Archivi categoria: Manuali di Volo

Recensione dei Libri aeronautici

I Foggiani

titolo: I Foggiani – Gli aviatori americani delle squadriglie Caproni della Prima Guerra Mondiale

autore: Edward Davis Lewis

editore: LoGisma

anno di pubblicazione: 2011

ISBN: 978-88-87621-96-9





 

Questo libro in italiano, edito da LoGisma in Italia, si aggiunge agli altri due e ne costituisce un ulteriore arricchimento.

L’autore è lo stesso che ha scritto “Dear Bert”,  al secolo Mr Edward Davis Lewis, ma non è certo la traduzione in italiano di quello.

Ecco una di quelle foto che sono rimaste nella storia dell’aviazione italiana e statunitense. Essa testimonia la sintonia che si instaurò tra i piloti, istruttori italiani, da una parte, e allievi statunitensi dall’altra, durante il periodo di addestramento  de “i Foggiani”, appunto. Se infatti la disciplina militare veniva fatta osservare dagli ufficiali statunitensi, a Foggia, l’addestramento al volo era appannaggio esclusivo di quelli italiani, assai esperti nel pilotaggio e profondi conoscitori della macchine volanti in dotazione alla nascente aviazione dell’Intesa. Questo accadde anche perchè, all’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America – viene spiegato nel libro – i piloti militari statuntensi (peraltro ancora inquadrati tra le file dell’Esercito)  erano poco addestrati al combattimento aereo e non avevano in dotazione velivoli qualitativamente validi. Tuttavia, il governo statunitense – capeggiato allora dal presidente Woodrow Wilson – aveva già compreso che l’aviazione sarebbe stata determinante per la vittoria del conflitto. Purtroppo le scuole di volo militari statunitensi erano poche e male in arnese, da qui la decisione dei vertici militari a stelle e striscie  di addestrare i cadetti direttamente in Europa. D’altra parte – e nel libro viene ricordato – gli Stati Uniti d’America si mantennero lungamente neutrali di fronte ad un conflitto squisitamente “europeo” e dunque entrarono in guerra, loro malgrado, solo nell’aprile 1917. Erano – stranamente – per così dire “impreparati” dal punto di vista bellico-aeronautico.Nella foto è facilmente riconoscibile l’allora capitano La Guardia e, sullo sfondo, l’omnipresente bombardiere Caproni.

Come dice lui stesso nella prefazione, dopo aver vissuto per un certo periodo in Italia, si era reso conto della valenza storica del diario di suo padre, delle sue lettere e delle sue fotografie, che aveva raccolto nel libro: “Dear Berth, An American Pilot flying in WWI, Italy“, già oggetto di una recensione a disposizione qui, ospite di VOCI DI HANGAR. Ma da allora aveva continuato a fare ricerche, scoprendo una nuova prospettiva dell’importanza del ruolo dei “Foggiani”.

Questo libro vuole presentare concisamente la storia dei Foggiani ad un pubblico più vasto.

Nel sito dell’editore, ecco come viene presentato il bel libro di Edward Davis Lewis: “La storia degli Aviatori Americani che hanno volato fianco a fianco con i piloti italiani delle Squadriglie di Bombardieri Caproni sul fronte italiano nella Prima Guerra Mondiale. Addestrati a Foggia sotto il comando del Cap. Fiorello H. LaGuardia, quei piloti sono oggi ricordati come “i Foggiani”, e presero parte ad operazioni straordinarie che combinavano assieme le teorie del Magg. Giulio Douhet, il genio dell’Ing. Gianni Caproni e la cooperazione dei comandi dell’esercito di due Paesi. Attraverso fotografie e stralci dei loro diari, il figlio di uno di quei piloti, Edward Davis Lewis, ci offre una prospettiva diversa su come la loro azione contribuì alla vittoria italiana di Vittorio Veneto e alla fine della Grande Guerra.” Questa è la retrocopertina del volume che, corredato da ottime fotografie dell’epoca, ha inevitabilmente un formato generoso, quello tipico dell’album fotografico.

Il bombardiere Caproni che campeggia nell’hangar Troster del Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana di Vigna di Valle (lago di Bracciano – Roma) è un pezzo unico nel suo genere per dimensioni e maestosità. La sua ingombrante presenza è mitigata solo dalla prossimità di tanti altri mirabili esemplari di velivoli della stessa epoca. Riuscite ad immaginare solo per un istante questa macchina in volo con a bordo “I Foggiani”? … quando si dice: essere nati nel secolo sbagliato!

E senz’altro, essendo scritto in italiano, offre la possibilità a tutti coloro che non conoscono l’inglese, di scoprire una storia straordinaria e nascosta della guerra aerea del Primo conflitto Mondiale.

Fotoritratto di Firello La Guardia che, giunto a Foggia assieme ai primi cadetti piloti americani, anche grazie al suo ottimo italiano e alle sue capacità organizzativo-logistiche (oltre che ad un certo peso “politico”), riuscì a strappare subito migliori condizioni di alloggio e rancio per i suoi uomini. Ad onore di cronaca storica le loro condizioni, se confrontate a quelle delle truppe al fronte italiano o francese, non erano assolutamente malvagie già prima dell’arrivo di “Little Flower”. Certamente giovarono molto al morale dei piloti statunitensi gli incontri di baseball che l’italo americano organizzò fin da subito (con grande stupore degli italiani che non conoscevano affatto quello strano sport) o l’apertura di una biblioteca con libri e riviste in lingia inglese, la proiezione di film (ovviamente muti) con didascalie in inglese e di uno spaccio con beni di consumo a gusto tipicamente americano.

Quando si parla di guerra aerea si pensa subito e soprattutto alle squadriglie di caccia ed ai loro combattimenti, agli assi che hanno abbattuto un gran numero di aerei avversari e così via. Si pensa al fronte occidentale, alla Francia, ai combattimenti sulla Somme. Ma, come dice l’autore, questo è stato un conflitto mondiale ed è stato combattuto in molti teatri. I bombardieri Caproni, impiegati dalle squadriglie italiane e da quelle americane, contribuirono senza dubbio in maniera decisiva alla vittoria sul fronte italiano.

Oltre alle moltissime fotografie dell’epoca, in gran parte le stesse che troviamo all’interno degli altri due libri – ma ce ne sono di nuove interessantissime, alcune delle quali mostrano l’interno della cabina di pilotaggio del bombardiere Caproni -, possiamo ammirare alcune illustrazioni di arte futurista che fanno parte della collezione esposta al Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni di Trento. Il progetto del libro, infatti, è stato ispirato e sostenuto dalla generosità di Maria Fede Caproni. Ma tante altre sono le persone che l’autore elenca nei suoi ringraziamenti. Tra loro Gregory Alegi e Gherardo Lazzeri.

 

Ancora uno scatto che immortala Fiorello LaGuardia (come lo scrivono nel mondo statunitense) con indosso la tenuta di volo. Non che a Foggia il clima fosse particolarmente rigido, s’intende, ma piuttosto volare sui Caproni alla mercè degli eventi atmosferici, all’aperto, all’aria, pressochè privi di protezioni dal flusso aerodinamico, imponeva una “combinazione di volo” (come la chiameremmo oggi) più simile a quella di un palombaro che a quella di un pilota. Ne è testimonianza anche la foto di copertina che ritrae appunto due piloti intenti a pilotare un bombardiere Caproni.

Un libro da avere.

Stavolta vorrei sottolineare l’importanza di conoscere un ambito davvero poco noto, ma non per questo meno rilevante, della guerra nel nostro paese.

La raccolta di foto e di testimonianze che contiene lasciano sperare che questo piccolo pezzo di Storia non sprofondi nell’oblio del passato. Teniamolo in evidenza nella nostra libreria.

