Nachthexen


Se il termine tedesco NACHTHEXEN non vi dirà praticamente nulla, siamo certi che, tradotto in italiano, la definizione “Streghe della notte” potrebbe evocare in voi ricordi più consistenti. Ma solo a condizione che abbiate letto almeno uno di questi due libri:

“Le streghe della notte. La storia non detta delle eroiche ragazze-pilota dell’Unione Sovietica nella grande guerra patriottica”

di Gian Piero Milanetti (pubblicato nel 2011) oppure:

“Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte”

di Ritanna Armeni (del 2018).

In questa immagine appare in tutto il suo splendore (si fa per dire) il Polikarpov Po-2, il biplano che fu utilizzato intensivamente tra le file dal 588° Reggimento da bombardamento notturno composto di sole donne. Costruito in più di 40 mila esemplari, il velivolo entrò in servizio alla fine degli anni ’20 e utilizzato praticamente ovunque nelle basi dell’Unione Sovietica per attività di addestramento e non solo. Prima dell’inizio della II Guerra Mondiale furono ritirati dalla prima linea in quanto ampiamenti obsoleti per poi essere miracolosamente riesumati specie a uso e consumo delle “Streghe” sebbene siano rimasti comunque in attività a tutti gli anni ’60 nei paesi filosovietici dell’Europa orientale. Fu soprannominato dai piloti russi Kerosinka (traducibile con un poco rassicurante nomignolo come “Lampada a cherosene”) per via della sua congenita vulnerabilità al fuoco (struttura in legno e tela) e la completa assenza di protezioni per il pilota/navigatore. Sottopotenziato (motore radiale con solo 115 cavalli) e con cabina rigorosamente aperta, fu utilizzato anche in Corea dove si fece beffa dei piloti statunitensi che, dotati dei velocissimi F-4 Phantom, non riuscivano a colpirli. Più o meno lo stesso problema in cui incapparono i caccia notturni della Luftwaffe tedesca che non riuscivano a inquadrarli facilmente e fare fuoco per abbastanza tempo su di loro a causa della notevole disparità di velocità. Il nemico principale dei PO-2 rimase perciò la Flak, la famigerata contraerea tedesca. Ne furono realizzate un’infinità di versioni e, come avrete facilmente immaginato, quello ritratto è un PO-2 moderno e restaurato come nuovo. Non male per una trappola volante del ’20. 1900. (foto proveniente da www.flickr.com)

In effetti questa è la dinamica in cui sono esattamente incappati i membri della Segreteria del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE (che organizziamo insieme ai nostri amici dell’HAG – Historical Aircraft Group)  quando hanno ricevuto il racconto di Diego Mascherpa intitolato appunto: ”Nachthexen”. Il tutto misto a un genuino stupore giacché, qualche giorno prima, avevano già ricevuto un altro racconto con un titolo ben più impegnativo ma fondamentalmente con lo stesso soggetto: ”Fratellanza – Sorellanza. Il 588° Reggimento da bombardamento notturno. Le streghe della notte” a firma di Gianvincenzo Cantàfora.

Ora, sebbene il libro di Milanetti ci fosse noto per vie traverse, quello di Ritanna Armeni ci è addirittura familiare in quanto ne ha curato la recensione la nostra redattrice Franca Vorano. Recensione che è ospitata in un angolino del nostro hangar all’indirizzo: Una donna può tutto.

La copertina del volume di Ritanna Armeni che, grazie a una lunga intervista concessa da una sopravvissuta che faceva parte del reparto, ricostruisce la storia delle “Streghe della notte”

E’ probabile che entrambe gli autori dei racconti abbiano letto l’uno o l’altro volume in quanto sono quasi gli unici pubblicati in lingua italiana sull’argomento tuttavia, mentre al racconto di Gianvincenzo Cantàfora è stato concessa l’opportunità di accesso alla fase finale del Premio (per poi classificarsi in XIV posizione ed essere pubblicato nell’ambito dell’antologia del Premio), quello di Diego Mascherpa non è stato valutato con la stessa benevolenza … ed eccolo ospitato nel nostro hangar. Per la nostra gioia e – ci auguriamo – anche per l’autore che, sebbene amareggiato per il modesto risultato conseguito in seno al Premio, godrà comunque della soddisfazione di vedere pubblicata digitalmente la sua ottima composizione.

“Streghe della notte”, dicevamo.

Una bella immagine risalente al 1944 che mostra una parte della linea di volo del reparto delle “Streghe” e due pilota nelle loro divise dell’epoca (foto proveniente da www.flickr.com)

Nella breve sinossi elaborata a cura dello stesso autore si legge:

Una ragazzina riflette sul proprio futuro negli anni ’60. Una eterna lotta tra convenzione ed emancipazione. Nei sogni a occhi aperti di questa ragazzina ci sono le gesta di aviatrici del passato, le così dette “Nachthexen” sovietiche.

In effetti raccontare “le streghe” con taglio divulgativo-giornalistico alla stregua di quanto già operato felicemente dal lodevole Gian Piero Milanetti, non avrebbe avuto granché senso (oltre che al limite del regolamento del Premio) … e forse è per questo motivo che Diego Mascherpa ha creato una storia di pura fantasia che vede quale protagonista un’adolescente in un periodo storico in cui le ragazze cominciavano a desiderare un futuro di cui potessero essere artefici esse medesime. Come appunto le famose “streghe” sovietiche. E avendole come fulgido esempio da emulare.

Siamo abituati alle foto che ritraggono piloti accanto ai loro velivoli, ugualmente non è raro incappare in scatti che immortalano le donnine discinte (le famose pin-up) dipinte mirabilmente sulle fiancate dei velivoli alleati, viceversa siamo molto meno abituati (anzi non lo siamo affatto) a vedere dei fotogrammi come questo che ritraggono i membri dell’equipaggio (pilota e navigatore/addetta alle bombe) di un Po-2: due sorridenti ragazze sovietiche in tuta di volo (foto proveniente da www.flickr.com)

Per dovere di storia editoriale, cronologicamente parlando, il primo libro in assoluto pubblicato nel nostro Paese a cura di Marina Rossi e intitolato: 

 Le Streghe della notte. Storia e testimonianza dell’aviazione al femminile in URSS. 1941-1945, 

risale solo al 2003 ma senza destare un particolare interesse nell’ambiente aeronautico e, purtroppo, anche in fatto di lettori. Prima di allora il nulla e dunque, in tutta onestà, immaginiamo che nel 1960 la vicenda delle Nachthexen fosse pressoché sconosciuta in Italia, anche se non è escluso che se ne favoleggiasse negli ambienti della sinistra italiana (Casa del Popolo, circoli culturali comunista, ecc ecc), specie nel Nord, ove sicuramente giungeva eco della propaganda politica sovietica.

Ad ogni modo, in un periodo – quello attuale – in cui gli adolescenti hanno perso un po’ la bussola (allo stesso modo di quanto accade alla protagonista) trarre esempio da personaggi storici così eroiche, vigorose, motivate come le “Streghe della notte” può essere più che mai utile se non addirittura salvifico. Oggi come allora, come pure domani.

Le “Nachthexen” difendevano il loro paese e partecipavano fattivamente allo sforzo bellico mettendo letteralmente a repentaglio la loro esistenza ogni volta che decollavano a bordo di velivoli vetusti, male in arnese, per nulla armati e assolutamente inadeguati all’ambiente glaciale delle lande sovietiche. Ne erano consapevoli? Certamente …  ma erano più forti i loro ideali e il desiderio di costruire il loro futuro. Di libertà, ovviamente.

La pilota del Polikarpov  PO-2 in secondo piano pianifica il volo che eseguirà nel corso della notte: recare scompiglio negli acquartieramenti dei reparti tedeschi di volo impedendo loro di dormire. La foto risale al 1942 e non è escluso che sia stata scattata a uso e consumo della propaganda sovietica (difficile immaginare che andasse in volo con tanto di medaglie appuntate sulla divisa). Rimangono comunque innegabili gli impressionanti dati statistici del reparto: circa 23.000 missioni effettuate, approssimativamente 3.000 ton di bombe sganciate, 31 “streghe” morte in combattimento e infine 23 “streghe” decorate con la Stella d’oro di eroe dell’Unione Sovietica (foto proveniente da www.flickr.com).

Certo, oggi non siamo in stato di guerra (grazie al cielo!) come lo erano le nostre eroine, tuttavia i valori di patriottismo, la difesa della libertà nazionale, personale, politica, religiosa, sessuale e culturale valgono oggi come allora nella lontana Unione Sovietica del conflitto mondiale.

Alla data odierna il mondo occidentale non vede di buon grado l’universo russo (e sottolineiamo russo, non sovietico)  – e ne ha ben donde, aggiungiamo con un certo rammarico – ma la storia è storia e nulla e nessuno ci potrà impedire di divulgare con obiettività e ammirazione le gesta tanto folli quanto eroiche delle donne sovietiche del 588° Reggimento da bombardamento notturno. Perché la storia non conosce colore politico o provenienza geografica. E se si tratta di un evento storico che merita di essere divulgato o del quale riteniamo debba essere mantenuta la memoria, allora non conosciamo barriere linguistiche o confini nazionali.

Tornando al racconto di Diego Mascherpa, la narrazione si limita inevitabilmente ad accennare un singolo episodio, una singola operazione al cardiopalma delle indomabili “streghe”. L’autore così lo sintetizza:

La copertina del libro di Gian Piero Milanetti che meglio ricostruisce, anche grazie al supporto di numerose testimonianze fotografiche, le vicende spesso dolorose ma eroiche delle Nachthexen

Negli anni ’40, tre “streghe” riflettono sulla vita mentre si apprestano ad attaccare un campo tedesco. L’attacco riesce, ma una di loro subisce danni e le altre due rischiano la vita pur di stare con lei nel bisogno.

E sarà pressoché inevitabile che:

La ragazzina degli anni ’60 userà questo come spunto di riflessione per il suo futuro.

Aggiungiamo di più: se ai lettori del racconto verrà sicuramente la voglia di approfondire le vicende del famigerato reparto da bombardamento composto da sole donne, ai noi ha instillato l’idea di fare delle donne in aero/astro nautica il tema suggerito della prossima edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE.

E poi dicono che le “streghe” sono pericolose!? Di più!



Narrativa / Medio – breve

Inedito

Ha partecipato alla X edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2022


Nachthexen


Una palla infuocata in cielo, era il luglio del Sessantadue.

Tutto era normale.

Lena era abbandonata su di una poltrona di vimini. Il sole bruciava le ante chiuse di una finestra arsa da anni di irradiazione, dietro alla quale lei si riparava durante una inutile ricerca di fresco.

Ovvio, non erano gli Stati Uniti: inutile pretendere un sistema di condizionamento. Un sogno irraggiungibile e impensabile nella calura agreste norditaliana degli Anni Sessanta.

Era uno di quei pomeriggi dove era solita cedere all’ozio, alla ricerca di un barlume di fresco e di una motivazione per il prosieguo della giornata.

Lei poteva: era figlia di possidenti terrieri. Poteva permettersi di oziare nella ricerca di un po’ di refrigerio, all’ombra proiettata dalle persiane arroventate dal sole. Un minimo sollievo le era concesso dalla sensazione di frescura dovuta alle folate di aria calda, capaci di generare improbabili momenti di ristoro rispetto alla totale immobilità aerea.

Lena rimpiangeva l’alba, quando la nascente rugiada si mischia ai rimasugli del fresco notturno e quest’ultimo si riversa poi nelle lande bruciate da un sole implacabile; palliativo poco utile a mitigare la calura giornaliera di un’estate che si preannuncia rovente.

Combatteva a modo suo la sua guerra con il caldo: una vestaglietta era la sua uniforme, leggera e bianca a celare una sottoveste nera appena visibile.

Tutto ciò racchiudeva una chiara lotta tra pudore adolescenziale e conformità contro la seduzione sognata e percepita di una ragazzina. Una lotta coi canoni della società, ancor prima che col caldo di quella giornata. Il ricordo andava ai Clark Gable e i Roger Moore visti al cinema.

Pensieri che scorrevano al ritmo del lento sorseggiare di una bibita fresca attraverso una cannuccia stretta tra le labbra, sottili acerbe e senza rossetto a indicarne la reale età di Lena. Il ricordo di Audrey Hepburn in quel film: Colazione da Tiffany, altra eroina del grande schermo che alimentava i suoi ideali di seduzione. Le sembrava così sensuale e adulto quel bere sbarazzino e seducente da una cannuccia, quasi la promessa di un avvenire nuovo ed elettrizzante, come nella Lolita di Kubrik.

Era evidente la freschezza di una maturità non ancora raggiunta, immaginata più che vista, attraverso gli ideali del grande schermo. Una sorta di emulazione del mondo dei grandi, quel periodo carico di sogni e aspettative che è una fase di passaggio verso la maggior età. Un tempo di confusione, dove tanti ideali si mischiano tra di loro e il risultato non è così certo.

Ciò che Lena non voleva vedere né accettare era il suo destino già scritto. Cruccio di un’adolescenza non ancora proiettata verso un futuro troppo stretto.

Negli anni Sessanta del profondo Nord Italia, lei era pervasa da quel desiderio di emanciparsi più che ovvio per una sedicenne con la vita già scritta: diploma, marito, figli, Messa alla domenica e una sorta di rispettabilità sociale.

Nessuna emozione, nessuno scossone. Un futuro già scritto per lei in cui non avrebbe trovato posto la ragazzina con quel rivolo di sudore che le scende dai capelli, con in sé il gioco e il desiderio della donna che ha il destino nelle proprie mani e i sogni di avventura in giro per il mondo.

I progetti troppo statici che non facevano per lei: il sogno di avventure di altri tempi la perseguitava. Voleva scrivere il suo nome nella storia del mondo e con la sua mente si perdeva in avventure e gesta di donne del passato, che avevano avuto la motivazione e il coraggio di farlo.

Un altro pensiero le frullava nella testa: quello di donne vere e rudi, come Hanna Reitsch e Marina Mikhailovna Raskova. Un tipo diverso di donna, sicuramente non la esile e ingenua casalinga americana, ma le rudi combattenti di 20 anni prima.

La diatriba tra i due tipi di donna si stagliava anche sul suo futuro: queste erano vere guerriere, non ingenue casalinghe. Un dualismo tra neo-amazzoni verso la figura riverente e sottomessa della donna di casa.

Da una parte merletti e ciglia curate, dall’altra giubbotti di pelle e occhialoni sporchi d’olio di chi va in aria a rischiare la vita.

“Le donne non volano, stanno a casa a cucinare!”

Immaginava sarebbe stata questa l’accoglienza alle sue idee di gloria da parte dei genitori. Era più auspicabile Il modello casalinga del midwest, con tutta la rispettabile tranquillità che sognavano per lei.

Ma forse quella noiosa, rispettabile tranquillità non era quello che Lena voleva per sé stessa.

Le donne avevano lasciato un segno nella storia, rompendo le convenzioni. E le donne nell’aviazione si ricordavano poco, ma erano state così incisive… Fondamentali, vien da dire.

Sognava le gesta delle Nachthexen, come venivano chiamate dai loro nemici tedeschi. Le Streghe della Notte, sue eroine fin dalla tenera età. Era venuta recentemente in possesso di un albo che ne narrava le gesta e quindi fantasticava di far parte di un terzetto di biplani Policarpov, arrivare di notte e colpire i tedeschi invasori. Avventure eroiche create dalla sua mente di adolescente per estraniarsi ai doveri che da lì a poco le sarebbero stati richiesti.

Lena si impossessava pian piano di questo sogno ad occhi aperti: gesta eroiche e record di volo, la spregiudicatezza di chi vuole scrivere il proprio nome nella storia e lasciare un ricordo di sé.

Tutto questo turbinio di decisioni e sogni si sviluppava dietro a una persiana, al primo piano di una casa colonica di architettura post bellica, con attigua un’aia cementificata e bruciata dal sole di un pomeriggio di luglio.

Ma nei suoi sogni ad occhi aperti lei era nelle pianure russe.

 “Irina, è la tua prima missione, stai tranquilla e non strafare. D’accordo che non sei una novellina e vieni da un’altra unità, ma un morto non ci serve.”

Mi dice così Polina, mentre siamo sedute nel campo di volo accanto al fuoco acceso, l’unico rimedio per combattere l’umidità e il buio incombente di un crepuscolo estivo.

Ci troviamo vicino al Dnepr ed è risaputo: l’acqua genera quella frescura, che diventa via via più densa, ad annunciare l’arrivo della notte.

Io, Irina, la tenera ragazza e la temibile pilota strega. Quanti campi distrutti, per non parlare dei “Fritz” uccisi. La mia mutazione è stata così rapida…

L’aria fresca porta gli ultimi momenti di tranquillità prima della consueta azione notturna. Come sempre, le Streghe arrivano di notte. Magari lo sanno anche i camerati tedeschi qui ad invaderci e che ci apprestiamo a visitare.

Polina è diversa da me. Maschile, rude e sicura di sé. Il prototipo della “donna nuova”: schietta e decisa, così è il nostro comandante. Provo un senso di ammirazione e una flebile e inconscia attrazione verso la sua persona. Se fosse un uomo parlerei di desiderio. Ricorda un ragazzo che avevo conosciuto e che mi era piaciuto. Tutto questo prima della guerra.

“Può darsi che ci guadagneremo un altro Ordine dell’Armata Rossa!” Sbotta Polina; per lei esistono solo il bombardare e distruggere l’invasore.

I miei dubbi si fanno sentire, perplessità di una giovane ragazza che bilancia la sua nuova vita con la vecchia. Ricordi di un passato ormai lontano.

È la prima uscita di guerra con quel nuovo reggimento e non sarà una passeggiata, ma le ragazze si sono dimostrate subito buone compagne e piloti di qualità. Non fanno rimpiangere le colleghe di sempre.

Le Streghe si muovono all’unisono, non importa a quale reggimento appartengano. Buio, incertezza, spari della contraerea. Due di noi a fare da bersaglio ai loro colpi, distrarli per sgombrare il campo. La terza a colpire le camerate tedesche con le FAB.

Non sono preoccupata: confido nelle donne al mio fianco. Di lì a poco sarà solo oscurità e fiducia. Il conflitto generato dalla mia ambivalente, figura: quella di esile e dolce vergine, calata nel ruolo di amazzone assassina e senza pietà.

È difficile stabilire cosa resti del passato e cosa sboccerà nel mio futuro: quale strada prenderò. La dacia sul Volga, l’essere una casalinga e una buona madre. Tutti sogni di un passato che non trovano posto nella crudeltà di questa guerra. Sembra che la tenera me stessa sia sparita, per lasciare il posto alla disillusa aviatrice. Ma il ricordo della “dolce ragazza” resta come un barlume di attaccamento a un tempo che ormai sta scomparendo.

“Le Streghe della Notte non volano per piacere, ma per uccidere o per essere uccise”.

Lo sappiamo bene: questo è il nostro presente; questo è l’ingiusto baratto col nostro passato.

Tra piloti, anche di opposte fazioni, c’è una sorta di filosofia cavalleresca e rispetto. La stessa però non si trova tra i serventi della contraerea nei confronti degli uomini volanti. Ogni storia ha due figure a incarnare il bene e il male: ma in questo caso sono io, una Strega, a portare il peso di entrambe.

Anche stanotte non sarà un duello alla pari, ma quello di un cavaliere contro un gruppo di arcieri.

Ma non è il tempo della filosofia e dell’etica: addosso non ci sono né armature né armi da taglio, ma solo la spessa pelle dei giubbotti e dei calzoni da volo.

“Pronta Irina?” Chiede Polina, già proiettata all’azione.

Rispondo con un cenno affermativo.

Ci avviciniamo agli aerei a bordo pista. La formazione è composta da me, Polina e Nina. Io e il capo abbiamo il compito di distrarre la contraerea, in pratica saremo a tiro. Saremo noi i bersagli, mentre Nina colpirà con le FAB 100, le fugasnyye aviabomby, bombe aeree ad alto potenziale esplosivo.

I nostri Po-2, tre vecchi biplani Policarpov, ci attendono. Le Streghe della Notte agiscono in formazione da tre aerei: silenziose, lente e letali.

In cuor mio spero che questa guerra abbia fine rapidamente: sono stanca di morte e distruzione. Voglio credere al miraggio di una vita più ordinaria: un matrimonio, dei figli e un lavoro. Sicuramente un’esistenza pregna di monotonia, meno pericolosa del bombardare i campi tedeschi; una vita meno appagante, ma più sicura. Un sogno di normalità a cui mi aggrappo per tollerare la brutalità di questa guerra.

Il discorso è ben presente nella mia testa: pagare la sicurezza con la moneta della monotonia; la mitezza e la tranquillità con noia e banale sussistenza.

La vita pericolosa ed incerta da belligerante non durerà per sempre: una scelta andrà fatta, ma l’esperienza militare sembra irreversibile, non sono sicura di poter tornare l’ingenua ragazza vissuta fino a prima della guerra.

La mia famiglia ora è composta dalle Streghe: quel gruppo di aviatrici che vivono con me, che condividono morte e vita, freddo e paura. Tutto in comune: pasti frugali, il pericolo dell’azione, la ferocia e quella costante presenza di morte. Per loro farei di tutto, anche uccidere… se questa non fosse la prassi.

La cosa più sensata sarebbe stata il restare l’adolescente senza pensieri, ma il richiamo della Patria e la prospettiva di una vita avventurosa sono state irresistibili.  È stata una scelta onerosa, ma il compito da svolgere è ben presente: tre donne, nell’ombra, che si apprestano a passare il Dnepr ed a scaricare un po’ di morte sull’invasore. Tre Streghe moderne.

Era questa la fantasia ad occhi aperti di Lena: pensieri di chi in fondo ignorava la brutalità della guerra ma sapeva che in futuro questi sogni di gloria sarebbero morti. Si rese conto all’improvviso che anche per le sue eroine gli argomenti ricorrenti erano gli stessi di lei: stabilità e sicurezza contro incertezza e soddisfazione.

Il sortilegio è pronto.

Un cenno di intesa e poi nessuna comunicazione da parte di Polina fino al ritorno dalla missione: un biplano aperto non facilita le comunicazioni radio né il buio semplifica le cose, rendendo poco visibili i gesti della capo formazione.

Sole coi nostri pensieri e le nostre paure. Questa è l’anteprima alla concitazione del bombardamento. L’addestramento ci porta a effettuare i controlli pre-decollo in modo automatico, senza dubbi.

Infilata nella carlinga, legata a un salvifico paracadute, stretta dalle cinture effettuo un ulteriore breve controllo: motore acceso, giri costanti, prova magneti, temperature dell’olio. Strumentazione visibile grazie alla flebile luce di bordo che presto sarà spenta: non vogliamo certo farci individuare dai Fritz.

Tutto a posto: un cenno di conferma alla capo formazione. Lei è il nostro mentore, noi seguiremo e replicheremo le sue manovre. Sempre a una decina di metri dall’ala di Polina: le sue decisioni saranno legge per il tempo dell’attacco. Questa la filosofia del volo in formazione.

Un continuo controllo di posizione e strumenti. Altimetro regolato, anemometro a zero, giri regolari e temperatura dei cilindri corretta. Luce spenta. Allineate alla pista, pronte al decollo e via per aria.

La consueta ora di volo: ecco cosa ci aspetta prima di agire. Un’ora passata con i propri pensieri e i propri demoni interiori. Questo non può accadere in un frenetico attacco: lo spirito di sopravvivenza annulla ogni pensiero, ogni riflessione. A volte il viaggio è più doloroso e sconvolgente dello scontro diretto, ma è il prezzo da pagare alla congrega delle Streghe.

Si fa lontano il tempo di merletti, dei chioschi di dolci, del civettare e conoscere gente nuova. Sbiadito è il ricordo del ragazzo coi baffetti che mi piaceva: chissà dove è adesso; magari a combattere nel fango per la gloriosa Unione Sovietica.

Sono lontani i tempi in cui esisteva una ragazza giovane e spensierata, dove il problema più grosso era il colore dello smalto. Quella ragazza è il passato.

Non esiste più quel tempo, ma è un ricordo a cui restare ancorata nel buio della pianura russa, un ricordo che mi aiuta a tollerare l’angelo della morte che sono diventa in questa guerra.

Lena si chiedeva se avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. Lasciare tutto per combattere su di un vecchio biplano?

Ammirava quelle donne, la loro sagacia e il loro coraggio nel fare qualcosa di più grande di loro. Non per abnegazione o senso del dovere, ma per un ideale; per la fede in qualcosa di più importante della loro stessa vita.

Era tutto così romantico, così accattivante. Le ricordava la figura dei patrioti ottocenteschi studiati a scuola e letti per diletto: Mazzini, Micca, Pellico e tante altre figure magari minori ma non meno importanti.

Occhialoni e olio in faccia. Questo è quanto offre la Russia alle proprie combattenti; altro che cipria e vestiti alla moda! Certo quella dell’aviazione è una vita migliore di quella della fanteria: anzi, si combatte proprio per i compagni laggiù. Tutte hanno un marito, un fratello o un amante nel fango.

Una luce in lontananza mi distoglie dai pensieri e richiama al presente, il ritorno alla realtà è repentino: un campo avanzato della Wehrmacht. Un tremito al cuore, il sangue che fluisce alla testa e quel fresco, quella sensazione di onnipotenza.

Tutti gli strumenti a posto, nessuna luce accesa e visibile. La sagoma della capo formazione ci indica col pollice di scendere e colpire. Si preannuncia un’azione magica.

Chissà se saremmo amiche in un contesto non bellico. Una domanda innocua, forse, ma necessaria a spezzare la tensione. Così rude e schietta, fatico a immaginare Polina in un abito primaverile a passeggio mano nella mano di un giovane funzionario. Nella sua rude mascolinità, lei mi ricorda di quell’amico che mi piaceva: anche lui brusco e dinamico nel compiere il suo dovere.

Il passato mi segue anche qua. Anche se ho messo migliaia di chilometri tra me e quel mondo ormai lontano, chiuso. Se sopravviveremo, ci spetta il dovere di costruire un avvenire nuovo, a misura delle persone che conosciamo e a cui dobbiamo qualcosa. Questo sarà il nostro compito dopo la guerra.

Penso a Marija, la mia amica di San Pietroburgo. All’assedio che là infuria ed al suo sogno di maternità. Mi diceva che uno dei suoi figli si chiamerà Vladimir.

Ma penso anche a quei poveri ragazzi tedeschi: avranno qualcuno che li aspetta a casa. Ma sono nemici, ci hanno attaccato. Mi spiace per Fritz, non rivedrà la sua Helga. Le Streghe stanno arrivando.

Il pollice di Polina continua a indicare il basso, il da farsi era semplice: io e lei distrarremo la contraerea con la danza dei nostri aerei, mentre Nina colpirà con le sue bombe da 100 kg.

La discesa è vorticosa, costellata dai colpi delle mitragliatrici che ci grandinano addosso. I traccianti brillano come gemme, e mi ricordano quelle di una collana ereditata da ragazzina

Quei maledetti non stanno usando gli 88, sembrano piuttosto 20 mm. Lo deduco dalla velocità e dalla densità delle raffiche. La conferma arriva dalla poca illuminazione che rende ben visibili i traccianti. Gli 88 infatti sono cortesia riservata ai bombardieri d’alta quota.

Un’accoglienza per nulla galante per delle ragazze che vengono a far visita. Tre giovani donzelle appaiono all’improvviso e l’accoglienza è a suon di proiettili. Che gente questi tedeschi!

Polina e io richiamiamo con successo l’attenzione della contraerea, mentre le bombe di Nina creano l’inferno nelle camerate teutoniche.

L’azione è completata con successo, e questo ci rende fiere di lei e del nostro lavoro.

Nina, la nostra consorella più giovane, quella con meno esperienza, ha fatto un lavoro perfetto. Penso a lei e provo un sofferto senso di ambivalenza: da un lato protezione, a ricordo di un passato che non c’è più e a cui però istintivamente noi tutte tendiamo; dall’altro disillusione perché un giorno anche lei diventerà cinica come noi. Che peccato.

Ma…Polina!

Che succede? Non capisco.

Aumento di quota per guadagnare luminosità: devo individuare il problema.

Una raffica di AA le ha staccato un pezzo d’ala sinistra e forse colpito il motore, a stento riesce ad allontanarsi. Deve metterlo giù in sicurezza, ora. Non ha tempo. Ovunque, ma lontano da quel campo bombardato e dal fronte.  Il problema è l’oscurità: un covone, un fosso sono sempre in agguato.

Polina arranca, seguita da noi due con gli aerei fortunatamente in salute. Non segnala ferite o bisogno di un aiuto immediato, solo mi spaventa quel fumo nerastro che esce dal motore. Ha tutta l’idea di essere olio.

Passati dieci minuti, quindi circa venti km dal fronte: un cedimento all’aereo di Polina, fumo consistente dal motore, ce la farà il suo aereo a portarla a terra sana e salva?

È la speranza di tutte noi. Lei è una nostra sorella, la nostra capo formazione, e ad unirci è la danza notturna delle Streghe.

La prua del suo aereo punta finalmente verso uno di quei campi sterminati, tipici della pianura Russa occidentale, ai quali non mi abituerò mai. Non credo abbia molto tempo per decidere cosa fare.

Dalla nostra posizione in alto nel cielo, la luce del sole nascente è flebile, appena sufficiente a rischiarare l’ambiente, ma ancora nulla al suolo.

La decisione di Polina è per quel campo, ma prima di atterrare ci fa segno di sloggiare: ora per lei metterlo giù è una nuova battaglia, e due sono un po’ troppe per una sola notte di guerra. Purtroppo non possiamo aiutarla, quel combattimento è solo suo. A me e a Nina non resta che seguire gli ordini e puntare verso il nostro aerodromo.

Ma non si lascia indietro nessuno, specie le amiche. Questo è il pensiero della nuova Irina, non della ragazzina di anni fa.

Una virata di 180° e via verso quel campo immenso, alla ricerca di Polina. Questa è la mia scelta: forse illogica, non da militare, ma quella che sento più giusta.

Anche Nina mi segue. Deve aver intuito la cosa, una sorta di comunicazione telepatica tra me e lei: ci chiamano Streghe per qualcosa. Nina ha tutta la mia stima: benché abbia poca esperienza, è pronta a giocarsi la vita con noi.

Raggiunto il campo, le luci dell’aereo di Polina sono fioche ma visibili, accese per rendersi individuabile dagli alleati. Un breve circuito e il finale. Non si vede niente: atterrare a una certa velocità nel buio più assoluto è da folli, specie con un aereo integro ed efficiente e poi in un campo non preparato.

Anche nella Russia atea, in cuor mio la preghiera è verso quel Dio così lontano e osteggiato dai nostri governanti. Un Dio che fortunatamente vede di buon occhio i piloti; l’atterraggio avviene a regola d’arte: nessun ribaltamento, nessun danno apparente. Anche per Nina tutto bene.

Scendiamo e ci precipitiamo a raggiungere Polina.

“Ma siete pazze, vi avevo fatto segno di rientrare!”, ci grida lei.

Proprio un’accoglienza riconoscente, degna della sua ben nota mansuetudine. Mi piace questo suo aspetto. “Non si lasciano indietro le amiche, proprio no.” Le rispondo di rimando. È tutta intera, nervosa come sempre. “Stai bene?”

“Tutto a posto. Sono stata colpita: non erano le solite 20 mm. Ci ho rimesso un pezzo d’ala, ma devono aver preso anche il motore perché i giri hanno iniziato a diminuire all’improvviso. Alla fine l’aereo faceva un po’ di bizze: la soluzione più ovvia era metterlo giù in un campo, non ci arrivavo in aerodromo.”

Tiro fiato. La spiegazione ci calma, ma lo sguardo di Polina mi fa capire che sta per arrivare anche la ramanzina.

“Ma voi perché siete venute qua? Vi avevo ordinato di rientrare! Avete messo a repentaglio la vostra vita di aviatrici e i mezzi della gloriosa VVS!”

L’unica risposta che mi viene in mente è: “Vero, tutto vero, ma dimentichi una cosa. Non si abbandona un’amica e la nostra amicizia si vede perché abbiamo rischiato la vita per te. Io e la povera Nina, che sta in silenzio perché scossa oltre misura: è inesperta e tu lo sai, poteva rientrare, ma ha preferito giocarsi la vita per te.”

Polina non aggiunge altro e ci abbraccia: “Streghe per sempre…”

In lontananza, sentiamo le voci della nostra fanteria, mandata a vedere cosa è successo. Sicuramente vengono da un campo avanzato.

“Ci recupereranno, ma ci aspetteranno 200km di camion… Che sulle strade russe non sono così agevoli.” Detto da chi ha appena rischiato un paio di volte la morte. La solita visione positiva di Polina, che poi però puntualizza: “Però è bello rivedervi!”

Nel caldo di luglio, nella Pianura Padana, Lena sognava questo. Un mondo di eroismi, di azioni memorabili, la messa a repentaglio della propria vita per la Patria. Sognava di essere nell’abitacolo di quel biplano, sentiva cloche e manetta nelle sue mani. In Italia, negli anni Sessanta le donne non avevano accesso alla carriera in aeronautica militare, ma potevano formarsi a livello sportivo. Dare lustro e orgoglio al proprio Paese.

Sì, quello sarebbe stato il suo destino.

La prima missione? Convincere i genitori.

Giusto parlarne subito, ma con la coda dell’occhio vide per un attimo tre giovani aviatrici che la guardavano compiaciute.


Nota dell’autore:

Esistono due versioni che vogliono le “nachthexen” in equipaggi da 1 o 2 persone, con differenti modalità di attacco. Non essendo le due versioni concordanti e il racconto di fantasia, l’autore ha scelto quella di equipaggi singoli.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Diego Mascherpa

Diego Mascherpa


Laureato in chimica, già perito chimico.

Dal 1996 al 2010 pilota di aliante (Cremona e Novi Ligure), nel 2010 la carriera di pilota si interrompe a causa di un tumore alla testa, che lo ha reso invalido. Continua, però, il lavoro di ingegnere in campo petrolchimico.

Diego Mascherpa a bordo di un aliante

Nel 2022 ritiene che un tumore alla testa, 17 interventi, diplopia, atassia, disartria e una leggera emiparesi non sono scuse per smettere di volare.

Sta attualmente conseguendo l’attestato di VDS.


Per inviare impressioni, minacce ed improperi all’autore:

diego.mascherpa (chiocciola) gmail.com




Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:

Come un sottile strato di nubi

titolo: Come un sottile strato di nubi

autore: Maurizio Staid 

editore: IBN – Istituto Bibliografico Napoleone

anno di pubblicazione: 2022

ISBN: 8875655693




Certi autori sono come i cavalli di razza: ci si può scommettere sopra, certi di aver puntato su quello vincente.

Sarà pure squallido affermarlo … ma risponde perfettamente a questo teorema il caso di Maurizio Staid: un autore di razza. E che razza! Non appariscente, non pubblicizzato ma già molto promettente, Maurizio sta risultando vincente sulla lunga distanza. In che termini? Ve lo spiegheremo …

Cominciamo anzitutto del suo avvio … non certo come pilota militare o pilota civile professionista, no, ma in qualità di scrittore di narrativa aeronautica.

Una formazione di P-51 Mustang come quelli di cui narra Maurizio Staid nel suo libro che effettivamente proteggevano i bombardieri statunitensi nelle loro lunghe missioni dirette al cuore del territorio germanico. L’autonomia di questi caccia pesanti, il portentoso armamento e la loro elevata velocità (possibile grazie ad una potentissima motorizzazione unita all’adozione di uno dei primi profili alari laminari), li rendevano perfetti per quel tipo di missioni. (foto proveniente da Flickr.com)

Ebbene la sua parabola ascendente è cominciata con la timida ma convinta partecipazione alla VI edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE (che organizziamo assieme ai nostri amici dell’HAG) nel 2018 con ben due racconti: “Gocce di memoria” giunto in finale piazzandosi a un’onorevolissima XI posizione e “Un tranquillo sabato al Gruppo” classificatosi invece al XXI posto.

E’ solo la prova generale che precede la pubblicazione del suo primo libro, “Brogliaccio di volo”, una raccolta di ottimi racconti che si annovera tra i migliori volumi nel panorama attuale della narrativa aeronautica italiana.

Ma la vera affermazione di Maurizio si consuma l’anno successivo con la sua seconda partecipazione al nostro Premio. E’ il 2019 e RACCONTI TRA LE NUVOLE è giusto alla sua VII edizione. Il nostro pilota-scrittore partecipa con il racconto intitolato “L’ultimo CR” e la giuria del premio lo ritiene meritevole di una III posizione in classifica. Non solo: la famiglia Rosatelli gli attribuisce il trofeo che reca il nome del loro congiunto in quanto valutato quale migliore tra una rosa di numerosi racconti dedicati alla figura del famoso progettista della Fiat, l’ing. Celestino Rosatelli.

La IV di copertina di “Come un sottile strato di nubi” che riprende, come nelle migliori tradizioni editoriali, il tema dello sfondo della copertina. Si tratta a tutti gli effetti di un romanzo di esordio giacché il primo volume pubblicato dall’autore era una raccolta di racconti e il secondo una sorta di romanzo-fiaba

Giusto il tempo per pubblicare il suo secondo libro “La banda delle quattro pinne”, stavolta in tema marinaresco, per rigettarsi nel 2020 ancora in RACCONTI TRA LE NUVOLE, VIII edizione con lo splendido racconto “Il bambino e l’aquilone”.

Infine, nel luglio 2022 il suo terzo libro ma in assoluto primo romanzo aeronautico dal titolo: “Come un sottile strato di nube”.

Ora comprenderete perché, quando siamo venuti a conoscenza della pubblicazione di quest’ultimo libro di Maurizio Staid, abbiamo puntato su di lui, ossia non abbiamo indugiato neanche un istante e abbiamo provveduto a procurarcelo, convinti di concederci il piacere di un’ottima lettura, certi che avremmo avuto a che fare con un capolavoro in miniatura della narrativa aeronautica italiana. Ebbene le nostre aspettative non sono state tradite, anzi, sono andate ben oltre ogni più rosea previsione sebbene, una volta girata l’ultima pagina ci siamo convinti che l’autore avesse superato brillantemente (ma anche inaspettatamente) l’ambito assai limitante del romanzo a tema aeronautico.

Una splendida immagine di un P-51 Mustang ancora oggi in condizioni di volo, protagonista del romanzo “Come un sottile strato di nubi” . Non ci è dato sapere quanto questo romanzo sia autobiografico, viceversa possiamo immaginare quanto l’autore sogni di volare con un Mustang: spesso. (foto proveniente da Flickr.com)

“Come un sottile strato di nube” non è infatti un romanzo dai contenuti esclusivamente aeronautici benché il titolo stesso e soprattutto la copertina lo lascino presagire, tutt’altro: guerra, dolore, e ancora amore indissolubile si alternano in una spirale avvincente che ci ha lasciato letteralmente stupiti. E dire che il prologo è decisamente in linea con quanto speravamo di leggere …

La vicenda si apre nel 1971 con lo squillo della sveglia telefonica in un “anonima stanza di albergo” in cui alloggia il protagonista e voce narrante, John Lo Russo, un valoroso italo-americano ex pilota da caccia pluridecorato della II Guerra Mondiale. E’ lui il comandante di un nuovissimo Boeing 747 Jumbo jet della compagnia statunitense Pan American e il suo risveglio è il prologo della sua ennesima missione: decollo da Buenos Aires con 263 passeggeri a bordo con destinazione aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York.

Niente di più aeronautico, non trovate?

La trama prevede poi un decollo al cardiopalma e quindi il rientro dell’abile comandante nel suo splendido attico di Manhattan dove lo attende sua moglie (annoiata e distante) nonché un’inaspettata busta chiusa senza affrancatura.

Ecco, giusto quel plico anonimo diventa il punto di snodo della trama che subisce una svolta imprevedibile: un flashback che ci condurrà nel passato di John, in volo, in guerra, a bordo del suo North American P-51 Mustang nei cieli italiani a ridosso delle Dolomiti, di scorta ai bombardieri Boeing B-24 Liberator diretti in Germania.

Ancora una splendida immagine frontale che pone in risalto la forma perfetta del P-51 Mustang (foto proveniente da www.flickr.com)

Fine del contenuto aeronautico.

Tutto il resto del libro è un alternarsi di episodi adrenalinici e colpi di scena, un susseguirsi di avvenimenti imprevisti e di fughe rocambolesche. Non mancano ovviamente personaggi tratteggiati con invidiabile verosimiglianza, azioni feroci, eccidi raccapriccianti come pure gesti di grande generosità e di coraggio. Insomma una miscela sapiente di sentimenti positivi e negativi in cui l’amore si distingue fra tutti perché inaspettato, perché sbocciato con genuinità e delicatezza, perché non conosce l’inclemenza del tempo e della distanza geografica.

Ovviamente non vi accenneremo di più … possiamo solo aggiungere che con “Come un sottile strato di nube” il nostro Maurizio ha dato prova di grande talento narrativo anche extra aeronautico e ne siamo lieti perché è uscito dal romanzo di nicchia, riservato ai soli appassionati di aviazione.

A proposito della trama del libro possiamo solo concludere rivelando che l’ultima pagina, anzi l’ultima riga del libro lascia il finale del romanzo virtualmente aperto, tuttavia l’epilogo è drammatico, toccante, struggente, quasi strappalacrime. A noi ha fatto venire un magone mitigato solo dall’intuizione che “Come un sottile strato di nubi” possa avere un seguito. Ce lo auguriamo di cuore perché il suo messaggio conclusivo è positivo: l’amore è eterno e si perpetua nelle persone che sono il frutto di questo amore.

Ora comprendete il perché di quanto sostenevamo all’inizio di questa recensione?

Ad ogni modo, dal punto di vista tecnico, il libro è piacevolissimo, la prosa è scorrevole e mai banale nonostante contenga brevi descrizioni dell’ambiente in cui si muovono i vari personaggi o altrettanto brevi riflessioni che conferiscono spessore alla vicenda narrata.

La classica formazione che gli equipaggi dei bombardieri pesanti B-24 Liberator adottavano per difendersi l’un l’altro dall’attacco dei veloci caccia nemici. E’ probabile che lo scatto sia stato effettuato da bordo di un caccia di scorta. E’ una delle situazione di volo narrate da Maurizio Staid nel suo romanzo (foto proveniente da www.flickr.com)

E’ innegabile che l’autore ami la sintesi giacché non esagera con le parole, non si lascia andare a pistolotti evocativi e infine utilizza in modo abile ma stringato il discorso indiretto affinché la trama si dipani rapidamente senza mai annoiare il lettore. Di contro i dialoghi, sottolineati da uno strategico corsivo oltre che dalle consuete virgolette inglesi, sono sempre molto funzionali alla vicenda narrata e danno voce ai sentimenti che i personaggi già accennano nelle loro azioni e nelle dinamica della storia; sono dialoghi verosimili, mai forzati, talvolta secchi nella loro tragicità ma sempre pertinenti, taluni scritti sfiorando delicatamente la tastiera, con il cuore in mano.

L’intreccio è appena un poco articolato ma non confonde il lettore benché abbia una prima parte che si ricollega alla fine del romanzo inframezzata da una lunga fase centrale ambientata nel nostro paese nel corso del conflitto mondiale. Si tratta comunque di un anello che ben si chiude e che, all’occorrenza, invita il lettore a tornare alle prime pagine per ripristinarlo nel caso di una lettura frazionata in più tappe.

Il numeroso equipaggio di un B-24 Liberator, il bombardiere strategico utilizzato dai reparti di bombardamento statunitensi durante il II conflitto mondiale. (foto proveniente da www.flickr.com)

Probabilmente ai lettori più smaliziati il romanzo apparirà banale e prevedibile(modello Liala o collana Harmony), viceversa a noi è risultato validissimo e, se fosse in nostro potere, lo proporremmo volentieri per farne un adattamento cinematografico o quello che, in linguaggio televisivo, si chiamerebbe una fiction. Il successo sarebbe assicurato! Il suo regista potrebbe essere Pupi Avati perché uno dei pochi registi capaci di visualizzare con delicatezza e pudore una sceneggiatura già perfetta così com’è.

Tornando al libro, la copertina è quanto di più pertinente potesse scegliere il curatore editoriale e la IV di copertina è estremamente esauriente con la biografia dell’autore e anche un’ottima sinossi; purtroppo non possiamo essere altrettanto benigni nei confronti dell’editore per quanto concerne la scelta delle dimensione dei caratteri di stampa: inspiegabilmente troppo minuti. Peccato perché la lettura – specie quella tutta d’un fiato come quella che abbiamo inevitabilmente praticato – può risultare affaticante. E questo sebbene la carta sia di ottima qualità (bianca e opaca) e i capitoli separino in modo impeccabile le varie fasi della narrazione.

Il mitragliere di coda del B-24 Liberator è uno dei personaggi cardine del bel romanzo “Come un sottile strato di nubi”. Questo scatto ritrae un vero mitragliere durante la II Guerra Mondiale e rende idea delle dimensioni del velivolo. Egli occupava una delle torrette di difesa del bombardiere ed era il membro dell’equipaggio probabilmente più esposto al fuoco nemico (foto proveniente da www.flickr.com)

Inoltre non è dato sapere l’autore del bel disegno che ritrae il Mustang in volo e dunque non sappiamo se l’immagine è originale o se sia stata adattata allo scopo.

Impreziosiscono il testo alcuni aforismi di gran pregio che sottolineano e quasi anticipano il testo che li segue; assolutamente pregevoli sono le brevi poesie che troviamo all’interno della narrazione tanto che viene da chiederci se sono frutto dell’estro poetico dell’autore o di un’agente esterno di sesso femminile che le abbia concesse all’autore per collocarle ad arte.

Il colossale Boeing 747, confidenzialmente soprannominato “jumbo jet”, con la livrea della compagnia Pan American World Airways che, verosimilmente, potrebbe essere stato il famoso “volo 657” narrato nel romanzo. In effetti questi velivoli cominciarono a svolgere il loro servizio in seno alla compagnia statunitense a partire dal 1971 per terminarlo nel 1991 come velivolo passeggeri, quindi convertiti a cargo o definitivamente radiati. L’esemplare qui ritratto fu immortalato, pronto al decollo, all’aeroporto di London Gatwick in Gran Bretagna nel giugno 1991 diretto negli Stati Uniti, esattamente a Miami. Fatte le dovute considerazioni temporali, è probabile che l’autore non abbia mai volato su questo tipo d velivolo ma non stentiamo a credere che il 747 costituisca per molti piloti moderni una sorta di mito del passato, Maurizio Staid compreso (foto proveniente da www.flickr.com)

E concludiamo questa breve recensione menzionando una riflessione che riteniamo assolutamente degna di essere riportata, affermazione che apre il libro e che è il suo stesso manifesto:

“… un sottile strato, leggero, impalpabile, che separa sogni e realtà, che si veste di rosa quando il giorno muore, drappo nero nelle albe piovose. Di questo è fatta la vita, un sottile strato di nubi …”

Come non condividerla pienamente con Maurizio?

Permetteteci un’ultimissima nota: l’acquisto del libro aiuterà in modo concreto l’Area Solidarietà Alitalia Onlus nei suoi progetti umanitari. Conoscendo l’autore e il suo impegno nel volontariato sappiamo per certo che egli ci tiene più di ogni altro complimento o manifestazione di apprezzamento per la sua opera letteraria. 

Quando un libro può fare anche del bene!





Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





RACCONTI TRA LE NUVOLE – tema suggerito XI edizione



Logo Racconti Tra Le Nuvole

XI edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”

COMUNICATO STAMPA

nr 1 del 03 novembre 2022




Contrariamente a quanto avvenuto nelle ultime dieci edizioni,

l’HAG (Historical Aircraft Group) e VOCI DI HANGAR,

con la provvidenziale collaborazione della FISA (Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico), della rivista VFR AVIATION e dell’azienda farmaceutica VR MEDICAL,

sono lieti di annunciare anzitempo il tema suggerito della XI edizione – 2023, del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Lo scopo è di fornire agli autori/autrici un più ampio margine di tempo per la stesura dei racconti, fermo restando che le composizioni potranno essere inviate alla Segreteria del Premio solo a partire dal 01 aprile 2023, data in cui verrà pubblicato il bando di concorso nella sua interezza. II presente comunicato s’intende perciò una brevissima anticipazione di quello che sarà il regolamento vero e proprio del Premio.

Inoltre ci teniamo a precisare che il tema a carattere aeronautico generico rimane invariato sebbene affiancato dal tema suggerito facoltativo.

Gli organizzatori, sensibili a quanto accade quotidianamente hanno stabilito il tema suggerito in base ad alcune considerazioni, aspetti, vicissitudini ed episodi di cronaca non ignorabili. Tra questi troviamo:

  • Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana una donna è presidente del consiglio dei ministri, ossia guida il governo del paese. Al di là del credo o delle simpatie politiche, costituisce un evento innegabilmente memorabile.
  • Alcune settimane fa, nella pagina Facebook dell’HAG, un socio buontempone commentava l’immagine di una modella in lingerie ma armata di fucile con lo sfondo di un velivolo da combattimento. Ebbene, edulcorato dal linguaggio un po’ scurrile dell’autore, egli invocava un diluvio universale di quel tipo di ragazza affinché il mondo possa vivere in santa pace per altri millenni a venire. Affermazione maschilista, probabilmente, eccessiva, di sicuro, ma con un fondamento di verità.

Rielaborando in parte il concetto e mettendo pratica il vecchio motto sessantottino pacifista “fate l’amore, non fate la guerra”, ci è venuto spontaneo enunciare un teorema, a nostro parere, ineccepibile:

se le donne avessero più voce in capitolo gli uomini non avrebbero voglia di fare la guerra né l’energia e tantomeno il tempo

  • Nel corso della cerimonia di premiazione della X edizione del premio letterario, quando si è trattato di premiare un autore che aveva incentrato il suo racconto sulle “Streghe della notte”, misconosciuto reparto da bombardamento dell’Aviazione Sovietica operante per tutta la II Guerra Mondiale, si è avvertito lo stupore e la curiosità dei presenti, specie per effetto delle fotografie proiettate nello schermo in sala, in cui sono apparse le componenti del reparto di solo sesso femminile.
  • Nel corso del 2022 Samantha Cristoforetti già prima e unica astronauta italiana, ha assunto il comando della ISS (Stazione spaziale Internazionale), prima donna europea a farlo nella storia della stazione orbitante.
  • Nel lontano 1772 il grande filosofo e scrittore francese Denis Diderot affermava che: “Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno e asciugare la pagina con la polvere delle ali delle farfalle”. Tutto in tema strettamente aeronautico
  • Le donne – a torto o a ragione – vengono definite con l’appellativo: “l’altra metà del cielo”. Altro elemento assolutamente aeronautico.
  • Un aforisma noto nell’ambiente aeronautico recita: “I piloti di aeromobili sono quel genere di persone che quando sono in volo parlano di donne e quando sono a terra, in presenza di donne, parlano di volo”.

Occorre aggiungere di più? E’ facilmente intuibile che il tema suggerito della XI edizione – 2023, di RACCONTI TRA LE NUVOLE è:

le donne nel mondo aero/astro nautico

Esemplificando, potranno essere inviati racconti riguardanti personaggi femminili della storia dell’aviazione ma anche semplici protagoniste di vicende aeronautiche di pura fantasia, macchine volanti al femminile, forme di vita assimilabili al genere femminile, e così via … tutto declinato al femminile e in tema aeronautico e astronautico.

Ovviamente racconti.

Buona scrittura.

Per qualsiasi informazione:

www.raccontitralenuvole.it




Nonno Canarino


La X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE – di cui siamo co-organizzatori assieme ai nostri amici dell’HAG (Historical Aircraft Group), verrà ricordato per la presenza, tra i suoi partecipanti, delle cosiddette “prof”, per il ritorno dei piloti professionisti e, non ultimo, per la presenza di ben due autrici in tenerissima età: Emma Lucietto, già ospite del nostro hangar all’indirizzo:

http://www.vocidihangar.it/w/il-sogno-di-alice/

Amelia Earhart (1897-1937)  è stata una donna pilota statunitense che ha segnato memorabili pagine di storia dell’aviazione e costituisce, non a torto, un esempio mirabile tra le appartenenti del genere femminile in quanto incarna il modello di eroina, caparbia, volita e indomabile eguagliata da ben pochi piloti uomini. E’ qui ritratta appena scende da un velivolo dopo essere atterrata in una località non meglio definita. Non ultimo, Amelia è l’esempio cui si ispira la nostra giovanissima autrice Casilda Chiara Cevoli

e Casilda Chiara Cevoli la cui data di nascita (dichiarata in fase di registrazione al premio), attesta inequivocabilmente la bellezza di dieci anni di vita.

Nel caso di Emma, purtroppo, non è stato possibile ammettere la sua composizione al premio in quanto si trattava di una favola anziché un racconto, viceversa, nel caso Chiara, il racconto è stato ammesso, tuttavia non ha riscosso il favore della giuria. E questo, probabilmente, in virtù di una prosa semplice, lineare, infantile sebbene matura, ossia tipica di una bambina di dieci anni che, per quanto promettente, nulla ha potuto contro quella ben elaborata e rifinita di autrici/autori  più adulti di Casilda.

In effetti questa vicenda, se da un lato testimonia l’imparzialità della giuria che – lo ricordiamo – riceve i testi in forma rigorosamente anonima, dall’altro pone in risalto l’enorme disparità dei testi forniti da partecipanti con età anagrafiche così diverse. D’altra parte sarebbe auspicabile creare diverse sezioni del premio per diverse fasce di età … ma queste fasce avrebbero poi un numero adeguato di partecipanti? La domanda sorge spontanea …

A differenza di quanto accade nel nostro paese in cui la conservazione di cimeli storici dell’aviazione è appannaggio di pochi musei (Volandia, Piana delle Orme, San Pelagio e il Museo storico dell’AMI di Vigna di Valle) negli Stati Uniti i musei dedicati all’aviazione sono numerosissimi … ma un velivolo prestigiosissimo come il Lockeed Vega, protagonista della trasvolata atlantica compiuta da Amelia Earhart, non poteva che finire, pressoché intonso, nel meraviglioso National Air and Space Museum dello Smithsonian Institute di Washigton (USA). (immagine proveniente da Flickr.com). Chissà se Casilda Chiara avrà un giorno l’opportunità di visitare questo luogo?!

Di certo la partecipazione di Emma e di Casilda  lascia ben sperare per il futuro giacché questi due teneri virgulti della narrativa potrebbero mettere presto radici ben salde e diventare non solo le autrici delle prossime edizioni del premio, ma anche e soprattutto delle colonne della futura narrativa aeronautica italiana. Gli organizzatori se lo augurano di cuore. E, in tutta onestà, questo è lo scopo ultimo di RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Oggi non ci è dato sapere come e in che misura la maestra e la famiglia possano aver contribuito, anche solo di riflesso, alla stesura del racconto di Casilda Chiara, figuriamoci se ci è dato sapere in quale direzione essa potrà evolvere semplicemente crescendo. Ad ogni modo un dato è certo: a noi il racconto di Casilda è piaciuto. Molto. Sarà proprio per la sua semplicità, per la linearità, chissà? Sarà perché non possiamo che essere calorosamente benigni nei confronti di una ragazza in erba che si è cimentata laddove i suoi coetanei neanche si sognano di avventurarsi. E brava Casilda!

Il titolo del racconto “Nonno canarino”, si riferisce al velivolo biplano Kinner Airster che, secondo la storia, Amelia Earhart acquistò poco dopo aver terminato il corso di pilotaggio (peraltro tenuto da un istruttore di volo donna, certa Neta Snook) e con il quale nell’ottobre 1922 compì il suo primo volo record: 14’000 piedi di quota (circa 4260 metri). Fu la prima donna a raggiungere al mondo a raggiungere una quota così stratosferica. Il velivolo, dotato di un motore radiale a tre cilindri con una potenza ridicola, entrò nella leggenda in quanto verniciato di un bel giallo e perciò contraddistinto dal nomignolo affettuoso “The canary” (“Il canarino”) attribuito dalla stessa Amelia. In questo scatto riconosciamo (lato destro) una giovanissima Amelia Earhart e la sua istruttrice di volo inframezzate proprio da un Kinner Airster che la pagina Facebook del “Amelia Earhart Hangar Museum” reputa essere quello del record. In realtà la trasvolatrice atlantica pilotò diversi Airster e dunque, senza l’ausilio del colore, è difficile sostenere che questo fosse il vero “Canarino”.(foto proveniente dalla pagina Facebook del “Amelia Earhart Hangar Museum”- photo courtesy of @purduearchives)

Ma veniamo al racconto: come vuole la tradizione delle composizioni di esordio, la nostra autrice ha composto un testo molto autobiografico tanto che ha descritto la propria famiglia ma lo ha fatto con gli occhi disincantati di una bimbetta cresciuta di soli 10 anni (di età) e questo – se permettete – costituisce l’enorme valore aggiunto. Intendiamoci: “Nonno canarino” non è la rielaborazione sotto mentite spoglie del classico tema scolastico: “Descrivi la tua famiglia”, tutt’altro. E’ la visione dell’autrice del suo trascorso familiare e del suo futuro personale. 

