Mission to Mars

titolo: Mission to Mars. My vision for Space Exploration – [Missione verso Marte. La mia visione dell’esplorazione dello Spazio]

autore: Buzz Aldrin e Leonard David

prefazione di: Andrew Aldrin (figlio di Buzz)

editore: National Geographic Society

ISBN: 978-1-4262-1018-1





Questo libro di Buzz Aldrin è l’ultimo che ho letto in ordine di tempo. E forse è anche l’ultimo che ha scritto. Aldrin è nato nel 1930. Nonostante la veneranda età ha ancora molto entusiasmo e un inesauribile interesse per lo Spazio, per i viaggi spaziali in generale e per la conquista del pianeta Marte in particolare. Infatti non perde occasione per promuovere iniziative in tal senso. Partecipa a conferenze, incontri, manifestazioni, gestisce un apposito sito Internet e scrive libri.

Questo libro, in particolare, è diverso dagli altri scritti precedentemente. Gli altri erano autobiografie, resoconti di missioni nello spazio e del primo allunaggio.

Qui, sin dalle prime pagine, si comprende che l’argomento non riguarda il passato, ma il futuro.

Sono otto capitoli densi di tecnica, scienza, finanza, politica, progetti veri e propri di conquista, utilizzo, sfruttamento delle risorse energetiche di Luna, asteroidi e del pianeta rosso.

Non si tratta di studi dell’ultima ora, ma di un resoconto finale del lavoro costante e certosino di un’intera esistenza.

Quel satanasso di Buzz Aldrin, alla sua venerabile età (è un classe 1930!), non si risparmia un solo istante e non perde neanche un’occasione nel promuovere le sue convinzioni circa la necessità di un insediamento umano permanente sul pianeta rosso. Anche la maglietta che indossa immancabilmente in tutte le occasioni pubbliche cui partecipa non viene meno al suo spirito guasconesco. A tradurla esattamente vuole dire: “Porta il tuo culo su Marte!”. Più chiaro di cosi?!

Già da studente si era laureato in scienze aerospaziali al famoso MIT, la prestigiosa università con sede a Boston. Al Massachusetts Institute of Technology aveva discusso una tesi sulle tecniche di aggancio e sgancio di due navicelle spaziali fuori dall’atmosfera terrestre. Un argomento che gli si rivelò oltremodo utile per essere assunto alla NASA. Quest’ultima aveva iniziato a reclutare piloti militari, ponendo come requisito essenziale che fossero tutti piloti collaudatori (test pilots).

Il primo gruppo, infatti, proveniva dalla base dell’aeronautica di Edwards, dove era la sede del reparto sperimentale. Erano tutti esperti test pilots.

Aldrin non lo era. Al primo tentativo fu rifiutato, proprio per questo motivo. Ma ripresentò la domanda, mettendo in risalto l’argomento della sua tesi di laurea e stavolta lo accettarono.

Come tutti gli autori che si rispettino, anche Buzz Aldrin si è impegnato in un’intensiva campagna promozionale del suo libro: “Missione su Marte. La mia visione dell’esplorazione dello spazio”. Era presente anche a Milano, in occasione dell’ultima giornata del Wired Next Fest, non più tardi del 28 maggio 2017. Nella città meneghina il “lunatico” Buzz è stato letteralmente sommerso dagli applausi dai numerosi presenti. Naturalmente il buon Buzz ha preso la parola e ha proclamato: “Marte andrebbe occupato con missioni continue che si possono succedere a distanza di anni per sostituire i coloni: dobbiamo andare e restare, non solo lasciare impronte e bandiere.” Inoltre ha aggiunto: gli Stati Uniti devono guidare una coalizione di nazioni: in 8 anni potremmo tornare sulla Luna per assemblare gli habitat e i lander riutilizzabili e da lì andare su Marte.” Poi, un poco melanconico ha concluso: “Ai nostri tempi non avevamo davvero un piano, stavamo rincorrendo la tecnologia”. E i sovietici – aggiungiamo noi -.

Come ben si sa, la tecnica di rendezvous è stata l’elemento chiave di tutte le missioni Apollo.

Dopo l’Apollo 11, quello del primo sbarco sulla Luna nel 1969, per Aldrin cominciò una vita difficile (curiosamente, prima di congedarsi dall’Aeronautica fece in tempo a prestare servizio come comandante della USA Test Pilot school Air Force base di Edwards, California), ma nel corso dei decenni successivi, pur con tutti i problemi di vita personale, non ha mai cessato di cercare un progetto in ambito spaziale al quale dedicarsi con impegno. Sembra che tutti gli astronauti avessero un bisogno psicologico di sostituire lo scopo elevatissimo appena raggiunto con uno altrettanto elevato, se non addirittura superiore.

