Neil Armstrong – The success of Apollo 11 and the first man on the moon

titolo: NEIL ARMSTRONG – The success of Apollo 11 and the first man on the moon – [Neil Armstrong – Il successo dell’Apollo 11 e il primo uomo sulla Luna]

autore: Roman Parmentier in collaborazione con Romain Prevalet

traduzione dal francese di: Carly Probert

editore: 50minutes.com

ISBN e-book: 978-2-8062-7609-4





Neil Armstrong è stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna. Insieme a Buzz Aldrin è sceso con il modulo lunare (LM, Lunar Module) denominato “Eagle” ed è arrivato sulla superficie polverosa del nostro satellite nel luglio del 1969. Intanto, nel modulo di comando, denominato “Columbia”, dal quale l’LM si era separato e che era rimasto ad orbitare intorno alla Luna, Mike Collins effettuava da solo una gran mole di calcoli e controlli e teneva aggiornati i dati della missione in costante contatto con la Terra.

Neil Armstrong è universalmente conosciuto come il primo uomo a mettere piede sulla superficie lunare – è vero – ma a mantenere scolpita la sua notorietà nella memoria universale è più che altro la famosa frase che pronunciò mentre scendeva dalla scaletta del LM: “Questo è un piccolo passo per [un] uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”-. La storia ufficiale vuole che la frase fosse coniata dallo stesso Neil nel corso del lancio e nelle ore successive all’allunaggio mentre recenti indiscrezioni giornalistiche riportano una dichiarazione del fratello di Neil secondo le quali il futuro eroe della missione Apollo 11 gliela anticipò una sera, scritta sopra un bigliettino di carta, mentre giocavano a Risiko. E questo ben prima del fatidico lancio. Un dato è certo: l’affermazione del comandante della missione Apollo 11 fu tutt’altro che estemporanea. Non dateci dei visionari o dei complottisti ma … non stentiamo a credere che alla NASA occorresse un’affermazione memorabile, un’aforisma che rimasse nel tempo a suggellare in’impresa che era certamente memorabile ma che, inevitabilmente, avrebbe rischiato di cadere comunque nell’oblio. E’ dunque molto probabile che la frase sia stata studiata, limata, masticata e digerita dai un vero e proprio comitato editoriale fino a giungere alla versione che, effettivamente, è rimasta indenne al trascorrere del tempo. Suggestioni? Congetture? Sì, probabilmente, ma non dimenticate che la missione Apollo 11, mai come prima era accaduto, ebbe una copertura mediatica in perfetto stile hollywooddiano. Tenete conto che, con l’esclusione delle nazioni facenti parte del blocco sovietico, ¾ della popolazione mondiale seguì l’allunaggio in diretta, via radio e via televisione, senza parlare poi delle tonnellate di carta che furono stampate dai giornali e dalle riviste a proposito dell’evento. Per quanto poi riguarda la diatriba pluriennale che riguarda la pronuncia o meno dell’articolo “un” uomo da parte di Neil Armstrong stendiamo un velo pietoso: lui fu sicuramente il primo uomo a stampare il suo bel piedone sulla Luna e che abbia compiuto il gesto da semplice uomo o da rappresentante dell’intera umanità … beh, poco cambia. Questo in barba a perizie fonetiche, elaborazione audio digitali e ricerche linguistiche sul dialetto del Midwest.

Neil Armstrong era nato il 5 Agosto 1930 in Ohio. Appassionato di aeronautica, aveva conseguito il brevetto di pilota prima ancora della patente per l’automobile.

Si era laureato in ingegneria aeronautica all’Università Purdue. Dopo essersi arruolato come pilota militare della Marina era andato a combattere nella guerra di Korea.