La composizione infatti, seppure leggera, piacevolissima, tenerissima e, ci auguriamo, non troppo manipolata dall’intervento esterno, è un proclama d’intenti: Casilda intende volare molto, sì … ma per girare i suoi filmati naturalistici e questo sebbene il ramo maschile della sua famiglia  abbia tuttora o abbia avuto in passato un rapporto professionale con il mondo aeronautico. Insomma la nostra autrice campana,  sebbene sia geograficamente molto vicina alle due fucine dell’Aeronautica Militare Italiana quali Pozzuoli e Caserta, ha le idee molto chiare (ricordatevi che il suo secondo nome di battesimo è giusto appunto Chiara!): volare per svolgere il lavoro che l’appassiona. Più chiaro di così!?

Da parte nostra – dobbiamo ammetterlo – ci siamo letteralmente sciolti in un brodo di giuggiole quando abbiamo letto nel racconto di Casilda una frase che occorrerebbe scolpire nella pietra miliare di ciascun aeroporto:

“Perché il volo non è solo un lavoro ma libertà […] e la libertà unisce tutti”

Una delle immagini più famose ma anche una delle ultime scattare ad Amelia Earhart davanti al velivolo Lockheed Electra a bordo del quale scomparve nel luglio del 1937 in quella che rimane la sua ultima impresa impossibile: il giro del mondo in aeroplano. Ancora oggi la sua sorte rimane avvolta nel mistero sebbene siano state avanzate le più disparate congetture, più o meno suffragate da reperti fotografici e biologici (foto proveniente da Flickr.com)

Ci piace pensare che l’abbia coniata Casilda medesima con tutta la sua ingenuità e la purezza della sua età. 

Cresci bene, Casilda. Che il tuo volo sia lungo e ti porti lontano … noi saremo qui a leggerti. 



Narrativa / Medio – breve

Inedito

Ha partecipato alla X edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2022


Nota della Redazione: nella foto di copertina uno splendido primo piano a colori della trasvolatrice statunitense Amelia Earhart ritratta davanti al suo velivolo  Lockheed Vega con il quale attraversò l’Oceano Atlantico  nel maggio del 1932 impiegando quattordici ore e cinquantasei minuti, prima donna in assoluto e seconda solo a Charles Lindbergh. 


Casilda CHIARA Cevoli


Nasce a Caserta nel 2012, in una famiglia legata al volo: hanno pilotato aerei suo nonno, suo zio, un suo bisnonno e una volta un po’ anche sua madre.

Sin da piccola manifesta grande interesse per la lettura e la scrittura, ciò l’ha portata a partecipare già ad alcuni concorsi e premi letterari.

Il foto-ritratto dell’autrice di “Nonno Canarino”, all’anagrafe Casilda Chiara Cevoli (fotografia fornita dall’autrice), classe 2012!

Ama molto la natura, i viaggi e la storia di Amelia Earhart.

Da un anno è entrata a far parte degli Scout, tra i lupetti.

Terminata la scuola elementare inizierà la scuola media.



Per inviare impressioni, minacce ed improperi all’autrice:

cevolitt (chiocciola) libero.it



Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Nonno Canarino

Nonno canarino


Lassù gli uccellini volano liberi, spensierati e… uniti.

Quaggiù, invece, c’è mio nonno che ha volato tanto.

Io ho un nonno che faceva l’ingegnere aeronautico e costruiva aerei. Quando me ne parla, chiudo gli occhi e mi sembra di essere lassù, nel cielo azzurro, a volare su un aereo giallo, come Canarino, l’aereo della coraggiosissima Amelia Earhart, che è stata la prima donna aviatrice.

Lui ora non può più volare, perché è molto anziano, però fa volare me con i suoi racconti. Io, per ringraziarlo, gli faccio tanti disegni di aerei e lui li conserva tutti. Ha anche alcuni modellini e tante foto degli aeroplani che ha costruito o revisionato durante la sua carriera, come il BR1150 Atlantic, il G222, l’ATR42, l’ATR72, l’F104, il G91 e tanti altri.

Il nonno è stato davvero un po’ un uccellino: anche se prima era un ingegnere, in vista della pensione ha preso il volo. Quando è andato all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli è diventato G.A.R.I. (Genio Aeronautico Ruolo Ingegnere). Pilota lo è diventato solo più tardi.

Lo ha desiderato tantissimo, il suo sogno si è avverato e ha messo le ali.

A me piace volare e sono già andata su qualche aereo, ma mai insieme al nonno.

Avrei tanto voluto fare una volatina con lui, e lui mi fa volare… con la fantasia.

«Nonno, raccontami di quando volavi con gli aerei!» gli dico spesso. E lui, paziente, racconta.

Il primo volo mio nonno l’ha fatto con un famoso collaudatore di volo, il Capitano Peracchi. Il nonno era emozionato, perché era il suo primo volo. Il collaudatore gli aveva spiegato cosa si doveva fare in volo e gli aveva affidato il compito di tenere le comunicazioni con la radio. Ad un certo punto il collaudatore iniziò una tirata a sessanta gradi e gli chiese di comunicare alla radio. Quando mio nonno cercò di premere il bottone per parlare, si accorse che doveva fare uno sforzo per muovere la mano e in quel momento capì che cosa era effettivamente l’accelerazione di gravità, anche se in teoria l’aveva ampiamente studiata all’università. E, anche se sapeva cosa succedeva in volo, si emozionò tantissimo.

Ma questa fu soltanto la prima delle sue avventure…

Dopo che il nonno prese il brevetto di volo, fece molti altri voli, e tra questi mi ha raccontato di quando fece per la prima volta la manovra che si chiama “la vite”. È decollato, è salito a duemilacinquecento metri, ha ridotto pian piano la velocità fino a quando l’aereo non si reggeva più in volo orizzontale. Allora il nonno mosse col piede il timone di direzione tutto da una parte e il velivolo iniziò ad avvitarsi su sé stesso, puntando il muso verso il terreno che si vedeva avvicinare velocemente. Dopo tre giri, il nonno azionò il timone di direzione in senso contrario alla rotazione, che si fermò, e il velivolo ritornò a volare orizzontalmente. Alla fine il nonno, che si era sentito lo stomaco risalire in gola, contento che la manovra fosse andata bene, portò l’aeroplano ad atterrare e tutto si concluse felicemente. L’aereo si chiamava CAP 10 ed era giallo e rosso. E io penso a Canarino, che però era un biplano tutto giallo.

Anche il mio bisnonno paterno era un aviatore e pilotava i biplani. Volava in Cina, negli anni Trenta del secolo scorso, su aerei con la carlinga aperta e ciò gli procurò l’asma da fieno, malattia tipica dei piloti di questo tipo di aeroplani.

Mio zio, il fratello di mia mamma, è pure lui un ingegnere aeronautico e un ufficiale dell’Aeronautica, come suo papà, mio nonno.

Mia mamma, invece, è un’archeologa e non pilota gli aerei, però ha volato anche lei con mio nonno su un P-68, per scattare delle foto aeree ai siti archeologici per la sua tesi di laurea. E alla fine l’istruttore di volo che li accompagnava le ha fatto eseguire la manovra di atterraggio assieme a lui.

Anche io vorrei imparare a volare, ma ci proverò da grande perché ora ho solo dieci anni. Farò la naturalista e userò gli aerei per i miei documentari dall’alto. Non sarò aviatrice per lavoro, ma volerò lo stesso.

Perché il volo non è solo un lavoro ma libertà, secondo me, e la libertà unisce tutti.

Il volo unisce, basta pensare all’associazione aeronautica delle “Novantanove”, la prima unione di donne pilota in un tempo in cui le donne non erano considerate tanto brave quanto gli uomini in molte cose, come pilotare un aereo. Il volo le ha rese uguali agli uomini.

Il volo unisce me, la mamma, lo zio, il nonno, il bisnonno, Amelia Earhart e uomini e donne di tutti i tempi, di tutte le generazioni e di tutti i luoghi. Tutti abbiamo le ali, basta saperle aprire. Come se fossimo tutti una grande famiglia e noi tutti fratelli e sorelle.

Quanti uccellini ci sono nella mia vita!



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Nota della Redazione: in copertina un North American T6 Texan che, con una livrea completamente gialla, fu soprannominato dagli allievi piloti militari italiani: “Giallone”. Assieme al famosissimo Piper J3 pure tutto di colore giallo (ma con il fulmine nero, che ne attraversa la fusoliera)  sono gli equivalenti moderni del biplano Kinner Airster  “Canary” (canarino, appunto) della trasvolatrice statunitense  Amelia Earhart.


Casilda CHIARA Cevoli

Racconti tra le nuvole – Premiazione atterrata!



Logo Racconti Tra Le NuvoleX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”

COMUNICATO STAMPA

nr 9 del 17 ottobre 2022




Si è volato alti, molto alti domenica 16 ottobre nei cieli di Bagnoli di Sopra in provincia di Padova. Anzi si è volato altissimi, senza il consumo di una goccia di carburante, senza emettere il benché minimo rumore, senza necessità di piano di volo e senza l’ausilio di apparati di radio-navigazione.

Ha volato un gruppo di amici, appassionati di volo e di narrativa aeronautica a bordo della sede sociale dell’HAG con decollo da- e atterraggio a- l’aviosuperficie “Il Dominio di Bagnoli”.

Si è volato grazie alla forza inesauribile della fantasia e con la propulsione dei racconti finalisti della X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE organizzato giusto appunto dall’HAG e da VOCI DI HANGAR. Ovviamente con la preziosa collaborazione della FISA (Fondazione Internazionale per lo Sviluppo Aeronautico), la rivista VFR AVIATION, l’editore LOGISMA e l’azienda farmaceutica VR MEDICAL. 

Decollati! Volo: X edizione RACCONTI TRA LE NUVOLE. Destinazione: cielo. Autonomia: illimitata. (fotografia del command Fernando che, in questa occasione pilota solo una macchina fotografica) 

In cabina di pilotaggio il segretario del premio, Marco Forcina, coadiuvato dal primo ufficiale Franca Vorano, mentre i passeggeri venivano amorevolmente assistiti dal capo equipaggio, Andrea Rossetto, vice presidente dell’HAG e dal tecnico di volo, Sergio Cobuccio, che si è occupato dei sistemi audiovisivi di bordo. Come poi non citare Gherardo Lazzeri? … che ha consegnato le antologie (non le riviste o i quotidiani). E Arturo Arveni? … medico di bordo, che ha dispensato integratori per l’artrosi ai bisognosi seduti in poltrone in configurazione ad alta densità.

Il volo è decollato con la presentazione degli organizzatori e degli sponsors ma ha subito preso quota con le anticipazioni dei racconti a opera dei medesimi autori/autrici presenti a bordo.

Uno dopo l’altro i passeggeri hanno volato sopra alle più disparate e imprevedibili storie di guerra, di eroismo, di sorellanza oltre che di fratellanza, e hanno attraversato cieli pieni di cumuli vaporosi, di traccianti mortali o di materiali paracadutati. Tanti modi per declinare il volo, l’aviazione, i piloti, le macchine volanti, la storia dell’aviazione e molto altro.

No, la macchina da scrivere la vincitrice della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE, all’anagrafe Rossana Cilli (a suo dire: Rossana come le famose caramelle e Cilli come “imbecilli” senza “imbe”), non se l’è portata da casa per prendere appunti bensì le è stata consegnata dal Segretario, al secolo Marco Forcina (Marco come la moneta tedesca e Forcina come quelle dei capelli) per conto della FISA (Fondazione Internazionale per lo Sviluppo Aeronautico). Il simulacro di un’antica Olivetti “lettera ??” dispone però di un unico foglio prestampato ove è possibile leggere un breve stralcio del racconto vincitore: ” … per la prima volta i loro pensieri prendono così a vagare inquieti dentro il mondo sconosciuto delle proprie coscienze” . Nell’altra mano Rossana mostra orgogliosa la mattonella consegnatale in premio da VOCI DI HANGAR. Parrebbe che la mattonella in questione provenga dal fallimento di un negozio di ceramiche, qualcuno invece sostiene che faccia parte di un lotto di un cantiere edile del bonus 110! (foto del command Fernando. Ma non c’ha da volare?)

Il volo più affascinante è stato però quello diretto “Verso Nord” della pluripremiata scrittrice romana Rossana Cilli. Un volo denso di brividi (e non per l’alta quota o la latitudine polare). La sua mirabile composizione può essere interpretata come la metafora dell’occasione costruita ad arte per offrire un’opportunità di redenzione altrui. Ma non prima di una inarrestabile picchiata verso il baratro; una sorta di Purgatorio nell’aria per chi ha molto da farsi perdonare da quel semplice uomo chiamato “pilota al comando”.

Lo statuario Arturo Arveni, amministratore dell’azienda VR MEDICAL, ha appena consegnato l’omonimo premio speciale nelle mani di Massimo Conti il quale, con fare molto circospetto, cerca di defilarsi con il malloppo, ops, trofeo. (foto del command Fernando che ha tentato uno scatto con fotomontaggio immediato ma nulla può la tecnologia digitale di fronte ai 2 metri di statura di Arturo: non è Massimo che è minuto … è Arturo che è altissimo!)

Nondimeno entusiasmante è stato il volo di Massimo Conti che ha condotto tutti sopra le rovine di Berlino nel corso del famoso ponte aereo, durante la Guerra Fredda, nell’istante preciso in cui un bambino esclamava: “Scende uva passa dal cielo”.

Per inciso, Massimo è il vincitore del premio speciale VR MEDICAL, edizione 2022.

Dopo quasi due ore di volo, assolutamente piacevolissime, è avvenuto il soffice atterraggio per poi rullare in hangar nella vicina Tribano e consumare, sempre assieme, un succulento pranzo conviviale.

E’ stata l’occasione per gli autori/autrici per fraternizzare, scambiarsi impressioni, sfottò e per intonare anche il beneagurale saluto aeronautico Gheregheghez a chiusura di una giornata che voleva essere ufficialmente la premiazione di un premio letterario ma che si è rivelata l’incontro di fratelli e sorelle figli della stessa passione: il cielo e la scrittura creativa a carattere aeronautico.

Non è finita – come al solito – a tarallucci e vino … bensì a pan di spagna e crema al cioccolato con sopra una guarnitura di panna di nuvole e di cielo azzurro. Di chi era la festa, chiederete voi? Che domanda! … ma delle autrici e degli autori di RACCONTI TRA LE NUVOLE 2022! (foto realizzata – non si come – dal command Fernando)

E allora arrivederci al prossimo decollo di RACCONTI TRA LE NUVOLE … ossia non più tardi di marzo 2023 con la pubblicazione del bando di concorso della XI edizione.

Ma quello è un altro volo e ve ne parleremo quando la lista passeggeri verrà aperta. Alle scrittrici e agli scrittori decidere la rotta e gli spazi aerei da attraversare.




Nota della Redazione.

In copertina foto di gruppo degli autori/autrici presenti alla premiazione

Il sogno di Alice

Il regolamento del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE (di cui siamo co-organizzatori assieme agli amici dell’HAG – Historical Aircraft Group) è davvero feroce: ammette la partecipazione di soli racconti. D’altra parte già il titolo lo evoca chiaramente … RACCONTI, appunto e null’altro.

Sempre più frequentemente accade però che giungano alla Segreteria del Premio delle composizioni letterarie che non hanno le fattezze tipiche del racconto. Certamente – occorre precisarlo – non esistono dei lineamenti rigorosissimi per definire i connotati di un vero racconto  rispetto  ad un testo giornalistico o di un racconto dal taglio favolistico. Certo che no, tuttavia è pur vero che i connotati del racconto ideale sono abbastanza codificati sebbene sussista un certo margine di interpretazione. Purtroppo questo margine si annulla completamente quando un testo si presenta in rime baciate o in cui il protagonista parlante è un oggetto inanimato. Nella fattispecie il margine di interpretazione concesso alla Segreteria del Premio va a farsi benedire e i sedicenti racconti devono essere additati come infiltrati e dunque allontanati con garbo.

Non siamo certi che l’autrice l’abbia immaginata così … ma potrebbe somigliare all’ istruttore Medina, il Vice Grande Nuvola, non vi pare? (foto proveniente da www.flickr.com)

Nell’ultima edizione del Premio è accaduto in diverse occasioni. Troppe. E  – lo dobbiamo ammettere – abbiamo cominciato a dubitare della bontà del regolamento e dello zelo della Segreteria nell’espletare la sua funzione di verifica preliminare dei testi. Che il regolamento sia poco chiaro? Che la Segreteria cerchi il pelo nell’uovo? Forse … ma analizzando ogni singola situazione ci siamo convinti che la voglia e l’entusiasmo degli autori/autrici è stata tanta e tale che, pur di partecipare al Premio, alcuni di loro hanno letteralmente dimenticato il cardine fondamentale del regolamento: possono partecipare solo e unicamente racconti.

E’ probabilmente caduta in questa terribile trappola Emma Lucietto che ha fatto pervenire alla Segreteria del Premio una piacevole composizione … peccato che si trattasse di una favola anziché un racconto. 

Benché il prologo del testo non sia contraddistinto dal canonico “c’era una volta”, è apparso subito chiaro che una goccia parlante e pensante può appartenere solo all’universo fiabesco. 

Perciò potrete facilmente immaginare  il disappunto della provato Segreteria nel costatare, suo malgrado, la non rispondenza del sedicente racconto “Il sogno di Alice” ai requisiti del regolamento … tuttavia l’amarezza si è progressivamente mitigata scorrendo riga dopo riga giacché la favola ha oggettivamente tutta una sua originalità e un fascino sottile, quasi leggiadro. Ma lo stupore maggiore, giunti all’ultima sillaba, si è manifestato quando la Segreteria è andata a rilevare i dai anagrafici dell’autrice, non fosse altro per informarla dell’equivoco e della necessità di rielaborare il testo pena  l’esclusione dal Premio.

Una bella immagine di Alice in un momento di svago assieme alle sue amiche gocce (foto proveniente da www.flickr.com)

Ebbene, appurato l’indirizzo e-mail, l’occhio è caduto inevitabilmente sulla firma del genitore prevista per gli autori minorenni e immediatamente dopo sulla data di nascita di Emma.

Vi risparmiamo i visi basiti e le espressioni di sorpresa ma il senso era: “Ma ha solo dieci anni!”. Dopodiché lo zelo e il senso di correttezza nei confronti dei partecipanti del Premio hanno paurosamente vacillato e la domanda che è rimbalzata da un membro all’altro della Segreteria è stato: “La contatti tu?”

A farla breve, la favola di Emma non poteva essere inserita tra i racconti partecipanti alla X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE ma essere pubblicata nel nostro hangar, questo sì, eccome! E con nostra grande soddisfazione perché non accade tutti i giorni di incappare in un’autrice tanto promettente.

Non ci è dato sapere quanto la maestra – bontà sua – e la famiglia di Emma – bontà loro – abbiamo contribuito o siano stati determinanti nella stesura della favola; oppure non sapremo mai (solo il tempo ce lo dirà) se questo testo rimarrà un fenomeno estemporaneo o avrà un seguito … tuttavia ci piace pensare che, nonostante le vicissitudini e le distrazioni che inevitabilmente attraverseranno l’esistenza di Emma, il suo talento possa consolidarsi e trovare il suo naturale sfogo nella scrittura creativa. Come pure in mille altre attività, chi può dirlo?

Fotoritratto della goccia Alice (foto proveniente da www.flickr.com)

L’autrice avrà sicuramente occasione di evolversi semplicemente crescendo, vivendo a pieno le proprie esperienze, compiendo il suo percorso scolastico-formativo, conoscendo il mondo e tanti esempi di umanità. Avrà modo di cambiare anche radicalmente rispetto a quella che conosciamo oggi e magari, a distanza di una manciata di anni, neanche si riconoscerà in quanto ha scritto e favoleggiato. Oppure ne farà la sua professione, chissà? Poco male. Ci avrà comunque regalato una piccola emozione e di questo non possiamo che esserle riconoscenti.

Una questione è certa: a noi il microcosmo della goccia Alice, il suo desiderio di volare sull’arcobaleno e la sua amica Stella hanno colpito emotivamente.  Forse perché ci ha sorpreso che in una bambina di dieci anni (e quindi nella sua composizione) sia così forte il sentimento dell’amicizia come pure la caparbietà, ossia il desiderio di raggiungere uno scopo apparentemente impossibile. Non ultimi i valori universali come la generosità, la riconoscenza o la sorellanza.

E’ pur vero che le fiabe sono molto soggettive perché talune ci travolgono e talaltre ci lasciano del tutto indifferenti. Dipende da persona a persona e soprattutto dallo stato d’animo di quella persona nel momento precisa della loro lettura. Forse ci stiamo rammollendo? Stiamo diventando dei mollacchiosi sentamentalisti? Forse. Ma prima di esprimere opinioni sulle altrui debolezze leggete “Il sogno di Alice” e poi ne riparleremo. Intesi?


Favola / Breve

Inedito

Ha partecipato alla X edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2022


Emma Lucietto


E’ la prima volta che ci troviamo in imbarazzo di fronte alla pubblicazione della biografia di un autore/autrice ospite del nostro hangar … non fosse altro per la tenerissima età, per la freschezza e la semplicità che Emma ha infuso nella stesura della manciata di parole necessarie per definirla. Per farci comprendere la sua personalità o i suoi lineamenti.

E’ per questo motivo riporteremo integralmente il testo  eliminando solo il giorno e il mese della sua data di nascita. Per una questione di pudore, di protezione nei confronti di questo virgulto destinato – ce lo auguriamo – a mettere radici ben salde e a fiorire rigogliosamente. Perché le premesse ci sono sono tutte. 

Ecco la biografia di Emma: 


Mi chiamo Emma Lucietto e sono nata nel 2012 a Cittadella in provincia di Padova.

Vivo a Camisano Vicentino, ho 10 anni e ho frequentato la quarta elementare.

Sono dolce, sensibile, buona, socievole, leale, e un po’ timida.

Il mio hobby e sport preferito è la danza : classica moderna e contemporanea e qualsiasi sua forma basta danzare con felicità e divertimento ma anche consapevolezza di quello che si sta facendo.                            

Da quando ero piccola mi sono sempre interessata a leggere, il mio libro preferito è:   “Il giardino segreto”.


Per inviare impressioni, complimenti e rallegramenti all’autrice:

iperpupi (chiocciola) gmail.com



Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Il sogno di Alice

Il sogno di Alice


Al risveglio o poco dopo, vieni accolto dal Sole e spinto di nuovo in alto, galleggi fluttuante nell’aria e poi … eccomi qua; sono Alice e ho deciso di raccontarvi la mia storia … naturalmente … sono una goccia!!!!

Abito a Pioggiandìa, un piccolo paese tra le nuvole di Catinelle e quelle di Rovesci, dove frequento l’istituto Tito Dritto, una scuola di volo nel vuoto per giovani gocce.

La mia vita era un circolo “noioso”: andavo a scuola, volavo a casa, giocavo con gli amici … le solite cose che accadono tutti i giorni in tutte famiglie di gocce del mondo. Fortuna che, una volta l’anno, c’è un giorno molto speciale che tutte noi gocce aspettiamo: il cielo diventa plumbeo, le nuvole si gonfiano e noi gocce veniamo lanciate giù in picchiata a vedere posti del mondo in cui non siamo mai state prima!

E’ il Giorno della Caduta, così lo chiamiamo, e può diventare il momento più bello della vita di una goccia perché in quel giorno i nostri sogni nel cassetto, con un po’ di fortuna, possono realizzarsi.

Una mattina arrivò a scuola a bordo di una foglia rossa scintillante la nuova maestra, la Signora Margherita, e chiese a tutte noi gocce quale fosse il nostro sogno e dove saremmo volute atterrare. La mia amica Cielcilia fu la prima ad alzare la mano e rispose: “Nel mare o nell’Oceano, maestra!”.

Poi toccò a Diego che disse che gli sarebbe piaciuto cadere sul tergicristallo di un aereo … Diego è così pigro che, se potesse, prenderebbe un aereo anche per andare dal banco alla cattedra. Arrivò il mio turno e alzandomi in piedi a gran voce dissi: “Vorrei volare nell’Arcobalenooooo!!!”.

Tutti si misero a ridere e a commentare: “Impossibile!”, “Non succederà mai”.

Decisi di ignorarli e finita la scuola cominciai ad andare ogni giorno alla pista dove si allenavano le Nuvole, per provare a convincerle a sganciarmi  sull’ Arcobaleno. Il primo giorno… un disastro totale: la Grande Nuvola mi urlò: “ Vattene, tu sei minorenne”.

Il secondo giorno l’istruttore Medina, il Vice Grande Nuvola, mi disse:“ Tuuuuuuu?!? Mi spiace, sei cicciottella, non hai il fisico per l’Arcobaleno”.

Tornai a casa ma ci riprovai il giorno seguente e quello dopo e dopo ancora …

Passarono gli anni e non avevo ancora raggiunto il mio sogno, ero molto scoraggiata ma non volevo mollare. Avevo già affrontato tre Cadute ed erano andate malino: ero atterrata in una pozzanghera, dentro l’occhio di un signore che stava guardando il cielo e l’ultima volta sopra il tetto di un auto appena lavata, assieme a Diego. Dell’Arcobaleno ancora nessuna traccia: lo vedevo solo lì, su un poster che avevo appeso nella mia cameretta.

Era l’estate del 2016 e mentre passeggiavo assorta nei miei pensieri, udii dietro ad un cespuglio uno strano rumore. Molto timorosa mi avvicinai ma non riuscivo a capire cosa fosse finché iniziarono a delinearsi i suoi tratti … era una stella. Le chiesi perché stava piangendo e cosa le fosse successo.

“Qui non ho nessuna amica e le stelle nel cielo non mi vogliono con loro perché sono troppo poco luminosa” mi rispose.

“Non è vero sei bellissima!!” esclamai e le chiesi di diventare mia amica.

Nei giorni seguenti diventammo inseparabili: si trasferì a casa mia e diventò la mia amica del cuore!

Ogni giorno che passava Stella diventava più luminosa e una sera mi prese le mani e disse:  “Grazie Alice ti voglio molto bene. Mi hai fatto capire che nel cielo siamo in tanti e diversi, che ognuno è unico e speciale, con i propri difetti e pregi. Tu hai creduto in me come nessun altro aveva fatto. Devo ritornare da dove sono venuta, sento che devo ancora compiere qualcosa di importante per qualcuno di speciale”.

Non riuscivo a capire molto per le emozioni che provavo in quel momento e con le gocce agli occhi la lasciai andare, sicura che un giorno ci saremmo ritrovate.

Finalmente anche il Giorno della Caduta 2016 era alle porte; la mia amicizia con Stella non mi ci aveva fatto pensare per un po’. Come tutte le sere dal balcone della finestra espressi il mio desiderio di diventare parte dell’Arcobaleno ma quella sera successe una cosa strana … Stella, era proprio lei, la riconobbi … era quella più luminosa di tutto il firmamento … era lei, non ci credevo … man mano che la guardavo capivo … tutti i tasselli iniziarono a comporsi come in un grande puzzle!

Ora capivo perché era dietro un cespuglio, perché era poco luminosa, perché doveva tornare indietro: lei era una stella cadente!!

Lei aveva scelto me e per ringraziarmi decise di aiutarmi.

Che altro dire? … secondo voi come sarà andata a finire? Il giorno dopo ero la più bella goccia rossa del più luminoso arcobaleno.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

## proprietà letteraria riservata ##


Emma Lucietto

Maria Iannaccone



Tra i venti racconti finalisti della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE non abbiamo potuto fare a meno di notare un racconto piuttosto “singolare” a partire già dal titolo: “Volesse il cielo”. L’autrice è Maria Iannaccone che, anziché essere leggiadramente intervistata dal Segretario del Premio nel corso della premiazione, verrà ferocemente interrogata nel corso di questa intervista.

Procediamo dunque all’interrogatorio … ops, all’incontro.

Maria, sarai impossibilitata a partecipare alla premiazione a Bagnoli di Sopra. Non potrai ritirare il diploma di partecipazione e la copia dell’antologia fresca fresca di stampa. Poi ti perderai il bacio di saluto di quel gran bel pezzo di ragazzo del presidente dell’HAG e infine lo sproloquio lussurioso del Segretario del Premio. Sei proprio convinta che ti conviene subire la tortura garbata di un’intervista?

Gentile Segretario, mi dispiace non partecipare alla premiazione ma, per compensare la mia assenza, accetto la tua “garbata tortura”, essendomi sottratta a una “leggiadra intervista”.

Vabbè, te la sei voluta!

La biografia che hai inviato a corredo del tuo racconto è identica – perfino nelle virgole – a quella presente nella IV di copertina del tuo ultimo libro. Sei minimalista o ti pesa scrivere?

Sono minimalista!

E comunque la tua biografia sembra quella di un agente del KGB: abbottonatissima! Per caso avevi un collega che si chiamava Vladimir Putin?

Preferisco non rispondere, soprattutto in questo periodo…

E Vladimir Luxuria?

Qual è la prossima domanda?

Torniamo alla tua biografia: è breve e circoncisa. Sei timida o non vuoi far sapere gli affari tuoi?

Sono timida!

Comunque è inutile resistere. Che tu lo voglia o no, ti faremo una specie di radiografia. Trattieni il respiro e non ti muovere. Ora respira! Che bei polmoni che hai! Sei fumatrice?

Ahimè! Un tempo sono stata una fumatrice.

Non lo sai … ma tu hai un ammiratore assai morboso: il vedovo del palazzo di fronte. Ti sbircia tutto il giorno. Vero! Perché è miope. Descrivigli minuziosamente i tuoi attributi fisici, centimetro per centimetro

Tu come lo sai che ho un ammiratore segreto e per di più miope? Mi devo preoccupare? Fai parte dei “servizi discreti”? E il vedovo è un tuo agente sotto mentite spoglie?

Top secret.

Non barare, abbiamo detto “fisici”. Tipo: 90-60-90. Segni particolari come: pedicelli, protesi, capsule, cataratta, alluce valgo …

Ebbene, ti accontento! Ti parlo del mio aspetto fisico e un po’ anche della mia personalità. Ho i capelli corti, gli occhi castani, naso a patata, labbra a cuore, statura media, corporatura magra. Coltivo l’autoironia, mi concedo ogni tanto la possibilità di sbagliare, non mi impegno per raggiungere la perfezione, non mi sento ferita se mi criticano o non rispondo alle aspettative degli altri. 

Direttamente dal book fotografico realizzato per tenere a bada i suoi numerosi ammiratori morbosi, universalmente chiamati “amici di Maria”,  ecco un intenso primo piano della protagonista di questa intervista 

Il tuo ammiratore segreto ci riferisce che hai origini campane e che hai girato molto per l’Italia prima di accamparti definitivamente nella capitale della Ciociaria. E’ vero che il tuo soggiorno è a forma di roulotte? E al posto del letto hai un sacco a pelo?

Sì, ti farò una confidenza: per appagare il mio spirito nomade, ogni tanto trasloco da una casa a un’altra.

Sempre il tuo famoso ammiratore ci fa sapere che … ammetto che per essere un ipovedente sa un sacco di cose … dicevo: hai insegnato Lettere per molti anni nella Scuola Superiore. Che effetto ti fa essere interrogata?

Sono serena perché l’intervista come l’interrogazione degli studenti aiuta a conoscersi meglio. L’interrogazione è per l’alunno il rilevatore del suo livello di apprendimento e per il docente della qualità del suo insegnamento.

Sì, vabbè … e allora Iannaccone … ci parli di un argomento a piacere. Avanti!

Non ci è dato sapere se Maria Iannaccone abbia creato questi due splendidi oggetti di arredamento durante il lock down, certo è che, in mancanza di un cane che si sacrificasse fino a spellarsi le zampe e di un forno che si prestasse a sfornare ogni sorta di dolci fino alla fusione termica, Maria ha scritto ben 5 volumi. Certo che in tema di lavori all’uncinetto promette assai bene ,,, non sappiamo invece cosa ne pensano  le piante del suo balcone (che avremmo voluto intervistare) ma erano a riposo vegetativo. 

La mattina per iniziare bene la giornata, appena mi alzo, accendo la radio e ascolto musica leggera, ma non disdegno quella classica. La sera seguo la televisione e mi rilasso lavorando a uncinetto (dicono che realizzi dei bei lavori). Non avendo un giardino a disposizione, mi diverto in primavera a fare “balconaggio”, ossia ad invasare piante che poi curo nelle successive stagioni. Gli altri hobby ve li dirò in un’altra occasione, se ci sarà. Per ora bastano questi!

Va bene, Iannaccone, vedo che è preparata … che ricordi hai del tuo lavoro di prof? E non mi dire: tutti incubi! Pensa gli studenti!

Li ricordo (se la memoria non m’inganna) come anni meravigliosi, di arricchimento e crescita sia per me sia per gli studenti. Nel tempo mi sono trasformata in un guru per alcuni di loro per cui ogni tanto mi contattano per avere qualche perla di saggezza(pare che oggi siano diventate molto, molto rare). 

Maria Iannaccone alle prese con la tecnologia.

Sempre il tuo ammiratore dirimpettaio ci ha confidato che sei stata pedagogista clinica. E’ una malattia così brutta?

No, assolutamente, anzi il pedagogista clinico è come la valigetta del pronto soccorso. È un professionista che rivolge il suo impegno educativo a favore delle persone, dei gruppi, delle comunità. Previene disagi e risponde ai vari bisogni presenti in ogni età. Svolge aggiornamento e formazione, attività che ho temporaneamente sospeso a causa del Covid.

E veniamo alla Maria che più ci interessa. Nella tua pagina social hai dichiarato: “Amo definirmi una lettrice e scrittrice elastica.”. Sei come uno dei “Fantastici 4”? Quello che si allunga e si accorcia?

Contrariamente a quanto accade nella stragrande maggioranza dei casi in cui le femminucce si identificano nelle eroine dei fumetti e i maschietti nei personaggi maschili dei fumetti, Maria Iannaccone ha sempre ammirato in modo viscerale, sin dalla sua tenerissima età, Mr Fantastic, membro allungabile dei “Fantastici 4”. A Carnevale, ad esempio, ha indossato per anni la tutina blu di Mr Fantastic, oppure acquistava i fumetti dei Fantastici 4 anziché le classiche riviste femminili. Ancora oggi, in età matura, con le articolazioni non più morbide e la muscolatura ormai divenuta poco flessibile, Maria ancora si definisce “una scrittrice elastica”. Contenta lei! (foto proveniente da www.flickr.com)

Perché la Maria di prima non era interessante? Sì, sono come Mr Fantastic.                           

Durante il periodo del lock down c’era chi portava a spasso il cane sei volte al giorno oppure chi impastava pane a tutte le ore del giorno e della notte. Tu hai scritto due o tre libri. Non avevi il cane e il forno ti si era rotto?

Non avevo il cane e il forno non funzionava bene e allora ho approfittato del lockdown per guardarmi dentro con un’attenzione diversa ed ecco che si sono  risvegliate potenzialità sopite.

Nel giro di un anno hai pubblicato ben 4 libri. Con questo ritmo il tuo ammiratore di palazzo dovrà comprare una nuova libreria solo per te. A quando il prossimo?

Veramente i miei libri ora sono cinque. Alla fine di settembre ha preso il volo il testo teatrale ”Il falcone bianco”.  Tutti questi libri sono stati scritti prima e durante la pandemia. Recentemente riesumati, rianimati, rinverditi, sono stati pubblicati per una serie di congiunzioni astrali favorevoli. Ma… torniamo al mio ammiratore di palazzo che spero compri una nuova libreria perché a ottobre verrà alla luce un altro mio lavoro.

Urca! Titolo? Sinossi in 30 parole … e non barare! So contare.

Il nuovo libro “Fiabe Positive”, è indirizzato agli adolescenti e prova ad affrontare attraverso dieci fiabe i temi tipici di quell’età.  Tra i personaggi principali spiccano Negatività e la sua bertuccia Sventura. I loro nomi la dicono lunga sulle loro qualità.

Abbiamo capito che ti piace scrivere fiabe o favole che dir si voglia. E‘ più facile scrivere fiabe o correggere i temi dei tuoi studenti?

Le fiabe come le favole e i temi dei miei studenti hanno un contenuto simbolico importante e tutti e tre veicolano messaggi e valori in modo diverso. Tutto è “nell’occhio di chi legge”

Piccolo quiz. Puoi scegliere tre buste: la uno, la due e la treee. Quale scegli?

La numero due!

Mi spiace siamo in economia e abbiamo solo una busta! Apro la busta numero treee ed ecco la domanda:

“Ogni favola è un gioco che si fa con il tempo ed è vera soltanto a metà. La puoi vivere tutta in un solo momento, è una favola e non è realtà”.

Bene, signora Iannaccone, vogliamo sapere: l’autore e il titolo di questi versi. Parte il tempo!

Aspetta! Non essere precipitoso! É di un cantante ma mi sfugge il nome. Aiutami a ricordare …

Va bene … te lo dico io! L’autore è Edoardo Bennato e il titolo è “Ogni favola è un gioco”. Condividi il senso di questi versi?

Certamente! Ogni favola è un gioco perché inventata ma aiuta piccoli e grandi a scoperchiare il proprio vaso di Pandora, ad affrontare i propri fantasmi e alla fine a sbarcare consapevolmente sulla famosa “Isola che non c’è”.

Il dossier che ci ha fornito il tuo vicino di palazzo dice che scrivi anche testi di canzoni. E’ vero che sei la sorella di Mogol?

Magariiiii!

E veniamo al tuo racconto “Volesse il cielo”. Hai 30 parole per farne il Bignami … e non raccontare come finisce. E non barare come hai fatto prima!

È vero che ho una buona capacità di sintesi, ma il fatto che debba contare le parole mi mette ansia. Spiegalo tu, tanto so che hai un gran desiderio di farlo.

Nel racconto la protagonista è un pilota commerciale mentre il marito è un banale architetto. Il racconto si apre al mattino che lei è già vestita di tutto punto e arriverà puntualissima in aeroporto, lui invece deve ancora farsi la doccia e rischia di fare tardi al lavoro. Da uno 1 a 10 quanto sei femminista?

Lo sono stata, ai tempi dell’università, ma con la maturità ho leggermente modificato la prospettiva.

L’eroina del racconto, nonostante gli eventi tumultuosi che la investono rimane apparentemente imperturbabile; professionalmente è impeccabile, molto meglio del suo primo ufficiale di sesso maschile. Quanto le somigli?

Un pochino!

Qualche giorno fa è apparsa la notizia nei media nazionali: “E’ decollato il primo volo con un equipaggio tutto al femminile nella storia dell’aviazione civile italiana”. Il tuo secondo nome di battesimo è Nostradamus?

Probabilmente! Ma non dirlo in giro…

Non è un fotomontaggio bensì il titolo della notizia apparsa in un popolarissimo telegiornale nazionale. Potrete leggere l’intero articolo alla pagina: https://tg24.sky.it/milano/2022/09/22/aereo-equipaggio-donne-malpensa. Da notare la data di pubblicazone

Siamo nel 2022 ma non abbiamo ancora capito che le donne possono “tutto”, anche pilotare gli autobus dell’aria. Gli italiani sono retrogradi o sono i media italiani che non hanno notizie più intelligenti da divulgare?

Ahime! Molti, troppi italiani sono il risultato dei media.

Fra tutti i possibili titoli più o meno pertinenti … perché hai scelto proprio: “Volesse il cielo”?

Perché dietro a quel titolo c’è un mondo: la speranza, la fiducia, l’incitamento, il desiderio, il cambiamento, l’attesa, la pazienza, lo stupore

Al tuo racconto hai attribuito un titolo invocativo invece che evocativo. Sei una donna di chiesa? Sei una fatalista convinta?

Quando gli organizzatori del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE hanno saputo  che Maria non avrebbe partecipato alla cerimonia di premiazione della X edizione hanno preteso da lei una foto ad altissima risoluzione. Il motivo? Per farne una copia cartonata a grandezza naturale da piazzare tra gli autori/autrici presenti in carne e ossa.

Non sono né l’una né l’altra. Sono una persona convinta che le donne abbiano delle peculiarità tutte loro e che non debbano entrare in competizione né somigliare all’altro sesso, ma cercare di essere accettate per quello che sono perché la ricchezza è nella diversità e nell’unicità. È questo il mio cambio di prospettiva avvenuto negli anni.

Piccolo quiz. “Volesse il cielo” che tu possa rinascere. Hai quattro opzioni. Vorresti essere:

a) Un gatto nero come quello della copertina di un tuo libro

b) Un albero come quello della copertina di un tuo libro

c) Un uomo

d) Maria Iannaccone

Maria Iannaccone

Sempre il famoso vicino di casa ci ha rivelato uno scoop: “Volesse il cielo” è anche il titolo di una commedia di Vincenzo Salemme. Siamo di fronte a un caso di plagio? Confessa!

Non è stato un caso di plagio ma di amnesia. (sai, ogni tanto mi capita!)

La giuria del Premio lo ha valutato meritevole del 19° posto in classifica. E’ stata avara nei confronti del tuo racconto o è l’inizio promettente di un nuovo filone narrativo?

Partecipando al concorso con il mio racconto, ho lasciato alla giuria “l’ardua sentenza” della valutazione ma nulla esclude che non possa essere anche uno stimolo per avviare un nuovo percorso narrativo.

Tu sei essenzialmente una fiabista … perché hai scritto un racconto a tema aeronautico? Avevi bevuto un po’ troppa pozione magica? Quella gialla, sai dal sapore un po’ acidulo … noi umani la chiamiamo “l-i-m-o-n-c-e-l-l-o”.

Perché sono curiosa e ogni tanto amo mettermi alla prova, anche senza un “goccetto” di alcool.

Ultimo quiz. Completa la frase con un pensiero a tua scelta. Hai sempre quattro opzioni.

a) C’era un volta …

b) Volesse il cielo…

c) Fosse la volta buona per …

d) Tanto ho detto, tanto ho fatto che …

b), Volesse il cielo che tutti noi imparassimo ad amarci di più, ad accettarci con i nostri pregi e difetti. È dall’amore per sé stessi che nasce l’amore  e il rispetto per gli altri. 

Ritieni che il tuo racconto sia una favola o piuttosto una favola di racconto?

Gigi Marzullo è niente in confronto a te! Lascio ai lettori la risposta.

Da prof di Lettere … che voto metteresti a questa intervista?

Il massimo: sia solo per premiare l’impegno di entrambi.

Come tutti i quadrimestri anche questa intervista volge al termine. Che giudizio metteresti all’intervistatore. Ti suggerisco le solite quattro opzioni:

a) Ha capacità ma non si applica a sufficienza

b) I genitori lo devono seguire di più

c) È affetto da pedagogista clinica

d) Non ha attitudine alla scrittura e dovrebbe praticare solo attività manuali

c), È affetto da pedagogista clinica (anche se non ho ben capito quello che intendi)

Per chiudere, Maria … un’ultima domanda. Personale. Il tuo ammiratore del palazzo accanto … proprio lui … ha qualche speranza?

L’intervista è terminata ma non deve essere andata particolarmente bene per l’intervistata giacché ha messo letteralmente “alla porta” l’intervistatore.

Ancora una domanda? Non ci eravamo già salutati con la domanda precedente? Non lo so: “le vie del Signore sono infinite”.

Bene! Salutiamo Maria per aver testimoniato la sua innocenza, ops … per averci concesso un’intervista senza che la minacciassimo fisicamente e moralmente.

Grazie a Maria e – messaggio per il vedovo del condominio di fronte – “se son rose fioriranno”. E ce lo faccia sapere. Ma se son cachi …



§§§§

Intervista a cura del Segretario del Premio, didascalie sempre del Segretario (ma non ha altro da fare?).

In esclusiva per VOCI DI HANGAR

Non rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa


Uno dei cantanti partecipanti della 38° edizione del Festival della canzone italiana di San Remo fu Rosalino Cellamare con la canzone “Il mondo avrà una grande anima”.

La copertina del 33 giri (rigorosamente in vinile) contenete “Il mondo avrà una grande anima” che reca lo stesso titolo. Da notare che si tratta di una raccolta di successi di Ron e con due soli inediti. La seconda canzone presente è la famosa “Joe Temerario” anch’essa dal forte contenuto aeronautico e che raccolse un notevole successo, specie per i suoi cori che, ancora oggi, ben si prestano al canto di gruppo e al karaoke.

Tranquilli! Non avete sbagliato indirizzo: questo è sempre VOCI DI HANGAR, l’unico sito di letteratura aeronautica italiana inedita e non. Qui si parla sempre di aeroplani, piloti e cielo. Non è cambiato nulla dall’ultima volta che ci avete fatto visita. Tranquilli, davvero …

Ora vi chiederete che c’azzecca la vetrina più prestigiosa della musica leggera del nostro paese con l’aviazione? State sereni, ve lo spiegheremo! Abbiate la compiacenza di leggere tutta la recensione.

Dicevo … il buon Rosalino, in arte RON, nel 1988 decise di calcare il palco del teatro Ariston di San Remo con quella canzone scritta, musicata e interpretata da lui medesimo.

Il brano, in verità, non ebbe un gran risultato in termini di classifica finale (arrivò 21° su 26 concorrenti), complice il fatto che quell’anno c’erano in lizza canzoni del calibro di: “Perdere l’amore”  di Massimo Ranieri (che poi vinse), “Mi manchi” del possente Fausto Leali, oppure “Inevitabile follia” di un giovanissimo RAF. Quanti ricordi, vero?

Immaginate la comunicazione che deve aver inviato via radio la pattuglia di poliziotti moscoviti intervenuti sul luogo del misfatto quando hanno riferito: “C’è un aeroplano parcheggiato accanto al Cremlino!”. E’ probabile che in centrale non abbiano creduto alle proprie orecchie e che, considerata l’ora, sia siano facilmente convinti che i loro colleghi fossero già ubriachi. E invece … (foto proveniente da www.flickr.com)

E poi come non citare l’algida Anna Oxa con la splendida “Quando nasce un amore” o i Matia Bazar con “La prima stella della sera”? E la scoppiettante “Andamento lento” di Tullio de Piscopo la ricordate? Quest’ultimo fu il vero grandissimo successo commerciale di quella edizione di San Remo. La sua particolarità fu di avere un lento e inesorabile successo, quasi a scoppio ritardato tanto che un parlamentare dell’epoca coniò il termine “effetto Depiscopiano” in onore del brano in questione.

Ma torniamo a RON.

Anche a livello di ascolti radiofonici, di passaggi televisivi e di vendite “Il mondo avrà una grande anima” non ebbe poi grandi riscontri e, non a caso, non viene annoverata tra le migliori canzoni della notevole produzione canora del cantautore pupillo di Lucio Dalla.

Una delle foto che, a pieno titolo, è virtualmente inserita nella storia dell’aviazione mondiale è quella che ritrae il Cessna, il suo pilota (in tuta rossa) e le autorità di polizia sovietiche (compresi gli agenti del KGB) nonché gli increduli passanti che furono testimoni di quell’insolito “parcheggio” accanto al Cremlino di una macchina. Volante. Nessuno avrebbe immaginato che l’atterraggio di Mathias Rust avrebbe provocato una colossale purga tra le fila degli alti ufficiali delle forze armate dell’allora temibile URSS. Sicuramente la “perestroika” di Gorbaciov (l’operazione di riforma e ristrutturazione del paese avviata nel corso degli anni ’80) ebbe un’imprevedibile (?) quanto provvidenziale accelerazione in quanto vinse le resistenze degli esponenti politici e soprattutto dei vertici militari più conservatori del colosso sovietico (foto proveniente da www.flickr.com)

Ciò premesso, ci piace riportare alcuni versi della canzone di Rosalino:

Verrà un giorno che gli aerei voleranno da soli

Faranno rotta dove vogliono loro

E più niente li potrà fermare

Nessun radar li potrà intercettare

Passeranno i confini del mondo

Toccheranno le stelle

Poi li vedremmo planare sul mare sul mare

Sfrecceranno sulle nostre teste così vicino che

Ci dovremmo abbassare

Solo i bambini mettendosi un dito nel naso

Li potranno guidare …

 

Versi apprezzabili e, per alcuni versi – perdonate il gioco di parole -, addirittura visionari per l’epoca che oggi trovano conferma nella quotidianità giacché i bambini possono effettivamente pilotare i droni con un semplice smartphone e gli aeroplani commerciali possono volare tecnicamente senza piloti (se solo i passeggeri ci salissero). Nondimeno gli attuali velivoli militari sono quasi invisibili ai radar, possono volare attorno il globo senza soluzione di continuità grazie ai rifornimenti in volo e, volendo, potrebbero raggiungere i limiti dell’atmosfera.

Di sicuro nel 1988 nessuno avrebbe mai immaginato che le fantasie sfrenate di un moderno menestrello come RON si sarebbero potute concretizzare, è pur vero che le capacità di intuire il futuro non sono prerogativa solo dei veggenti del calibro dell’enigmatico Nostradamus ma anche degli animi sensibili e recettivi come sono taluni artisti particolarmente dotati. Come RON, appunto.

Ma non vogliamo entrare in un ginepraio metafisico … il merito del cantautore fu semplicemente quello di aver tratto ispirazione da un episodio memorabile avvenuto qualche mese prima nei lontani cieli sovietici, anzi, per raccontarla correttamente, che ebbe come esito finale l’atterraggio di un velivolo nella famigerata Piazza Rossa di Mosca.

Non sappiamo dire se questo scatto in bianco e nero sia genuino o si tratti di un abile fotomontaggio, di sicuro il Cessna di Mathias Rust concluse il suo lungo volo sulla Piazza Rossa. Da tenere conto che la famosa “cortina di ferro” non era per niente arrugginita, il muro di Berlino era ancora ben sorvegliato e la guerra fredda era ancora ufficialmente in corso. Solo Gorbaciov parlava di “perestroika” e di “glasnost” (foto proveniente da www.flickr.com)

Ebbene sì: la sera del 28 maggio 1987 un innocuo Cessna 172 si presentò in finale presso il Bol’šoj Moskvoreckij di Mosca … che non è propriamente un aeroporto bensì un enorme ponte stradale a otto corsie sopra la Moscova (il fiume che attraversa la capitale sovietica) … andò all’atterraggio per poi rullare nei pressi della Cattedrale di San Basilio e arrestò la sua corsa nella piazza del Cremlino. Ai comandi c’era un certo Mathias Rust, giovanotto appena diciannovenne di nazionalità tedesca (allora Germania dell’Ovest o Repubblica Federale tedesca).

L’evento ebbe un effetto impensabile, letteralmente dirompente a tutti i livelli (politici, militari, diplomatici) e a 360 gradi in termini geografici ben oltre l’episodio in se stesso, ivi compreso il pretesto d’ispirazione per il nostro Rosalino.

A questo punto non aggiungeremmo altro al riguardo giacché il racconto di Massimo Conti, grazie a un artificio narrativo, riepiloga in modo mirabile proprio i giorni e le ore di quel volo singolare di Mathias, emulo del ben più celebrato volo transatlantico di Charles Lindbergh.

La ricostruzione storica in “Non rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa” è dettagliatissima come solo una cronaca giornalistica può essere. Anche il linguaggio è giornalistico e i dettagli minuziosi rivelati sono allo stesso livello: sembra quasi che Massimo Conti sia stato il copilota di Mathias Rust.  Insomma quello che leggerete sarà un resoconto giornalistico mascherato sapientemente sotto le mentite spoglie di un racconto a carattere storico-aeronautico che per qualcuno suonerà come una vera e propria novità ma per qualcun altro sarà l’occasione di ricordare quel giorno in cui i giornali e i telegiornali diedero una notizia che aveva dell’incredibile …

Se vi domanderete che fine abbia fatto il Cessna di Mathias Rust (ma il realtà si tratta di Reims Cessna F172P Skyhawk II, ossia costruito in Francia dalla Reims su licenza della Cessna statunitense), non dovete far altro che recarvi presso il “Deutsches Technikmuseum” (Museo della Tecnica) di Berlino e ve lo troverete appeso in questa posa molto fotogenica. Il velivolo tornò in Germania nel 2008 dopo che era stato venduto in Giappone come cimelio storico, dove probabilmente rimase in attesa che divenisse un oggetto da collezionismo di un certo valore. E storico lo è diventato di sicuro, anche se non proprio al livello del Ryan di Lindbergh, del  Lockheed Vega 5B di Amelia Eahart o del nostro idrocorsa Macchi MC-72 del recod di Agello  (foto proveniente da www.flickr.com)

La prosa del racconto è assai scorrevole e, benché il testo non sia proprio breve, scorre via con una piacevolezza che fa apprezzare l’impegno profuso dall’autore. La numerosa presenza di nomi di aeroporti e di riferimenti geografici non appesantisce il racconto e anzi innesca nel lettore la voglia di approfondire l’episodio narrato facendo ricorso a quella infinità d’informazioni presenti in rete, compresi i vari video e articoli di giornali dell’epoca, non ultimi quelli più recenti che danno conto della parabola percorsa da Mathias Rust dopo l’impresa compita. Parabola con molti bassi e pochi alti.

A questo punto, per dovere di chiarezza, siamo tenuti a sottolineare che il racconto di Massimo Conti non è giunto finalista della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE non fosse altro perché esso ha goduto una valutazione minore da parte della Giuria del premio rispetto agli altri due racconti inviati dall’autore. Coloro che volessero partecipare sono infatti liberi di farlo con un indefinito numero di racconti a tema aeronautico, tuttavia solo uno – il migliore fra tutti loro – partecipa alla valutazione finale che poi decreta il vincitore e la classifica. Dunque a “Non rimpiango niente. Atterraggio della Piazza Rossa” la Giuria ha preferito il racconto: “Scende uva passa dal cielo” classificatosi poi in terza posizione e vincitore del premio speciale VR MEDICAL. Niente male, non trovate?

Inoltre, in un clima di confidenze, vi sveleremo un altro piccolo retroscena legato a questo racconto e al Premio: nella sua stesura originaria, la partecipazione di questo racconto alla X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE era stata negata dalla Segreteria del Premio in quanto non conforme ai requisiti del regolamento in fatto di formula narrativa. Al Premio, che si chiama – non a caso – RACCONTI TRA LE NUVOLE, possono infatti partecipare solo racconti, appunto. Non testi giornalistici.  Ebbene a Massimo Conti dobbiamo riconoscere il merito, oltre ad aver avuto l’intuizione di trattare un episodio ormai perso nelle pieghe della storia recente, di aver avuto il buon senso (nonché l’umiltà) di rielaborare il testo e presentarne una seconda versione stavolta conforme … col risultato che ora siamo qui a parlarne!

Grazie, Massimo.


 

Narrativa / Lungo

Inedito

Ha partecipato alla X edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2022




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NON RIMPIANGO NIENTE. ATTERRAGGIO SULLA PIAZZA ROSSA


“Non ce la farai mai. È una pazzia!”

Queste sono le ultime parole che ho scambiato con lei; l’unica persona alla quale avevo parlato del mio folle progetto. Le ho risposto con una scrollata di spalle, anche se le avrei voluto dire che se tutti coloro i quali in passato, si fossero arresi all’evidenza dei fatti e avessero abbandonato i loro folli progetti, come Colombo, i fratelli Wright, Pasteur, il mondo oggi sarebbe molto diverso. Meglio o peggio non so: solo diverso. Sono giovane e timido e quella ragazza mi metteva soggezione e così non ho replicato. Chissà dove è ora e cosa pensa di quel suo amico di un tempo, ora rinchiuso in un carcere sovietico, forse per sempre. 

É trascorso quasi un anno da quando, in quel parco di Amburgo, la città dove vivevo con i miei genitori, ho preso la decisione di atterrare sulla Piazza Rossa di Mosca.

“Perché l’hai fatto?”: quante volte mi sono sentito ripetere questa domanda durante gli estenuati interrogatori del KGB.

“Volevo portare un messaggio di pace: Est e Ovest, Russi e Americani devono deporre le armi e mettere fine alla Guerra Fredda. Un gesto simbolico. Un volo come un ponte ideale. Per dire ai leader dei due blocchi che la gente, dalle due parti della cortina di ferro, voleva solo vivere in pace” gli ho risposto ma loro non mi hanno mai creduto.

Tra i miei aguzzini c’era un tizio grosso in divisa, sempre sudato, dalle mani enormi, che ogni volta che rispondevo, mi riproponeva la medesima domanda con voce cavernosa, sottolineandola con uno schiaffone a palmo aperto: “Perché l’hai fatto?”, pam!

Ma credo comunque che anche se avessi fornito loro una qualsiasi altra giustificazione alla mia impresa, sarei comunque qui, in questa cella, non più in isolamento, come nel carcere di Lefortovo, in attesa di conoscere il mio destino.

Non rimpiango nulla, je ne regrette rien.