Questa è una di quelle foto che non può mancare se si parla di Fiorello La Guardia, i bombardieri Caproni, “I Foggiani” e la I Guerra Mondiale. A destra il famoso maggiore Fiorello La Guardia, appunto, mentre a sinistra un giovane ing. Giovanni Battista Caproni, patron dell’omonima ditta di costruzioni aeronautiche italiana. Entrambe diverranno molto famosi: il primo in politica (quale sindaco della città di new York), il secondo nel mondo industriale.

Per non dimenticare.





Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer).

Didascalie stilate dalla Redazione di VOCI DI HANGAR



 

 

Capronis Farmans and Sias

titolo: Capronis Farmans and SIAs – US Army Aviation training and combat in Italy with Fiorello LaGuardia 19-17-1918 

con la collaborazione di: Jack B. Hilliard

editore: Logisma

anno di pubblicazione: 2006

ISBN: 88-87621-60-8





C’era una volta il libro. Intendo il libro fisico.

So bene che recensire libri scritti in inglese non serve a molto. In questo paese la lettura non è un’attività diffusa, già per quanto riguarda pubblicazioni in italiano, Figuriamoci in inglese…

Tuttavia, dal momento che l’inglese è studiato nelle scuole e siamo in molti ad averne almeno una minima conoscenza, varrebbe la pena approfondirlo, altrimenti si rischia anche di dimenticarlo.

Lo sforzo richiesto dalla lettura di un libro, scritto in una lingua che non sia la nostra, varia a seconda del proprio livello di conoscenza di quella lingua. Ma se, ad esempio, abbiamo studiato l’inglese e ne vogliamo mantenere o addirittura incrementare il livello personale di comprensione, dovremmo prendere, almeno all’inizio, un libro su un argomento che ci interessa molto. Così avremo una buona motivazione per leggerlo, superando la fatica iniziale della ricerca continua di un’infinità di parole sul dizionario. Man mano che la lettura procede, lo sforzo sarà sempre minore e questo per i seguenti motivi.

Primo, molte parole si capiscono dal contesto, dalla frase e se ce n’è una sconosciuta, spesso, si comprende senza bisogno di cercarla.

La copertina del bel libro in lingua inglese edito da Logisma cui dobbiamo il merito di aver recuperato il materiale storico, narrativo e visivo, che ci consente di ricordare eventi tanto lontani eppure così vicini come quelli della I Guerra Mondiale

Secondo, molte parole si ripetono. Una volta cercate e trovate sul vocabolario, si acquisiscono senza accorgercene, andando ad aumentare il nostro vocabolario personale.

Terzo, chiunque sia l’autore, come accade per tutti noi, non può avere un vocabolario personale infinito. Tutti tendono ad usare sempre gli stessi termini ed una volta che li abbiamo cercati sul dizionario e ce ne siamo appropriati… sono diventati anche i nostri. E questo vale pure per tutte le frasi idiomatiche che un autore tende ad usare.

Inoltre, dopo aver letto alcuni libri, anche meno di dieci, siamo già in grado di leggere in inglese quasi come se leggessimo in italiano.

Il problema è iniziare e poi non mollare. Per questo consiglio tutti di cominciare da qualcosa che interessa fortemente. Saremo così sostenuti dalla curiosità di sapere, di scoprire di più, prenderemo mille volte il dizionario, pur di capire una frase sibillina, o intuire il significato di un modo di dire.

Quando si parla di “bombardiere Caproni” il pensiero non può fare a meno di andare al mirabile Ca-33 della Fondazione Jonathan Collection che riesce a far volare un pezzo di storia dell’aviazione italiana. Ma non aggiungiamo perchè troverete tutto nella pagina (sebbene non aggiornata) del sito web della Fondazione (da cui abbiamo tratto questa immagine).

Alla lunga il premio è la possibilità di accedere ad una biblioteca infinita.

Almeno, la mia esperienza è stata questa.

Per noi piloti o appassionati di cose aeronautiche esistono milioni di libri che parlano di volo, di personaggi, di guerra aerea etc. Ed un’alta percentuale di essi è in inglese.

Prima dell’era digitale era difficile reperire libri in inglese. Bisognava farseli spedire dagli stati Uniti o dal Regno Unito.

Dopo, è stato sempre più facile.

Oggi basta avere un Kobo o un Kindle e si possono acquistare libri di ogni tipo stando comodamente seduti sul divano. Pochi click su una tastiera e il libro arriva via etere in una manciata di minuti.

Il mio Kobo, ormai, ne è pieno. Da tempo leggo quasi solo libri in inglese e alcuni in francese.

Qualche tempo fa, in occasione di un raduno annuale dell’associazione Hag (Historical Aircraft Group) e della premiazione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” presso il Museo storico di Vigna di Valle, alle porte di Roma, ho visitato una mostra fotografica allestita in un hangar del museo.

Anche se ci occupiamo essenzialmente di letteratura aeronautica (seppure in tutte le sue forme) non disdegnamo certo quanto di aeronautico appare in tv o al cinema. Ebbene, confessiamo che siamo incappati con sommo piacere in questa pellicola che mescola la vividezza delle immagini dell’epoca (ripulite, colorate e modernizzate) e quelle girate con il coinvolgimento anche dell’unico Caproni Ca-33 ad oggi volante. Il tutto per raccontare alcuni momenti e alcuni personaggi anonimi quanto famosi che animarono il I conflitto Mondiale. Un film di guerra, d’amore, di storia e di aviazione, tutto in egual misura che vi suggeriamo di vedere e gustare come fareste leggendo i libri di questa recensione.

Avevo sentito parlare di questa mostra. L’argomento era perfettamente in carattere con quello del gruppo di appassionati che si riuniva quel giorno.

Si parlava di un evento storico poco conosciuto, ma di estremo interesse. Si parlava di piloti, delle loro vicende, di un aeroporto che esiste ancora oggi. Si parlava della Prima Guerra Mondiale e soprattutto di aerei storici.

Chi sono i soci dell’Hag?

Sono piloti, proprietari di aerei storici.

Ma per spiegare meglio chi sono riporto qui una parte della presentazione che loro stessi hanno messo nel sito http://www.hag-italy.it :

L’Historical Aircraft Group è un associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di ricercare, valorizzare e restaurare in condizioni di volo aeroplani di valore storico. Ufficialmente formatasi nel 2004 dalla passione di un piccolo gruppo di amici con differenti background, l’H.A.G. ha saputo, nel giro di breve tempo, ritagliarsi un ruolo chiave nel panorama dei velivoli storici italiani.

L’Historical Aircraft Group si rivolge alla folta schiera di appassionati, piloti, collezionisti e storici interessati alla conservazione, diffusione e all’approfondimento delle tematiche relative al patrimonio storico e tecnologico che gli aerei storici rappresentano.

Un aereo storico e’ il compendio di una vasta gamma di tematiche che spaziano dalle tecnologie costruttive, ai propulsori alle combinazioni di volo e non ultimo le storie degli uomini che, sia in pace che in guerra, hanno contribuito in meno di un secolo, allo sviluppo dell’aviazione….”

Anche la mostra riguardava, insomma, aerei storici.

Il gran numero di pannelli che spiegavano l’intero argomento di questa mostra erano stati sistemati sotto la notevole mole di un maestoso aereo da bombardamento della Prima Guerra Mondiale e vicino si potevano ammirare aerei da caccia di vari tipi, ma dello stesso periodo storico.

Certo, non capita tutti i giorni di verdere un pilota coperto da una pesante tuta di pelle (con relativa pellicciona) e occhialoni … ma – capirete – questo scatto risale nientepopodimenoche a 100 anni fa e ritrae George M. D. Lewis, l’autore del diario da cui il figlio, Edward Davis Lewis, ha basato il suo libro pubblicato nel 2002 (con la collaborazione del Museo Caproni – s’intende -) e di ben 188 pagina ricche di storie e foto magnifiche.

 

L’aereo sotto il quale ci trovavamo era un Caproni. Uno di quelli che comparivano anche nelle foto montate sui pannelli della mostra.