Neil Armstrong ritratto accanto al musetto dell’aereo-razzo X-15. Anche i trascorsi scolastici di Neil sono a dir poco singolari. Dopo aver frequentato la Blume High School di Wapakoneta (suo paese natale) in Ohio, si iscrisse nel ’47 alla facoltà d’ingegneria aeronautica della Purdue University, anonimo college con sede nella sconosciuta cittadina di West Lafayette, nello stato dell’Indiana. E questo benchè avesse ottenuto l’ammissione al ben più blasonato MIT, acronimo del celeberrimo Massachusetts Institute of Technology, già allora vera eccellenza tra le più prestigiose università statuntensi. Pare che Neil maturò questa scelta dopo essersi confidato con l’unico ingenere di sua conoscenza (forse un amico di famiglia) il quale lo convinse che non sarebbe stato necessario trasferirsi a MIT giacchè, anche frequetando una onesta università di uno stato di confine, sarebbe riuscito a conseguire un’ottima preparazione ingegneristica. Molto più verosimilmente è probabile che la sua scelta fu dettata da questioni di natura squisitamente economica, in quanto, benchè il padre di Neil fosse uno stimato revisore dei conti impiegato presso il governo dello Stato dell’Ohio, non poteva disporre certo di grandi somme di denaro da mettere a disposizione del figliolo (ricordiamo che, negli USA, l’istruzione di livello superiore è piuttosto costosa). Neil però, per nulla affranto e comunque desideroso di coronare il suo progetto, riuscì a pagarsi la retta universitaria approfittando dell’opportunità offertagli dal “Piano Halloway” che consentiva di frequentare gli studi universitari proprio a quei giovani intellettualmente promettenti seppure incapaci della necessaria disponibilità economica. Affinchè costoro si potessero laureare a costo praticamene zero, Il piano prevedeva due anni di studio, tre anni di servizio militare e ancora due anni di studio. Detto fatto: il nostro Neil si iscrisse nel 1947 alla Purdue University ottenendo voti nella media nel corso dei primi due anni; nel 1949 fu arruolato dalla Marina e, al ritorno dalla Guerra di Corea, frequentò il campus universitario con profitto i due anni successivi tanto che nel 1955, a 22 anni, conseguì la laurea di primo livello nel corso di ingegneria aeronautica. Ma la passione per lo studio e il modo accademico non lo abbandoneranno mai giacchè nel 1970 la University of Southern California gli riconobbe un Master of Science in ingegneria aerospaziale mentre, conclusasi definitivamente la sua esperienza astronautica, decise di accettare l’incarico di docente di ingegneria aerospaziale presso il minuscolo Dipartimento di ingegneria aerospaziale dell’Università di Cincinnati dove rimase per otto anni dopodichè, senza apparenti motivazioni, rassegnò le dimissioni. Ad ogni modo, durante la sua vita ricevette vari riconoscimenti accademici onorari da numerose università e dunque, a torto o a ragione, Neil Armstrong è ricordato come l’astronauta-ingegnere o il pilota-professore. Per inciso, presso la Purdue University si sono laureati, oltre al nostro Neil Armstrong, ventitré astronauti americani tra i quali Eugene Cernan, l’ultimo uomo a camminare sulla Luna. Per tale motivo la Purdue University è soprannominata “Cradle of Astronauts”, ovvero la “culla di astronauti”. Non male per un’anonima università di confine.

Al suo ritorno divenne pilota sperimentale (test pilot), operando insieme ad un altro leggendario pilota, Chuck Yeager, il primo uomo ad aver superato il muro del suono.

Nel 1962 passò alla NASA, nel 1965 partecipò alla missione Gemini 8. Dunque Armstrong, a differenza degli altri suoi colleghi, tutti militari, era civile. Anche se era stato in servizio nell’Aviazione della Marina ed aveva le stesse origini militari degli altri.

Poi venne selezionato come comandante della famosa missione Apollo 11, quella che effettivamente compì il primo allunaggio.

Neil Armstrong compì il suo primo volo (in qualità di passeggero, s’intende) alla tenerissima età di soli sei anni, a bordo di in Ford Trimotor ma la sua passione aviatoria era tanta e tale che conseguì il brevetto di volo a soli 15 anni prendendo lezioni di volo nell’aeroporto della contea di Wakaponeta (dove era nato), ossia prima ancora di raggiungere l’età legale prevista per la patente di guida per le automobili. Ovviamente il legame con questo figlio divenuto illustre è oggi ben manifesto nel territorio che gli diede i natali. A Neil è infatti dedicato  il “Neil Armstrong Air and Space Museum” che ha sede proprio nel cuore della città di Wakaponeta nonchè un aeroporto civile, l'”Airport Auglaize County Neil Armstrong” situato a circa 15 km da Wakaponeta, nella contea di Auglaize, stato dell’Ohio

Molti astronauti, dopo il ritorno da queste complesse e stressanti missioni spaziali, ebbero conseguenze che influenzarono la loro vita successiva. Molti cercarono di continuare e si impegnarono in altri compiti nello stesso settore, altri faticarono per lunghi anni a riadattarsi alla vita normale.

Armstrong decise di non ritornare nello spazio. Con la fama che derivava dall’essere stato il primo conquistatore della Luna avrebbe potuto avere accesso a professioni importanti, con alte retribuzioni. Invece si limitò ad essere un semplice professore all’Università di Cincinnati.

Anche il suo matrimonio finì con un divorzio, come era accaduto agli altri suoi colleghi.

Morì il 25 Agosto 2012 a Cincinnati.

Durante la sua carriera ha pilotato innumerevoli tipi di macchine volanti, aerei, elicotteri, prototipi dell’ LM e alianti.

Neil Armstrong e l’equipaggio dell’Apollo 11 salgono a bordo del veicolo che li condurrà alla rampa di lancio del gigantesco razzo vettore Satuno 5. La missione con destinazione “Luna” sta per avere inizio. Il resto è storia.