Aldrin ha scelto la conquista di Marte.

Dopo il 1972, anno dell’ultima missione sulla Luna, l’Apollo 17, sono seguiti decenni di relativamente basso profilo, in ambito spaziale. Ci si è limitati a restare poco fuori dall’atmosfera, alcune centinaia di chilometri appena. Si è costruita la ISS (International Space Station), la Stazione Spaziale Internazionale e si è sviluppato lo Shuttle per i collegamenti con essa.

Niente più viaggi nello Spazio profondo.

Una cartolina da Marte

Andrew Aldrin, il figlio di Buzz, così scrive nella prefazione di questo libro:

This book represents a journey of its own. It began the moment my father set foot back on Earth. Since that time he has been constantly thinking about how people from Earth will inhabit another planet – [“Questo libro rappresenta un viaggio esso stesso. Cominciò nel momento in cui mio padre tornò sulla Terra. Da allora non ha fatto altro che pensare a come i terrestri avrebbero potuto colonizzare un altro pianeta]”.

Andare su Marte richiede mesi di viaggio. Dai sei agli otto, con la tecnologia attuale. Ma secondo Aldrin non ha molto senso andarci giusto per piantare una bandiera e tornare indietro con un fagotto di pietre, come è stato per la Luna. La sua idea non è una corsa tra nazioni, per stabilire chi ci arriva prima. Lui pensa che questo modo di fare sia ormai retaggio del passato, andava bene giusto all’epoca della Guerra Fredda. Oggi si deve pensare ad una collaborazione tra nazioni, al contributo che ognuna può apportare allo sforzo economico richiesto da un’impresa simile, allo sfruttamento congiunto delle risorse energetiche contenute nel sottosuolo degli asteroidi, delle cosiddette lune di Marte e nel sottosuolo e nell’atmosfera di Marte stesso. E bisogna abbandonare l’antica idea del coinvolgimento unico dei governi dei paesi partecipanti, lasciando campo aperto alle iniziative delle imprese private, comprese quelle turistiche. I viaggi intorno alla Luna possono essere organizzati per scopi turistici, come quelli verso la Stazione Spaziale Internazionale o addirittura verso una serie di Hotels spaziali costruiti allo scopo. In questo modo viene coinvolta l’intera umanità.

E se si va su Marte, ci si deve andare per restare. Lo scopo deve essere quello di colonizzarlo.

I tempi sono maturi, secondo Aldrin, per pensare alla specie umana che vive su più pianeti.

Questo libro, comunque, non è un libro di teorie più o meno ardite.

Aldrin presenta in queste pagine lo studio di tecniche perfettamente attuabili adesso, come lo studio dell’Aldrin Cycler.

Di cosa si tratta?

Spiegarlo in poche parole sarebbe troppo riduttivo. In estrema sintesi, si tratta di un veicolo spaziale, assemblato nello Spazio come la ISS, di ampie proporzioni per essere vivibile e confortevole. Una volta pronto, questo Cycler viene accelerato ed inserito in un tipo di traiettoria perenne che si snoda attraverso il sistema solare, tra la Terra e Marte. Per mantenere velocità e traiettoria viene sfruttata l’energia gravitazionale dei pianeti e per le necessarie e periodiche correzioni richiede l’impiego di poco carburante.

Quando il veicolo si trova a fare il giro intorno alla Terra può essere raggiunto da un altro veicolo apposito che può trasportare merce, carburante e persone e si può agganciare al primo con la tecnica del rendezvous.

La stessa cosa avviene nell’orbita marziana. Un veicolo che si sgancia e scende sulla superficie porta rifornimenti e persone. Ma un altro veicolo può partire da Marte e andare ad agganciarsi al Cycler per tornare verso la Terra. Dove scenderà mentre un altro salirà, e così continuativamente.

Geniale.

Sul libro tutto quello che ho ristretto in poche frasi è invece descritto nei minimi particolari. Ma la genialità non finisce qui. Aldrin non pensa ad un semplice spostamento di uomini e cose verso Marte. Piuttosto considera questo come la meta finale di un viaggio più lungo.

La Luna, per esempio.

Tornarci ha senso?

No, se ci si torna solo per passeggiarci sopra per ore o giorni.