È stata un’avventura da giovane incosciente? Forse, ma insisto: a volte anche l’incoscienza giovanile è parte del mondo. Un volo segnato dalle paure, dal terrore di aver sbagliato e che fosse troppo tardi per tornare indietro? Sì. Eppure, solo ora me ne rendo conto, è stato è stato giusto vivere, volando, il mio sogno.

I miei legali sostengono che rischio fino a cinque anni di reclusione, anche se la mia impresa aviatoria ha scosso alle fondamenta la granitica certezza delle gerarchie del PCUS dell’inviolabilità del suolo russo. Tutti si aspettano che rotolino teste, tra i vertici del partito e dell’esercito a causa mia. È da questo potrei trarne vantaggio, perché qualcuno, tra i membri dell’esecutivo potrebbe approfittare della situazione per fare un ripulisti e mitigare la mia pena, concedendomi la grazia. Così hanno mi hanno confidato gli avvocati. Gioca a mio favore poi l’età: diciannove anni.

Ho un compagno di cella simpatico, che parla un po’ d’inglese. Non mi ha detto perché l’hanno incarcerato e ho il sospetto che lo abbia infiltrato il KGB per estorcermi notizie. Dice che era anche lui sulla Piazza Rossa in mezzo alla folla, a caccia di turisti, quando sono atterrato. Di quei momenti ho ricordi molto nitidi, anche se ero molto concentrato sui comandi.

Rammento che dopo il lungo volo da Helsinki, finalmente ho visto comparire davanti a me Mosca con la sua immensa periferia, i viali del centro città e i mastodontici edifici, su cui grava una cappa di umidità. La visibilità era eccellente.

Gliel’avevo fatta; ero ancora vivo e vegeto. Grido di felicità.

Punto sull’aeroporto internazionale Šeremet’evo e anche lì, per i venti minuti che impiego a sorvolarlo, nessuno ha fatto caso a me. Dopo quasi sette ore di volo, scorgo, di là dal parabrezza il centro della capitale dell’Unione Sovietica. Avevo come punti di riferimento, San Basilio e l’Hotel Rossiya: quello che cercavo però era la piazza Rossa. Sono sceso a spirale, riducendo i giri del motore per prepararmi all’atterraggio.

Il mio aereo – beh non proprio mio, visto che appartiene all’Aeroclub dell’aeroporto di Amburgo e dovrò in qualche modo restituirglielo, integro – il Cessna 172 Skyhawk (Falco del cielo), è quello che si dice “un mulo dell’aria”. Non si può consideralo un bell’aereo, ma non è nemmeno brutto: ad ala alta, è lungo poco più di otto metri, con un’apertura alare di undici metri e un’altezza di quasi tre. Pesa sette quintali, meno di una station wagon, e può imbarcare tre passeggeri e il pilota. Il carrello, fisso, è triciclo; ha un solo motore che gli consente di raggiungere i 228 chilometri orari.

La piazza m’incute terrore e timore. Dall’alto mi è sembrata molto più piccola di quanto la immaginassi. Ma per atterrare al mio Cessna bastano duecento metri: ho tentato tre volte, e per ben tre volte ho ripreso quota; la folla rincorreva curiosa il mio piccolo aereo, sembrava uno di quegli stralunati film di Fellini. Ero terrorizzato dall’idea di ferire o uccidere qualcuno, ma alla fine ho visto il Bol’shoj Kamennyj Most, il grande ponte a sei corsie, e così decido di atterrare là.

Quante volte ho sfogliato i dépliant che, mi sono procurato in quella agenzia di viaggi vicino a scuola, dove attraverso le immagini a colori dei monumenti moscoviti ho cercato di memorizzare i luoghi della città dove preventivavo di atterrare. Ma la realtà e ben diversa: di questo mi sono reso conto sorvolando il centro di Mosca. Così ho puntato la prua del Cessna verso il grande ponte che scavalca la Moscowa.

Rullando, sono arrivato fino alla fine della Piazza, tra la cattedrale, il monumento a Minin e Pozharskij, la spianata che sale verso l’ingresso della torre Spasskaja. Spento il motore, sono restato per un lungo, eterno, quarto d’ora, chiuso in cabina, senza bene saper cosa fare, un po’ stordito ma inebriato.

Non sapevo ancora che era iniziata la mia ultima ora di libertà prima dell’arrivo della polizia.

La gente accorreva da tutte le parti per cercare di capire chi fossi, e da dove venissi appena atterrato nel cuore di Mosca. Facevano domande in russo che non capivo. Mi avevano scambiato per un compagno comunista della Germania dell’Est: in effetti, i colori delle insegne del mio aereo sono giallo, rosso e nero, come quelli della bandiera della Germania comunista.

Così rimango in piedi accanto all’aereo, avvolto nella mia ridicola tuta di volo rossa, incredulo e quasi impacciato davanti a siffatta accoglienza; una donna si è avvicinata e offrendomi pane e sale, una ragazza ha preso da dentro una sporta, una focaccia e me la messa tra le mani. Gli ho sorriso dicendole: “Spasibo”, una delle poche parole di russo che avevo imparato.

Poi tra la folla si è fatto largo un gruppo di soldati della milizia territoriale guidati da un ufficiale, tutti quanti scesi da una grossa vettura nera; e, come se avessero fermato per un controllo un qualsiasi automobilista, mi hanno chiesto i documenti senza contestarmi nulla, sennonché non avevo il regolare visto d’ingresso e che lì non si poteva parcheggiare; ai loro occhi che un aereo fosse atterrato sulla piazza Rossa, era un aspetto secondario di tutta quella bizzarra faccenda.

Ci hanno pensato gli uomini che sono arrivati in seguito, a bordo di una Volga, sempre nera, l’unico colore disponibile delle auto sovietiche, seguiti da un camion. I poliziotti del Comitato per la Sicurezza dello Stato avevano le idee un po’ più chiare dei loro colleghi della milizia: con modi spicci e senza troppi complimenti hanno fatto sgombrare la folla e messo delle transenne attorno al Cessna, e invitandomi a seguirli; non sapevo ancora che si trattava del KGB e che mi avrebbero rinchiuso in una cella d’isolamento e percosso. E ora eccomi qua.

L’unico rimpianto è il dolore che sto provocando ai miei genitori che in questo momento saranno molto preoccupati per la mia sorte. Spero che i funzionari dell’ambasciata tedesca li tengano informati rassicurandoli.

È l’ora del rancio e devo dire che nelle carceri russe non si mangia poi così male: il cibo è abbondante, anche se il menù è un po’ monotono. Mi ci dovrò abituare. 

Il mio compagno di cella non riesce a saziarsi né del vitto né del racconto del mio volo, che gli ho già ripetuto una decina di volte: lui vuole sempre nuovi particolare e sgrana sempre gli occhi esclamando «wow», nel punto in cui gli narro dell’arrivo dei Mig. Anche se fosse una spia, questo non modificherebbe di una virgola la mia posizione, visto che il racconto è identico a quello estortomi dal KGB. Così, mentre ripone la sua scodella ricomincio da capo.

A venticinque chilometri, a ovest della mia città, Amburgo, nei pressi di Uetersen sorge l’aeroporto internazionale: il Flugplatz Uetersen, che è un grande e importante scalo dove ogni giorno atterrano e decollano centinaia di aerei. Era il 13 maggio, una mite giornata di sole, è il mio minuscolo Cessna Skyhawk bianco immatricolato D-ECJB è appena stato rifornito. Ho il brevetto da soli due anni, e ho speso tutti i miei risparmi e facendomi aiutare dai parenti. Ho anche l’abilitazione al volo strumentale e fonia in inglese, ma ho al mio attivo solo cinquanta ore di pilotaggio. Sono poco più di un novellino, ma penso di avere un buon bagaglio d’esperienza nel volo sul mare aperto.

Ho noleggiato per tre settimane il piccolo monomotore dall’Aeroclub di Uetersen, che non mi domanda dove ho intenzione di andare: avrei mentito, naturalmente.

Ho dotato il mio Cessna di serbatoi supplementari, per aumentarne l’autonomia; porto con me pochissime cose: una piccola valigia, una borsa con delle mappe, un sacco a pelo, quindici litri di olio motore e un giubbotto di salvataggio. Avevo anche un casco da motociclista per proteggermi da un eventuale atterraggio di fortuna.

Avevo passato gli ultimi mesi a pianificare il volo che avrebbe dovuto condurmi a Mosca: numero di tappe, distanze da coprire, consumi di carburante, gli aeroporti dove sostare. Dopo aver preso in considerazione diverse rotte, ho deciso di puntare, per non insospettire nessuno, verso la Gran Bretagna, in direzione opposta rispetto alla mia meta finale.

Ai controllori di volo di Uetersen, ad Amburgo, ho consegnato un piano di volo che prevedeva una rotta a Ovest verso le isole Shetland. 

Il mare del Nord si spalanca dinanzi a me, freddo e inospitale. Lunghe e placide onde ne segnano la superfice, mentre sono concentrato sugli strumenti di volo e monitoro costantemente la rotta. Ho la mappa infilata in un involucro di plastica trasparente, fissata sopra alla coscia. Spira un leggero vento di prua, alternato a improvvise folate più intense che fanno sobbalzare il Cessna.

Per stemperare la tensione, ho estratto dal mio bagaglio un panino e lo addentato, mangiando svogliatamente per il groppo in gola che mi accompagnava da quando avevo lasciato Amburgo.

Dopo cinque ore di volo sul mare aperto atterro alle Shetland. Tiro un sospiro di sollievo. Fino a quel momento tutto è filato liscio.

Ho parcheggiato il Cessna e ho chiesto alla società aeroportuale di rifornirlo di carburante. La notte la passo quasi insonne: dormo poco e male e solo verso il mattino riesco a prender sonno; un sonno profondo che mi ristora. Ma sono fiducioso nel successo dell’impresa che sto per compiere.

Le isole Fær Øer mi appaiono simili ad alghe verdi che paiono galleggiare sul mare. Vagar è l’unico aeroporto di queste sperdute e rocciose isole, che appartengono al regno di Danimarca. Ci atterro, con qualche difficoltà il giorno dopo il mio arrivo alle Shetland. Il controllore di volo della torre di Vagar mi aveva avvertito della presenza di un banco di nubi basse sulla zona dell’aeroporto e di probabili piogge in arrivo.  Comunque appoggio le ruote sulla pista senza difficoltà.

Poi è la volta dell’Islanda, dove atterro all’aeroporto Keflavik di Reykjavik, il 15 maggio. Nella capitale islandese mi sono fermato una settimana. Così ho colto l’occasione di  visitare la Hofdi House, la villa bianca che fu il luogo del vertice Reagan-Gorbaciov. Mi sono sentito rincuorato, anche se edificio era chiuso a chiave e non si poteva visitare, sentivo di essere entrato in contatto con lo spirito del luogo. Ero così emotivamente coinvolto allora ed ero così deluso dal fallimento del colloquio. Così mi ha dato la motivazione per continuare.

Come dicevo dopo sette giorni riparto: direzione, la penisola scandinava. Ancora una sacco di mare da sorvolare: mi sono sentito un po’ come Lindbergh. Atterro a Helsinki: uno stretto braccio di mare separa la piccola capitale della Finlandia dalle coste baltiche dell’Estonia. Sono determinato a portare a termine quella che considero una vera e propria missione di pace, ma sono tormentato dai dubbi che scaccio concentrandosi sugli aspetti pratici e tecnici del volo illegale che sto per compiere. Sono consapevole di rischiare la vita: quattro anni fa un Sukhoi S-15TM dell’aviazione sovietica, se ricordi, ha intercettato, a Ovest dell’isola di Sachalin, e abbattuto un Jumbo jet delle linee aeree coreane, decollato da New York e diretto a Seul, colpevole di aver sorvolato senza autorizzazione il territorio dell’URSS. So che voi sovietici non scherzate e non tollerate gesti avventati: se non hanno avuto scrupoli a uccidere i 269 passeggeri del volo KAL 007, i piloti delle Voenno-vozdusnye ily (Flotta aerea rossa dei lavoratori e dei contadini) non avranno certo rimorsi di coscienza nel mitragliare un piccolo aereo che ha osato violare i confini della vostra grande nazione socialista; hanno la licenza di uccidere.

Dopo tre giorni consegno alle autorità aeroportuali di Helsinki un piano di volo farlocco, monto di nuovo sul mio Cessna Skyhawk e metto la prua dell’aereo verso Ovest, come se volessi tornare indietro verso la Svezia. Volo a circa seicento metri di quota. Poi, una volta raggiunto il mare aperto, cambio improvvisamente rotta.

Davanti a me vedo le coste dell’Estonia; inizia il silenzio radio: spengo il transponder; è un dispositivo che, se in funzione, rende visibile gli aerei ai radar. Da questo momento non esisto più per nessuno: io e il mio Cessna siamo soli nel cielo e tutto può accadere. Mi separano da Mosca, la mia ultima meta, cinque, lunghe, ore di volo piene d’incognite alla mercé dell’aviazione e della contraerea sovietica.

Mi sentii dentro un misto di tensione lacerante e di sollievo. Ero felice: volavo verso la mèta. Ma a ogni minuto che passava, sapevo che era impossibile ripensarci, tornare indietro.

Sono da poco passate le due del 28 maggio e mio il piccolo monoplano bianco compare sui vostri radar. Ho saputo poi, qualche mese fa da un resoconto dettagliato che mi hanno fatto i miei legali che. poco dopo il mio avvistamento, il telefono di Sergej Leonidovič Sokolov, ministro della difesa dell’Unione Sovietica inizia a squillare: tutti lo cercano, esercito, aviazione, colonelli e generali, per saper cosa fare dell’intruso che non risponde alle chiamate e che sembra diretto a Mosca, senza aver chiesto nemmeno “permesso”.

In un primo tempo i piloti dei caccia, decollati per abbattermi, mi avevano scambiato per uno dei loro: il Cessna assomiglia a uno Yak 12, un piccolo monoplano civile di fabbricazione russa.

Davanti, lontano qualche chilometro, mi apparve velocissimo e luminoso un oggetto argenteo, e puntava su di me. Era un Mig della PVO, la temuta difesa aerea della vostra aeronautica. Eccolo, fu il mio primo incontro con i vostri. Un colpo al cuore.

Fu duro tenere i nervi sotto controllo. Furono pochi minuti ma tremendi.

Il Mig mi raggiunse, virò strettissimo, mi si mise dietro, poi mi affiancò, le sgargianti stelle rosse dipinte sulla fusoliera e sulle ali. Era molto più veloce di me. Indovinai appena gli occhi del pilota sotto il casco. Sembrava fissarmi. Ho la presunzione di credere che mi stimasse per il mio coraggio. Per abbattermi non avrebbe avuto bisogno nemmeno di sprecare un missile aria-aria: gli sarebbe bastato mettersi davanti al muso del mio Cessna e arrostirmi con il postbruciatore.

Non fece niente di tutto ciò, non sarei qui a raccontare del mio volo: il Mig mi seguì per un po’, poi accelerò ancora e sparì nel nulla. Pochi minuti che mi sembrarono eterni. E restai in preda a nuovi sentimenti misti. Sollievo, perché non aveva sparato. Dubbio e angoscia, per la certezza che sapevano che ero in volo sul vostro territorio.

Mi tremavano le mani e grosse gocce di sudore scendevano lungo il volto che mi asciugavo continuamente passandogli sopra il dorso della mano: scrutavo con angoscia il cielo. Ogni tanto inclinavo leggermente le ali del Cessna per avere più visibilità. Non potevo sapere che i jet con la stella rossa mi avevano appena graziato.

I vostri Mig stavano per aprire il fuoco quando dal comando fu ordinato loro di aspettare, e così se ne sono andati. Mi piacerebbe incontrare il pilota al quale, in fondo, devo la vita. In quel momento sono in volo sopra Staraja Russa, una piccola e antica città della Russia europea occidentale, edificata sulla sponda sinistra del fiume Polist’, dove la famiglia Dostoevskij passava l’estate.

Ho proseguito indisturbato il mio volo a bassa quota. Sotto le ali del Cessna scorrevano i campi coltivati a segale, patate e lino e ampie zone paludose, volavo in mezzo alle nuvole, e vedevo solo scorci di quel paesaggio così mutevole. Non sapevo che ero arrivato fino a quel punto perché la difesa aerea era in preda al caos: aveva perso i contatti con me rintracciandomi più volte; non sapevano se identificarmi come amico o nemico e, non ci crederai, mi hanno scambiato persino per un elicottero del soccorso. Finalmente ho emergere sul filo dell’orizzonte Mosca: ho urlato di gioia.

“Cosa dici, i giudici saranno clementi con me?”

“Da.”



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #


Massimo Conti

 

Massimo Conti


E’ nato a Bologna nel novembre del 1957.

Dopo aver frequentato l’istituto tecnico aeronautico “Francesco Baracca” di Forlì, si laurea in sociologia all’università di Urbino.

Ha seguito il corso per allievo pilota di aliante all’Aeroclub di Bologna e il corso per ultraleggero all’aeroporto di Fano.

Attualmente vive a San Costanzo (PU).

È autore di cinque romanzi: Traversine e Il mare non ti parlerà per  ARAS Edizioni; Westland e Quella carovana per Santa Tecla, entrambi pubblicati da Ventura Edizioni, e Oplàkebab, uscito per Nulla Die edizioni.

Alcuni sui racconti e reportage sono usciti sulla rivista letteraria Filobus66 e in diverse raccolte.

La sua partecipazione alla X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE si concretizzata in ben tre racconti, il migliore dei quali – secondo il giudizio della Giuria – si è classificato in terza posizione. “Scende uva passa dal cielo”, questo il titolo, ha ricevuto anche il prestigioso premio speciale VR MEDICAL nell’ambito della medesimo Premio di cui sopra.

Ha partecipato alla X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE.


Per inviare impressioni, minacce ed improperi all’autrice:

contimassimo.cm (chiocciola) gmail.com


Nel sito sono ospitati i seguenti racconti:


Non rimpiango niente. Atterraggio sulla Piazza Rossa


Premiazione – aggiornamenti



Logo Racconti Tra Le NuvoleX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”

COMUNICATO STAMPA

nr 8 del 17 settembre 2022




Premesso che è confermata data, ora e luogo della premiazione (alle ore 11 di domenica 16 ottobre 2022 presso la sede sociale dell’HAG che si trova all’ingresso dell’aviosuperficie “Dominio Di Bagnoli” situata in Via Cavour, 79 a Bagnoli di Sopra, provincia di Padova – https://www.alidibagnoli.com/aviosuperficie -), gli organizzatori del Premio stanno definendo i dettagli relativi all’incontro conviviale previsto immediatamente dopo la premiazione nonché alla visita del “Dominio di Bagnoli”, come indicato nel precedente comunicato.

Vi informiamo tuttavia che, la necessità di consentire un rapido rientro presso i rispettivi domicili dei partecipanti e dei membri della Segreteria del Premio, ha indotto gli organizzatori a prendere contatti con altre strutture di ristorazione che si trovano sempre nei pressi dell’aviosuperficie ma più snelle e frugali rispetto a quella fornita nel comunicato nr 7 affinché il suddetto pranzo si consumi in un clima assolutamente informale e, se possibile, addirittura familiare. Dunque, al momento, non è dato per certo il pranzo presso il “Dominio di Bagnoli” né la visita della struttura; ad ogni modo è confermato il pranzo e, indicativamente, il costo cadauno. Non ultimo è confermato il termine ultimo per dare conferma della propria partecipazione alla Premiazione e soprattutto al pranzo (entro e non oltre domenica 9 ottobre).

Concludiamo il presente comunicato informando gli autori/autrici che Rossana Cilli, autrice del racconto vincitore di questa edizione, “Verso Nord”, ha concesso ai nostri amici di VOCI DI HANGAR una simpatica intervista. La conosceremo un po’ meglio al di là della sua biografia ufficiale e speriamo che il vivace botta e risposta vi strapperà qualche sorriso. Potrete trovare questa intervista semiseria all’indirizzo:

http://www.vocidihangar.it/w/rossana-cilli/

A tutti i gli autori/autrici … auguriamo il nostro più sincero “in becco all’aquila” e un presto vederci a Bagnoli, certi che vorrete partecipare, assieme ai vostri familiari, amici e conoscenti, alla vostra premiazione.

Nel frattempo non esitate a chiedere ulteriori informazioni all’indirizzo e-mail del Premio.

raccontitralenuvole@gmail.com

www.raccontitralenuvole.it

La Segreteria del Premio

Premiazione



Logo Racconti Tra Le NuvoleX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”



COMUNICATO STAMPA

Nr 7 del 08 settembre 2022




L’HAG e VOCI DI HANGAR sono lieti di invitare le autrici/autori della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE alla premiazione si terrà:

– domenica 16 ottobre 2021 presso la sede sociale dell’HAG sita presso l’aviosuperficie “Dominio Di Bagnoli” situata in Via Cavour, 79 a Bagnoli di Sopra, provincia di Padova. (https://www.alidibagnoli.com/aviosuperficie)

Orario previsto della cerimonia: ore 11. Al massimo 11 e 30 (ma solo se giustificati dai genitori e con la penale di offrire poi l’aperitivo a tutti i presenti).

Sarà l’occasione per presentare i vari racconti (interrogati selvaggiamente dal Segretario del Premio), baciare quel gran bel pezzo di ragazzo del vicepresidente dell’HAG Andrea Rossetto (giacché il presidente Stefano Gambaro sarà impegnato in altro appuntamento istituzionale), ricevere premi e diplomi di partecipazione nonché una copia omaggio dell’antologia ancora fresca di stampa. Semmai acquistare altre copie supplementari dell’antologia a un prezzo promozionale, direttamente dalle mani sporche d’inchiostro dell’editore Logisma.

Alla premiazione sarà possibile recarsi con moglie/marito, compagna/o, amante, amica/o, figli, sostenitori e ammiratrici varie. Sono tollerati vicini di casa, colleghe di lavoro, spogliarelliste e affascinanti ragazzoni palestrati. Non sono ammessi fumogeni e bombe carta. Lo scopo è di “fare la festa” ai vincitori e partecipanti … ma non nel senso esplosivo del termine.

A conclusione della cerimonia, per chi vorrà, è previsto il trasferimento presso il “Dominio Di Bagnoli” (https://www.ildominiodibagnoli.it) ove gli organizzatori e gli autori/autrici potranno partecipare a un frugale pranzo conviviale a base di prodotti tipici della cucina veneta.

E’ previsto un importo orientativo di circa 30 euro cadauno che potranno essere versati al termine del pranzo. Sarà l’occasione per fraternizzare, conoscersi di persona, spettegolare un po’ dei racconti altrui e criticare apertamente l’operato del Segretario. Non sarà consentito tirare molliche di pane alla I classificata né operare torture fisiche nei confronti dei giurati presenti in sala. E neanche far ubriacare il II classificato che, proverbialmente regge l’alcool più dei “g” presi durante i voli acrobatici con il suo aeroplano imbizzarrito.

Al termine del pranzo, per chi vorrà, sarà possibile visitare il “Dominio” ed eventualmente acquistare gli speciali prodotti in vendita nel suo negozio interno.

Preghiamo autori/autrici che intendano partecipare alla premiazione di comunicarci le loro intenzioni e soprattutto se contano di fermarsi a pranzo in modo da organizzare il servizio e la sala da pranzo.

Salvo problemi e impedimenti dell’ultimo minuto, preghiamo che ci fosse comunicato il tutto entro e non oltre domenica 9 ottobre pena il prelievo coatto operato dai nostri agenti segreti paracadutati presso il domicilio del ritardatario/a.

La Segreteria del Premio




Per qualsiasi comunicazione: raccontitralenuvole@gmail.com

Rossana Cilli



Lo scorso 1 settembre 2022 è stato proclamato il vincitore della X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE … o meglio, è stata proclamata la vincitrice in quanto si tratta di una gentildonna che è registrata all’anagrafe – lo ha confermato il nostro servizio di intelligence – con il nome di ROSSANA e il cognome CILLI.

L’astronauta italiana Samantha Cristoforetti in orbita all’interno della Staziona Spaziale Internazionale nel momento esatto in cui le è stato comunicato: “Sami, qui Houston … abbiamo un problema!”, E lei. “Ditemi, Houston … in genere siamo noi da qui a comunicarvi i problemi, non viceversa!?” E da Houston: “Si hai ragione Sami … ma ci tenevamo a farti sapere che tua cugina, Rossana Cilli, ha vinto il premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE!” . Risposta: “Oh, che great hole…!” (foto proveniente da https://www.terzobinario.it)

E’ l’autrice dello splendido racconto “Verso Nord” e, alla sua prima partecipazione al Premio, ha letteralmente sbaragliato tutti gli altri racconti finalisti. Per inciso: tutti di ottimo livello.

Ma apprendiamo direttamente dalla talentuosissima Rossana qualche informazione segretissima sui suoi trascorsi, qualche indiscrezione scabrosa circa il testo premiato e anche qualche rivelazione scioccante circa i suoi progetti futuri – immaginiamo assai bellicosi – in fatto di scrittura creativa.

E allora Rossana … sempre il già citato servizio di intelligence ci informa che la cicogna ti ha lasciata neonata, giusto qualche anno fa, sul comignolo di una casa romana. Ovviamente è un modo elegante per non rivelare la tua età e per dichiarare viceversa il tuo luogo di nascita: Roma.

Romana “de Roma” o romana acquisita?

Intanto diciamo che la cicogna aveva fretta e mi ha depositata con un mese di anticipo in un’incubatrice del Policlinico Umberto I. Battesimo dell’aria con sprint dunque. Quanto al “romana”… bè, mio marito che è romano romano vattelapesca di quante generazioni, non ne vuol sentir parlare di me come concittadina, il Civis Romanus lui solo è. E come faccio a dargli torto con due genitori abruzzesi? Io però mi sento romana, magari di prima generazione, ma romana… con un debole per l’Abruzzo.

Sempre la nostra intelligence ci informa che hai frequentato un noto liceo romano ma non il famoso “Giulio Cesare” di vendittiana memoria, anzi di canzonettiana memoria. Ti senti una liceale di seconda scelta?

Ma quando mai?!!  Ancora con questa storia: il Giulio Cesare, il Mamiani, il Visconti, meglio qui, meglio lì … ma meglio il Tasso, vuoi mettere: noi abbiamo una quercia, via Veneto a un passo e pure una miss Italia, senza contare i cervelloni usciti da lì, compresa una scrittrice che … vabbè lasciamo stare va, sennò quelli del Giulio Cesare ci rimangono male.

E concludiamo le tue esperienze scolastiche ricordando una notevolissima laurea in lingue alla Sapienza di Roma: germanista. Trovi che gli uomini germanici siano così affascinanti?

Secondo indiscrezioni giornalistiche non ancora confermate, parrebbe che questa estate il panfilo di una certa Marina, magnate dell’editoria, abbia calato le ancore di fronte alle spiagge di Ostia, amena località del litorale romano. Sempre secondo le stesse indiscrezioni giornalistiche parrebbe che l’intraprendente Marina avesse avuto una soffiata: Rossana Cilli aveva affittato ombrellone e due sdraie in un noto stabilimento balneare di Ostia e fosse in fase di rosolatura per merito del solleone romano. Ebbene, ci risulta che la suddetta Marina si sia appalesata a Rossana con un accomodante: “Rossana, ti posso spalmare un po’ di crema? … altrimenti mi diventa tutta rossa!?”. I vicini di ombrellone riferiscono che la famosa scrittrice capitolina abbia dato un’occhiataccia alla maldestra massaggiatrice e che le abbia risposto: “Marì che voi? Mi vuoi vendere una collana? Vai vah, che non c’ho soldi da buttare con le tue collane”. Altri testimoni giurano di aver visto la sedicente Marina fare ritorno sul panfilo borbottando: “Ma io volevo solo affidarti una collana aerospaziale …”(foto dell’autrice, letteralmente raggiante dopo aver ricevuto in dono una collana. Dal marito)

Parli del fascino crucco d’oltralpe? No? Ah, meno male, m’avevi messo paura. Però … che fascino la musica, la filosofia, la storia tedesca … Ah, dici però che erano Barbari? Sempre  a puntualizzare stai tu!

Da grande avresti voluto fare la veterinaria, la poliziotta o l’astronauta. E invece sei diventata una traduttrice. Ti ripugna il “posto fisso”?

Guarda che per tradurre stai fissa al chiodo dieci ore al giorno!

Hai lavorato anche per la Pfizer, nota casa farmaceutica … puoi giurare sulla copertina del tuo ultimo romanzo che nessuno dei tuoi amici maschietti ti abbia mai chiesto una fornitura gratuita di pillole blu?

Chi di opzione ferisce, di opzione perisce: beccati un bel “No Comment”

E veniamo alla tua passione per la scrittura creativa. Ben sei romanzi all’attivo. Proprio non ti piace la culinaria, il tombolo o il burraco?

Una foto dell’autrice in incognita. Per passare inosservata ha inforcato degli occhiali a specchio che – dice lei – le consentono l’invisibilità in virtù del famoso “specchio riflesso”. Dice lei. (foto dell’autrice scattata a mezzo di una speciale fotocamera ad alta risoluzione d’invisibilità)

Bè il burraco fa diventare isterica pure mia zia detta “Pina la dolce”, quindi scartato subito; il tombolo è legato a un meraviglioso ricordo di mia nonna (abruzzese) di cui – ovviamente – ho scritto in un romanzo, quanto alla culinaria … non mi sottovalutare troppo, potresti avere delle sorprese

Hai gestito fino al 2016 una piccola libreria indipendente … è un po’ come per un diabetico lavorare in pasticceria. I libri te li tenevi tutti per te o li vendevi a qualcuno?

Mannaggialamiseria se li volevo vendere a qualcuno! … invece me l’hanno fatta chiudere la mia bella libreria; questo è un popolo di santi, poeti, navigatori, cuochi, cantanti e scrittori, tanti scrittori, una marea di scrittori, nei cassetti degli italiani ci sono più manoscritti che calzini … ma i lettori dove diavolo sono finiti?

Immaginiamo per un istante che tu gestisca ancora la tua libreria. Immaginiamo che un cliente ti chieda qualche suggerimento su un bel libro da acquistare … gli consiglieresti un libro di una certa Rossana Cilli? Semmai quale?

Ma tutti, no?

Siamo sempre nella tua libreria e tu sei alla cassa. Si presenta una cliente piuttosto anonima, quasi scialba, sulla quarantina molto dubbiosa. Ha due libri in mano: “50 sfumature di grigio” e un tuo libro. Secondo te quale comprerà? Tu quale le suggerirai?

Lei muore dalla voglia di prendere il primo, ma si vergogna come una ladra e compra il mio che si intitola: “Oltre le Quinte” (dove forse pensa di andarsi a nascondere); io che ho un cuore d’oro, le offro un cinquanta percento di sconto e se li prende entrambi. Lei fa un sorriso largo come un arcobaleno e va via con doppio pacchetto. Anche la cassiera sorride.

Se tu sapessi di rimanere sola su un’isola deserta per un anno … quale libro porteresti con te? A parte i tuoi, s’intende!

Gesù, Gesù, Gesù… Con la Recherche magari sto a posto per dieci

Ti dichiari un’appassionata di astronautica. Per caso, il tuo cognome da nubile è Cristoforetti? Ti senti un po’ la mamma di Astrosamantha?

Scusa eh, ma non dovevamo sorvolare sulla mia età? Non potevi dire cugina, sorella, amica … nipotina?

Per avvalorare la dichiarazione secondo la quale possiede le firme autografe dei tre astronauti della missione Apollo 13, Rossana ci ha fornito una prova fotografica inconfutabile. Possiamo crederle? Ebbene il nostro agente segreto distaccato presso il Kennedy Space Center ci ha fornito un riscontro illuminante: a Cape Canaveral, le bancarelle di venditori ambulanti napoletani (eh sì, ci sono anche lì!) vendono le firme al modico prezzo di cinque dollari cadauna. E spergiurano che siano originali. Ma c’è di più: lungo le spiagge delle Everglades, assieme ai coccodrilli, si aggirano spesso dei vu’ comprà marocchini che spacciano per originale il tris di autografi e lo vendono a soli 10 dollari. Onestamente abbiamo pensato a un abile fotomontaggio  tuttavia ci siamo convinti che, considerata quella furia della natura che porta il nome di Rossana Cilli, è molto più probabile che ella abbia atteso Buzz Aldrin e Neil Armstrong in fondo alla scaletta del modulo lunare Aquila e che abbia preteso da loro l’autografo poco prima che mettessero piede sulla Luna. E Michael Collins? Beh, con lui è stato letteralmente un gioco da ragazzi: si è attraccata al modulo di comando che orbitava sopra la Luna e gli ha estorto l’autografo al grido: ” Firma! O ti buco i serbatoi dell’aria!” (foto fornite da Rossana Cilli. Forse)

Michael Collins, il famoso astronauta della missione Apollo 11, è nato a Roma in via Tevere 16, nel quartiere Pinciano. Tu hai dichiarato di possedere l’autografo di Collins … lo hai aspettato sotto casa? Confessa!

E certo! Ah, altro vantaggio di frequentare il Tasso: suona la campanella a scuola e due minuti dopo sei sotto casa di Collins. Vallo a dire a Venditti adesso.

Che Rossana Cilli abbia una fervida immaginazione non c’è dubbio: Il suo racconto “Verso Sud” lo dimostra … ci viene difficile crederle che le firme dei tre uomini della Luna siano originali. Sarà nostra cura sottoporla a un interrogatorio all’americana con la lampada negli occhi, la nuvola di fumo ad altezza d’uomo e la seggiola scomoda. Confesserà, credeteci! A breve nuovi sviluppi.(fotografia fornita dall’autrice prima dell’interrogatorio)

E altri due astronauti della missione, Buzz Aldrin e Neil Armstrong, come hai estorto loro gli autografi?

Alloggiavano al Grand Hotel (dieci minuti a piedi dal Tasso): li ho aspettati lì dalle sei del mattino (io che avrei bevuto cicuta piuttosto che alzarmi alla sette per andare a scuola).

Hai partecipato a diversi premi letterari e diversi li ha vinti. Alla tua prima partecipazione a RACCONTI TRA LE NUVOLE ti sei piazzata al primo posto. Ti reputi fortunata o sei semplicemente molto brava? Noi optiamo per la seconda ipotesi però, gentilmente, ci spieghi perché siedi su due seggiole in contemporanea?

La seconda, la seconda.

Due seggiole? Guarda che sono due poltrone di prima classe …

Dici che sono un tantino megalomane?

E veniamo al tuo racconto “Verso Nord”. Quanto c’è di autobiografico in questo racconto?

In senso stretto niente, ma l’empatia, la mancanza di gentilezza, il cinismo, sono temi che mi stanno molto a cuore, forse per questo il vostro concorso mi ha conquistata subito e ispirata così profondamente. Ma ci pensate a quanto sarebbe potente la gentilezza se solo ci ricordassimo di usarla? Ho l’impressione che da un po’ di tempo, troppo tempo, sia caduta in disuso come se fosse un segno di debolezza, invece è potente, incute rispetto perché è spiazzante (chi se l’aspetta più un tono gentile, un sorriso, uno che ti sta a sentire invece di pensare a quello che deve dire lui appena smetti col tuo rumoroso bla bla?), obbliga ad abbassare i toni (quello che urla è persino costretto a stare zitto sennò non ti sente), obbliga a rispondere dopo aver pensato, e stimola la ragionevolezza.

Il mio comandante è un uomo gentile sopraffatto da persone arroganti.

Occorre aggiungere altro?

In “Verso Nord” un pilota professionista raduna a bordo di un volo charter tutte le persone che gli hanno fatto del male. Per attirarle offre loro un viaggio omaggio. A te lo hanno mai regalato?

In realtà sì, avevo un’amica sposata a un comandante, lui spesso andava in sosta, una volta mi offrirono un biglietto per Singapore.

E’ risaputo che non si dovrebbero accettare caramelle da uno sconosciuto. E un viaggio omaggio da un pilota sconosciuto?

Io ho accettato e non me ne sono pentita (conoscevo la moglie, vale lo stesso?), però le caramelle, mai!

Durante il volo il protagonista concederà alle sue vittime l’opportunità di riflettere sulle malvagità commesse nei suoi confronti … una specie di confessionale, di anticamera del Purgatorio. Sei credente o confidi di più nella redenzione coatta?

La domanda di riserva?

Hai mai rischiato di finire a bordo di un volo “Verso Nord”? Semmai, il protagonista di quale nefandezza ti avrebbe accusata?

No. Ma se proprio forse mi avrebbe accusata di … ma che ne so? Io, a parte una bella sacrosanta strage di zanzare, non riesco a concepire azioni cattive.

“Verso Nord” ricorda vagamente la vicenda dell’incidente della Germanwings avvenuta qualche anno fa. Hai tratto ispirazione da quell’episodio luttuoso?

Sì, però anche da qualche “Airport” filmico ho avuto qualche idea

Ancora una bella immagine di Rossana Cilli al termine dell’intervista. La scrittrice romana ha dichiarato: “E’ stata l’intervista più difficile della mia vita”. Lo prendiamo come un complimento? (foto dell’intervistata concessa dopo minacce fisiche e psicologiche)

Come è nato “Verso Nord”? Non ci rispondere: di parto cesareo!

Un po’ ho risposto prima, a proposito della gentilezza. Comunque il parto è stato naturalissimo, poche volte ho scritto così di getto. La natura umana mi intriga molto, come pure la voglia di dire al mondo che se non la piantiamo tutti quanti di pensare solo al nostro orticello, finiremo tutti con un mazzo di ortiche in mano

Consiglieresti la lettura del tuo racconto a un passeggero in attesa di imbarcarsi su un volo?

Purché abbia pagato il biglietto …

Qual è la tua opinione a proposito dei piloti commerciali? Ti suggeriamo alcune opzioni possibili:

a) palloni gonfiati,

b) poveri diavoli che guidano autobus dell’aria,

c) autisti pagati troppo,

d) operari dell’aria,

e) appassionati di volo che ne hanno fatto una professione,

f) ammassi di testosterone

Hai due possibili scelte, quali e perché.

Rispondo e) + b).

e) perché se non hai quella passione, un lavoro così col cavolo che lo fai, b) perché tali li ha ridotti la deregulation (infatti adesso in aria o si addormentano, o litigano per tutto il viaggio … e non è colpa loro, è colpa di turni assurdi)

Ti è mai venuta voglia di andare in cabina e di urlare al pilota: “Ma chi t’ha dato la licenza di pilota?”

Per fortuna no, mai. Girando in macchina però …

La carrellata di romanzi di cui è autrice Rossana Cilli. Il suo libro di esordio, “L’orecchio del Vate. Eco di un delitto”, ha vinto il premio letterario patrocinato dal Comune di Roma “Il Telescopio 2010”. Chi ben comincia …

Sei una di quelle passeggere che applaude dopo l’atterraggio?

Non te lo dico.

Quanto ci speravi di vincere RACCONTI TRA LE NUVOLE? Da 1 a 10?

Mi sa che non ti dico manco questo.

Cosa cambieresti del Premio e cosa hai apprezzato di questo Premio? A parte la partecipazione gratuita …

Squadra che vince non si cambia. Ma chi è quel genio che ha messo insieme le due passioni della mia vita?

Io e Stefano Gambaro, il presidente dell’HAG. Scusa, Rossana … ma … sono io che sto facendo l’intervista a te, non il contrario. Ordine!

Sei un’appassionata di astronautica. Perché non hai inviato un racconto ambientato nello spazio?

E sennò la prossima volta che scrivo?

E veniamo ai tuoi progetti futuri. Hai quattro opzioni, una sola risposta:

a) vincere al Superenalotto,

b) far parte della prima missione umana su Marte,

c) fidanzarti con Berlusconi e ricevere come pegno d’amore una villa in Sardegna

d) far parte della giuria nella prossima edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE

Per la a) impossibile perché non gioco mai, per la b) sono fuori tempo massimo (Accc… ho quasi detto l’età), per la c) “no comment”, per la d), non mi sento all’altezza. La quinta opzione?

Non c’è, mi spiace … però abbiamo Berlusconi sempre molto disponibile. Ripensaci!

Torniamo a noi.

E’ del 2022 l’ultimo romanzo della vincitrice del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, Rossana Cilli. Peccato che non abbia come tema il mondo aerospaziale tuttavia non escludiamo che qualcuno dei prossimi romanzi in cantiere possa avere come baricentro il volo o lo spazio. E non si tratta di un auspicio bensì di un obbligo.

Se ricevessi una e-mail della casa editrice Mondadori che dice più o meno: “Ti vogliamo. Ti offriamo una nuova collana”, come risponderesti? Ha quattro opzioni, una sola risposta:

a) sono allergica al nichel e indosso solo perle

b) non ho tempo da perdere con voi

c) ci sto ma dovete pubblicare tutti i miei 18 romanzi che ho nel cassetto

d) penserei a uno scherzo

Penso a uno scherzo, intanto do un’occhiata al cassetto e, porca miseria! … ce ne sono solo tre, le collane a volte pesano troppo … però un po’ di tempo magari lo trovo. Per caso hai il numero di Marina?

Marina, ehmm … Marina? No, mi spiace: ho una “Marina podologa” … ti va bene lo stesso? Però non divaghiamo.

A quando il tuo prossimo romanzo? E il prossimo racconto aeronautico?

Il prossimo romanzo è in lettura presso l’editore (che non si chiama Mondadori) … incrocia le dita và.

Il prossimo racconto aeronautico?

Ma scherzi?! Quand’è il bando dell’XI edizione?

A conclusione di questa intervista non posso fare a meno di porti l’ultimo quesito canonico: si faccia una domanda e si dia la risposta.

Quand’è che potrò vedere in faccia  il mio intervistatore? 

T’ho messo paura, eh?

Un abbraccio e spero presto, alla Premiazione ! Mi sono divertita un mondo, ma è stato più difficile rispondere qui che scrivere “Verso Nord”, sai.

Soprassediamo.

Sopravvissuta a malapena all’intervista “folle” – come l’ha definita la stessa Rossana -, la scrittrice romana si è presentata fiduciosa alla cerimonia di premiazione tenutasi a Bagnoli di Sopra domenica 17 ottobre 2022. E, come ampiamente anticipato, gli han fatto la festa! Compreso l’intervistatore che ha colto l’occasione di abbracciare più volte e sbaciucchiare subdolamente (sulle guance e con l’approvazione del marito di Rossana) la raggiante vincitrice della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE (foto del command Fernando)

Bene, ringraziamo Rossana Cilli per aver risposto a tutte le nostre richieste appena appena impertinenti e confidiamo che vorrà partecipare comunque alla premiazione della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE. Se non altro per prenderci a ceffoni e ingiuriarci di fronte a tutti.

D’altra parte, cosa non faremmo per movimentare una premiazione? Un po’ come questa intervista, non vi pare?

Sulla bontà del racconto di Rossana Cilli sarebbe inutile spendere altre parole: occorre leggerlo e allora – ne siamo certi – converrete sulla scelta della Giuria del Premio.

L’unico augurio che possiamo esprimere alla “nostra Rossana” è che ci possa regalare in futuro tanti altri racconti a tema aerospaziale. Con grande grande gioia dei lettori e altrettanto grande grande disappunto degli altri autori/autrici partecipanti al Premio.

A presto rileggerla, allora.



§§§§

Intervista a cura del Segretario del Premio, didascalie sempre del Segretario (ma non ha altro da fare?).

In esclusiva per VOCI DI HANGAR



NOTA della Redazione.

La foto di copertina ritrae Rossana Cilli a bordo di un Cessna L-19 Bird Dog basato sull’Aviosuperficie di Bagnoli di sopra (PD) ed è stata scattata in occasione della cerimonia di premiazione della X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE

Racconti tra le nuvole – Vincitori e classifica



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COMUNICATO STAMPA

nr 6 del 1 settembre 2022




Non senza difficoltà, i nostri magnifici membri della giuria della X edizione del Premio letterario “RACCONTI TRA LE NUVOLE” hanno decretato il racconto vincitore. Ebbene si tratta di:



 VERSO NORD

di Rossana Cilli



Nonché la classifica degli altri 19 racconti finalisti:

2) UN WHISKEY PER LA VITA – Giancarlo Gusso

3) SCENDE UVA PASSA DAL CIELO – Massimo Conti

4) LO SPIRITO DI LIDIA – Stefania Granata

5) NOBILI VIRTU’ – Claudio di Blasio

6) IL VOLO DEI BAMBINI – Alessandro Mella

7) FRATELLI NELLA REGIA – Simone Baldecchi

8) TU95 – Andrea Pirani

9) VOLEVO SOLO VOLARE – Ersilia Torello

10) IL SOGNO DI CARMINE – Pierpaolo Fiore

11) IL DECRETO – Maria Grazia Bajoni

12) TRENT’UNO MINUTI – Giancarlo Falleti

13) PIPER AZTEC – Alberto Altieri

14) FRATELLANZA-SORELLANZA, Il 588 Reggimento da              bombardamento notturno. Le streghe della notte – Gianvincenzo                Cantàfora

15) IL GESTO DI UN ATTIMO – Evandro Detti

16) SE D’ANNUNZIO PIANGE – Annalisa Santi

17) QUALCOSA ACCADE SOTTO IL CIELO DI NAPOLI –                     Eliana Stendardo

18) GLENN MILLER E LA MISSIONE… – Marco Benedet

19) VOLESSE IL CIELO – Maria Iannaccone

20) HOKA HEY – Elisabetta Benenati



L’amministratore dell’azienda VR Medical ha conferito l’omonimo premio speciale al racconto:



SCENDE UVA PASSA DAL CIELO

di Massimo Conti



Sinceri rallegramenti alla vincitrice e al vincitore.

A questo punto, a nome degli organizzatori, permetteteci di ringraziare allo stesso modo tutti coloro che hanno partecipato, finalisti e non, vincitori e non, insomma a tutti coloro che hanno speso il loro tempo ed energie mentali nella stesura di un racconto a prescindere dal piazzamento conseguito.

Grazie per l’impegno e la passione dimostrata nel cimentarsi in una sfida non facile. Grazie per essere stati “dei nostri”, e per aver declinato a modo vostro il cielo, il volo e il mondo aeronautico in tutte le sue sfumature. Grazie davvero.

         A proposito dei due racconti vincitori non possiamo fare a meno di riportare alcune note a margine a dir poco singolari.

         L’autrice di “Verso Nord”, Rossana Cilli è alla sua prima partecipazione a RACCONTI TRA LE NUVOLE sebbene abbia già pubblicato ben 6 romanzi e partecipato a numerose antologie con i suoi racconti. Tra questi, alcuni sono ispirati alla sua passione per l’astronautica che ha coltivato sin dall’adolescenza (possiede tra l’altro gli autografi di molti astronauti tra i quali i tre componenti l’equipaggio Apollo 11 che sbarcarono per primi sulla Luna). Ha ottenuto numerosi premi letterari a livello nazionale e internazionale. E’ laureata in lingue  e, tra le altre sue attività lavorative, ci ha confidato che ha gestito una piccola libreria indipendente fino al 2016.

         “Scende uva passa dal cielo” è invece un racconto che ha una storia alquanto emblematica. Esso è il secondo di un terzetto di racconti inviateci singolarmente da Massimo Conti. E fin qui nulla di strabiliante … se non fosse che il primo racconto presentato era stato scartato dalla Segreteria in quanto non rispondente ai requisiti di partecipazione. A questo punto, l’autore ha provveduto alla rielaborazione del testo raccogliendo il suggerimento della Segreteria e, non contento, ne ha inviati altri due tra cui proprio quello vincitore. Non male per un autore che ha rischiato di rimanere escluso dal Premio.

Rimandiamo infine al prossimo comunicato con le indicazioni circa la premiazione.

A tutti i gli autori/autrici … auguriamo il nostro più sincero “in becco all’aquila”.

La Segreteria del Premio

Racconti tra le nuvole – Finalisti

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COMUNICATO STAMPA

nr 4 del 01 ago 2022




Non senza difficoltà, i nostri magnifici membri della giuria della X edizione del Premio letterario “RACCONTI TRA LE NUVOLE” hanno decretato, come da regolamento, i 20 racconti finalisti.

Eccoli in ordine rigorosamente alfabetico di racconto (fatto salvo l’articolo, la congiunzione o la particella pronominale):



  • SE D’ANNUNZIO PIANGE – Annalisa Santi
  • IL DECRETO – Maria Grazia Bajoni
  • IL GESTO DI UN ATTIMO – Evandro Detti
  • NOBILI VIRTU’ – Claudio di Blasio
  • FRATELLI NELLA REGIA – Simone Baldecchi
  • FRATELLANZA-SORELLANZA, Il 588 Reggimento da bombardamento nottuno – Le streghe della notte – Gianvincenzo Cantàfora
  • GLENN MILLER E LA MISSIONE… – Marco Benedet
  • HOKA KEY – Elisabetta Benenati
  • PIPER AZTEC – Alberto Altieri
  • SCENDE UVA PASSA DAL CIELO – Massimo Conti
  • LO SPIRITO DI LIDIA – Stefania Granata
  • IL SOGNO DI CARMINE – Pierpaolo Fiore
  • TRENT’UNO MINUTI – Giancarlo Falleti
  • TU95 – Andrea Pirani
  • QUALCOSA ACCADE SOTTO IL CIELO DI NAPOLI – Eliana Stendardo
  • VERSO NORD – Rossana Cilli
  • VOLESSE IL CIELO – Maria Iannaccone
  • VOLEVO SOLO VOLARE – Ersilia Torello
  • IL VOLO DEI BAMBINI – Alessandro Mella
  • UN WHISKEY PER LA VITA – Giancarlo Gusso



Occorrerà attendere fino al 1 settembre per apprendere finalmente il vincitore/vincitrice del Premio nonché la classifica generale con l’elenco dettagliato dei piazzamenti e il vincitore del premio speciale VR Medical.

Ovviamente sarà cura della Segreteria del Premio informare a mezzo e-mail tutti gli autori dei racconti finalisti circa l’esito finale della loro partecipazione alla X edizione di “RACCONTI TRA LE NUVOLE”.

A questo punto, a nome degli organizzatori, permetteteci di ringraziare coloro che, pur partecipando con impegno e passione, non sono giunti in finale. Grazie per essere stati “dei nostri”, per esservi messi in gioco e per aver declinato a modo vostro il cielo, il volo e il mondo aeronautico in tutte le sue sfumature. Grazie davvero.

Naturalmente un sincero ringraziamento giunga ai giurati che, loro malgrado, hanno dovuto esprimere il loro gradimento con uno fattore numerico, aseticco quanto prezioso. Grazie per aver letto e valutato i 45 racconti di questa edizione rinunciando al tempo libero … e anche a qualche volo!

A tutti i finalisti … auguriamo il nostro più sincero “in becco all’aquila”

La Segreteria del Premio



Per qualsiasi informazione:                                  www.raccontitralenuvole.it

                                                                                          www.vocidihangar.it

RACCONTI TRA LE NUVOLE – Atterrati!

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X edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole



COMUNICATO STAMPA

nr 3 del 01 luglio 2022




E’ felicemente atterrata, come da piano di volo, venerdì 30 giugno alle ore 23:59 e 59 secondi locali, meridiano del centro d’Italia, la X edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, ossia è scaduto il termine ultimo di presentazione dei racconti per partecipare al Premio, unico nel suo genere, che si prefigge di diffondere la cultura aeronautica attraverso la scrittura creativa, in particolare i racconti.

Gli organizzatori del Premio,

l’HISTORICAL AIRCRAFT GROUP

(HAG, appunto) benemerita associazione composta dagli appassionati di volo che recuperano e fanno volare aeromobili storici dal passato glorioso e

VOCI di HANGAR,

il sito web di letteratura aeronautica e non solo,

anche quest’anno si sono avvalsi dell’aiuto

della prestigiosa rivista aeronautica VFR AVIATION,

e hanno fatto ricorso a una consolidata sinergia con la

FISA (Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico).

E naturalmente non poteva mancare il supporto economico di

VR MEDICAL, azienda farmaceutica che ha sviluppato dei prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie, oltre alla salute della donna.

Numerosi sono stati i racconti giunti negli ultimi due giorni utili; l’ultimo ha addirittura preannunciato un lunghissimo finale a mezzo di piano di volo anticipato a dimostrazione che gli autori/autrici preferiscono volare a lungo con le loro creature e atterrare solo quando l’aeroporto sta per chiudere le sue piste.

A causa della congestione di traffico nei piazzali e delle vie di rullaggio, La Segreteria sta ancora vagliando gli ultimi racconti atterrati prima di darne ufficialmente il “ricevuto” ai rispettivi autori/autrici.

Al momento ci è dato sapere solo un numero orientativo di testi partecipanti a questa edizione: superiore ai 40!

Purtroppo non possiamo fare a meno di far cenno a un questione per noi piuttosto dolente o quantomeno annosa almeno per chi, come noi, nutre il massimo rispetto per il lavoro letterario altrui ma che ha il dovere morale di porre tutti i partecipanti sullo sesso piano di equità.

Ebbene, con sommo rammarico, alcuni racconti non sono stati accettati dalla Segreteria del Premio in quanto non conformi ai requisiti previsti dal regolamento del Premio, in particolare rispetto a quello fondamentale secondo cui il testo presentato deve essere un racconto. Un racconto anziché una fiaba/favola o un articolo giornalistico.

Inoltre altri racconti  avevano invece un contenuto aeronautico talmente flebile (per non dire inesistente) che la Segreteria, suo malgrado, è stata obbligata a informarne i rispettivi autori/autrici. E in alcuni casi, l’operazione non è stata indolore. Ma avremo occasione di chiarire alcuni di questi aspetti nel prossimo Comunicato mentre altri ancora saranno motivo di esemplificazione e integrazione del regolamento del Premio della prossima edizione. Ciò a dimostrazione della serietà degli organizzatori e a difesa della bontà genuina dell’iniziativa promossa.

Non poteva mancare una nota di colore. Un’autrice ha inviato addirittura una composizione storico-aeronautica in versi (con rime baciate) benché fosse consapevole che, sebbene con grande rammarico, la Segreteria non avrebbe ammesso la mirabile opera letteraria. Prontamente contattata, l’autrice ha confessato che era talmente entusiasta del nostro Premio che non avrebbe rinunciato giammai a comporre un testo ricorrendo alla sua formula letteraria preferita. Lode all’autrice! Leggeremo i suoi versi in VOCI DI HANGAR.

 Fortunatamente sono stati diversi gli autori/autrici che per la prima volta si sono lanciati senza paracadute in questo confronto letterario come pure numerosi sono gli affezionati narratori/narratrici che hanno inviato i loro racconti sebbene con all’attivo già diverse partecipazioni al Premio con risultati, in taluni casi, anche assai notevoli. Benvenuti ai primi, bentornati ai secondi.

Un particolare saluto va a un’autrice in tenerissima età: solo 10 anni!

Al momento, la giuria del Premio, è impegnata nel febbrile lavoro di lettura e valutazione del materiale ricevuto. Ai giurati, provenienti dal mondo del volo e con esperienze di carattere editoriale, spetta dunque l’ingrato compito di decretare il vincitore e gli altri 19 finalisti i cui racconti costituiranno il contenuto dell’antologia del Premio pubblicata da Logisma che ormai è l’editore del Premio per antonomasia.

Come da regolamento, tutti gli altri racconti – classificati indistintamente in una virtuale XXI posizione – troveranno ospitalità nel grande hangar di VOCI DI HANGAR.

Appuntamento perciò al 01 agosto per apprendere il nome dei 20 finalisti e dei XXI classificati mentre occorrerà attendere fino al 15 di agosto per conoscere i vincitori (c’è anche quello stabilito da VR Medical) e la classifica finale.

Un sincero ringraziamento a quanti si sono cimentati nella scrittura di soggetti aeronautici; dalla Segreteria del Premio giunga loro il nostro più che mai benaugurale “in becco all’aquila”.



La Segreteria del Premio



Per qualsiasi informazione:

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Manuale pratico per la licenza di P.P.

titolo: Manuale pratico per la licenza di pilota privato

autore: Lorenzo Carrozzoni

editore: IBN Editore

anno di pubblicazione: 2018

ISBN: 9788875654146




Non sapevo che Lorenzo Carrozzoni, istruttore del nostro Aeroclub di Rieti, avesse scritto un manuale pratico per la licenza di pilota privato. Per il suo carattere schivo e modesto l’autore non ne aveva parlato granché, evidentemente. Poi ne ho scoperto due copie in segreteria.

Il volume adesso in mio possesso è uno di quei due.

La prima impressione che ho avuto di questo libro si potrebbe condensare in una sola parola: simpatico.

Si, un libro può essere anche simpatico. Il colore della copertina, bianco latte, con il disegno stilizzato di un aereo ad ala alta, forse un P66C, di colore rosso, sovrastato dal titolo, scritto con caratteri ben scelti e dal colore ben scelto anche quello, attira lo sguardo e suscita un sentimento di simpatia.