Ascoltai, insieme ad un gruppo di presenti le interessanti spiegazioni del celebre storico aeronautico Gregory Alegi e dell’editore LoGisma – al secolo Gherardo Lazzeri -, personaggi che non hanno bisogno di presentazioni.

Di questa mostra LoGisma aveva pubblicato due libri. Il primo è intitolato:

CAPRONIs, FARMANs and SIAs. U.S.Army Aviation Training and Combat in Italy with Fiorello La Guardia 1917-1918”.

Il secondo è intitolato:

Dear Bert. An American Pilot flying in World War I Italy”.

All’inizio di settembre 1917 alcune centinaia di aviatori statunitensi, dopo aver ricevuto una buona preparazione teorica in madre patria, vennero spediti in Italia per ricevere la formazione pratica e prendere poi parte, insieme agli italiani, alle operazioni della Prima Guerra Mondiale.

Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra spedirono i propri contingenti in tutta Europa. I piloti di cui si parla nei libri suddetti sono quelli che arrivarono in Italia. Erano aviatori e giunsero a Foggia, nell’aeroporto che esiste ancora oggi e prende il nome da Gino Lisa, un ufficiale che fece parte dell’attacco alle navi austriache presenti nel golfo di Kotor (Cattaro), sulla costa del Montenegro. A quell’offensiva partecipò anche Gabriele D’Annunzio.

L’editore Logisma non avrebbe potuto scegliere una fotografia più scenografica di quella che ci ha concesso quale splendida retrocopertina del bel diario di guerra intitolato: “Dear Bert, An American pilot flying in World War I Italy”

Il periodo addestrativo di questi aviatori a stelle e strisce durò parecchi mesi. Quando finalmente furono pronti ad andare al fronte, la guerra stava per finire ed alcuni di loro riuscirono a compiere solo poche azioni. Ma durante la loro permanenza a Foggia ebbero luogo alcune battaglie importanti, di cui i nostri sentirono solo parlare, come la disfatta di Caporetto, l’offensiva del Piave e il volo su Vienna di D’Annunzio.

Molto probabilmente non avremmo mai saputo nulla di questo gruppo di aviatori, alcune centinaia, appunto, non un grande numero. La loro storia sarebbe sprofondata nell’oblio del passato, nonostante il fatto che tra loro ci fosse un personaggio divenuto famoso successivamente, un ufficiale che si chiamava: Fiorello LaGuardia.

Il magnifico bombardiere Caproni conservato nell’hangar più pregno di memorie del Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle. Lo scatto è quello presente proprio nel sito web dell’AMI ove potrete leggere la storia e ulteriori dettagli (assai interessanti) relativi a questo velivolo che, per l’originalità e la modenità della sua architettura, è da considerarsi rivoluzionario. E anche di grande successo industriale.

Il capitano LaGuardia, italo americano che parlava la nostra lingua, prese in carico il gruppo di connazionali a Parigi e li condusse a Foggia. Dopo la guerra entrò in politica ed oggi è intestato a lui uno storico aeroporto della città di New York di cui divenne sindaco nel 1930.

L’elemento straordinario che ci ha permesso di conoscere le vicende di questi aviatori sta nel fatto che parecchi di loro erano appassionati di fotografia (macchinette e pellicole dell’epoca che hanno tuttavia fatto egregiamente il loro lavoro) e che hanno puntigliosamente immortalato ogni momento rilevante della loro permanenza a Foggia e dei loro frequenti viaggi a Roma, a Milano o in altre località limitrofe. Inoltre, hanno avuto la costanza di tenere un rigoroso diario giornaliero, segnando tutti gli avvenimenti, compresi pranzi, menù, feste, cambi di alloggio e così via.

Al termine della premiazione della V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole”, gli intervenuti hanno avuto la fortuna di poter visitare la mostra fotografica dedicata ai “Foggiani”. Erano accompagnati dallo stesso ideatore, l’editore Logisma (al secolo Gherardo Lazzeri) qui ripreso da uno scatto fulmineo della reflex di Evandro Detti (cui dobbiamo anche questa recensione)

Tutti scrivevano a casa e ricevevano lettere e pacchi. Anche la corrispondenza, conservata scrupolosamente, costituisce un ulteriore diario, nel quale scopriamo, qua e là, riferimenti a fatti storici eclatanti del periodo.

Poiché questi aviatori hanno tenuto nota di ogni cosa, nel periodo di fine 1917 e per tutto il 1918, quindi giusto cento anni fa, è possibile addirittura, oggi, ogni giorno o quasi, andare a cercare il corrispondente giorno del loro diario e vedere cosa successe in quella data.

Esattamente cento anni fa!

E con tanto di fotografie, alcune delle quali sono di un interesse davvero notevole. E’ un archivio fotografico vero e proprio, quello contenuto in questi libri.

La locandina dell’ottima mostra fotografica curata dall’editore Logisma che è transitata, tra le altre, anche nel fantasmagorico Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana di Vigna di Valle (lago di Bracciano, Roma) Gli facevano da cornice un mirabile Caproni, il primo bombardiere mai costruito e impegnato in missioni operative nella storia dellAviazione, nonchè tutti gli altri splendidi cimeli della I Guerra Mondiale religiosamente conservati nell’hangar “Troster” del Museo.

L’editore LoGisma ha curato l’edizione di questo volume con una qualità elevatissima, sia per quanto riguarda la carta, il formato e la rilegatura, ma anche la stampa e, soprattutto, la riproduzione delle foto.

Il secondo libro, intitolato “Dear Berth”, aggiunge a quanto detto sopra una particolarità ancora più appassionante. L’autore si chiama Edward Davis Lewis. E’ il figlio (uno dei sei figli, in verità) del protagonista, George Davis Lewis, uno del gruppo di aviatori americani del nucleo di Foggia. Uno dei “Foggiani”.

George giunse in Italia insieme agli altri. E come i suoi commilitoni tenne il proprio diario, scrisse e ricevette le sue lettere, fece fotografie.

La sua corrispondenza era prevalentemente diretta alla fidanzata, Bertha Harsch.

Dopo la guerra George tornò negli Stati Uniti, si sposò, ebbe i suoi sei figli. Uno di questi, Edward, raccolse il diario, le lettere e le foto e ne fece questo libro.

Giusto per informazione, Edward aveva sposato una donna italiana, Vivina, che lo ha aiutato nel lavoro di selezione del notevole materiale.

Edward definisce Vivina come la sua true italian connection, ma ci sono altre connessioni.

 

Il fotoritratto di Fiorello la Guardia (affettuosamente denominato “The Little Flower” – letteralmente tradotto: “Piccolo Fiore” – anche in virtù delle sue dimensioni non proprio statuarie ) quando guidava “I Foggiani”. Il destino gli riserverà notevoli impegni in politica e, in particolare, ben tre mandati consecutivi alla guida della città di New York in qualità di “mayor” = sindaco. Era nato nel 1882 nel quartiere di Manhattan, a New York, figlio di un immigrato italiano originario della provincia di Foggia (Cerignola)  di professione musicista, che divenne direttore della banda del U.S. Infantry. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, decide di arruolarsi nell’American Expeditionary Force e, in quanto laureato in legge, gli viene attribuito il grado di tenente.  Inoltre FIORELLO conosce perfettamente sette lingue – tra cui l’italiano  – e dunque diventa il comandante dei piloti statunitensi addestrati e di stanza in Italia  – “I Foggiani”, appunto – per congerdarsi,a conflitto terminato, con il grado di maggiore. Il nome “LaGuardia”, (come viene scritto nornalmente in inglese), riecheggia ancora oggi tra le strade di New York giacchè già nel 1947, quando era ancora in vita, per ricoscenza, la città decise di chiamare “Fiorello LaGuardia Airport” il suo secondo aeroporto. Probabilmente è l’italo-americano più famoso negli Stati Uniti.