Era appassionato di volo a vela, tanto che ha continuato a volare in aliante per molti anni.

Sebbene si sia guadagnato un’eterna fama per essere stato un pioniere delle imprese spaziali e primo uomo sulla Luna, Armstrong ha condotto una vita piuttosto ritirata. Evidentemente timido e riservato per natura, ha sofferto il gran numero di viaggi di rappresentanza e di conferenze che ha dovuto tenere insieme ad Aldrin e Collins, in tutti i paesi del mondo, subito dopo il ritorno dal viaggio sulla Luna.

Non sono a conoscenza di libri scritti da lui stesso. Sicuramente non ne ha mai scritti.

Altri autori hanno invece scritto libri su di lui, utilizzando il materiale ufficiale esistente, spesso di provenienza militare.

Vi siete mai domandati come e perchè Neil Armstrong divenne il primo uomo a mettere piede sulla Luna? Perchè proprio lui? Perchè un ingegnere, perchè un civile? Secondo la versione storicamente più accreditata Neil Armstrong fu scelto per una serie di combinazioni del tutto fortunose.  L’ex pilota della Marina statunitense era stato schedulato dalla NASA addirittura quale equipaggio di riserva per l’Apollo 8, dunque lontanissimo dalla missione lunare. Si verificarono però degli imprevedibili ritardi nella progettazione e nella realizzazione del modulo lunare LM  (in questo scatto d’epoca si può vedere Armstrong proprio davanti al clone di modulo lunare utilizzato per l’addestramento) che obbligarono l’ente spaziale a rivedere i programmi e le tempistiche già stabilite: l’ottava e la nona missione del programma Apollo, causa di forza maggiore, dovettero necessariamente essere invertite.  Accadde così che,  in virtù dello schema di rotazione degli astronauti adottato dalla NASA per le missioni Apollo, il nostro Neil si trovò catapultato improvvisamente al comando della missione Apollo 11. E’ pur vero che, egli superò brillantemente i feroci test psico-attitudinali cui gli tutti astronauti furono sottoposti e che anzi dimostrarono il suo carattere riflessivo, ponderato, non incline a facili entusiasmi né a demoralizzarsi facilmente. Insomma Neil apparve da subito il candidato migliore da porre al comando di una missione tanto delicata. Occorreva un pilota – sì -, ma anche un ingegnere che conoscesse a fondo il modulo di comando e il modulo lunare – certamente -, soprattutto occorreva un uomo che mantenesse la necessaria freddezza e il giusto equilibrio psico-fisico … requisiti che fecero di Neil il candidato perfetto a svolgere il gravoso incarico di capo missione. Peraltro la storia vuole che fosse l’allora direttore “Flight Crew Operations” della NASA, Donald “Deke” Slayton, in accordo con Robert R. Gilruth, all’epoca direttore del Manned Spacecraft Center (ora Johnson Space Center ) della NASA a stabilire che il comandante della missione sarebbe stato anche il primo a sfiorare il suolo lunare. E questo con grande pace di Buzz Aldrin, secondo membro dell’equipaggio del LM e di Michael Collins, relegato a bordo del modulo di comando, in orbita lunare.

Questo libro è stato scritto da due autori francesi e tradotto in lingua inglese. In pratica si tratta di una stringata biografia della sua vita. Riporta i fatti principali della carriera militare e di quella di pilota sperimentale, proseguendo con il susseguirsi degli eventi da lui vissuti presso la NASA, culminati con l’allunaggio dell’Apollo 11.

La retrocopertina del volume che ha come protagonista Neil Armstrong

Uno dei capitoli, ad esempio, si intitola: After the moon landing (dopo l’allunaggio). E riporta il ritiro dalle missioni spaziali per divenire un professore universitario. E non solo, in verità. Armstrong ha fatto anche parte delle commissioni di inchiesta per la NASA ed ha investigato sugli incidenti dell’Apollo 13 del 1970 e dello Space Shuttle Challenger nel 1986.

Il libro prosegue con una trattazione analitica della situazione internazionale degli anni successivi, la Guerra Fredda, con riferimento allo sviluppo delle altre imprese spaziali di Stati Uniti e Russia in questa nuova realtà politico-economica.

Segue un’altra panoramica sull’Apollo 11 ed il racconto particolareggiato di tutta la missione. Evidentemente gli autori hanno utilizzato resoconti disponibili in grande abbondanza, ma che non aggiungono nulla di nuovo sul nostro distaccato e riservato astronauta.

Prove sperimentali di discesa sulla Luna. Sembra facile ma immaginate solo per un istante di scendere voi sulla Luna percorrendo la minuscola scaletta a pioli del LM e, soprattutto, con quel catafalco addosso. Mica un scherzo!?

Il libro infatti finisce così.