Ma ci sono altri aggettivi che lo possono descrivere altrettanto bene. Essenziale, per esempio. Ad un esame rapido del contenuto si nota subito che gli argomenti trattati sono stati accuratamente scelti proprio per la loro essenzialità, selezionati con cura tra tutti in modo da dare al lettore l’immediato accesso ai concetti che servono, senza disperdere energie preziose in direzioni diverse.

Infatti, un altro aggettivo che descrive questo manuale è quello riportato nel titolo stesso: pratico.

La IV di copertina del libro di Lorenzo Carrozzoni – come nella migliore tradizione editoriale – ritrae l’autore e il suo fido disegnatore Jose Ogando. Alle loro spalle si intravede  invece la fusoliera di un omni presente di P66 Charlie.

Ci troviamo tra le mani un simpatico ed essenziale manuale pratico.

Il primo capitolo si intitola “L’aeroplano e l’aeroporto”. Sono due argomenti dei quali si potrebbe parlare per ore, anzi per giorni. Ma giustamente Lorenzo ne parla qui in maniera stringata, evidenziando solo ciò che serve sapere subito per poter comprendere la macchina e l’ambiente nel quale opera. E’ fuori discussione che un aereo, per volare, deve operare da un aeroporto.

La descrizione dell’aeroplano è basata su un tipo di macchina standard, il P66 Charlie. Pur essendo questo un modello quasi scomparso dallo scenario dell’Aviazione generale, resta tuttavia validissimo, essendo stato concepito proprio come addestratore basico ed anche avanzato per il conseguimento della licenza di pilota privato. Ciò che vale per il P66 vale altrettanto per altre macchine dello stesso tipo, come il Cessna 150, 152 e 172. E vale per tutti gli aerei ultraleggeri che operano nel Volo da Diporto e Sportivo.

Lorenzo descrive tutto ciò che bisogna sapere di questo aereo, la fusoliera, gli strumenti, i comandi, la radio etc. Un primo disegno della fusoliera con la nomenclatura delle sue parti essenziali rende chiaro di cosa si parla nel capitolo.

Il secondo disegno rappresenta il cruscotto, con gli strumenti, i comandi di volo, la manetta del gas, la bussola e la linea degli interruttori.

Poi parla dell’aeroporto. Il terzo disegno è la rappresentazione grafica di una pista, con le vie di rullaggio, il piazzale, la Torre di Controllo, la manica a vento. E relativa nomenclatura.

Per iniziare non serve di più. Del resto, ogni argomento aeronautico è suscettibile di approfondimenti notevoli, con tutta la normativa che li riguarda.

Questo primo capitolo si può considerare come una sorta di Missione zero, fatta a terra, con lo scopo di introdurre concetti e vocaboli necessari ad evitare fraintendimenti nella lezione pratica successiva, che sarà in volo e che potremmo chiamare Missione uno.

Non è mia intenzione descrivere ogni capitolo del manuale, ma forse è bene dire che il secondo capitolo parla subito del volo per assetti. E questo è un argomento di estrema importanza. Bene ha fatto Lorenzo a metterlo all’inizio. L’allievo deve prendere consapevolezza sin da subito dell’importanza di volare per assetti, perché questo sarà il suo pane quotidiano in tutta la sua carriera di pilota, dal semplice volo a vista fino al volo strumentale, che imparerà se vorrà andare oltre fino a fare di questa attività una professione.

Il volo per assetti è l’essenza del volo in ogni sua forma. Lo sanno bene i piloti di aliante, i quali, volando senza avere un motore, possono fare riferimento solo all’assetto per stabilire le varie velocità.

Anche in questo capitolo ci sono diversi disegni esplicativi, molto ben fatti.

Andando avanti nei vari capitoli troviamo le missioni di volo che costituiscono la progressione didattica tipica, sempre trattata in maniera chiara e semplice. I disegni aiutano nella comprensione.

Perciò l’allievo può usare questo manuale sia per studiare ogni missione prima di effettuarla in volo ed avere le idee già chiare su cosa lo aspetta nel volo pratico, sia per rivedere l’argomento dopo il volo, a terra e senza avere la mente impegnata da una moltitudine di input e di distrazioni.

Sebbene stilizzato, il Partenavia P66 Charlie è il velivolo utilizzato dal disegnatore Josè Ogando per esplicitare il testo di questo manuale “pratico”. In effetti Lorenzo Carrozzoni ha svolto su quel modello di velivolo molte ore di volo istruzionali e probabilmente anche diverse a beneficio dello stesso Ogando. Inoltre il Charlie è rimasto nel cuore di molti piloti privati italiani in quanto per diversi anni e in diverse scuole di volo del nostro paese ha svolto onestamente il ruolo di addestratore. Nonostante alcuni vizi di impostazione (ad esempio motore ormai superato con una potenza non certo in esubero considerato il peso della cellula e del carico utile) e qualche altro piccolo problema dimostrato in fase di esercizio, ebbene nel lungo periodo si è dimostrato solido e affidabile lasciando un ottimo ricordo di sè. I piloti infatti ne hanno sempre apprezzato la piacevolezza di pilotaggio nonché la solidità della struttura. L’esemplare ritratto è il mitico I-IADF in forza ancora oggi presso l’Aeroclub dell’Aquila a bordo del quale proprio l’autore ha lungamente volato e istruito nel corso degli ultimi anni (foto proveniente da www.flickr.com)

Molto utile e proficuo davvero.

Ma ora vorrei mettere in luce un altro pregio di questo manuale.

Dopo aver visto tanti altri manuali di volo e conoscendo la loro struttura, ho sempre sentito la necessità di trovare descritte in maniera più efficace certe manovre importantissime, la cui comprensione chiara e precisa aiuta, secondo me, nella progressione dell’apprendimento. Molti manuali ne parlano in modo troppo complicato e gli argomenti si confondono in un mare di concetti troppo dispersivi. Qui no. Lorenzo li spiega in maniera mirata, chiara e semplice, senza inutili complicazioni troppo scientifiche e con disegno a corredo.

Parlo, ad esempio, della differenza tra salita rapida e salita ripida. Della discesa veloce. Della virata stretta. Dell’atterraggio con il vento di traverso. Tutti argomenti che potranno essere studiati in maniera più approfondita in un secondo tempo, utilizzando altri libri. Ma in una fase iniziale si sente la necessità di avere poche idee, ma molto chiare.

Non mancano capitoli che parlano degli spazi aerei, delle radioassistenze alla navigazione e delle carte aeronautiche. Argomenti, questi, che si possono trattare in modo essenziale riferito alla navigazione dal momento che non passa giorno senza che cambi qualcosa nella normativa di riferimento. Sarà compito del pilota mantenersi aggiornato costantemente, consultando pubblicazioni e siti di riferimento. Ma per farlo deve conoscerne le basi, che sono proprio quelle contenute in questo manuale.

Un primo piano in chiaroscuro dell’autore ritratto – neanche a dirlo – a bordo di un velivolo scuola. Nel caso specifico si tratta di un velivolo Piper PA 28 che costituisce il fiore all’occhiello dalla flotta degli aeromobili a motore dell’Aeroclub di Rieti(foto proveniente dal sito dell’editore www.ibn.it)

L’ultimo capitolo è un inedito totale. Non ricordo di avere mai letto niente al riguardo su nessun manuale, ma potrei sbagliare. Si tratta, come dice il titolo, di una necessità assoluta che il pilota deve cercare di soddisfare per il buon andamento di ogni navigazione: pensare avanti all’aeroplano.

In altre parole il pilota non si deve mai trovare impreparato di fronte a nessuna condizione di volo. L’aereo va veloce, ma il pensiero lo deve sempre precedere. A volte le cose vanno proprio anticipate, altrimenti saremo sempre in ritardo e… questo in volo non va bene.

Per raggiungere questa condizione bisogna essere preparati, addestrati e bisogna avere le idee più chiare possibile.

Il manuale di Lorenzo serve proprio a questo.

Per i disegni Lorenzo si è rivolto ad un amico disegnatore che ha fatto un lavoro davvero egregio. I disegni sono bellissimi, chiari e precisi. E ce ne sono una marea in tutto il libro.

Nella quarta di copertina troviamo una foto dell’autore insieme al suo amico disegnatore, sotto l’ala di un P66 Charlie. La foto è un po’ piccola, ma va bene ugualmente.

Il libro si può trovare sul sito di IBN, loro spediscono ovunque. Per chi abita a Roma occorre recarsi in via dei Marsi, 57 alla libreria Aviolibri. Il quartiere è quello storico di San Lorenzo. Aviolibri dispone anch’essa di un valido sito web con la possibilità di acquisti on-line. Altrimenti presso gli abituali rivenditori virtuali o reali.





Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer)

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR


Manuale pratico per la licenza di P.P.





Il MIO VOLO IN ALIANTE

titolo: Il mio volo in aliante

autore: Alan Steve Russell

editore: Libro indipendente (autostampato)

anno di pubblicazione: 2019

ISBN: 979-12-200-5606-9




Il titolo non lascia adito a dubbi, l’autore ci descriverà la sua personalissima esperienza per il conseguimento della licenza di volo a vela.

L’istantanea che ritrae un aliante ASK-13 in fase di atterraggio potrebbe idealmente sintetizzare questo libro che, come nella migliore tradizione letteraria, ha un sapore fortissimamente autobiografico. Ciò non toglie che, in un panorama letterario – come quello italiano – assai “magro” di libri dal contenuto squisitamente aeronautico (e in particolare volovelistico) questo volume abbia un indubbio valore divulgativo. Insomma un libro utile agli allievi piloti di volo a vela per dissolvere in loro paure ed errori di approccio al volo in aliante e anche per i molti curiosi del mondo aeronautico che potranno così approfittare di questa narrazione per vivere le esperienze così minuziosamente confidate dall’autore, quasi minuto per minuto, una missione di addestramento dopo l’altra. Semplicemente un modo diverso di fare divulgazione aeronautica. Non dimentichiamoci infatti che volare in aliante a Sud di Rieti (idealmente centro d’Italia) è praticamente impossibile e dunque temiamo di non essere facilmente smentiti a proposito di un aspetto assai deprimente: per il cosiddetto uomo/donna della strada, il volo a vela risiede ancora in quell’alone nebuloso di ignoranza (=che ignora, di non conoscenza). E riteniamo che, nell’anno del signore 2000 e passa, ciò non sia più accettabile. Il libro di Alan Steve Russell sana a suo modo questa imbarazzante carenza (foto proveniente da www.flickr.com).

Una passione nata fin da ragazzo, che lo porterà a diciannove anni alla scuola sottufficiali di Caserta, e alla fine del corso di marconista elettronico di bordo al reparto operativo di Grosseto. Al IX gruppo caccia intercettori con gli F-104 Starfighter.

Questo suo trascorso militare, la disciplina, la meticolosità lo accompagnerà durante il suo corso di volo a vela e affiorerà più volte.

L’approccio migliore alla lettura di questo libro è quello di essere consapevoli che andremo a leggere una specie di diario. Un diario dove l’autore ha descritto meticolosamente le missioni di volo (non tutte le più salienti), le emozioni provate, le relazioni interpersonali.

I trascorsi militari in seno al IX Gruppo Caccia Intercettori hanno lasciato un segno indelebile nell’animo e nella memoria dell’autore e dunque, in un’autobiografia non potevano certo mancare; ci accompagnano addirittura per un intero capitolo del volume. Si tratta di una frazione di testo dall’alto contenuto tecnico con una descrizione piuttosto minuziosa dell’attività svolta corredata di molti particolari, anche singolari. Purtroppo sono rivolti prevalentemente ai curiosi dell’ F-104  nonché agli appassionati delle macchine volanti in forza all’Aeronautica Militare Italiana giacché rendono un contributo davvero minimo alla narrazione. Certamente, da addetti ai “voli”, non li abbiamo disdegnati tuttavia, per un lettore occasionale possono risultare monotoni. A testimoniare il religioso rispetto che proviamo nei confronti dall’AMI per aver svolto per decenni il servizio di intercettamento con questo tipo di velivolo (affascinante quanto superato), ci è venuto spontaneo proporre ai nostri visitatori un’immagine simbolo della città di Grosseto e del IV Stormo (di cui il IX Gruppo fa parte). E’ il monumento posto a ridosso proprio dell’aeroporto Corrado Baccarini di Grosseto, appunto, e mostra il glorioso velivolo in speciale livrea puntare verso il cielo. Il monumento è stato posato in occasione del quarantennale dell’arrivo del F104 giunto a Grosseto nel 1963. (foto proveniente da www.flickr.com)

Anche lo stile tipografico, le foto a colori raggruppate al centro del testo, la copertina foderata, ci fanno pensare a un diario, che andremo a sfogliare, con il permesso dell’Autore il quale ha deciso di condividerlo.

“Volare in aliante è qualcosa di strano, non è semplice da descrivere, solo chi lo ha provato intensamente riesce ad esprimere quale vera sensazione si prova galleggiando nel cielo al semplice fruscio del vento che avvolge e risuona nell’abitacolo.”

Cosa vedrà un pilota di aliante attraverso i sui occhiali di una celebre marca facilmente riconoscibile per la montatura metallica dorata e le lenti verdi? In questa foto troviamo il cruscotto di un aliante ma leggendo il libro di Alan Steve Russell vedremo il suo personalissimo punto di vista durante tutto il corso di pilotaggio per aliante e poco oltre.  (foto proveniente da www.flickr.com)

E’ un voler imprimere per sempre il ricordo di questo suo percorso.

“Ogni volta che rileggo questo libro, rivivo esattamente le emozioni che ho provato in quei giorni intensi. E’ come continuare a volare, anche se fisicamente non sono a bordo.”

Il particolare rapporto che si crea con il proprio istruttore:

“Forse lui già lo sapeva che avrei fatto il decollo in quella giornata, io avevo capito che ormai non avrebbe più procrastinato quella data perché era arrivato il momento, e mi sarei trovato solo con me stesso e con il mio addestramento.”

“Un istruttore di volo a vela alle volte assomiglia più ad uno psicologo, che riesce a capire fino a quando un allievo è in grado di spingersi avanti per controllare la situazione circostante e a non farsi sopraffare dall’insicurezza e dalla paura.”

La paura, questo sentimento che, nell’immaginario collettivo, sembra non appartenga ai piloti :

“Avere paura è una cosa normalissima e del tutto normale. Per un pilota è un sentimento che bisogna accettare e controllare e di cui non bisogna mai vergognarsi.”

La retrocopertina del libro di Alan Steve Russell in cui è ritratto l’aliante acrobatico modello Alexander Schleicher ASK-21, marche I-IVWQ, in forza presso l’Aeroclub Volovelistico Castel Viscardo a bordo del quale l’autore ha speso diverse ore di volo del suo addestramento quale pilota di volo a vela. Si tratta di uno degli alianti scuola moderni tra i più diffusi al mondo, costruito completamente in materiali compositi benché il progetto risalga alla fine degli anni ’70. Disegnato dall’ingegner Rudolf Kaiser (da cui la lettera “K” che segue le iniziali del Costruttore e precede il numero di progetto realizzato in ordine di tempo dall’azienda di Poppenhausen in Germania) è stato costruito in più di 800 esemplari. Recentemente la Schleicher ne ha reso disponibile la versione “B” con l’introduzione di alcuni aggiornamenti e migliorie funzionali tali da rinverdire questo aliante universalmente riconosciuto come il modello per l’addestramento basico e l’acrobazia basica per antonomasia.

Come ogni esperienza risente del background, del presente e delle aspettative soggettive.

Certo non ci si aspetta l’uso di certi termini :

  • “vuoti d’aria” ogni pilota, soprattutto un volovelista sa bene che non esistono, ma sono solo forti discendenze. Ma per fortuna lo troviamo una volta sola.
  • “cabina” che riferito ad un aliante suona un pochino fuori luogo, infatti nel testo lo troviamo alternato a “abitacolo” termine più appropriato.

Tipograficamente parlando il volume “Il mio volo” è di ottima fattura. Curata nei minimi dettagli la copertina e la IV di copertina, i risguardi interni (che contengono la canonica biografia dell’autore e la sinossi del volume). Ottima la qualità della carta, l’impaginazione, il glossario dei termini tecnici presenti nella narrazione. Trattandosi di un volume autopubblicato si nota l’attenzione maniacale che l’autore ha avuto per ciascun dettaglio. Assai pregevoli le foto a colori presenti al centro del volume nonché le pagine che precedono ogni capitolo con uno stralcio del periodo chiave dell’intero capitolo, appunto; il tutto sottolineato da un gradevole carattere in corsivo che rende quasi confidenziale il testo. Viceversa l’uso molto parsimonioso del punto a capo rendono il testo piuttosto compatto (quasi monolitico) privando così il lettore di qualche istante di respiro o delle opportune pause di riflessione. Probabilmente il lavoro di un correttore di bozze avrebbe evitato un simile errore di gioventù … ma questo è il rovescio della medaglia dell’autopubblicazione di un volume … così, mentre possiamo leggere con occhio benigno i frequenti errori del “d eufonico”, non possiamo essere altrettanto indulgenti per quanto riguarda gli svarioni colossali come l’uso del termine “velivoli” riferito agli alianti o “vuotì d’aria” anziché turbolenze. 

Qualcuno potrà riconoscersi negli stati d’animo nelle emozioni provate.

Qualcun altro potrà ritenerle un po’ troppo esagerate.

L’autobiografia dell’autore conferma la sensazione che Alan Steve Russell sia l’elaborato pseudonimo scelto dall’autore per celare la sua vera identità. Mario Rossi no?

Il lettore non addentro al mondo del volo potrà rimanere anche un po’ disorientato, se non addirittura annoiato, dal forte dettaglio tecnico nel descrivere il volo.

“Questo è ‘Il mio volo in aliante’, un racconto, una storia realmente accaduta, come un piccolo fotogramma di un periodo della mia vita”

Ebbene sì! Questo è il volo in aliante di Marco Forcella.

Non è un racconto generico, ma il suo personalissimo percorso.

Il suo sentire e vivere il volo.

Essere parte di quel cielo che fin da bambino lo attirava, e che guardava voltando la testa all’insù.






Recensione e didascalie a cura di Franca Vorano

Didascalia e fotografie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





RACCONTI TRA LE NUVOLE – Prende quota LA X EDIZIONE

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X edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole



COMUNICATO STAMPA

nr 2 del 12 aprile 2022




Prende inesorabilmente quota la X edizione del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Inesorabilmente e con un buon “rateo di salita” occorrerebbe dichiarare, almeno secondo la fraseologia consona all’iniziativa.

Più prosaicamente siamo lieti di annunciare che, alla data odierna, la Segreteria del Premio ha già ricevuto ben tre racconti (evidentemente gli autori ce l’avevano in punta di penna!). Inoltre, secondo il nostro servizio di intelligence, ci teniamo a rendervi edotti che il “tema suggerito” di questa edizione è stato colto con parole di grande apprezzamento da uno svariato numero di soci dell’HAG. Certamente non si tratta di una fetta congrua dell’umanità volante ma comunque di una nicchia piuttosto significativa di esperti in materia.

Forse  – di questi tempi  – di “spirito di fratellanza” occorrerebbe almeno parlarne e non guasterebbe concretizzarlo con atti fraterni, appunto. Magari su scala planetaria e non solo nel mondo aeronautico. Sarebbe auspicabile … Intanto, nel nostro modesto microcosmo, intendiamo farlo per l’edizione 2022 del Premio. Dunque spirito di fratellanza nel mondo del volo in tutte le sue forme.

Tornando ai soci benemeriti dell’HAG (tutti appassionati piloti ma affetti da un’endemica stitichezza per la narrativa scritta) ci auguriamo che si cimentino davvero in qualche gradevole racconto a tema. Staremo a vedere. Perché è risaputo che i piloti sono un po’ come i marinai, i cacciatori e i pescatori … nel senso che sono inclini al racconto orale anziché quello scritto. Perché, che cosa avevate immaginato? 

In verità confidiamo nella moltitudine di appassionati di Aviazione e di Spazio piuttosto che negli addetti ai “voli” come i piloti o i manutentori aeronautici, giusto per citare alcune categorie.

Cogliamo invece l’occasione di questo comunicato stampa per accennare noi a un ottimo racconto (ma in realtà si tratta di un pezzo dai sapori giornalistici)  affinché gli autori/autrici che volessero cimentarsi in questa singolare sfida di parole possano tenerlo ad esempio. Giusto per far comprendere loro cosa intendiamo per “fratellanza” in Aviazione. Nulla di più. Naturalmente lungi da noi volerlo additare come il racconto perfetto da emulare – o peggio – scopiazzare.

Ci riferiamo al testo fornitoci da nostro fido Evandro Detti che porta per titolo proprio il nome/cognome dei due protagonisti principali: il tedesco Franz Stigler e lo statunitense Charlie Brown.

In questa pagina del sito VOCI DI HANGAR:

FRANZ STIGLER E CHARLIE BROWN

potrete apprendere l’intera vicenda che costituisce un caso esemplare di fratellanza tra piloti, sebbene nella fila delle opposte forze aeree belligeranti. Una storia di onore e di rispetto della vita umana, valori più che mai calpestati in questi giorni di guerra in cui vengono alla luce nefandezze inenarrabili compiute tra popoli fratelli.

Se vorrete sapere qualcosa di più a proposito di questo emblematico episodio della II Guerra Mondiale, potrete leggerne addirittura la scheda critica (stilata dalla Redazione del sito) in questa altra pagina:

Franz Stigler e Charlie Brown

  Buona lettura e, soprattutto, buona scrittura qualora questo racconto vi sarà d’ispirazione.

Resta inteso che il tema di fondo del Premio, a prescindere dal “tema suggerito” di questa edizione, è e rimane il tema aeronautico/astronautico. In tutte le sue molteplici forme, dimensioni, collocazioni spazio-temporali. Tema sviluppato rigorosamente nell’ambito di un racconto e non in favole o articoli giornalistici, epistole, poesie e tutte le altre forme narrative diverse da un racconto. RACCONTI LE NUVOLE, appunto.

 Buona scrittura.



Per qualsiasi informazione:                                        www.raccontitralenuvole.it

Presentazione libri



Siamo davvero molto lieti di annunciare che:

sabato 30 aprile 2022,

nella splendida cornice dell’aeroporto G. Ciuffelli di Rieti e, più precisamente nell’aula briefing dell’Aeroclub di Rieti, si terrà la presentazione di ben due libri scritti e pubblicati dal nostro (ahinoi) amico volovelista, al secolo Alan Steve Russell. Per gli amici … Alan.

La locandina dell’evento che mostra le copertine dei due libri di Alan Steve Russell, detto “Alan”

Benché sia risaputo che gli unici libri che si vendono siano quelli a sfondo erotico (“5 sfumature di grigio” e colori affini), egli ci illustrerà i contenuti di:

“Il mio volo in aliante”, 

volume fortemente autobiografico nel quale narra (quasi minuto per minuto) la sua esperienza personale di allievo pilota di aliante e di pilota di aliante poi.

Una fila infinita di ASK13 pronti al decollo … e ora quale prendiamo per andare in volo? (foto proveniente da www.flickr.com)

Non contento, Alan ha poi continuato a volare a vela e a scrivere (ma non aveva proprio niente da fare?) pubblicando il suo secondo libro intitolato:

“Un volo per l’eternità” 

dove finzione e realtà personale si uniscono in un tutt’uno (praticamente un intruglio!)

Si parlerà dunque di cielo, di aria, di alianti e – tranquilli -di nulla che possa avere una componente pornografica (peccato!). Tuttavia verranno mostrate immagini compromettenti di alianti ignudi in pose osé (per esempio con l’alettone alzato o la cappottina tutta aperta), oppure scatti che ritraggono l’autore intento nel pilotare un povero aliante inerme e tanto altro che in questa sede non possiamo rivelarvi, salvo essere eliminati fisicamente.

Uno fotogenico ASK 21 immortalato con il tramonto sull’ala (foto proveniente da www.flickr.com)

La chiacchierata informale – ed ecco la vera notizia – sarà animata (e probabilmente rovinata) dalla presenza del nostro webmaster in qualità di presentatore/intervistatore/guastafeste che porrà all’autore domande indiscrete, irriverenti, intime, insulse, inopportune e … poi sono finiti gli aggettivi che cominciano con la”i”! Insomma, ci siamo capiti!?

Inoltre chi vorrà (se proprio ne sente la necessità viscerale) potrà rivolgere domande direttamente all’autore. In italiano e nella speranza che costui risponda in modo coerente.

Infine, siccome nel nostro paese tutto finisce a tarallucci e vino, la presentazione terminerà con un ricco buffet, senza musica, ricchi premi e cotillon, senza tappeto rosso, banda e majorett ma tutto offerto da Alan.

In quella occasione si potrà avvicinare l’autore, sbaciucchiarlo, fargli proposte indecenti, ivi compresi l’autografo su una o più copie suoi libri previa minacce di ritorsioni fisiche. Libri che, per lo speciale evento, verranno ceduti a un prezzo promozionale (due al prezzo di due, uno al prezzo di tre, ecc ecc).

Un ASK 21 che evoluisce nei cieli di Rieti mentre i fumogeni tricolore sottolineano le audaci traiettorie percorse in aria altrimenti invisibili ai più. (Foto proveniente da www.flickr.com scattata da Luca Carloni, addetto antincendio aeroportuale per professione, fotografo per passione)

L’evento è aperto a tutti i soci dell’Aeroclub di Rieti, ad amici e benefattori, oltre che ai semplici curiosi. A questi ultimi sarà consentito l’accesso in aeroporto dichiarandosi al citofono dell’ingresso aeroportuale con la parola d’ordine:  “Belèn”. Sarà spalancato loro il cancello.

Magari sarà l’occasione per loro di vedere da vicino gli alianti e i piloti di alianti (razza quasi in via di estinzione) e, per i più temerari … addirittura di poter volare in aliante! Ma con moderazione … perché se poi dovesse piacervi?

E buona presentazione!



Per qualsiasi informazione o per anticipare la propria presenza si prega di contattare la Segreteria dell’Aeroclub Rieti al numero di telefono: 0746 – 203637



Aeroclub di Rieti: ingresso civile aeroporto, lato campeggio. adiacente hangar bianco, via C. Rosatelli, 111 – Rieti

RACCONTI TRA LE NUVOLE – DECOLLATA LA X EDIZIONE

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X edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole



COMUNICATO STAMPA

nr 1 del 01 aprile 2022



E’ appena decollata – e non è un “pesce d’aprile” – la X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE, il premio letterario organizzato dall’associazione di velivoli storici HAG, Historical Aircraft Group, e dal nostro sito con la collaborazione della rivista VFR AVIATION e della FISA, Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico.

L’edizione 2022, conferma il sostegno economico di VR MEDICAL, azienda farmaceutica che ha sviluppato dei prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie, oltre alla salute della donna. Per ultimo ha anche cura della nuova letteratura aeronautica italiana.

E’ un’azienda dinamica operante nell’ambito della salute. Nata dalla scissione di un ramo di azienda della Vita Research, VR Medical è un azienda specializzata nelle terapie per il sistema muscolo-scheletrico e produce prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie. VR Medical è altresì specializzata nella produzione e commercializzazione di prodotti per la salute della donna, con una linea di prodotti ginecologici per il trattamento osteopenia e osteoporosi, sindrome dell’ovaio policistico e cistite. VR Medical collabora con ricercatori universitari e centri di ricerca, e vanta un team di professionisti altamente qualificati che lavorano quotidianamente per offrire ai medici e pazienti prodotti innovativi per la salute e terapie all’avanguardia.

Il Premio rimane puramente letterario. Dunque racconti in tutte le salse e – ci teniamo a sottolinearlo – solo racconti. Di volo, cielo, piloti, insetti, nuvole e ogni altra entità organica e inorganica purché appartenente alla dimensione aerea. Aviazione, spazio e tutto quanto voli, dentro e fuori l’atmosfera terrestre.

Viceversa, a differenza delle ultime edizioni, gli organizzatori  hanno preferito sostituire il già sperimentato personaggio storico con un più generico tema suggerito.

Sensibili a quanto sta accadendo alle porte del nostro paese, L’HAG e VOCI DI HANGAR hanno preferito spostare l’attenzione degli autori/autrici su quello che ritengono essere un valore universale: la fratellanza, specificatamente nell’ambito del mondo aeronautico.

E’ un editore con una valida collana a carattere aeronautico nella quale vicende moderne e piu`lontane nel tempo si alternano. Si è occcupata della stampa e della diffusione dell’antologia del Premio.

Dunque non solo fratellanza in senso strettamente anagrafico (quella tra consanguinei per intenderci), ossia limitata al reciproco sentimento di affetto, disinteressato sostegno o spontanea complicità tipica dei fratelli/sorelle … ma anche in senso più ampio del termine. Uno spirito di fratellanza molto più allargato che, per esempio, sussiste tra i popoli, le genti non meglio definite, le etnie, le religioni ma anche tra praticanti della stessa attività lavorativa o sportiva, tra commilitoni, piloti o semplici appassionati di volo. Insomma l’Aviazione che unisce e rende fratelli in senso lato, a prescindere dalle coccarde o dalle sigle dipinte sulla fusoliera.

VFR Aviation ogni mese ti porta in quota con informazioni, notizie, tecnica, curiosità su tutto ciò che vola. Che pesi pochi grammi o qualche tonnellata, voli a poche decine di metri da terra o nella stratosfera, sia costruito in catena di montaggio o in un garage, abbia volato un secolo fa o da poche ore. Aerei e piloti su VFR Aviation sono in edicola o a portata di click, perché la passione per il volo non si spegne quando le ruote toccano terra.

La scelta nasce alla luce degli ultimi tragici accadimenti internazionali e da uno specifico episodio che ha visto gli organizzatori imbattersi in una vicenda  meritevole di essere raccontata.

Eccola: un socio dell’HAG ha confessato che da qualche tempo – praticamente dopo averla scoperta – si prende di cura di una tomba assai singolare nonché pressoché abbandonata collocata all’interno del cimitero di Milano. Ebbene essa contiene quelle che furono le spoglie mortali di due fratelli deceduti a distanza di alcuni anni uno dall’altro. Entrambi ufficiali piloti della Regia Aeronautica, entrambi periti nello svolgimento del loro dovere di soldati dell’aria. Accomunati nella vita come nella morte da un grande amore per il volo, uniti dal legame di sangue ma anche da valori e ideali indissolubili.

FISA – Fondazione Internazionale per lo Sviluppo Aeronautico. E’ un’associazione che promuove la disciplina sportiva e ricreativa del volo con particolare riguardo al Volo a Vela come strumento di educazione e formazione personale e sociale

Come non rimanere stupiti di fronte a una simile “vicenda”?!

Per chi vorrà saperne di più, troverete tutta la storia nella presente pagina:

https://www.facebook.com/groups/1092883257391073/permalink/5069761033036589/

I racconti che conterranno riferimenti al tema suggerito verranno premiati dalla giuria con una valutazione proporzionale all’entità e alla bontà del tema della fratellanza nell’ambito del racconto: maggiore la bontà e l’originalità dei riferimenti presenti nel testo, migliore sarà la valutazione da parte della giuria.

Intendiamoci: il racconto che l’autore/autrice vorrà fornire alla Segreteria del Premio potrà avere un generico tema aeronautico e/o astronautico oppure può  – ma non deve necessariamente – raccogliere il suggerimento degli organizzatori del tema della fratellanza in Aviazione. 

Dunque i partecipanti si ritengano liberi di cimentarsi liberamente nell’uno o nell’altro tema, fermo restando il modulo narrativo del racconto.

L’associazione italiana che promuove lo sviluppo, la diffusione e l’approfondimento di tutte quelle tematiche inerenti il patrimonio culturale e tecnologico che gli aeromobili rappresentano. Un gruppo di piloti o semplici sostenitori simpatizzanti che si prefiggono di cercare, valorizzare e restaurare in condizioni di volo aeromobili storici

Ricordiamo che anche quest’anno il regolamento prevede la fotografia dell’autore/autrice. Al fine di dare un volto al loro nome e cognome, lo scatto verrà utilizzato nella pagina web del Premio e di VOCI DI HANGAR. Ovviamente dovrà essere a colori e dovrà ritrarre in primo piano l’autore/autrice benché uno “sfondo aeronautico” non verrà certo disdegnato.

Rimangono inalterate:

  • partecipazione gratuita,
  • giuria prestigiosa e anonima fino alla dichiarazione dei vincitori
  • pubblicazione gratuita dei racconti finalisti nell’antologia del Premio edita dall’editore LOGISMA,
  • volo gratuito a bordo di un velivolo monomotore HAG,
  • pubblicazione dei racconti non vincitori nel sito VOCI di HANGAR, targhe e diplomi di partecipazione.

Ad essi si aggiunge il premio speciale VR MEDICAL che verrà attribuito al racconto più meritevole secondo il giudizio insindacabile dell’amministratore dell’azienda.

Ulteriori novità nel prossimo comunicato.

A questo punto rompete gli indugi perché l’atterraggio della X edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE è prevista per il 30 giugno mentre per il 1 agosto è fissata la divulgazione dei nomi dei 20 finalisti. Per la classifica finale e proclamazione del vincitore occorrerà invece attendere fino al 1 settembre.

E ora … scaldate i motori e … di corsa a scrivere!

         

Per qualsiasi informazione:                       www.raccontitralenuvole.it

                                                                  




Ecco il bando contenente anche la scheda di partecipazione:

Logo Racconti Tra Le NuvoleBando Premio letterario Racconti fra le nuvole 2022



La missione segreta

titolo: La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale

autore: Eric Carter con Antony Loveless

editore: Newton Compton Editori

anno di prima pubblicazione: 2014, novembre

ISBN cartaceo: 978-88-541-6981-4





Confesso la mia ignoranza! E nell’accezione più genuina del termine: inconsapevolezza, non conoscenza, mancanza di informazione. Ossia, ammetto che ignoravo quasi completamente un episodio storico forse fondamentale  eppure religiosamente celato per anni nelle pieghe della storia della II Guerra Mondiale. Mi riferisco a quella che venne denominata in codice: missione “Force Benedict”.

Confessatelo: anche voi vi sentite molto ignoranti, nevvero? Tranquilli, temo che costituiremo una compagnia ben nutrita giacché avremo modo di parlarvi di una delle operazioni militari tra le più segrete fra quelle effettuate dalle forze armate alleate, in particolare britanniche. Soprattutto perché – udite, udite – praticata in collaborazione con quelle sovietiche.

Ma ora metteremo un po’ di ordine fornendo alcune coordinate temporali e geografiche.

Domenica 22 Giugno 1941.

Gran Bretagna.

Questo scatto è apparso nelle pagine del Daily Mirror e ritrae l’autore all’età di 93 anni alla vigilia della speciale cerimonia tenutasi nel 2013 a Downing Street nel corso della quale l’allora primo ministro David Cameron gli ha conferito uno speciale riconoscimento: la medaglia Arctic Convoy Star. Erano trascorsi solo 72 anni da che Eric era partito alla volta di Murmansk passando per l’Islanda e attraversando il burrascoso quanto gelido Mare Artico  col rischio continuo di affondamento ad opera degli U-boot tedeschi nonché delle forze aeree naziste di stanza in Finlandia. 72 anni: il tempo tecnico per riconoscergli i giusti meriti e riportare alla luce una missione di cui lui era rimasto uno dei pochi sopravvissuti. Nel corso dell’intervista dichiarò: “Non credo che l’operazione ottenga il credito che merita. Se Murmansk fosse caduta, l’intero corso della storia sarebbe stato molto diverso.”  Purtroppo la sua immagine serena e sorridente è riapparsa qualche anno dopo (luglio 2021) sempre nelle pagine dei giornali britannici quando il figlio ha annunciato la sua morte e ha dichiarato:”Ha condotto una vita piena e affascinante.” e ha aggiunto: “Sono orgoglioso di lui e degli altri di quella più grande generazione che ha sacrificato la propria giovinezza, se non la propria vita, per consentirci di godere delle libertà che abbiamo oggi”. foto proveniente dal Daily Mirror, www.https://www.mirror.co.uk/)

Primo ministro britannico, al secolo Winston Churcill.  

Alle 8 in punto del mattino egli riceve una notizia di una gravità inequivocabile: Hitler ha lanciato la missione in codice Operazione Barbarossa!

Vale a dire che l’invasione dell’Unione Sovietica è cominciata. E tutto lascia pensare che avrà luogo con la stessa fulminea ferocia con cui la Luftwaffe (l’Aeronautica militare germanica) e la Wehrmacht (l’Esercito germanico) hanno già sbaragliato la modesta Polonia, la grande Francia, gli indifesi paesi nordici di Svezia, Finlandia e Norvegia nonché i minuscoli stati neutrali di Olanda, Belgio, Danimarca e Lussemburgo. Solo l’intrepida Gran Bretagna ha resistito all’orda teutonica giacché, grazie ad una difesa aerea moderna e ben organizzata e, non ultimo, all’aiuto di piloti anche stranieri, la RAF (Royal Air Force – Aeronautica militare britannica) ha avuto la meglio in quella che viene universalmente chiamata come “La battaglia d’Inghilterra”. Tuttavia ancora brucia la fuga da Dunkerque del Corpo di spedizione britannico costretto a battere in ritirata, con la coda tra le gambe, lasciando il continente alla mercé dei teutonici.

La breve sinossi del libro di Eric Carter

In effetti, agli occhi miopi del primo ministro britannico, anche se l’assalto al suolo natio appare ormai scongiurato, la resistenza del colosso sovietico non sembra poi così scontata. Anzi.

In un istante egli comprende che, senza l’aiuto della Gran Bretagna e, in misura ancora maggiore, degli amici statunitensi, lo Stato comunista potrebbe cadere facilmente sotto l’incalzare delle armate germaniche. E una volta caduta la Russia quel satanasso di Hitler avrebbe di nuovo rivolto tutte le sue forze – non solo aeree stavolta – verso la Gran Bretagna.

Anche se la foto ha un non so che di poetico, in realtà mostra le difficili condizioni ambientali in cui dovette muoversi il 151° Wing britannico nell’aeroporto di Vaende prima che le copiose nevicate riducessero drasticamente la sua attività operativa. L’Hawker Hurricane qui ritratto era uno dei trentanove inviati in prima battuta da Churchill in aiuto a Stalin il quale aveva chiesto degli Spitfire. Ovviamente i Supermarine rimasero a difendere i cieli dell’isola britannica e, per quanto gli Hurricane non fossero da buttare via, erano ormai considerati superati dai più maneggevoli e veloci “Sputafuoco”. Sicuramente ancora peggio fecero gli alleati statunitensi che inviarono ai sovietici dei poco convenzionali Bell P-39 Aircobra (foto proveniente da www.flickr.com)

Churcill sapeva perfettamente che la Russia era ancora un paese arretrato con armamenti obsoleti e vertici militari impreparati a gestire un’invasione. Così, probabilmente senza neanche consultare i membri del suo gabinetto, la sera stessa, nel corso di un discorso radiofonico alla nazione, dichiarò il sostegno della Gran Bretagna al paese guidato dal dittatore Josif Stalin.

Detto fatto: dopo neanche un mese, esattamente il 20 luglio, a mezzo di messaggio telegrafico,  Churchill annunciò a Stalin che la Gran Bretagna avrebbe fornito un primo stormo di caccia Hurricane al completo. Era nato il 151° Wing e aveva preso avvio la missione Force Benedict.

Rigorosamente sorvegliati da un milite sovietico, alcuni equipaggi britannici ingannano l’attesa di una missione su allarme ascoltando un grammofono. (foto proveniente da www.flickr.com)

Come anticipato la missione si avviò, si sviluppò e terminò nella più assoluta segretezza e dunque non ci deve stupire se, a tutt’oggi poco sia trapelato o ricordato. Occorre perciò riconoscere il merito di aver provveduto a questa lodevole opera di divulgazione storica a Eric Carter e Antony Loveless che si sono cimentati nella stesura di un diario dal tono giornalistico che è appunto il volume oggetto di questa recensione.

Il primo, che ci ha lasciato per sempre nel luglio del 2021 alla veneranda età di 101 anni, partecipò alla missione in qualità di pilota mentre il secondo è un affermato giornalista-fotografo, autore di alcuni libri dedicati a piloti del II conflitto mondiale.

Dunque non corrucciatevi per la vostra “ignoranza” in fatto di Force Benedict. Non siete i soli.

Spiega Carter:

“L’obiettivo della nostra missione era consegnare la prima partita di Hurricane, difendere il porto di Murmansk e insegnare ai russi a volare e curare la manutenzione degli aerei. Semplice. Avremmo ceduto ai russi tutto l’equipaggiamento che avevamo portato con noi”

Alcuni numeri della Force Benedict: 550 uomini impegnati per circa 4 mesi in territorio russo. Tra questi 38 piloti. E tra questi il nostro autore. Sortite effettuate: 365. Attività operativa effettiva: 5 settimane. Aeroplani abbattuti: 11 Messerschmitt Bf-109, e 3 bombardieri Junkers Ju-88. Inoltre quattro velivoli probabilmente abbattuti ma non confermati, almeno sette velivoli nemici danneggiati. Hurricane trasportati dalla HMS Argus: 24. Hurricane trasportati in container e poi assemblati: 15. (foto proveniente da www.flickr.com)

A questo punto occorre premettere che difendere strenuamente la base navale di Murmansk non fu un vezzo eccentrico di Churcill o del ministro dell’Aria britannico. Semplicemente aggiunge Carter:

“Murmansk e il porto di Arcangelo sul mar Bianco assorbivano grandi quantità di aiuti dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, i quali avrebbero giocato un importante ruolo nella sopravvivenza della Russia”.

In effetti Murmansk, porto libero dai ghiacci anche in pieno inverno, era collegato con le regioni della Russia centrale mediante una valida rete ferroviaria tanto che in quel luogo giunsero innumerevoli convogli artici alleati destinati a rifornire tutta la Russia di ogni ben di Dio possibile e immaginabile. Ecco perché la base navale – parole di sir Winston Churchill – “andava difesa ad ogni costo”.

Le copertine delle edizioni in lingua originale. Il ragazzone cresciuto con i baffetti e in divisa della RAF è ovviamente l’autore del volume quando partecipò appunto alla missione Force Benedict. Sullo sfondo, in basso, è possibile notare alcuni soldati russi che sorvegliano – armati – gli Hurricane del 151° Wing parcheggiati in una delle tante aeree di diradamento completamente innevate dell’aeroporto di Vaende; in alto è ritratto uno stuolo di Hurricane che scortano i bombardieri russi in una delle tante missioni congiunte di bombardamento delle linee tedesche. La copertina risulta perciò perfettamente attinente al contenuto del libro che custodisce e pubblicizza. Purtroppo ben altra storia riguarda la copertina della versione italiana.

Affinché i nazisti non potessero dilagare nella penisola di Kola partendo da Norvegia e Finlandia e sfondando definitivamente il fronte per giungere poi fino a Mosca, i britannici decisero di dislocare il reparto nell’aeroporto di Vaende, proprio nelle immediate vicinanze di Murmansk. Proprio a ridosso del fronte.

E fin qui – direte voi – niente di particolare. Sì, in effetti … se non fosse per un espediente alquanto originale: una parte degli Hurricane – rigorosamente terrestri, occorre precisarlo – vennero trasportati e lanciati in volo dal ponte della portaerei HMS Argus che incrociava a diverse centinaia di miglia dalla costa russa mentre la restante parte giunse ad Arcangelo (dall’altra parte del Mar Bianco) via Islanda, in nave, smontati all’interno di container. Al loro seguito uomini e mezzi necessari per rimontarli, renderli e mantenerli operativi. Dunque piloti, meccanici, magazzinieri, addetti alla logistica, insomma uno stormo completo e operativo in tutte le sue attività.

Siamo nel settembre del ’41, a soli tre mesi dall’inizio dell’invasione del colosso sovietico. Perdonate la precisazione.

Accenniamo invece all’episodio dell’Argus per farvi comprendere il grado di audacia che contraddistingueva questa missione e che – altra precisazione – presupponeva la piena collaborazione – non certo scontata – dei russi. Viceversa non aggiungeremo altro circa quanto accadde a Vaende fino 6 al dicembre del 1941 quando, ufficialmente, la missione ebbe termine … lasciamo perciò ai lettori il piacere e la sorpresa di leggere di combattimenti aerei all’ultima pallottola, di memorabili ubriacature, nevicate impensabili, miracoli tecnologici e, purtroppo, anche incidenti tragicomici.

Se la IV di copertina della versione in lingua italiana riporta diligentemente le opinioni di due prestigiosi quotidiani britannici (ma in realtà di diffusione internazionale), la I di copertina ci è apparsa letteralmente scandalosa. Anzitutto non si capisce come sia venuto in mente ai curatori (Carol Gullo per il progetto grafico e Alessandro Tiburtini per la realizzazione) di porre in primo piano un cappello di ordinanza di un ufficiale tedesco quando il libro ha per protagonista un pilota britannico. Della serie: che c’azzecca? Praticamente nulla! Nondimeno equivoca è la foto di sfondo che mostra un drappello di soldati germanici a rapporto di fronte ad alcuni loro ufficiali. Peccato che i primi indossino il classico elmetto con la punta di lancia in uso nel corso della I Guerra Mondiale anziché nella seconda. Potremmo sorvolare sugli sbarramenti di filo spinato e paletti posti alle loro spalle tuttavia, la sensazione che l’immagine reca nell’insieme è quello tipico della tristemente famosa guerra di trincea che caratterizzò il I conflitto mondiale. Probabilmente l’unico aspetto visivo allineato con quanto narrato da Eric Carte è la coltre di neve che ricopre il terreno. Insomma una copertina da dimenticare che non ha alcuna pertinenza con il volume che ricopre. Anzi testimonia in modo pressoché inequivocabile che chi l’ha allestita non ha neanche sbirciato il risguardo interno contenente la sinossi del libro, figuriamoci leggere tutto il libro. Peccato perché questo squalifica immancabilmente la qualità editoriale del prodotto e l’editore stesso sebbene abbia sostenuto in modo tangibile questa lodevole iniziativa culturale in un mercato editoriale – quello italiano – non certo curioso su simili tematiche. D’altra parte, se è vero che un buon editore deve incaricare un valido traduttore – nel caso specifico Alessandro Borelli – e deve affidarne la stampa a una buona tipografia (la Puntoweb) affinché stampi il libro con carta opaca di buona qualità, lo rileghi accuratamente e infine lo confezioni con una copertina  altrettanto valida … beh, su questo aspetto la Newton Compton Editori è scivolata letteralmente su un casco di banane.

Ora, a distanza di tanti anni da quei giorni, viene da chiedersi: il buon Winston aveva visto giusto? E la Force Benedict fu davvero determinante nella vittoria contro Hitler?

Ebbene, con il senno di poi, noi posteri possiamo affermare che il primo ministro britannico aveva visto giusto: le forze militari tedesche, nelle prime settimane di ostilità fecero letteralmente scempio dell’Aviazione con la stella rossa e nondimeno dell’Esercito con la stella rossa. Il paese rischiò davvero di crollare e lo salvò il famoso “generale inverno” di bonapartiana memoria, l’immensità del suo territorio e l’allungamento impossibile delle linee di rifornimento tedesche. Non ultimo la drammatica tattica russa di fare terra bruciata attorno alle armate hitleriane oppure i vertiginosi ripiegamenti o la folle resistenza delle truppe sovietiche con combattimenti casa per casa.

Per quanto concerne la reale utilità  della Force Benedict, nell’epilogo del volume, l’autore ammette che non fu una missione davvero determinante ai fini della vittoria della II Guerra Mondiale. Piuttosto fu certamente la missione con la quale presero avvio i convogli artici diretti verso la Russia e, aspetto fondamentale, dimostrò che era possibile una coalizione contro Hitler anche con i sovietici. Non dimentichiamo infatti che, al momento in cui prese avvio della missione, gli Stati Uniti erano ancora ufficialmente neutrali e ben si guardavano, sulla scorta dell’esperienza del precedente conflitto mondiale, di impegnarsi in un’altra guerra sul suolo europeo. Poi avvenne Pearl Harbour … e la storia ebbe tutto un altro percorso!

I russi, viceversa, nel 1939 avevano sottoscritto un patto di non aggressione (il famoso Molotov-Ribbentrop) con la Germania ciononostante erano stati ugualmente invasi dalle armate naziste e dall’oggi al domani si erano trovati nella medesima situazione della Gran Bretagna. Forse peggiore.

Il risguardo interno del volume che contiene alcune note biografiche degli autori

In effetti, sintetizzando l’opinione dell’autore espressa nel libro, anche se Murmansk rimase sempre saldamente in mano ai sovietici, poco e quasi nulla fecero a tal fine le prime dozzine di Hurricane del 151° Wing mentre qualcosa di ben più consistente poterono le migliaia di velivoli che giunsero nei mesi successivi attraverso il corridoio artico inaugurato dalla missione Force Benedict.

Intendiamoci: durate la loro breve permanenza a Vaende i piloti britannici le suonarono di santa ragione ai nazisti come pure gli Hurricane scortarono diligentemente  i bombardieri sovietici senza che questi fossero minimamente disturbati dai caccia nemici ma di qui a dire che la loro presenza diede una svolta al conflitto … beh, ci siamo capiti!? 

In verità circa l’utilizzo di velivoli britannici, in particolare Hurricane, da parte dei sovietici ne avevo una sbiadita memoria. Ero incappato nei pregi e difetti espressi dai sovietici proprio in occasione della stesura di alcune note didascaliche a corredo di una recensione di un volume che li aveva per protagonisti. E dire che le opinioni formulate (e pedissequamente riportate), non erano per nulla entusiasmanti … tutt’altra storia invece nel libro di Eric Carter. A suo dire, i piloti della forza aerea con la stella rossa, furono entusiasti fin da subito dei velivoli della Hawker e furono ben lieti di utilizzarli dopo un breve addestramento sebbene Stalin avesse chiesto per loro i più performanti Spitfire. Naturalmente ricordavo perfettamente la “Legge affitti e prestiti” con la quale gli Stati Uniti, non ancora entrati nel conflitto mondiale, riversarono tonnellate e tonnellate di materiale di tutti i generi (non solo bellico) sulla Gran Bretagna prima e verso la Russia dopo. Come dimenticare poi convogli facevano la spola tra il continente americano e quello europeo o la battaglia navale nell’Atlantico degli U-boot contro le frotte di navi cargo dirette in Europa? Ma di una missione britannica in terra sovietica proprio non ci avrei giurato. Tutto merito del com.te Fernando Bucciolotti che, prima mi ha pungolato con un: “Non conosci la Forza Benedict” ?! e poi mi ha concesso in prestito (un lungo prestito) il volume di Eric Carter affinché ne potessi scrivere la recensione. Questa (foto proveniente da www.flickr.com) 

Quanto alla collaborazione dei sovietici … la loro vena di disponibilità si esaurì molto rapidamente e divenne pressoché unidirezionale. I sovietici infatti tornarono ad essere sfuggenti, atavicamente diffidenti nei confronti degli stranieri, ossia approfittarono a mani basse degli aiuti alleati ma non si coordinarono mai con loro né adottarono le efficaci tecniche di combattimento introdotte proprio dai piloti britannici. Insomma manifestarono ciò che poi divennero negli anni a venire: un blocco monolitico impermeabile e addirittura avverso all’Occidente.

In buona sostanza il contenuto del libro smentisce i caratteri cubitali maldestramente presenti in copertina che molto ricordano quei tabloid scandalistici britannici attentissimi agli scandali di corte. Copertina sulla quale preferiremmo stendere un velo pietosissimo salvo esprimere la nostra spassionata opinione nella didascalia relativa. E dire che l’edizione in lingua originale ha una copertina impeccabile!

Anche sul modo con cui è stato convertito il titolo originale del libro nutriamo una sincera perplessità. Con tutto il rispetto per la regista Lina Wertmuller … ma questo sembra il titolo chilometrico di uno dei suoi film anziché un libro di guerra!?

Generalmente un editore avveduto si prefigge di catturare l’attenzione di un potenziale acquirente appassionato del mondo aeronautico o di storia dell’aviazione a mezzo di copertina e titolo  … beh, questa copertina e questo titolo non lo aiutano certo nel suo scopo. Già il settore della narrativa aeronautica in Italia è ridotto a un lumicino, se poi consideriamo che un siffatto libro non brilla sicuramente di luce propria, è probabile che un potenziale lettore non lo vedrà neanche per errore nel marasma di volumi presenti in libreria, convenzionale o digitale sia. Obiettivo mancato, libro dimenticato.

Venendo al testo del volume, benché diviso in capitoli disposti in modo cronologico, ci è  apparso alquanto disordinato nella narrazione iniziale. Infatti, contrariamente a quanto ci potremmo aspettare sfogliando le prime pagine, il libro non segue la logica ferrea di un diario con tanto di date che cadenzano i vari capitoli. E forse, detto tra noi, sarebbe stata la salvezza per il lettore …

In osservanza allo scopo della missione, un pilota britannico istruisce un suo omologo sovietico al pilotaggio dell’Hurricane. Naturalmente occorreva sempre passare attraverso la mediazione di interpreti tuttavia, nonostante la barriera linguistica, tra piloti ci si capiva facilmente e l’addestramento fu relativamente veloce (foto proveniente da ww.flickr.com)

Il secondo capitolo, in particolare – quello dedicato alla Battaglia d’Inghilterra – espone una tale sequela di personaggi e di fatti che il lettore ne rimane disorientato. Fortunatamente i capitoli successivi diventano più ordinati e i filo cronologico riprende a dipanarsi senza deviazioni disordinate.

Inoltre il testo del volume, benché in buona parte autobiografico, è fastidiosamente costellato di citazioni di altri volumi, di altri autori o voci narranti che – a nostro modesto parere – sono state enfatizzate in modo assai discutibile da un carattere di dimensioni più minute rispetto al testo di Eric Carter e Antony Loveless. Forse un corsivo sarebbe stato più adeguato a renderlo tipograficamente omogeneo. E anche meno faticoso da leggere giacché siamo a limiti dell’uso di una lente d’ingrandimento. In verità ci domandiamo: da quando in qua si inserisce una citazione con un carattere più piccolo di tutto il resto? Solo in questo libro! Bah …

Anche la scelta di narrare la storia personale dell’autore in ordine cronologico ci appare poco strategica ai fini della cattura dell’attenzione del lettore. Avviare il libro con l’adunata inspiegabile e segretissima dei piloti della missione avrebbe letteralmente incollato il lettore alle pagine successive mentre qualche flashback collocato ad arte avrebbe potuto fornire gli elementi per comprendere meglio certi personaggi, Eric Carter per primo. Ma gli autori lo hanno impostato in altro modo … peccato! 

Strepitoso invece il prezzo di vendita per un volume in brossura, rilegato in modo impeccabile, con tanto di sovraccoperta a colori. 

Per carità, siamo di fronte ad un libro di nicchia, di buona fattura che, solo per la sua nobile opera divulgativa, merita tutto il nostro rispetto. Inoltre la narrazione risulta piacevole e solo in alcuni tratti appena poco più lenta.

Hurricane e pilota in russia
L’inconfondibile muso di un Hurricane spicca in mezzo alla landa imbiancata e gelida dell’aeroporto ove si dislocò la forza aerea britannica inviata a dare man forte ai sovietici. Le proibitive condizioni ambientali rallentarono inesorabilmente le attività del reparto e inoltre, poiché lo scopo della missione era ormai raggiunto, già a novembre i piloti di Sua Maestà bighellonavano indolenti. La missione Force Benedict rimase sempre celata giacché i britannici non vollero mai mettere in imbarazzo gli assai suscettibili alleati sovietici dichiarando che erano andati in loro soccorso e, di contro, Stalin non ammise mai apertamente di aver chiesto aiuto a Churchill. Lo stesso primo ministro britannico si ostinò a mantenere segreta la missione malgrado i membri dello stormo fossero rientrati in patria da più di due mesi e la pressione della stampa fosse divenuta ingestibile. Tuttavia, pur di non fornire argomenti alla propaganda tedesca, tentò in ogni modo di minimizzare la portata della missione pilotando l’opinione pubblica verso altri fronti e argomenti. Viceversa egli teneva molto alla Force Benedict, missione che volle fortissimamente e, come se fosse una sua creatura, la seguì sempre con molta attenzione nonostante non fosse certo privo di impegni e preoccupazioni. (proveniente da www.flickr.com)

Ottimo il racconto di episodi di battaglia aerea e praticamente assenti svarioni di carattere tecnico.

Eccellente la premessa del libro di un certo Fermot O’Leary il quale chiude con una riflessione la cui bontà costituisce il vero valore aggiunto del libro. Eccola:

“Col passare degli anni è molto importante preservare queste testimonianze di prima mano.”

Si riferisce chiaramente alla testimonianza oculare di Eric Carter. E conclude affermando:

“Voglia il cielo che i nostri figli e i figli dei nostri figli non debbano mai sopportare le cose che Eric e quella della sua generazione hanno vissuto. Ma dovranno conoscere ed essere grati per il sacrificio che tante persone hanno fatto per tutti loro.”