L’ingegner Caproni aveva progettato e costruito gli aerei sui quali i “Foggiani” volarono. E Maria Fede Caproni è stata l’ispirazione e il motore che ha spinto il progetto della mostra e dei libri che li riguardano.

Il Museo Caproni di Trento, del resto, insieme all’editore LoGisma, ha curato la realizzazione di questi libri, che sono, a parer mio, un vero, piccolo tesoro, letterario e storico.



Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

Didascalie delle foto a cura della Redazione di Voci di hangar



Recensione di Evandro A detti (Brutus Flyer)

Dear Bert. An American Pilot flying in World War I Italy

titolo: Dear Bert. An American Pilot flying in World War I Italy

autore: Edward David Louis

editore: Logisma

anno di pubblicazione: 2002

ISBN: 88-87621-20-9





C’era una volta il libro. Intendo il libro fisico.

So bene che recensire libri scritti in inglese non serve a molto. In questo paese la lettura non è un’attività diffusa, già per quanto riguarda pubblicazioni in italiano, Figuriamoci in inglese…

Tuttavia, dal momento che l’inglese è studiato nelle scuole e siamo in molti ad averne almeno una minima conoscenza, varrebbe la pena approfondirlo, altrimenti si rischia anche di dimenticarlo.

Lo sforzo richiesto dalla lettura di un libro, scritto in una lingua che non sia la nostra, varia a seconda del proprio livello di conoscenza di quella lingua. Ma se, ad esempio, abbiamo studiato l’inglese e ne vogliamo mantenere o addirittura incrementare il livello personale di comprensione, dovremmo prendere, almeno all’inizio, un libro su un argomento che ci interessa molto. Così avremo una buona motivazione per leggerlo, superando la fatica iniziale della ricerca continua di un’infinità di parole sul dizionario. Man mano che la lettura procede, lo sforzo sarà sempre minore e questo per i seguenti motivi.

Primo, molte parole si capiscono dal contesto, dalla frase e se ce n’è una sconosciuta, spesso, si comprende senza bisogno di cercarla.

La retrocopertina del bel libro edito da Logisma dal titolo: “Capronis Farmans and SIAs – US Army Aviation training and combat in Italy with Fiorello LaGuardia 1917-1918” che – idealmente, s’intende – fa coppia con il libro “Dear Bert …” oggetto di questa recensione. Ad entrambe questi volumi e ai loro autori dobbiamo riconoscere il merito di aver recuperato il materiale storico, narrativo e visivo, che ci consente di ricordare eventi tanto lontani eppure così vicini come quelli della I Guerra Mondiale

Secondo, molte parole si ripetono. Una volta cercate e trovate sul vocabolario, si acquisiscono senza accorgercene, andando ad aumentare il nostro vocabolario personale.

Terzo, chiunque sia l’autore, come accade per tutti noi, non può avere un vocabolario personale infinito. Tutti tendono ad usare sempre gli stessi termini ed una volta che li abbiamo cercati sul dizionario e ce ne siamo appropriati… sono diventati anche i nostri. E questo vale pure per tutte le frasi idiomatiche che un autore tende ad usare.

Inoltre, dopo aver letto alcuni libri, anche meno di dieci, siamo già in grado di leggere in inglese quasi come se leggessimo in italiano.

Il problema è iniziare e poi non mollare. Per questo consiglio tutti di cominciare da qualcosa che interessa fortemente. Saremo così sostenuti dalla curiosità di sapere, di scoprire di più, prenderemo mille volte il dizionario, pur di capire una frase sibillina, o intuire il significato di un modo di dire.

Quando si parla di “bombardiere Caproni” il pensiero non può fare a meno di andare al mirabile Ca-33 della Fondazione Jonathan Collection che riesce a far volare un pezzo di storia dell’aviazione italiana. Ma non aggiungiamo perchè troverete tutto nella pagina (sebbene non aggiornata) del sito web della Fondazione (da cui abbiamo tratto questa immagine).

Alla lunga il premio è la possibilità di accedere ad una biblioteca infinita.

Almeno, la mia esperienza è stata questa.

Per noi piloti o appassionati di cose aeronautiche esistono milioni di libri che parlano di volo, di personaggi, di guerra aerea etc. Ed un’alta percentuale di essi è in inglese.

Prima dell’era digitale era difficile reperire libri in inglese. Bisognava farseli spedire dagli stati Uniti o dal Regno Unito.

Dopo, è stato sempre più facile.

Oggi basta avere un Kobo o un Kindle e si possono acquistare libri di ogni tipo stando comodamente seduti sul divano. Pochi click su una tastiera e il libro arriva via etere in una manciata di minuti.

Il mio Kobo, ormai, ne è pieno. Da tempo leggo quasi solo libri in inglese e alcuni in francese.

Qualche tempo fa, in occasione di un raduno annuale dell’associazione Hag (Historical Aircraft Group) e della premiazione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” presso il Museo storico di Vigna di Valle, alle porte di Roma, ho visitato una mostra fotografica allestita in un hangar del museo.

Anche se ci occupiamo essenzialmente di letteratura aeronautica (seppure in tutte le sue forme) non disdegnamo certo quanto di aeronautico appare in tv o al cinema. Ebbene, confessiamo che siamo incappati con sommo piacere in questa pellicola che mescola la vividezza delle immagini dell’epoca (ripulite, colorate e modernizzate) e quelle girate con il coinvolgimento anche dell’unico Caproni Ca-33 ad oggi volante. Il tutto per raccontare alcuni momenti e alcuni personaggi anonimi quanto famosi che animarono il I conflitto Mondiale. Un film di guerra, d’amore, di storia e di aviazione, tutto in egual misura che vi suggeriamo di vedere e gustare come fareste leggendo i libri di questa recensione.

Avevo sentito parlare di questa mostra. L’argomento era perfettamente in carattere con quello del gruppo di appassionati che si riuniva quel giorno.

Si parlava di un evento storico poco conosciuto, ma di estremo interesse. Si parlava di piloti, delle loro vicende, di un aeroporto che esiste ancora oggi. Si parlava della Prima Guerra Mondiale e soprattutto di aerei storici.

Chi sono i soci dell’Hag?

Sono piloti, proprietari di aerei storici.

Ma per spiegare meglio chi sono riporto qui una parte della presentazione che loro stessi hanno messo nel sito http://www.hag-italy.it :

L’Historical Aircraft Group è un associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di ricercare, valorizzare e restaurare in condizioni di volo aeroplani di valore storico. Ufficialmente formatasi nel 2004 dalla passione di un piccolo gruppo di amici con differenti background, l’H.A.G. ha saputo, nel giro di breve tempo, ritagliarsi un ruolo chiave nel panorama dei velivoli storici italiani.

L’Historical Aircraft Group si rivolge alla folta schiera di appassionati, piloti, collezionisti e storici interessati alla conservazione, diffusione e all’approfondimento delle tematiche relative al patrimonio storico e tecnologico che gli aerei storici rappresentano.

Un aereo storico e’ il compendio di una vasta gamma di tematiche che spaziano dalle tecnologie costruttive, ai propulsori alle combinazioni di volo e non ultimo le storie degli uomini che, sia in pace che in guerra, hanno contribuito in meno di un secolo, allo sviluppo dell’aviazione….”

Anche la mostra riguardava, insomma, aerei storici.

La retrocopertina del pregevolissimo libro: “Capronis Farmans and SIAs – US Army Aviation training and combat in Italy with Fiorello LaGuardia 1917-1918” pubblicato da Logisma in lingua inglese

Il gran numero di pannelli che spiegavano l’intero argomento di questa mostra erano stati sistemati sotto la notevole mole di un maestoso aereo da bombardamento della Prima Guerra Mondiale e vicino si potevano ammirare aerei da caccia di vari tipi, ma dello stesso periodo storico.

L’aereo sotto il quale ci trovavamo era un Caproni. Uno di quelli che comparivano anche nelle foto montate sui pannelli della mostra.