Nel complesso è un documento interessante. Sta bene nel kobo. Magari insieme ad altre biografie di Armstrong, scritte da altri autori. Giusto per comparazione.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)






Nota della Redazione

Tutte le fotografie presenti in questa recensione sono state prelevate gratuitamente dallo splendido sito web Apollo archive che vi invitiamo a visitare in lungo e largo. Troverete centinaia di scatti a colori e in bianco e nero che ripercorrono le missioni Apollo nonchè le pre e post Apollo. Ricco di didascalie e di ulteriore materiale collaterale, è un sito divulgativo cui non smetteremmo mai ti attingere. Perchè se è vero che la storia, per essere viva,  deve essere vissuta, ebbene siamo certi che questa è la migliore opportunità offerta a coloro che vogliano farlo davvero



Mission to Mars

titolo: Mission to Mars. My vision for Space Exploration – [Missione verso Marte. La mia visione dell’esplorazione dello Spazio]

autore: Buzz Aldrin e Leonard David

prefazione di: Andrew Aldrin (figlio di Buzz)

editore: National Geographic Society

ISBN: 978-1-4262-1018-1





Questo libro di Buzz Aldrin è l’ultimo che ho letto in ordine di tempo. E forse è anche l’ultimo che ha scritto. Aldrin è nato nel 1930. Nonostante la veneranda età ha ancora molto entusiasmo e un inesauribile interesse per lo Spazio, per i viaggi spaziali in generale e per la conquista del pianeta Marte in particolare. Infatti non perde occasione per promuovere iniziative in tal senso. Partecipa a conferenze, incontri, manifestazioni, gestisce un apposito sito Internet e scrive libri.

Questo libro, in particolare, è diverso dagli altri scritti precedentemente. Gli altri erano autobiografie, resoconti di missioni nello spazio e del primo allunaggio.

Qui, sin dalle prime pagine, si comprende che l’argomento non riguarda il passato, ma il futuro.

Sono otto capitoli densi di tecnica, scienza, finanza, politica, progetti veri e propri di conquista, utilizzo, sfruttamento delle risorse energetiche di Luna, asteroidi e del pianeta rosso.

Non si tratta di studi dell’ultima ora, ma di un resoconto finale del lavoro costante e certosino di un’intera esistenza.

Quel satanasso di Buzz Aldrin, alla sua venerabile età (è un classe 1930!), non si risparmia un solo istante e non perde neanche un’occasione nel promuovere le sue convinzioni circa la necessità di un insediamento umano permanente sul pianeta rosso. Anche la maglietta che indossa immancabilmente in tutte le occasioni pubbliche cui partecipa non viene meno al suo spirito guasconesco. A tradurla esattamente vuole dire: “Porta il tuo culo su Marte!”. Più chiaro di cosi?!

Già da studente si era laureato in scienze aerospaziali al famoso MIT, la prestigiosa università con sede a Boston. Al Massachusetts Institute of Technology aveva discusso una tesi sulle tecniche di aggancio e sgancio di due navicelle spaziali fuori dall’atmosfera terrestre. Un argomento che gli si rivelò oltremodo utile per essere assunto alla NASA. Quest’ultima aveva iniziato a reclutare piloti militari, ponendo come requisito essenziale che fossero tutti piloti collaudatori (test pilots).

Il primo gruppo, infatti, proveniva dalla base dell’aeronautica di Edwards, dove era la sede del reparto sperimentale. Erano tutti esperti test pilots.

Aldrin non lo era. Al primo tentativo fu rifiutato, proprio per questo motivo. Ma ripresentò la domanda, mettendo in risalto l’argomento della sua tesi di laurea e stavolta lo accettarono.

Come tutti gli autori che si rispettino, anche Buzz Aldrin si è impegnato in un’intensiva campagna promozionale del suo libro: “Missione su Marte. La mia visione dell’esplorazione dello spazio”. Era presente anche a Milano, in occasione dell’ultima giornata del Wired Next Fest, non più tardi del 28 maggio 2017. Nella città meneghina il “lunatico” Buzz è stato letteralmente sommerso dagli applausi dai numerosi presenti. Naturalmente il buon Buzz ha preso la parola e ha proclamato: “Marte andrebbe occupato con missioni continue che si possono succedere a distanza di anni per sostituire i coloni: dobbiamo andare e restare, non solo lasciare impronte e bandiere.” Inoltre ha aggiunto: gli Stati Uniti devono guidare una coalizione di nazioni: in 8 anni potremmo tornare sulla Luna per assemblare gli habitat e i lander riutilizzabili e da lì andare su Marte.” Poi, un poco melanconico ha concluso: “Ai nostri tempi non avevamo davvero un piano, stavamo rincorrendo la tecnologia”. E i sovietici – aggiungiamo noi -.