 Che poi è il senso ultimo del libro di Eric Carter …






Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





L’eccidio di Kindu



L’11 novembre 1961 tredici aviatori italiani, in missione per conto dell’ONU, furono barbaramente trucidati in Congo, nei pressi dell’aeroporto di Kindu.

Erano i membri degli equipaggi di due velivoli da trasporto Fairchild C-119 Flying Boxcar con nome in codice Lyra 5 e Lupo 33, bimotori da trasporto appartenenti all’Aeronautica Militare Italiana in forza alla 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa.

In occasione del 60° anniversario della tragica ricorrenza, il nostro hangar ricorda l’eccidio di questi 13 uomini di pace che, disarmati sebbene militari, furono dapprima imprigionati e poi passati per le armi, infine probabilmente cannibalizzati dai miliziani congolesi.  

La loro fu una sorte terribile e – purtroppo – dimenticata o addirittura ignorata ai più, addetti ai lavori e appassionati di storia dell’aviazione compresi.

VOCI DI HANGAR intende perciò svolgere opera di divulgazione presso le nuove generazioni e al contempo di mantenimento della memoria del sacrificio compiuto da quegli uomini in divisa azzurra. Affinché vengano degnamente onorati, oggi come negli anni a venire.

E’ per questo motivo che VOCI DI HANGAR, in collaborazione con l’HAG (Historical Aircraft Group) ha scelto come personaggio storico del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, edizione 2021 proprio quegli uomini e quel terribile episodio della storia recente del nostro paese. La scelta poi è stata fatta propria dagli autori/autrici che hanno partecipato al Premio con i loro racconti, per lo più aventi come protagonisti diretti o indiretti proprio i tredici di Kindu.

Ed è sempre per lo stesso motivo che l’HANGAR li omaggerà nelle prossime settimane pubblicando racconti e recensioni di libri inerenti la triste vicenda. 

La pagina del giornale “La Nazione” che annuncia la raccapricciante notizia (foto proveniente da www.flickr.com)



Per l’intanto permetteteci di ricordare gli aviatori italiani così bestialmente martirizzati citandoli appunto in ordine rigorosamente alfabetico di cognome:

 

† Onorio De Luca † ,

Sottotenente pilota, 25 anni, di Treppo Grande (UD)



† Filippo Di Giovanni † ,

Maresciallo motorista, 42 anni, di Palermo



† Armando Fausto Fabi † ,

Sergente maggiore elettromeccanico di bordo, 30 anni, di Giuliano di Roma (FR)



† Giulio Garbati † ,

Sottotenente pilota, 22 anni, di Roma



† Giorgio Gonelli † ,

Capitano pilota, 31 anni, di Ferrara



† Antonio Mamone † ,

Sergente maggiore marconista, 28 anni, di Isola di Capo Rizzuto (KR)



† Martano Marcacci † ,

Sergente elettromeccanico di bordo, 27 anni, di Collesalvetti (LI)



† Francesco Paga † ,

Sergente marconista, 31 anni, di Pietrelcina (BN)



† Amedeo Parmeggiani † ,

Maggiore pilota, 43 anni, di Bologna, comandante della missione



† Silvestro Possenti † ,

Sergente maggiore montatore, 40 anni, di Fabriano (AN)



† Nazzareno Quadrumani † ,

Maresciallo motorista, 42 anni, di Montefalco (PG)



†  Paolo Remotti † ,

Tenente medico Francesco, 29 anni, di Roma



† Nicola Stigliani † ,

Sergente maggiore montatore, 30 anni, di Potenza



Cieli azzurri e sereni a tutti loro.

Un abbraccio di gratitudine alle loro famiglie.





La Redazione di VOCI DI HANGAR.



Nota: la foto di copertina ritrae le 13 bare allineate nell’area parcheggio dell’aeroporto di Pisa (o Ciampino?) appena rientrate dal Congo. A rendere loro gli onori un C-119 e due avieri VAM.

Kindu – Una missione senza ritorno

titolo: Kindu – Una missione senza ritorno

autore: Elena Mollica

editore: Herald editore

anno di pubblicazione: 2008

ISBN: 978-88-89672-82-2




“A ricordo del sacrificio dei tredici aviatori italiani caduti a Kindu in missione di pace l’11 nov 1961”.

Si conclude con questa iscrizione riportata nella IV di copertina un volume assai particolare, ben diverso dal solito libro a carattere storico o con la malcelata intenzione dell‘indagine giornalistica.

In effetti,  nell’introduzione del volume, l’autrice dichiara :

“L’idea di pubblicare un libro sull’eccidio di Kindu nasce dal desiderio di approfondire le ricerche svolte per la stesura della mia tesi di laurea […]”

e di questo non possiamo che esserle sinceramente riconoscente.

Anche perché, come ricorda  nella sua prefazione il senatore Marco Boato:

“[..] ne’ rammento  che ci stiate occasioni – in un’Italia pur prodiga di celebrazioni, anniversari e rimembranze – in cui negli anni e nei decenni successivi si sia cercato a livello nazionale di riportare alla memoria degli italiano il terribile sacrificio di quei tredici uomini, i quali avevano perso la vita per ristabilire la pace in quel lontano e martoriato  Paese africano.[…]”

allo stesso modo, aggiunge sempre l’esponente politico: 

“[…] Nessuna legge speciale per i familiari, nessuna solenne commemorazione, nessuna rievocazione storica, nessun ricordo nei libri di testo scolastici.”

 

Il C-119 presente a Pisa, all’ingresso dell’aeroporto militare ove ha sede, oggi come nel 1961, la 46° Brigata Aerea, di fronte al tempio-monumento-sacrario dei caduti di Kindu (foto proveniente da www.flickr.com)

E ancora: 

“Soltanto una stele rievocativa alle soglie dell’aeroporto di Fiumicino […] qualche monumento locale – soprattutto a Pisa , dove aveva sede la 46° Aerobrigata cui appartenevano le vittime di Kindu – qualche celebrazione, […] qualche strada dedicata qua e là, ma sempre senza alcuna risonanza nazionale.”

L’utilità di un volume come quello di Elena Mollica risiede perciò nel ricostruire minuziosamente quanto accadde a Kindu in quel lontano novembre 1961. E non solo, ma anche dopo, praticamente fino ad oggi.

Dobbiamo ammetterlo: riesce pienamente nell’intento giacché col piglio della ricercatrice obiettiva e curiosa, riesce a fornirci un quadro completo e impietoso, una sorta di nitida istantanea che non teme accuse di fotomontaggi (tanto le fonti sono attendibili) nonostante il trascorrere inesorabile del tempo.

Il volume è infatti un esempio di rigore descrittivo e di ricostruzione analitica che, fatto salvo la prefazione e l’introduzione di cui già si è fatto cenno, contiene anzitutto il paragrafo:

“Il Congo fino all’intervento delle Nazione Unite”

e il suo ideale seguito intitolato: 

“I militari italiani tra missioni di pace e guerra civile”

Ma la parte che più commuove è quella dedicata alle biografie ai tredici aviatori (corredata da fotografie) che, in prima persona come se fossero ancora tra noi, ci raccontano il loro vissuto, le loro speranze, la loro età – in diversi casi poco più che adulta – e provenienza geografica. Letteralmente toccante.

Naturalmente non poteva mancare la ricostruzione di quanto accadde in quel fatidico 11 novembre 1961  e nei mesi immediatamente successivi al netto di articoli giornalistici, informative parlamentari e indagini giornalistiche la prima delle quali (a cura di un giovanissimo Sergio Zavoli) è addirittura oggi disponibile su Youtube all’indirizzo:

  https://www.youtube.com/watch?v=dgEN13TNJ3A

Vi suggeriamo vivamente di visionarla, non tanto per l’enfasi e i ritmi lenti che nulla hanno di moderno quanto per le immagini dei luoghi in cui avvenne l’eccidio.

Il volume si avvia alla conclusione con il paragrafo:

“Ci si domanda perché”

e soprattutto con un breve cenno alla vicenda – questa sì, relativamente recente – inerente il polverone mediatico sollevatosi nel 1990, dopo ben ventotto anni di silenzio, quando un ex mercenario, certo Enzo Generali, all’epoca dei fatti consigliere militare del leader del Katanga Tshombe,  dichiara  che i due C-119 italiani non trasportavano medicinali e beni alimentari bensì armi e munizioni, autoblindo. E lo testimonierà davanti al giudice istruttore di Venezia, al secolo Carlo Mastelloni.

Sebbene non sappiamo bene come sia poi terminata l’inchiesta giudiziaria, questo aspetto marginale nulla toglie all’efferatezza dell’episodio o alla drammaticità dello status di tredici famiglie private dei loro affetti, mariti, fidanzati o figli che fossero. Medicinali o munizioni per la guarnigione malese di Baschi Blu di stanza a Kindu, poco importa: i nostri uomini operavano sotto l’egida dell’ONU. Erano disarmati e comunque trasportavano materiale per conto nell’ONU che aveva già autorizzato l’uso della forza e delle armi. All’occorrenza e come ultima azione di pacificazione/autodifesa.

Il tempio-monumento-sacrario edificato in onore dei tredici aviatori massacrati in terra congolese con una parte dei fondi raccolti da una sottoscrizione popolare. La restante parte fu divisa con le tredici famiglie dei defunti giacché i tempi della burocrazia non furono certo rapidi nel sostenere economicamente vedove e figli degli aviatori. Ogni anno si tiene presso questo luogo una cerimonia di commemorazione; l’11 novembre 2021 ricorrerà il 60° anniversario della strage. (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma la parte che più indigna di questo libro è proprio il capitolo finale che tratta:

“Norme in favore dei familiari superstiti degli aviatori italiani”

in cui l’autrice ci dà conto di come e quando il governo italiano ottemperò ai suoi doveri di sostegno alle famiglie degli aviatori. Ebbene, fatto salvo per la pensione, solo nel 2006, furono risarcite a mezzo di un’apposita legge mentre nel 1994, a opera dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fu concessa ai loro defunti la Medaglia d’Oro al Valor Militare “alla memoria” ponendo fine allo scandaloso comportamento di completa indifferenza seguito dai suoi predecessori (Gronchi, Pertini e Cossiga). Certo i martiri di Kindu non torneranno alle loro case … tuttavia le loro case saranno riscaldate dal calore dell’affetto e dalla riconoscenza tangibile del governo italiano che, in teoria, opera in nome del popolo italiano tutto.

In realtà – e lo apprendiamo dal libro di Elena Mollica – le famiglie godettero rapidamente dei fondi raggranellati grazie a una sottoscrizione popolare istituita dalla RAI. Una somma cospicua per l’epoca: 265 milioni di lire. O meglio di una parte di questa somma giacché una parte fu utilizzata per costruire il monumento-sacrario del caduti di Kindu posto all’ingresso della base della 46° Brigata Aerea a Pisa.

Per uno strano e fortuito gioco di rifrazione, questa foto fissa l’immagine del C-119 parcheggiato di fronte al sacrario dei caduti di Kindu proprio sui vetri del sacrario. Al di sotto della vetrata è possibile leggere alcuni dei nomi dei martiri di Kindu. I loro corpi – tranne due che furono portati nei cimiteri delle località di origine – sono tumulati all’interno del sacrario. O meglio qui dovrebbe essere conservato quanto rimane delle loro spoglie mortali giacché, ad oggi, non è dato sapere se i loro corpi rientrarono davvero e per intero in madrepatria (foto proveniente da www.flickr.com)

Dopo sole 69 pagine il libro sarebbe ufficialmente terminato tuttavia continua fino a raggiungerne ben 194 in quella che è una lunga ed esauriente “Appendice documentaristica” in cui, ad esempio, vengono fornite le motivazioni per il conferimento delle onorificenza già accennate oppure i verbali dell’inchiesta – che abbiamo trovato in alcuni punti tragicomica – effettuata all’epoca allo scopo di individuare i responsabili dell’eccidio e dunque consegnarli alle autorità congolesi per comminare le opportune pene.

Uno scorcio dell’interno del sacrario di Pisa dedicato ai caduti di Kindu. Sul lato sinistro è possibile intuire i loro sepolcri. E non è un caso che le loro tombe siano rivolte verso il C-119. verso le piste dell’aeroporto, verso il cielo. Sulle porte del sacrario è riportata la seguente epigrafe: “Fraternità ha nome questo Tempio che gli italiani hanno edificato alla memoria dei tredici aviatori caduti in una missione di pace, nell’eccidio di Kindu, Congo 1961. Qui per sempre tornati dinnanzi al chiaro cielo d’Italia, con eterna voce, al mondo intero ammoniscono. Fraternità.” (foto proveniente da www.flickr.com)

C’è poi il rapporto dell’ONU, preliminare e definitivo nonché la corrispondenza tra le famiglie e i membri della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” relativamente alle rivelazioni di Enzo Generali. 

Potremo poi leggere i testi dei telegrammi inviati dal Santo Padre, dal Capo di Stato Maggiore Aeronautica o del Ministro della Difesa Giulio Andreotti all’indomani del terribile evento. E molto altro ancora ancora.

Naturalmente abbiamo apprezzato molto la generosa appendice fotografica che ci consente di dare un volto e un’immagine informale, quasi familiare ai tredici aviatori brutalmente assassinati a Kindu.

E’ un libro che si legge tutto d’un fiato anche se – occorre precisarlo – è un volume di nicchia che può interessare solo pochi curiosi della tragedia occorsa in quella terra lontana.

La prosa dell’autrice è semplice, onesta e spesso utilizza le parole delle testimonianze di personalità riportate integralmente in appendice. Dunque un encomiabile lavoro di collage oltre che di ricerca.

Ovviamente non si tratta di un volume di narrativa, pertanto non c’è trama né intreccio sebbene la storia narrata ci sia fin troppo nota. Purtroppo.

Buona la qualità di stampa, dei caratteri utilizzati e dell’impaginazione; lodevole affidare la stampa del volume ai carcerati ed ex carcerati di un’associazione che mira al reinserimento lavorativo di queste persone particolarmente svantaggiate.

La copertina è efficace e ben costruita nella sua relativa semplicità. Sono presenti simbolicamente gli elementi che ricostruiscono la vicenda: la jungla, i due “vagoni volanti ” Lyra 33 e Lupo 5, infine la lettera di Giulio Garbati – uno dei martiri di Kindu – scritta di suo pugno e inviata alla famiglia poco prima dell’evento, per inciso leggibile  in tutta la sua ingenuità e serenità nell’appendice documentaristica.

Il monumento dedicato ai caduti di Kindu collocato a Roma nei pressi dell’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino

A proposito dell’autrice possiamo dire poco o nulla: la biografia presente all’interno del volume ci informa che si è laureata in Lettere, indirizzo storia moderna e contemporanea e che, è nata nel ’77, ossia ben dopo l’evento oggetto del suo libro.

Chiudiamo questa recensione affermando, in tutta onestà, che questo libro ci ha aiutato a sanare quelle lacune dovute alla limitazione anagrafica che non ci consentiva di conoscere i dettagli della missione senza ritorno in terra congolese.

Aggiungiamo che per la Segreteria del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE è stato il libro cardine su cui documentarsi per impostare il personaggio storico e dunque la lettura dei racconti della IX edizione del Premio. Un sincero grazie all’autrice.

E ora concludiamo davvero. Lo faremo con le parole di Indro Montanelli che Elena Mollica riporta a prologo della sua introduzione:

Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.

Occorre aggiungere altro?

Noi, nel nostro piccolo, ci abbiamo provato e anche con l’aiuto fondamentale degli autori/autrici del Premio forse ci siamo riusciti. Forse.

Di sicuro la recensione di questo libro cerca di completare e consolidare il nostro tentativo affinché a tenere viva la memoria dell’eccidio di Kindu si uniscano anche i visitatori del nostro hangar … di più non è davvero in nostro potere. Perdonateci.

 





Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





 

Kindu è vendicata!


Ciò che accadde l’11 novembre 1961 (o al più tardi il 12 novembre 1961, ancora oggi non è dato sapere con esattezza) in quell’angolo sperduto del Congo che portava e porta tuttora il nome di Kindu, è quanto di più aberrante e orripilante nella storia del popolo italiano. Non che gli uomini italici durante la millenaria storia della nostra area geografica non si siano mai macchiati di nefandezze innominabili, no, certo che no … e lo stesso dicasi per i congolesi in un paese – il loro – ben più inospitale del nostro (ove la lotta per la sopravvivenza è quotidiana).  Tuttavia una tale bestiale crudeltà, un efferato istinto di vendetta come quello che la storia recente ci ha consegnato come “eccidio di Kindu”, beh …  è difficilmente paragonabile ad altri episodi cruenti e sanguinolenti della nostra comune memoria storica.

Nella cultura mediterranea e, più estesamente, occidentale, è impensabile il consumo di carne umana, neanche se appartenesse al nostro peggior nemico, neanche per farne il più bieco scempio. Non ne faremmo mai uso; viceversa nel mondo africano, vuoi per un ambiente naturale più selettivo, vuoi a causa di un  istinto animalesco appena sopito in quelle aggregazioni tribali spesso isolate dal resto dell’umanità, il consumo alimentare del corpo dell’avversario costituisce  una sorta di rivincita, una specie di trofeo che va al di là del desiderio di prevalere sul nemico violando il suo corpo fin nell’ultima fibra.

A Kindu accadde proprio quello, o almeno le cronache lasciano supporre (non smentendolo  in modo categorico) che i tredici aviatori italiani della missione di pace sotto l’egida dell’ONU, furono non solo massacrati barbaramente ma – pare e sottolineiamo pare – anche brutalmente cannibalizzati secondo il costume locale o comunque secondo un rituale ancestrale mai del tutto abbandonato da quelle genti.

Un fatto di una gravità inaudita, inimmaginabile secondo la nostra cultura e costumi eppure per nulla scandalosa per i congolesi. 

I Fairchild C-119 Flying Boxcar in forza alla 46° Aerobrigata di Pisa furono i velivoli che sopportarono tutto il peso della missione ONUC (ONU for Congo) sostenuta dal nostro paese. Nel corso dell’operazione, tra incidenti di volo e l’eccidio di Kindu, l’Italia pagò un tributo altissimo in termini di vite umane (foto proveniente da www.flickr.com)  

Si obietterà: i miliziani congolesi probabilmente erano ubriachi e sotto l’effetto di droghe mentre i tredici martiri di Kindu erano certamente indifesi e unici uomini bianchi presenti in un’area dove i bianchi – belgi, s’intende – si erano macchiati di schiavismo, torture, sfruttamento disumano degli indigeni. Da qui un profondissimo odio nei confronti di tutti i bianchi in genere.

Si dirà poi che i due velivoli italiani, benché in missione di pace trasportavano armi anziché medicinali … sì – d’accordo – ma a uso e consumo delle truppe ONU malesi che presidiavano la zona di Kindu e che, in quanto soldati con il mandato di riappacificare il paese anche con le armi, avevano il sacrosanto diritto all’autodifesa. Quanto meno.

Nell’accezione popolare si suole dire che “in amore e in guerra tutto è concesso” … ebbene in Congo era in corso una vera e propria guerra civile – è vero – ma che nulla aveva di “civile”. Di qui a cannibalizzare il nemico (presunto o realmente tale) ne corre, non trovate? … eppure!?

Quando si verificano episodi di crudeltà come quella consumata a Kindu anche la più democratica e permissiva cultura occidentale va letteralmente a farsi a benedire e anzi non stupirà se qualcuno invocò allora (e soprattutto avrebbe praticato volentieri) la “legge del taglione”. Occhi per occhio, la pena identica o almeno pari al torto subito.

Probabilmente è quello che deve aver pensato e poi applicato il personaggio del racconto di Rosario Trimarchi. Occhio per occhio e Kindu è vendicata!

Non sappiamo se si tratti di un racconto di pura fantasia o se ci sono dei fondamenti di realtà … di certo il racconto ha qualcosa di truculento e di senso della vendetta che viene dal profondo.

Un C-119 presente oggi nel giardino del grande museo di Piana delle Orme (Latina) dove si può ammirare ancora oggi in tutta la sua imponenza. Era capace di trasportare carichi notevoli e, all’occorrenza anche un discreto numero di paracadutisti che potevano lanciarsi agevolmente senza impigliarsi nei piani di coda. (foto proveniente da www.flickr.com)

In effetti l’autore così riassume il suo racconto: 

Una benefica missione di pace, sfocia in una tragedia.
Sono anni in cui l’opinione pubblica non viene ancora coinvolta al punto da poter spingere a fare chiarezza, lasciando così alla politica governativa la possibilità di stendere arbitrariamente un velo che seppur pietoso lascia dubbi e perplessità.
Un uomo d’armi che non è Rambo uno dei pagliacci di Hollywood, ma Carlo B…a, un autentico soldato reduce da più guerre, è coinvolto sul luogo dell’eccidio in fatti immediatamente successivi ad esso.
Durante la sua attività di mercenario trova un modo per vendicare, a modo suo e anonimamente, gli avieri italiani e contemporaneamente sentirsi a posto con la propria coscienza.
Il metodo può sembrare folle ma, senza inorridire per il gesto e nemmeno volerlo giudicare, si potrebbe essere spinti a pensare che egli sia riuscito nell’intento.

Il racconto parte piano e procede apparentemente in modo innocuo ma, giunti verso la conclusione, esplode in tutta la sua crudezza lasciando il lettore basito e assillato di dubbi: fantasia o realtà?

Ovviamente non possiamo anticiparvi di più pena annullare l’effetto sorpresa. Quella stessa sorpresa che non deve aver fatto breccia nella della giuria del premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE che non lo ha trovato meritevole di accedere la fase finale e dunque di annoverarsi tra i magnifici 20 racconti presenti nell’antologia della IX edizione.

Peccato … sarà per la prossima edizione perché Rosario Trimarchi è sicuramente un ottimo autore che ha fantasia e tecnica, sa narrare e intrigare il lettore e dunque è destinato a crescere e a migliorarsi a ogni partecipazione. Tieni duro Rosario!

Per l’intanto godiamoci questo suo racconto e domandiamoci se, nei panni del protagonista ci saremmo comportati allo stesso modo. 



Narrativa / Medio – Lungo

Inedito

Ha partecipato alla IX edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2021


Kindu è vendicata!


Correva l’anno 1982 e, nella ricorrenza del 40° anniversario della battaglia di El Alamein, si svolgeva a Viterbo il raduno nazionale dei paracadutisti italiani.

Il nostro gruppo era numerosissimo e molte autovetture si erano aggiunte ai sei pullman non bastanti a trasportare i soci dell’A.N.P.d.I. di Milano aderenti all’iniziativa, al punto che, i posti garantiti nella caserma per il pernotto della sera del sabato, non sufficienti per tutti, avevano costretto molti di noi a bivaccare nei sacchi a pelo.

Il pranzo della domenica si era svolto nella caserma della VAM, ed al mio fianco c’erano il fraterno amico Gianni, che purtroppo ci ha lasciati, e York ed Ezio con i quali sono ancora in contatto anche se non ci vediamo ormai da quasi trent’anni.

A qualche tavolo di distanza c’era un signore attempato ma energico nei modi e nella voce, un po’ burbero ed al tempo stesso sorridente e scherzoso, con i capelli bianchi e le foltissime sopracciglia, che conversava amabilmente con il presidente della nostra sezione Attilio Cambielli, e con Salvatore D’Oronzo reduce di El Alamein ed autore dello splendido libro “Folgore e si moriva”.

Dopo gli antipasti, divorati famelicamente, giunse come primo un’abbondantissima dose di ravioli e noi quattro ci soffermammo ad osservare con curiosità e commentare con quanta composta e raffinata eleganza il dirimpettaio li mangiasse, senza farsi influenzare dal vassoio da caserma che li conteneva e dalle posate di plastica che usava con una grazia particolare come fossero state d’argento.

Ci passò per la mente una voce più che attendibile che circolava su di lui, e ci venne spontaneo chiederci, scherzando, se quando si era cibato di carne umana il suo stile fosse stato lo stesso. Fu così che, finito il pranzo, corredato da vini ed amari che si erano susseguiti senza sosta nei nostri bicchieri, che pensammo di porgli qualche domanda.

Conoscevamo abbastanza bene Carlo B…a, sempre presente nelle serate associative, e posso affermare senza alcun timore di smentita che in maniera insuperabile lo avevo sentito parlare bene, a lungo e con estrema coerenza della pace.

Questa è un’altra storia ma la devo riassumere per evitare che l’uomo, per via dei suoi trascorsi, possa sembrare al lettore un violento guerrafondaio senza scrupoli.

A quei tempi ero studente universitario, istruttore di body building in una palestra per guadagnarmi qualche soldo, e volontaristicamente aiutavo alla preparazione fisica gli allievi paracadutisti che venivano forgiati dall’associazione.

Era consuetudine che nell’ultima lezione antecedente il primo lancio, un veterano venisse incaricato di fare un discorso etico dottrinale ai futuri parà. In quell’ultimo corso precedente di poco il raduno di Viterbo l’incombenza era toccata proprio a Carlo, e rimasi più che sorpreso quando egli, dopo i necessari preamboli, passò a parlare della pace, soffermandovisi a mio parere più di quanto avrebbe potuto fare un religioso, e con una cognizione ed una forma di coinvolgimento senza pari.

Ricordo la sua voce tonante nel silenzio della palestra, il suo sguardo sugli allievi uomini e donne di tutte le età, e la commozione che seppe suscitare negli astanti.

Sapevamo che Carlo era stato istruttore di paracadutismo alla scuola militare di Tarquinia, che aveva combattuto nella seconda guerra mondiale aderendo alla Repubblica Sociale, e che nel 1945 si era arruolato nella legione straniera procurandosi una ferita in Algeria e la ben più dolorosa cattura da parte dei vietcong a Dien Bien Phu.  Aveva scontato una lunga e durissima prigionia in un campo di concentramento vietnamita prima di rientrare in Italia negli anni ’60 da dove era ripartito per fare il soldato di ventura in Africa.

Era questo il periodo della sua vita che maggiormente ci incuriosiva, soprattutto quanto fosse avvenuto in una particolare giornata, e studiavamo come approcciarci quando, finito il pranzo, dopo aver esaurito tutto il repertorio di canzoni di marcia dei paracadutisti, intonammo la tristissima canzone “avevo un camerata” seguita a ruota dall’ancor più nostalgica “il mercenario di Lucera”.

Proprio su queste note, mentre avvenivano degli spostamenti per favorire convenevoli fra i gruppi che durante il pranzo erano rimasti distanti, che si liberarono dei posti vicino a Carlo, che io, Gianni, York ed Ezio ci precipitammo ad occupare.

Potemmo intavolare il discorso che ci eravamo prefissati senza alcuna difficoltà, e Carlo, facendoci il punto di un momento storico internazionale e di uno stralcio della sua vita, ci narrò fra ritagli di storia pubblica e privata, come fosse diventato cannibale, anche se solo per un giorno.

Non sarebbe stato facile, ancora nel fiore degli anni, con i miei trascorsi ed il mio temperamento, restare con le mani in mano, pertanto, anche se avrei potuto vivere con la pensione di legionario, avevo provato a trovare una qualsiasi occupazione onesta e dignitosa ma senza successo.

Così, man mano che passavano i giorni dal rientro, avanzava in me sempre più la convinzione che stessi sprecando il mio tempo, mentre prendevo cognizione che la mia sete di avventura non si era ancora placata, e che dovevo trovare una via d’uscita all’immobilità che mi intristiva.

Radio e giornali riportavano notizie che nel cuore dell’Africa erano in atto sanguinose guerriglie alimentate da poteri forti attraverso la vendita di armi e mezzi, e che permettevano con i taciti consensi governativi statunitensi, sovietici ed anche europei che, su base volontaria ed incentivata, potessero parallelamente affluire uomini per insegnare l’arte della guerra e l’uso di armi agli abitanti del terzo mondo.

Anche se con la fine della seconda guerra mondiale apparentemente si era dissolto lo spirito colonialistico di cui era stata vittima per quasi cento anni, l’Africa rimaneva comunque un territorio di conquista dagli immensi spazi e dalle grandi potenzialità.

Alcuni stati europei avevano perso il loro “posto al sole” e non avevano più alcuna ingerenza su quei territori, mentre altri cercavano di convertire i paesi che avevano già sfruttato a dismisura, in stati apparentemente indipendenti sotto il profilo politico ma non sotto quello economico, anzi, tentavano di gettare le basi affinché tale vincolo diventasse perpetuo.

Il ritiro delle loro truppe lasciava i territori nel caos più completo, dove le tribù più bellicose si schieravano con i trafficanti, prendendo il sopravvento sulle popolazioni inermi che restavano alla loro mercé.

Il caso più eclatante lo viveva il Congo, ove a seguito della proclamazione dell’indipendenza da parte del Belgio, si accese un’aspra guerra civile fomentata da entità che volevano assumere il controllo delle grandi ricchezze minerarie del paese.

Fu in questo contesto che si sviluppò l’idea secessionista del Katanga (l’area più ricca) dove si costituirono due blocchi armati: uno appoggiato dai sovietici, l’altro, più occidentalista, rinforzato da mercenari europei.

Le notizie che giungevano in Italia riguardo ai massacri che venivano perpetrati giornalmente in quell’area geografica non destavano alcuna preoccupazione e non suscitavano alcun coinvolgimento emotivo sui cittadini ancor memori delle tragedie della seconda guerra mondiale, che consideravano quegli scontri come dei modesti focolai di rivolte lontane e di nessuna influenza sulla propria vita.

La stampa, oltretutto, ben poco pubblicizzava l’intervento dei caschi blu dell’ONU inviati in “missione riappacificatrice”, tanto che in pochissimi sapevano della partecipazione dell’Italia a tale attività.

Il nostro governo, impegnato ad acquisire credibilità nei confronti degli alleati del blocco occidentale, aveva messo a disposizione un piccolo contingente che svolgeva missioni a favore della popolazione civile, ma senza provvedere a tutelarlo adeguatamente. Così quando i nostri uomini vennero catturati, non fece in tempo per tentare di liberarli e successivamente all’eccidio, nulla per fare chiarezza sui fatti insabbiando addirittura l’inchiesta.

Si trattava di uomini di vara età e grado, che avevano aderito su base volontaria a portare un aiuto umanitario in quelle zone disagiate, e servire così non solo il proprio paese, ma altruisticamente e senza remore di sorta, degli abitanti che soffrivano persino la fame ed erano sprovvisti di medicinali, emarginati in località dove la guerra portava via quel poco che poteva servire alla normale sopravvivenza. Quei cargo messi a disposizione dall’Italia, non trasportavano armi ed esplosivi ma movimentavano materiali che servivano esclusivamente ad alleviare le sofferenze dei deboli e degli oppressi.

Dopo essere stati uccisi, i militari italiani erano stati cannibalizzati, ma l’ambasciata, imbeccata dal nostro governo, riportò come conclusione che la mattanza fosse stata causata da un errore di regolari soldati congolesi e che comunque i resti delle vittime “dell’incidente” fossero stati debitamente sepolti. In seguito fu effettuato il recupero di una parte dei resti che vennero tumulati in Italia.

Non sarei onesto se affermassi che mi arruolai per vendicare l’eccidio dei tredici membri dell’equipaggio dei due aerei C119 della 46° Aerobrigata di Pisa, avvenuto il 12 novembre 1961, in quanto già da più di un mese avevo preso contatto con il centro arruolamento mercenari, sito in una villetta di Milano in zona Fiera.

Avevo compilato un facsimile di domanda inserendo i miei dati, i precedenti militari ed il mio recapito e, scelto un nome di battaglia avevo contrattato su quello che sarebbe stato il mio compenso (costituito da premio d’ingaggio, un corrispettivo mensile e la liquidazione).

Il premio d’ingaggio mi sarebbe stato versato sul conto corrente all’arrivo in zona operazioni, il mensile ogni primo giorno del mese e la liquidazione a fine attività, e mi era stato richiesto il nominativo di una persona alla quale destinare l’ultimo importo in caso di morte (per questo scelsi mia sorella alla quale mentii dicendo che partivo per andare a lavorare in un cantiere).

Si trattava di una cifra importante, più di quanto avevo guadagnato in quindici anni di Legione, e soddisfatto di andare incontro a questa avventura passavo quasi tutta la giornata al bar del quale avevo dato il numero di telefono, non disponendo di tale comodità nella stanza ammobiliata che avevo preso in affitto.

Fu proprio nel giorno in cui giunse la notizia che in Congo erano stati trucidati i tredici militari italiani, che arrivò la chiamata per passare dal centro di arruolamento a definire alcuni dettagli. Mi vennero presentati due colleghi che sarebbero partiti assieme a me e ci venne consegnato un biglietto ferroviario per Bruxelles da dove avremmo proseguito per via aerea alla volta del Congo.

Non sto a raccontarvi i dettagli del viaggio né le azioni in cui venni coinvolto, alcune incruente ed altre decisamente più vivaci, ma solo che, man mano che passavano i giorni di servizio in zona operazioni, prese forma nella mia mente l’idea bizzarra di cibarmi per vendetta di carne umana.

Mi accorgevo senza stupore, avendolo già provato sia nella guerra mondiale che nel periodo legionario, che ogni volta che tiravo il grilletto del mio fucile o lanciavo una granata sentivo di vendicare qualcuno che, combattendo dalla mia parte, era stato ucciso. Probabilmente questo tipo di pensiero è abbastanza diffuso fra i soldati, costituendo un modo per alleggerire la coscienza, così da riuscire ad uccidere non solo per provare a sopravvivere al combattimento ma anche per poterla far franca un giorno davanti al Padreterno.

Sulla scia di questa idea, ebbi la certezza che per vendicare quei tredici ragazzi non bastasse combattere la gente che stava dalla parte di chi li aveva assassinati, ma che fosse necessario effettuare una ritorsione di pari entità.

Ne parlavo ogni tanto con i due italiani che con me erano partiti, ma non riuscivamo mai a farlo seriamente, o meglio se il discorso inizialmente lo era, si finiva poi sempre sul faceto. Uno dei due, il più scherzoso, arrivava addirittura a chiudere sempre con una barzelletta sui cannibali del tipo:

  • Cosa mangia un cannibale al venerdì? Risposta: Palombaro
  • Cosa mangia un cannibale a Pasqua? Risposta: donna incinta
  • Cosa mangia un cannibale il 25 dicembre? Risposta: Babbo Natale

E via di questo passo…

Il nostro cuoco/interprete, Mabili, un ragazzo congolese che aveva vissuto per un certo periodo a Parigi dove aveva lavorato in un grande ristorante, si era più volte offerto di cucinarci qualche caduto, assicurando che la carne umana, se ben preparata, è più appetibile della bovina, ma avevamo sempre sorvolato sull’argomento. Lo avevo visto indugiare più di una volta presso qualche vittima della battaglia per poi appartarsi a cucinare separatamente  e solo per sé, ma non indagai mai per sapere di cosa si trattasse, anche se ero certo che i miei non fossero solo dei sospetti.

Il 20 aprile 1962 avevamo effettuato un posto di blocco all’uscita di un villaggio dichiaratamente ostile, dove avevamo catturato tre individui che procedevano su una Land Rover con a bordo dieci fucili d’assalto e svariate casse di munizioni. Al nostro interprete i tre avevano giustificato tale armamento come necessario per una battuta di caccia all’elefante, ma il tipo di materiale non lasciava alcun dubbio su quale sarebbe stato il suo reale utilizzo, così li arrestammo e sequestrammo i loro beni.

La sorte volle che quella sera non potessimo rientrare al quartier generale distante quasi trecento chilometri dove avremmo dovuto consegnare i prigionieri, e che ci accampassimo, dovendoci spingere il giorno successivo più a sud per congiungerci con un’altra pattuglia. Legammo i catturati fra loro e, per maggior sicurezza ad un albero, e ci accingemmo a fare una partita a carte mangiando carne in scatola con gallette e bevendo birra.

Era già buio quando i prigionieri, che fino a quel momento erano stati tranquilli, iniziarono ad intonare una nenia forse per passare il tempo, ma più probabilmente per segnalare la nostra posizione. Dicemmo più volte all’interprete di farli smettere, ma ogni volta riprendevano e, da un commento fattoci da Mabili, capimmo che avrebbero continuato così fino all’alba. Mi alzai e mi avvicinai a loro per ammonirli in italiano,  facendo capire con chiari gesti che non mi sarei ripetuto. Smisero per una decina di minuti per poi riprendere a cantare a squarciagola.

In quell’attimo il ricordo degli equipaggi italiani dei due C119 e la voglia di vendicarli sul serio ebbe il sopravvento. Presi il mio fucile scarrellandolo e, ponendo la leva del selettore sul colpo singolo, percorsi la breve distanza che mi separava da loro.

Fu un’esecuzione veloce, un proiettile alla testa per ciascuno, prima di tornare dal cuoco che incaricai della preparazione delle carni e che fu oltremodo felice dell’incarico.

Erano squisiti, e fu l’unica volta che mangiai carne umana.

Con quel gesto ebbi la piena certezza che io, Carlo B…a, avevo vendicato i ragazzi dell’eccidio di Kindu”.



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

# proprietà letteraria riservata #

Bleeding Sky

titolo: Bleeding Sky – The Story of Captain Fletcher E. Adams and the 357th Fighter Group.

autore: Joey Maddox

editore: Xlibris Corporation

anno di pubblicazione: ottobre 2009

ISBN libro: 978-1441555588

ISBN ebook: 978-1-4415-5 




Nella recensione di “The Great Rat Race For Europe“, di Joey Maddox, avevo accennato a uno dei piloti del 357° Gruppo Caccia statunitense, di stanza in Gran Bretagna nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il suo nome è Fletcher E. Adams.

Avevo solo accennato alla sua storia, dicendo che ne avremmo riparlato.

Ecco, ne riparliamo adesso. Questo libro è dedicato proprio di lui.

Yoey Maddox, l’autore, nel mettere insieme un gran numero di racconti, che tanti piloti avevano scritto e gli avevano inviato, affinché non si perdesse la memoria delle loro storie, si era trovato addirittura con troppo materiale da inserire in un solo libro. Perciò, ne aveva scritti due.

Una delle pochissime immagini che ritraggono Fletcher E. Adams e che, inevitabilmente, è stata scelta come copertina del volume di Joey Maddox.

Il primo è “The great rat race for Europe“, che si può tradurre come “I grandi combattimenti aerei per l’Europa“, oppure anche “Le grandi battaglie aeree per l’Europa” ma così, in italiano, non suona troppo bene. Anche se, all’epoca, il cosiddetto dog-figthing, cioè il combattimento tra aerei da caccia, a volte veniva chiamato anche “rat race”, come dire “corsa di topi”, o “caccia al topo”.

Le frasi idiomatiche sono difficili da tradurre, a volte.

Questo libro, invece, ha un titolo che non necessita di spiegazioni. E’ la storia di un capitano pilota, un asso della caccia.

A lui è dedicato il Museo, della cui inaugurazione avevamo parlato a proposito dell’altro libro. Chiunque fosse interessato può andare a leggere la mia recensione in questa sezione dell’hangar.

All’inaugurazione erano presenti molti piloti che, come Adams, avevano fatto parte del 357° Gruppo caccia. Erano tutti molto anziani, prossimi o già oltre i novanta anni.

Il logo del 357th Fighter Group dal quale si comprende facilmente lo spirito che animava i suoi membri: “combattenti per la vittoria” Questo libro è dedicato in parte anche a loro oltre che ad Adams Fletcher. (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

Yoey Maddox aveva accennato a questa età elevata, dicendo, senza mezzi termini che “ormai stiamo cadendo tutti come mosche“. E aveva ragione.

Oggi anche un altro illustre asso, presente all’inaugurazione del Museo, uno dei più famosi tra di loro, se ne è andato di recente: Chuck Yeager.

Ora resta in vita un solo altro nome famoso del gruppo: Bud Anderson.

Anderson, nella prefazione di questo libro, scrive:

“The story of Fletcher Adams is one of the vast number of tales that could be told about WWII”.

“La storia di Fletcher Adams è una delle tante storie che possono essere raccontate riguardo alla Seconda Guerra Mondiale”.

Il velivolo ritratto è il famoso North American P-51B denominato affettuosamente “Southern Belle”con il quale volava Fletcher E. Adams. E’ una delle pochissime immagini disponibile giunte fino a noi. [

Sì. Esattamente. Solo una delle tante storie.

Allora, perché su di lui si scrive addirittura un libro?

Lasciamo ancora la parola a Bud Anderson.

“This book gives us the best insight into a tragic casuality of WWII and the mistery of what happened to captain Fletcher E. Adams. Yoey Maddox’s use of other voices, quotes, and investigative interviews make the story interesting. You’ll not only learn about Fletcher Adams but also the history of the 357th Fighter Group. I found the use of Adams’ personal diary, an illegal practice in wartime, particularly interesting to learn of his personal feelings during his training and combat”.

“Questo libro ci dà la migliore visione dall’interno di un fatto tragico della Seconda Guerra Mondiale e del mistero di cosa accadde al capitano Fletcher E. Adams. L’uso che Yoey Maddox fa delle tante voci, citazioni, e delle interviste investigative, rende la storia interessante. Non soltanto si finisce per conoscere Fletcher Adams, ma anche il 357° Gruppo Caccia. Ritengo l’uso del diario personale di Adams, una pratica illegale in tempo di guerra, particolarmente interessante per scoprire cosa aveva provato durante l’addestramento e durante il periodo di combattimento”.

La copertina del libro che idealmente fa coppia con “Bleeding Sky”, non fosse altro perché è dello stesso autore e perché tratta le vicende belliche del famoso stormo caccia statunitense di stanza in Gran Bretagna durante l’ultima parte del II conflitto mondiale

Adams, infatti, teneva un diario, dove annotava diligentemente tutti i fatti salienti di ogni giorno.

Inoltre, ogni giorno scriveva alla giovane moglie, Aline.

Molti altri piloti tenevano un diario, anche se , formalmente, era proibito farlo. E tutti, o quasi, avevano una ragazza, o una famiglia, a cui scrivere quasi quotidianamente.

La posta era censurata, ma tante cose, apparentemente banali, potevano essere scritte.

Dopo la fine della guerra, la grande quantità di informazioni contenute nei diari e nella lettere, ha aiutato tanti autori a tracciare e tenere vivo il filo dei ricordi. Molti libri sono stati scritti così. Compreso questo.

Il diario di Adams ha costituito una traccia degli avvenimenti del periodo di guerra da lui vissuto. Si comincia dal periodo di addestramento negli Stati Uniti, si continua con la storia del viaggio verso l’Europa, con la storia del primo periodo a Leiston, un aeroporto a poca distanza da Londra, e poi si prosegue con i racconti dei combattimenti aerei successivi. Parliamo del 1943 e dei primi mesi del 1944.

Una bella immagine originale di un P-51 Mustang in forza al 357mo Gruppo Caccia statunitense di cui faceva parte anche il protagonista principale del lodevole libro di Joey Maddox. (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

E si termina, purtroppo, con l’abbattimento dell’aereo di Adams sul cielo della Germania, il 30 maggio 1944. Il momento più sbagliato per essere costretti a scendere in un paese ostile, che subisce ogni giorno bombardamenti e mitragliamenti e si trova sul punto di perdere la guerra.

Lo sbarco in Normandia e l’invasione (con la conseguente liberazione) dell’Europa occupata dai tedeschi, sarebbe avvenuta soltanto pochi giorni dopo, il 6 giugno.

Il libro è una raccolta di racconti di diversi piloti. Ogni racconto va a collocarsi lungo la traccia segnata dal diario di Adams.

Un B-24 Liberator scortato da un P-51 Mustang appartenente al famoso 357th Fighter Group, il reparto che aveva tra le sue fila diversi assi della caccia statunitense. Il pilota del caccia qui consegnato alla storia è il Capitano Don Bochkay. La maggior parte delle missioni consisteva nello scortare i bombardieri pesanti che scaricavano i loro micidiali ordigni esplosivi sulle città tedesche e talvolta venivano attaccati rabbiosamente dagli ultimi caccia operativi della Luftwaffe. (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

In questo modo possiamo seguire Adams, non solo nella sua stessa narrazione, ma anche in quella dei suoi commilitoni. E’ come vederlo in azione con gli occhi di chi gli viveva e volava accanto.

Un lavoro davvero ben fatto.

A Leiston era di base il 357° Gruppo Caccia, del quale faceva parte Adams, come abbiamo detto.

Come tanti altri, Adams era partito per l’Europa a bordo della famosa nave Queen Elizabeth. E come tanti, anche lui aveva lasciato la famiglia. E una ragazza.

La ragazza era sua moglie.

Si erano sposati poco prima della sua partenza. Nel diario di Adams non c’è annotazione che non contenga una dichiarazione d’amore per Aline.

E poi, c’era un altro elemento importante, in questa storia: Aline aspettava un bambino.

Sin dal suo arrivo a Leiston (ma diciamo pure sin dalla partenza), non passava giorno senza che Adams scrivesse a sua moglie. E lei faceva altrettanto.

Poiché che il libro è costituito da racconti scritti da tanti piloti, dove Adams si vede partecipare alle azioni, e dalle registrazioni che lui stesso annotava sul diario, possiamo seguire la vita di reparto per tutti i mesi del 1943.

Un velivolo P-51 Mustang del 357° Fighter Group parcheggiato all’interno di un hangar della base aerea di Leiston. Considerato che ogni velivolo aveva “a corredo” almeno quattro specialisti e un pilota, che l’aeroporto era dotato di officine per lavori “pesanti”, magazzini di ricambi, mense, dormitori e tutto quanto necessario per la logistica di un reparto operativo, Leiston era una vera propria cittadella abitata da circa un migliaio di persone (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

In questo periodo Adams diviene un asso, viene promosso, conduce il suo aereo P-51 Mustang in ogni tipo di missione di guerra.

E continua a scrivere alla sua Aline.

Nei primi mesi del 1944 parla spesso della prossima nascita del loro figlio, di quale nome vorrebbero dargli etc.

La corrispondenza si fa sempre più serrata. Spesso le lettere di Aline tardano ad arrivare e Adams freme, chiedendosi cosa può essere successo. Poi arrivano tutte insieme.

Insomma, la vita normale di due sposi.

Ma la loro vita non era affatto normale. Aline si trovava a migliaia di chilometri di distanza. E lui andava in volo ogni giorno per combattere e in qualunque momento poteva morire, per un motivo o per un altro.

All’epoca, il servizio di spionaggio era molto organizzato. Alla radio tedesca trasmetteva spesso un signore che parlava benissimo l’inglese e che sembrava dedicare il suo programma proprio ai reparti americani e inglesi di stanza in Gran Bretagna. E sembrava conoscerli ad uno ad uno.

Appena arrivato a Leiston, Adams si trovò ad ascoltare quella radio. Il signore di cui sopra, in perfetto inglese, li salutò e diede loro il benvenuto, riferendosi ad essi come agli “Yoxford Boys“.

Infatti, vicino all’aeroporto c’era un piccolo paese che portava questo nome. E dove spesso il gruppo andava in libera uscita.

Segno evidente che il Regno Unito pullulava di spie.

Anche se questo velivolo faceva parte del 357° Fighter Group non è dato sapere chi fosse il pilota. Da notare i voluminosi serbatoi alari che consentivano al possente caccia statunitense di estendere la già notevole autonomia di cui era dotato. L’elevata velocità unita a una potenza di fuoco invidiabile e la notevole autonomia resero il Mustang come la macchina da guerra quasi perfetta (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

Comunque questo nomignolo rimase in uso e da allora i ragazzi del 357° Gruppo Caccia continuarono a chiamarsi gli “Yoxford Boys“.

E il signore che trasmetteva fu, a sua volta, battezzato “Lord Haw Haw“.

Arriviamo al mese di maggio 1944.

La nascita del bambino era sempre più imminente.

Aline aveva scelto già un nome, sia per un maschio che per una femmina. Ma questi nomi non piacevano ad Adams.

Lui sperava in un maschietto e nel caso, per lui avrebbe scelto il nome Jerry.

Perché proprio Jerry?

Perché, come abbiamo detto sopra, il combattimento aereo era anche chiamato “rat race”, dove il nemico era il topo. E ognuno di loro si sentiva di essere il gatto.

Tom e Jerry, in altre parole.

Infatti, il nascituro si rivelò essere un maschietto. E prese davvero il nome di Jerry.

Dal diario di Adams, un’annotazione del 28 aprile 1944 riporta la nascita di Jerry il 23 o il 24. Qualche giorno prima.

Le altre annotazioni riguardano missioni di guerra, piloti che sono stati abbattuti, notizie di vario genere. Fino al 22 maggio 1944.

Da questo punto in poi, inspiegabilmente, nulla. Le pagine vengono sbarrate da una riga e nessuna annotazione compare più.

Il libro prosegue facendo riferimento ai racconti degli altri.

Ma da questo punto comincia la parte più tragica della vita di Fletcher Adams.

Ora bisogna occorre in evidenza un particolare importante, avvenuto proprio in quei giorni.

Hitler era sempre più rabbioso.

Un scatto che mette in risalto la forma in pianta dell’ala del P-51 Mustang. Inutile precisare che lo scatto ritrae un velivolo in forza al 357° Fighter Group. I caccia decollavano all’alba per la scorta dei bombardieri e rientravano dopo aver svolto una missione mediamente di sei o sette ore di volo, quindi venivano riforniti e manutenuti – molto spesso durante la notte – per tornare in volo il giorno dopo secondo le stesse modalità (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

Infischiandosene delle convenzioni internazionali riguardo ai prigionieri di guerra, aveva emanato una direttiva che condannava a morte qualunque pilota alleato che fosse stato costretto a paracadutarsi sul territorio della Germania. Questi piloti dovevano essere considerati criminali, delinquenti, che osavano colpire la popolazione civile inerme. Come se non fosse stato proprio lui, Hitler, ad aggredire per primo la popolazione civile inerme degli altri paesi europei.

Goebbels, dal canto suo, aveva rafforzato l’ordine di Hitler.

E Lord Haw Haw, ovviamente, aveva trasmesso la notizia, per spaventare gli ascoltatori alleati.

La retrocopertina di Bleeding Sky. Spicca la fotografia di un Mustang con la inconfondibile livrea  della cofanatura motore a scacchi gialli e rossi  tipica del 357° Fighter Group.

Non si sa se Adams avesse sentito alla radio tedesca di questi ordini criminali … possiamo solo ritenerlo molto probabile. Non c’è nessun accenno nel suo diario, che comunque si interrompe improvvisamente e inspiegabilmente al 22 maggio. Ma se anche non avesse ascoltato direttamente la radio, almeno i commenti dei suoi commilitoni li sentì eccome, ne siamo quasi certi.

“On the night of May 29, 1944, the pilots of the 362nd Fighter Squadron were in the pilots’ room listening to German radio. They probably laughed as Lord Haw Haw threatened the next “Dirty Yoxford Boy” shot down, and captured alive with death. We’ll never know whether Fletcher Adams heard the broadcast; he made no mention of it in his last letter to Aline”.

“Nella notte del 29 Maggio 1944, i piloti del 362° Gruppo Caccia erano nella stanza dei piloti e stavano ascoltando la radio tedesca. Probabilmente risero quando Lord Haw Haw minacciò di morte il prossimo degli “Sporchi Ragazzi di Yoxford” abbattuto e catturato vivo. Non sapremo mai se Fletcher Adams ascoltò la trasmissione; non ne fece menzione nella sua ultima lettera ad Aline”.

Se anche l’avesse sentita, di sicuro non ne avrebbe scritto nulla ad Aline, per non farla preoccupare.

Il giorno dopo, nel pomeriggio, Adams era in volo sulla Germania. Stava scortando i bombardieri in una missione di bombardamento della città di Bernberg e stavano sorvolando un piccolo paese, Tiddische.

Il suo aereo, un Mustang P 51 che aveva nominato The Southern Belle (La Bella del Sud, cioè Aline, ma lui aveva evitato di proposito di nominarla  perché non voleva andare in guerra con il nome di sua moglie scritto sulla fusoliera) fu colpito. Un gruppetto di caccia tedeschi Me 109 li aveva  attaccati.

Un dato storico è sicuramente inconfutabile: i piloti del 357° Fighter Group sapevano stare in formazione serratissima. Di sicuro lo scatto è originale giacché è assai improbabile che sia stato foto-ritoccato (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

Un gregario della sua squadriglia raccontò che ci fu un’azione eversiva per sfuggire all’attacco. Ma vide che il The Southern Belle era stato raggiunto da alcuni colpi e stava perdendo liquido refrigerante dal motore: lasciava una scia bianca dietro di sé.

Adams si lanciò immediatamente, prima che l’aereo prendesse fuoco.

Il paracadute si aprì regolarmente e Adams scese dolcemente verso terra.

Nello stesso momento, a poca distanza, era stato abbattuto anche un caccia tedesco e il pilota, Ferdinant Spychinger, era morto nello schianto.

Da questo punto in poi il libro riporta la storia di ciò che avvenne dopo l’atterraggio di Adams, in un campo vicinissimo al paese di Tiddische.

L’aereo, senza controllo, aveva urtato il terreno in una maniera talmente piatta che, dopo alcuni rimbalzi, si era fermato proprio al limite dell’abitato, quasi intatto. E non si era neanche incendiato.

A dimostrazione delle notevoli dimensioni di P-51 Mustang, si noti che, mentre la squadra degli specialisti addetti alla manutenzione del velivolo dialoga con il loro pilota appena uscito dalla cabina di pilotaggio, essi sono poco più alti del bordo di attacco dell’ala. (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com)

Ora la storia si fa davvero tristissima. Per questo motivo preferisco tracciarne solo le linee essenziali, lasciando al lettore l’onere di leggerla dal libro di Maddox.

Adams venne catturato. Il capo della polizia di Tiddische, Adolf Funke, un fanatico nazista, assolutamente privo di umanità, lo arrestò. Lo portò subito all’interno della sua casa che fungeva anche da ufficio, coadiuvato da un suo nipote, capo della locale sezione della Gioventù Hitleriana.

Adams fu spinto brutalmente, colpito più volte e fatto sedere su una specie di poltrona.

La moglie di Funke lo colpì a sua volta, ripetutamente, con un ferro da stiro, facendolo cadere a terra svenuto.

A queste scene assisté parecchia gente, gli abitanti del paese, che si assembrarono fuori dalla casa e sentirono le urla di Funke, di sua moglie e del nipote. Ma dopo poco furono brutalmente dispersi da Funke, che li minacciò e ordinò loro di andare a casa.

Bisogna dire che la gente comune non voleva che il pilota fosse maltrattato. Era sufficiente prenderlo prigioniero e trattarlo secondo le convenzioni internazionali in vigore.

Ma le rabbiose direttive di Hitler e di Goebbels avevano fatto presa sul nazista Funke.

A differenza del nostro paese che spesso dimentica la propria storia più o meno recente, in Gran Bretagna – che pure ha una storia millenaria pari alla nostra –  alcuni luoghi speciali o alcuni eventi particolari vengono commemorati in modo tangibile o comunque ne viene mantenuta viva la memoria. A prescindere. E’ il caso di questo piccolo sacrario che si trova nei pressi di Leiston, laddove trovò la sua sede operativa il 357° Fighter Group dell’USAAF (l’aviazione dell’esercito statunitense), vicino alla cittadina di Theberton a partire dal 01 febbraio 1944 fino al 8 luglio 1945. Nel bel mezzo del nulla, o meglio della campagna del Suffolk è possibile imbattersi in questa piccola staccionata posta a contorno di un semplice memoriale che ricorda il legame inscindibile di quel luogo (in terra britannica) con i piloti statunitensi. Il grazioso monumento, allestito nel 1997 a cura dei “Friends of Leiston Airfield” , ossia “Gli amici dell’aeroporto di Leiston”, è collocato nella Harrow Lane in quella che una volta era l’intersezione delle vecchie piste dell’aeroporto di Leiston. Nella pietra centrale, appena sotto la croce, è possibile leggere la seguente iscrizione:THEY FLEW AWAY AS EAGLES TOWARDS HEAVEN”. WE WILL REMEMBER THEM che tradotto in italiano diventa: “Loro volarono via come aquile verso il paradiso. Noi li ricorderemo”. Lo scopo del sacrario è infatti quello di ricordare e onorare gli 82 piloti che persero la vita nello svolgimento del loro dovere decollando appunto dall’aeroporto di Leiston. Tra questi, elencato in ordine alfabetico di cognome nella pietra posta a sinistra, primo della lista, è possibile leggere proprio il nome di Adams E. Fletcher (foto proveniente da https://www.americanairmuseum.com).

Il nipote, pur essendo il capo della Gioventù Hitleriana, non era come lo zio. Provò a dissociarsi, ma rischiava di farsi denunciare e arrestare, se non lo avesse assecondato.