Ascoltai, insieme ad un gruppo di presenti le interessanti spiegazioni del celebre storico aeronautico Gregory Alegi e dell’editore LoGisma – al secolo Gherardo Lazzeri -, personaggi che non hanno bisogno di presentazioni.

Di questa mostra LoGisma aveva pubblicato due libri. Il primo è intitolato:

CAPRONIs, FARMANs and SIAs. U.S.Army Aviation Training and Combat in Italy with Fiorello La Guardia 1917-1918”.

Il secondo è intitolato:

Dear Bert. An American Pilot flying in World War I Italy”.

L’editore Logisma non avrebbe potuto scegliere una fotografia più scenografica di quella che ci ha concesso quale splendida retrocopertina del bel diario di guerra intitolato: “Dear Bert, An American pilot flying in World War I Italy”

All’inizio di settembre 1917 alcune centinaia di aviatori statunitensi, dopo aver ricevuto una buona preparazione teorica in madre patria, vennero spediti in Italia per ricevere la formazione pratica e prendere poi parte, insieme agli italiani, alle operazioni della Prima Guerra Mondiale.

Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra spedirono i propri contingenti in tutta Europa. I piloti di cui si parla nei libri suddetti sono quelli che arrivarono in Italia. Erano aviatori e giunsero a Foggia, nell’aeroporto che esiste ancora oggi e prende il nome da Gino Lisa, un ufficiale che fece parte dell’attacco alle navi austriache presenti nel golfo di Kotor (Cattaro), sulla costa del Montenegro. A quell’offensiva partecipò anche Gabriele D’Annunzio.

Il periodo addestrativo di questi aviatori a stelle e strisce durò parecchi mesi. Quando finalmente furono pronti ad andare al fronte, la guerra stava per finire ed alcuni di loro riuscirono a compiere solo poche azioni. Ma durante la loro permanenza a Foggia ebbero luogo alcune battaglie importanti, di cui i nostri sentirono solo parlare, come la disfatta di Caporetto, l’offensiva del Piave e il volo su Vienna di D’Annunzio.

Molto probabilmente non avremmo mai saputo nulla di questo gruppo di aviatori, alcune centinaia, appunto, non un grande numero. La loro storia sarebbe sprofondata nell’oblio del passato, nonostante il fatto che tra loro ci fosse un personaggio divenuto famoso successivamente, un ufficiale che si chiamava: Fiorello LaGuardia.

Il magnifico bombardiere Caproni conservato nell’hangar più pregno di memorie del Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle. Lo scatto è quello presente proprio nel sito web dell’AMI ove potrete leggere la storia e ulteriori dettagli (assai interessanti) relativi a questo velivolo che, per l’originalità e la modenità della sua architettura, è da considerarsi rivoluzionario. E anche di grande successo industriale.

Il capitano LaGuardia, italo americano che parlava la nostra lingua, prese in carico il gruppo di connazionali a Parigi e li condusse a Foggia. Dopo la guerra entrò in politica ed oggi è intestato a lui uno storico aeroporto della città di New York di cui divenne sindaco nel 1930.

L’elemento straordinario che ci ha permesso di conoscere le vicende di questi aviatori sta nel fatto che parecchi di loro erano appassionati di fotografia (macchinette e pellicole dell’epoca che hanno tuttavia fatto egregiamente il loro lavoro) e che hanno puntigliosamente immortalato ogni momento rilevante della loro permanenza a Foggia e dei loro frequenti viaggi a Roma, a Milano o in altre località limitrofe. Inoltre, hanno avuto la costanza di tenere un rigoroso diario giornaliero, segnando tutti gli avvenimenti, compresi pranzi, menù, feste, cambi di alloggio e così via.

Al termine della premiazione della V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole”, gli intervenuti hanno avuto la fortuna di poter visitare la mostra fotografica dedicata ai “Foggiani”. Erano accompagnati dallo stesso ideatore, l’editore Logisma (al secolo Gherardo Lazzeri) qui ripreso da uno scatto fulmineo della reflex di Evandro Detti (cui dobbiamo anche questa recensione)

Tutti scrivevano a casa e ricevevano lettere e pacchi. Anche la corrispondenza, conservata scrupolosamente, costituisce un ulteriore diario, nel quale scopriamo, qua e là, riferimenti a fatti storici eclatanti del periodo.

Poiché questi aviatori hanno tenuto nota di ogni cosa, nel periodo di fine 1917 e per tutto il 1918, quindi giusto cento anni fa, è possibile addirittura, oggi, ogni giorno o quasi, andare a cercare il corrispondente giorno del loro diario e vedere cosa successe in quella data.

Esattamente cento anni fa!

E con tanto di fotografie, alcune delle quali sono di un interesse davvero notevole. E’ un archivio fotografico vero e proprio, quello contenuto in questi libri.

La locandina dell’ottima mostra fotografica curata dall’editore Logisma che è transitata, tra le altre, anche nel fantasmagorico Museo Storico dell’Aeronautica Militare italiana di Vigna di Valle (lago di Bracciano, Roma) Gli facevano da cornice un mirabile Caproni, il primo bombardiere mai costruito e impegnato in missioni operative nella storia dellAviazione, nonchè tutti gli altri splendidi cimeli della I Guerra Mondiale religiosamente conservati nell’hangar “Troster” del Museo.

L’editore LoGisma ha curato l’edizione di questo volume con una qualità elevatissima, sia per quanto riguarda la carta, il formato e la rilegatura, ma anche la stampa e, soprattutto, la riproduzione delle foto.

Il secondo libro, intitolato “Dear Berth”, aggiunge a quanto detto sopra una particolarità ancora più appassionante. L’autore si chiama Edward Davis Lewis. E’ il figlio (uno dei sei figli, in verità) del protagonista, George Davis Lewis, uno del gruppo di aviatori americani del nucleo di Foggia. Uno dei “Foggiani”.

George giunse in Italia insieme agli altri. E come i suoi commilitoni tenne il proprio diario, scrisse e ricevette le sue lettere, fece fotografie.

La sua corrispondenza era prevalentemente diretta alla fidanzata, Bertha Harsch.

Dopo la guerra George tornò negli Stati Uniti, si sposò, ebbe i suoi sei figli. Uno di questi, Edward, raccolse il diario, le lettere e le foto e ne fece questo libro.

Giusto per informazione, Edward aveva sposato una donna italiana, Vivina, che lo ha aiutato nel lavoro di selezione del notevole materiale.

Edward definisce Vivina come la sua true italian connection, ma ci sono altre connessioni.

 

Il fotoritratto di Fiorello la Guardia (affettuosamente denominato “The Little Flower” – letteralmente tradotto: “Piccolo Fiore” – anche in virtù delle sue dimensioni non proprio statuarie ) quando guidava “I Foggiani”. Il destino gli riserverà notevoli impegni in politica e, in particolare, ben tre mandati consecutivi alla guida della città di New York in qualità di “mayor” = sindaco. Era nato nel 1882 nel quartiere di Manhattan, a New York, figlio di un immigrato italiano originario della provincia di Foggia (Cerignola)  di professione musicista, che divenne direttore della banda del U.S. Infantry. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, decide di arruolarsi nell’American Expeditionary Force e, in quanto laureato in legge, gli viene attribuito il grado di tenente.  Inoltre FIORELLO conosce perfettamente sette lingue – tra cui l’italiano  – e dunque diventa il comandante dei piloti statunitensi addestrati e di stanza in Italia  – “I Foggiani”, appunto – per congerdarsi,a conflitto terminato, con il grado di maggiore. Il nome “LaGuardia”, (come viene scritto nornalmente in inglese), riecheggia ancora oggi tra le strade di New York giacchè già nel 1947, quando era ancora in vita, per ricoscenza, la città decise di chiamare “Fiorello LaGuardia Airport” il suo secondo aeroporto. Probabilmente è l’italo-americano più famoso negli Stati Uniti.