Come ben si sa, la tecnica di rendezvous è stata l’elemento chiave di tutte le missioni Apollo.

Dopo l’Apollo 11, quello del primo sbarco sulla Luna nel 1969, per Aldrin cominciò una vita difficile (curiosamente, prima di congedarsi dall’Aeronautica fece in tempo a prestare servizio come comandante della USA Test Pilot school Air Force base di Edwards, California), ma nel corso dei decenni successivi, pur con tutti i problemi di vita personale, non ha mai cessato di cercare un progetto in ambito spaziale al quale dedicarsi con impegno. Sembra che tutti gli astronauti avessero un bisogno psicologico di sostituire lo scopo elevatissimo appena raggiunto con uno altrettanto elevato, se non addirittura superiore.

Aldrin ha scelto la conquista di Marte.

Dopo il 1972, anno dell’ultima missione sulla Luna, l’Apollo 17, sono seguiti decenni di relativamente basso profilo, in ambito spaziale. Ci si è limitati a restare poco fuori dall’atmosfera, alcune centinaia di chilometri appena. Si è costruita la ISS (International Space Station), la Stazione Spaziale Internazionale e si è sviluppato lo Shuttle per i collegamenti con essa.

Niente più viaggi nello Spazio profondo.

Una cartolina da Marte

Andrew Aldrin, il figlio di Buzz, così scrive nella prefazione di questo libro:

This book represents a journey of its own. It began the moment my father set foot back on Earth. Since that time he has been constantly thinking about how people from Earth will inhabit another planet – [“Questo libro rappresenta un viaggio esso stesso. Cominciò nel momento in cui mio padre tornò sulla Terra. Da allora non ha fatto altro che pensare a come i terrestri avrebbero potuto colonizzare un altro pianeta]”.

Andare su Marte richiede mesi di viaggio. Dai sei agli otto, con la tecnologia attuale. Ma secondo Aldrin non ha molto senso andarci giusto per piantare una bandiera e tornare indietro con un fagotto di pietre, come è stato per la Luna. La sua idea non è una corsa tra nazioni, per stabilire chi ci arriva prima. Lui pensa che questo modo di fare sia ormai retaggio del passato, andava bene giusto all’epoca della Guerra Fredda. Oggi si deve pensare ad una collaborazione tra nazioni, al contributo che ognuna può apportare allo sforzo economico richiesto da un’impresa simile, allo sfruttamento congiunto delle risorse energetiche contenute nel sottosuolo degli asteroidi, delle cosiddette lune di Marte e nel sottosuolo e nell’atmosfera di Marte stesso. E bisogna abbandonare l’antica idea del coinvolgimento unico dei governi dei paesi partecipanti, lasciando campo aperto alle iniziative delle imprese private, comprese quelle turistiche. I viaggi intorno alla Luna possono essere organizzati per scopi turistici, come quelli verso la Stazione Spaziale Internazionale o addirittura verso una serie di Hotels spaziali costruiti allo scopo. In questo modo viene coinvolta l’intera umanità.

E se si va su Marte, ci si deve andare per restare. Lo scopo deve essere quello di colonizzarlo.

I tempi sono maturi, secondo Aldrin, per pensare alla specie umana che vive su più pianeti.

Questo libro, comunque, non è un libro di teorie più o meno ardite.

Aldrin presenta in queste pagine lo studio di tecniche perfettamente attuabili adesso, come lo studio dell’Aldrin Cycler.

Di cosa si tratta?

Spiegarlo in poche parole sarebbe troppo riduttivo. In estrema sintesi, si tratta di un veicolo spaziale, assemblato nello Spazio come la ISS, di ampie proporzioni per essere vivibile e confortevole. Una volta pronto, questo Cycler viene accelerato ed inserito in un tipo di traiettoria perenne che si snoda attraverso il sistema solare, tra la Terra e Marte. Per mantenere velocità e traiettoria viene sfruttata l’energia gravitazionale dei pianeti e per le necessarie e periodiche correzioni richiede l’impiego di poco carburante.

Quando il veicolo si trova a fare il giro intorno alla Terra può essere raggiunto da un altro veicolo apposito che può trasportare merce, carburante e persone e si può agganciare al primo con la tecnica del rendezvous.

La stessa cosa avviene nell’orbita marziana. Un veicolo che si sgancia e scende sulla superficie porta rifornimenti e persone. Ma un altro veicolo può partire da Marte e andare ad agganciarsi al Cycler per tornare verso la Terra. Dove scenderà mentre un altro salirà, e così continuativamente.

Geniale.

Sul libro tutto quello che ho ristretto in poche frasi è invece descritto nei minimi particolari. Ma la genialità non finisce qui. Aldrin non pensa ad un semplice spostamento di uomini e cose verso Marte. Piuttosto considera questo come la meta finale di un viaggio più lungo.