A ridosso della staccionata che delimita il memoriale di Leiston è presente la targa mostrata in questa immagine. E’ possibile individuare la cronologia dell’aeroporto di Leiston  dalla sua  apertura (avvenuta nel febbraio del 1942) fino alla sua pressoché totale riconversione a terreno agricolo nel 1955 (a oggi rimangono solo poche centinaia di metri di una delle piste originarie) nonché alcune informazioni relative alle missioni svolte dagli Yoxford Boys.(foto proveniente da www.flickr.com)

E nessuno della popolazione osò muovere un dito. Tutti si ritirarono nelle loro case, spiando dalla finestra. Quelli che potevano vedere qualcosa. Altri non videro più nulla, o almeno così dichiararono dopo la guerra.

Più tardi Adams, che aveva ripreso i sensi, fu condotto a piedi lungo la strada che usciva dal paese, verso un bosco vicino.

Funke sparò due colpi al pilota, che non morì subito. Il nipote, con la pistola cal. 45 di Adams, sparò il colpo di grazia.

Il corpo fu lasciato nel bosco fino al giorno dopo, quando alcuni prigionieri che lavoravano nei campi al comando dei civili tedeschi furono incaricati di prendere il cadavere e seppellirlo in un punto che fu loro indicato, nei pressi di un muro, ad un angolo del locale cimitero.

Nella primavera del 1945, le truppe americane arrivarono a Tiddische e cercarono i resti del loro pilota.

Poi catturarono i responsabili del suo omicidio.

Tutti, tranne Funke, che non fu mai trovato e non pagò mai per i suoi crimini.

Nel libro Maddox rivela che il corpo di Adams subì altri oltraggi. I suoi resti, riesumati, mancavano di alcune parti, come le mani, i piedi e la testa, che non furono mai ritrovati.

Una ripresa aerea d quello fu l’aeroporto di Leiston. Situato a 3 miglia dal Mare del Nord, l’aeroporto operativo più orientale della Gran Bretagna durante il conflitto mondiale, aveva la caratteristica forma ad “A” con una pista principale di circa 1800 metri di lunghezza e due da quasi 1300 metri. Lo scatto proviene dal sito web dedicato all’asso Bud Anderson (https://toflyandfight.com/357th-tribute/leiston-airfield/) che viene citato nel libro di Joey Maddox fin dalla prefazione. Si notano alcune strutture di supporto dell’aeroporto e le piazzole di decentramento ove venivano parcheggiati i velivoli del reparto.

A seguito di questo episodio ci furono interrogazioni, processi e condanne. 

E solo dopo parecchio tempo i poveri resti di Adams furono riportati negli Stati Uniti.

A questo punto, specialmente dopo aver letto il libro, sarebbero moltissime le considerazioni da fare.

Ci si interroga sul perché di tanta brutalità, gratuita, senza scopo alcuno. Ma questa è la guerra.

Anzi, questa è l’Umanità.

C’è ben poco da aggiungere: l’Umanità è questa ed è capace di compiere azione tanto agghiaccianti.

L’Umanità non è capace di imparare e migliorare davvero. In questo momento storico assistiamo al ritorno di condizioni capaci di rimetterci a rischio di ripetere episodi simili. Anzi, nel mondo non è mai cessata la crudeltà. L’Uomo sembra incapace di vivere in pace evitando di fare del male al mondo intero e a sé stesso.

Anni fa ho letto l’autobiografia del famoso Horst Tappert, meglio noto come l’Ispettore Derrick.

Lui aveva fatto la guerra. Nel libro diceva di essere stato sempre contrario alla violenza e che tutto il popolo tedesco, in generale, lo era. Tranne una piccola minoranza, che però era stata capace di trascinare il resto in un turbine di violenza senza fine.

Derrick aveva scritto una frase che mi aveva colpito:

“Noi tedeschi avevamo imparato a diffidare di chiunque parlasse a voce troppo alta”.

Credo a questa affermazione. Ma credo anche che la memoria della gente sia piuttosto breve.

A distanza di qualche decennio, secondo me, sono pochi quelli che continuano a diffidare. E sempre di più quelli che, invece, sono pronti a seguire.




Recensione a cura di Evandro A. Detti (Brutus Flyer)

Didascalie e fotografie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR

Il Viaggio – L’inizio dell’avventura


Come già anticipato nella recensione del libro intitolato “Sullandai“, questo racconto costituisce idealmente il prologo o – utilizzando un’espressione mutuata dalla gastronomia – l’antipasto del volume pubblicato nel 2004 a opera del Com.te Glauco Nuzzi.

In verità il “Il viaggio – l’inizio dell’avventura ” è molto più giovane, cronologicamente parlando (primavera 2021) rispetto al libro in questione. Come mai – vi chiederete -?

Il Fairchild C-119 Flying Boxcar fu per l’autore il fidato amico su cui contare durante le avventure nei cieli africani. Ne è qui ritratto uno splendido esemplare – appena restaurato – che faceva e tuttora fa bella mostra di sé a Pisa, presso la 46a Brigata aerea ove svolse il suo gravoso ininterrotto ruolo di trasporto pesante per vent’anni e più, praticamente a partire dal 1953 fino al 1979, data registrata negli annali dell’aviazione come ultimo volo ufficiale tra le fila del’AMI (foto proveniente da www.flickr.com)

Semplicemente perché il racconto costituisce una sorta di concreto apprezzamento da parte dell’autore nell’essere stato esortato – e non comandato volontario – a partecipare alla IX edizione del nostro premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE. Anzitutto in qualità di giurato speciale, poi di ospite d’onore nel corso della cerimonia di premiazione e poi, se proprio gli fosse avanzato del tempo e se la memoria lo avesse supportato, anche di autore di almeno un racconto ambientato nel Congo.

Dalla spontanea disponibilità dell’autore è nato dunque il primo capitolo rivisto e corretto, condensato e migliorato di quello che è – e rimane tuttora – il primo capitolo stampato di “Sullandai” .

D’altra parte il titolo del racconto lo lascia facilmente intendere: è l’inizio dell’avventura che visse l’autore, poco più che ventenne,  nei loghi aerei e terrestri del continente africano. Suo malgrado – sottolineiamo perché comandato volontario ad andarci e, prima ancora, comandato a trasferirsi a Pisa presso la 46a Aerobrigata trasporti pesanti come destinazione al reparto, appena terminata l’Accademia Aeronautica.

Non sappiamo se vi è mai capitato di salire a bordo di un C-119 … ad ogni modo questa potrebbe essere la vista, piazzandosi dietro ai seggiolini dei piloti … di sicuro questa è la vista che ebbe l’autore quando fu inviato d’autorità a Pisa, ancora fresco di Accademia. E dire che all’inizio il Com.te Nuzzi odiò il velivolo ma, dopo aver trascorso sopra una parte importante della sua vita professionale, lo lasciò dicendogli un sincero: “ti voglio bene, bestione!”. Sebbene non l’abbia dichiarato apertamente in “Sullandai”, non stentiamo a immaginare che versò pure una lacrimuccia  … ma ci sarà l’occasione di scrivere un racconto a margine del romanzo, non è vero com.te Nuzzi? (foto proveniente da www.flickr.com)

Forse sarà per questo che il comandantissimo Nuzzi si è subito adoperato per migliorare e riscrivere il primo capitolo del suo libro e farne un racconto peraltro piacevolissimo e godibilissimo: perché nessuno degli organizzatori del Premio letterario l’ha comandato … al massimo “pregato di”, certamente non “obbligato a”.     

Tornando all’espressione iniziale “antipasto”, ebbene “Il viaggio – l’inizio dell’avventura ” è sicuramente un antipasto appetitoso, sapido, gustoso che appaga la mente e solletica la curiosità del lettore.

La prosa è semplice, senza particolari artifici narrativi, quasi confidenziale.

La trama è snella ma l’intreccio è davvero ben congegnato per essere confinato allo spazio di un medio-breve racconto.

Pochi ma fondamentali i personaggi e, sebbene la narrazione sia in prima persona, sono presenti alcuni periodi con il discorso diretto evitando così il rischio di un testo piatto se non monotono. E’ pur vero che la vicenda narrata è così dinamica che …

In definitiva un racconto che vi farà venire la voglia di leggere il romanzo o – ci auguriamo – la recensione del libro ospitata nel nostro hangar.

A conclusione di questa recensione permetteteci invece di ringraziare il Com.te Glauco Nuzzi per averci regalato questo cammeo. Lo interpretiamo come un segno di stima e di affetto nei nostri confronti. Come quello che abbiamo noi nei suoi. Nel nostro caso però non disgiunto da un reverenziale rispetto verso quel ventenne oggi cresciuto e divenuto solo per motivi anagrafici un delizioso ultraottantenne, comandato volontario a diventarlo.



Narrativa / Medio-lungo

Inedito

In esclusiva per la IX edizione del Premio letterario “Racconti tra le nuvole” – 2021 




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Il viaggio – L’inizio dell’avventura


Con un leggero sorriso il Comandante del 2° Gruppo della 46° Aerobrigata, del quale facevo parte: “Allora lei parte volontario per il Congo?”

Che fossi un volontario per la missione africana non me ne ero ancora accorto … ma a 23 anni lo spirito di avventura spesso ha il sopravvento. Inoltre, avvelenato come ero per essere stato destinato a un sonnolento reparto di trasporti, dopo aver conseguito il Brevetto Militare alla Scuola Aviogetti per una ovvia destinazione a un reparto da caccia, questa variante nel mio impiego non mi dispiacque. Sì, il Congo era una zona di guerra, ma …

Che un reparto di trasporti non fosse poi tanto “sonnolento” lo scoprirò ben presto …

Avevo appena terminato l’addestramento per l’impiego previsto del Reparto e avevo raggiunto la qualifica di combat ready, secondo gli standard NATO. Praticamente “pronto al combattimento”, in altre parole non ero più un addestrando, ma un pilota pronto all’impiego bellico e se dovevo andare in zona di guerra … beh, faceva parte del copione.

L’Italia aveva aderito, come membro ONU, all’operazione Congo e segnatamente con una cooperazione dell’Aeronautica Militare per il supporto logistico dei reparti multinazionali schierati nell’area per aiutare il governo centrale nella lotta contro la secessione mossa da Tchombe

Dopo qualche giorno ci fu il volo di trasferimento. Dovevamo portare un velivolo a Leopoldville (oggi Kinshasa) dove era la nostra base operativa, per ampliare la flotta dei velivoli già schierati in loco. La rotta prevedeva una sosta ad Atene, poi Il Cairo, quindi Khartoum, Entebbe e finalmente Leopoldville. C’è da tener presente che la velocità di crociera del panciuto C 119 era di circa 150 nodi e, date le distanze da percorrere, si prevedevano tratte lunghissime con pilotaggio manuale … sì, perché l’autopilota c’era, ma spesso, anzi troppo spesso, si surriscaldavano i servomotori dei comandi e l’aereo cominciava a prendersi iniziative strane per cui toccava sbrigarsi a staccarlo …

Dopo la breve sosta ad Atene iniziò il volo verso l’Africa, tratta interminabile alternandosi ai comandi con i colleghi (l’equipaggio era doppio o forse di più perché c’era anche da sostituire chi aveva terminato il suo periodo in area operativa).

Si interrompeva il digiuno ogni tanto con le combat rations, dette le “razioni K”. La dotazione consisteva in una scatola di cartone (che poteva far supporre che all’interno ci trovassimo un paio di scarpe). Ci si trovava uno scatolame vario, preparato negli USA, con gusto ben lontano da quello italiano. Il contenuto, spesso carne con sughi piuttosto grassi e rappresi … richiedeva uno stomaco robusto ma avevamo trovato il modo di renderli più appetibili … scaldando il barattolo. Non c’erano fornelli di nessun tipo su un velivolo spartano come il C-119, ma, l’italica fantasia, aveva trovato la soluzione … A metà fusoliera, all’altezza grosso modo delle semiali, c’era un vano nel quale era alloggiato un cilindro metallico con alettature … era il regolatore di tensione dei generatori che in volo diventava pressoché rovente … un barattolo adagiato sopra per una ventina di minuti pareva uscito dal forno. Aperto i barattolo … il tutto diventava profumato (beh, insomma) e appetibile.

Quando all’orizzonte vidi apparire una striscia gialla che si staccava dal blu del mare “Ecco l’Africa”, pensai e cominciammo una lenta discesa. Sorvolato il delta del Nilo ci addentrammo verso Il Cairo, dove, finalmente, atterrammo.

Al Cairo, ormai è un bel po’ che non ci passo, a quei tempi, anni ‘60, la città appariva alquanto caotica. Traffico intenso, un perenne coro di clacson, costruzioni di scarso valore architettonico, palme dappertutto, venditori ambulanti e un senso olfattivo completamente diverso.

Che ci fosse un ristorante italiano al Cairo, il “Roma”, non me lo aspettavo. Alcune cose restano indimenticabili anche col passare degli anni. Mi restò impresso il sapore della rucola e dei ravanelli, molto più grossi di quelli che abitualmente vediamo in Italia, le bistecche (qualcuno dubitò, sarà mica cammello?) in realtà erano ottime, anche se di zebù, un bovino diffuso in Africa.

La sera una lunga passeggiata fra negozietti e bancarelle. Da bravo turista subito comprai qualche souvenir africano: una sella di cammello, che ancora uso come sgabello e una capiente borsa di pelle che diventerà la mia borsa “operativa” per tutto il periodo. Era capiente abbastanza per farci entrare, oltre ai ricambi necessari, anche il MAB, caricatori, bombe a mano e tutto quello che mi accompagnerà in tutti i voli operativi a venire.

Uno o due giorni dopo, non ricordo, partimmo per Khartoum. La rotta prevedeva un percorso che faceva risalire il Nilo e mi faceva vedere dal vivo quello che avevo studiato, a scuola, in geografia. Larghe chiazze di verde costeggiavano il fiume: le periodiche esondazioni fertilizzavano le aree circostanti rendendo le zone abitabili.

Mano a mano che si procedeva verso sud le temperature, naturalmente, aumentavano e a bordo non c’era nessun tipo di condizionamento. Il fatto che si volasse fra gli otto e diecimila piedi portava un sollievo solo parziale e, avvicinandosi al suolo per l’atterraggio, i 40 e oltre gradi di temperatura si sentivano tutti.

La sosta in Sudan mi è rimasta in memoria come una lunga sauna. L’albergo non disponeva di aria condizionata (anni ’60!) e anche di sera le temperature erano insopportabili. Ricordo che, per potermi addormentare, dovetti bagnare il lenzuolo.

Ma il problema principale era il decollo. Esaminando le tabelle di pista ci rendemmo conto che con quel carico dovevamo aspettare che la temperatura scendesse a non oltre 31 gradi, cosa che si verificava intorno alle tre di notte, ma durava poco … subito dopo si tornava verso i 35/36 gradi.

Scegliemmo, o meglio, fummo costretti a scegliere, di decollare alle tre di notte.

A Entebbe era tutto diverso. Sull’altopiano la sera si godeva di una temperatura piacevolmente fresca. La città, ex colonia britannica, mi apparve come un gioiello. Costruzioni di tipo europeo contornate di vegetazione africana e fu in quella occasione che ebbi la sensazione di essere un privilegiato, remunerato per fare il turista. Ci fermammo qualche giorno e fu una vera vacanza. Passeggiate lungo il lago Vittoria, vegetazione e fiori che mi incuriosivano e mi sorprendevano ad ogni passo, il pensiero che stavo andando verso una zona di guerra al momento non mi sfiorava nemmeno.

Lasciai a malincuore quel piccolo paradiso africano per l’ultima balzo, il volo per Leopoldville.

La tratta era piuttosto lunga e si ponevano problemi di autonomia: esaminammo la possibilità di un eventuale scalo tecnico per rifornimento, ma, un imprevisto e robusto vento in coda che ci fece aumentare la velocità e diminuire il consumo, ci risparmiò la fatica.

A Leopoldville fummo accolti calorosamente dai colleghi che ci aspettavano con ansia, per pezzi di ricambio e rifornimenti vari dalla madrepatria … nonché  per l’atteso avvicendamento di personale. Ci furono assegnate, due ufficiali per abitazione, delle belle villette nel quartiere di N’Djili, a una decina di chilometri dalla città.

Ci fu un briefing generico al palazzo ONU sul tipo di attività che avremmo svolto, raccomandazioni generiche e indicazioni sulle norme di comportamento con i nativi. Alcuni particolari mi sorpresero: “Donne, se dicono di sì, ok, altrimenti non insistere, potrebbe finire male. Se fate a pugni non colpiteli alla testa … è inutile … pugni allo stomaco …”.

L’ambiente non mi appariva particolarmente familiare ma tenni conto delle raccomandazioni e mi resi conto che dovevo, in qualche modo, adattarmi all’ambiente.

L’alloggio del Comandante del distaccamento era il più grande e aveva un ampio salone che diventò la mensa ufficiali e faceva anche da sala briefing. A cena venivano formati gli equipaggi e si assegnavano i voli per l’indomani. Si parlava dei voli del giorno, problemi vari, pericoli potenziali e difficoltà generale per portare a termine le varie missioni. Aeroporti con piste corte, affogati nel verde fitto della foresta, difficoltà dei rifornimenti (da un bidone su una carriola il negretto pompava a mano … centinaia di litri di benzina 115/145 e passavano ore nel caldo torrido) e l’alea di trovarsi, dopo l’atterraggio, invece che i Baschi Blu, i mercenari dei secessionisti katanghesi …

Mi resi conto che per conoscere l’Africa … beh, forse ci potevano essere condizioni migliori, ma ero un militare … e poi “volontario”.

All’inizio qualche giro per Leopoldville. Era una bella città, costruzioni europee, vegetazione africana, giardini fioriti dappertutto e si apprezzava un certo ordine e pulizia (… rispetto al Cairo e Khartoum …) ordine e pulizia che tornandoci molti anni dopo, volando per l’Alitalia … erano un bel ricordo.

Mercatino dell’avorio e manufatti artigianali locali, un forte vocio di contrattazioni, un odore tipico africano indescrivibile, di cuoio e pelli animali. Mi accorsi che il francese imparato a scuola … non era stato inutile e cominciai a integrarmi nel nuovo ambiente. Bar affollati di varie razze, qualche ragazza indigena carina e disponibile, birra fredda che attutiva il caldo soffocante, cambio dei dollari  con franchi congolesi (borsa nera, in banca ci si rimetteva troppo ) … ed un po’ per volta mi trovai a mio agio … beh, a terra. Durante le operazioni un po’ meno …

Indimenticabile il mio primo volo operativo.

Luluaburg, si carica il velivolo col materiale da portare a destinazione, Stanleyville. Vedo imbarcare casse su casse, bidoni di carburante, altre cassette metalliche di munizioni … un ufficiale svedese mi consegna il piano di carico … peso totale piuttosto elevato … sento il Comandante chiedere il pieno di carburante … regolo di bilanciamento in mano … faccio qualche calcolo e …

“Comandante … siamo fuori peso, e con questa temperatura …”.

Senza cambiare espressione del volto o mostrare alcuna emozione: “Ragazzo! Qui c’è la guerra e si fa così. Salta a bordo e fai i controlli che andiamo!”

Decollo indimenticabile (ma non sarà l’unico in quel periodo) … lunga corsa si accelerazione, a fondo pista (sì, proprio fondo pista) … una cabrata secca e ci troviamo per aria … con le cime degli alberi che parevano spazzolarci il fondo della fusoliera …

Deglutii sospirando … bell’ambiente pensai … ma in seguito questo tipo di volo diventerà abituale …



§§§ in esclusiva per “Voci di hangar” §§§

## proprietà letteraria riservata ##


Glauco Nuzzi

Sullandai

titolo: Sullandai

autore: Glauco Nuzzi

editore: Pagine

anno di pubblicazione: 2004

ISBN: 88-7557-058-2




Il protagonista indiscusso e ineguagliabile della premiazione del nostro premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, VIII e IX edizione, è stato sicuramente il Com.te Glauco Nuzzi e il suo Sullandai.

Racconta Glauco Nuzzi nel suo libro a proposito del C-119: «Viaggiava ad una velocità di 150 kts e praticamente arrivava dappertutto.» e aggiunge: «Non aveva un radar meteo per cui se si incappava in qualche cumulo nembo affogato erano botte da orbi per il malcapitato equipaggio». (foto proveniente da www.flickr.com)

Nella fantasmagorica cornice dell’Auditorium del Palazzo dell’Aeronautica di Roma, domenica 17 ottobre 2021, egli ha raccontato con la vividezza della sua voce le sue esperienze di volo – e di vita – in Congo così come, in modo articolato e ben più esteso, aveva già confessato nel 2004 in forma scritta nel suo libro autobiografico Sullandai, appunto.

Appena ventenne, nei primissimi anni ’60, partecipò infatti alla missione di pace in quel martoriato paese africano sostenuta dall’Aeronautica Militare Italiana e sotto l’egida dell’ONU. Missione che comportò un massiccio impegno di uomini e velivoli della 46a Aerobrigata di Pisa e purtroppo tragicamente passata la storia per il terribile eccidio di Kindu in cui due equipaggi di C-119 italiani furono barbaramente trucidati dai tagliagole congolesi.

C119 motore
Una splendida immagine frontale della enorme elica con passo variabile e con antighiaccio di cui era dotato il velivolo. Il Com.te Nuzzi ricorda ancora oggi il rumore assordante – e sinistro – prodotto dall’elica quando i grossi frammenti di ghiaccio impattavano contro la fusoliera minacciando da un momento all’altro di frantumarla o comunque di aprirle un grosso buco. I motori di cui era dotato il C-119 erano quasi identici a quelli che avevano equipaggiato il bombardiere strategico B-29 Superfortress (quello che aveva sganciato la bomba su Hiroshima e Nagasaki , giusto per intenderci). Li distingueva solo l’assenza della sovralimentazione che non invalidò particolarmente le prestazioni del C-119, anzi ne elevò notevolmente  l’affidabilità … certo agli equipaggi che operarono sovraccarichi, a temperature infernali e su piste semi-preparate del Congo non sarebbero dispiaciuti. (foto proveniente da www.flickr.com)

Il drammatico episodio, in occasione del suo sessantesimo anniversario, è stato assunto quale personaggio storico del Premio letterario appunto, edizione 2021. O meglio, lo sono stati i due equipaggi rispettivamente del velivolo Lyra 5 e del Lupo 33 che sono dunque divenuti oggetto di numerosi racconti in qualità di protagonisti o elementi principali della trama. Un modo diverso per unire la conservazione della memoria con la divulgazione storica e al contempo per onorare i tredici aviatori caduti nello svolgimento del loro dovere; storia e narrativa unite in un connubio snello eppure evocativo.

Il velivolo protagonista del libro di Glauco Nuzzi è stato per anni il nerbo fondamentale della 46a Brigata Aerea di Pisa, poi sostituito dal Lockeed Hercules C-130 con tanto di scandalo all’italiana. Nel suo volume il Co.m.te Nuzzi ammette che il Fairchild C-119 Flying Boxcar (letteralmente “Vagone volante”) : “Aveva una buona autonomia e una discreta strumentazione elettronica il che ci obbligava moralmente a partire sempre e dovunque per andare dovunque e sempre.». Da qui l’affermazione che quelli della 46a – a differenza degli aviatori degli altri reparti dell’AMI – erano ognitempo, non si fermavano mai e arrivavano dappertutto. (foto proveniente da www.flickr.com)

Per gli organizzatori del Premio, una volta stabilito il personaggio storico della IX edizione, associarlo al nome dell’autore è stata una questione di pochi istanti. Per il Presidente dell’HAG, Stefano Gambaro, Glauco Nuzzi è stato infatti un istruttore di volo fondamentale – quanto indimenticabile – nel corso della sua carriera professionale di pilota commerciale; per il gestore di VOCI DI HANGAR nonché Segretario del Premio, Glauco Nuzzi era invece l’autore di un romanzo autobiografico recuperato in modo singolare e letteralmente divorato un paio di anni prima. Un autore da cui era stato molto favorevolmente impressionato per la semplicità narrativa ma anche per il realismo del racconto.

A testimoniare l’apprensione che nei piloti inevitabilmente innescava il minimo sussulto dei motori, il Com.te Nuzzi così ricorda i suoi lunghi voli sopra la jungla inatterrabile: «Guardavo sull’ala l’elica che girava tranquilla nel suo alone luminescente, l’ogiva rossa del II Gruppo, il grosso Wright Cyclone da 3500 HP …” e con il suo immancabile dialetto romanesco parlava direttamente con il motore: «Aoh! Nun fa lo scemo, cerca de regge che se ce ammolli …» In effetti, in caso di piantata motore, il velivolo non era in grado di volare con un solo motore, specie se carico. L’atterraggio di fortuna era pressoché inevitabile e quasi sempre con risultati rovinosi. Anche perché non esisteva la possibilità di soccorso e recupero aereo ma solo via terra. E possiamo immaginare quanto problematico potesse essere giungere sul punto dell’impatto attraversando centinaia di chilometri di foresta vergine.Oltre ai 13 aviatori di Kindu, l’AMI subi infatti altre perdite di vite e mezzi proprio a causa .di guasti tecnici e conseguente atterraggi nella jungla. Gli annali dell’AMI riportano che, durante tutta le operazioni in Congo il reparto subì la perdita complessiva di 21 aviatori, 6 feriti e 3 velivoli distrutti in incidenti di volo. (foto proveniente da www.flickr.com)

Da qui è nato il comune desiderio di coinvolgere in modo fattivo il Com.te Nuzzi in quelle che sarebbero state le dinamiche del Premio, ossia: preparare una speciale prefazione da inserire nell’antologia, svolgere lo spinoso incarico di giurato – nel suo caso, speciale – da aggiungere alla schiera dei giurati ”convenzionali” del Premio, godere della sua presenza in occasione della cerimonia di premiazione attribuendogli il ruolo dell’ospite d’onore.

In realtà, presi dall’onda dell’entusiasmo di poter attingere a una fonte autorevole quanto mirabile, gli organizzatori hanno avuto l’ardire di chiedere al loro beniamino anche la stesura di un eventuale racconto inedito che traesse spunto dalla sua pluriennale carriera di pilota cominciata proprio tra le fila della 46a Aerobrigata in Africa.

Un esemplare di C-119 che, generoso nelle dimensioni ancora oggi non passa inosservato, è conservato nel museo di Piana delle Orme a Latina. L’AMI ricevette un lotto iniziale di 40 velivoli ma, anche a seguito dell’intensa attività svolta in Congo a partire dal l’11 luglio 1960 al 19 giugno 1962 (ossia 22 mesi continuativi) la flotta risultò rapidamente usurata e costrinse la forza armata a rimpinguare le fila con con altri 25 esemplari della serie C-119J denominati in gergo “cacciavite”, per la particolare forma dei portelloni posteriori. Resteranno in servizio (sempre molto intenso) fino al 1973 quando verranno sostituiti dagli Hercules, affiancati poi – a partire dal 1978 – dai più piccoli Aeritalia G222. In giro per l’Italia, a mo’ di “gate guardian” esistono perciò diversi esemplare in buone-discrete-cattive condizioni. (foto proveniente da www.flickr.com)

La risposta dell’ormai ultraottantenne autore romano non si è fatta attendere né si è fatto pregare di fronte a tante richieste audaci – non c’è che dire – tanto che si è dichiarato subito disponibile su tutta la linea e anzi, tempo qualche giorno, ha fornito alla Segretaria del Premio ben due racconti inediti, uno dei quali costituisce virtualmente un gustoso antipasto di quello che è il suo romanzo Sullandai.

Il risguardo sinistro di “Sullandai” contenente le note biografiche dell’autore e una sinossi estremamente stringata

E’ dunque consapevoli del grande privilegio che ci ha concesso che pubblichiamo in questo speciale angolo del nostro hangar i racconti intitolati:

Il viaggio – L’inizio dell’avventura

e

Il pappagallo

oltre che la presente recensione del volume.

Il risguardo destro del volume del Com.te Glauco Nuzzi, classe 1938, romano.

A proposito della recensione, in verità, contavamo di pubblicarla diversi mesi orsono ma la scelta di non influenzare gli autori/autrici impegnati con il Premio in corso ci ha fatto desistere; ora che la classifica di RACCONTI TRA LE NUVOLE è stilata, divulgata e i premi sono stati consegnati, possiamo renderne partecipi i nostri visitatori. E senza indugio alcuno.

Ebbene … se la motivazione che si pone quale causa scatenante della stesura del libro è alquanto singolare, altrettanto fortuite sono state le combinazioni che hanno reso possibile per noi recuperare una copia del volume. Ma di questo ne verrete edotti in coda alla recensione …

Tra le pieghe delle vicissitudini narrate dall’autore in “Sullandai” è possibile imbattersi in questa confessione: “Deglutendo mi pareva che il rumore dei motori cambiasse: uno sguardo al torsiometro, CHT, pressione e temperatura olio dei motori.». E’ tangibile la tensione dell’autore che ammette: «Sapevo benissimo che bastava un semplice calo di potenza ad uno dei motori per fare una gran bella fiammata per terra.». La foto in bianco e nero ritrae invece un C-119J dell’AMI denominato confidenzialmente “cacciavite” per via della forma dei portelloni posteriori che non era più tondeggiante bensì a punta come un cacciavite, appunto. Siamo a Biggin Hill nel 1969 al Raf Open day. (foto proveniente da www.flickr.com)

Viceversa ci teniamo a precisare che Sullandai – e non ce ne voglia l’autore – non è un best sellers né mai lo diventerà nonostante la genuina pubblicità che gli organizzatori del Premio hanno svolto nel corso della premiazione. Anche perché, a oggi, non ci risulta che ne siano disponibili copie nella rete di vendita on line o che qualche editore sia disposto alla sua ristampa. Forse ne esiste qualche rara copia usata in circolazione. Nulla più. Peccato. E questo rende vieppiù pregiata la copia in nostro possesso o in possesso dei fortunati possessori.

Il Flying Boxcar venne utilizzato nel film del 2004 “Il volo della fenice” remake dell’omonimo film proiettato nei cinema nientemeno che nel 1965 (dove però si utilizza un C-82 Packet). Nella versione moderna del film, fatto salvo per la radiosa bellezza degli effetti speciali impensabili nella prima edizione, la sceneggiatura e i personaggi sono pressoché immutati: nel corso di un volo di trasferimento attraverso il deserto libico di un gruppo di tecnici addetti alla trivellazione petrolifera, il velivolo incappa in una terribile tempesta di sabbia e precipita, distruggendosi parzialmente. I superstiti, non senza difficoltà, riusciranno dopo varie peripezie a ricavarne un’improvvisata macchina volante  che consentirà loro, in modo a dir poco rocambolesco, a involarsi e a raggiungere la civiltà salvandosi da soli la pelle. E’ la trasposizione cinematografica moderna del mito della Fenice – araba – che, dopo la morte risorge dalle sue ceneri e spicca il volo. E’ il simbolo della capacità – propria del genere umano e di alcuni suoi esponenti in particolare – di far fronte in maniera positiva alle avversità facendo leva su risorse insospettate insite nell’uomo (e nella donna, s’intende). (foto proveniente da www.flickr.com)

Sullandai è’ invece un piacevolissimo diario che non ha le fattezze del diario – in termini di rigidità cronologica – bensì ha la fisionomia di un lungo racconto quasi confidenziale. Si snoda lungo un periodo di tempo incentrato agli inizi degli anni ’60 e in quei loghi distribuiti principalmente sul suolo/cielo del Congo e dintorni.

Protagonista – neanche a dirlo – è l’autore che narra gli eventi e gli innumerevoli episodi in prima persona senza però stancare il lettore o rallentare il suo resoconto.

C’è poi una cospicua messe di coprotagonisti tra cui spicca Giulio Garbati – soprannominato dall’autore  Garbulio – che il destino beffardo vorrà privarlo per sempre all’affetto dei suoi cari e consegnarlo alla storia come uno dei tredici martiri di Kindu.

L’autore – sempre il destino ha voluto – visse gli eventi congolesi prima e dopo l’eccidio di Kindu tuttavia, da commilitone ma soprattutto da vero amico del capitano Garbati, fu letteralmente travolto dalla drammatica vicenda di Kindu.

Il romanzo infatti si colloca in diverse situazioni, non necessariamente di servizio e di volo. Dunque, parafrasando il sottotitolo del volume, contiene storie varie degli aviatori italiani in terra d’Africa, specie in Congo, ma non solo.

Che l’autore fosse stato accidentalmente comandato volontario in Africa, ce lo confesserà subito; che prima ancora fosse stato destinato d’autorità ai “pesanti” (gli aerotrasporti) anziché ai caccia (come era nei suoi desideri) ce lo ricorderà più volte nel corso della sua narrazione. Anzi la svolta finale, peraltro del tutto imprevista – finalmente secondo il suo volere – lo coglierà ugualmente contrariato perché ormai si era affezionato al reparto e agli aeroplani che non si fermavano mai perché volavano ognitempo. Quelli della 46a

Il titolo del volume trae dunque origine da una delle tante situazioni rocambolesche vissute dall’autore. E’ una parola in lingua svedese ed è la parola magica che salverà l’equipaggio del C-119 impegnato in una missione impossibile – una delle tante – dalla concreta minaccia di abbattimento ad opera dell’unico “pseudo caccia” nemico (un Fougà Magister) che imperversa nei cieli congolesi.

Vi possiamo anticipare che – incredibile – l’espediente funzionerà e i nostri uomini la faranno franca ancora una volta grazie alla loro inventiva e alle loro indubbie capacità tecniche ma anche freddezza unita a una sottile vena di audacia. Al lettore, viceversa, rimarrà la tensione che trasuda dalle righe di questo episodio e vi assicuriamo gli rimarrà addosso per molte pagine ancora.

Un piccolo inciso: anche in questa missione il nostro beniamino parteciperà come volontario accidentalmente comandato.

In effetti l’autore ci spiega il senso figurato della parola – e ce lo ha ribadito nel corso della premiazione, immancabilmente interrogato sull’argomento – ma non ci spiega il significato espressamente letterale del termine “sullandai” né ci è stato fornito alcun conforto dal tanto osannato traduttore universale disponibile in rete. Purtroppo in Redazione non disponiamo nessuno/a di origine scandinava, come pure non abbiamo amici, conoscenti, lontanissimi parenti capaci di sciogliere questo enigma. Confidiamo però nei nostri visitatori/lettori. In verità auguriamo loro di intrattenersi con uomini/donne provenienti da quell’area geografica, magari nel corso di qualche vacanza balneare, affinché il contatto sia anche culturale. Oltre che di corpi e di anime, s’intende.  Sullandai, ricordatevi. E fateci sapere.

La prosa dell’autore è rapida, efficace, leggera in quanto inframezzata di brevi note esplicative a carattere tecnico ma anche di riflessioni intime come pure di battute fulminanti – spesso in dialetto romanesco – mentre non mancano le descrizioni delle bellezze naturali  o le situazioni grottesche sottolineate da quel disincanto o quel pragmatismo tipicamente romano di cui l’autore era già illustre esponente. Il tutto unito a una sottile sagacia congenita con l’autore.

La cabina di pilotaggio del C-119 era spaziosa e relativamente confortevole, almeno per l’epoca. Questo scatto riprende due piloti statunitensi intenti a svolgere i loro compiti. In realtà erano coaudiuvati dal motorista che rimaneva appollaiato tra di loro, nel bel mezzo tra i due sedili, impegnato a gestire i vari comandi dei due motori collocati nella consolle centrale tra i due sedili, appunto.(foto proveniente da www.flickr.com)

L’alchimia tra periodi in terza persona e quelli con discorso diretto è ottima e non ci si accorge di leggere un romanzo di memorie tanto che, senza le opportune premesse, si può scambiarlo tranquillamente per un buon romanzo di fantasia. Inoltre non mancano le irrinunciabili battute in dialetto, romanesco e pisano che rendono assai veraci i dialoghi e i personaggi evocati.

Il nostro Glauco dimostra perciò di  saper usare sapientemente l’ostica lingua italiana alla stregua dei comandi di volo del pesante “Vagone volante” e il lettore, capitolo dopo capitolo, quasi non si accorge di essere giunto al termine delle 188 pagine che compongono il volume. Perché vicende drammatiche e tragicomiche, avventurose, di terra e di cielo si alternano in un susseguirsi per nulla artificioso.  Il tutto è inoltre inframezzato da numerose foto in bianco e nero, generose nelle dimensioni e dotate di preziose didascalie.

Il formato del libro è ottimo, la carta di stampa impeccabile, la dimensione dei caratteri di stampa è standard, l’impaginazione professionale.

Avremmo qualche riserva sul contorno nero della copertina tuttavia – occorre ammetterlo – esalta la foto di copertina. Non è invece presente la IV di copertina.

Il C-119 in assoluto meglio conservato – ma non volante – nel nostro paese è quello collocato a mò di “gate guardian” di fronte al Sacrario delle vittime di Kindu, in prossimità dell’ingresso dell’aeroporto di Pisa San Giusto, sede della 46a Brigata Aerea che oggi come allora è operativa 365 giorni l’anno, 24 ore il giorno e impiega i suoi uomini e i suoi velivoli in ogni parte del mondo in molteplici attività non necessariamente a carattere militare bensì per lo più per scopi umanitari e di soccorso. (foto proveniente da www.flickr.com)

Valida la biografia presente nei risguardi interni e, sebbene la sinossi sia pressoché inutile, è davvero striminzita.

Onesto il prezzo di vendita (di allora) a testimonianza che sia l’autore che l’editore non intendevano fare business con un libro che aveva tutt’altri scopi.

Insomma un volume che consigliamo agli appassionati di volo ma anche di viaggi, non solo alla ricerca di informazioni circa l’eccidio di Kindu.

Di certo questo volume ha appassionato l’autore nello scriverlo giacché, giusto qualche anno dopo, ha  pubblicato altri volumi (di cui vi daremo conto in altre recensioni), ugualmente piacevoli e meritevoli di attenzioni.

Se non fosse per la venerabile età di Glauco – lungi da noi volersi prendere gioco di lui – vorremmo scrivere che, come autore, è certamente destinato a crescere e a migliorarsi in futuro … tuttavia sappiamo che il Com.te Nuzzi, con i suoi libri, ci ha regalato le sue preziose esperienze come pilota a tutto tondo (militare, commerciale, sportivo, amatoriale) con lo stesso spirito con cui un qualsiasi nonno trasmetterebbe le sue esperienze di vita al suo amato nipotino, convinto che l’inesorabilità del tempo li allontanerà per sempre. Prima o poi.

La schiettezza dell’autore è davvero disarmante ma rende l’idea di quale spirito di gruppo creò l missione in Congo. Alla fine del volume così si confida: «Alla 46° Aerobrigata non ci ero andato volentieri, anzi decisamente inviperito, ma cominciavo ad essere orgoglioso di questo Reparto». (foto proveniente da www.flickr.com)

Ebbene, per quanto ci riguarda, possiamo dire di aver avuto il privilegio di conoscere fisicamente il Com.te Glauco Nuzzi, di aver goduto della sua squisita compagnia, di essere stati partecipi delle sue vicissitudini aeronautiche. Grazie Glauco. Ciò nonostante il viso radioso degli occhi guizzanti di questo nostro grande nonno lo serberemo in un angolo speciale del nostro cuore mentre alle sue testimonianze scritte concederemo volentieri l’angolo migliore della nostra memoria. Perché tanto ci ha reso senza nulla pretendere.

Lunga vita a Glauco!!!





Prologo di “Sullandai”



“Aeroporto di Milano Linate. In attesa dell’imbarco passeggeri […]

Rassegnato a un potenziale ritardo mi accomodo su una delle poltrone anteriori del MD-80 […] sfoglio distrattamente un quotidiano.

Vedo con la coda dell’occhio salire a bordo l’atteso personaggio che si mette a discutere con l’Assistente di Volo 

– Va bene, fra due minuti vi arriva tutto quello che manca, scusate il disservizio […] Arrivederci, otikala malamu!

– Kenda malamu – rispondo istintivamente mentre l’uomo si avvia alla scaletta per scendere. […]

– Io ho salutato per scherzo in dialetto lingala …

– E io ho risposto sul serio in lingala, ma lei come fa a sapere il dialetto congolese?

– E lei?

– Sono stato in Congo […]





Recensione e didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





PROCLAMATI VINCITORI IX EDIZIONE RACCONTI TRA LE NUVOLE


IX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”

COMUNICATO STAMPA nr 7 del 1 settembre 2021


Non senza difficoltà, i nostri magnifici membri della giuria della IX edizione del Premio letterario “RACCONTI TRA LE NUVOLE” hanno decretato il racconto vincitore. Ebbene si tratta di:


EROI DI PACE di Claudio Di Blasio


  Nonché la classifica degli altri 19 racconti finalisti:


2) TREDICI ANIME – Stefania Granata

3) FRATERNITA’-UN RICORDO DEI MARTIRI DI KINDU – Gianvincenzo Cantafora

4) ANGELI IN VOLO – Elisabetta Benenati

5) LA DIGNITA’ DEL SIMBOLO – Silvia Favaretto

6) ALL’ALBA VINCERO’ – Alessandro Messina

7) IL BAMBINO E L’AQUILONE – Maurizio Staid

8) BOEING 777 – Andrea Pirani

9) L’ELISOCCORSO – Vito Grisoni

10) COME STELLA POLARE – Amalia Cavotti

11) ASCOLTATECI NOI SIAMO FRATELLI – Lara Tasillo

12) UN COMANDANTE VIRTUALE – Maddalena Medas

13) QUEI BRAVI RAGAZZI – Diego Mascherpa

14) LASSU’ – Rodolfo Andrei

15) GENTE STRANA GLI EYETIES – Evandro Detti

16) VALCHIRIE UN INNO DI LIBERTA’ – Mario Russo

17) ALA BIGIA – Alessandro Corsi

18) POLDU E LA PAURA DI VOLARE – Francesco Dionigi

19) IL BULLONE – Marilina Daniele

20) PENSO CHE UN GIORNO COSI’ NON RITORNI MAI PIU’ – Anna Paola Lacatena


L’amministratore dell’azienda VR Medical invece non ha esitato neanche un istante nell’attribuire l’omonimo premio speciale al racconto:


TREDICI ANIME di Stefania Granata


Sinceri rallegramenti al vincitore e alla vincitrice. A questo punto, a nome degli organizzatori, permetteteci di ringraziare allo stesso modo tutti coloro che hanno partecipato, finalisti e non, vincitori e non, insomma a tutti coloro che hanno speso il loro tempo ed energie mentali nella stesura di un racconto a prescindere dal piazzamento conseguito. Grazie per l’impegno e la passione dimostrata nel cimentarsi in una sfida non facile. Grazie per essere stati “dei nostri”, e per aver declinato a modo vostro il cielo, il volo e il mondo aeronautico in tutte le sue sfumature. Grazie davvero.

Rimandiamo infine al prossimo comunicato, emesso a brevissimo, con le indicazioni circa la premiazione, anzi le premiazioni giacché in un singolo evento avverrà la cerimonia di premiazione della precedente VIII edizione (rimandata causa pandemia) e della IX edizione del Premio.

A tutti i gli autori/autrici … auguriamo il nostro più sincero “in becco all’aquila”.

La Segreteria del Premio

Proclamati Finalisti IX edizione Racconti tra le nuvole

IX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”


COMUNICATO STAMPA

nr 6 del 15 agosto 2021


Non senza difficoltà, i nostri magnifici membri della giuria della IX edizione del Premio letterario “RACCONTI TRA LE NUVOLE” hanno decretato, come da regolamento, i 20 racconti finalisti.

Eccoli in ordine rigorosamente alfabetico di racconto (fatto salvo l’articolo o la particella pronominale):

1) ALL’ALBA VINCERO’ – Alessandro Messina

2) ALA BIGIA – Alessandro Corsi

3) ANGELI IN VOLO – Elisabetta Benenati

4) ASCOLTATECI NOI SIAMO FRATELLI – Lara Tasillo

5) IL BAMBINO E L’AQUILONE – Maurizio Staid

6) BOEING 777 – Andrea Pirani

7) IL BULLONE – Marilina Daniele

8) UN COMANDANTE VIRTUALE – Maddalena Medas

9) COME STELLA POLARE – Amalia Cavotti

10) LA DIGNITA’ DEL SIMBOLO – Silvia Favaretto

11) EROI DI PACE – Claudio di Blasio

12) FRATERNITA’-UN RICORDO DEI MARTIRI DI KINDU – Gianvincenzo Cantafora

13) L’ELISOCCORSO – Vito Grisoni

14) GENTE STRANA GLI EYETIES – Evandro Detti

15) LASSU’ – Rodolfo Andrei

16) PENSO CHE UN GIORNO COSI’ NON RITORNI MAI PIU’ – Anna Paola Lacatena

17) POLDU E LA PAURA DI VOLARE – Francesco Dionigi

18) TREDICE ANIME – Stefania Granata

19) QUEI BRAVI RAGAZZI – Diego Mascherpa

20) VALCHIRIE UN INNO DI LIBERTA’ – Mario Russo

Occorrerà attendere fino al 1 settembre 2021, per apprendere finalmente il vincitore/vincitrice del Premio RACCONTI TRA LE NUVOLE, del Premio speciale VR Medical nonché la classifica generale con l’elenco dettagliato dei piazzamenti. Ovviamente sarà cura della Segreteria del Premio informare a mezzo e -mail tutti gli autori/autrici dei racconti finalisti circa l’esito finale della loro partecipazione alla IX edizione di “RACCONTI TRA LE NUVOLE”.

A questo punto, a nome degli organizzatori, permetteteci di ringraziare coloro che, pur partecipando con impegno e passione, non sono giunti in finale. Grazie per essere stati “dei nostri”, per esservi messi in gioco e per aver declinato a modo vostro il cielo, il volo e il mondo aeronautico in tutte le sue sfumature. Grazie davvero.

A tutti i finalisti … auguriamo il nostro più sincero “in becco all’aquila”.

La Segreteria del Premio

Rinvio Finalisti – IX edizione Racconti tra le nuvole

IX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”


COMUNICATO STAMPA

nr 4 del 02 agosto 2021


A causa di una serie di ritardi nelle operazioni di valutazione dei racconti pervenuti alla Segreteria, la proclamazione dei dei finalisti della IX edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE è posticipata al giorno 08 agosto 2021.

Ci scusiamo con gli autori/autrici per l’inconveniente (non era nostra intenzione tenerli sulla graticola più di quanto lo siano già per ragioni di temperatura ambientale e di tensione emotiva), confidiamo perciò nella loro comprensione e pazienza. 

Per il momento vi giunga il nosto proverbiale “in becco all’aquila”, certi che sarà ben più fresca del suolo terrestre.

La Segreteria del Premio

Atterrati! IX edizione Racconti tra le nuvole

IX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”


COMUNICATO STAMPA

nr 3 del 01 luglio 2021


E’ felicemente atterrata, come da piano di volo, mercoledì 30 giugno alle ore 23:59 e 59 secondi locali, meridiano del centro d’Italia, la IX edizione del Premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE, ossia è scaduto il termine ultimo di presentazione dei racconti per partecipare al Premio, unico nel suo genere, che si prefigge di diffondere la cultura aeronautica nonché la memoria storica aeronautica attraverso la scrittura creativa.

Gli organizzatori del Premio, l’HISTORICAL AIRCRAFT GROUP (HAG, appunto) benemerita associazione composta dagli appassionati di volo che recuperano e fanno volare aeromobili storici dal passato glorioso e il nostro sito web, hanno sfidato ancora una volta l’effetto pandemia grazie alla collaborazione della prestigiosa rivista aeronautica VFR AVIATION, a una sinergia con la FISA (Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico) e il supporto economico di VR MEDICAL, azienda farmaceutica che ha sviluppato dei prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie, oltre alla salute della donna. Non ultimo, anche quest’anno, si è presa anche cura della nuova letteratura aeronautica italiana.

Numerosi i racconti giunti nell’ultima settimana, diversi sono atterrati addirittura nelle ultime ore utili, segno evidente che gli autori hanno speso fino all’ultima goccia di carburante per rimanere in volo.

La Segreteria li sta ancora vagliando prima di darne ufficialmente il “ricevuto” e, a ora, non ci è dato ancora sapere il numero complessivo dei testi partecipanti a questa edizione.

Purtroppo alcuni racconti non stati accettati dalla Segreteria del Premio in quanto non conformi ai requisiti previsti dal regolamento del Premio, in particolare a quello fondamentale secondo cui il testo presentato deve essere un racconto anziché una fiaba/favola.

Diversi gli autori/autrici che per la prima volta si sono lanciati senza paracadute in questo confronto letterario come pure numerosi sono gli affezionati narratori/narratrici che hanno inviato i loro racconti sebbene con all’attivo già diverse partecipazioni al Premio con risultati, in taluni casi, anche assai notevoli. Benvenuti ai primi, bentornati ai secondi.

Sono inoltre pervenuti alcuni racconti nei quali, in modo più o meno determinante, appare il personaggio storico scelto per questa edizione: gli equipaggi dei trasporti dell’Aeronautica Militare Italiana e delle Regia Aeronautica e, in particolare gli equipaggi che furono trucidati a Kindu, in Congo, nel novembre 1961.

Al momento, la giuria del Premio, è impegnata nel febbrile lavoro di lettura e valutazione del materiale ricevuto. Ai giurati, provenienti dal mondo dell’editoria e del volo, spetta dunque l’ingrato compito di decretare i 3 vincitori e i 17 finalisti della sezione letteraria i cui racconti costituiranno il contenuto dell’antologia del Premio pubblicata da Logisma che ormai è l’editore del Premio per antonomasia.

Gli altri racconti, tutti classificati indistintamente in una virtuale XXI posizione, troveranno ospitalità nel grande hangar di VOCI DI HANGAR, appunto.

Appuntamento perciò al 01 agosto per apprendere il nome dei 20 finalisti e dei  XXI classificati.

Un sincero ringraziamento a quanti si sono cimentati nella scrittura di soggetti aeronautici; dalla Segreteria del Premio giunga loro il nostro più che mai beneaugurale “in becco all’aquila”.

 


Per qualsiasi informazione:

www.raccontitralenuvole.it

Michael Collins è volato per sempre nello spazio



E’ con dita tremolanti con e il dolore che ci annebbia gli occhi che vorremmo informare i visitatori del nostro hangar che Michael Collins, l’astronauta  statunitense nato a Roma, eroe solitario della missione spaziale che ha condotto per la prima volta il genere umano sulla Luna, ci ha lasciato per sempre.

Mentre il suo corpo è rimasto qui sulla Terra – apprendiamo – attorniato dall’affetto dei suoi cari, osiamo immaginare che il suo spirito sia volato via nello spazio profondo e abbia raggiunto in un istante la superficie del nostro satellite dove la sorte volle che egli non dovesse mai mettere piede.

In rispetto di quanto  espresso dai suoi familiari,

“onoreremo il suo desiderio di celebrare, non piangere, quella vita.”

E pertanto ci uniremo a loro

“nel ricordare con affetto e gioia il suo acuto spirito il suo tranquillo senso dello scopo e la sua saggia prospettiva, acquisiti sia guardando indietro alla Terra dal punto di vista dello spazio”.

Lo faremo a modo nostro … ossia leggendo e rileggendo la recensione dei suoi libri:

Il pilota del Modulo di Comando della missione Apollo 11, Michael Collins nella foto ufficiale rilasciata dalla NASA alla vigilia del volo che recò Buzz Aldrin e Nei Armstrong sulla Luna.

e

che abbiamo il piacere di ospitare nell’hangar, stilate dal nostro preziosissimo Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer).

Grazie, Michael Collins … che lo spazio ti culli nella sua infinita vastità e che l’azzurro luminoso della Terra ti guidi quando vorrai tornare tra noi semplici terricoli.




La Redazione                      

RACCONTI TRA LE NUVOLE – il volo DELLA IX EDIZIONE

Logo Racconti Tra Le Nuvole



IX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole

COMUNICATO STAMPA

nr 2 del 22 aprile 2021



Prosegue veloce e spedito, sebbene con qualche turbolenza, il volo della IX edizione del Premio.

E’ giunto ufficialmente il primo racconto e, se è vero chi ben comincia … l’edizione 2021 si preannuncia di ottimo livello.

In effetti, già all’indomani del decollo, la Segreteria aveva ricevuto il primo racconto e altri nei giorni successivi.

Ligia al regolamento che le conferisce l’incarico di una prima verifica per rispondenza dei requisiti di partecipazione, la Segreteria ha provveduto alla lettura (e anche alla rilettura) dei testi pervenuti. Purtroppo ne ha dovuto decretare la non accettabilità in quanto non conformi al regolamento. E sottolineiamo purtroppo.

Occorre ricordare agli autori/autrici che possono partecipare alla competizione solo composizioni letterarie assimilabili alla formula del racconto. L’aspetto non è trascurabile giacché il premio racchiude già nel suo nome – RACCONTI tra le nuvole – un requisito intrinseco: racconti, appunto, e in tema squisitamente aeronautico. Al massimo, per estensione, astronautico.

Ora comprendendo la difficoltà dei partecipanti nel definire la formula letteraria in cui si colloca la loro composizione e senza voler insegnare alcunché, siamo certi di fare cosa utile riportando una definizione enciclopedica del termine racconto:

è una narrazione in prosa di contenuto fantastico o realistico, di maggiore ampiezza rispetto alla novella e più breve del romanzo. (Wikipedia)

Oppure:

Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella) (Treccani)

O anche:

Il genere letterario del racconto ha le sue radici nel primo costituirsi dei gruppi umani: nasce dal bisogno di comunicare proprio dell’uomo ed ha una millenaria tradizione orale che arriva fino all’epoca contemporanea. […]

Nel racconto non troviamo più gli eroi del mito o i personaggi simbolo della fiaba, ma protagonisti che condividono con il lettore caratteri ed esperienze della natura umana. Tra questi generi letterari e il racconto c’è una differenza fondamentale: mito e fiaba sono in larga misura predeterminanti, cioè il narratore è obbligato a muoversi entro gli schemi fissi stabiliti dalla tradizione. Sono inoltre destinati a perdere contatto con la realtà, mentre il racconto specie in talune sue tipologie,  non è estraneo al contesto storico, anzi ne vuole essere espressione e manifestazione: rappresenta la realtà in tutti i suoi contraddittori aspetti, al contrario del mito e della favola, che si propongono scopi educativi. Il racconto si differenzia anche rispetto al romanzo, che è un testo molto più lungo, che cerca di dare una visione complessiva del mondo, mentre il racconto affronta aspetti limitativi e circoscritti, frammenti di realtà, senza la pretesa di offrire di essa un’interpretazione generale.

Il racconto è quindi una narrazione breve, in prosa, con personaggi umani, contenuti verosimili e generalmente non storici, per lo più senza finalità morali o conclusioni moraleggianti. (http://www.comune.bologna.it/iperbole/llgalv/iperte/maniera/narrativo/racconto.htm).

In definitiva sono ammessi alla competizione solo racconti e non fiabe o articoli giornalistici.

Altro aspetto che teniamo a precisare riguarda il contenuto aeronautico dei racconti.

I testi partecipanti devono avere una componente aeronautica/astronautica, ossia avere una collocazione nell’ambiente aria, cielo o spazio. Ciò significa che la vicenda narrata deve muoversi nella dimensione aviazione, aeroplani, piloti e tutto quanto inerente il mondo del volo. Beninteso, i personaggi possono essere anche uccelli o insetti volanti ma, in tal caso, vi suggeriamo di prestare estrema attenzione a non scivolare nel genere fiabesco.

Naturalmente il racconto inviato al Premio potrà avere una caratura aeronautica più o meno consistente che sarà valutata in modo proporzionale dalla giuria. In altri termini i racconti che hanno una componente aeronautica blanda, seppure ammessi al Premio, verranno valutati tiepidamente mentre racconti con un preponderante sapore aeronautico/astronautico saranno valutati assai favorevolmente e dunque avranno modo di prevalere sugli altri.

Benché il tema aeronautico sia piuttosto specifico, in realtà consente agli autori/autrici di spaziare in termini temporali e di ambientazione in un settore narrativo pressoché sconfinato. Nella logica di guidarli verso un soggetto più circoscritto, al generico tema aeronautico/astronautico si aggiunge dalle ultime due edizioni il suggerimento degli organizzatori, ossia quello che viene denominato il “personaggio storico”. In questa edizione la scelta è caduta non su una persona fisica bensì su tante persone: gli equipaggi dei trasporti militari italiani appartenenti all’Aeronautica Militare Italiana come pure alla vecchia Regia Aeronautica. In particolare gli equipaggi che furono trucidati a Kindu, in Congo, nel novembre 1961.

Sottolineiamo che si tratta di un suggerimento, una sorta di spunto che viene sottoposto all’attenzione dei partecipanti ai quali rimarrà comunque la completa libertà di inviare un racconto aeronautico/astronautico ambientato in altro tempo e in altro luogo diverso dal personaggio storico. Ovviamente la giuria valuterà in modo più favorevole i racconti aventi come protagonista il personaggio storico e ovviamente lo farà in misura proporzionale rispetto alla qualità e al grado di coinvolgimento del personaggio storico nell’ambito della composizione.