L’ingegner Caproni aveva progettato e costruito gli aerei sui quali i “Foggiani” volarono. E Maria Fede Caproni è stata l’ispirazione e il motore che ha spinto il progetto della mostra e dei libri che li riguardano.

Il Museo Caproni di Trento, del resto, insieme all’editore LoGisma, ha curato la realizzazione di questi libri, che sono, a parer mio, un vero, piccolo tesoro, letterario e storico.



Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

Didascalie delle foto a cura della Redazione di Voci di hangar



Recensione di Evandro A detti (Brutus Flyer)

Amore per l’aria

titolo: Amore per l’aria

autore: Achille Cesarano

editore: Logisma

anno di pubblicazione: 2011

ISBN: 978-88-87621-884





 

Nella prefazione del suo libro, datata gennaio 2011, Achille Cesarano scrive:

“Non so spiegare come nasca un sogno in un bambino, né come questo sogno diventi desiderio nel ragazzo e infine talento nell’uomo”.

Avrei potuto scrivere le stesse parole, neanch’io mi so spiegare questo percorso. Eppure ho seguito la stessa strada da quando, ad appena due o tre anni, ho visto passare un aereo ad elica, bassissimo sopra il tetto della casa dei miei genitori, nella campagna maremmana. Un sogno, che è poi diventato ardente desiderio negli anni dell’adolescenza ed infine talento una manciata di anni più tardi, quando ho conseguito la licenza di volo. E da allora non ho mai smesso di volare. L’amore per l’aria è divenuta una sorta di “malattia” incurabile.

Dice ancora Achille nella sua prefazione:

“Il misterioso amore per l’aria mi ha portato a realizzare negli ultimi anni alcuni progetti speciali, come volare in parapendio con un gabbiano per insegnargli a tornare libero in natura, il viaggio in deltaplano a Capo Nord e sul deserto del Sahara fino a Dakar, i record di quota italiani, la migrazione guidata di una coppia di cicogne lungo l’Italia…”.

Ecco. Il contenuto del libro è questo.

Il primo capitolo si intitola “Il gabbiano”. E’ la storia del rocambolesco salvataggio di un pulcino di gabbiano caduto dal nido (che in realtà non esiste, è solo un piccolo avvallamento nel terreno o una esigua porzione di parete rocciosa) e finito su uno scoglio sottostante dal quale rischiava di precipitare in mare, tra la furia delle onde.

Achille, insieme ad un amico, porta in salvo il pulcino.

Segue un certo periodo di laborioso lavoro per nutrirlo e farlo crescere. Infine arriva il momento di insegnargli a volare.

Il racconto, corredato di magnifiche fotografie, è piuttosto toccante, anche se lo stile della narrazione è sobria, senza enfasi, assolutamente priva di retorica. Eppure arriva ugualmente a toccare certe corde profonde nell’anima di chi legge. Quando giunge il momento in cui Achille, volando sul Monte Conero con il suo parapendio, vede il gabbiano (al quale ha dato il nome di Jonathan, Johnny per gli amici, come il famoso Jonathan Livingstone di Richard Bach) volare insieme a lui, è letteralmente un sogno che si realizza. E questo sogno si ripete molte volte per un certo periodo di tempo. Un paio di mesi.

La natura però segue sempre il suo corso. I gabbiani sono uccelli veleggiatori che si spostano per migliaia di chilometri. E’ impensabile che uno di loro possa rimanere troppo a lungo in un luogo qualsiasi.

Scrive Achille:

“A volte, mentre sono in volo, vedo Johnny girarmi intorno e poi allontanarsi, distratto dal passaggio dei suoi simili. Il mio primo istinto è di richiamarlo; lui ascolta ancora la mia voce e virando torna indietro verso di me. Ma sento che il  giorno dell’addio si avvicina”.

La retrocopertina del bel volume di Achille Cesarano. Nel sito web dell’editore questo è il “lancio” che troverete a sottolineare la bontà e i contenuti del libro: “Achille Cesarano si racconta, aprendo il suo diario personale pieno di ricordi e di imprese memorabili. Un pilota fuori dal comune, che fra le sue imprese annovera il primo raid fino a Capo Nord con un deltaplano a motore, e poi ancora il raid Ancona-Dakar, e ancora il record italiano di altezza, sempre in deltaplano a motore, omologato dalla FAI, sui cieli marchigiani. Queste e altre avventure in un libro maginficamente illustrato da originali fotografie a colori di Achille Cesarano e di Marta Morico. Con allegato DvD del Record Italiano di altezza (Riprese Simone D’Ascenzi, Enrico Colantoni. Regia Simone D’Ascenzi)”. Occorre aggiungiere altro?

Infatti, una domenica, mentre Achille vola insieme ad altri amici e a Johnny, passa uno stormo di gabbiani diretti a sud verso il monte Conero. Johnny fa un largo giro intorno ai suoi amici umani, poi aumenta la velocità per raggiungere lo stormo. Si unisce ai suoi simili e se ne va.

Da quel giorno non l’ho più rivisto”, dice Achille.

Poche righe più sotto dice anche: “sono contento che Jonathan sia tornato libero”. Ma  si percepisce una certo amarezza, che continua nelle frasi seguenti.

Una sensazione che conosco molto bene. Ci sono passato parecchie volte.

Come ho scritto nel mio libro “Zingari del cielo”, ogni cornacchia che allevavo da ragazzino, dopo essere stata con me per qualche mese, dopo essere venuta a posarsi sulla mia spalla tutte le volte che la chiamavo, cominciava a farsi più diffidente, più restia ad avvicinarsi, perfino per prendere il cibo e alla fine se ne andava. Ce ne erano molte in giro nella campagna, a volte mi illudevo di riconoscere la mia, ma in realtà non la rivedevo più.

Andava  sempre così. Per questo dico di sapere bene cosa ha provato Achille quando il suo gabbiano se ne è andato.

Il libro prosegue con il racconto delle sue esperienze di ragazzo e presto arriva quello delle prime vere vicende di volo. La prima vela, i primi voli.

Poi il delta. E con questo mezzo Achille raggiunge addirittura Capo Nord, nel 2005.

Andare a Capo Nord in deltaplano a motore non è semplice. Achille non ci va da solo, ma con un amico che vola con lui con un altro deltamotore. Il capitolo relativo a questo viaggio parla dei preparativi accurati e dei criteri da seguire nella realizzazione di una simile impresa. Resta il fatto che il viaggio è molto lungo, sono migliaia di chilometri. Anche se diviso in più tappe, sono molte ore di volo ogni giorno.

Proprio come fanno i gabbiani. Sembra che sui gabbiani non possa operare l’imprinting di un essere umano. Ma qui, non sarà successo il contrario?

Un’immagine molto intensa che ritrae l’autore mentre “familiarizza” con un pennuto ancora incapace di volare. Chissà cosa si diranno mai?!

La narrazione, infatti, prosegue con un altro viaggio lunghissimo. Ancona-Dakar, nel 2007, sempre in deltamotore.

Entrambi i capitoli sono corredati di bellissime fotografie.

Arriva poi il capitolo che riguarda il record di quota del 2008. Testo e foto sono di alto interesse per chiunque sia appassionato di cose aeronautiche, ma per me lo sono ancora di più. Infatti, di questa impresa avevo sentito parlare, in quel periodo, da alcuni colleghi controllori del traffico aereo. La Torre di controllo di Ancona Falconara aveva fornito assistenza ad Achille durante la salita e la discesa, in ottemperanza al relativo NOTAM emesso per l’occasione. Un’impresa piuttosto difficile, che necessita di un gran numero di coordinamenti ed il superamento di parecchie difficoltà. Ma alla fine il record è stato realizzato. Diciassettemilasettecento piedi di quota con un deltaplano a motore. Mentre sopra e sotto continuano a passare aerei di linea… Niente male davvero!

E Achille descrive tutto questo con il suo stile asettico, come se si trattasse di una passeggiata.