La Luna, per esempio.

Tornarci ha senso?

No, se ci si torna solo per passeggiarci sopra per ore o giorni.

Si, se si considera invece la costruzione di insediamenti definitivi allo scopo di sfruttarne le risorse del sottosuolo o altri tipi di opportunità, non ultimi, come ho detto, quello turistico.

Copertina e II di copertina di  Mission To Mars firmata dall’autore

Ormai si sa che sulla Luna c’è acqua, sebbene sia depositata, sotto forma di ghiaccio, all’interno di alcuni crateri, tanto profondi da essere sempre al riparo dei raggi solari in qualunque periodo dell’anno e in qualunque punto della sua traiettoria. Una risorsa praticamente inesauribile.

E’ necessario collocare alcuni satelliti stazionari che orbitino intorno alla Luna per consentire le comunicazioni costanti con la Terra e magari con altri veicoli spaziali.

Si, perché secondo Aldrin è possibile collocare veicoli spaziali opportunamente concepiti in ben determinati punti dello Spazio dove restano in equilibrio gravitazionale (sempre con minima richiesta di energia per correggere la propria posizione, quando serve).

E alcuni appositi veicoli spaziali potrebbero portare materiali ed equipaggi sulle lune di Marte, specialmente su Phobos, quella più vicina al pianeta, ma anche l’altra, Deimos, non è meno interessante e sfruttabile. Aldrin spiega in questo libro che per costruire gli insediamenti sul pianeta rosso si dovrebbero impiegare dei robot.

Da Phobos sarebbe possibile telecomandare le operazioni dei robot, in tempo reale ed immediato, senza dover fare i conti con il ritardo temporale del comando inviato dalla Terra. Nel caso di Marte, sia pure alla velocità della luce, un comando impiega una ventina di minuti per raggiungere il robot che opera sul suolo marziano. Troppo.

Il pluriottantenne Buzz Aldrin mentre firma una copia del libro oggetto di questa recensione. Da notare che, sul giubetto che indossa, fa bella mostra di sé la patch della missione Apollo 11 di cui fu membro. Immancabile, inoltre, la t-shirt un pochino scurrile – non c’è che dire – che invita a recarsi su Marte. E senza indugio alcuno – aggiungiamo -.

Solamente dopo aver realizzato questi insediamenti preliminari sulle lune di Marte, si potrà procedere alla colonizzazione permanente del pianeta rosso. Perché allora tutte le infrastrutture saranno pronte ad accogliere i primi occupanti.

Ho detto che l’idea di Aldrin è quella di un coinvolgimento globale di tutti gli stati e delle imprese private. Tuttavia, considerato che la Luna è stata conquistata dall’America, deve essere questa ad avere, di diritto, la leadership di tutte le operazioni spaziali. E questa idea, secondo me, potrebbe divenire quella meno condivisa…

Il libro contiene foto, schemi, disegni, che nel kobo non rendono al meglio.

Tuttavia, dal momento che questa carenza si può integrare con Internet e poiché su Youtube ci sono innumerevoli video di Aldrin e delle sue vicende, molte delle quali ricalcano proprio il contenuto dei suoi scritti, non esito ad esortare chiunque abbia un kobo o un altro tipo di ebook reader e una minima conoscenza della lingua inglese ad acquistare e leggere questo ebook.

E’ veramente illuminante.



 


Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)


No dream is too high



Nuvole elettriche


“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”

scriveva nella sua autobiografia Yurji Alexeievich Gagarin, primo uomo ad aver orbitato attorno alla Terra ed esserne rientrato vivo.

Si conclude con questa famosissima citazione il bel racconto di Roberto Paradiso intitolato: “Nuvole elettriche” che ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole”.

Purtroppo l’assonanza tra il titolo e in nome del Premio non è stata foriera di successo tanto che il brevissimo testo dell’autore romano (ma pescarese d’adozione) non è riuscito a raggiungere la fase finale del Premio. Magra consolazione – certo – essere ospitato in un angolo del nostro grande hangar tuttavia meglio che rimanere sepolto nella memoria fissa di un computer, non vi pare?

Ma – vi domanderete – cosa “c’azzecca” la celebre frase del grande cosmonauta sovietico con “Nuvole elettriche”?

Un frammento del rivestimento di fusoliera del velivolo con marche 9M-MRD della compagnia di bandiera malese. Nel tratto verniciato di rosso è facile leggere proprio le marche dei Boeing abbattuto

Venendo meno ad una sacra regola del bon-ton secondo la quale non si dovrebbe mai replicare a un quesito con un altro quesito, vi domandiamo: si può rischiare di abbattere un aeroplano commerciale e spezzare la vita di 298 vite innocenti come insulso atto di ritorsione militare? Ebbene … qualcuno lo ha ritenuto accettabile!