Si, se si considera invece la costruzione di insediamenti definitivi allo scopo di sfruttarne le risorse del sottosuolo o altri tipi di opportunità, non ultimi, come ho detto, quello turistico.

Copertina e II di copertina di  Mission To Mars firmata dall’autore

Ormai si sa che sulla Luna c’è acqua, sebbene sia depositata, sotto forma di ghiaccio, all’interno di alcuni crateri, tanto profondi da essere sempre al riparo dei raggi solari in qualunque periodo dell’anno e in qualunque punto della sua traiettoria. Una risorsa praticamente inesauribile.

E’ necessario collocare alcuni satelliti stazionari che orbitino intorno alla Luna per consentire le comunicazioni costanti con la Terra e magari con altri veicoli spaziali.

Si, perché secondo Aldrin è possibile collocare veicoli spaziali opportunamente concepiti in ben determinati punti dello Spazio dove restano in equilibrio gravitazionale (sempre con minima richiesta di energia per correggere la propria posizione, quando serve).

E alcuni appositi veicoli spaziali potrebbero portare materiali ed equipaggi sulle lune di Marte, specialmente su Phobos, quella più vicina al pianeta, ma anche l’altra, Deimos, non è meno interessante e sfruttabile. Aldrin spiega in questo libro che per costruire gli insediamenti sul pianeta rosso si dovrebbero impiegare dei robot.

Da Phobos sarebbe possibile telecomandare le operazioni dei robot, in tempo reale ed immediato, senza dover fare i conti con il ritardo temporale del comando inviato dalla Terra. Nel caso di Marte, sia pure alla velocità della luce, un comando impiega una ventina di minuti per raggiungere il robot che opera sul suolo marziano. Troppo.

Il pluriottantenne Buzz Aldrin mentre firma una copia del libro oggetto di questa recensione. Da notare che, sul giubetto che indossa, fa bella mostra di sé la patch della missione Apollo 11 di cui fu membro. Immancabile, inoltre, la t-shirt un pochino scurrile – non c’è che dire – che invita a recarsi su Marte. E senza indugio alcuno – aggiungiamo -.

Solamente dopo aver realizzato questi insediamenti preliminari sulle lune di Marte, si potrà procedere alla colonizzazione permanente del pianeta rosso. Perché allora tutte le infrastrutture saranno pronte ad accogliere i primi occupanti.

Ho detto che l’idea di Aldrin è quella di un coinvolgimento globale di tutti gli stati e delle imprese private. Tuttavia, considerato che la Luna è stata conquistata dall’America, deve essere questa ad avere, di diritto, la leadership di tutte le operazioni spaziali. E questa idea, secondo me, potrebbe divenire quella meno condivisa…

Il libro contiene foto, schemi, disegni, che nel kobo non rendono al meglio.

Tuttavia, dal momento che questa carenza si può integrare con Internet e poiché su Youtube ci sono innumerevoli video di Aldrin e delle sue vicende, molte delle quali ricalcano proprio il contenuto dei suoi scritti, non esito ad esortare chiunque abbia un kobo o un altro tipo di ebook reader e una minima conoscenza della lingua inglese ad acquistare e leggere questo ebook.

E’ veramente illuminante.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)


No dream is too high



Nuvole elettriche


“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”

scriveva nella sua autobiografia Yurji Alexeievich Gagarin, primo uomo ad aver orbitato attorno alla Terra ed esserne rientrato vivo.

Si conclude con questa famosissima citazione il bel racconto di Roberto Paradiso intitolato: “Nuvole elettriche” che ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole”.

Purtroppo l’assonanza tra il titolo e in nome del Premio non è stata foriera di successo tanto che il brevissimo testo dell’autore romano (ma pescarese d’adozione) non è riuscito a raggiungere la fase finale del Premio. Magra consolazione – certo – essere ospitato in un angolo del nostro grande hangar tuttavia meglio che rimanere sepolto nella memoria fissa di un computer, non vi pare?

Ma – vi domanderete – cosa “c’azzecca” la celebre frase del grande cosmonauta sovietico con “Nuvole elettriche”?

Un frammento del rivestimento di fusoliera del velivolo con marche 9M-MRD della compagnia di bandiera malese. Nel tratto verniciato di rosso è facile leggere proprio le marche dei Boeing abbattuto

Venendo meno ad una sacra regola del bon-ton secondo la quale non si dovrebbe mai replicare a un quesito con un altro quesito, vi domandiamo: si può rischiare di abbattere un aeroplano commerciale e spezzare la vita di 298 vite innocenti come insulso atto di ritorsione militare? Ebbene … qualcuno lo ha ritenuto accettabile!