Nel caso di ulteriori dubbi e necessità di chiarimenti non esitate a contattare la segreteria del Premio all’indirizzo:

raccontitralenuvole@gmail.com



Un mondo ultraleggero

titolo: Un mondo ultraleggero

autore: Bruno Servadei

editore: Independently published

anno di pubblicazione: 2019

pagine:  272

ISBN cartaceo: 1085921581

ISBN alternativo: 978-1085921589




Dopo aver acquistato su Amazon alcuni libri di Bruno Servadei, avevo contattato l’autore su Messenger, per informarlo e invitarlo a leggerne le recensioni che, dopo averli letti, avrei scritto e pubblicato su VOCI DI HANGAR. Nel sito era già presente la recensione di un altro dei suoi libri, “Ali di travertino“, scritta dal webmaster qualche tempo prima, e un racconto intitolato “Coppia” che aveva partecipato, senza giungere tra i finalisti, al premio letterario RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Avevo già letto, nel 2009, “Vita da cacciabombardiere“, il primo libro di Bruno Servadei. Mentre aspettavo l’arrivo dei quattro nuovi libri mi ero messo a rileggere “Vita da cacciabombardiere“, giusto per rinfrescarmi la memoria. A suo tempo mi era piaciuto moltissimo. Servadei aveva scritto un capolavoro, nel campo aeronautico. Non era solo opinione mia, mi ricordo che diversi amici, piloti di aereo o di aliante, avevano espresso lo stesso apprezzamento.

Non saranno la PAN – Pattuglia Acrobatica Nazionale dell’Aeronautica Militare Italiana – le mitiche Frecce Tricolori -, eppure la formazione acrobatica denominata “Blu Circe” non ha nulla da invidiarle … nemmeno il tricolore! Bruno Servadei ne fa parte nel ruolo di analino di coda. A causa della pandemia la formazione ha subito un drastrico rallentamento delle sue attività ma ha potuto archiviare un 2019 letteralmente memorabile giacchè l’ha vista in turnée addirittura in Cina (proveniente da www.flickr.com)

Servadei mi aveva suggerito un ordine di lettura dei libri, basato probabilmente sull’ordine nel quale li aveva scritti. E ovviamente, questo di cui mi accingo a parlare, dal titolo “Un mondo ultraleggero“, essendo il più recente, doveva essere letto per ultimo.

Ma nel messaggio, con mia sorpresa, lo aveva definito “libercolo“.

Intanto, finito di rileggere il primo, ne avevo scritto la recensione. Poi avevo ripreso in esame i nuovi quattro, li avevo messi in ordine e stavo per cominciare la lettura del primo della lista.

ULM, non è una città tedesca della regione Baden-Württemberg nota soprattutto per aver dato i natali ad Albert Einstein, bensì l’acronimo di Ultra Leggero Motorizzato. In effetti la sigla trae origine dalla definizione francese di Ultra-Léger Motorisé da cui ULM, appunto. L’ultra leggero, che si tratti di un velivolo, un elicottero,un aliante o un autogiro è considerato a tutti gli effetti un aeromobile sebbene a esso non è sia applicabile il Codice della Navigazione Aerea. Il concetto di ultra leggero dovrebbe essere sinonimo di macchina volante di piccole dimensioni, costruttivamente semplice, quasi spartana, con prestazioni modeste ossia destinata al volo lento e con autonomia limitata, equipaggiata di pochi strumenti per non dire essenziali. Dovrebbe. O meglio, all’inizio lo era. Oggi, in realtà solo una piccola parte, degli ULM volanti nel nostro paese risponde a questo canone. L’altra parte – la maggioranza –  degli ultra leggeri (davvero leggeri?) sono dotati di carrello retrattile, motore con potenze di tutto rispetto, elica a passo variabile, aerodinamica e struttura sofisticata, autonomia ben più che interregionale mentre possono raggiungere velocità piuttosto elevate (intorno ai 350 km/h). Alcuni sono capaci anche di svolgere attività acrobatica di un certo livello.. Niente male per un ultra leggero, no? In termini di avionica poi, affrancati da tutte le restrizioni e le certificazioni tipiche degli aeromobili dell’Avazione Generale, gli ULM sono spesso e volentieri dotati di una strumentazione che nulla ha da invidiare al cosiddetto “glass cockpit” dei fratelli maggiori pesanti, anzi, semmai il contrario: non c’è ULM che non abbia almeno un paio di schermi digitali a bordo e non imbarchi apparati di radio-navigazione che farebbero impallidire pure un’astronauta della Stazione Spaziale Internazionale! I velivoli che sono ritratti nelle foto sotto e sopra questa didascalia appartengono all’idea primordiale di ULM, quello ritratto nella copertina di “Un mondo ultraleggero” è invece in linea con la filosofia contemporanea. Notate qualche differenza? 

Ma la parola “libercolo” mi risuonava nella mente.

La copertina di “Un mondo ultraleggero” riportava l’immagine di un piccolo aereo immortalato nella fase rovescia all’apice di un looping. Una foto azzeccata, che attrae l’attenzione.

Uno di quei “trespoli” – così come li ha definiti l’autore in uno dei capitoli del suo libro – che animano, o forse è meglio dire, animavano il mondo ultraleggero.

Dopo una veloce scorsa alle pagine, ai capitoli e alle foto all’interno del libro, avevo intuito che il contenuto doveva essere molto interessante. Altro che libercolo!

Ok, avrei cominciato proprio da quello.

Il primo capitolo ripercorre la linea degli eventi che avevano preceduto l’arruolamento nell’aeronautica come pilota militare. Parla di scuola, dell’esame di maturità, delle vacanze a Rimini, di ragazze che frequentavano la riviera romagnola durante l’estate. Parla anche di sport nei quali si era impegnato. E troviamo riferimenti ad aerei, perfino idrovolanti, che però non erano stati quelli che lo avevano ispirato a diventare un pilota, di lì a poco. Parla anche di aeromodellismo, ma forse la passione per il volo non gli è derivata neanche a questo.

Una cosa è sicura: dopo l’Accademia Servadei ha fatto una mirabile carriera, prima come cacciabombardiere, poi è entrato nel mondo diplomatico, è stato all’estero per qualche anno come attaché militare, ma ha sempre continuato a volare. Divenuto Generale di Brigata, alla fine è arrivata la pensione. Ha chiuso con l’Aeronautica e per alcuni anni non ha più pensato al volo.

Finché, un giorno…

Bruno Servadei a bordo del suo velivolo e nell’ambiente che gli è più congeniale: l’aria. Qualche impertinente direbbe anche il fumo … (foto proveniente da www.flickr.com)

Il secondo capitolo si intitola: “Primi contatti con gli ULM”. E da questo punto in poi iniziamo a seguire il tortuoso percorso che lo aveva condotto, dopo essere stato un top gun e aver pilotato gli aerei più potenti, verso il mondo aeronautico più umile e semplice, quello degli aerei ultraleggeri.

Passare dai jet militari agli ULM (Ultra Light Machine) non è un salto da poco, anche se oggi queste macchine non sono più quelle di alcuni decenni fa. Esistono ancora i cosiddetti “tubi e tela”, ma fanno ormai parte di una nicchia di appassionati di volo minimale. Oggi i modelli di punta dell’aviazione ultraleggera sono aerei a tutti gli effetti, con motori di notevole potenza e prestazioni di tutto rispetto. La loro autonomia consente voli abbastanza lunghi da raggiungere mete lontane. E hanno anche una notevole affidabilità.

Quando gli ULM cominciarono a fare la loro comparsa negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, dopo un periodo di totale anarchia, la famosa legge centosei arrivò a mettere ordine nel settore. I tubi e tela erano divertenti, alla portata di tutti, usavano quasi esclusivamente motori a due tempi. Salivano che era un piacere, molto meglio di qualsiasi Cessnino di Aeroclub.

Dietro un pilota c’è spesso un aermodellista. E’ il caso anche dell’autore del libro che confessa: “Non vi è dubbio che il germe che mi ha nel tempo portato a intraprendere una vita da pilota mi è stato inculcato, di certo inconsapevolmente, da mio padre quando, ancora bambino, mi ha interessato il mondo del volo introducendomi all’aeromodellismo”. Certo, all’epoca, i modelli realizzati dal giovanissimo Bruno Servadei non erano così enormi e maniacalmente perfetti come quello ritratto … ma pur volavano! (foto proveniene da www.flickr.com)

Furono costruite parecchie aviosuperfici, cominciarono a comparire tanti tipi di aeroplanetti cosiddetti tre assi perché avevano i comandi tradizionali uguali agli aerei veri e molti deltaplani a motore, che allora chiamavamo pendolari. Oppure apparecchi ad ala basculante.

Ma era un mondo molto caotico, c’era troppa anarchia, troppa improvvisazione. E ci furono troppi incidenti.

L’Aeroclub d’Italia ebbe il merito di mettere ordine in questo settore con una legge, la centosei, abbastanza ben recepita e apprezzata da tutti. E le cose cominciarono ad andare meglio.

Il mondo ultraleggero si è sviluppato moltissimo nel corso degli anni e, pian piano, i grezzi modelli del primo periodo hanno cominciato ad assumere, sempre più marcatamente, le sembianze di aerei veri.

La Rotax, fabbrica austriaca di motori, quella che già forniva i suddetti motori a due tempi, ha cominciato a produrre motori a quattro tempi.

Così, l’aviazione ultraleggera si è sviluppata lungo lo stesso percorso che aveva caratterizzato l’aviazione generale. Eravamo in molti a credere che prima o poi saremmo giunti a ricostruire gli stessi ambienti dal quale molti si erano allontanati, quello dei tradizionali Aeroclub.

Bruno Servadei è giunto al mondo ULM quando ormai tanta strada era stata percorsa e gli aerei erano già uguali a quelli dell’Aviazione generale, o quasi. Anzi, per certi versi erano anche migliori.

Se dovessimo rappresentare in una singola immagine il mondo ultraleggero, senza indugio alcuno lo faremmo con uno scatto come questo: la pattuglia acrobatica Blu Circe! (foto proveniente da www.flickr.com)

Dopo aver conseguito l’attestato per pilotare gli ultraleggeri e aver sostenuto anche l’esame per poter portare un passeggero, era pronto a comprarsi un ULM tutto suo.

Strano a dirsi, dopo essere uscito dall’Aeronautica, per sette anni non aveva volato affatto. Poi aveva conseguito l’attestato di pilota di ultraleggero, senza aver mai avuto la licenza di pilota privato.

Nel libro racconta il suo approccio a questo nuovo mondo con modestia.

Ma non dimentichiamo chi era stato: un pilota cacciabombardiere che aveva volato con un jet e una bomba atomica attaccata sotto la fusoliera. Uno capace di decollare con ogni tempo, penetrare a bassissima quota in un territorio nemico e colpire l’obiettivo assegnato.

Uno capace di volare in formazione per ore dentro le nubi, senza visibilità, guardando solo gli strumenti.

A dispetto del tono umile con il quale descrive i primi approcci con gli ambienti delle aviosuperfici e degli ultraleggeri, sappiamo chi è l’autore di questo libro. Anche se ha solo l’attestato di volo VDS (Volo da Diporto o Sportivo), neanche del tipo avanzato, che è venuto dopo, Servadei non è un pilota come gli altri.

Basta leggere i capitoli successivi per rendercene conto.

La retrocopertina del bel libro di Bruno Servadei. Al momento è il suo ultimo libro pubblicato in ordine di tempo … speriamo non sia l’ultimo!

Già lo si capisce dal tipo di velivolo che sceglie, un Eurostar, prodotto dalla Evektor-Aerotechnik che ha sede in Repubblica Ceka. Un bellissimo aereo, 100 HP di potenza, ottime prestazioni.

Sebbene un ULM non potrebbe essere usato per fare acrobazia, leggete questo libro e alla fine mi saprete dire se può farla. Servadei non ha fatto altro per decenni, anche in formazione stretta.

Inizia poco alla volta, si allena in modo da prendere la mano sul mezzo, poi comincia ad esibirsi da solo sul cielo campo dell’aviosuperficie.

Nel corso del tempo viene anche osteggiato. In molti non gradiscono la sua esuberanza e le sue capriole. Finché si trova costretto a spostarsi in una diversa aviosuperficie e in un altro club. Ma qui lo trattano in maniera diversa e gli tributano ben altri onori.

Vista la sua capacità di acrobata e anche la capacità di volare in formazione, qualcuno gli chiede di entrare a far parte di una pattuglia acrobatica costituita da tre velivoli ultraleggeri. Mancherebbe un quarto elemento. E mancherebbe anche la sua esperienza.

Ancora una bella immagine del velivolo dell’autore scattata durante una delle tante manifestazioni aeree cui ha partecipato la sua pattuglia acrobatica Blu Circe. Un’altro luogo comune che spesso rieccheggia quando si parla di aviazione è che tuttii i piloti siano fascisti o comunque simpatizzanti del regime fascista. Anche Bruno Servadei, ricordando le sue origini di pilota, indugia sull’argomento ricordando che: “Il volo, e tutto ciò che vi era connesso, ha avuto un grande rilievo al tempo del fascismo. Volare era incentivato e a livello sportivo era di certo più facile di oggi: l’Italia era piena di aeroporti e idroscali, a loro volta pieni di aeroplani”.Il volo da diporto sportivo praticato con gli ultraleggeri ha costituito idealmente la prosecuzione della logica fascista che voleva – o propagandava – un’aviazione sportiva aperta e praticata dalle masse (foto proveniente da www.flickr..com)

E’ così che comincia la storia della famosa pattuglia acrobatica Blue Circe, quella che non manca mai nelle varie manifestazioni aeree, non solo italiane, ma perfino all’estero.

Nel libro la storia che ho appena sintetizzato è molto più lunga e particolareggiata, inframmezzata anche da racconti di vita personale.

Ci sono molte fotografie. In una di queste l’autore compare tra i musetti di due aerei. Si, perché, come leggerete, attraverso varie vicissitudini, ad un certo punto si trova proprietario di due ultraleggeri, l’Evektor e un Fl100.

Quest’ultimo è un mezzo molto più performante e molto più idoneo all’utilizzo in una pattuglia acrobatica.

Questo non è esattamente un libro autobiografico di Bruno Servadei. E’ anche una testimonianza di come si è evoluto il mondo ultraleggero in questi ultimi anni. Ed è la storia della pattuglia acrobatica dei Blue Circe. Ci consente di avvicinarci a un mondo decisamente emozionante, anche per chi non ha la passione del volo. Tutti noi abbiamo visto le evoluzioni di questi aeroplanetti che evoluiscono lasciandosi dietro una scia bianca rossa e verde. I colori della bandiera italiana.

Li abbiamo visti da fuori. Ora, leggendo il libro, abbiamo l’occasione di entrare nel loro mondo, di conoscerli, di vederli da dentro.

 

Con la consueta sagacia che abbiamo imparato ad apprezzare leggendo i volumi già pubblicati, l’autore ci rivela come avvenne il suo primo contatto con il mondo ultraleggero … ed è molto tutto tragicomico: “Un giorno uno del gruppo dei modellisti annunciò che un tizio un po’ svitato, forse un maresciallo dell’Aeronautica, si era costruito uno strano attrezzo volante a motore e lo avrebbe collaudato nel pomeriggio in un campo lì vicino. Ovviamente tutti decidemmo di andare a vedere.” A quest punto, siamo certi che sarete curiosissimi di sapere come andò il famoso volo di collaudo … ebbene non possiamo svelarvelo tuttavia, possiamo rendervi partecipi dell’opinine che maturò l’autore all’indomani di quella rocambolesca esperienza: “Non so se il soggetto abbia continuato i suoi voli con quell’attrezzo: per la sua salute spero di no. In ogni caso a me è rimasta l’impressione che fosse l’attività per aspiranti suicidi e che se quello era il volo ultraleggero degli anni ’70 di certo non aveva creato in me alcun desiderio di praticarlo.” Mai dire mai, caro Bruno Servadei! (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma se questo non bastasse, Servadei ha un canale You Tube nel quale ha pubblicato un gran numero di filmati, sia quelli “antichi” di quando volava con il T6, un vecchio e mitico addestratore militare, sia quelli moderni, girati con una delle più recenti versioni di telecamera digitale, la GoPro.

E poiché queste telecamerine possono essere montate ovunque, sia dentro che fuori dal velivolo, nei filmati di You Tube abbiamo davvero la sensazione di essere “dentro” le scene.

Il canale si può raggiungere digitando “Upload Bruno Servadei” nel campo di ricerca di You Tube.

I libri, invece, occorre ordinarli su Amazon. Una scelta dell’autore. Ma arrivano in tre o quattro giorni dall’ordine.

Oppure basta avere un Kindle.

Vorrei ricordare, infine, che se non si possiede un Kindle, è possibile avere questi libri anche con un tablet. Basta scaricare l’applicazione Kindle. Funziona altrettanto bene. Le foto di questo libro sono in bianco e nero, ma l’applicazione Kindle sul tablet consente di leggere tutti i libri, anche quelli che hanno foto a colori, con il vantaggio, non solo di vedere le foto a colori, ma di poter ingrandire le pagine a piacere.

Perciò, non avere un Kindle, se si ha il tablet, non è uno svantaggio, anzi.

Forse è decisamente meglio.






Recensione di Evandro A. Detti (Brutus Flyer)

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR


Ali di travertino

Un pilota a palazzo





RACCONTI TRA LE NUVOLE – DECOLLATA LA IX EDIZIONE

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IX edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole

COMUNICATO STAMPA

nr 1 del 01 aprile 2021

E’ appena decollata – e non è un “pesce d’aprile” – la IX edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE, il premio letterario organizzato dall’associazione di velivoli storici HAG, Historical Aircraft Group, e dal sito di letteratura aeronautica VOCI di HANGAR con la collaborazione della rivista VFR AVIATION e della FISA, Fondazione Internazionale per lo sviluppo aeronautico.

L’edizione 2021, conferma il sostegno economico di VR MEDICAL, azienda farmaceutica che ha sviluppato dei prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie, oltre alla salute della donna. Per ultimo ha anche cura della nuova letteratura aeronautica italiana.

E’ un’azienda dinamica operante nell’ambito della salute. Nata dalla scissione di un ramo di azienda della Vita Research, VR Medical è un azienda specializzata nelle terapie per il sistema muscolo-scheletrico e produce prodotti per il trattamento non chirurgico dell’artrosi, fratture ossee, tendiniti e neuropatie. VR Medical è altresì specializzata nella produzione e commercializzazione di prodotti per la salute della donna, con una linea di prodotti ginecologici per il trattamento osteopenia e osteoporosi, sindrome dell’ovaio policistico e cistite. VR Medical collabora con ricercatori universitari e centri di ricerca, e vanta un team di professionisti altamente qualificati che lavorano quotidianamente per offrire ai medici e pazienti prodotti innovativi per la salute e terapie all’avanguardia.

Il Premio rimane puramente letterario. Dunque solo racconti di volo, cielo, piloti, insetti, nuvole e ogni altra entità organica e inorganica purché appartenente alla dimensione aerea. Aviazione, spazio e tutto quanto voli, dentro e fuori l’atmosfera terrestre.

Un’ulteriore conferma è il cosiddetto personaggio storico.

Nelle intenzioni degli organizzatori, esso costituisce il pretesto per mantenere vivo il ricordo di figure che recano lustro alla storia dell’Aviazione italiana.

La figura scelta per questa IX edizione è: l’equipaggio del velivolo Lyra 5 e l’equipaggio del velivolo Lupo 33, ossia i tredici aviatori dell’Aeronautica Militare Italiana periti Congo nel novembre 1961 in quello che viene storicamente definito come “l’eccidio di Kindu”.

Più in generale la figura storica comprende: tutti gli equipaggi degli aeromobili da trasporto militari della Regia Aeronautica e dell’Aeronautica Militare Italiana.

FISA – Fondazione Internazionale per lo Sviluppo Aeronautico. E’ un’associazione che promuove la disciplina sportiva e ricreativa del volo con particolare riguardo al Volo a Vela come strumento di educazione e formazione personale e sociale

         Nel novembre 1961 tredici aviatori italiani, in missione per conto dell’ONU, furono barbaramente trucidati in Congo, nei pressi dell’aeroporto di Kindu. Erano appunto i membri degli equipaggi di due velivoli da trasporto Fairchild C-119 Flying Boxcar con nome in codice Lyra 5 e Lupo 33, bimotori da trasporto della 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa.

         Il premio letterario, in occasione del sessantesimo anniversario di quel tragico evento, intende onorare la memoria di quei piloti, marconisti, motoristi, elettromeccanici e montatori che perirono lontano dalle loro case e dai loro affetti in quella che era una missione di pace.

E’ un editore con una valida collana a carattere aeronautico nella quale vicende moderne e piu`lontane nel tempo si alternano. Si è occcupata della stampa e della diffusione dell’antologia del Premio.

         La loro fu una sorte terribile – è vero – nondimeno lo è stata quella di tanti altri equipaggi appartenenti alla Regia Aeronautica e all’Aeronautica Militare Italiana che, nel corso degli anni e a bordo di aeromobili da trasporto tra i più disparati, hanno tenuto alto l’onore del tricolore.

         Il Premio intende perciò manifestare agli equipaggi dei trasporti militari italiani quella riconoscenza che il popolo italiano tutto non ha mai potuto esprimere loro e lo fa, tramite interposta persona: gli autori/autrici partecipanti e le loro composizioni narrative. Di pura fantasia o di dimostrata veridicità storica.

         I trasporti militari italiani non sono però solo quelli in forza della 46° Aerobrigata di Pisa che – lo ricordiamo – dal 1956, è l’unico reparto dell’Aeronautica Militare a occuparsi di tali compiti. In passato altri reparti, altri uomini hanno scritto pagine rocambolesche e memorabili di cui la storia – ormai centenaria – della Forza Azzurra è disseminata. E laddove la cronaca storica fosse carente sarà l’invenzione letteraria a consegnarci dei racconti dedicati a questi equipaggi.

        

VFR Aviation ogni mese ti porta in quota con informazioni, notizie, tecnica, curiosità su tutto ciò che vola. Che pesi pochi grammi o qualche tonnellata, voli a poche decine di metri da terra o nella stratosfera, sia costruito in catena di montaggio o in un garage, abbia volato un secolo fa o da poche ore. Aerei e piloti su VFR Aviation sono in edicola o a portata di click, perché la passione per il volo non si spegne quando le ruote toccano terra.

         I racconti che conterranno riferimenti al personaggio storico verranno premiati dalla giuria con una valutazione proporzionale all’entità e alla bontà del coinvolgimento del personaggio storico nel racconto: maggiore la bontà e l’originalità dei riferimenti presenti nel testo, migliore sarà la valutazione da parte della giuria.

Il regolamento introduce una sola novità sostanziale: la fotografia dell’autore/autrice. Al fine di dare un volto al loro nome e cognome, lo scatto verrà utilizzato nella pagina web del Premio e di VOCI DI HANGAR. Ovviamente dovrà essere a colori e dovrà ritrarre in primo piano l’autore/autrice benché uno “sfondo aeronautico” non verrà certo disdegnato.

Rimangono inalterate:

  • partecipazione gratuita,
  • giuria prestigiosa e anonima fino alla dichiarazione dei vincitori
  • pubblicazione gratuita dei racconti finalisti nell’antologia del Premio edita dall’editore LOGISMA,
  • volo gratuito a bordo di un velivolo monomotore HAG,
  • pubblicazione dei racconti non vincitori nel sito VOCI di HANGAR, targhe e diplomi di partecipazione.

L’associazione italiana che promuove lo sviluppo, la diffusione e l’approfondimento di tutte quelle tematiche inerenti il patrimonio culturale e tecnologico che gli aeromobili rappresentano. Un gruppo di piloti o semplici sostenitori simpatizzanti che si prefiggono di cercare, valorizzare e restaurare in condizioni di volo aeromobili storici

Ad essi si aggiunge il premio speciale VR MEDICAL che verrà attribuito al racconto più meritevole secondo il giudizio insindacabile dell’amministratore dell’azienda.

Ulteriori novità nel prossimo comunicato.

A questo punto rompete gli indugi perché l’atterraggio della IX edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE è prevista per il 30 giugno mentre per il 1 agosto è fissata la divulgazione dei nomi dei 20 finalisti. Per la classifica finale e proclamazione del vincitore occorrerà invece attendere fino al 1 settembre.

E ora … scaldate i motori e … di corsa a scrivere!

Per qualsiasi informazione:                       www.raccontitralenuvole.it

                                                                  





Ecco il bando contenente anche la scheda di partecipazione :

Logo Racconti Tra Le NuvoleBando Premio letterario Racconti fra le nuvole 2021



Racconti tra le nuvole – altro rinvio Premiazione VIII edizione

Logo Racconti Tra Le NuvoleVIII edizione Premio letterario “Racconti tra le nuvole”

COMUNICATO STAMPA

nr 9 del 01 aprile 2021



Stante l’attuale situazione sanitaria che non invita a modesti assembramenti e spontanei contatti interpersonali, sebbene con profondo rammarico,

gli organizzatori del Premio (l’HAG – Historical Aircraft Group e VOCI DI HANGAR) in sinergia con VR MEDICAL e FISA,

comunicano la decisione, loro malgrado, dell’ulteriore rinvio a data e luogo da destinarsi della cerimonia di premiazione della VIII edizione di RACCONTI TRA LE NUVOLE.

Pur comprendendo il disappunto del vincitore e degli autori/autrici finalisti nel rimandare un incontro abitualmente amichevole, quasi familiare, gli organizzatori preferiscono attendere i giorni in cui – si augurano – sarà possibile stringersi di nuovo la mano per salutarsi, abbracciarsi per complimentarsi, per manifestare affetto e ammirazione reciproca.

Piuttosto che gestire – con notevoli difficoltà logistiche – una riunione squisitamente conviviale pesantemente limitata da misure di sicurezza necessarie per la reciproca salute, si è preferito rimandarla ulteriormente e, beninteso, non annullarla.

Appuntamento dunque al tardo autunno 2021 – si spera – in concomitanza con la cerimonia di premiazione della IX edizione del Premio.



Per qualsiasi informazione:                                www.raccontitralenuvole.it



Il mio cuore a gravità zero

titolo: Il mio cuore a gravità zero

autore: Carolina Dellonte

editore: Cartabianca Publishing

anno di prima pubblicazione: 2016

anno di seconda pubblicazion: 2019

ISBN cartaceo: 888880529X

ISBN digitale: 978-88-8880-521-4




“Questo è un ambiente difficile per una donna. … Quindi se

sei brava non basta, devi esserlo più degli altri e sempre, mai

abbassare la guardia”

(Carolina Dellonte – “Il mio cuore a gravità zero”)

Anche se il titolo “Il mio cuore a gravità zero”, potrebbe farci pensare a un astronauta, il sottotitolo – una ragazza, un aereo e la loro storia – ci svela subito la realtà.

Una ragazza – l’autrice, Carolina Dellonte, per dieci anni, pilota civile in una compagnia executive;

Un aereo – il P180;

Il Piaggio P180 Avanti in uno scatto perfettamente frontale che evidenzia la generosa forma ovoidale della fusoliera e gli ingombri di motori, semiali e carrello. Il velivolo è nato da un progetto dell’ingener Alessandro Mazzoni  e ha cominciato a volare nella galleria del vento già nel 1980; ad oggi risultano costruiti circa 250 esemplari, dunque un buon successo di vendite se si considera l’affollata categoria – quella dei velivoli executive – in cui si colloca l’Avanti. Nel 2005 il progetto ha subito alcuni notevoli miglioramenti dando vita alla versione Avanti II ma la vera svolta sostanziale – motori più potenti e silenziosi nonchè più parchi nei consumi, un’ala con allungamento aumentato del 50%, eliche pentapala a scimitarra più silenziose, serbatoio aumentato dl 50% – prende il nome di MPA (Multi Patrol Aircraft) e dovrebbe trovare impiego in attività di pattugliamento, sorveglianza e intelligence. Ha invece volato nel 2015 – ma con esito dai contorni piuttosto nebulosi – la versione con comando remoto (una sorta di grande drone) contrassegnata come P.1HH HammerHead. Nelle intenzioni dei progettisti della Piaggio, il velivolo dovrebbe svolgere varie missioni di sorveglianza, ricognizione e attacco ma, trattandosi di una commessa militare, è avvolta in una cortina fumogena in cui hanno messo lo zampino anche gli Emirati Arabi Uniti (foto proveniente da www.flickr.com)

La loro storia – non leggeremo di una “Superwoman”, ma di una donna normale con la passione, anzi l’amore per il volo, e la sua esperienza all’interno di quel mondo.

L’autrice ci condurrà nella sua bellissima avventura chiamata “volo” che l’ha portata appunto a diventare pilota e a lavorare per una compagnia executive.

Molto spesso una donna pilota si sente rivolgere la domanda: “cosa l’ha portata a prendere la licenza di volo?”

La risposta … semplice: “Lo stesso motivo per cui un uomo diventa pilota.”

E’ quella attrazione che si prova per il cielo, non è sfida ma una voce interiore che ti dice che lì vuoi andare.

Sì, perché senza passione non si diventa piloti, che tu sia uomo o donna. Per carità, la licenza la si consegue ma poi, alla prima difficoltà, ci si allontana. Proseguire per diventare un pilota professionale richiede dedizione, studio, grande volontà.

Nei tredici capitoli, l’autrice ripercorre le fasi della sua esperienza, attraverso una narrazione molto scorrevole mai noiosa.

Non è un’autobiografia, né un diario ma un ripercorrere le tappe salienti e i momenti più significativi di questa esperienza rivivendola, a distanza di tempo, con la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta.

Sottolineare che il P180 abbia una configurazione alquanto originale è pressochè banale; è l’unico aeroplano al mondo prodotto in serie che sia stato progettato, sviluppato e certificato con una configurazione con ben tre superfici portanti: come tutti i velivoli canard è dotato infatti di alette sul muso ma anche di un equilibratore/stabilizzatore a T alto convenzionale. Dunque non è un canard! Inoltre ha un’ala con elevato allungamento, rastremata, con profilo laminare. I motori sono ugualmente inconsueti: a turbina con elica spingente, piazzati sul bordo d’uscita del dorso alare come la Piaggio aveva già preferito nei velivoli predecessori: l’anfibio P136 e il trasporto P166. Questo tipo di scelta rende la cabina assai confortevole dal punto di vista acustico in quanto i motori si trovano ben distanti dall’abiacolo ma rende unico il ronzio dell’Avanti per la sua particolarissima impronta sonora piuttosto acuta (foto proveniente da www.flikr.com)

Nel capitolo 1 – Le origini – conosceremo la sua famiglia e l’importanza che essa ha rivestito nella formazione della Dellonte, nonostante nessuno fosse interessato al volo, anzi la mamma era terrorizzata all’idea di volare.

Questo a voler dimostrare di quanto l’amore per il volo sia qualcosa che appartiene all’anima, non si trasmette geneticamente.

Per poi proseguire, con il periodo di addestramento presso la compagnia. Ci renderà partecipi delle sue emozioni : gioia, rabbia, serenità, tenacia, timore.

Il titolo del capitolo 3 – Amore a prima vista – potrebbe indurci in errore… sarà una love story con un compagno di corso??

“Solo quando fui sul punto di uscire alzai lo sguardo sulla parete di fronte alla scrivania dove stava seduto il mio nuovo capo. Ed eccola lì. Una foto gigantesca di uno strano aereo baffuto che sfrecciava tra le nuvole. Il Piaggio P180 Avanti.”

Si proprio lui, l’aereo del sottotitolo:

L’Avanti può trasportare da 6 a 9 passeggeri e può essere pilotato da uno o due piloti. L’avionica di cui è dotato è decisamene moderna trattandosi di una cosiddetta “glass cockpit”. Essa riunisce sui tre schermi LCD tutte le informazioni generate dai sensori di cui dispone il velivolo: parametri di volo, motori, apparati di comunicazione e navigazione, anticollisione e, naturalmente, i dati dei sistemi del velivolo. Noterete da questo scatto che i famosi “orologi” (strumenti a capsula o comunque analogici) non sono presenti nel cruscotto. Chissà come l’avrebbe presa Amelia Earhart ? (foto proveniente da www.flickr.com)

“… è un piccolo gioiello di cui l’industria italiana può andare fiera. La sua fama di essere, in aria, un aereo estremamente onesto, divertente e facile, si è sempre scontrata però con la credenza che le eliche siano più pericolose dei motori a reazione, una credenza ingiustificata nutrita da un immaginario comune piuttosto disinformato sull’argomento. È purtroppo la sfortuna di tutti gli aerei a elica, ma il P180 cresciuto in una nicchia per soli amatori, lentamente iniziò a farsi conoscere e a farsi amare. La nostra compagnia volava in tutta Europa ed era l’unica che avesse in flotta solo P180. Il nostro titolare, che lo amava moltissimo, contribuì non poco a renderlo famoso. Quando mi fu comunicata la data di inizio del mio addestramento ripensai a quando avevo visto quella fotografia sul muro dell’ufficio.”

Il P180 ha avuto un buon successo di vendite nel mondo civile nazonale e internazionale tuttavia, anche le Forze Armate italine hanno contribuito alle commesse con diversi esemplari. Quello ritratto svolge servizio tra le fila della Polizia di Stato italiana (foto proveniente da www.flickr.com)

Nei successivi capitoli, senza timore, con molta serenità ed onestà ci paleserà le difficoltà incontrate, sia durante il percorso addestrativo sia in seguito, nel dover vivere le dinamiche di un mondo tutto al maschile.

Ero l’unica donna in un team di venti piloti. Questo per certi versi fu sia un vantaggio, nel senso che ero vista come il tocco esotico in un gruppo di barbe, baffi e muscoli, sia uno svantaggio, nel senso che essere donna in un’epoca dove il lavoro del pilota in Italia era ancora di dominio maschile mi costrinse a faticare più del necessario.”

E ancora:

“Mi resi conto più avanti anche di quanto effettivamente questo mondo fosse difficile, non tanto per la sua organizzazione ma per le persone che ci lavoravano. Non solo, ma l’essere donna era sempre alla fine uno svantaggio, non tanto perché sei “donna” in un mondo fatto di uomini, ma perché, se sei brava, onesta e, diciamolo pure, incorruttibile, diventi un elemento fuori dal comune senso del controllo, e una donna fa sempre più paura di un uomo: è sempre stato così, è atavico, ancestrale”

Sapevate che in un’area che si trova al largo della costa ligure e a ridosso della Corsica esiste una zona di mare che assomiglia contemporaneamente all’Area 51 e al Triangolo delle Bermuda? No? Eppure l’autrice è convinta che esista tanto che ci si è trovata dentro con il suo mitico P180 … e ce lo ha raccontato minuto per minuto in un capitolo del suo libro. Da brivido! Come lo scatto che ritrae un P180 sotto un diluvio, Splendida la livrea. (foto proveniente da www.flickr.com)

I vantaggi e gli svantaggi di essere piloti nell’aviazione commerciale privata. Spirito di avventura e inesistenza di una vita privata.

Non esistono turni o se esistono raramente vengono rispettati. Il cliente può chiamare all’improvviso e stravolgere la pianificazione di un’intera settimana.”

Il piacere di conoscere posti nuovi, e il dispiacere di non poter coltivare una vita familiare.

Il volo si intreccia alla vita terrestre; i ricordi di bambina ai sentimenti di donna adulta; la vita familiare alle relazioni interpersonali con i colleghi.

Nel capitolo 12 – Quando un amore muore – l’autrice ci renderà partecipi dei motivi che l’hanno portata dopo 10 anni a lasciare il mondo del volo commerciale. Un analisi lucida, indice della forte personalità e del solido carattere di Carolina Dellonte.

“Volevo qualcosa di più. Qualcosa di più per me come persona, non come pilota”

“L’amore per il volo non lo avrei mai perduto, di questo ero certa, non era lui in discussione, ma tutto quello che ruotava intorno a quella vita.”

La copertina del libro di Carolina Dellonte nella sua versione cartacea con copertina rigida. In uno dei primi capitoli si può leggere il seguente periodo: “La prima vola che ebbi il coraggio di dire ad alta voce che volevo fare il pilota avevo undici anni, poi per i successivi venti non lo dissi più”. Niente di più singolare, non trovate? E qui si dimostra il talento dell’autrice che riesce a intrigare il lettore fino all’ultima riga dell’ultima pagina. Niente male per un pilota!

La brevissima biografia che troviamo al termine del libro, quasi una didascalia alla foto dell’autrice con il suo amato P180, non ci dà molte informazioni sulla sua vita.

Dopo aver lasciato l’aviazione executive, diventa istruttore CRM:

“volevo insegnare alle persone quello che sapevo di quel mondo e di quel lavoro. Diventare un istruttore nelle scuole di volo, riuscire a trasmettere conoscenza e amore a chi, come me tanti anni prima, si avvicinava al mestiere di pilota. In modo particolare mi aveva sempre appassionato il CRM (Crew Resource Management), quella disciplina che come piloti eravamo obbligati tutti gli anni a studiare. Lo studio del fattore umano in volo e la capacità di risoluzione delle emergenze usando tutte le risorse umane possibili.”

Si è laureata in psicologia e ha coltivato il suo interesse per la storia romana.

“Volevo tornare all’Università. Volevo riprendere i libri in mano e ricostruirmi un futuro.”

 Un cambio molto radicale alla sua vita, nessun rimpianto o nostalgia.

“Nella vita bisogna saper affrontare l’ignoto. Quando si resta fermi e si aspetta si perde solo tempo. Si tiene prigioniero un qualcosa che è nato per volare, qualcosa che è nato per andare. Bisogna lasciare che quello spirito che abbiamo dentro possa risorgere… Ascoltarlo è l’unica cosa che ci resta da fare per essere di nuovo liberi.”

Questo libro, come la stessa autrice scrive nei ringraziamenti, è un tributo a quel periodo della sua vita e a tutte le persone che più o meno consapevolmente hanno contribuito a renderlo ricco di emozioni.

Ancora una bella immagine di un P180 ghiacciato che pone in risalto la forma tutte curve della fusoliera (foto proveniente da www.flickr.com)

In appendice troviamo un capitolo: “Amelia Earhart: quando i piloti erano aviatori”, un omaggio e una bella riflessione su i piloti ante tecnologia elettronica, niente GPS, niente ILS, senza radar meteo. Tutto ciò che è assolutamente normale oggi ma ieri neanche pensabile.

Un omaggio a tutte le donne, che sin dall’inizio dell’aviazione, hanno voluto, a ragione, farne parte.

Anche se il cielo è blu, l’altra metà del cielo è rosa.

“There is a big difference between a pilot and an aviator. One is a technician; the other is an artist in love with flight”(E.B.Jeppesen)

che in italiano si traduce come:

“C’è una grande differenza tra un pilota e un aviatore. Uno è un tecnico; l’altro è un artista innamorato del volo”

La lettura è adatta a tutti: amanti del volo e timorosi di salire su un aereo; giovani e meno giovani.

Sicuramente una riflessione per le giovani donne, a non rinunciare ai loro sogni, a non lasciarsi intimorire, a non aver paura di osare.

A non accettare soprusi, a non farsi mettere in un angolo solo perché “donne”. 

E non poteva mancare la biografia ufficiale dell’autrice così come riportata all’interno del volume di esordio. Una precisazione è però d’obbligo: il secondo libro è stato pubblicato e s’intitola: “Volo vedo vivo”.

Nel mondo dell’aviazione le donne sono ancora una piccola minoranza, ma la loro presenza si fa sempre più sentire.

Quando, a bordo di un aeroplano, una voce femminile vi dirà: “Qui è il vostro comandante che vi parla abbiamo ultimato le operazioni di imbarco e siamo pronti a muoverci” rilassatevi e godetevi il volo perché una donna è ai comandi e si prenderà cura dei suoi passeggeri e del suo aeroplano come solo una donna sa fare … e gli aeroplani lo sanno.

Happy landings






Recensione di Franca Vorano,

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR





Scramble!

titolo: Scramble! – The dramatic story of a young fighter pilot’s experience during the Battle of Britain & the Siege of Malta

autore: Tom Neil

Editore: Amberley Publishing, www.amberley-books.com

data di pubblicazione:  2015

ISBN libro cartaceo) : 9781445649511

ISBN ebook: 9781445649528




Quando Tom Neil cominciò a raccogliere le proprie memorie degli anni di guerra pensava di scrivere un solo libro. Ma poi, accumulò materiale per almeno tre libri. Per anni aveva scritto e pubblicato le sue avventure di pilota di caccia durante la guerra. Si può ben immaginare che le maggiori riviste del settore aeronautico fossero interessate ai suoi articoli.

Oltretutto, Neil ha un modo di scrivere veramente accattivante. Le sue pagine sono intrise di quel classico umorismo inglese che non ha mancato di conquistarmi nel corso della lettura. Ho finito per comprendere perfino le sue frasi idiomatiche, così difficili da compenetrare per noi italiani.

L’umorismo inglese lui lo mette anche nella descrizione delle tragedie più terribili. Ma in “Gun button to fire” aveva spiegato chiaramente che la guerra li aveva abituati ad accettare, con un’elevata indifferenza, ogni avvenimento, fin dai primissimi giorni. Non c’era molto dell’umorismo inglese in quel libro. Forse lo aveva riservato tutto per i libri successivi, per “The silver Spitfire” e “Scramble!“. E infatti in questo ultimo volume non si finisce mai di ridere, nonostante i fatti tragici, immancabili, che descrive. Perché in questo libro, evidentemente, ha scelto di usare un modo ironico che sottolinea gli aspetti tragicomici della guerra e altrettanto bene della vita comune.

E poi, lo dico subito: “Scramble!” è sorprendente.

Il britannico Tom Neil, classe 1920, è stato un autore piuttosto prolifico: ha dato alle stampe ben 10 volumi a partire dal 1990 al 2017 ed è stato capace di raccontare in modo invidiabile le sue esperienze di pilota da caccia della RAF nel corso della II Guerra Mondiale. A distanza di tanti anni, il suo racconto è divenuto una vera e propria testimonianza storica di un epoca ormai lontana che appartiene ai nostri bisnonni più che ai nostri nonni. A Tom Neil dobbiamo dunque riconoscere il merito di un’apprezzabile opera narrativa, assai piacevole, quasi giornalistica che però non si limita al ricordo cronologico delle vicende vissute in prima persona, alle sue sensazioni e ai sentimenti provati nel corso di quegli anni terribili, alle persone conosciute e frequentate … ma anche e soprattuto riesce a tratteggiare con mirabile vividezza un periodo storico tra i più bui dell’umanutà intera. 

Gun button to fire” era un lungo racconto di vita, un compendio di Storia aeronautica, centrato sul periodo della cosiddetta “Battle of Britain“(o Battaglia d’Inghilterra).

Scramble!” invece, sebbene cominci dai suoi primi anni di vita dell’autore e poi ricalchi la linea di narrazione dei primi anni di guerra, tanto da avermi fatto fare un bel ripasso dell’altro libro, è molto più particolareggiato in ogni descrizione.

Qui troviamo la vera vita di un tempo lontano, la Gran Bretagna di allora con tutte le sue caratteristiche peculiari, la mentalità, i luoghi, i modi di viaggiare, i personaggi tipici, il loro ancor più tipico modo di ragionare e di comportarsi. Il tutto, descritto in modo delicatamente comico. Ma estremamente vivido e riconoscibile.

Tom Neil è stato un grande pilota, ma anche un grande scrittore.

Il suo talento si estende dalla prima pagina fino all’ultima e riesce veramente a far vivere al lettore le sue stesse vicende. Su queste pagine mi sono fatto un mare di risate perché … in verità gli stessi episodi, in fondo, avvengono pari pari anche qui da noi. Ne ho riconosciuti molti, ma descritti da un inglese diventano impagabili.

Mi sono preso la briga di seguire la narrazione di Neil riguardo a tutti i suoi spostamenti nel territorio del Regno Unito, da un aeroporto all’altro, da una città all’altra, cercando su Google Earth ogni location e tutti i suoi dintorni. Molto interessante.

Scrive Neil:

“… I became quite an expert on the major rail junctions on all four railway systems in Britain… I grew to know (some stations) like the back of my hand, especially as seen between the hours of midnight and 4 a. m.! I often reflected that, were I to survive and have grandchildren, I should be able to claim, not so much that I had flown aircraft during the war, but that I had travelled to every known inch of Britain by rail – and mostly at dead of night”.

“… Divenni abbastanza esperto delle principali stazioni di scambio dei quattro sistemi ferroviari inglesi… imparai a conoscere (alcune stazioni) come il palmo della mia mano, specialmente come apparivano tra la mezzanotte e le quattro di mattina! Pensavo spesso che, se fossi sopravvissuto e avessi avuto nipoti, avrei dovuto affermare, non tanto di aver pilotato aerei durante la guerra, ma di aver viaggiato per ogni conosciuto angolo d’Inghilterra in treno – e nella maggior parte dei casi a notte fonda”.

Questa parte mi ricorda molto i miei viaggi in treno durante il periodo di permanenza nell’Aeronautica Militare Italiana, molti anni più tardi. Anche a me capitava spesso di viaggiare di notte. Oggi non si può più fare, almeno a cuor leggero. Non è più sicuro come prima. Allora si stava tranquilli.

In uno di questi viaggi Neil perse il treno notturno per una località che si chiamava Dundee, perché il treno, appunto, era partito tre minuti prima dell’orario stabilito.

ll termine “scramble”, tradotto dalla lingua inglese, significa letteralmente arrampicare. In effetti si tratta di un verbo che, sebbene usato anche nella quotidianità, ha assunto una connotazione squisitamente militare e, in particolare, dell’Aeronautica militare. Nel gergo aeronautico moderno lo scramble consiste in una serie di operazioni rapidissime – il più rapide possibile – che sono finalizzate a far decollare uno o più caccia intercettori – in genere una coppia – allo scopo di identificare un aereo sconosciuto che ha violato lo spazio aereo nazionale. Per scarmble s’intende perciò lo stato di allarme che si innesca quando viene dichiarato lo scramble, appunto, mentre l’aeromobile fantasma si chiama “bogey”. In una lingua – quella inglese – in cui mancano le molteplici sfumature tipiche della lingua italiana, lo scramble suona letteralmente come l’arrampicata che i velivoli intercettori devono compiere per raggiungere l’intercettato. Da qui la lotta contro il tempo, la salita vertiginosa a tutto motore verso il punto di randezvous con il presunto nemico, il contatto – prima radar e poi visivo – con l’intruso, l’accertamento della sua identità ed eventuale ostilità. Così impostato, lo scramble è divenuto l’attività di punta dei reparti caccia divenuti intercettori; in tempo di pace – grazie al cielo – lo scramble è l’unica attività adrenalinica cui è soggetto un pilota dei reparti caccia. In realtà – la storia ci insegna  – il termine fu introdotto durante la II Guerra Mondiale, proprio nel corso della Battaglia d’Inghilterra, ossia quando i piloti degli aerei da caccia britannici della Royal Air Force venivano allarmati da parte del Comando della difesa aerea, per contrastare in modo chirurgico i “bandits”, ossia gli aerei tedeschi diretti verso la Gran Bretagna. Nella foto è ritratto appunto uno dei primi intercettori della storia: il Supermarine Spitfire in assetto di salita ripida. Ovviamene la foto è recente: risale all’agosto 2020 ed è stata scattata durante l’Old Warden Drive in Airshow tenutosi presso lo Shuttleworth Aerodrome di Biggleswade nello Bedfordshire, in Gran Bretagna. In realtà questo esemplare di Spitfire Mk VC partecipò davvero alla difesa dell’isola in quanto prestò servizio tra le fila dei velivoli in forza del 310° Squadron della RAF basata a Exeter nel 1942 (foto proveniente da www.flickr,com)

Un evento che non si verificava mai nella Gran Bretagna di allora. I treni erano estremamente ligi agli orari stabiliti.

Sorpreso e stupito di come una cosa del genere potesse essere accaduta, chiese a un capostazione l’orario del treno successivo. Ma non ce ne sarebbe stato un altro prima del giorno dopo. Aveva tutta la notte da passare nell’atrio della stazione.

Perciò, dopo un attimo di costernazione, si decise a partire a piedi per raggiungere la stazione di scambio successiva. E avrebbe camminato lungo i binari della ferrovia. Erano poche miglia da percorrere. Lo aveva fatto molte altre volte.

Già camminare sulla ferrovia non è una buona idea, per il pericolo che comporta. Inoltre, con la guerra che incombeva, tutte le luci non indispensabili erano tenute spente. Sarebbe stato buio pesto lungo tutto il percorso e in certi punti c’erano delle guardie notturne armate, il cui scopo era quello di scoprire e catturare eventuali spie e sabotatori. Di solito si trattava di improbabili ex militari della Prima Guerra Mondiale, pensionati, ormai in là con gli anni.

Infatti è proprio in uno di essi che Neil si imbatte, appena partito e fuori dalla stazione.

“I had gone about 400 yards when, out in the blackness and from a distance of only a few yards, there came a shout. “Halt!” I nearly died. The voice again, almost a treble. “Halt! Don’t ye move, now!”.

“Avevo percorso circa 400 metri quando, nell’oscurità e a una distanza di pochi metri arrivò una incitazione: “Alt!” Quasi mi fece morire. La voce ripeté, quasi in un tremolio. “Alt! Non ti muovere, ora!”.

Non scrive “don’t you move”, ma proprio “don’t ye move”. In molti casi, Neil scrive le conversazioni in modo da sottolineare più il dialetto che la lingua inglese. E questo, per un lettore italiano, va oltre la completa comprensione.

La descrizione di questo incontro è tutta da leggere. La riporto solo come esempio. Ma il libro è tutto così.

“I called back uncertainly, “Friend!” There were shuffling steps in the dark and I sensed that whoever had called was a good deal more scared than I was. And I was not far wrong”.

“Risposi in maniera incerta “Amico!” Ci fu rumore di passi nel buio e intuii che chiunque fosse stato a parlare era un bel po’ più spaventato di quanto lo fossi io. E non mi sbagliavo”.

Per anni l’intercettore per antonomasia dell’Aeronautica Militare Italiana è stato il Lockeed F104 Starfighter o “Spillone”. Praticamente un missile dotato di ala, capace di arrampicarsi quasi in verticale verso i “bogey” di allora. Nacque in un epoca – quella della guerra fredda – in cui era uso sondare la reattività delle difese aeree avversarie e in cui la possibilità di un sorvolo nemico di bombardieri strategici ad alta quota non era solo finzione cinematografica. (foto proveniente da www.flickr.com)

Emerse un personaggio di piccola statura, con il mozzicone di una sigaretta in mano. Ma anche con un fucile nell’altra. Tremava di freddo e tremava anche la sua voce, mentre ripeteva a Neil di non muoversi. Una situazione delicata, un uomo impaurito, che sta di guardia nel buio e si imbatte in uno sconosciuto che cammina lungo i binari, potrebbe anche sparare prima di fare domande.

Neil era cosciente di questo, nonostante i suoi diciannove anni. Ma la guardia sembrava un brav’uomo. E’ qui che la descrizione del fatto, di per sè delicato e pericoloso, diventa divertente e si presta a quel sottile umorismo inglese di cui parlavo.

Scrive Neil:

“I assured him that I had no intention of moving and the small figure, holding a rifle and seeming uncertain as to what to do next, fumbled about in the dark, presumably hunting for a torch or light. For an instant, I thought of offering to hold his gun whilst he did so and found myself grinning then wanting to giggle”.

“Lo rassicurai che non avevo intenzione di muovermi e la piccola figura, tenendo un fucile e sembrando incerto su cosa fare, armeggiò nel buio, forse cercando una torcia o una qualche fonte di luce. Per un attimo pensai di offrirmi di tenergli il fucile mentre cercava e mi trovai a ghignare e mi veniva da ridere”.

Ecco. Una situazione tragicomica. Lo standard di questo libro.

In questa occasione fu praticamente arrestato. Ma dopo essere stato identificato, la sua situazione cambiò sensibilmente. Dovette passare la notte confinato in una stanza, insieme a un gruppo di operai della ferrovia, che gli offrirono del thè e un letto lercio.

Anche la descrizione di questa notte, trascorsa senza quasi dormire, ha risvolti tragicomici. Non poteva uscire e andarsene. Forse, in considerazione della sua giovanissima età, aveva circa diciannove anni, i suoi più attempati detentori volevano solo evitare che andasse a cacciarsi in guai più seri.

Neil descrive senza mezzi termini il russare dei suoi compagni di stanza, gli odori e i rumori, e le condizioni del suo giaciglio, dalle lenzuola nere e infestato di pulci.

Avevo letto con piacere, nei primi capitoli, il racconto del periodo della scuola di volo. Neil descrive l’ambiente, gli istruttori e gli aerei. Negli altri due libri non ne aveva parlato in maniera particolareggiata. Molto interessante per un pilota.

Ma l’argomento che speravo di trovare e che, anche questo, non era stato troppo sviscerato negli altri libri, era l’incontro – scontro con i piloti italiani.

Uno dei pochi Fiat CR-42 Falco ancora oggi esistenti al mondo – fatto salvo per quello conservato gelosamente all’interno del Museo Storico dell’AMI a Vigna di Valle – Roma, è un esemplare britannico che fa parte della The Fighter Collection, strabiliante raccolta di cimeli rigorosamente volanti della II Guerra Mondiale. Questo Falco faceva bella mostra di sè nel corso della Flying Legends Airshow a Duxford, in Gran Bretagna, in attesa del completamento del restauro che gli consentirà di tornare in volo. E’ una fedelissima ricostruzione di un Falco della Regia Aeronautica realizzato partendo da un Falco incidentato svedese.(foto proveniente da www.flickr.com)

I pochi aerei che avevano attraversato la Manica per bombardare l’Inghilterra erano stati decimati. I caccia CR42 che li scortavano erano stati abbattuti o respinti.

Neil non li aveva mai incontrati personalmente. Non nasconde di essere stato molto interessato ad incontrarli, ma per una serie di ragioni non era accaduto.

I suoi compagni di squadriglia che avevano combattuto contro i nostri biplani, sebbene ne avessero parlato in  maniera vagamente ironica, avevano, però, anche detto che non dovevano essere sottovalutati. Erano rimasti sorpresi dalla loro estrema maneggevolezza. E dall’abilità dei piloti, dal loro coraggio, dal loro valore. Avevano espresso un certo rispetto per quei poveri diavoli, seduti in cabine aperte, nel freddo tremendo e a contatto diretto con il vento gelido, senza capi di vestiario adeguati, senza ossigeno, penalizzati ancor più dalla lentissima velocità dei bombardieri bimotori che dovevano scortare e difendere.

Uno di quei caccia, proprio un CR42, si trova oggi a Hendon, vicino Londra, al Museo della RAF. L’ho visto alcuni anni fa, quando c’era solo quello da poter vedere. Poi ne è stato ricostruito anche un altro che ora si trova al Museo di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano. Ma credo proprio che non ne esistano altri al mondo.

Tornando alla mia legittima curiosità di sapere cosa pensavano i britannici degli italiani, che allora erano ancora nemici e che solo più avanti non lo sarebbero stati più, arriviamo finalmente al diciannovesimo capitolo. Il titolo è: “Flight to Malta”.

Infatti Neil, con la sua squadriglia, fu trasferito a Malte nel 1941.

Malta è stata sempre un obiettivo strategico, durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua posizione era strategica per natura. Le forze dell’Asse che combattevano in Africa dovevano attraversare un bel pezzo di mare per raggiungere il Nord Africa e rifornire i loro contingenti di ogni tipo di materiale e di truppe. Da Malta era facile intercettare i convogli di navi. E perfino le squadriglie di lenti trimotori che volavano dalla Sicilia alla Libia e viceversa. L’isola si trovava proprio a metà strada tra le coste della Sicilia e le coste africane.

Una rara immagine di un Macchi MC 202 Folgore al suolo, ripreso in rullaggio tra gli ulivi e con lo specialista appollaiato all’estremità dell’ala. Lo scatto proviene da qualche aeroporto del sud Italia durante la II Guerra Mondiale e testimonia la necessità – o meglio l’espediente – di decentrare i velivoli in mezzo agli uliveti, ossia in aree prossime alla pista dell’aeroporto per sottrarli all’attacchi al suolo avversari. Il Folgore fu un ottimo velivolo ma, la sua tardiva comparsa in combattimento e l’esito ormai irrimediabilmente segnato del conflitto, permise ai piloti della Regia Aeronautica solo di confrontarsi tecnologicamente alla pari con i piloti Alleati, non certo in termini numerici (foto proveniente da www.flickr.com)

Per questo Malta era stata messa sotto una sorta di assedio e veniva attaccata frequentemente dai nostri caccia, non solo dai soliti CR32 e CR42. C’erano anche i vecchi Macchi 200, a cabina aperta e soprattutto i Macchi 202. Dopo comparvero sulla scena anche altri tipi di caccia più moderni, che potevano davvero competere con gli obsoleti Hurricane britannici. Gli Spitfire furono mandati a Malta solo più tardi. Allora entrarono in gioco i nostri nuovi Macchi 205, che poco avevano da invidiare perfino agli Spitfire. Ma ormai la guerra aveva già preso tutta un’altra piega.