La data: il 17 luglio 2014.

Il luogo: i cieli dell’Ucraina a circa 50 km dal confine tra Ucraina e Russia, in prossimità dei villaggi di Hrabove, Rozsypne e Petropavlivka nell’Oblast’ di Donec’k, in un territorio all’epoca controllato dai separatisti filo-russi durante la guerra dell’Ucraina orientale.

Per ricostruire quanto accaduto davvero al volo MH17 si attivò una task force internazionale e si procedette al recupero di tutti i frammenti trovati a terra dopo l’abbattimento. Le parti furono ricomposte e meticolosamente analizzate;  ciò ha condotto i tecnici a stabilire in modo inconfubatile la dinamica dell’abbattimento: missile antiaereo di costruzione russa.

Il velivolo: un Boeing 777-200ER, marche 9M-MRD, della Malaysian Airline, volo MH17, diretto da Amsterdam a Kuala Lumpur.

Le vittime: 283 passeggeri e i 15 membri dell’equipaggi, 298 persone per la maggioranza di nazionalità olandese.

L’abbattimento causato da: missile terra aria lanciato da un sistema missilistico Buk-Telar posizionato in una fattoria nelle vicinanze del villaggio di Pervomais’kyi, portato dai russi in Ucraina orientale e successivamente ritrasferito in Russia

Il motivo: abbattere un velivolo da trasporto militare ucraino carico di rifornimenti per l’esercito regolare ucraino in volo nella stessa area del velivolo malese.

Lo scenario a dir poco desolante che è apparso ai primi soccorritori intervenuti sul luogo dell’impatto a terra del velivolo . Vi risparmiamo le foto strazianti che mostrano i tanti corpi delle vittime mescolate ai rottami … sebbene dovrebbero rimanere sempre nella mente di colui o di coloro hanno ordinato ed eseguito il lancio del missile antiaereo senza avere la certezza del velivolo che si apprestavano ad abbattere. Il sistema antiaereo BUK è infatti costituito da un radar di ricerca, da un radar di guida e dal lanciatore vero e proprio; la ricostruzione di quanto avvenne fornisce un elemento agghiacciante; i filo-sovietici non disponevano dell’unità mobile dotata del radar di ricerca e dunque non potevano distinguere esattamente quale fosse il velivolo commerciale e quale quello militare ucraino che intendevano colpire. Purtroppo sappiamo come è finita: una tragedia.

E’ dunque da questo terribile evento di cronaca internazionale da cui prende spunto il nostro racconto cui si aggiunge l’invenzione narrativa delle anime delle vittime che si accingono al trapasso. Nuvole elettriche, appunto.

Ai soldati giunti sul luogo dell’impatto e attraverso la voce narrante del secondo pilota, le vittime innocenti hanno l’occasione di raccontare un po’ di sé, delle loro esistenze spezzate, dei loro sogni infranti. Ne esce fuori un testo toccante che, seppure nella sua eccessiva brevità trasmette l’orrore e la devastazione provocata da un atto di guerra inconsulto e ingiustificabile.

Certo, il tema non è dei più goliardici, la composizione è più una pennellata a tinte fosche che un racconto organico … ma a noi, a differenza della giuria del premio, è piaciuto. Probabilmente l’autore avrebbe potuto svilupparlo di più e meglio, tuttavia troviamo che ogni periodo abbia il giusto peso, ogni colpo di pennello (narrativo) sia misurato e ben collocato, insomma che l’insieme, seppure nella sua tragicità sia ben costruito nella sua parziale originalità. Occorre ricordare infatti, che l’invenzione dei pensieri latenti delle vittime, “anime” o “nuvole elettriche” che dir si voglia, non è del tutto nuova eppure, nel complesso, è utilizzata con armonia, senza abusarne.

Un velivolo con la livrea della compagnia di bandiera malese identico a quello abbattuto nel 2014

La prosa è piacevole fluida e, nonostante nelle prime righe l’avvio sia un pochino lento, subito dopo il testo appare meno ermetico in quanto vengono svelate le coordinate temporali e geografiche.

Ottima la sintassi, impeccabile la grammatica, assolutamente pertinente al tema aeronautico peraltro previsto dal bando di concorso del Premio.

Un racconto che si legge in un battito di ciglia ma che lascia pensare molto dopo, un grido di condanna contro le guerre, specie quelle che coinvolgono vittime innocenti abbattute (nel vero senso della parola) premendo a cuor leggero un banale tasto di lancio di una batteria anti-area.

La Terra vista dallo spazio così come, probabilmente, la vide il cosmonauta russo Gagarin. Abbiamo scelto un angolo a noi familiare e, piccina piccina, quasi accanto allo stivale italico, la ISS – Stazione Spaziale Internazionale.