La data: il 17 luglio 2014.

Il luogo: i cieli dell’Ucraina a circa 50 km dal confine tra Ucraina e Russia, in prossimità dei villaggi di Hrabove, Rozsypne e Petropavlivka nell’Oblast’ di Donec’k, in un territorio all’epoca controllato dai separatisti filo-russi durante la guerra dell’Ucraina orientale.

Per ricostruire quanto accaduto davvero al volo MH17 si attivò una task force internazionale e si procedette al recupero di tutti i frammenti trovati a terra dopo l’abbattimento. Le parti furono ricomposte e meticolosamente analizzate;  ciò ha condotto i tecnici a stabilire in modo inconfubatile la dinamica dell’abbattimento: missile antiaereo di costruzione russa.

Il velivolo: un Boeing 777-200ER, marche 9M-MRD, della Malaysian Airline, volo MH17, diretto da Amsterdam a Kuala Lumpur.

Le vittime: 283 passeggeri e i 15 membri dell’equipaggi, 298 persone per la maggioranza di nazionalità olandese.

L’abbattimento causato da: missile terra aria lanciato da un sistema missilistico Buk-Telar posizionato in una fattoria nelle vicinanze del villaggio di Pervomais’kyi, portato dai russi in Ucraina orientale e successivamente ritrasferito in Russia

Il motivo: abbattere un velivolo da trasporto militare ucraino carico di rifornimenti per l’esercito regolare ucraino in volo nella stessa area del velivolo malese.

Lo scenario a dir poco desolante che è apparso ai primi soccorritori intervenuti sul luogo dell’impatto a terra del velivolo . Vi risparmiamo le foto strazianti che mostrano i tanti corpi delle vittime mescolate ai rottami … sebbene dovrebbero rimanere sempre nella mente di colui o di coloro hanno ordinato ed eseguito il lancio del missile antiaereo senza avere la certezza del velivolo che si apprestavano ad abbattere. Il sistema antiaereo BUK è infatti costituito da un radar di ricerca, da un radar di guida e dal lanciatore vero e proprio; la ricostruzione di quanto avvenne fornisce un elemento agghiacciante; i filo-sovietici non disponevano dell’unità mobile dotata del radar di ricerca e dunque non potevano distinguere esattamente quale fosse il velivolo commerciale e quale quello militare ucraino che intendevano colpire. Purtroppo sappiamo come è finita: una tragedia.

E’ dunque da questo terribile evento di cronaca internazionale da cui prende spunto il nostro racconto cui si aggiunge l’invenzione narrativa delle anime delle vittime che si accingono al trapasso. Nuvole elettriche, appunto.

Ai soldati giunti sul luogo dell’impatto e attraverso la voce narrante del secondo pilota, le vittime innocenti hanno l’occasione di raccontare un po’ di sé, delle loro esistenze spezzate, dei loro sogni infranti. Ne esce fuori un testo toccante che, seppure nella sua eccessiva brevità trasmette l’orrore e la devastazione provocata da un atto di guerra inconsulto e ingiustificabile.

Certo, il tema non è dei più goliardici, la composizione è più una pennellata a tinte fosche che un racconto organico … ma a noi, a differenza della giuria del premio, è piaciuto. Probabilmente l’autore avrebbe potuto svilupparlo di più e meglio, tuttavia troviamo che ogni periodo abbia il giusto peso, ogni colpo di pennello (narrativo) sia misurato e ben collocato, insomma che l’insieme, seppure nella sua tragicità sia ben costruito nella sua parziale originalità. Occorre ricordare infatti, che l’invenzione dei pensieri latenti delle vittime, “anime” o “nuvole elettriche” che dir si voglia, non è del tutto nuova eppure, nel complesso, è utilizzata con armonia, senza abusarne.

Un velivolo con la livrea della compagnia di bandiera malese identico a quello abbattuto nel 2014

La prosa è piacevole fluida e, nonostante nelle prime righe l’avvio sia un pochino lento, subito dopo il testo appare meno ermetico in quanto vengono svelate le coordinate temporali e geografiche.

Ottima la sintassi, impeccabile la grammatica, assolutamente pertinente al tema aeronautico peraltro previsto dal bando di concorso del Premio.

Un racconto che si legge in un battito di ciglia ma che lascia pensare molto dopo, un grido di condanna contro le guerre, specie quelle che coinvolgono vittime innocenti abbattute (nel vero senso della parola) premendo a cuor leggero un banale tasto di lancio di una batteria anti-area.