No, non avete le traveggole … questo scatto d’epoca testimonia l’audace operazione con la quale fu rimpinguata la difesa aerea di Malta: lanciare da una portaerei in navigazione nel bel mezzo del Mediterraneo un cospicuo numero di caccia terrestri. Ai comandi di uno di questi, un Hawker Hurricane, c’era proprio il nostro autore. Inutile precisare che si sarebbe trattato di una missione di sola andata: o atterravi a Malta aeroporto o ammaravi … Tom Neil atterrò a Malta! (foto proveneiente da www.flickr.com)

Tom Neil arrivò a Malta attraverso il Mediterraneo a bordo di una portaerei inglese.

Quando giunse vicino a Malta, ma non troppo vicino, la sua squadriglia decollò dal ponte della nave e raggiunse l’isola in volo.

La descrizione di questo viaggio è interessantissima e lascio il piacere di leggerla a chi lo vorrà fare.

Non si tratta di una storia semplice. E’ intrisa di avventure di ogni tipo, difficoltà di navigazione, pericoli, avarie (una delle peggiori toccata proprio a Neil) e di strategie militari tipiche di un teatro di guerra tra i più pericolosi e subdoli. Basta pensare al fatto che il Mediterraneo non è piccolo come sembra se lo guardiamo sulla superficie di un mappamondo. Ore e ore di navigazione senza riferimenti sul mare, con un ingombrante serbatoio supplementare sotto la fusoliera, senza armi, che erano state tolte per compensare il maggior peso costituito dalla benzina in più. E con un solo motore.

Ancora una splendida ripresa frontale del caccia più famoso della Battaglia d’Inghilterra: il Supermarine Spitfire. Nello specifico, si tratta di un Mk VC appartenente al 315° Czechoslovak Squadron di stanza a Yeovil (nel Somerset – Gran Bretagna) nel 1942. (foto proveneiente da www.flickr.com)

Ammarare, sapendo che l’Hurricane affonda immediatamente dopo aver toccato, lascia poco tempo tra la possibilità di vivere o morire.

I capitoli successivi raccontano della vita su Malta. E sono di estremo interesse, specialmente per chi conosce la Malta di oggi.

Neil operava da un aeroporto che oggi non esiste più, ma se si guarda l’isola in una delle fotografie di Google Earth si riesce facilmente a localizzarlo. L’impronta della pista e delle vaste aree aeroportuali è ancora ben stampata nel paesaggio, come la cicatrice di una ferita. Basta digitare il nome del vecchio aeroporto, Ta Kali, nel campo di ricerca di Google Earth per trovarlo.

Nei primi mesi del 1941, i pochi Hurricanes presenti a difesa dell’isola dovevano affrontare i caccia e i bombardieri tedeschi. Ma le incursioni, abbastanza frequenti, non sembravano fare molti danni. Oltretutto, appena i tedeschi entrarono in guerra con i loro ex alleati russi, aprendo sprovvedutamente un altro fronte, trasferirono ad Est le loro forze aeree e rimasero solo gli italiani ad attaccare l’isola.

Thomas Francis “Ginger” Neil ci ha lasciato alla veneranda età di 98 anni, tre giorni prima del compimento del suo compleanno e, al di là delle medaglie conseguite, delle onorificenze che gli furono attribuite per la sua breve quanto intensa attività di pilota da caccia, ci piace ricordarlo come il ragazzo appena ventenne che si trovò nel bel mezzo della Battaglia d’Inghilterra prima, e di Malta poi.

Leggendo queste vicende mi imbattevo spesso nella parola “Huns” che significa “Unni” e che si riferisce ai tedeschi. E questo termine mi era chiaro per averlo trovato in tutti i libri di Neil. Evidentemente era un termine molto usato all’epoca.

Ma ad un certo punto ho trovato la parola “Eyeties“. E questa non era mai stata usata prima, né spiegata in alcun modo.

Non sapendo come tradurla ho continuato a leggere per vedere se più avanti, almeno dal contesto, potessi venire a capo del dilemma.

Pian piano ho cominciato a capire che si riferiva agli attaccanti, ai nemici. E siccome ormai i nemici erano solo, o prevalentemente, gli italiani, doveva riferirsi a loro. Ma in che modo?

Una breve ricerca su Internet ha chiarito la faccenda.

Quando gli alleati prendevano prigionieri scrivevano la nazionalità accanto al loro nome. Nel caso degli italiani mettevano la sigla “IT” che sta per “Italian“.

E come si pronunciano, in inglese queste due lettere? Si pronunciano “Ai Ti”.

Al plurale si dice “Ai Tis”.

A forza di usare questa sigla, divenuta di uso comune, qualcuno ha preso a riferirsi agli italiani come agli “Eyties“.

Uno dei velivoli protagonisti della Battaglia di Malta fu il Macchi MC-200 Saetta che qui vediamo ritratto preso il Museo Storico dell’AMI a Vigna di Valle sul Lago di Bracciano. Il Saetta fu il primo velivolo moderno entrato in servizio nei reparti della Regia Aeronautica. Arrivò nel 1939, mentre imperversavano ancora i biplani; si presentò come il primo monoplano interamente metallico con carrello retrattile e struttura a guscio … peccato che avesse un motore troppo poco potente (solo 840 cv), un armamento assai limitato (solo de mitragliatrici calibro 12, 7 mm) e la cabina aperta. Certo era maneggevole (sebbene fu inizialmente afflitto da problemi di autoritazione poi risolti) e, in più occasioni, tenne testa agli Hawker Hurricane nel combattimento manovrato ma non aveva granchè possibilità di vittoria contro i ben più veloci Spitfire (foto proveniente da www.flickr.com)

Il primo vero riferimento agli Eyties che Neil fa, e che riguarda il modo in cui erano considerati i nostri connazionali si trova nel ventesimo capitolo.

“Soon, the Hun units, which had dealt so harshly with our ships and aircraft in and around Malta, would be departing for the borders of Russia, leaving us only the Italians with whom to wage war. Had we known of this at the time, we might have felt rather better; The Germans we could just about cope with, the Eyties we regarded as easier meat. After all, were they not the chaps whose tanks were said to have one forward gear and four reverse, and who boasted that nothing could catch their cruisers and destroyers?”.

“Improvvisamente, le unità tedesche, con le quali avevamo avuto a che fare così duramente con le nostre navi e aerei nell’isola di Malta e nei suoi dintorni, erano partiti per il fronte russo, lasciandoci solo gli Italiani con i quali fare la guerra. Lo avessimo saputo all’epoca, ci saremmo sentiti piuttosto meglio; con i Tedeschi potevamo appena competere, gli Italiani li consideravamo come carne più facile. Dopo tutto, non erano forse quelli, dei cui carri armati, si diceva che avessero una marcia avanti e quattro indietro, e che si vantavano che niente potesse raggiungere le loro navi da guerra?”.

E aggiunge, riferendosi ai nostri aerei che avevano attaccato, tempo prima, l’Inghilterra:

“…we had heard all about the Fiat BR 20 bombers and CR 42 fighters. Biplane fighters!”.

“…avevamo sentito dei bombardieri Fiat BR 20 e caccia CR 42. Caccia biplani!”.

Più avanti Neil parla di quattro aerei Savoia italiani intercettati vicino all’isola. Uno era stato abbattuto e solo un componente dell’equipaggio si era salvato. Ma anche un pilota inglese, un sergente di nome Rex, era stato abbattuto.

L’inglese, sostenuto dalla sua Mae West, aveva preso a nuotare, purtroppo nella direzione sbagliata.

L’italiano si era aggrappato ad un pezzo di ala che galleggiava e ci si era sistemato sopra.

Un coppia di Fiat BR-20 Cicogna in volo in alta quota. Il bombardiere bimotore, progettato dall’ing Celestino Rosatelli, partecipò alla Battaglia di Malta ma il suo carico bellico limitato e l’armamente difensivo non certo portentoso non furono determinanti nell’esito dello scontro. E pensare che, allo scoppio dello ostilità, le difese dell’isola sarebbero state sopraffatte assai facilmente in quanto male in arnese sia a livello numerico che tecnologico (foto proveniente da www.flickr.com)

Entrambi furono salvati da una lancia. Il viaggio di ritorno verso la costa durò due ore.

Dice Neil:

“Rex and the Eytie spent the next two hours sitting in the launch, commiserating with each other”.

“Rex e l’Italiano passarono le successive due ore seduti nella lancia, commiserandosi a vicenda”.

Alla fine, siamo proprio tutti esseri umani.

L’italiano era ferito e ustionato. Fu portato all’ospedale in una località di nome Imtarfa.

Un paio di giorni dopo, Neil e altri commilitoni andarono a far visita all’italiano ferito. Gli portarono alcune cose che pensavano potessero essergli utili e perfino un rasoio per potersi radere.

Lo trovarono in uno dei vani dell’ospedale e sembrava molto in apprensione per la propria sorte.

Con l’assistenza di un medico che parlava italiano cercarono di calmarlo e rassicurarlo. Passarono un certo tempo con lui.

Mi viene da pensare che forse andarono più per interrogarlo che per confortarlo. E forse lo fecero senza parere, sfruttando la naturale tendenza degli italiani alla socializzazione e al fatto che pochi, all’epoca, erano quelli che veramente volevano la guerra.

Quando andarono via il piccolo uomo li salutò con gratitudine e amicizia, felice come un bambino.

Ora sarebbe interessante fare una ricerca, vedere chi fu abbattuto in quella data nel mare di Malta e scoprire chi fosse quell’uomo. E che fine ha fatto dopo il ricovero in ospedale.

C’è anche un altro abbattimento, descritto nelle pagine successive. In questo caso, però, i superstiti erano di più. E rimasero a galleggiare in mare per parecchio tempo. In loro soccorso partì un idrovolante italiano della Croce Rossa. Giunto nei pressi dei superstiti l’aereo si apprestava ad ammarare.

Una squadriglia, di cui Neil non faceva parte, sorvolò la zona e riportò per radio, al controllo dell’epoca, il quadro della situazione.

A leggere le vicende narrate da Tom Neil nel suo libro, era probabilmente un idrovolante come questo – un Cant Z 501 Gabbiano – che, nonostante le insegne della Croce Rossa, fu abbattuto nello specchio di mare antistante l’isola di Malta. Da questa foto d’epoca s’intuisce che un velivolo del genere era praticamente inoffensivo, disarmato e utilizzato solo per la ricerca e il soccorso non certo per operazioi offensive (foto proveniente da www.flickr.com)

L’ordine fu perentorio: abbattere l’aereo soccorritore.

Il caposquadriglia rispose rabbiosamente che non si poteva fare una cosa del genere, aggiungendo che l’aereo aveva le croci rosse ben visibili su ali e fusoliera.

Ma stavolta non c’era nessun sergente Rex da salvare. L’ordine fu confermato in maniera perentoria.

L’aereo fu abbattuto. E, forse, altri uomini furono lasciati a morire in mare, in modo orribile.

Bene. Devo dire che Neil afferma di aver rilevato una notevole costernazione per quell’ordine e per quello che qualcuno aveva dovuto fare. Tutti erano rimasti sconcertati dal fatto che qualcuno potesse aver dato un ordine tanto estremo e che qualcun altro avesse dovuto trovare la forza per eseguirlo.

Ma anche così, la realtà non cambia.

La guerra è una cosa stupida e crudele. Ma mi permetto di aggiungere, poiché lo credo fermamente, che gli “Eyeties” non si sarebbero macchiati di un crimine del genere.

Nei mesi di permanenza di Neil a Malta si susseguono scontri con squadriglie italiane. I caccia Macchi 200 erano piuttosto ridicoli agli occhi degli inglesi. Il fatto che avessero la cabina aperta, con solo un deflettore, faceva pensare che gli italiani li preferissero così.

E vi sono racconti di incursioni sulla Sicilia, per attaccare le nostre basi.

In generale, però, se le nostre formazioni passavano in quota e non si mostravano aggressive, qualche volta gli inglesi non si degnavano neppure di partire per intercettarli.

La vita sull’isola era piuttosto miserabile. Neil scrive di stormi di zanzare, eserciti di pulci dalle quali non ci si poteva difendere neppure con quintali di DDT, che facevano più male alle persone che ai parassiti. Il caldo era atroce. Il cibo pessimo.

Tutti cercavano di sopravvivere al meglio possibile.

All’epoca si leggevano certi libri che andavano per la maggiore. Uno di questi era “Winged Victory“, di Victor Yeates.

Ho recensito già questo libro, con il titolo di “Vittoria tra le nuvole“, qui su Voci di Hangar.

Vittoria tra le nuvole - V.M. Yeates - Copertina
Il libro autobiografico “Winged Victory” o “Vittoria tra le nuvole di Victor Yeates citato da Tom Neil nelle pagine de suo volume

Si trova anche con altri titoli, come “Alta quota“.

Invito a cercare la mia recensione e leggerla. E’ davvero un libro interessante.

Nel raccontare la vita quotidiana su Malta, Neil riporta anche alcuni episodi che credo di aver identificato in certi fatti storici letti in altri libri. Si tratta di attacchi alle navi inglesi nel porto di Malta, che la nostra Decima MAS condusse con successo e che rappresentò il valore dei nostri militari, anche se la Storia ha finito per rendere evidente che combattevano dalla parte sbagliata.

Sbagliata, certamente, perché non si può pensare che combattere al fianco di un pazzo criminale come Hitler significasse stare dalla parte giusta.

Era un’altra epoca, si credeva in altri valori, non c’era modo di confrontarsi con altre idee, non c’era internet, la televisione era appena in embrione e la radio trasmetteva solo ciò che serviva al regime. Ma il valore è un’altra cosa.

Neil descrive i famosi barchini velocissimi che si presentarono vicino al porto maltese e attaccarono con decisione la flotta alla fonda. Alcuni furono distrutti e gli incursori uccisi o catturati.

Erano Eyeties, ma erano eroi. Qualunque cosa pensassero gli inglesi degli italiani.

Il caccia Macchi 202 faceva la sua comparsa in quel periodo.

“There was news, too, of the Eyeties getting something called a Macchi 202, which had the same in line engine as the 109 and was supposed to be about as fast. None of us had seen any, but we were not too concerned about the prospect of meeting them. Eyeties were Eyeties, when all was said and done”.

“C’erano notizie, pure, che gli Italiani avessero qualcosa chiamata Macchi 202, che aveva lo stesso motore del Me 109 e che avrebbe dovuto essere altrettanto veloce. Nessuno di noi ne aveva mai visto uno, ma non eravamo troppo preoccupati dalla prospettiva di incontrarli. Gli italiani erano italiani, dopo tutto”.

Una splendida immagine dal basso di uno Spitfire. Nell’attivazione dello scramble e durante lo scramble gioca un ruolo fondamentale il sistema di avvistamento radar e il sistema di controllo a terra chiamato sinteticamene “Guidacaccia”. In effetti l’intrusione viene dapprima rilevata dai radar di terra (o aviotrasportati ), quindi la Sala comando direziona e coordina i velivoli intercettori verso il “bogey”. Durante la Battaglia d’Inghilterra  assunse un ruolo determinante la rete dei radar costieri che, sebbene ad un livello tecnologico piuttosto grezzo, quasi sperimentale, erano in grado di rilevare l’avvicinarsi – e spesso lo stesso involarsi – degli aerei nemici in avvicinamento alla costa britannia. A quel punto, i piloti del sistema di difesa aerea dell’isola venivano allertati con l’ordine di scramble. Era sufficiente una semplice telefonata ricevuta dal comando del reparto ad attivarli. Dopodichè partiva una corsa contro il tempo: i piloti si precipitavano nei propri velivoli – se non erano già a bordo – e decollavano prima possibile nel tentativo di contrastare il nemico prima possibile. (foto proveniente da www.flickr.com)

Concetto piuttosto chiaro.

Che gli italiani combattessero malvolentieri e che si sentissero, almeno alcuni di loro, dalla parte sbagliata, corrisponde a tanti racconti che ho sentito da persone che la guerra l’avevano fatta. Si sapeva addirittura di possibili sabotaggi ai siluri che i nostri aerosiluranti andavano a sganciare a poche centinaia di metri da una nave avversaria. Nave che sparava su di loro con tutte le armi disponibili, per tutto il percorso di avvicinamento, anche quando l’aereo era costretto a sorvolare quella nave ad appena poche decine di metri di quota e poi per tutto il lento allontanamento successivo.

Spesso l’aereo veniva abbattuto.

Neil racconta uno di questi siluramenti, mentre andava in Egitto, al termine della sua permanenza sull’isola di Malta. Il convoglio, del quale faceva parte la nave sulla quale era imbarcato, fu attaccato da un aerosilurante italiano. Il siluro fu sganciato proprio sulla sua nave, ma non scoppiò.

L’aereo fu abbattuto.

Come ho detto, sarebbe interessante fare un raffronto tra questi racconti e i documenti ufficiali, per risalire ai nomi degli eroici Eyeties

E Neil dice anche che spesso riuscivano a sapere il destino degli equipaggi dei nostri abbattuti. La radio italiana ne parlava e a Malta molte persone erano di origini italiche e capivano la nostra lingua. Gli inglesi avevano ormai radicate relazioni con le donne maltesi. Qualcuno si è poi addirittura sposato con una di loro.

“If we had shot at a Macchi, a Cant or a Savoia, we simply asked the girlfriend the following day for news of its fate. And usually they were able to oblige”.

“Se avevamo sparato ad un Macchi, un Cant o un Savoia, chiedevamo semplicemente ad una delle ragazze, il giorno successivo, notizie del suo destino. E di solito erano in grado di dircelo”.

In questo libro tutto è molto interessante.

La mia curiosità riguardo all’interazione con i nostri connazionali che, in un certo senso, tenevano Malta sotto una sorta di assedio, è stata abbastanza soddisfatta. Neil parla di tutto ciò, molto più di quanto io abbia riportato in questa recensione.

Non posso dire che ci stimassero. Certamente no. Chi leggerà il libro si farà un’idea personale al riguardo. Gli episodi furono tanti, nei pochi mesi di permanenza di Neil.

Nel corso delle varie battaglie aeree che si consumarono durante la II Guerra Mondiale – prima fra tutte la Battaglia d’Inghilterra – c’erano spesso lunghe attese tra uno scramble e l’altro per i piloti della difesa aerea. La foto ritrae un pilota da caccia pronto al decollo, a bordo del suo Spitfire  che osserva con indulgenza il proprio specialista mentre egli aggiorna l’inventario dei velivoli nemici abbattuti. Giusto per allentare la tensione … giacchè sono entrambe in attesa di uno scramble. Siamo a Malta che fu lungamente bersagliata dagli attacchi aerei della Regia Aeronautica e della Luftwaffe in quello che viene considerato l’assedio o la Battaglia di Malta. Nella piccola perla del Mediterraneo, caposaldo e crocevia dei flussi navali diretti verso il Nord Africa, non fu allestita la mirabolante difesa aerea realizzata e fortemente voluta dall’Air Marshal, sir Hugh Dowding che protesse la madrepatria, tuttavia la vincente logica dello scramble fu praticata a Malta come in Gran Bretagna. E il successo dei difensori si compì a Malta come in Gran Bretagna a dimostrazione che, pert difendere il suolo e il cielo patrio, non occorreva tenere in volo grandi formazioni di velivoli da caccia in attesa di “ricevere” gli attaccanti. (foto proveniente da www.flickr.com)

La Storia generale è più ampia. Solo su Malta si potrebbero scrivere metri cubi di libri.

Questo libro prosegue con l’interessantissimo viaggio di ritorno dell’autore nella madre patria, la Gran Bretagna, sempre con un convoglio di navi. Il racconto, zeppo di episodi che fanno trattenere il respiro, parla della circumnavigazione dell’Africa, delle soste in porti adeguati per rifornirsi e di soste in mare aperto, in giorni di tempesta.

Ma per concludere, voglio riportare un episodio avvenuto su Malta. E’ un altro dei tanti.

Ero un po’ deluso dalla dilagante opinione negativa che riguardava gli italiani. Non nascondo che spesso aspettavo la conclusione dei racconti con il malcelato desiderio che qualche Eyetie, alla fine, gliele suonasse di santa ragione. Poi mi sono imbattuto in questo episodio, che spero possa ripagare il lettore del tedio di leggere una recensione così lunga:

“Later the same day, Butch Barton, with the other half of 249, chased a minor swarm of Macchi 200s toward the sicilian coast, at which point, to Butch’s considerable consternation, the Eyeties suddenly turned and fought like tigers”.

Oggi, in Italia, la difesa dello spazio aereo è affidata a quattro squadriglie, tutte equipaggiate con caccia multiruolo Eurofigher Typhoon: il 4° Stormo di base a Grosseto e il 51° Stormo di base a Istrana, il 36° di base a Gioia del Colle e il 37° di base a Trapani. Grosseto fornisce la copertura del centro-nord ovest,  Istrana copre per il nord est, Trapani e Gioia del Colle il sud del paese. Ogni squadriglia ha sempre una coppia di intercettori pronti al decollo in un manciata di minuti dal segnale di scramble mentre gli equipaggi sono pronti al volo 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno. Quello ritratto è appunto un Typhoon appartenente al IV Stormo di stanza a Grosseto. (foto proveniente da ww.flickr.com)

“Più tardi lo stesso giorno, Butch Burton, con l’altra metà della squadriglia 249, inseguì un piccolo gruppo di Macchi 200 verso la costa siciliana, e a quel punto, con considerevole costernazione di Butch, gli italiani virarono improvvisamente e combatterono come tigri”.




Recensione a cura di Evandro Aldo Detti (Brutus Flyer),

Didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR




Gun button to fire: A Hurricane Pilot Story of the Battle of Britain

Silver spitfire

Scramble!

Un pilota a palazzo

titolo: Un pilota a palazzo

autore: Bruno Servadei

editore:  in selfpublishing (Amazon)

anno di pubblicazione: dic 2016

ISBN: 9781540636584




Dopo aver letto altri due libri di Bruno Servadei, “Vita da cacciabombardiere” e “Ali di travertino“, mi è capitato tra le mani questo di cui mi accingo a scrivere la recensione, dopo averlo letto con notevole gusto.

I primi due erano molto interessanti. “Vita da cacciabombardiere” era tutto focalizzato sull’attività dell’autore come pilota militare e quindi raccontava tanti episodi di volo. Per un pilota di Aeroclub come me rappresentava l’occasione di poter gettare uno sguardo all’interno di quel tipo di vita che avevo tanto desiderato fare, ma che mi era sfuggita per un soffio.

Avevo chiuso l’ultima pagina augurandomi che l’autore non si fermasse al primo libro e ne scrivesse altri. Ricordo vagamente di aver sentito dire che questa fosse la sua intenzione, così almeno sembra avesse detto a qualcuno.

Se sperate di ritrovarvi tra le mani un libro pieno di avventure di volo, di rocambolesche missioni in territorio nemico, di manovre acrobatiche al limite della resistenza fisica del pilota, beh … ritenetevi pure vittime di un piccolo equivoco: nelle pagine di “Un pilota a palazzo” il nostro pilota (e che pilota!) vola solo “con le scrivanie” e semmai in qualità di passeggero a bordo di velivoli rigorosamente disarmati. Quali? … questo, per esempio. Si tratta di uno splendido Gulfstream III immortalato in uno scatto risalente al 1992 a Edimburgo. Utilizzato dall’Aeronautica Militare Italiana in quelli che vengono chiamati “voli di stato, era in forza presso il 31 Stormo di stanza a Ciampino (Roma). Era, perché è stato radiato nel 2004 dopo anni di onorato servizio spesi per trasportare appunto il Presidente della Repubblica e i suoi assistenti, Bruno Servadei compreso. E chissà quanto avrà sofferto l’autore a non potersi sedere in cabina di pilotaggio … Di certo non soffrirà il lettore perché – ve lo anticipiamo – questo libro si legge che è un vero piacere e scorre via veloce nonostante i precedenti libri di Servadei descrivano situazioni ben più dinamiche. Dunque a maggior ragione va riconosciuta ed elogiata la capacità narrativa dell’autore che, seppure muovendo la narrazione all’interno del Palazzo (o poco più), riesce a catalizzare l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina senza annoiarlo. (foto proveniente da www.flickr.com)

Poi, un giorno, mi capitò il suo secondo libro: “Ali di travertino“, focalizzato sul periodo di servizio che l’autore aveva svolto al Ministero dell’Aeronautica di via Castro Pretorio a Roma, presso lo Stato Maggiore Aeronautica.

Anche questo mi aveva interessato moltissimo, perché anch’io avevo passato nove anni di vita militare in quel palazzone, nel reparto telecomunicazioni.

Dopo aver letto il secondo libro contattai Bruno Servadei, ma non ricordo come. Lui aveva promesso che, se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe inviato un paio di DVD contenenti foto e video della sua vita di pilota militare. Infatti li ricevetti e ancora li conservo con cura.

In quel periodo lavoravo come controllore sulla Torre dell’aeroporto dell’Urbe. Qualche anno dopo andai in pensione.

Francesco Maurizio Cossiga, sassarese di nascita, ci ha lasciato nell’agosto 2010 dopo aver segnato in modo indelebile la politica italiana nel corso di quella che viene abitualmente identificata come “Prima Repubblica”. Tra i tanti incarichi rivestiti, è stato anche l’ottavo presidente della Repubblica dal 1985 al 1992 quando, in anticipo di qualche mese dalla naturale scadenza del mandato, si dimise, giusto per dare l’ennesimo scossone al “sistema”. In effetti è ricordato dagli italiani per essersi definito un “picconatore del sistema” sebbene, più lontano del tempo, fu spesso considerato un “ministro di ferro” in virtù del polso fermo con cui svolse più volte il ruolo di Ministro degli Interni. Certamente fu un politico controverso, un presidente eccentrico per alcuni versi, e rimarrà nella memoria collettiva per le sue celebri “picconate” o “esternazioni”. (foto proveniente da www.flickr.com)

Questo libro, “Un pilota a palazzo” riguarda i tre anni di servizio che Bruno Servadei ha trascorso presso il Quirinale, quale consigliere aggiunto per l’Aeronautica Militare del Presidente della Repubblica, che allora era Francesco Cossiga.

Il bel libro di Bruno Servadei, contrariamente ai suoi precedenti, non si svolge in un aeroporto militare o in un poligono di tiro dell’Aeronautica Militare Italiana bensì nel Palazzo del Quirinale, a Roma. Si tratta di un palazzo storico, eretto sull’omonimo colle e affacciato sull’omonima piazza. Già residenza papale, divenne la residenza ufficiale del Re d’Italia e poi, con l’avvento della Repubblica, dal 1946 ospita il Presidente della Repubblica Italiana. Assieme a Palazzo Madama e a Palazzo Montecitorio, è dunque per antonomasia un simbolo dello Stato italiano. La prima “salita al colle” dell’autore è al limite del tragicomico: egli entra dall’ingresso di rappresentanza ma viene prontamente placcato da un sedicente funzionario che lo invita a ripetere l’operazione da una delle entrate di servizio del Quirinale. Il lettore non potrà fare a meno di ghignare giacché questo pilota, capace di raggiungere un obiettivo in territorio nemico a velocità folle, a bassissima quota e portandosi appresso un carico bellico (anche nucleare), beh … toppa l’ingresso al Quirinale! (foto proveniente da www.flickr.com)

Il primo capitolo comincia proprio con l’arrivo dell’autore al Quirinale, un luogo che per tutti noi rappresenta semplicemente uno dei punti caratteristici di Roma. Non solo per noi che viviamo in questa città, ma anche per ogni turista al quale capiti di passarci davanti.

Il Palazzo del Quirinale ha una dimensione davvero notevole: ben  110 mila e 500 m² di superficie al punto che è annoverato come uno dei palazzi del potere tra i più grandi al mondo. Tanto per fare un confronto, si consideri che il complesso della Casa Bianca (Stati Uniti) ha superficie di circa 1/20 di quella del Palazzo del Quirinale. Chissà quante volte il nostro Bruno Servadei avrà scorrazzato da una parte all’altra del grande cortile interno del Quirinale e chissà se avrà mai esplorato gli sconfinati giardini del Quirinale, naturalmente per motivi di servizio … (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma una cosa è vedere da fuori l’ingresso del Quirinale, con i suoi corazzieri di guardia e una cosa ben diversa è presentarsi davanti a loro per entrare a prendere servizio nell’entourage del Presidente della Repubblica Italiana.

Già dalle prime righe del primo capitolo si entra in una realtà così coinvolgente che ci lascia incollati alle pagine. E queste scorrono via veloci da subito, perché lo stile di Bruno Servadei è davvero coinvolgente. Il suo modo chiaro, semplice, anche nelle descrizioni più complesse, fa sentire il lettore come se stesse al suo fianco. E si finisce per provare fisicamente le emozioni descritte dall’autore.

Nel secondo capitolo si parla di quali erano le sue funzioni, ma ci si arriva gradualmente, come passando attraverso una sorta di cortina di incertezza. Non appare subito chiaro ed evidente quali compiti deve assolvere una figura come la sua. Dovremo girare molte pagine prima di saperlo con certezza. Ma l’interesse aumenta a ogni pagina girata, perché non capita spesso di ritrovarci ad esplorare certi ambienti, generalmente troppo lontani dalla nostra realtà.

La figura del Presidente Cossiga resta quasi costantemente un po’ sfocata nelle descrizioni, tranne in poche occasioni, quando si fa più vicina e distinta. Ma Cossiga è stato un personaggio di un certo spessore nella Storia del nostro paese. E proprio il fatto che il Presidente di quel periodo fosse lui rende ancora più avvincente questo libro.

La copertina della versione digitale del libro di Bruno Servadei

Per quanto mi riguarda, ho trovato molto interessanti i riferimenti a certi avvenimenti di rilievo dei quali avevo una conoscenza più diretta. Per esempio, Servadei parla delle esercitazioni Wintex, che ogni due anni avevano luogo e coinvolgevano tutti i reparti dell’Aeronautica, compreso il Centro Comunicazioni dove prestavo servizio. Ero un Marconista, allora. Ma non un operatore, ero un tecnico. In quelle esercitazioni dovevo realizzare, a richiesta, sia di giorno che di notte e quasi immediatamente, nuovi collegamenti telefonici, telegrafici (telescriventi) o addirittura nuovi canali radio.

Interessantissimi sono i riferimenti anche alla cosiddetta “Strage di Ustica“. Pur senza rivelare nulla di inedito, come è ovvio che sia, dal momento che ancora oggi resta un caso irrisolto, è avvincente conoscere il suo parere.

Poi ci fu un altro episodio, in quegli anni. Quello di Abu Abbas, che coinvolse un reparto dei nostri carabinieri nell’aeroporto di Sigonella. La stampa diede molto rilievo al fatto che i nostri carabinieri si opposero alla consegna di Abu Abbas ai Marines americani.

Chi ricorda questi avvenimenti troverà interessante il parere di Servadei.

E il sequestro dell’Achille Lauro?

Servadei mette in evidenza che a quell’epoca non esisteva un centro dove si potesse far fronte ad avvenimenti complessi e sensibili, dove si potessero concentrare specialisti di ogni settore e strumenti idonei a valutare velocemente situazioni da gestire in tempi rapidi, magari dopo un efficace coordinamento con tutte le organizzazioni dello Stato.

L’idea prende corpo e si profila il progetto di un ufficio, una sala, dedicata allo scopo.

E non mancano neppure svariati commenti contrari all’idea e resistenze di vario genere. Ma il progetto, sostenuto dall’alacre lavoro di Servadei, va avanti.

Si arriva così alla creazione di una sala situazione, un centro che fosse in grado di coordinare molti altri servizi importanti, compresi i Servizi Segreti.

Con la sua proverbiale schiettezza, Servadei così liquida il palazzo in cui trascorse tre anni della sua esistenza: “Per descrivere il Quirinale occorrerebbe un libro dedicato, e non intendo nemmeno provarci.” Pratica risolta! Nello scatto si noterà il torrino ove fanno bella mostra tre bandiere: quella dello Stato Italiano, dell’Europa e lo stendardo del Presidente, se presente in sede.(foto proveniente da www.flickr.com)

Nel libro non si parla solo del Quirinale. C’è anche una parte relativa alla tenuta di Castel Porziano, sul litorale laziale, di proprietà della Presidenza della Repubblica. La descrizione di questa grande area, con la sua pineta e la sua spiaggia, inaccessibile e sconosciuta a tutti, anche se si sa bene che esiste, è di grande interesse. Servadei ci conduce all’interno della tenuta e così possiamo “vederla”.

“Al centro dell’ampio portale, un po’ arretrato rispetto alla soglia, troneggiava un corazziere in alta uniforme. Ero anch’io in divisa, da colonnello pilota dell’Aeronautica ma ero ben lungi dall’avere un aspetto così imponente.” Descrive così Servadei l’immagine della Guardia di rappresentanza del Presidente, altrimenti chiamata “Corazzieri”. Neanche a dire che l’autore soffra di nanismo … no, sono proprio i Corazzieri che sono statuari (foto proveniente da www.flickr.com)

Una parte del libro è dedicata ai corazzieri. Li conosciamo tutti, da fuori. Ci stupiscono con la loro statura e la loro divisa che somiglia vagamente ad un’armatura, qualche turista riesce perfino a farsi una foto con qualcuno di loro, ma poi ognuno se ne va, lasciando l’episodio a livello di un semplice incontro.

In questo libro, invece di andarcene, entriamo dentro la loro realtà, nei loro locali, nella loro mensa. E ci sembra di conoscerli come si conoscono dei colleghi di lavoro.

In questo libro si parla poco di aerei, se ne accenna appena, qua e là.

Si parla invece di moto.

Non solo di quelle dei corazzieri, che all’epoca erano delle Moto Guzzi. E servivano ad accompagnare il Presidente nei suoi spostamenti ufficiali.

La retrocopertina di “Un pilota a palazzo” che, secondo la migliore tradizione editoriale, contiene dei brevi cenni biografici dell’autore. E sottolineiamo brevi perché il buon Servadei, nel corso della sua lunga carriera di pilota militare, ne ha viste e ne ha fatte davvero molte. Fortuna nostra vuole che ce le abbia pure raccontate!

Servadei abitava ai Castelli Romani, ad una certa distanza dalla città di Roma. Il traffico della Capitale è micidiale. La mattina si formano code tremende verso Roma e lo stesso avviene nel pomeriggio, verso fuori città. Le ore di punta rendono difficoltosi gli spostamenti. Una moto risolverebbe il problema.

E cosa fa Servadei? Rinuncia alla macchina ministeriale con autista e si compra una moto. Così può arrivare in perfetto orario, se non addirittura in anticipo, alzandosi tre quarti d’ora più tardi.

Che dire, anni fa, sia quando ero militare, sia dopo, quando lavoravo per quella che oggi è l’ENAV, anch’io ho risolto così il problema del traffico romano. Ho sempre avuto una moto, una passione che per me è stata seconda solo a quella per gli aerei e gli alianti.

Con la moto andavo tranquillamente a Ciampino o a Pratica di Mare, alzandomi più tardi e arrivando sempre in tempo nonostante le indescrivibili code del mattino. E tornavo a casa in breve tempo, superando chilometri di automobili che procedevano a passo d’uomo.

Io avevo una Moto Guzzi. Servadei opta, invece, per una Ducati.

Questione di gusti personali.

Una parte del libro parla dei voli di stato. E coinvolge anche i voli del Papa, il quale, come è noto, utilizza un elicottero dell’Aeronautica Militare. Nei viaggi più lunghi utilizza un aereo, all’epoca era un DC 9 oppure un Gulfstream G3, come fanno le alte cariche dello Stato Italiano.

Ma il Papa, formalmente, è il capo di uno Stato estero.

Eh, questa parte del libro è decisamente molto gustosa. Almeno lo è stata per me, durante la lettura.

Il nostro servizio di intelligence ci ha fornito questa preziosissima immagine che ritrae l’autore a colloquio segreto con l’allora il Presidente della Repubblica. In realtà lo scatto è pubblico ed è riportato diligentemente in un archivio a testimonianza storica dell’udienza tenutasi presso il Quirinale esattamente alle ore 10 e 30 di mercoledì 27 settembre 1989 nel corso della quale Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ricevette il Col. Pil. Bruno Servadei. Con questa stretta di mano congedò formalmente il suo Consigliere Militare Aggiunto per l’Aeronautica e si chiuse così la frequentazione a Palazzo del nostro autore (Foto proveniente dal Portale storico della Presidenza della Repubblica https://archivio.quirinale.it/aspr/fotografico/PHOTO-001-079284/presidente/francesco-cossiga/col-pil-bruno-servadei-consigliere-militare-aggiunto-l-aeronautica-visita-congedo#n)

E le visite di Stato? Altra parte interessantissima. Queste hanno dato all’autore l’occasione di girare mezzo mondo, con molti aneddoti tutti da leggere. Anche in questi viaggi, alcuni dei quali in vari stati africani, abbiamo l’impressione di far parte delle delegazioni diplomatiche. Al punto che, chiuso il libro, ci sembra di essere appena tornati dalle missioni.

E quando il libro finisce veramente, lasciamo Servadei in procinto di essere trasferito.

Ma il nuovo incarico è altrettanto promettente. Si occuperà di cooperazione internazionale nel settore dell’industria della difesa con tutti i paesi della NATO, più alcuni altri.

Nelle ultime pagine, poche parole descrivono la cerimonia di commiato.

Il giorno dopo Servadei è su un volo per Montreal con un gruppo di persone sconosciute.

E mentre il suo aereo rimpicciolisce nell’immensità del cielo, verso nuove avventure, a noi resta una vaga speranza che appena ne avrà il tempo, non mancherà di raccontarcele.






Recensione di Evandro A. Detti (Brutus Flyer),

didascalie a cura della Redazione di VOCI DI HANGAR


Ali di travertino

Un mondo ultraleggero





 

Franz Stigler e Charlie Brown




Facebook, a volte, è un social impagabile. Ci si trovano spesso cose straordinarie. In mezzo a tante banalità, bisogna dire anche questo. Stavolta ci ho trovato questa storia di guerra. Mi è piaciuta e l’ho copiata e tradotta. Ringrazio chi ha deciso di condividerla.

Questo bellissimo post mi sarebbe sfuggito, se colui che l’ha condiviso non avesse scritto quattro parole di presentazione: questa storia fa piangere.

Probabilmente le foto e le didascalie di questa recensione vi appariranno di parte … ebbene sappiate che ci è capitato raramente di poter parlare e mostrare materiale fotografico relativo a macchine volanti di costruzione germanica. Dunque lasciateci sfogare! Probabilmente è la sindrome dei vinti, sarà l’influenza del monopolio culturale anglo-britannico che ha dominato l’Europa occidentale a seguire la II Guerra Mondiale – e tuttora domina, diciamolo! – chissà … tuttavia, dal punto di vista storico e tecnologico, quanto riuscì mettere in aria la Forza armata germanica (la Luftwaffe) nel corso del conflitto costituisce qualcosa di prodigioso, specie se tenuto conto delle pesanti restrizioni cui era stata soggetto il paese all’indomani della sconfitta della I Guerra Mondiale. La Società delle Nazioni (l’equivalente dell’odierno ONU) aveva infatto stabilito condizioni molto stringenti in fatto di armamenti che consentivano agli uffici tecnici tedeschi delle aziende aeronautiche di progettare solo alianti e velivoli da turismo o di costruirli su licenza. La Messerschmitt, ad esempio, all’epoca chiamata Bayerische Flugzeug Werke di Augusta era letteralmente sull’orlo del fallimento agli inizi del 1930 e forse il velivolo mostrato nella foto non avrebbe mai visto la luce sui tavoli da disegno della BFW se Herr Willy Messerschimtt non avesse creduto nella bontà del suo estro creativo e dei suoi ingegneri. Il Bf 109 volò per la prima voltà nel 1935, vincitore di un concorso emesso dall’Aeronautica militare tedesca per un nuovo caccia con cui dotare la neonata forza armata. Vinse contro ogni previsione giacchè si scontrò con colossi come Arado, Heinkel, Focke-Wulf. Quando vinse fu decretato virtualmente l’inizio di una nuova generazione di caccia: monoplani, ala bassa, struttura metallica, carrello retrattile, cabina chiusa, motore raffreddato a liquido. Essa avrebbero dominato l’aria fino all’avvento di un’altra generazione ancora: i caccia a reazione. Ma quella è un’altra storia. (foto proveniente da www.flickr.com)

Stavo per andare oltre, ma l’argomento riguardava aerei, perciò ho deciso di leggerla. Ed ho fatto bene, perché si tratta di una storia certamente vera, con nomi, luoghi e date.

Lo dico subito: non mi ha fatto proprio piangere, ma ci è mancato poco. Di sicuro mi ha commosso.

Conosco almeno un paio di film dove viene rappresentato un caso come questo.

Uno è: “Il Temerario”, con Robert Redford. Anche se lì si parla di due piloti di caccia e la guerra non è la seconda, ma la prima. Però c’è sempre un forte spirito di cavalleria, di onore e di umanità.

L’altro è un episodio di “NCIS”, la serie televisiva ambientata a Washington, dove il padre del personaggio principale, Leroy Jethro Gibbs, a bordo di un caccia americano si trova perso, con gli strumenti in avaria sopra la Germania e un altro pilota, tedesco, quindi nemico, si affianca e gli indica la strada per tornare in Inghilterra, poi lo saluta militarmente, alzando la mano guantata allo stesso modo di Stigler. E qui siamo nella Seconda Guerra Mondiale. Questa scena è decisamente più simile, quasi uguale, a quella vera.

Sono sicuro che esistano altri film dove un evento simile viene utilizzato perché fa breccia nell’animo della gente e la scuote.

E’ una scena che commuove. Che fa piangere, appunto. Trovare anche nella ferocia della guerra un piccolo spazio per un gesto di umanità, non è cosa da poco.

Salvo che per averlo toccato con mano – si fa per dire – in qualche raro museo ove ne è conservato un rarissimo esemplare oppure avendolo visto da molto vicino in qualche memorabile manifestazione aerea, è assai diffcile rendersi conto delle dimensioni reali di un Bf 109. Ebbene questa foto dell’epoca ci consente di comprendere quanto fosse smilzo il caccia germanico, al di là dei suoi 10 metri di apertura alare, i quasi 9 metri di lunghezza e i 3,40 metri di altezza. Pesava “solo” intorno ai 2000 kg, dunque un condensato di ingegneria e di intuizioni vincenti. In effetti Messerschmitt aveva riunito nella sua creatura tutti quegli elementi e soluzioni tecniche avverinistiche che la tecnologia aeronautica, metallurgica e motoristica dell’epoca aveva da poco reso disponibili … un po’ come alla stregua dei fratelli Wright con il loro Flyer. Ma giusto una trentina di anni dopo gli albori dell’aviazione umana, a conferma che la storia – anche quella aeronautica – è un ciclo e riciclo: cambiamo le date, i luoghi, i nomi delle persone ma gli esseri umani sono sempre gli stessi. Da notare la bella decorazione del velivolo (foto proveniente da www.flickr.com)  

Mi viene da pensare che gli autori delle due suddette scene possano aver conosciuto e riprodotto nella finzione, l’episodio vero di Stigler e Brown.

In realtà non dovrebbe essere la manifestazione di solidarietà che riceviamo da un altro essere umano considerato nemico, a farci commuovere. Semmai dovrebbe essere l’idea della guerra, della distruzione, della ferocia, da parte di qualunque essere umano, a farci inorridire.

Ma l’umanità, purtroppo è fatta così.

Le persone non sono tutte uguali. Nemmeno due gemelli monozigoti, che chiamiamo gemelli identici, sono davvero identici.

Eppure, a mio avviso, anche se l’umanità può essere tanto diversa a seconda di dove vive, di quale religione professa e di quale educazione ha ricevuto, potrebbe essere considerata, non uguale, ma sicuramente equivalente. E’ sempre la stessa. Se guardiamo secoli, perfino millenni di storia che affonda nel profondo passato, ci accorgiamo che le caratteristiche peculiari della razza umana non sono mai cambiate. E’ cambiata la cultura, la conoscenza, la tecnologia. Sono state fatte scoperte sensazionali, conquiste immense. Siamo arrivati sulla Luna. E nel prossimo futuro andremo ancora più lontano.

Il vero B-17 Flying Fortress recante il nomignolo “Ye old pub” sulla fiancata del muso. E’ il co-protagonista del racconto ed è qui ripreso in volo durante una manifestazione aerea. (foto proveniente da www.flickr.com)

Ma l’Umanità è sempre quella. Può compiere azioni che vanno dall’estremità del male all’estremità del bene. Qualunque essere umano può fare qualunque cosa. Da un’estremità all’altra. Con tutte le possibilità intermedie.

E questo dipende da chi è quell’essere umano. Dipende dal suo carattere, dalla sua storia, dalla sua cultura e dalla sua coscienza.

Quindi, dipende da chi si incontra.

Il tedesco della nostra storia era soltanto uno di questi esseri umani.

E allora perché il suo gesto ci commuove fino a farci anche piangere?

Eh, penso che anche questo dipenda da chi legge la storia. Non tutti provano lo stesso sentimento.

Anche ogni lettore non è altro che un altro essere umano.




Recensione a cura di Evandro A. Detti (Brutus Flyer)





Se lo Spitfire costituisce il simbolo della RAF e della tecnologia aeronautica britannica nel corso della II Guerra Mondiale, allo stesso modo e nello stesso periodo storico, il Messerschmitt Bf 109 rappresenta per antonomasia il velivolo da caccia della Luftwaffe e dell’industria aeronautica tedesca. Diremo di più: assieme allo Zero nipponico e allo Spitfire britannico è considerato il miglior caccia di tutti i tempi. E non solo perchè quando apparve – era il 1935 – costituì lo spartiacque con un passato che era appannaggio di biplani con motori radiali raffreddati ad aria, carrello fisso e cabina aperta ma anche e soprattutto perchè, nel corso del conflitto, fu la base di partenza per versioni sempre più evolute che ne fecero una macchina da guerra sempre al passo con i tempi e addirittura un passo avanti rispetto ai suoi avversari. Dunque ebbe esattamente la stessa sorte dello Zero e dello Spitfire, a dimostrazione della validità indiscutibile del progetto iniziale ispiratore da cui tutte e tre queste macchine presero avvio. Il Bf 109 qui ritratto è di proprietà dell’Imperial War Museum di Duxford nel Cambridgeshire (Gran Bretagna) ed è apparso nel corso del “Flying Legends Airshow” tenutosi nel 2017. Si tratta di un velivolo che fu costruito su licenza in Spagna e, anzichè del celebre motore Daimler Benz DB-605, è equipaggiato da un “convenzionale” Rolls-Royce Merlin. E’ stato verniciato con la livrea che fu della Legione Condor, il reparto tedesco che partecipò con circa 40 velivoli di questo tipo alla campagna di Spagna. Fu un ottimo banco di prova che confermò l’eccellenza di questo piccolo velivolo, potente e abbastanza ben armato (per il periodo) e, sebbene poco contrastato dall’aviazione repubblicana – dotata di caccia sovietici tipo Rata -, confermò ai vertici della Luftwaffe che l’ingegno ingegneristico teutonico aveva fornito loro una macchina da guerra letteralmente formidabile. (foto proveniente da www.flickr.com).




Confessiamo che non abbiamo mai avuto una particolare predilezione per Facebook e per gli altri cosiddetti social network.

A dire il vero li consideriamo luoghi più inclini pettegolezzo che a una  concreta opportunità di reincontri o di frequentazioni a distanza.

Foto d’epoca di una di quelle classiche formazioni serrate di B-17 di cui, si legge nel racconto, aveva fatto parte anche lo sfortunato-miracolato “Ye old pub” nella sua missione di bombardamento sulla Germania.

Diciamo tutta la verità: in questi contenitori di varia umanità regna sovrano il ciarpame e la paccottiglia, tuttavia appaiono talvolta foto di un certo valore storico come pure documenti di pregevole fattura sebbene di autore ignoto. Di condivisione in  condivisione, di inoltro in inoltro, certe informazioni purtroppo si perdono eppure la bontà del materiale rimane inalterata.

Il mitico Messerschmitt Bf 109 G-6 “Gustav” è il protagonista del racconto. E’ pilotato da un generoso pilota della caccia tedesca che, rispettoso degli antichi valori della Cavalleria, non infierisce su un nemico mortalmente colpito e incapace di nuocere, anzi lo aiuta quanto basta per poter avere una possibilità di sopravvivenza. Una storia esemplare che fa da contraltare a molte, troppe storie, in cui i piloti abbattuti e lanciatisi con il paracadute, venivano ignominiosamente mitragliati oppure i velivoli miracolosamente atterrati più o meno incolumi dopo un duello aereo in cui avevano subito danni gravissimi venivano ugualmente annientati al suolo, pressochè inermi. Nello scatto il “109” è stato sorpreso dal fotografo da dietro, in rullaggio con i flaps abbassati. (foto proveniente da www.flickr.com)

In tutta onestà, apprendere dove i nostri amici sono andati in vacanza o cosa abbiano mangiato a pranzo non è di grande utilità sociale – ne converrete – viceversa, visionare squarci di un passato relativamente recente altrimenti destinati all’oblio o apprendere fatti e vicissitudini singolari di persone più o meno comuni ma collocati in particolari periodi storici, beh …  ha indubbiamente qualcosa di più culturale tale da nobilitare e dare un senso meno frivolo a questi spazi sociali globali. Opinione del tutto personale, per carità, condivisibile o meno, liberi di continuare a postare luoghi esotici di vacanza o pranzi luculliani …

Una splendida fotografia che rende merito alle linee armoniose del B-17 e che, considerate le forme generose e il ruolo di bombardiere a lungo raggio, sono ancora oggi apprezzabili.

La frequenza con cui appare il materiale nobile – perdonerete l’aggettivo – è però talmente ridicola che costituisce il motivo per cui non abbiamo mai creduto granchè in questo canale privilegiato … eppure qualche tempo fa un prezioso collaboratore dell’hangar ci ha sottoposto un testo colto nelle pieghe di Facebook. Una sorta di cronaca storico-giornalistica davvero notevole – in lingua inglese, purtroppo – che meritava di essere divulgata al di fuori del “ghetto” del famoso social network, a beneficio di coloro che non lo frequentano o che non hanno avuto la medesima fortuna del nostro “agente segreto”. Inutile sottolineare che a lui dobbiamo anche la preziosa traduzione in italiano.

In effetti avevamo già trovato più o meno lo stesso racconto all’interno del volume: “Di questo son fatti gli aerei” di Giuseppe Braga che abbiamo recensito in un angolo dell’hangar. Ora, a prescindere da chi abbia elaborato il testo originale o ne sia stato ispirato, abbiamo ritenuto doveroso renderlo disponibile ai nostri visitatori affinchè ne traggano motivo di riflessione e ne mantengano vivo il ricordo.

Ancora un “Gustav” conservato in un museo. Era con uno di questi temibilissimi caccia che il pilota della Luftwaffe Franz Stigler ingaggiò il B-17 al comando del tenente Charles “Charlie” Brown. Fatta eccezione per il sovietico Iljuscin Il-2, il caccia tedesco detiene il record per essere stato il velivolo costruito nel maggior numero di esemplari in tutto il mondo: ben 34 mila esemplari nelle sue numerose versioni (ivi comprese quelle realizzate su licenza dalla Hispano Suiza spagnola e dalla Avia romena). Non a caso può essere definito “l’aquila della Luftwaffe”. Alla data del 2016 esistevano ancora 67 velivoli Bf 109 conservati in museo o volanti, la maggior parte dislocati negli USA, Germania e Gran Bretagna.(foto proveniente da www.flickr.com)

I protagonisti del racconto, ambientato verso la fine della II Guerra Mondiale, sono un equipaggio statunitense di un bombardiere B-17 Flying Fortress (in particolare il  suo comandante) e un pilota da caccia della Luftwaffe con il suo Messerschimtt Bf-109. Il loro non sarà il solito, prevedibile incontro come tanti ce ne furono nei cieli dell’Europa centrale. Da qui l’originalità di un testo che si lascia leggere velocemente con sommo piacere e, non privo della sorpresa finale, vi lascerà quel non so che di curosità tale da spingervi a ulteriori letture e magari ricerche sul quel periodo storico o quelle macchine volanti. A noi è capitato così …

Ancora una splendida immagine di un Bf 109 G oggi ancora volante. L’immagine è stata colta nel maggio 2019 in Virginia, a Virginia Beach, USA. La variante “Gustav” fu prodotta in maggiore quantità rispetto a tutte le altre – circa il 70% – ma non venne ritenuta la migliore in assoluto tra quelle che furiono realizzate tra cui – lo ricordiamo a titolo esemplificativo – rimasero allo stadio di protitipi anche una versione imbarcata con ali ripiegabili e gancio di arresto, una versione con motore radiale BMW, una con cabina pressurizzata e una addirittura con carrello triciclo. Ancora una particolarità: le versioni del Bf 109 furono contraddistinge da una lettera e da un nomignolo che riprendeva l’alfabeto fonetico in uso allora in Germania. Oggi siamo abituati all’alfabeto fonetico NATO ma allora, in Germania, G era Gustav, E Emil e F Friederich e così via. (foto proveniente da www.flickr.com)

Per dovere di documentazione concludiamo con un’annotazione a margine: la vicenda di Charles Brown e Franz Stigler è riportata con ulteriori dettagli, retroscena ed epiloghi paralleli nella pagina di Wikipedia dal titolo: Charlie Brown and Franz Stigler incident , in lingua inglese ma facilmente traducibile a mezzo di traduttore automatico.

Ma la pagina web che vi esortiamo a visitare e a leggere avidamente è quella tutta italiana a cura del Gruppo Ricercatori Aerei Perduti Piacenza che, per merito di Mario Migliavacca, riporta la stessa vicenda corredata da foto e disegni assai pregevoli. E’intitolata: Un Angelo in volo sopra Brema.

Quando gli angeli esistono e volano a bordo di macchine volanti da guerra.




Recensione a cura della Redazione


Foto di copertina proveniente da www.flickr.com.

Si tratta del famoso Boeing B-17 Flying Fortress soprannominato “Sally B”, ripreso dal fotografo in una simulazione di incendio ai motori effettuata nel corso del Old Buckenham Airshow.




Libro Cesare Carra - Una vita troppo breve dedicata al Volo
Cesare Carra - Una vita troppo breve dedicata al Volo

Zingari del Cielo

Avventure in punta di ali

FRANZ STIGLER E CHARLIE BROWN




Era il 20 dicembre 1943 e nell’aria gelida sopra la Germania il tenente Charles “Charlie” Brown cercava in tutti i modi di mantenere in volo il suo bombardiere estremamente danneggiato.

Brawn era ferito ad una spalla, il suo mitragliere di coda, il sergente Hugh “Ecky” Eckenrode era morto e diversi altri membri dell’equipaggio erano feriti, alcuni gravemente.

L’aereo, un B-17F al quale era stato dato il nome di Ye Old Pub, era stato colpito due volte dalla contraerea mentre si stava avvicinando al suo bersaglio, una fabbrica di Focke-Wulf nella città tedesca di Brema, costringendo l’equipaggio a spegnere uno dei motori e a metterne al minimo un altro. Questo aveva fatto rimanere il bombardiere indietro rispetto alla formazione, che apparteneva al 379° Gruppo da Bombardamento e gruppi di caccia tedeschi si erano avvicinati come squali attirati dal sapore del sangue nell’acqua.

Una quindicina di caccia avevano attaccato il bombardiere e l’intera sezione di coda era stata ridotta in pezzi, il cono del muso era saltato via, il sistema elettrico, quello idraulico e dell’ossigeno erano danneggiati, la radio era fuori uso e le viscere del bombardiere crivellato drappeggiavano nella corrente d’aria che passava attraverso gli squarci spalancati della fusoliera.

Ma i B 17 sono robusti e questo in qualche modo continuava a volare nonostante i danni.

Brown era svenuto per un po’ a causa del dolore, perdite di sangue e mancanza di ossigeno e il bombardiere stava spiralando verso il suolo. Ironicamente, questo poteva aver convinto i caccia attaccanti che fosse finito perché nessuno lo aveva seguito nella caduta. Brown si era ripreso e si era accorto di essere soltanto a poche centinaia di piedi sopra il terreno. In qualche modo aveva ripreso il controllo e virato ad Ovest, verso l’Inghilterra e la salvezza, distante duecentocinquanta miglia.

Brown non poteva mantenere una quota di molto al di sopra di un migliaio di piedi e si era a malapena accorto di essere passato ai bordi di un aeroporto tedesco. Subito dopo aver realizzato questo, un caccia BF 109 tedesco era arrivato e volava a breve distanza di fianco a lui.

Era co