Quelli della Sequoia sono giovani, lucenti e splendidi. Almeno altrettanto apprezzati dai loro proprietari. Ammirati dai visitatori degli airshows.

La vita del Falco continua.



Recensione a cura di Evandro A. Detti (Brutus Flyer)