La Terra vista dallo spazio così come, probabilmente, la vide il cosmonauta russo Gagarin. Abbiamo scelto un angolo a noi familiare e, piccina piccina, quasi accanto allo stivale italico, la ISS – Stazione Spaziale Internazionale.

In conclusione, riprendendo l’aforisma iniziale … in effetti, come sosteneva Gagarin, la Terra è davvero bellissima vista dallo spazio ma, ad osservarla bene, in superficie, è popolata da una moltitudine di bipedi pensanti che sono spesso affetti da bieche pulsioni distruttive anziché da un sano spirito di fratellanza universale. Lo stesso spirito che colmò il cuore del cosmonauta durante la sua orbita attorno al pianeta azzurro.

 

Recensione  a cura della Redazione


Narrativa / Brevissimo

Inedito;

ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2017;

in esclusiva per “Voci di hangar”

NOTA: in copertina il velivolo abbattuto in Ucraina. La foto risale al 2011 e fu scattata da Alan Wilson presso l’aeroporto di Fiumicino

 


 

 

Nuvole elettriche


Non riesci a vedermi, vero? Eppure io sono davanti a te.

Sono ore che state lì di guardia, con le vostre mimetiche ed i vostri fucili, ma noi di qui non possiamo andare via. Chissà cosa pensi. Ho visto il tuo sguardo velarsi di commozione quando portavano via i nostri corpi, ma la compassione non è una caratteristica di un buon soldato, hai celato quella leggera lacrima con uno starnuto impacciato.

Siamo gli ultimi pensieri dei passeggeri del volo MH17, cristallizzati in nuvole elettriche, che vaghiamo tra i resti del nostro aereo in attesa che arrivi la “chiamata”.

Tutti e 298 eravamo qui quando l’aereo, ormai diventato una palla di fuoco, si è schiantato al suolo. Molti erano già morti soffocati dal fumo o stroncati dalla paura. Ma qualcuno, come me, ha visto la terra avvicinarsi nel suo abbraccio mortale. Io ero il secondo pilota.

Buffo come, sebbene tra di noi ci fossero Musulmani, Cristiani, Indù, Atei ed Agnostici, tutti, al momento del trapasso, sapessimo benissimo cosa sarebbe successo dopo.

Come se si fosse innescato un nastro sepolto nella nostra anima che si sarebbe attivato solo al momento del distacco col corpo.

Il nostro ultimo pensiero si sarebbe cristallizzato lì, nel luogo dove il corpo si era posato, finché i guardiani non lo avessero compiuto. Allora saremmo stati mandati “di là”.

Vicino al motore c’è il pensiero di una mamma che vorrebbe salutare il suo ragazzo. Stava andando a trovarlo. Lui aveva iniziato a lavorare e l’aveva invitata a venire in Malesia. Sarebbe stata la prima volta che il figlio si sarebbe preso cura della madre.

Dietro la deriva c’è un uomo che pensa alla sua donna. Viaggiava per lavoro, era un medico invitato al convegno per l’Aids. Il suo ultimo pensiero è stato di poterla abbracciare ancora una volta.

Forse quel brivido di freddo che senti è il vociare di questi pensieri spezzati. Chissà di chi era la mano che ha premuto il pulsante di sparo. Era fatta di carne e sangue come la mia quando cercavo di riportare in assetto questo aereo ferito a morte. Era come la tua che scorre sul tuo anello nuziale come fosse un rosario.

Forse mi riesci a sentire, vedo che sei turbato, cerchi di non guardare verso i rottami, sicuramente avverti qualcosa.

Se potessi vedere, ora, gruppi di nuvole elettriche svaniscono. I guardiani stanno accompagnando le anime nel loro ultimo pensiero e poi li avrebbero portati di là. La mamma è appena andata. Sicuramente ora sta guardando il suo figlio e gli sta facendo l’ultima carezza; anche l’uomo è partito: lo immagino sfiorare il viso della sua donna mentre lei piange di nascosto.

Tocca a me. Vuoi sapere qual è stato il mio ultimo pensiero?

Io non ho nessuno da salutare. Volare era la mia passione ed ho pensato che avrei voluto vedere la Terra dallo spazio. Vado, fai buona guardia alla nostra ultima dimora. 

 

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yurji Alexeievich Gagarin)


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Roberto Paradiso

 

Roberto Paradiso

Nato a Roma, ma vive a Pescara dal 2003.