L’ultima parte del libro tratta di un progetto scientifico: aiutare le cicogne a migrare lunga una nuova rotta affinché dopo possano continuare da sole negli anni successivi. E anche questo, secondo me, è un altro sogno che diventa realtà.

L’immagine che testimonia il volo in formazione effettuato da Achille Cesarano e il suo stormo di oche. Tutti i gusti son gusti: d’accordo che sono oche … ma cosa avranno visto mai nei confronti di Achille? Un bel ragazzo o un ottimo pilota? Un’ala fissa e rumorosa? Bah …

Il mondo degli umani e quello degli animali, seppur così vicini (viviamo praticamente insieme), sono in realtà abbastanza distanti. Sarà per questo che, ogni volta che la distanza si riduce, o meglio, ogni volta che ci illudiamo di aver ridotto la distanza tra noi e loro, proviamo un’intenza emozione. Da ragazzino desideravo ardentemente di essere un rondone, di volare via insieme alle mie cornacchie, ed anche di possedere un aeroplanino tutto mio, con il quale volare sopra la mia casa e salutare i miei genitori da lassù. Da grande ho realizzato quest’ultimo desiderio, ma gli altri… sono rimasti sogni.

Eppure, nella seconda metà degli anni ottanta, nel periodo pionieristico del volo ultraleggero, ho creduto di aver realizzato il sogno di volare con le cornacchie.

Facevo l’istruttore in una specie di club con scuola di volo, su un’aviosuperficie nei dintorni di Roma. Utilizzavamo i primi ultraleggeri tubi e tela di quegli anni e qualche deltamotore. Durante il decollo, subito dopo aver staccato le ruote da terra, passavo a pochi metri da alcune querciole che crescevano  di fianco alla pista. A volte vedevo volare via dai rami diverse cornacchie e per un brevissimo tempo ci trovavamo a volare insieme. Per me era una forte emozione.

Ma come ho detto, durava pochi istanti. All’epoca non sapevo nulla di qualcuno che potesse volare con gli uccelli per lunghi percorsi. L’impresa di Achille, come anche le imprese di Angelo d’Arrigo e di altri, è qualcosa che va oltre ogni immaginazione.

Per questo invito tutti a procurarsi questo suo libro.

L’ultima parte è dedicata proprio al resoconto di una migrazione di cicogne, guidate da Achille con l’utilizzo di un deltamotore progettato e costruito allo scopo. Anche qui troverete bellissime foto.

Le imprese di Achille non sono finite con quest’ultima impresa. Soltanto il libro finisce. Tutto ciò che ne segue può essere facilmente trovato in rete, articoli e filmati.

Un altro splendido scatto che immortala il decollo dell’autore di “Amore per l’aria” con le sue oche. Lui è quello a bordo del deltaplano a motore, per intenderci. In effetti l’amore di Achille non è solo per l’aria ma – non stentiamo a crederci –  per tutte le forme di vita che lo animano. Zanzare comprese?

Nella terza di copertina del libro, comunque, all’interno di una bustina trasparente incollata alla pagina, c’è un DVD. Contiene i filmati registrati durante il volo per la realizzazione del record di quota, con tanto di tracce audio delle comunicazioni tra lui e gli enti di controllo del traffico aereo.

Un bel libro da leggere, per trarne non soltanto l’emozione che ci trasmettono le vicende narrate, ma anche, per molti, una notevole fonte di ispirazione.

Non si sa mai da cosa può nascere il sogno di un bambino, né se questo sogno possa diventare desiderio nel ragazzo e infine talento in un uomo.

 Ma potrebbe nascere proprio da un libro come questo.

 



Recensione a cura di Evandro Detti (Brutus Flyer)

Didascalia a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR


Amore per l’aria





 

L’idea meravigliosa di Francesco Baracca

titolo: L’idea meravigliosa di Francesco Baracca

autore: Vincenzo Ruggero Manca

editore: Koinè Nuove edizioni

anno di pubblicazione: 2008

ISBN: 8887509905978-8887509908





 

-19 giugno 1918:

“… Il Maggiore Baracca, partito alle ore 18,15 in volo di crociera e mitragliamento, non fa ritorno al campo; si ritiene colpito da mitragliatrice a terra e precipitava in fiamma sul versante del Montello oltre le nostre linee”

(dal Diario storico della 91a Squadriglia)

-24 giugno 1918

“… viene trasportata al campo la salma del Signor Maggiore Baracca, ritrovata sul versante del Montello presso l’abbazia di Nervesa”

(dal Diario storico della 91a Squadriglia)

 

C’è un rituale che si ripete da molti anni, il 19 giugno di ogni anno nei cieli di Nervesa della Battaglia  e questo formidabile scatto del bravissimo fotografo Luigino Caliaro ritrae in un mirabile tutt’uno i protagonisti di quel rituale: il sacello di Francesco Baracca e lo Spad XIII. A pilotarlo il suo costruttore  Giancarlo Zanardo che è il lodevole fondatore della Fondazione Johathan Collection.  L’immagine è diventata meritatamente un poster così come si può ammirare nel sito web “Il museo del Piave”.

 

 

Si dice che i piloti non muoiono, volano solo più in alto.

Quel 19 giugno di cento anni fa Francesco Baracca è volato molto in alto ed è entrato per sempre nell’Olimpo degli Eroi.

Medaglia d’oro al valor militare, conferitagli, in vita e prima ancora di raggiungere il tetto insuperato delle sue 34 vittorie, con la seguente una motivazione:

“Primo Pilota da caccia in Italia, campione indiscusso di abilità e di coraggio, sublime affermazione delle virtù italiane di slancio e audacia, temperato nei sessantatre combattimenti, ha già abbattuto trenta velivoli nemici, undici dei quali durante le più recenti operazioni”

Il ritratto fotografico della medaglia d’oro Francesco Baracca presente all’interno del volume. Figlio di una nobildonna e di un facoltoso commerciante proprietario terriero, non era certo figlio del popolo né un proletario … ma non per questo possiamo fargliene una colpa. All’epoca tra gli ufficiali dell’Aviazione italiana (membri del battaglione aviatori all’interno dell’Esercito italiano e non già di una forza armata autonoma) erano numerosi gli aristocratici o comunque i rampolli di famiglie benestanti che, invece di guidare le truppe in groppa di un lucente destriero, sceglievano di cavalcare un rumoroso e riottoso velivolo di legno e tela. D’altra parte la nascente Aeronautica militare italiana era figlia della ben più gloriosa cavalleria e ne manteneva il millenario codice nonché i suoi sacri principi. Almeno ai tempi di Francesco Baracca; ben diverso  accadrà nel II conflitto mondiale.

 

Vincenzo Ruggero Manca, generale di Squadra Aerea in pensione, è stato Comandante del 9° stormo Caccia Intercettori 7 sul campo di S. Caterina di Udine di cui Francesco Baracca è stato il primo comandante.

Utilizzando il ricco scambio epistolare, quasi quotidiano, che il nostro eroe aveva con la madre e con il padre, l’autore costruisce un intervista lasciando parlare lo stesso Baracca.

Il lettore si troverà a ripercorrere le vicende storiche della I Guerra Mondiale con gli occhi di un giovane ufficiale che quelle pagine di storia ha contribuito a scriverle.

E’ lo stesso autore a dirci che non farà alcun commento nè analisi di ciò che Baracca è stato, lasciando al lettore le riflessioni e considerazioni sull’insegnamento che oggi, a cento anni dalla morte, Francesco Baracca ci lascia.

Il libro è ricco di documentazione fotografica dell’epoca che aiuta ancor più il lettore a immergersi nella storia.

Se c’è un luogo che costituisce una sorta di portale spazio-temporale che riesce a riportarci indietro nel tempo, ebbene quello è il sacello eretto in onore di Francesco Baracca in quel di Nervesa della Battaglia in Via Baracca. Come riportato nella pagina dell’ottimo sito web www.montello.eu, il sacello fu eretto a tempo di record all’incirca nei pressi del luogo dove il grande pilota cadde colpito a morte durante la Battaglia del Solstizio che si imperversò in quei giorni proprio nella zona del Montello.