In conclusione, riprendendo l’aforisma iniziale … in effetti, come sosteneva Gagarin, la Terra è davvero bellissima vista dallo spazio ma, ad osservarla bene, in superficie, è popolata da una moltitudine di bipedi pensanti che sono spesso affetti da bieche pulsioni distruttive anziché da un sano spirito di fratellanza universale. Lo stesso spirito che colmò il cuore del cosmonauta durante la sua orbita attorno al pianeta azzurro.

 

Recensione  a cura della Redazione


Narrativa / Brevissimo

Inedito;

ha partecipato alla V edizione del Premio fotografico/letterario “Racconti tra le nuvole” – 2017;

in esclusiva per “Voci di hangar”

NOTA: in copertina il velivolo abbattuto in Ucraina. La foto risale al 2011 e fu scattata da Alan Wilson presso l’aeroporto di Fiumicino

 


 

 

Nuvole elettriche


Non riesci a vedermi, vero? Eppure io sono davanti a te.

Sono ore che state lì di guardia, con le vostre mimetiche ed i vostri fucili, ma noi di qui non possiamo andare via. Chissà cosa pensi. Ho visto il tuo sguardo velarsi di commozione quando portavano via i nostri corpi, ma la compassione non è una caratteristica di un buon soldato, hai celato quella leggera lacrima con uno starnuto impacciato.

Siamo gli ultimi pensieri dei passeggeri del volo MH17, cristallizzati in nuvole elettriche, che vaghiamo tra i resti del nostro aereo in attesa che arrivi la “chiamata”.

Tutti e 298 eravamo qui quando l’aereo, ormai diventato una palla di fuoco, si è schiantato al suolo. Molti erano già morti soffocati dal fumo o stroncati dalla paura. Ma qualcuno, come me, ha visto la terra avvicinarsi nel suo abbraccio mortale. Io ero il secondo pilota.

Buffo come, sebbene tra di noi ci fossero Musulmani, Cristiani, Indù, Atei ed Agnostici, tutti, al momento del trapasso, sapessimo benissimo cosa sarebbe successo dopo.

Come se si fosse innescato un nastro sepolto nella nostra anima che si sarebbe attivato solo al momento del distacco col corpo.

Il nostro ultimo pensiero si sarebbe cristallizzato lì, nel luogo dove il corpo si era posato, finché i guardiani non lo avessero compiuto. Allora saremmo stati mandati “di là”.

Vicino al motore c’è il pensiero di una mamma che vorrebbe salutare il suo ragazzo. Stava andando a trovarlo. Lui aveva iniziato a lavorare e l’aveva invitata a venire in Malesia. Sarebbe stata la prima volta che il figlio si sarebbe preso cura della madre.

Dietro la deriva c’è un uomo che pensa alla sua donna. Viaggiava per lavoro, era un medico invitato al convegno per l’Aids. Il suo ultimo pensiero è stato di poterla abbracciare ancora una volta.

Forse quel brivido di freddo che senti è il vociare di questi pensieri spezzati. Chissà di chi era la mano che ha premuto il pulsante di sparo. Era fatta di carne e sangue come la mia quando cercavo di riportare in assetto questo aereo ferito a morte. Era come la tua che scorre sul tuo anello nuziale come fosse un rosario.

Forse mi riesci a sentire, vedo che sei turbato, cerchi di non guardare verso i rottami, sicuramente avverti qualcosa.

Se potessi vedere, ora, gruppi di nuvole elettriche svaniscono. I guardiani stanno accompagnando le anime nel loro ultimo pensiero e poi li avrebbero portati di là. La mamma è appena andata. Sicuramente ora sta guardando il suo figlio e gli sta facendo l’ultima carezza; anche l’uomo è partito: lo immagino sfiorare il viso della sua donna mentre lei piange di nascosto.

Tocca a me. Vuoi sapere qual è stato il mio ultimo pensiero?

Io non ho nessuno da salutare. Volare era la mia passione ed ho pensato che avrei voluto vedere la Terra dallo spazio. Vado, fai buona guardia alla nostra ultima dimora. 

 

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yurji Alexeievich Gagarin)


§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Roberto Paradiso

 

Roberto Paradiso

Nato a Roma, ma vive a Pescara dal 2003.

Separato, padre di tre figli dei quali i maggiori vivono con lui.

Bancario (per caso), pilota di aerei per diletto, corista, bassista da strapazzo e chitarrista dislessico.

Si cimenta nella scrittura di brevi racconti di fantascienza.

Ha pubblicato una raccolta col titolo “Storie di Anime e di Mondi” edita da:  www.ilmiolibro.it (http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=691493)

Ha pubblicato alcuni racconti anche nelle antologie “256k” e “77, le gambe delle donne” pubblicate da www.braviautori.com  disponibili all’indirizzo: http://www.braviautori.com/pubblicazioni



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Nuvole elettriche

 

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