Separato, padre di tre figli dei quali i maggiori vivono con lui.

Bancario (per caso), pilota di aerei per diletto, corista, bassista da strapazzo e chitarrista dislessico.

Si cimenta nella scrittura di brevi racconti di fantascienza.

Ha pubblicato una raccolta col titolo “Storie di Anime e di Mondi” edita da:  www.ilmiolibro.it (http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=691493)

Ha pubblicato alcuni racconti anche nelle antologie “256k” e “77, le gambe delle donne” pubblicate da www.braviautori.com  disponibili all’indirizzo: http://www.braviautori.com/pubblicazioni



Per inviare impressioni, minaccie ed improperie all’autore:

 maraboshi(chiocciola)msn.com


Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Nuvole elettriche

 

Flying to the moon

titolo: Flying to the moon. An astronaut story – [Volando alla Luna. La storia di un astronauta]

autore: Michael Collins

editore: I edizione 1976;

II edizione, Sunburst edition 1985;

I edizione libro digitale maggio 2011, editore Harper Collins Canada Ltd

ISBN: 9781429929479





L’Apollo 11 resterà nella storia come la prima missione spaziale ad aver portato il primo uomo sulla Luna.

L’equipaggio era composto da tre piloti americani, divenuti astronauti attraverso un lungo percorso di durissimo addestramento. Tutti avevano già fatto parte delle precedenti missioni Mercury e Gemini, durante le quali avevano sperimentato le tecniche di rendezvous e di EVA (extra veicolar activity- lavoro extra veicolare) nello spazio fuori dell’atmosfera terrestre.

Il ritratto dell’autore divulgato alla vigilia della partenza della missione che lo ha reso famoso a livello planetario: l’Apollo11. Nel 1966, Michael Collins aveva già volato nel corso della missione Gemini 10 nel corso della quale, assieme al suo compagno di viaggio John Young, stabilì l’allora record di altezza mai raggiunta: 475 miglia sopra la superficie terrestre. Una record davvero insignificante se paragonato ai risultati strepitosi della missione Apollo 11 che conquistò la Luna.

Il primo a scendere la scaletta del LM (modulo lunare) fu Neil Armstrong, che entrò nella storia e sarà ricordato per l’eternità. Già il secondo, Buzz Aldrin, pur essendo membro del primo equipaggio a camminare sulla Luna, gode di minor risalto, brilla di meno. E infatti questa condizione ha finito per condizionare la sua vita successiva.

Ma c’era un terzo membro in quell’equipaggio.

Michael Collins, nell’orbita lunare, salutò i suoi compagni, li vide entrare nel LM, denominato “Eagle”, osservò questo staccarsi dal modulo di comando denominato “Colombia” ed iniziare la discesa verso la Luna.

E restò solo, in una cabina tanto piccola, nello spazio immenso, a girare intorno alla Luna.

Durante ogni orbita, mentre la capsula Columbia girava dietro la Luna, ogni comunicazione con la Terra si interrompeva. Collins restava solo, con una grande mole di controlli e calcoli da fare, ignorando la sorte dei suoi due compagni, finché la sua posizione non gli consentiva di tornare in linea ottica con la Terra o con il LM Eagle.

Un compito gravoso il suo, senza nemmeno la soddisfazione di scendere sul suolo lunare, dopo esserci arrivato tanto vicino.

La missione Apollo 11 prese avvio alle 9,32 del mattino, ora locale della Florida, il 16 luglio 1969 dalla piattaforma di lancio 39A del Kennedy Space Center. Il razzo vettore era l’enorme Saturn V. Qui una sua immagine scattata dalla torre di lancio durante il lancio, appunto

In una missione del genere tutto doveva funzionare con la precisione più assoluta. I rischi erano tanti. La ripartenza del LM dal suolo della Luna doveva avvenire in perfetto sincronismo con l’orbita del modulo di comando, per poter eseguire al meglio la ricongiunzione dei due veicoli.

Se il LM non fosse potuto tornare, per qualunque motivo, Collins avrebbe dovuto, suo malgrado, tornare tutto solo verso la Terra, abbandonando i due amici al loro destino. Una risoluzione molto dura da sostenere, seppur doverosa.

La copertina del libro di Michael Collins nella sua prima edizione

Ma c’era anche la possibilità che il LM riuscisse a ridecollare, senza però essere in grado di portarsi alla quota del modulo di comando. Allora Collins avrebbe dovuto calcolare ed eseguire una discesa fino all’orbita dell’ Eagle e manovrare per eseguire il rendezvous d’emergenza a quota più bassa e ad una velocità molto diversa da quella standard.