Conosceremo il Francesco Baracca figlio premuroso e attento verso la madre a non darle troppe ansie. Come quando, nella lettera datata 8 aprile 1912, comunica che ha fatto domanda di andare in Francia o Germania per studiare le lingue. In realtà aveva sì presentato domanda di andare in Francia … ma non per studiare le lingue bensì per diventare pilota; è una piccola bugia per non far preoccupare la madre.

Il primo maggio 1912 Francesco Baracca è a Reims: “… sono arrivato all’aviazione per modo di dire, senza nemmeno saperlo e senza neppure farmi raccomandare, ed ora mi accorgo di aver avuto un’idea meravigliosa, perché l’aviazione ha progredito immensamente ed avrà un avvenire strepitoso. …”(lettera al Papà del 5-5-1912)

Dalla corrispondenza con il papà apprenderemo l’entusiasmo con cui Baracca affronta il volo e il feeling che sin dal primo volo, come passeggero, avrà con l’aereo: “… è’ una cosa sorprendente volare … Era un magnifico sogno ad occhi aperti …” (lettera al Papà del 5-5-1912)

La preziosa fotografia che immortale Francesco Baracca pochi giorni prima della fatale missione sul Montello nel corso della quale perderà la vita. Ma immaginiamo solo per un istante uno scenario diverso dall’evoluzione storica che conosciamo: e se Francesco Baracca fosse sopravvissuto alla I Guerra Mondiale? Ci domandiamo: il suo mito sarebbe giunto fino a noi? Sarebbe divenuto lui, al posto di Italo Balbo, il vertice supremo di una moderna Aeronautica Militare Italiana? Avrebbe partecipato come pilota combattente alla II Guerra Mondiale? L’avremmo visto ai comandi di un Fiat CR42 Falco tenere testa agli Spitfire durante la battaglia d’Inghilterra o nei cieli di Malta? Avrebbe comandato a vita il IX Stormo Caccia che porta il suo nome? … non lo sapremo mai … ma sollecitiamo gli autori che si dilettano nella narrativa aeronautica a cimentarsi nello sviluppo di questa congettura sfrenatamente fantasiosa.

Baracca inizia la sua carriera militare nel 1907, quando a 19 anni entra alla Scuola Militare di Modena (oggi Accademia Militare) come allievo Ufficiale di Cavalleria, da dove uscirà nel 1909 per passare alla scuola di applicazione di Cavalleria di Pinerolo.

La passione per i cavalli sarà sempre presente nella vita di Baracca, anche quando in Francia per conseguire il brevetto di pilota: “… non ho dimenticato i cavalli, perché, spesso, monto con gli ufficiali dei dragoni e li seguo quando i Reggimenti fanno qualche manovra attorno a Reims.”(pg.95)

A tutt’oggi la morte del maggiore Francesco Baracca è ancora avvolta nel mistero. La versione italiana, ossia quella che fu divulgata all’indomani del tragico evento, lo vede colpito a morte da un proiettile sparato – più o meno a vanvera – dal moschetto di un fante austriaco, viceversa la versione austriaca avvalora la tesi dell’abbattimento ad opera del mitragliere di un velivolo biposto da ricognizione austriaca; un congettura piuttosto fantasiosa sostiene addirittura che l’asso italiano fu ferito – non è dato sapere se da fuoco nemico o addirittura amico – e che, precipitando in territorio sotto il controllo austriaco, si sia scientemente tolto la vita pur di non cadere prigioniero o di morire ustionato per effetto dell’incendio in cui era avvolto il suo velivolo. Per quanto possa apparire legittima – per non dire morbosa – la conoscenza della dinamica degli ultimi istanti di vita di Francesco Baracca, il mito degli assi degli assi italiano rimane indenne, per nulla scalfito dall’una o dall’altra versione. Perché, se la storia non riesce ancora a definire il suo epilogo, è pur vero che la storia non gli nega i 32, i 34 o forse 36 abbattimenti, lo spessore umano o le capacità di pilota combattente, l’abnegazione o l’amor patrio che lo animarono fino all’ultimo suo respiro. D’altra parte i miti nascono così: quando il corpo terreno si dissolve nasce la memoria imperitura delle gesta compiute.

Il 7 aprile 1916 Baracca abbatte il suo primo velivolo, quella stessa sera fa disegnare sulla fusoliera del suo Nieuport la figura del “Cavallino Rampante” presa dallo stemma del suo ex reggimento di cavalleria “Piemonte Reale”.

Il “Cavallino Rampante” nero su sfondo bianco entrerà anche lui nella legenda, continuando a volare con il 4° stormo dell’AMI di cui ha fatto parte la 91 squadriglia, e con il 9° Stormo Caccia Intercettori che includeva la 91 squadriglia.

La retrocopertina del bel libro che ci fornisce una visuale originale – almeno nell’espediente narrativo – del mitico Francesco Baracca.

Ma il “Cavallino Rampante” continua a correre anche con le auto diventando il simbolo della casa automobilistica “Ferrari”. Fu proprio la madre di Francesco, la contessa Paolina a dire a Enzo Ferrari: “Ferrari metta sulle sue macchine il cavallino rampante di mio figlio. Le porterà fortuna.

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria, Baracca si trova in Francia per ultimare il suo addestramento sul nuovo biplano “Nieuport”.

In Italia il “Corpo aeronautico” costituito il 7 gennaio del 1915 dispone di 3 Gruppi con 11 squadriglie e 58 apparecchi quasi tutti di costruzione francese: Bleriot, Farman, Nieuport, e 5 scuole di volo.

Siamo agli albori dell’aviazione e dell’impiego dell’aereo per usi bellici.

I piloti erano allo stesso tempo collaudatori e istruttori che dalla loro stessa esperienza dovevano trarre insegnamento per se stessi e per gli altri.

Lo scatto che ha reso immortale il maggiore Francesco Baracca

Lo “stallo” o la “vite” che oggi sono manovre che fanno parte del programma di addestramento dei piloti, civili e militari, erano a quei tempi brutte esperienze : “Non m’era mai capitato! … d’un tratto sento i comandi molli! L’apparecchio piega a sinistra, cade, si avvita nell’aria e gira su stesso … Ho pensato che i comandi erano rotti:era finita …” (dal diario di Baracca 26-08-1915)

Le tattiche di caccia che oggi i piloti militari studiano in aula, erano allora sconosciute e il rischio di rimanere colpiti dai propri compagni di squadriglia non era tanto remoto.

Nel descrivere le missioni di volo Baracca ci lascia, involontariamente, anche una grande testimonianza della sua personalità.

All’alto senso del dovere univa un grande rispetto dell’avversario: “… Ho parlato a lungo con il pilota austriaco, stringendogli la mano e facendogli coraggio … Non aveva potuto salvarsi dalla mia caccia…”(lettera alla Mamma del 8-4-1916).

Alla freddezza e coraggio nell’azione univa una grande umanità: “Ieri vi fu un brillante bombardamento coi ‘Caproni, non andai di scorta perché non spettava a me; abbiamo mandato un messaggio al di là dalle linee con le notizie degli aviatori caduti” (lettera al Papà del 19-9-1916)

Non c’è nulla da aggiungere all’iscrizione che è scolpita nel duro travertino di Tivoli posta alla base del monumento che Lugo di Romagna ha dedicato al suo più illustre figlio.

Il 19 giugno 1918 Baracca, nato il 9 maggio 1888 a Lugo di Romagna, ha da poco compiuto 30 anni. Cinque mesi dopo, l’11 novembre 1918, la I Guerra Mondiale ha termine.



Recensione a cura di Franca Vorano

Didascalie stilate dalla Redazione di VOCI DI HANGAR