Il libro di cui stiamo parlando è scritto da quest’uomo. Ed è una cosa fantastica leggerlo.

Il primo capitolo comincia proprio dalla descrizione della separazione dei due veicoli nell’orbita lunare e del commiato tra Collins e gli altri due. La descrizione di questa fase, proprio perché fatta da chi c’era, da chi ha compiuto veramente quelle azioni, è qualcosa di eccezionale (benedetto Kobo).

Questa è invece la copertina del libro “Flying to the Moon” nella veste rivista e corretta della II edizione che è appunto quello oggetto della recensione

Dice Collins:

We were a little nervous that morning. We were concerned about how well our spacecraft and computers would work. We also worried about the rocket blast from Eagle, our lunar module, which might kick up a lot of dust and prevent Neil Armstrong from being able to see well enough to land. Or suppose Neil couldn’t find a spot smooth and level enough to put Eagle down? – [Eravamo un po’ nervosi quella mattina. Eravamo preoccupati su come la nostra capsula spaziale e i computer avrebbero funzionato, Eravamo anche preoccupati del soffio del razzo del modulo lunare Eagle che avrebbe potuto alzare molta polvere e impedire a Neil di vedere abbastanza bene per atterrare. O supponiamo che Neil non riuscisse a trovare un punto abbastanza liscio e livellato per posarci il LM”]

Dal secondo capitolo comincia la narrazione della sua vita aeronautica, a cominciare da quando era un ragazzino di nove anni e voleva tanto imparare a volare. Viveva in San Antonio, Texas e c’erano tanti campi di aviazione nei dintorni. Ad 11 anni, infatti, riuscì a fare un volo su un bimotore e addirittura il pilota gli lasciò i comandi per un po’ di tempo. Questo gli permise di capire che non era semplice pilotare, ma gli piacque al punto che, quando il volo ebbe termine, sapeva cosa avrebbe voluto fare nella vita: il pilota.

Così cominciò la sua vita di pilota militare, addestrandosi su un aereo che è stato per lungo tempo il padre di un gran numero di piloti nel mondo: il T-6.

Ma quella era l’epoca dei primi jets e Collins, in breve entrò nel mondo della propulsione a getto.

La missione Apollo 11 è terminata: l’astronauta Neil A. Armstrong (comandante), Michael Collins, (pilota del modulo di comando) e Edwin E. Aldrin Jr. (pilota del modulo lunare) sono ammarati nell’Oceano Pacifico a circa 2.660 km ad est dell’Isola di Wake, 380 km a sud dell’Atollo Johnston ma a solo circa 23 km dalla nave recupero USS Hornet. Erano le ore 11,49 del mattino, ora locale, del 24 luglio ’69. Da notare che i quattro uomini sul gommone indossano delle apposite tute protettive per l’isolamento biologico. Nell’ipotesi che i tre astronauti potessero accidentalmente recare con loro pericolosi e sconosciuti agenti patogeni presenti solo sulla Luna, la NASA adottò infatti delle misure assai prudenti in termini di contaminazione biologica e dunque, giunti sulla Terra, collocò i tre reduci lunari in una quarantena feroce dalla quale uscirono solo il 10 agosto.

In some ways a jet is easier to fly than a plane with a piston engine and a propeller” – [“Per alcuni versi un jet è più facile da pilotare di un aereo con il motore a pistoni e l’elica”], afferma.

Il libro ripercorre tutta la storia delle missioni spaziali, stavolta vissuta da lui. Una storia che ricalca quella narrata dagli altri astronauti. Ma dal punto di vista di Collins.

Sono rimasto sorpreso dalla strana facilità con la quale ho letto questo lungo libro in inglese. Gli altri astronauti sembrano usare un linguaggio più colloquiale, usano molte frasi idiomatiche, una sorta di slang addomesticato, ma spesso di non facile comprensione, perché non si possono tradurre alla lettera certe frasi e il loro significato non fa certo parte della mia cultura di italiano.

Uno dei due libri di cui Michael Colins è autore

Collins, invece, sembra scrivere in un inglese più classico. Infatti si legge bene e senza dover troppo spesso cercare il significato delle parole. Mi è capitato di scorrere pagine e pagine con l’impressione di leggere in italiano. Forse è solo una sensazione mia personale, tuttavia la confronterei volentieri con qualche altro lettore. Se qualcuno si vorrà avventurare nell’acquisto di questo libro digitale e lo leggerà, gli sarei grato se volesse scrivere qualcosa a commento di questa recensione.

L’inglese è una lingua molto espressiva e non è vero, come sostengono alcuni, che si presta bene solo per le faccende tecniche. Collins descrive l’iter addestrativo con una proprietà di linguaggio che sfocia nella poesia. In alcuni passaggi, descrive le sue sensazioni durante il corso di sopravvivenza, durante i voli parabolici che simulano la condizione di assenza di peso e perfino l’effetto della centrifuga a più di otto G. Sembra di vivere le sue esperienze come se fossimo noi stessi coinvolti nelle situazioni.

In verità, tutto è descritto in maniera molto vivida.

Il libro contiene parecchie foto. Ma purtroppo, la resa delle immagini non è un pregio dell’ebook. Per fortuna, nell’epoca di Internet, non è difficile trovare le stesse foto, e perfino i filmati, relativi a tutto ciò che il libro racconta.

Gli ultimi capitoli riprendono il racconto di tutto il resto delle operazioni di allunaggio e del rientro verso la Terra. Racconto che Collins aveva iniziato nel primo capitolo, che aveva interrotto per parlare di come era arrivato fin lì, e poi riprende da dove l’aveva interrotto. Ma è una narrazione piena di particolari, parla perfino di come dormivano nel ristretto spazio della capsula, di come mangiavano, di cosa parlavano delle battute che si scambiavano con il Centro di Controllo a Terra.

Il modulo lunare LM ( Lunar Module) “Eagle” della missione Apollo 11 come apparve il 20 luglio del ’69 dal modulo di comando e servizi CSM (Command and Service Modules) “Columbia” che si trovava in orbita lunare. A bordo c’era proprio il pilota astronauta Michael Collins al quale dobbiamo il merito di questa fotografia memorabile

Come tutti gli altri autori, racconta la vita comune che ritrova dopo una simile impresa. E come altri dedica una parte all’esame delle possibilità future dell’esplorazione dello spazio e dell’interesse per uno dei pianeti a noi terrestri più cari: Marte.

Di questo argomento si è occupato con più enfasi ed entusiasmo Buzz Aldrin. E continua ancora a farlo.

Sembra che Collins non abbia avuto da affrontare i tracolli familiari che hanno coinvolto i suoi colleghi. E’ rimasto sempre con la moglie Patricia e con i loro tre figli.

Oggi si torna a parlare di spazio. Esistono, e operano, società private che effettuano lanci di veicoli spaziali per scopi commerciali. Alcuni di questi attraccano alla Stazione Spaziale Internazionale. Ma il vero passo in avanti, in questo campo, è lo sviluppo e l’impiego di vettori riutilizzabili. Sono razzi che portano in orbita un veicolo spaziale e poi tornano a terra, atterrando sulla piazzola dalla quale erano partiti, scendendo all’indietro in verticale con assoluta precisione.

Un risparmio non da poco. Come dice Collins, fino adesso abbiamo operato come se si andasse dall’America all’Europa con un aereo di linea e dopo l’atterraggio buttassimo l’aereo.

No, non si tratta di un fotomontaggio. Ancora oggi, a Roma, adiacente all’ingresso del civico 16 di via Tevere – quartiere Salario – è visibile la targa in marmo che l’allora sindaco Darida, in rappresentanza di tutta la cittadinanza romana, volle scoprire in omaggio a Michael Collins, intervenuto per l’occasione assieme alla moglie. L’astronauta dell’Apollo 11 nacque infatti in quella palazzina il 31 ottobre del 1930. Suo padre, all’epoca addetto  dell’Ambasciata degli Stati Uniti, risiedeva lì con la sua famiglia e dunque la prima aria che il neonato Michael respirò fu quella romana. Su Youtube è possibile vedere il filmato risalente al ’69 che testimonia la cerimonia d’inaugurazione della targa e la visita di Collins alla sua casa natale (https://www.youtube.com/watch?v=O7uzXypjtWY)

La riusabilità dei vettori, unita ad altri tipi di ottimizzazioni, con la disponibilità di nuovi materiali, nuove tecnologie e computer più potenti, dovrebbe portare al riaccendersi dell’interesse per i viaggi spaziali e la colonizzazione di asteroidi e del pianeta rosso. Negli anni a venire dovremmo sentir parlare sempre più spesso e diffusamente di questo argomento.

Il duemiladiciannove è l’anno del cinquantesimo anniversario del primo allunaggio. Sono cinque decenni. E’ già passato anche troppo tempo.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)



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